Claudio Ranieri: ‘Stateci vicino, e difenderemo il sogno della serie A’

di Daniele Madau

‘La Riflessione Politica’ inizia una collaborazione col Cagliari Calcio: squadra che rappresenta un’intera isola e il suo popolo e che, nella sua storia, ha incarnato il significato simbolico di Davide contro Golia in cui, a guidare il riscatto, sono stati eroi sportivi come Gigi Riva e, in tempi più recenti, Claudio Ranieri. Proprio con la conferenza stampa di mister Ranieri, alla vigilia del delicato incontro con la Fiorentina, inauguriamo la sezione di ‘La Riflessione ‘ che seguirà, col suo stile, il nostro’ Casteddu’: il Cagliari

Claudio Ranieri in conferenza stampa

Non appena arrivato, stringe la mano a tutti noi e, prima delle domande dei giornalisti, vuole leggere lui qualcosa che ha scritto. Ci chiede di stargli vicino, di sostenere la squadra, di criticarlo – magari- ma di difendere insieme il sogno, conquistato in quella maniera così avventurosa l’anno scorso, della serie A.

Quando parla delle motivazioni che un allenatore deve saper trovare, lui confida che le trova nel modo di allenarsi dei suoi ragazzi, che spingono sempre al massimo. È chiaro, li sta difendendo in un momento difficile, ma è giusto così: lui è la loro balaustra, il parafulmine, la guida. Oltre che l’allenatore.

Chiede pazienza, sicuro che la vittoria arriverà e, ripensando alla gara col Milan, rinnova i complimenti ai suoi ragazzi. Su Firenze, poche anticipazioni: Radunovic giocherà, nonostante gli errori. Dopo la gara con i rossoneri aveva detto che gli avrebbe parlato: non lo ha fatto ma questo attestato di fiducia vale più di tante parole. Avrà a disposizione anche Gaston Pereiro, per riuscire laddove i suoi predecessori si son arresi: renderlo un giocatore completo.

L’obbiettivo è continuare a crescere, fino alla prima, liberatoria, vittoria: ‘Dalle sconfitte’ conclude Ranieri- ‘si impara e noi,ormai, dovremmo essere…maestri’. Mister, chapeau, comunque vada.

Re Giorgio, Napolitano

di Daniele Madau

La morte di Giorgio Napolitano, e ancor prima la sua malattia, data la statura della persona e gli incarichi ricoperti, ha naturalmente monopolizzato gli organi di informazione e suscitato reazioni, diverse e discortanti.

A livello giornalistico e politico, si è ripercorsa la sua storia, sono state evidenziate le sue grandezze e i passaggi più delicati della sua presidenza della Repubblica, la sua posizione all’interno dell’allora Partito Comunista.

A livello di cittadino comune, ho, invece, ascoltato già posizioni dure, critiche, forse populistiche, comunque da ascoltare e tener presenti per la nostra riflessione.

Lo si accusa di aver incarnato, per decenni, il potere; di aver forzato la Costituzione; di aver contribuito, con la sua lunghissima vita istituzionale, allo sperpero di soldi pubblici. Queste posizioni, spesso, dipendono da una mancata conoscenza: la sua elezione al secondo mandato come Presidente della Repubblica è espressamente prevista dalla Costituzione (del resto anche De Nicola vide prolungarsi il suo primo mandato da Capo Provvisorio a primo Presidente della Repubblica), così come la sua facoltà di intervento, secondo determinati parametri, nella vita istituzionale. Nel fatale 2011, anno della caduta del quarto governo Berlusconi, non sembra aver violato nessuno di questi parametri. Anche la sua iniziale avversione, o non comprensione, del fenomeno dei cinque stelle, deriva dal suo alto senso del Parlamento e delle sue funzioni, come testimoniato dal celebre, e sferzante, discorso pronunciato a camere riunite proprio in occasione della sua seconda elezione.

Alcune di queste accuse, se ben incalanate, però, non possono essere tralasciate: lo scrivo col massimo rispetto, soprattutto in questo momento di ancora viva commemorazione.

Non è stato il mio Presidente ideale: per opportunità, ometto il nome di quello che lo è, essendo ancora in vita. Non ho condiviso alcuni suoi atteggiamenti, come lo sdegno quando il suo nome è stato sfiorato dalle indagini sui rapporti Stato-mafia: è vero che- come disse in quella occasione – le prerogative del Presidente della Repubblica non possono passare da un Capo dello Stato all’altro diminuite o con la parvenza di esserlo (si riferiva all’uso delle intercettazioni che lo coinvolgevano e al luogo in cui doveva essere interrogato: lui ha preteso il Quirinale); però, soprattutto in quel caso, avrebbe dovuto -a mio parere – mostrare più disponibilità, sensibilità e senso del dovere, che gli è sempre stato caro.

E’ innegabile che abbia incarnato ‘il potere’: è stato al centro della vita politica, italiana ed europea, a livelli massimi dagli anni cinquanta. Ci chiediamo: è giusto che una persona lo possa? Il nostro sistema lo permette, e Napolitano lo ha fatto con onore e sprito di serivizio. Tuttavia esistono anche questioni di opportunità: se un sistema non prevede un limite ai mandati, io credo che una figura politica dovrebbe interrogarsi sul suo, più vicino possibile, ritorno alla vita ‘comune’.

Il rischio, altrimenti, è quello di essere identificato col ‘potere’. Giorgio Napolitano, per la sua statura, è stato spesso chiamato ‘Re Giorgio’: chi abita in Sardegna, però, sa che la figura cardine del carnevale cagliaritano è proprio quella di Re Giorgio, chiamato anche “Re Cancioffali”: un grande feticcio incoronato che simboleggia il potere in tutte le sue forme, l’inettitudine che spesso caratterizza chi lo incarna e che, a fine carnevale, viene bruciato come espiazione e rivalsa del popolo.

Purtroppo, nella memoria di molti, è quello che accade a chi, anche con alto senso delle istituzioni, è stato identificato col ‘potere’.

Gli auguri a ‘La Riflessione’ di Alfredo Franchini, militante della democrazia, narratore di De André

di Alfredo Franchini

Giornalista, scrittore, narratore della realtà, degli uomini e delle loro tragedie. Su tutto il libro-testimonianza ‘Uomini e donne di Fabrizio De André’, (otto edizioni), che ricostruisce il rapporto ventennale con il poeta-cantautore genovese e le lezioni ricevute dallo stesso De André sulla politica, l’economia, la vita in genere. E poi i saggi sulla “cosa pubblica” che è stata  raccontata in quarant’anni di attività giornalistica senza padroni per Panorama, La Voce sarda Tv, La Nuova Sardegna. Ha realizzato programmi per la Rai radio e per la Tv Sardegna 1 e ha collaborato con diverse testate nazionali tra cui Lo Specchio della Stampa e Milano finanza. L’ultimo libro pubblicato, nel gennaio del 2019, è ‘Questi i sogni che non fanno svegliare’. Militante della democrazia, ha messo la sua penna a disposizione di chi non ha voce per interrogarci su come siamo diventati di fronte ai drammi epocali delle diseguaglianze (da http://www.alfredofranchini.it)

La nascita di un nuovo giornale è sempre stata una buona notizia ma assume un’importanza maggiore con la crisi dell’editoria che sta mettendo in pericolo la democrazia. Nella rete tutto si mischia e tutto si confonde, un concetto che Ezio Mauro ha sintetizzato così: “Un saggio di un filosofo rischia di scomparire davanti a una pernacchia di un blogger”, quando evidentemente i like contano più della verità.

Ecco perché dobbiamo sostenere lo sforzo di chi sceglie una linea editoriale basata sulla riflessione, sulla necessità di entrare dentro i fatti con l’intenzione di portare a zero le chiacchiere e dare al lettore un’informazione seria e profonda. Non sarà facile comunque: più il vostro giornale sarà seguito più ci sarà qualcuno che sui social controbatterà la verità facendo apparire il falso come vero. Ma la testata giornalistica appena varata  troverà anche spazi immensi, considerato che nel nostro Paese la politica ha ormai un effetto di annuncio di fatti che non si traducono mai in realtà. Starà a voi smascherarli: una stampa che fa il suo mestiere deve incalzare la classe dirigente su questo.

Ci fu un tempo in cui il giornale era la “preghiera del mattino” perché tutti i cittadini prima di andare al lavoro si fermavano all’edicola. La stampa era il quarto potere, ce lo raccontavano anche i film nei quali il capocronista aveva sempre la sigaretta pendula tra le labbra e il bicchiere di whisky per affrontare il lavoro notturno. La mitologia ci ha consegnato Montanelli che nel 1956 manda i suoi articoli dall’Ungheria scrivendo con mezzi di fortuna e Oriana Fallaci che si strappa il chador di fronte all’Ayatollah Khomeini. Tutto questo non c’è più, c’è una completa ridefinizione del modo con cui accediamo all’informazione. Ai tempi della stampa quarto potere esistevano due tipi di editori: i puri e gli impuri laddove solo i primi traevano profitti dalle vendite dei giornali. Ora domina un parallelismo politico-editoriale, un intreccio dovuto alla grave crisi economica dei quotidiani che negli ultimi vent’anni hanno visto dimezzare la vendita di copie. L’avvento dei social è stato differente da quello delle televisioni negli anni Settanta: allora si temette per la tenuta dei giornali ma, al contrario, la Tv fece da cassa di risonanza delle notizie e le vendite aumentarono. Forse è un destino che le previsioni debbano essere sempre sbagliate perché coi social si pensava che ci sarebbe stato un sostanziale equilibrio con l’online luogo della cronaca e la carta stampata destinata all’approfondimento. Non è stato così.

Anche nei vecchi giornali non tutto filava liscio e i cronisti predicavano la regola delle tre esse: soldi, sangue, sesso per una cronaca a buon mercato. Ma oggi la regola è: chiacchiericcio, pettegolezzi, orrori, nudità. La domanda è come sia possibile diventare succubi del marketing e di un finto giornalismo fatto di Jene e di Gabibbo. Nei quotidiani  vecchio stampo la prima regola era di andare sul posto dell’evento che fosse il luogo di un delitto o di una riunione della giunta regionale. I giornalisti facevano domande, cercavano di capire ma adesso siamo in mano a un algoritmo a siti che al posto dei titoli usano una formula tipo quiz per acquisire un like.

Quando chiuderanno le ultime edicole chi si preoccuperà di cercare notizie che possano smentire le versioni ufficiali dei governi? Chi proporrà le alternative? Ci sarà ancora spazio per le analisi politiche o l’informazione di base si baserà sui comunicati di governi e aziende dotate di feroci uffici stampa? Queste domande mi inducono a pensare che la vostra iniziativa sia davvero importante, bisogna recuperare un giornalismo più riflessivo e a questo punto chiamo tutti a riflettere: dobbiamo pretendere da chi scrive un giornalismo che ci dia gli strumenti necessari per capire la realtà ma anche i cittadini devono partecipare. Siamo sommersi da slavine di notizie e facciamo fatica a selezionare quelle buone da quelle cattive, occorre un’educazione all’informazione perché siamo tutti coinvolti. Auguri e buon lavoro.

Ai nostri ‘venticinque lettori’: il futuro di ‘La Riflessione Politica’

a cura della redazione

Oggi, se permettete, parliamo di noi. Il sito si è evoluto in testata giornalistica, ottenendo il numero di iscrizione al Registro della Stampa, dal Tribunale di Cagliari.

 Dobbiamo quindi, come sempre, riflettere: su questo nuovo corso, sulla valenza del giornalismo nel contesto attuale e sulle caratteristiche della nostra testata giornalistica. Che è di riflessione, quindi non  proprio di strettissima cronaca; e ciò che può sembrare un paradosso, vorrebbe essere un pregio, più che un difetto: noi, infatti, arriviamo un po’ più tardi sulla notizia, perché, appunto, riflettiamo.

Questo vuol essere il senso e la vocazione della nostra, ormai, testata giornalistica: non essere dentro ma sopra la cronaca, intesa come ‘politica’ in senso lato, secondo le indicazioni di Aristotele; indicazioni sempre presenti nel nostro sito e, quindi, a disposizione per chi volesse rileggerle.

Ogni articolo è stato, è, e sempre sarà, di riflessione: pacato, senza urlare, non vorrà sorprendere o creare allarmismi, colpire con toni particolarmente alti o sensazionalismi. Vorrbbe aiutare a capire, a leggere la realtà e a riscoprere l’importanza dell’analisi di fronte alla complessità, della profondità di fronte alla superficialità. Crediamo che, un giornale che abbia esclusivamente queste marcate caratteristiche, manchi nel variagato mondo dell’editoria. A questo fine, particolarmente preziosa vuole continuare a essere la sezione ‘Incontri’, con le sue interviste a personaggi di prestigio, per accompagnarci nella riflessione continua.

Ogni tanto il nostro giornale si schiererà apertamente, di fronte a eventi particolarmente gravi. Lo ha fatto in occasione dei femminicidi e delle violenze di genere, dell’aggressione della Russia contro l’Ucraina, quando si è trattato di difendere i più deboli e le minoranze. Ha sempre cercato di ricordare i martiri laici della nostra Repubbblica, soprattutto in occasione di ricorrenze e anniversari, seguendo il calendario civile che scandisce la nostra vita democratica.

Lo ha fatto con passione, sconfinata, per l’informazione, intesa come il dare forma a qualcosa, ‘forma’, a sua volta, intesa come bellezza. La bellezza della ricerca della verità, della riflessione come attività della ragione concepita come ‘logos’, e cioè come ordine, razionalità, principio della vita. Di una vita degna di essere vissuta, in quanto in atto all’interno di una comunità, secondo le regole della convivenza e a favore di queste regole: perciò, ‘politica’ .

Lo ha fatto con poche forze, perché le attività principali di chi scrive sono altre; e senza alcun sostegno economico, se non quello delle risorse personali. A volte lo ha fatto con l’aiuto di giovani talenti delle scuole secondarie di secondo grado, perché l’ideatore della testata, e alcuni di coloro che hanno scritto, sono docenti. E se, secondo Nelson Mandela, ‘un vincitore è un sognatore che non si è arreso’, proprio i giovani sono i destinari della seconda novità di ‘La Riflessione’. Da qualche giorno, infatti, tramite un link, è possibile effettuare una donazione al giornale. Per aiutare, in generale, la nostra testata, ma con l’obiettivo specifico- o per usare il così bel sostantivo scelto anche da Mandela, il sogno- di creare una redazione di giovani studenti: del quinto anno delle superiori e universitari, con particolare attenzione, in termini di offerta di possibilità di inclusione, ai ragazzi e alle ragazze speciali, con diverse abilità. Tutti, possibili, futuri giornalisti.

Questa è la traccia della nostra testata nel nuovo corso intrapreso, identica a quella che, da tre anni e mezzo, ha caratterizzato il nostro spazio. In realtà, vorremmo anche inaugurare un’altra novità: quella di far sì che i lettori e le lettrici partecipino alla vita del sito con le loro riflessioni, secondo lo stile che hanno imparato a conoscere leggendoci. Anche se, chiaramente manzonianamente parlando (ma i numeri son sempre stati piccoli…), solo venticinque, voi lettori, con le vostre riflessioni, per noi non solo sarete sempre importanti ma potreste anche diventare protagonisti della nuova testata giornalistica. L’indirizzo email è sempre presente nella pagina di apertura: sarebbe bello rispondeste a questo appello così ‘politico’ .

Dalla Thyssen Krupp, a Luana D’Orazio a Brandizzo: le inaccettabili stragi sul lavoro in Italia

di Marco Marini

Brandizzo (Torino) 31 agosto 2023. Travolti cinque operai che effettuavano la manutenzione della rete ferroviaria da un treno che viaggiava alla velocità di 160 km/ora. Questa è l’ultima notizia tragica sulle morti sul lavoro.

Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Istituto INAIL nei primi cinque mesi del 2023 sono state 358, sei in meno rispetto alle 364 registrate nel periodo gennaio-maggio 2022, 76 in meno rispetto al 2021, 74 in meno rispetto al 2020 e 33 in meno rispetto al 2019. Sembrerebbero cifre confortanti, 6 morti in meno rispetto allo stesso periodo del 2022. Quindi siamo tutti più tranquilli?

Non direi. Abbiamo seguito qualche trasmissione sul fatto citato. Un giornalista di Libero ieri a LA7 se non sbaglio ha affermato che la dobbiamo smettere di incolpare  sempre il datore di lavoro per gli infortuni sul lavoro dei propri dipendenti. E’ un atteggiamento arrogante e colpevole quanto le mancanze di certi datori di lavoro. Esiste una legge, che ci piaccia o meno, Il Decreto Legislativo 81 del 2008, che regola la materia anche per ciò che riguarda la prevenzione non solo l’aspetto sanzionatorio. Il decreto è un recepimento nella nostra Legislazione di una norma europea.

Quindi non è una legge fatta dalla “sinistra” per danneggiare i datori di lavoro. E’ vero che la prevenzione contro gli infortuni sono un costo per l’imprenditore, ma lo è di più per tutta la comunità. Immaginate le indennità, le pensioni e quant’altro erogati da INPS e INAIL a favore di invalidi o peggio alle famiglie dei morti sul lavoro. Perché dobbiamo pagare noi per coloro che non hanno fatto rispettare la legge. E’ vero, anche i lavoratori sono spesso distratti, ma dobbiamo vedere se non abbiano dovuto sottostare a tempi lavorativi che rasentano il cottimo per poter rispettare i termini di un contratto. L’altro giorno un rappresentante del Governo si vantava di aver “scoperto” migliaia di false partite IVA, cioè lavoratori a fattura che erano tutto fuorché liberi professionisti, cioè lavoravano presso un imprenditore, con gli strumenti da esso forniti, con orari imposti dallo stesso ed in più con un costo per il lavoratore “autonomo” non indifferente.

E’ vero il costo del lavoro è alto in Italia, ma nel resto dell’Europa si vedono stipendi più alti dei nostri e Welfare (stato sociale) migliore dei nostri. Un’idea l’avrei: ridurre le tasse sul lavoro e trasferire una parte di queste al lavoratore. Poi volendo esagerare potremmo trasformare il sistema assistenziale e previdenziale da pubblico in privato con delle assicurazione che garantiscano la malattia, le assenze dal lavoro e una pensione decorosa. Questo Governo è da un anno che parla di non gravare sui datori di lavoro, di cuneo fiscale, di riduzione delle tasse etc. ma ancora stiamo aspettando. Vorrei far presente che l’idea illustrata prima è attuata dal sistema anglosassone (Svizzera, Germania, Gran Bretagna) ed in parte dagli Stati Uniti d’America, garantendo un minimo di assistenza pubblica a coloro che vengono esclusi dal mondo del lavoro. Ricordo che qualche tempo fa l’indennità di disoccupazione era più alta di uno stipendio medio. Ma non poteva durare più di sei mesi (negli USA). Il controllo sulle Assicurazioni viene effettuato dal Governo.

Il sistema previdenziale italiano è in affanno per varie ragioni, troppi pensionati, ma l’età media della nostra popolazione sta avanzando. Siamo il secondo paese più vecchio dopo il Giappone nel mondo industrializzato occidentale. Ricordo che il sistema previdenziale era in attivo qualche anno fa mentre quello assicurativo (Cassa Integrazione) era in deficit. Certo se la FIAT, per decenni, al rientro delle vacanze estive (agosto) metteva in cassa integrazione qualche centinaia di migliaia di lavoratori non solo delle proprie fabbriche ma soprattutto dell’indotto, cioè quelle ditte che fornivano i pezzi alla FIAT il conto è presto fatto. Io credo nella concorrenza dove se non ce la fai a restare nel mercato ne vieni escluso, non c’è niente di “comunista” o “capitalista” in questo. Sono le semplici regole del mercato. Che i nostri imprenditori, non tutti s’intende, non vogliono rispettare.

E’ per questo che hanno succhiato il latte a questa vacca che è lo Stato, ma ora come si diceva in uno slogan di una vecchia trasmissione “Bambole non c’è una lira”. Il mondo è cambiato Cina, Brasile, India sono dei competitori agguerriti e tecnologicamente in grado di giocare le proprie carte nello scacchiere economico mondiale. Secondo me, la loro ascesa è anche stata causata da una cattiva visione di certa imprenditoria mondiale che ha sottovalutato l’ascesa delle suddette nazioni. Che tra l’altro vantano una popolazione molto più giovane della nostra. Ho letto qualche giorno fa che l’età media a Cagliari è di 55 anni !!! Come disse il comandante dei vigili del fuoco di Cagliari “…. Come posso chiedere ad un collega sessantenne di correre sulla scala dell’autopompa ed intervenire in un incendio ?..”

Tornando al lavoro ed alla sicurezza, non dimentichiamo i morti della Thyssen-Krupp bruciati vivi perché gli estintori erano vuoti. O Luana D’Orazio uccisa dal macchinario orditorio per filati in provincia di Prato nel 2021. E tanti altri lavoratori. Stiamo aspettando ancora un lavoro per tutti come dice la nostra carta costituzionale, un lavoro dignitoso. Molti non chiedono il reddito di cittadinanza, ma semplicemente un lavoro. Stiamo ancora aspettando il famoso MILIONE di posti di lavoro di berlusconiana memoria (che poi si sono trasformati in migliaia di finte PARTITE IVA, ops torniamo al discorso di cui sopra). E soprattutto qualificare e riqualificare i lavoratori ed adattarli alle nuove esigenze dell’economia, alle nuove tecnologie.

Ma la vedo un po’ in salita vista la nostra scuola sempre più scollegata dal mondo del lavoro, vista l’età degli italiani. Oggi dicono facciamo entrare gli stranieri qualificati ne abbiamo bisogno….. dicono. Se ne sono accorti ora?

Conosco un’infermiera che proviene dall’est europeo, nella sua patria era un medico, ma il suo titolo non venne riconosciuto in Italia. Poi ci meravigliamo se le nostre giovani menti scappano all’estero.

I nostri ragazzi nell’estate: storie di eroismo e violenza

di Daniele Madau

L’estate 2023; l’estate che con un ultimo colpo di coda sta, imperterrita, per lasciarci, mentre noi avvertiamo ancora il desiderio di vacanze, ha avuto dei fili rossi, che possiamo ricondurre a un unico, ben visibile, filo conduttore: il futuro dei ragazzi. Con esso, il problema dell’esempio degli adulti e dell’educazione, e, prima ancora, della natalità e della presenza stessa, nel tempo a venire, della gioventù.

Tra meno di un mese, in occasione della riapertura delle scuole, parleremo di loro, dei ragazzi e delle ragazze, per un giorno e poi basta. Tutto verrà,poi, delegato proprio alla scuola. Conosco da vicino il mondo scolastico e posso dire che la scuola ha spalle larghe, reggerà ancora tutte le responsabilità che la società e il mondo politico le caricheranno sulle spalle, ma questo porterà con se il rischio, che è già una certezza, delle deresponsabilizzazione delle altre componenti del mosaico della società.

Alcuni giorni fa, sul ‘Corriere della Sera’, ho letto due articoli che auspicavano come la scuola dovesse abituare i ragazzi ‘a sopportare il rifiuto’ all’interno di una relazione affettiva e, per aiutare le famiglie, essere aperte anche in estate.

Tralascio la prima indicazione che da sè mostra come anche da parte dei giornalisti, degli studiosi, di tutti coloro che dovrebbero riflettere sui modelli educativi , la famiglia non sia neanche contemplata, presa in considerazione: questo testimonia, da un lato, l’invisibilità che, ormai, avvolge le famiglie; dall’altro contribuisce, come in un corto circuito, a questa deresponsabilizzazione che ammanta d’invisibilità quella che, costituzionalmente e culturalmente, è il primo luogo degli affetti e del rapporto educativo.

La seconda indicazione, che con intervalli regolari ritorna spesso nella riflessione, testimonia poca conoscenza sull’argomento: la scuola, del resto, è uno di quegli argomenti sui quali parlano tutti, meno che i principali protagonisti: gli insegnanti e gli studenti.

La scuola è, in primis, il luogo della trasmissione del sapere anche se, certamente, in una comunità educante: non è il luogo in cui le famiglie possono lasciare i ragazzi in estate, e in generale tutto l’anno, affinché vengano controllati durante il loro orario di lavoro.

E’ una definizione che, all’inizio, può far storcere il naso, poiché si pensa subito ai tre mesi di vacanza degli insegnanti, e dei studenti. Riflettendo più a fondo, tuttavia, si capisce come questa urgenza di sostegno alle famiglie in estate dipenda dal fatto che lo Stato, attraverso i comuni, non metta a disposizione altri luoghi, come i centri estivi, questi sì prettamente deputati alle attività extrascolastiche. Certamente si possono usare anche le scuole ma non gli insegnanti, che hanno un’altra funzione, ormai sempre più sbiadita nella considerazione generale.

Nel caso si volessero adoperare gli edifici scolastici, tuttavia, bisogna considerare che sono privi -tranne che negli uffici -di impianti di condizionamento. L’impiego estivo, quindi, andrebbe preceduto anche da un ripensamento degli spazi e delle dotazioni.

Anche quando, poi, la scuola compie semplicemente il proprio compito e dovere secondo le proprie prerogative e competenze, viene messa in discussione e posta ‘sub iudice’ : è di questi giorni la riammissione alla seconda media da parte del Tar di una ragazza che non era stata ammessa a causa di sei insufficienze.

Anche questa decisione, come ogni aspetto, meriterebbe un approfondimento. La soluzione, quindi, è più complessa, deve essere più complessa: e tutti dobbiamo sentirci coinvolti, nessuno escluso. Inoltre, la soluzione è urgente, ineludibile, non rimandabile: ne va del futuro nostro e del nostro Paese, del futuro e del benessere dei ragazzi: a volte della loro stessa vita.

Immedesimiamoci in uno di loro: forse non l’abbiamo mai fatto. Immaginiamo di avere sedici anni, o meno.

La nostra musica potrebbe essere forse soltanto la rap o la trap, nel caso non ci fosse in casa o tra le amicizie qualcuno che ce ne facesse conoscere altre: di sicuro la scuola, in questo caso, non potrebbe fare molto. Pensiamo ai testi di alcune delle canzoni di questi generi o al messaggio che quel mondo vuole trasmettere in generale: si va dalla rivendicazione del successo – contenuto originario del genere rap – alla rivendicazione della ricchezza, alla rivendicazione del proprio potere sul genere femminile. Qualsiasi ricerca sui testi confermerebbe quanto scritto: la mia non è e, soprattutto, non vuole essere una posizione moralista.

Su questo, in un giorno in cui avevo necessità di confronto e condivisone, ho parlato con Ernesto Assante, critico musicale tra i più autorevoli, giornalista e studioso della storia della canzone. Secondo il suo parere, gli esponenti di questi generi musicali testimoniano il modello di persone che, pur non avendo qualità o talenti particolari, riescono ad avere successo, a diventare protagonisti. Di per sè questo messaggio non è del tutto negativo. Quando, però, si passa ai testi, a quelli violenti, volgari, superficiali, sessisti, il messaggio diventa di per sè un incitamento a queste devastanti pratiche. E non si hanno armi di difesa, non si sa come reagire e cosa proporre in alternativa.

Da soli, infatti, non si può realizzare nulla: da soli – come individui interessati, famiglie, scuola – si può solo assistere a crimini come lo stupro di Palermo, chiaramento ripreso col cellulare, in cui sette ragazzi di età media inferiore ai vent’anni hanno infierito a turno e a ripetizione su una giovane ragazza.

Se io avessi sedici anni cosa penserei? Credo – davanti a casi del genere – che vorrei prevenzione, repressione e pena. Poi, però, sono gli adulti che devono decidere e da adulto penso che, su un totale di 100, la prevenzione debba avere la parte preponderante, almeno 60.

Prevenzione. La prevenzione ha due attori principali: lo Stato e la famiglia. Mentre la famiglia può attingere anche a sostrati socio – culturali che possono causare forme educative sbagliate o devianti, lo Stato ha il dovere di garantire azioni e quadri normativi destinati alla prevenzione, tramite la cultura del rispetto e della legalità. Azioni dedicate a tale scopo potrebbero essere l’attivazione di sostegni alla famiglie tramite corsi, destinati ai ragazzi, di educazione all’affettività, alla sessualità, alla solidarietà. Come si può subito notare, azioni del tutto inesistenti in Italia: anche quando, poi, questi vengono ipotizzati, si pensa subito di delegarli alla scuola la quale, comunque, dovebbe sentire il parere dei genitori. Sembra non esista ambito educativo al di fuori della scuola. Sembra che i professori possano o debbano essere esperti o competenti in ogni materia o disciplina.

Questo aspetto di competenza, invece, dovrebbe essere peculiare della classe politica; tuttavia, purtroppo, riscontriamo frequentemente incompetenza che, a volte, si accompagna a prese di posizione pubbliche imbarazzanti.

Pensiamo ai politici che hanno difeso le idee del generale Vannacci invocando la libertà d’espressione, ben sapendo che queste idee ledevano gli articoli 2 e 3 della Costituzione: o, forse, non sapendolo, fatto che sarebbe più grave. Così, mentre da noi alcuni esponenti partitici difendevano l’indifendibile, mentre da noi venivano assolti dei ragazzi dall’accusa di stupro in quanto – pur avendo ricevuto un rifiuto- avevano frainteso questo rifiuto, in Spagna veniva approvata una legge seria sulla violenza sessuale, simile a quella dei paesi Scandinavi, in cui viene considerato reato ogni atto che non viene esplicitamente approvato dal partner.

Questa è la strada ma, come detto, sembra manchi la competenza.

Del resto, quanti politici hanno attaccato Michela Murgia quando invocava uguale dignità e diritti per tutti, a prescindere dai loro orientamenti o inclinazioni? Ecco, se avessi sedici anni leggerei gli scritti di Michela Murgia: magari non sarei d’accordo su tutto, soprattutto sui modi del suo proporre le idee. Sarei, però, a esempio, incuriosito anche dalla sua modalità di essere cattolica, così divergente, nuova, non tanto distante, come potrebbe sembrare a prima vista, dalla modalità di papa Francesco e dei giovani della GMG di Lisbona.

La strada, dunque, è una sola: quella di ricreare una comunità educante, in cui ognuno si assuma le proprie responsabilità. Stato – con le sue propaggini della scuola, dei partiti, dei comuni, della magistratura – e famiglia- o famiglie – non più lasciata sola possono pensarsi solo insieme nella sfida educativa dei ragazzi. E a questi bisogna aggiungere lo sport e il volontariato. Serve uno sforzo improcrastinabile: lo dobbiamo a loro, al nostro futuro, i ragazzi che, nonostante tutto, sono capaci di gesti di eroismo, come quello di Anna Lorenzi che, a vent’anni, ha perso la vita per salvare il fratellino.

Dalla fortezza esclusiva del ‘Cala di Volpe’ a Orgosolo dipinta, da Mamoiada antica ad Arborea giovane, a Laconi ricca: reportage dalla Sardegna degli opposti, con guide e incontri mutevoli

di Daniele Madau

La tradizione del ‘viaggio in Sardegna’ , terra esotica e selvaggia a portata di mano, per un mito difficile da scalfire -addirittura ‘quasi un un continente’ – , è lunga e consolidata. Da Lawrence a Carlo Levi a Vittorini, in tanti hanno voluto vivere e descrivere, avventurarsi e raccontare questo mito che, come tutti i miti, vuole raccontare una verità. La verità è, per esempio, che al ‘Cala di Volpe’ di Porto Cervo, dopo pochi minuti in cui abbiamo studiato gli interni, io e Bachisio Bandinu – cantore critico della Costa Smeralda -siamo stati mandati via. La verità è, a esempio, la bellezza dell’incontro con persone che vogliono provare a recuperare una memoria che ha ancora moltissimo da svelare e insegnare, come Lena, la figlia di Peppino Marotto. La verità è…

Arborea, lo stagno S’ena arrubia
Laconi, il Museo dei Menhir
Laconi, il castello Aymerich, all’interno dell’omonimo parco
Mamoiada, il Museo delle maschere tradizionali
Scorcio di Orgosolo. Bachisio Bandinu ossserva il murale di Serafino Spiggia
Porto Cervo, la celebre piazzatta sulla spiaggia

La verità è che il viaggio, seppur minimo – come questo che racconterò – è lenitivo. Riscatta dal dolore, dalla quotidianità per forza asfittica, dalla solitudine che lasci nelle tue mura domestiche, augurandoti che al tuo ritorno non ci saranno più, o saranno più lievi o le affronterai meglio. La verità è che, quasi sempre, è così.

Viaggio minimo perché ristretto entro i confini della mia terra, la Sardegna: circa 1000 chilometri in auto; mezzo, forse, non pertinente per l’idea romantica dei viaggiatori, quelli che hanno teorizzato il ‘Viaggio in Italia’ ma che ha permesso di raggiungere in pochi giorni le tappe previste. Eppoi, la mia anima ecologista è sempre rassicurata dal fatto di avere un’autovettura a GPL , anche se si può fare di più: l’obiettivo, a medio termine, è l’elettrica. E, comunque, il pegno l’ho pagato: piccolo – oddio, non tanto piccolo, come ho scoperto dal perito assicurativo – incidente a Nuoro e due ore perse che sapevano tanti di inverno, città in cui vivi e che volevi momentaneamente dimenticare, burocrazia, ansia.

Viaggiare significa andare verso l’altro, farsi altro: di vacanza, di lavoro, di studio, per incontrare qualcuno, il viaggio, per essere tale, deve avere una caratteristica imprescindibile: modificare – come fa un sacramento che imprime, agisce sull’anima – la personalità che, nell’incontro con ciò che è altro, deve cambiare: cioè, arricchirsi.

Il viaggio è un sacramento: accompagna da sempre la vita dell’uomo. Dagli argonauti in poi. I grandi maestri hanno insegnato camminando, come Gesù e Socrate.

Se poi la meta è la tua terra, la finalità deve essere per forza diversa: come per la persona amata, il viaggio è conoscenza delle sfumature, delle bellezze, delle bruttezze e, alla fine, si conferma la scelta per la vita o si prendono in considerazione altre strade.

A questo punto, è chiaro un altro elemento essenziale: l’accompagnatore. Parte integrante del viaggio, del sacramento, dell’altro. Può essere anche te stesso.

Al chilometro 81 della 131 c’è il bivio per Arborea. Arborea è un nome di resistenza post-fascista – prima era Mussolinia di Sardegna – e, con la sua architettura veneta e padana, echeggia di sudori mischiati dal nord d’Italia alla nostra isola e coi suoi pini che lambiscono lo stagno ricco di sfumature di colori, ‘S’ena arrubia’, è un’immagine di rinascita pacificata, dagli acquitrini e dalla malaria. E’ un pezzo di un altro mondo che ora è un pezzo di Sardegna, silenzioso, quasi inosservato ma da osservare, che racconta di convivenza di cognomi veneti e di Campidano sardo, di una giovinezza d’esistenza, fondata nel 1928, che sembra conoscere la bellezza delle diversità.

Spostandosi longitudinalmente verso il centro della Sardegna, andiamo a Laconi, la perla del Sarcidano che è perla della Sardegna. Laconi significa ‘fossa d’acqua’ ma il paese è antitetico rispetto alla sua etimologia: si eleva verso il cielo come la montagna del Purgatorio, perché in cima ha il paradiso terrestre, di ombra, alberi rari, laghetti, cascate, silenzi, castelli medievali. Il parco Aymerich. Alle sue pendici, invece, il mistero della morte e degli inferi, inciso nei capovolti dei menhir del museo. Puntellato nei suoi lati panoramici e d’abissi da statue di Maria e S.Ignazio, Laconi è un mistero, perché la sua bellezza, la sua ricchezza di sfumature di cultura, non ha evitato lo spopolamento e l’invincibile desiderio di andar via, fuggire dalle sue meraviglie che non danno lavoro. Una dannazione che si irradia alla Sardegna tutta, bella di purezza da contemplare, morire di struggente nostalgia e di ricordi da lontano, da oltre il mare.

Il mare smeraldo, suggestione di lusso e ricchezze. La spiritualità di Laconi si trasfigura in cicatrici di vita mondana e l’immortalità serena della beatitudine celeste cede all’affannosa ricerca dell’immortalità del benessere terreno. Come il ritratto di Dorian Gray si carica delle bruttezze della vita del protagonista, così la Gallura si è caricata dell’illusione della perennità immobile del privilegio del turismo. Ricorrono i 60 anni dalla fondazione della Costa Smeralda, che è passata di padrone in padrone: Aga Khan, arabi, americani, russi. E spadroneggianti, come Marta Marzotto, Berlusconi, Lele Mora: più sardi dei sardi, secondo le loro standardizzate definizioni. Mi accompagna un Virgilio, Bachisio Bandinu, la cui opera di studio critico su questo angolo artificiale è stata letteralmente bandita. Si muove a suo agio, con la placidità e la leggerezza dell’esperienza e del pensiero acuto. La piazzetta è immobile sotto un qualuque sole di luglio, poco frequentata, circondata da archi e scale, negozi e colori pastello di un anonimo mediterraneo, che potrebbe avere casa dalla Grecia all’Andalusia. Si potrebbe pensare a una ‘Creuza de mä’ architettonica, ma la prospettiva di De André era di unire attraverso una lingua mediterranea, non di escludere attraverso l’esclusività. La spersonalizzazione è il danno e l’offesa più grande che si potrebbe arrecare a un popolo perennamente in cerca d’identità, come i sardi: e così stiamo ancora chiedendoci, mentre ci è stata rubata l’anima, se l’operazione Costa Smeralda sia stata positiva o negativa. Leggo cosa ha scritto sull’ ‘Unione Sarda’ Giorgio Fresu in questi giorni, consigliere comunale di Posada: ‘Ora l’Aga Khan non c’è più. E’ stato lasciato andar via nell’indifferenza generale, senza pensare che con lui la Sardegna avrebbe sicuramente goduto di altri territori di pregio, in totale ossequio alla tanto amata e declamata sostenibilità’. Mi fa riflettere, eppure avverto come qualcosa che non mi convince, come quel fascino da canto di sirene che avverto a fianco alla chiesa ‘Stella Maris’, davanti allo ‘Yatch Club’. E così mi turo le orecchie, che riapro al suono dei vecchi nomi galluresi: ‘Liscia di vacca’, il cui significato, ‘merda di vacca’, tradisce l’origine dai pascoli e risuona come un riso sardonico di sbeffeggio alla bella vita notturna, di Di Caprio e Mbappé.Il gallurese è solare, liquido, rotondo, poetico. Bellissimo.Al ‘Cala di volpe’ Bachisio mi intima di non dire o chiedere nulla, far finta di niente e di entrare e girare per la ‘hall’; ma io non riesco, l’educazione è più forte della curiosità e, all’accoglienza, chiedo il permesso di dare uno sguardo. Ci viene accordato ma, poco dopo aver ritrovato la stessa – a questo punto banale anche se cuelliana (gli interni sono stati pensati da Cuelle) – architettura e disposizione della piazzetta e aver varcato la soglia della terrezza a mare, prima uno dei tre vigilantes armati, poi una responsabile ci invitano ad andar via, parole sue, ‘per non inquietare i clienti’.

Un’altra porta, invece, si apre, a Orgosolo. Quella di Lena Marotto, figlia di Peppino, ucciso 15 anni fa, in pieno giorno, senza colpevoli. Poeta, sindacalista, saggio. Mito per Elio e Tonino Cau dei Tenores di Neoneli, con cui ne ho parlato.Con lei proviamo a recuperare la sua memoria, con fatica e delicatezza, perché nessuno vuole parlare troppo e tutti vogliamo lasciare un silenzio di rispetto e pudore che non è, però, d’omertà. Ci lasciamo con la promessa di recuperare alcune sue carte inedite e aiutare, così, Orgosolo a risollevarsi. In effetti, è già in piedi, piena di turisti come Porto Cervo era, invece, vuota. Turisti colorati tra le mura colorate che danno sulla valle. E se a Porto Cervo vinceva l’inazione e l’inanità, qui, all’opposto, c’è ancora il sentore della rivoluzione pacifica di Pratobello e, come davanti alle tombe dei grandi per un romantico, davanti alle scritte senti il coraggio crescere e farsi forte. Come davanti al murale di Serafino Spiggia, dal profilo di roccia, prima sconosciuto ora conosciuto, nuovo, aedo di questo paese d’arte e dolore. Grande è stata la sua amicizia con Bachisio Bandinu, che, inaspettatamente, se lo ritrova davanti, trasfigurato.

Mamoiada è a due passi e Bachisio insiste per entrare al ‘Museo delle maschere mediterranee’: mi lascio convincere, anche se l’avevo già visitato. Paga i biglietti e saliamo al primo piano, dove si vive il primo momento: la visione di un filmato sul significato e l’origine dei Mamuthones. Scopro che la voce narrante, e i testi, sono i suoi ed bello avere questo privilegio di ascoltarli insieme. Mentre esce, lo fermano e gli chiedono una foto alcune ragazze della cooperativa che gestisce il museo: e qui, forse, la dannazione della Sardegna sembra arretrare e Mamoiada antica, ancestrale, mascherata, divinizzata sembra avere un futuro, tra il patriarca Bachisio e le giovani studiose.Torniamo a Cagliari col il segno dell’incidente sulla portiera sinistra: un altro segno visibile – filo diretto del racconto, quello dei segni impressi -della precarietà dell’andare, dell’anima che si fa cammino, senza pace se non quella a cui aspirare. Sarebbe stato meglio una vacanza normale, seduto davanti al mare a leggere e a rinfrescarmi ogni tanto i piedi? Non so: arriverà anche quella, ma solo dopo aver concluso un altro cammino.

Paolo Borsellino (19 gennaio 1940 – 19 luglio 1992)

di Marco Marini

Marco Marini, autore che spesso ci guida in riflessioni ricche di spunti e dati, in occasione dell’anniversario di via D’Amelio, ricorda la bellissima figura e alcune parole di Paolo Borselllino, vittima di uno dei tanti misteri d’Italia.

Il giornalismo di stile anglosassone ci spiega che per scrivere un articolo o esprimere un concetto, ci si affida alle 5 W (che tradotto in italiano rappresentano le domande Chi?, Dove?, Come?, Quando?, Perché?). Si tenta di “spiegare” o raccontare un fatto, un fenomeno, rispondendo a queste cinque domande. Spesso però qualcuna di queste rimane senza risposta. Perlomeno a gente comune come noi, a coloro che non sono addentro a certi meccanismi che solo gli addetti ai lavori conoscono. Questo a maggior ragione, si può affermare per quanto riguarda la storia del nostro Paese. Non è questo il momento e la sede per raccontare le “stranezze” di questa Italia, ricca di bellezze uniche al mondo, ma altrettanto avvolta in molti misteri. Dalle stragi politiche ai vari scandali che iniziarono già alla fine del 19° secolo, appena creato lo Stato Unitario, questa nazione è stata ed è tuttora alla ricerca di verità. Ripeto non tutte le domande che ci si pone ottengono risposta. Questo è un Paese che ricorda, celebra e, mi si permetta, riempie di parole retoriche tutte le celebrazioni. Si rischia quindi di mitizzare ogni aspetto della storia umana. Questo porta ad allontanarsi con un senso di fastidio o peggio noia, dai vari ragionamenti sui vari fatti della nostra Storia.

Domani, 19 luglio 2023, ricorre il 31° anniversario della Strage di Via Amelio a Palermo, in cui perse la vita Il Giudice Paolo Emanuele Borsellino e i cinque membri della scorta, tra i quali ricordiamo la nostra Emanuela Loi, prima donna a far parte di una scorta e prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio. Rileggiamo le note e gli articoli che hanno riguardato quella ed altre stragi di quel periodo. La strage di Capaci con la morte del Giudice Falcone, l’attentato a Via dei Georgofili a Firenze con cinque vittime e tutte le violenze che la mafia pose in essere per costringere questo Stato a scendere a patti. Ricordiamo che nel 1998 la Procura di Firenze aprì l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Cosa possiamo dire di questi personaggi, queste vittime, questi servitori dello Stato, senza cadere nella stucchevole retorica ? Innanzitutto che furono abbandonati dalle Istituzioni in cui credevano, portando avanti il loro lavoro nonostante sapessero di essere degli obiettivi delle stragi mafiose:

«Guardi, io ricordo ciò che mi disse Ninni Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985, credo.
Mi disse: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”.»

(Paolo Borsellino, intervista rilasciata a Lamberto Sposini il 24 giugno 1992)

Ed

«Il vero obiettivo del CSM era eliminare al più presto Giovanni Falcone»

(Durante il Convegno de La Rete del 25 giugno 1992)

«Quando Giovanni Falcone solo, per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il Consiglio superiore della magistratura, con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il CSM ci fece questo regalo. Gli preferì Antonino Meli.»

(Durante il Convegno de La Rete del 25 giugno 1992)

Ventiquattro giorni dopo, avrebbe seguito la stessa sorte del suo collega ed amico Giovanni Falcone.

Una considerazione personale, se questo Stato è sceso a patti con l’organizzazione mafiosa si può considerare uno Stato forte? Ho i miei dubbi. L’infiltrazione della criminalità organizzata sia nell’economica che nella politica è cosa risaputa ed è comune a tutte le latitudini di questo mondo. Nulla di stano quindi.

Ma sembra che da noi sia più evidente che da altre parti. Qualche anno fa incontrai a Elmas il fratello minore del Giudice Borsellino, Salvatore, ingegnere. Ci raccontò quanto il Giudice fosse contrariato dal fatto che Salvatore avesse lasciato la Sicilia.  Affermava che la battaglia contro la criminalità andava affrontata in loco, se non per altro almeno per l’amore verso la propria terra. Salvatore è stato il promotore del cosiddetto “Movimento delle Agende Rosse”: Il nome fa riferimento all’agenda di Paolo Borsellino, sparita dopo la strage di via D’Amelio. In quell’agenda Borsellino scriveva appunti personali, supposizioni e dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Gaspare Mutolo. L’agenda sparì dalla borsa di cuoio del magistrato che era sul sedile posteriore dell’auto su cui viaggiava il giudice Borsellino. Esistono prove fotografiche e video di un carabiniere, Giovanni Arcangioli, con in mano la borsa. Nei confronti del carabiniere fu istruito un processo per favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra e per la sottrazione dell’agenda, ma non si è arrivati alla fase dibattimentale. Il capitano ha fornito versioni diverse in diversi interrogatori: in un primo momento disse di aver dato quella borsa all’ex Magistrato Giuseppe Ayala, poi di aver dato la borsa a un ufficiale di servizio e infine di averla riportata all’interno della vettura ancora in fiamme, dove fu poi ritrovata la borsa. I collaboratori e i familiari di Paolo Borsellino confermano che il Magistrato non si separava mai dall’agenda, soprattutto dopo la morte di Giovanni Falcone. La moglie del Magistrato ha confermato che il 19 luglio 1992 nella borsa era stata messa anche l’agenda rossa.

Flussi e riflussi della Storia: ricordiamo la sparizione dei documenti sottratti a Mussolini dopo la cattura a Dongo, dove si parlava del carteggio epistolare tenuto con Churchill e dei soldi rubati alla Banca d’Italia. Come dei documenti di Aldo Moro spariti dopo il rapimento in Via Fani a Roma. In tutte queste vicende compaiono quasi sempre gli stessi personaggi che l’Italia ha sempre incontrato. Potenze straniere (Gran Bretagna, per esempio, così come Stati Uniti e Israele), la mafia, i servizi segreti, più o meno deviati, che invece di essere fedeli allo Stato hanno favorito progetti di questa o quella parte non solo politica. E non dimentichiamo quella parte della massoneria deviata (?) denominata Propaganda 2 (P2) che grazie al fascista Licio Gelli, suo vanto, legò gli interessi politici e mafiosi fino al coinvolgimento dello I.O.R (Istituto Opere Religiose) gestito dall’Arcivescovo Paul Marcinkus, e le morti di Sindona e Calvi ed altre a loro legati.

Ci domandiamo se in un paese del genere non sia più facile girare la faccia dall’altra parte e arrendersi di fronte a queste manifestazioni di potere. In una canzone, Fumetto, Lucio Dalla diceva “… che mondo sarà se ha bisogno di chiamare superman….” Ma Paolo Borsellino ha “risposto”:

«Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte. Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria cui essa appartiene. […] Per lui la lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti specialmente le giovani generazioni […], le più adatte a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone […] quando in un breve periodo d’entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse: “La gente fa il tifo per noi”»

(Paolo Borsellino, intervento a Casa Professa, 25 giugno 1992)

La vergogna delle parole sul corpo delle ragazze

di Daniele Madau

La vergogna delle parole della seconda carica dello Stato, della Ministra della Famiglia, del giornalista Facci

Sappiamo bene la crisi che vive il mondo degli adulti, che va oltre ogni normale e generica incomprensione generazionale: gli adulti di oggi non sembrano aver più l’autorevolezza e la capacità di porsi come tali davanti ai ragazzi, che ne subiscono le conseguenze, con smarrimenti, sbandamenti, disorientamenti, dovuti alla mancanza di punti di riferimento. Tutta la società ne è interessata e l’effetto più evidente e conseguente è quello del crollo delle nascite, come a risolvere alla radice il problema, nella maniera più semplice.

Quanto scritto del mondo adulto si scontra con una delle tematiche più a cuore ai ragazzi, quelle di genere, che richiedono uno degli atteggiamenti più naturali, propri del mondo adulto stesso e, perciò, più che mai necessari: la delicatezza nel trattare aspetti che riguardano la violenza di genere, nel pesare le parole, nel mostrare nella proposizione delle proprie opinioni e dei propri comportamenti il rispetto, la necessaria profondità di riflessione, l’idea di accoglienza di chi sembra aver subito la violenza. Violenza: parliamo di qualcosa che può devastare una vita, segnarla per sempre nella percezione di sè e nella propria apertura al mondo, nella fiducia verso le persone.

Ebbene, davanti a queste situazioni abbiamo reazioni dal mondo politico pericolosamente superficiali, spiazzanti, fuori luogo e tempo, rivelatrici di pregiudizi annidati nel proprio modo di pensare – e quindi di vivere l’attività politica -, semi di futura altra violenza, magari più strisciante ma non meno pericolosa. Reazioni vergognose, indegne, talmente imbarazzanti da lasciare senza parole, afoni.

E allora le parole, una nostra facoltà da curare, pesare, educare, dobbiamo farle sentire per avere, noi, un po’ di dignità e ribellarci: per quanto ci è possibile, per i ragazzi. In questo caso, per le ragazze.

E’ facile usarle, quelle parole, quando tutto è generico, impalpabile, distante: la ministra Rocella le ha sempre riferite a un mondo ideale di famiglia perfetta, in cui tutto scorre su binari dritti e immutabili di ruoli tradizionali, precostituiti – e perciò non umani se non disumani – in cui la ragazza e la donna erano considerate, di fatto, inferiori, rispetto al maschio. Al figlio maschio. ‘Non commento le parole di un padre’, ha commentato, riferendosi a Ignazio La Russa e alla presunta violenza perpetrata da suo figlio nei confronti di una 22enne. Non commenta quando dovrebbe commentare, andare oltre l’appartenenza politica e respirare l’aria pura del pensiero ben orientato, elevandosi oltre la puzza delle parole di parte.

‘Ha denunciato dopo 40 giorni e aveva assunto cocaina’, ha commentato lui, il padre, Ignazio Benito La Russa, lasciando intendere, oltre alla palese ignoranza su aspetti giuridici, la colpa e la colpevolezza della ragazza. Ecco il più solare disimpegno, la più squalificante rinuncia all’educazione verso il suo stesso figlio e la più perfetta manifestazione del proprio animo e del proprio pensiero. Tutto questo in un silenzio della Presidente del Consiglio volontariamente connivente.

Questa è la politica di oggi, nella sua immaturità, ignoranza e, di più, sottile violenza nell’omertà e nel perpetrare i più pericolosi pregiudizi.

Concludo con Facci, in un climax di – mi scuso per l’espressione – sgomento disgusto. Mi scuso anche perché riporterò le sue parole ma lo devo alla ragazza, presunta vittima, e a tutte le altre, affinché leggerle faccia emergere la voglia di ribellione: “Una ragazza di 22 anni era indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fatta anche da Leonardo Apache La Russa”, ha scritto in quel giornale di stile, di giornalismo esemplare ed equità che conosciamo, Libero.

Lasciamo risuonare queste parole nel silenzio dell’assenza di commento che, contemporaneamente, le amplifica e le lascia cadere nell’oblio che merita la sensibilità di chi le ha scritte, nell’abisso della cosidetta cultura di destra che, mentre si vuole legittimare, tradisce i valori a cui si vorrebbe ancorare. Eppure aspettiamo ancora, e vogliamo, una destra moderna, sociale, attenta ai diritti, capace di valorizzare il patrimonio italiano, come vorrebbe.

‘Non ripeterei più quelle parole’ ha commentato, poi, Facci. Il solito stile vigliacco di chi fa finta di aver agito contro se stesso. Non basta. Non basta più. Vergogna.

La sinistra davanti alle nuove sfide: la necessità di un nuovo umanesimo. Incontro con la deputata Paola De Micheli

di Daniele Madau

Paola De Micheli è eletta per la prima volta alla Camera nel 2008. Nel 2014 viene nominata Sottosegretaria all’Economia. Nel 2019 diventa vicesegretaria del Partito Democratico. Lascia l’incarico quando viene eletta – la prima volta per una donna -Ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti nel governo Conte II. Nel 2023 partecipa alle primarie come candidata segretaria del PD. Con lei abbiamo spaziato dalle nuove sfide a livello globale, a cui la sinistra deve andare incontro, alla più stretta attualità italiana.

Onorevole De Micheli, lei è una delle esponenti più importanti, con maggior storia politica e istituzionale, all’interno del Partito Democratico. Su cosa si sta concentrando la sua attività politica in questo periodo?

Sto seguendo dei dossier riguardanti i principali settori d’intervento politico, cercando di dare un contributo di analisi e approfondimento: sanità, politiche migratorie, attività produttive e politiche industriali. In riferimento a quest’ultimo settore, sto lavorando a dossier sulla transizione ecologica e sul rapporto tra gli aspetti produttivi e l’ecologia. Tutti noi sappiamo bene quanto sia rilevante la questione ambientale e necessaria la transizione ecologica ma, questo inevitabile processo, non dovrà danneggiare, sia in termini ecologici sia in termini di posti di lavoro, i lavoratori e le imprese: noi dobbiamo essere al loro fianco. La mia ispirazione è sempre il concetto di umanesimo, che vede l’uomo e le donne, e loro necessità, al centro di tutto.

E l’attività politica della sua segretaria, Elly Schlein, come la giudica?

Io noto una progressiva scomparsa dell’ ‘effetto speranza’, che si era creato con la sua elezione. Ciò credo che sia dovuto a questioni sia oggettive che soggetive. Quelle oggettive riguardano un affaticamento generalizzzato delle sinistre europee, causato anche da politiche, oggettivamente – appunto – errate, come la gestione non solidale dei flussi migratori. Al livello nazionale, poi, si respira un po’ di sfiducia legata anche alla poca chiarezza e alla volubilità delle alleanze, cosicchè si notano ritardi nell’azione di opposizione. Opposizione che, tuttavia, si sta unendo di fronte alla lotta sul salario minimo. Quelle soggettive riguardano l’isolamento della segretaria, che non ha valorizzato il pluralismo e non si è ancora impegnata in un lavoro di profilazione di una sinistra sociale. Ci sarebbe necessità, infatti, di un nuovo profilo culturale della sinistra, in grado di parlare a nuovi elettori, che vadano oltre il nostro bacino usuale, quello dei centri storici delle città.

Ripartiamo da qui, dalla nuova profilazione della sinistra: salario minimo e che altro? Possiamo anche spaziare a livello europeo e mondiale, date le importanti scadenze elettorali del 2024 del rinnovo del parlamento europeo e delle elezioni americane.

La sinistra deve assumere nuovamente posizioni di responsabilità rispetto ai ceti e alle categorie svantaggiate: una sinistra del lavoro, sociale, cattolica, riformista, in Italia e in Europa: come, a esempio, quella tedesca. Questa sinistra, ripartendo dai bisogni delle persone, deve ribaltare l’attuale gerarchia, che la vede subalterna alla finanziarizzazione dell’Occidente. Tutto questo senza aver paura di essere considerati dei conservatori. La sinistra, infatti, davanti alle impegnative sfide dell’Intelligenza Artificiale e della transizione ambientale, deve essere in grado di governare il necessario processo di trasformazione e convertirlo in momento di crescita che tuteli, e sappia tramutare, il lavoro delle persone. Queste stesse persone che ora hanno paura di perderlo, il lavoro. Questo vuol dire per me ‘nuovo umanesimo’. Nuovo umanesimo che, per continuare ad avere uno sguardo globale riferito all’aspetto più urgente nel panorama internazionale, non può abbandonare e non può non sostenere a tutti i livelli un popolo aggredito ma che, contemporaneamente, deve necessariamente trovare strade che portino alla pace. Questa sinistra deve avere maggiore chiarezza nell’attività di pace: attività che, forse, è stata trascurata.

Restringendo nuovamente il campo e tornando alla, forse, angusta realtà italiana, vorrei una sua considerazione sulle ultime due puntate di ‘Report’ . Due settimane fa è stato mandato in onda il servizio sulle attività imprenditoriali di Daniela Santanchè, di cui la ministra dovrà riferire in aula: anche come imprenditrice, qual è la sua posizione? L’ultima puntata, invece, è tornata sul crollo del ponte Morandi e sulle decisioni dei governi che si sono succeduti nei confronti di ‘Aspi – Autostrade per l’Italia’. Dalla ricostruzione che ha fatto la trasmissione di Ranucci, sembra che Toninelli volesse revocare la concessione alla famiglia Benetton e che, invece, Draghi e il suo governo, dove lei era Ministra delle Infrastrutture, non abbiano avuto la stessa volontà; permettendo, così, una soluzione negoziata in fin dei conti favorevole a coloro che sono stati responsabili del disastro.

La ministra Santanchè deve assolutamente riferire in Parlamento e non rimandare i chiarimenti. Se le accuse venissero confermate, sarebbero di notevole gravità. Questa gravità è legata ai rapporti con i lavoratori e con i fornitori. Io cerco, comunque, di restare garantista e aspetto prove documentali. Preciso che questa mia posizione garantista è maturata anche in seguito ad attacchi che, di fronte ad accuse poi rivelatesi infondate sulla mia attività imprenditoriale, ho ricevuto dalla stampa riconducibile a posizioni di destra.

Per quanto riguarda la vicenda della concessione ad Aspi, bisogna risalire alla tipologia della concessione stessa, promossa da Romano Prodi e confermata da Silvio Berlusconi. In caso di revoca, anche per grave inadempienza, era previsto un risarcimento di 25 miliardi, che sarebbero ricaduti su tutti gli italiani. Noi, comunque, avendo ereditato una decisione, scrivemmo comunque il decreto di revoca. Continuavamo, però, chiaramente, a monitare la situazione riguardante la situazione delle infrastrutture. Sul mio tavolo arrivavano relazioni allarmanti riguardanti lo stato dei ponti, delle strade e delle gallerie: soprattutto, a causa della sua conformazione, della Liguria. Abbiamo, così, deciso di intervenire immediatamente con una soluzione negoziata che, facendo risparmiare 25 miliardi, avrebbe riportato Aspi, in parte, sotto il controllo pubblico, permettendo quei lavori non più rimandabili. La società che, ora, ha la maggioranza delle quote di Aspi è Cassa Depositi e Prestiti che, ricordo, non ha un bilancio pubblico ma gestisce i fondi privatistici del risparmio postale.Ho preso questa decisione e ne sono fiera, soprattutto pensando alle vittime di quelle mancate manutezioni. In ultimo voglio ricordare come io, al contrario dell’ex ministro Toninelli, non abbia mai incontrato Giovanni Castelluci.

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