Lettera agli italiani su Silvio Berlusconi. E non solo

di Daniele Madau

Figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica… e per una strana alchimia, il paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore” (Veronica Lario, aprile 2009)

“Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare” (Paolo Borsellino)

Cagliari, 20/06/2023

Vi scrivo, italiani, perché quello a cui ho assistito nei giorni scorsi – i giorni successivi alla morte di Silvio Berlusconi – dice molto di noi italiani. Ho aspettato a farlo, perché, fortunatamente, la morte è ancora un tabù – forse l’unico ancora rispettato – che pretende silenzio, rispetto, riflessione su chiunque. E, mentre aspettavo, cercavo la modalità migliore per scrivere su Berlusconi, una persona che ho molto avversato; ho scelto la lettera, col suo bagaglio di tradizione millenaria: forse la tipologia di testo che più può lasciar trasparire l’accoratezza nello scrivervi queste righe.

Ho deciso di farlo perché credo che lui ci debba molto. Non noi, italiani, a lui ma lui a noi. Ricordiamo alcune espressioni del celebre discorso della ‘discesa in campo’? ‘L’Italia è il Paese che amo: qui ho le mie radici, qui il mio futuro’ . Non posso sapere quanto fosse sincero ma, di sicuro, l’Italia gli ha permesso di realizzare tutti i suoi desideri, e non è poco: è ciò che tutti noi desideriamo per la nostra vita.

Innanzitutto, ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza nel secondo dopoguerra, gli anni in cui l’Italia era, forse, il Paese più dinamico d’Europa: una vera terra di speranza e di futuro che, nel 1960, ha avuto il suo anno d’oro, rimasto nell’immaginario collettivo come un paradiso raggiunto e poi perduto, quasi teatralmente messo in scena nelle Olimpiadi di Roma dello stesso anno. Tutta la sua generazione ha potuto beneficiare di quel momento di resurrezione in cui si poteva, non dico sognare, ma avere un’aspirazione legittima sulla propria vita: aspirazione semplice, di felicità, di benessere, di realizzazione.

L’onda lunga di quel periodo, in cui è nata anche la moderna imprenditoria edile, gli ha permesso di creare il suo primo impero, quello edilizio appunto, e il primo nucleo della sua fortuna economica. In Lombardia, col suo attivismo a volte un po’ cieco e irrazionale, tutto volto alla produttività e al benessere economico, che ha prestato il fianco alla speculazione ediliza e alla cementificazione, come magistralmente cantato da Adriano Celentano. Lui ha dovuto tanto alla Lombardia, quindi, non la Lombardia a lui.

E Milano, che si avviava a diventare il luogo in cui elaborare e sperimentare il concetto di lavoro come autorealizzazione per il divertimento d’elite, a discapito di tutto e tutti, gli ha permesso incontrare una classe politica pronta a usare quella sua nuova ricchezza: la classe politica di Craxi e Pillitteri, in un’idea di socialismo che si sposava pienamente col concetto di aspirazione a godere dei frutti del proprio lavoro, a discapito di tutto e di tutti. Quella classe politica gli ha permesso, spudoratamente e già ad personam, di accrescere la sua originaria, piccola e regionale, impresa televisiva che, poi, è diventata un impero transnazionale. Da lì la ricchezza smisurata che ha gli ha permesso di continuare a relizzare i suoi desideri, come l’arrivare in elicottero per incontrare la sua nuova squadra di calcio, il Milan che, con lui, vincerà tutto. Quindi Berlusconi ha dovuto a Milano almento quanto Milano ha dovuto a lui, niente di meno.

Il sistema politico e governativo italiano, poi, col suo garantismo, con la sua moderna democrazia e con, purtroppo, la sua mancanza di alcune leggi che lo autotutelino, gli ha permesso di formare un partito, vincere tre volte le elezioni e, con la maggioranza conquistata, guidare il Parlamento fino a farlo esprimere nella vicenda Karima: per il Parlamento stesso lei era la nipote di Mubarak. Sinceramente, credo che in un Paese con altre caratteristiche, tutto questo non sarebbe potuto accadere. Tecnicamente, poi, durante i suoi trent’anni di attività politica, Berlusconi non era più in carica al timone delle sue imprese. Gli stipendi mensili alle sue prescelte, i soldi con cui ha pagato i senatori Scilipoti e De Gregorio («Tra il 2006 e il 2008 Berlusconi mi pagò quasi 3 milioni di euro per passare con Forza Italia», disse quest’ultimo) e con cui pagò tutti suoi processi, compreso quello, ancora in essere prima della sua morte, come mandante occulto per le stragi di mafia – della quale si è avvalso, invece di farsi difendere dallo Stato, per la sua protezione personale sin dai primi anni imprenditoriali – sono quindi derivati, almeno in parte, dalle nostre tasse. Berlusconi ha dovuto tanto all’Italia e non l’Italia a lui.

La mia terra, poi, la Sardegna, gli ha permesso di acquistare e ampliare (i lavori di ampliamento erano tecnicamente ‘segreto di Stato’) un’abitazione meravigliosa, in uno dei luoghi più belli del mondo, in cui accogliere i grandi della terra e passare le sue estati. Non ho visto segni tangibili di riconoscimento alla Sardegna. Lui ha dovuto tanto alla Sardegna non la Sardegna a lui.

Sapete, sono un’insegnante. Ho vissuto l’inizio della mia carriera, il precariato, durante il suo ultimo governo: ho vissuto fino in fondi gli enormi danni dei suoi ministri, Tremonti e Gelmini, alla scuola. Ho sentito i suoi insulti verso di noi che insegnavamo il rispetto verso tutti, in nome del diritto a vivere serenamente il proprio orientamento sessuale. Ho sentito il suo governo parlare di merito- come oggi- e poi favorire le igieniste dentali, mentre i nostri ragazzi, il nostro futuro, emigravano, andando a contribuire al futuro di altre nazioni che, incredule, ringraziavano. Il deserto demografico di oggi ha origine anche da lì.

Questo è ciò che gli imputo maggiormente: essersi arricchito e aver conservato il potere a discapito del futuro, dei nostri ragazzi. Vecchioni parlava di ‘bastardo sempre al sole’ e faceva intendere che non sbagliava chi lo identificava con Berlusconi. Anche per lui, a vantaggio suo, potevamo chiamarci tutti noi, tutti noi italiani, ‘ancora amore’. Riascoltatela ‘Chiamami ancora amore’.

Perché l’Italia lo ha riempito d’amore, in maniera irrazionale, ingenua, pietosa, da poveri, a loro volta mendicanti d’amore. Basta rivedere i suoi funerali, con la folla acclamante fuori dal Duomo di Milano. La folla che, nel 2011, lo ha anche insultato, quando è caduto. Perché così sa fare. E noi dobbiamo essere popolo, non folla, e non lasciarci guidare né verso gli elogi spudorati né verso gli oltraggi, da connazionali di Manzoni (Lui folgorante in solio vide il mio genio e tacque quando, con vece assidua, cadde, risorse e giacque, di mille voci al sonito mista la sua non ha: vergin di servo encomio e di codardo oltraggio)

Alla fine la Costituzione ha retto, il nostro sistema creato dopo il referendum del 1946 ha retto, arrivando sino a una condanna di Berlusconi e anche, come è giusto, alla sua successiva riabilitazione.

Ed è proprio questo che dobbiamo sempre ricordare, tenere nel cuore e nella mente: noi, italiani, non dobbiamo adorare nessuno. Non dobbiamo avere paura, non dobbiamo cedere al culto della persona e alle scorciatoie che ci presenta ma solo credere nel rispetto e nel servizio alla Costituzione, anch’essa nata dalle nostre forze italiane, e quelle migliori.

Noi dobbiamo solo conoscerci, amare la cultura che rende liberi e che respiriamo dovunque, se decidiamo di uscire dalle bassezze che dobbiamo imputare a noi stessi. Ciò che noi possiamo vivere nelle nostre città è l’esito millenario di quanto Roma, nana sulle spalle del gigante della cultura greca, ha creato fondendosi con le realtà locali. Roma, disgregandosi, ha creato poi quel terrendo fertile su cui sono nati i regni romano-barbarici, e i comuni, e l’Umanesimo e il Rinascimento, e il ‘600 del Barocco e di Galileo, e il Neoclassicismo e il Romanticismo, che ha reso possibile il Risorgimento, l’Unità d’Italia. Sino alla Resistenza e al miracolo economico da cui siamo partiti.

Questo, e molto altro, siamo noi italiani. Di cosa abbiamo paura? Perché abbiamo dovuto sperare in un uomo solo al comando? O, meglio, sperare va bene ma perché continuare a credergli e osannarlo?

Certo, Silvio Berlusconi merita il rispetto che si deve a ogni uomo, come ci ha ricordato il cardinal Delpini, e come imprenditore ha, a sua volta, reso possibile il benessere di tante persone. Ma non, credo, più di altri imprenditori, che il contesto italiano che abbiamo descritto ha fatto sorgere e che, magari, hanno rispettato di più l’Italia.

Noi, infatti, abbiamo bisogno solo del nostro patrimonio umano, culturale, paesaggistico, giuridico. Ci crediamo? E ora di farlo, perché non capiti più di riconsegnare trent’anni della nostra storia, e il nostro futuro, a una sola persona. Dagli errori si impara, solo così tutto può avere un senso: anche da quelli, molto gravi, di non credere in noi, tanto da permettere tutto a chi non ci ha cambiato in meglio. Questo – cambiare in meglio qualcosa, come d citazione d’apertura – è possibile solo a chi ha un amore più grande, come quello di Paolo Borsellino, che ha dato la vita, senza neanche avere funerali di Stato.

Il miracolo di Ranieri è vera poesia

di Daniele Madau

A volte ci chiediamo che utilità abbia – se non quale sia il senso – del calcio o dello sport in generale. Si potrebbe azzardare ‘ l’utilità dell’inutile’, come il saggio di Nuccio Ordine, scomparso due giorni fa.

Soprattutto coloro che non seguono lo sport, che non sono tifosi di calcio, lo chiedono, con un po’ di arrogante curiosità, ai tifosi; e loro – che, comunque, sanno molto bene che si tratta di qualcosa di molto utile – quasi sempre, non sanno come rispondere.

Perché è difficile rispondere quando si tratta di emozioni, agonismo, complicità, spogliatoio, orgoglio, rispetto, poesia, fango, gioia, fatica, attesa, lacrime.

Tutto questo, e molto di più, è lo sport.

Lo sport, il calcio, come quotidianità dell’arte, come eroismo dei semplici e degli umili: di tutti noi. Come il sogno che si fa realtà in un campo. Come la vita che insegna ma, a volte, è incomprensibile. Come un goal al 93esimo che manda in serie A una squadra e in B un’altra. Un’altra che aveva appena colpito una traversa, che giocava davanti a 60000 tifosi, sotto la pioggia, e che aveva concluso il campionato piazzandosi meglio.

Ma sotto la pioggia c’erano anche 1200 sardi che hanno attraversato il mare, in un’epica del viaggio che, per forza, è da sempre la narrazione della Sardegna: così come quella dello straniero che arriva nell’isola e ne coglie meglio l’essenza e le potenzialità.

Questo straniero, questo romano, è un altro protagonista d’umiltà con la statura dell’eroe romantico. Dopo 30 anni è voluto tornare – dopo tanto pensare – nel luogo che l’aveva convinto sulla possibilità di realizzare grandi imprese: Cagliari. E’ voluto tornare per riconoscenza, mettendo in conto il fallimento. Questa è la base per compiere cose grandi: mettere in conto il fallimento ma credere, ciecamente, in quello che senti. Possono essere sentimenti di un ragazzo, lui l’ha fatto a 70 anni.

Ci può essere un insegnamento più grande, più plastico, più chiaro di questo, realizzatosi nei 110 metri di un campo da calcio? E quale esempio più efficace per un bambino, a cui spesso non sappiamo come raccontare come si cresce, perché la vita, la quotidianità, non ci fornisce le parole giuste? Per un bambino, e per tutti noi, adulti, che abbiamo visto entrare la bandiera, Pavoletti, al 90esimo ma, in fondo, non credevamo potesse segnare e riportarci in A, realizzare questo sogno di un’isola che sogna poco, abituata a soffrire e a non chiedere nulla.

Che sia un insegnamento: il Cagliari in serie A, in questo modo così bello e inatteso da togliere il fiato, è la bellezza della vita. Di qualsiasi vita, basta che abbia uno spazio per i sogni.

Maturità e immaturità

di Daniele Madau

Giugno è il mese della Maturità, intesa in vari modi che, con voli azzardati, presenterò per avere l’opportunità di affrontare molteplici tematiche. Il fine, in questo caso, giustifica il mezzo dei voli pindarici.

Innanzitutto è il mese della Maturità per eccellenza, l’esame di Stato che affronteranno i nostri ragazzi. Un esame di Stato riproposto – tranne che per poche e non essenziali varianti – con le caratteristiche pre-pandemia, a testimoniare una certa ritrovata normalità.

Ma la nostra situazione non è normale: il 2022 è stato l’anno con meno nascite dall’unità d’Italia, la scuola è minata dalle fondamenta, come il futuro stesso della nostra nazione.

Con una certa immaturità, il governo cerca di porre rimedio a questo dramma, di proporzioni enormi e di enorme complessità, non del tutto avvertite dalla società.

Forse è utile ricordare ciò che è stato proposto a riguardo: tassazione maggiore per le persone non sposate, pensione anticipata per le sole donne con figli, contributo statale per i matrimoni. Insieme a queste – dalla varia e decrescente estemporaneità se non incostituzionalità -sono state presentate altre ipotesi e proposte, più comprensibili e mature, che non raddrizzano, però, un’idea di fondo punitiva che si intravede – neanche troppo in controluce – verso coloro che, per scelta o no, non hanno e non avranno figli.

Con una certà immaturità, continuo a vedere una politica basata sull’apparenza e sulla retorica, quella del ‘made in Italy’ e dell’italianità dura e pura; della fiscalità con l’idea che le tasse siano solo una punizione e non un modo per contribuire, in maniera progressiva, al bene comune; della vista breve e miope sull’immediato e non sul futuro; del voler cambiare la narrazione della cultura e dell’informazione con una senso di vendetta rispetto a quanto narrato fin ora.

La maturità che è, ora, indispensabile è quella dell’elettorato, e della popolazione in generale, che dovrebbe riprendere in mano il proprio senso di dignità, di responsabilità sul proprio futuro e sulla vita della società, tornando a votare e, prima, a informarsi. Per poter, poi, richiedere la stessa maturità anche, e soprattutto, a chi ci governa.

I pensieri di Michela

di Daniele Madau

Ho esitato molto prima di scrivere queste poche righe, questo occhiolino, sulle parole di Michela Murgia nell’intervista rilasciata al ‘Corriere della Sera’.

La reazione più giusta, in tutto, sarebbe il silenzio, anche perché il tema centrale è quello della sua malattia e delle conseguenze di questa. Però, dato che lei ne ha parlato ho pensato che, con tutto il rispetto, si possa commentare.

E’ stata un’intervista molto particolare: sincera, tagliente, commovente, spiazzante, a volte quasi letteraria, come doveva essere. Senza tristezza. Forse disarmante.

Ammiro il fatto che l’abbia conclusa affermando che morirà antifascista: forse è uno dei sentimenti più grandi coi quali si può pensare ai nostri ultimi momenti.

E lo scrivo non potendo, in nulla, condividere gli stati d’animo che può avere ora Michela Murgia.

Ho condiviso meno il pensiero su Giorgia Meloni, pur essendo assai distante da lei politicamente.

Perché c’è qualcosa di più grande, in assoluto, anche dell’antifascismo: l’amore.

Io, come pensiero nei miei ultimi momenti, vorrei avere l’amore.

Io, però, e non ho nessun giudizio su quelli di Michela.

L’ammiro e rifletto sulle sue parole, sperando che quelle sui mesi di vita che le restano, risultino false.

La nostra Liberazione, da vivere insieme

di Daniele Madau

Il clima politico, alla vigilia del 25 aprile, non è sereno: è una caratteristica della storia sociale e politica italiana, anche se in questo periodo si può condividere con altre realtà del panorama internazionale, come la Francia.

I campi d’azione scelti dal governo in carica come prioritari per la sua iniziativa – è necessario dirlo – hanno contribuito a esesperare gli animi, insiema a certe dichiarazioni dei suoi esponenti politici e all’individuazione di alcuni argomenti forti eternamente, ormai, riproposti all’opinione pubblica come caratterizzanti.

Andando in disordine, tra disegni e decreti legge -proposti e approvati- si passa da Cutro, a quello sulla concorrenza, a quello sull’ecobonus, sui nuovi ‘docenti tutor’ nella scuola, sull’uso della lingua italiana nell’amministrazione pubblica, a quello sul reddito di cittadinanza, sull riconoscimento dei figli delle coppie omogenitoriali, alla tutela del ‘marchio italiano’.

Tutti interventi tanto caratterizzati ideologicamente -come, entro certi limiti, è giusto – quanto superficiali, poco strutturali e lungimiranti.

Come spesso accade, manca il disegno a lungo termine, l’idea di futuro e di società.

Il nostro dibattito politico si concentra sul destino della coppia Renzi-Calenda e sulle vignette satiriche: sgradevoli, non condivisibili ma, pur sempre, vignette.

Su parole di disarmante non senso, come ‘sostituzione etnica’ e ‘made in Italy’.

Prevale il riflesso pavloviano dell’attaccare l’opposizione e i precedenti governi rispetto ai valori, alle idee e al coraggio di metterle in gioco.

Tutto questo mentre, dal giorno dell’insediamento del Parlamento, si è giocato con il 25 aprile, attendendo al varco onorevoli, ministri, il Presidente del Senato, con la collaborazione di tutti, esponenti dell’opposizione, giornalisti, opinionisti.

Il 25 aprile èstato, in primis, il giorno in cui la popolazione italiana si è sollevata e si è liberata da un’occupazione. Anche se può sembrare azzardato, per un momento, lasciamo da parte fascismo e antifascismo: dapprima, infatti, dobbiamo considerare il fatto di essere stati oppressi, soggetti al volere degli oppressori sulla nostra vita e sulla nostra morte e, quindi, schiavi.

Su questo ci si dovrebbe trovare tutti uniti, sul concetto fondante di ogni vita umana: la libertà.

Ognuno, poi, lo vivrà, anche politicamente, secondo le proprie inclinazioni.

I partiti di centro-destra hanno, come concetti cardine, il liberismo e il liberalismo: perché, quindi, non promuovere, senza riserve né indugi, la Festa della Liberazione?

Uniti, con le proprie bandiere, di ogni partito costituzionalmente possibile, magari davanti al Quirinale, simbolo della Repubblica, dell’unità sopra ogni divisione, dell’interesse di tutti senza particolarismi, della Nazione, dell’Italia, del valore dell’europeismo. Questo desidererei per i rappresentanti politici, in quanto nostri rappresentanti.

Magari con la Costituzione in mano, che non avrà il termine antifascismo al suo interno ma che, anche solo cronologicamente, viene dopo il fascismo e incarna il valore di libertà e liberazione.

La Festa della Liberazione: la festa di ognuno di noi, contro la nostra paura, da vivere insieme, per gustarne il vero senso e valore.

La Riflessione Politica incontra il deputato di Fratelli d’Italia Lorenzo Malagola

di Daniele Madau

Lorenzo Malagola è parlamentare, e segretario della Commissione lavoro, di Fratelli d’Italia. Ha ricoperto l’incarico di segretario generale della Fondazione De Gasperi. È stato, inoltre, capo della segreteria tecnica del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, del Vice Presidente del Consiglio dei Ministri ed è stato Consigliere del Ministro dell’Interno. Con lui, membro del partito di maggioranza dell’ attuale Parlamento, portiamo avanti la nostra riflessione sull’attualità politica.


Onorevole la sua formazione e la sua posizione politica sembrano essere connotate da una visione improntata alla fede: è credente?

Sì sono credente; cerco di testimoniare la mia fede nell’impegno politico, secondo anche l’esempio di Alcide De Gasperi. Cerco di avere una visione di fede che abbia al centro la persona e che si concretizzi nel servizio secondo, appunto, la centralità dell’uomo.

Da poco la sua segretaria, e Presidente del Consiglio, presentando l’ultimo libro di Antonio Spadaro, ha rinnovato la sua stima e ammirazione nei confronti di Papa Francesco: quale è il suo giudizio su Papa Bergoglio dopo 10 anni di pontificato?

Il mio giudizio non può che essere positivo, essendo stato papa Francesco una guida e un maestro soprattutto nell’indicare le periferie esistenziali come ambito privilegiato di evangelizzazione

L’ attualità ci interpella e ora le devo porre una serie di riflessioni, ben sapendo che ognuna meriterebbe tanto tempo. Quale è la sua posizione sulla guerra in Ucraina, sul dramma di Cutro e sul dramma migratorio in generale, sulla riforma fiscale in lavorazione, sui diritti di genere e sul riconoscimento dei bambini di coppie omogenitoriali, sulla scuola e sulla sanità pubblica e sul reddito di cittadinanza?

Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, noi sosteniamo convintamente i diritti del popolo ucraino come anche i testimoniano i risultati dei voti in Parlamento, a esempio, sull’invio delle armi. Tuttavia riteniamo che la Russia non debba essere umiliata e debba essere sempre un’ interlocutrice per poter arrivare finalmente alla pace. Quello che è successo a Cutro è un dramma e non si deve ripetere. Nel particolare sappiamo che lo Stato italiano si è comportato correttamente e non si possono riscontrare mancanze nei soccorsi. Ciò che è necessario è che manchino le condizioni che affinché ci sia la necessità di partire dagli Stati del Nord Africa, portando degli aiuti significativi in quei territori: anche su questo è esemplare il magistero di Papa Francesco. Ritengo sia necessario avviare un lavoro di cooperazione che coinvolga tutto il Mediterraneo e le istituzioni europee. Per quanto riguarda la riforma fiscale e il reddito di cittadinanza, ritengo che vada salvaguardato e valorizzato il lavoro, intorno al quale si costruisce il concetto di dignità umana. In riferimento al riconoscimento di bambini di coppie omogenitoriali, il vero problema riguarda il cosiddetto, con un’espressione brutale, ‘utero in affitto’, pratica che va assolutamente condannata e che lede la dignità umana, concetto che già più volte abbiamo abbiamo ricordato in questa intervista come fondamento di ogni azione legislativa. Per quanto riguarda la scuola e la sanità pubblica, io credo nel principio di sussidiarietà, in base al quale ciò che è privato concorre nei servizi essenziali con lo Stato: a volte, anzi, riesce ad arrivare prima dello Stato e perciò va sostenuto, riconoscendone l’estrema importanza

La sua storia sembra parlare di obiettivi raggiunti attraverso lo studio, la formazione politica fin dalla gioventù e l’impegno: come considera la vita da parlamentare? Un privilegio? Qual è la sua posizione nei confronti di un limite ai man dati parlamentari? Sarebbe più semplice così viverli come servizio: è d’accordo?

Essere parlamentare è un privilegio che vivo come servizio nei confronti di tutti gli italiani, essendo in Parlamento per loro, come loro rappresentante. Non sono, tuttavia, d’accordo sul limite dei mandati: sarebbe una scorciatoia e si lederebbe la volontà popolare. Ritengo necessaria, invece, una formazione politica che garantisca la professionalità dei parlamentari.

Come possono l’impresa, l’ imprenditoria e il mercato tutelare, anzi, avere come fratelli prediletti i poveri e gli ultimi, come i migranti, i senza lavoro, gli abbandonati e gli oppressi?

Io vengo da una famiglia certamente non ricca. Ricordo come mio padre, nella sua attività, davvero avesse attenzione e cura per gli ultimi. Anche in questo caso, ritengo che il privato, l’impresa possano addirittura arrivare prima dello Stato alle persone meno abbienti e fare in modo che abbiano un lavoro, una dignità e un’ effettiva inclusione

Lei è stato segretario della Fondazione De Gasperi che, come eredità del grande statista, promuove i valori di democrazia, centralità della persona umana, Unione Europea e giustizia sociale. Sono valori preziosi, fondanti della nostra idea di convivenza: sente più la fatica o più la bellezza nel cercare di incarnarli quotidianamente nella vita e nella e nella politica?

Sento di sicuro la fatica ma è più la bellezza che vivo nel portare avanti questi valori propri di De Gasperi e della Fondazione. Del resto la politica è fatta di questo, fatica e bellezza ma devo dire che vivo di più la bellezza. Sento la responsabilità, certo, ma anche l’orgoglio di provare a incarnare quotidianamente questi bellissimi valori e concetti fondanti della nostra civiltà

Incontro con Ernesto Assante: Battisti, Sanremo, Baglioni e la musica tra pubblico e privato

di Daniele Madau

Ernesto, grazie, come sempre, della tua disponibilità, unica per parlare di musica. Cominciamo con un tuo giudizio sul recente Festival di Sanremo

E’ stato il festival dell’imprevisto, dove, come una partita di calcio, non sapevi cosa sarebbe potuto capitare: Rosa Chemical, Fedez, Chiara Ferragni, Gianluca Grignani. Tutto questo ha fatto sì che avesse un grandissimo successo, grazie anche alla capacità di Amdeus di essere di supporto e favorire questi momenti imprevisti.

E’ appena usciti il tuo libro su Battisti che – in questi giorni – avrebbe compiuto ottanta anni. Forse il personaggio più celebre della musica leggera italiana di cui, però, non esisteva bibliografia: tu hai colmato questa lacuna

Sì, lacuna dovuta ai due momenti della sua carriera: quella caratterizzata dalla collaborazione con Mogol e quella caratterizzata da altre collaborazioni, come con Panella, e dall’elettronica. Questo ha fatto sì che fosse poco inquadrabile, soprattutto dopo la decisione di sparire dalle scene.

Battisti, aggiungerei anche Baglioni, che ha recentemente ricevuto la targa Tenco, alfiere del sentimento privato in un momento, tra gli anni ’60 e ’70, in cui la canzone doveva essere politicizzata?

Sì, anche se alcuni distinguo. A esempio, Battisti, nei suoi testi, ha indagato il rapporto dell’uomo con la donna, in un periodo di imperante femminismo. Quindi, approfondendo i testi, c’è un lato pubblico anche in Battisti. Detto questo, quando si parla di amore, di sentimenti, si toccano le nostre corde più profonde: quindi, cosa ci sarebbe di più pubblico, di più comune a tutti noi? Per Baglioni, è giusto che sia stato rivalutato, anche se non si può dimenticare come nel 1972, quando Battisti cantava ‘Pensieri e Parole’, Baglioni cantava della ‘maglietta fina’…

Battisti è stato subordinato a Mogol?

No, erano una testa con due menti: una dedicata alla musica, l’altra alle parole…

L’Italia di oggi…….e di ieri


di Marco Marini


Oggi, domenica 26 febbraio 2023, si vota in oltre 5.500 seggi in tutta Italia, per la nomina del Segretario Nazionale del Partito Democratico (PD). Si può votare presso le sedi del partito, presso i Comuni e nei gazebo allestiti nelle varie città. Stasera si conoscerà chi sostituirà il segretario uscente Enrico Letta. In Sardegna sono candidati Piero Comandini e Giuseppe Meloni, per la segreteria regionale, che si rifanno entrambi alla candidatura nazionale di Stefano Bonaccini Non sarà un compito facile traghettare il partito dalla recente sconfitta alle elezioni nazionali del 22 settembre scorso, ad una nuova idea che riavvicini la gente al “rappresentante” del centro-sinistra.Perché, permettetemi un pensiero che ho riscontrato in molte persone simpatizzanti o meno della sinistra, non ha vinto la Destra ma ha perso proprio la sinistra. Uso il termine Destra nella stessa misura in cui questa parte dell’Italia definisce gli avversari: la Sinistra, evocando chissà quali oscure minacce. Ma che si mettano l’anima in pace il Muro di Berlino è crollato nel 1989. Le Brigate Rosse sono state sconfitte, ecc. ecc. Poi però ci si allarma per un presunto pericolo per l’ordine pubblico, proveniente dall’ala anarchico-insurrezionale, termine gradito alla stampa. Per carità se si usa la violenza questa va condannata e punita dove ci siano gli estremi. Ma spesso anche la Magistratura che dovrebbe essere la terza forza dello Stato, si lascia andare a considerazioni che poco hanno a che fare con la Giustizia. Ma essendo uomini, sbagliano anche loro, in buona fede. Come molti altri professionisti, manager, medici etc. Che però, pagano di persona. Ma rimaniamo sul piano dei ragionamenti dell’uomo della strada, come ci piace definirci e come spesso abbiamo ricordato in altri scritti in questo blog. Sono passati poco più di cinque mesi dalle elezioni del 22 settembre 2022, che ha visto assegnare l’incarico di Primo Ministro a Giorgia Meloni. Superando qualche malumore nella destra, ma è Lei che determinata ha ottenuto quello che aveva chiesto ai suoi “alleati”. Come giudicare questo periodo ? E’ difficile, perché non tutto va secondo le previsioni del programma politico. Ma questo, secondo me, non è uno scandalo. O meglio basta essere un poco attenti alle faccende mondiali, per capire che, per esempio, non potevamo veder risolto il problema energetico cosi’ su due piedi, indipendentemente dal conflitto russo-ucraino, ma perché legato a logiche economiche che vanno oltre le capacità del nostro paese che dipende dalle risorse estere. Certo fa un certo effetto vedere il Presidente del Senato , la seconda carica dello Stato, mostrare a casa sua il busto di Mussolini. Ognuno è libero di avere ciò che vuole a casa propria. Non va bene quando ci si esprime e ci si comporta come persone fedeli a quella ideologia. Il ministro dell’Istruzione stigmatizza l’opinione del Preside che ha visto un assalto “fascista” di fronte alla propria scuola, dichiarando che il suo è stato un comportamento ideologico ? No Signor Ministro, esiste una Legge dello Stato che vieta le manifestazione fasciste o fatte nel nome di quel regime. Invece che lasciare ai libri di storia questo triste passato, lo si difende in qual misura. E forse lo si giustifica. In occasione del 75° anniversario della Liberazione, il presentatore di una trasmissione in ricordo dell’evento, Fabio Fazio, disse che si poteva non essere d’accordo con la celebrazione, ma bisognava ricordare che grazie a questa liberazione, oggi siamo liberi di NON ESSERE D’ACCORDO. Da parte della sinistra è stato sventolato lo spauracchio del ritorno del fascismo. Non siamo convinti che ciò accadrà. Ma la libertà è un dono che va conservato con impegno e tenacia. E’ un dovere come quando si rispettano le regole del lavoro, si rispetta la Natura e soprattutto le altre persone. E’ un dovere, se si trasgredisce però, non esiste una punizione se non morale. Ci piace rifarci alla Storia, con la S maiuscola, senza avere una fede incrollabile in essa. Le fedi laiche, spesso sono state più deleterie di quelle religiose, si veda l’est europeo e l’Asia. Sono usciti recentemente alcuni libri che in occasione del centenario della marcia su Roma, avvenuta il 28 ottobre 1922, che ricordo fu una manifestazione armata eversiva, organizzata dal Partito Nazionale Fascista (PNF), volta al colpo di Stato con l’obiettivo di favorire l’ascesa di Benito Mussolini alla guida del governo in Italia. Migliaia di fascisti si diressero verso la capitale minacciando la presa del potere con la violenza.
La manifestazione ebbe termine il 30 ottobre, quando il re Vittorio Emanuele III incaricò Mussolini di formare un nuovo governo. La marcia su Roma fu propagandata negli anni successivi come il prologo della «rivoluzione fascista» e il suo anniversario divenne il punto di riferimento per il conto degli anni secondo l’era fascista, hanno evidenziato in maniera sintetica le malefatte del Regime. O meglio le BUGIE dello stesso (i treni non arrivavano in orario, il ruolo delle donne relegate a fattrici ed eliminate dalla vita pubblica etc. etc.). Non fu solo questo. Qualche giorno fa in occasione dell’80° anniversario dei bombardamenti su Cagliari, si è ribadito che il fascismo (Mussolini) non si fidava della Germania. Ma forse era vero il contrario. Conosciamo persone e amici che in maniera lungimirante hanno cercato di raccogliere le testimonianze di parenti che hanno vissuto la Guerra.
1) In Grecia se non fosse intervenuto Hitler, i Greci ci avrebbero inflitto una tale sconfitta che non possiamo immaginare quali sarebbero state le conseguenze.
2) Siamo arrivati in guerra impreparati e Mussolini lo sapeva benissimo, ma non voleva perdere i vantaggi di una Guerra Lampo che vide la Germania dominare l’Europa. Forse pensava di essere un novello Cavour che mandò i bersaglieri in Crimea per potersi sedere al tavolo dei vincitori e chiedere attenzione sulla creazione di una Stato Italiano Unitario. Per questo aveva bisogno di un certo numero di morti.
3) Come si può ricordare con piacere un regime che ha fatto della violenza il suo programma politico, contro una minaccia bolscevica che stentava ad espandersi. Si pensi che durante la Repubblica di Weimar la Germania aveva quasi del tutto ripagato i debiti di guerra (la prima) ai vincitori, Francia ed Inghilterra che miravano al carbone del bacino della Ruhr.
4) Abbiamo partecipato alla guerra di Spagna, dove un governo legalmente eletto venne rovesciato dall’esercito di Franco coadiuvato da Hitler e Mussolini. Abbiamo conosciuto dei volontari italiani, il cui entusiasmo veniva sbandierato dal regime, ma che in realtà avrebbero usufruito di un doppio stipendio, per andare a combattere.
5) Non furono solo i tedeschi a distruggere Gernika (Guernica) ma anche gli italiani a Durango, entrambi non erano obiettivi strategici ma furono “usate” come prova per le capacità distruttive delle due aviazioni che avrebbero adottato nell’imminente secondo conflitto mondiale.
6) Non solo i nazisti usarono i campi di concentramento, ma anche gli italiani in Jugoslavia per esempio ed un Lager a Nocra in Eritrea sul Mar Rosso. Per non parlare della Risera di San Sabba a Trieste che anche se gestita dai nazisti era formalmente in territorio della Repubblica di Salò. Si pensi, tra l’altro, che il supervisore della Risiera fu l’ufficiale delle SS Odilo Globočnik, triestino di nascita.
7) Il Regime usò il gas contro la popolazione in Abissinia. L’Iprite con oltre 2500 bombe tra il 1935 e il 1939. L’uso dei gas in guerra venne bandito nel 1928, e fu firmato da quasi tutte le nazione (escluso gli Stati Uniti). La responsabilità italiana va ascritta a Mussolini, Badoglio e Graziani. Esistono numerosi telegrammi del duce in merito. Mentre il primo sappiamo aver fatto una fine poco dignitosa, il secondo è morto a casa sua come il terzo invece di finire in galera per crimini di guerra.
8) Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, i fratelli Rosselli sono alcune delle vittime della barbarie fascista, l’unica arma a loro disposizione era il pensiero critico non le pistole o i manganelli o l’olio di ricino usati dal regime.
9) Il duce scappò con i soldi della banca d’Italia e con il famoso carteggio Mussolini-Churchill, almeno cosi’ si dice. Ne più ne meno di un qualsiasi mariuolo.
10) Avrà anche fatto cose buone, imitate dal Fuhrer, quali la militarizzazione della Società italiana, dalla culla al fucile, dove le donne avrebbero dovuto dare alla Patria 8 milioni di baionette. Oggi paghiamo ancora i danni provocati dal fascismo in Europa. Però esisteva il Sabato Fascista dove tutti per partecipare alle adunate non andavano a scuola o a lavoro, oppure le colonie dove i ragazzi venivano inviati per esercitare attività fisica con altri coetanei.
11) Ricordiamo le leggi razziali del 1938, che impressionarono lo stesso Hitler, che non colpirono solo gli ebrei, ma soprattutto crearono una netta demarcazione con le popolazioni delle colonie, almeno questo era l’intento del regime. Qui’ accomunerei la figura dell’imbelle re d’Italia a Mussolini. Vorrei ricordare che la scelta di Mussolini quale capo del governo era appannaggio del Re, ma non la sua destituzione nel 1943. Diciamo quindi che grazie alla monarchia il fascismo è nato nella “legalità” e si è concluso nell’”illegalità”.
La cronaca annovera molti fatti, dove persone violente, commettono reati spesso mortali, richiamandosi a quell’ideologia. Perché affascina il concetto del Superuomo, distorcendo il pensiero di Nietzsche, dove l’essere o la razza superiore deve prevaricare su quella più debole al fine di lasciare i più forti a dominare la terra. Come succede in natura. Non penso che i vari picchiatori facessero questi ragionamenti nel momento delle loro nefandezze ma in sintesi forse banale questo facevano, si consideravano onnipotenti. Non sappiamo se ora in carcere si siano ricreduti.
Alla trasmissione Carta Bianca di Bianca Berlinguer, l’opinionista Mauro Corona, ha affermato che se la Meloni avesse costruito l’Ospedale Pediatrico di Misurina, in provincia di Belluno, lui l’avrebbe votata. Nulla di strano anche qui. Qualche anno fa in fila ad una cassa di un supermercato a Cagliari, una signora di una certa età elogiava l’ex Cavaliere che prometteva mari e monti anche ai pensionati, ricordiamo il famoso milione di posti di lavoro?, (andiamo a vedere con quali contratti…..), ebbene la cassiera sorrideva, e mi disse, da simpatizzante di sinistra, che la suddetta signora era una delle prime iscritte al P.C.I. in Sardegna. Ora la gente non vive e si nutre di ideologia ma vuole concretezza nelle cose. Basti ricordare che la classe operaia negli Stati Uniti aveva votato in massa per Donald Trump, rappresentante di quel capitalismo sfrontato, che toglie ai poveri per dare ai ricchi…… Trovo fastidioso che i politici, anche locali, vadano in televisione e dicano “bisognerebbe fare questo bisognerebbe fare quest’altro” come se le decisioni spettassero ad altri, ma allora perché sono stati eletti, e quando falliscono danno le colpe sempre agli altri, nel tipico modus operandi italiano. O peggio vanno a elencare ciò che hanno fatto, strade, ospedali, piste ciclabili, e vorrebbero l’applauso? Tanto vale festeggiare il netturbino o il professore che svolgono il loro lavoro in condizioni forse più disagevoli rispetto ai politici. (esempio il problema energetico della produzioni dell’alluminio a Portovesme è stato sollevato dalle società proprietarie americane almeno 35 anni fa, e oggi se ne parla ancora).Speriamo che il PD sia lungimirante e valuti che la Società, sia italiana che mondiale, è notevolmente cambiata. Perché sembra che il partito non se ne sia accorto……

Il dramma della guerra civile in Siria

di Marco Marini

“Ricordare il passato serve per il futuro, così non ripeterai gli stessi errori: ne inventerai di nuovi.” (Groucho Marx)

“Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”, diceva il politico e filosofo britannico Edmund Burke, già nella seconda metà del ‘700. Una frase che, incisa in trenta lingue diverse, campeggia su un monumento collocato nel campo di concentramento di Dachau, un monito che non può lasciare indifferenti.  Abbiamo voluto avvicinare questi due aforismi, il primo dell’esponente di un trio di comici americani in voga dagli anni venti alla fine degli anni quaranta e protagonisti di un film comico “La Guerra Lampo dei Fratelli Marx” del 1933. L’altra appartiene al filosofo e politico britannico del ‘700. Due frasi che sembrano profetiche anche se espresse in contesti e spiriti diversi. Ma, visto che il 24 febbraio prossimo, scade il primo anniversario della guerra russo-ucraina, sono quanto mai attuali. In questi giorni si sono ricordati gli ottanta anni dei bombardamenti su Cagliari da parte degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, esattamente dal 17 febbraio 1943. Proprio lo scorso 17 febbraio 2023, presso la sede dell’Istituto Salesiano Don Bosco a Cagliari, il Direttore e docente Don Michelangelo Dessi’ ha ricordato che nel mondo attualmente si svolgono oltre 63 conflitti. Con migliaia di morti, feriti e soprattutto profughi,  che l’O.N.U. valuta essere intorno ai 240 milioni. Si immagini di arginare una ondata di persone che si muovono da una terra ad un’altra, e ditemi come si può fermare, se non cambiando radicalmente le realtà sociali e politiche di questo mondo. Per non parlare della crisi alimentare e dell’acqua che scarseggia, che incrementa questi spostamenti verso luoghi meno angusti. Mi permetto di ricordare che negli anni sessanta, prima della guerra cosiddetta dei sei giorni, nel 1967 tra Israele e i vicini arabi, La Giordania deviò il fiume Yarmuk affluente del Giordano, che oggi non esiste più, privando Israele dell’acqua nella sua regione settentrionale la Galilea.

 A proposito di conflitti in medio e vicino oriente, dopo il primo scontro con i paesi arabi, conclusosi con un cessate il fuoco nel 1949, l’unica nazione che NON lo firmò fu l’Iraq, dove non esisteva ancora il politico Saddam Hussein. Quindi in teoria Israele è ancora in guerra con L’Iraq, o ciò che ne è rimasto dopo la “liberazione”. In questo contesto di guerre, aggravato dal recente terremoto in Turchia e Siria e di cui abbiamo parlato nel recente scritto di qualche giorno fa, si inserisce il dramma della guerra civile in Siria. La Siria (o As-Siria secondo la grammatica araba che elimina la “L” dell’articolo determinativo/indeterminativo AL, raddoppiando la prima lettera delle parole che iniziano son la S, la D, la T, perdonate queste reminiscenze universitarie), ottenne l’indipendenza dalla Francia nel 1946 alla fine della seconda guerra mondiale. Da quel momento il travagliato paese ha visto l’alternarsi di molti governi fino al 1963 quando il partito Panarabo Ba’ath prese il potere con un colpo di stato. Il suo leader Salah Jadid tentò di dare un impronta socialista al regime e filo-sovietica. Dopo la sconfitta nel 1967, durante la guerra  con Israele, ci fu un ulteriore colpo di stato “correttivo” e sali’ al potere Hafiz al Assad che eletto poi Presidente della Repubblica in modo plebiscitario nel 1971 e più volte riconfermato, instaurò un regime dittatoriale diventando il punto di riferimento per il radicalismo arabo soprattutto in funzione anti-israeliana ed anti-americana, sostenendo molti gruppi terroristici palestinesi. Dopo il conflitto del 1973 contro Israele, dove quest’ultima mantenne il controllo sulle altura del Golan occupate nel 1967, cercò di partecipare alla fondazione della Federazione delle Repubbliche Arabe con Libia ed Egitto. Nel 1976 intervenne nel conflitto in Libano occupando il confine meridionale e Beirut, contro sia Israele che l’OLP di Arafat che considerava suo avversario. Nella guerra Iran-Iraq prese posizione a favore dello Stato Islamico iraniano, attirando sulla Siria le ire di molti paesi arabi che vedevano in Khomeini una minaccia per i loro poteri. Paradossalmente Assad dovette affrontare proprio l’integralismo islamico dei Fratelli Musulmani, che ricordo uccisero il presidente egiziano Sadat nel 1981, e che volevano combattere l’impronta laica del regime siriano. L’Iniziativa venne stroncata da Assad con una violenta repressione culminata nel massacro di 30.000 persone ad Hama nel 1982. Nel 1990 ci fu un certo riavvicinamento con l’occidente in occasione dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, entrando a far parte della coalizione internazionale sotto il comando statunitense. Questo rapporto si incrinò dopo gli attentati a New York dell’11 settembre 2001. Hafiz al Assad era morto nel 2000 e gli era succeduto il figlio ed erede designato Bashar Al Assad, che si schierò contro l’intervento americano in Iraq. Nel 2004 i Curdi insorsero nel nord del paese e la Siria, accusata di essere coinvolta nell’omicidio del Primo Ministro libanese Rafiq Hariri, nel 2005 ritirò le proprie truppe dal sud del Libano. A partire dal 2011 tutta la Siria venne coinvolta da manifestazioni popolari che chiedevano una maggiore apertura verso le libertà individuali dei cittadini. (La famosa Primavera Araba che seguiva alle proteste in Tunisia, Egitto e Libia). L’opposizione del governo siriano a queste richieste portò i manifestanti a chiedere la caduta del regime. Le forze governative risposero alle manifestazioni con una violenta repressione, in particolare servendosi dell’aiuto delle milizie degli Shabiha (civili armati che attaccavano i dimostranti, come i basiji iraniani); la conseguente resistenza da parte di vari membri dell’opposizione siriana portò alla formazione di un movimento insurrezionale, l’Esercito siriano libero (ESL), composto da molti disertori dell’esercito regolare. L’ESL, dopo mesi di combattimenti conquistò varie zone della Siria, tra cui buona parte della città di Aleppo. L’aviazione siriana iniziò sin da subito a sferrare attacchi aerei alle zone di cui aveva perso il controllo  , causando numerose vittime civili. Con l’avanzarsi della guerra civile vari gruppi armati iniziarono a inserirsi nel conflitto, fra cui i più influenti furono le milizie curde dell’YPG e i miliziani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL/ISIS). La presenza di quest’ultima organizzazione, a causa delle sue attività terroristiche, determinò l’intervento internazionale in Siria, come parte della guerra al terrorismo: in tale ambito, la Russia intervenne a favore del governo di al-Asad, mentre una coalizione a guida statunitense fornì sostegno alle milizie curde dell’YPG. L’esercito siriano, indebolito notevolmente dai combattimenti, riprese vigore grazie al supporto russo, quello di Hezbollah e di altre milizie sciite straniere, in particolare iraniane e irachene: grazie all’intervento dell’aviazione russa a fianco di quella siriana, il governo di al-Asad poté riprendere il controllo dei più grandi centri abitati della Siria.

La guerra suddivise il paese in quattro aree principali: quella sud-occidentale controllata dal governo, quella nord-occidentale dai ribelli avanzati grazie all’intervento turco in funzione anti-curda, quella nord-orientale sotto il controllo dei curdi dell’YPG, quella sud-orientale sotto il controllo dello Stato Islamico. Soltanto nella Siria occidentale rimasero alcune aree sotto il controllo dell’Esercito siriano libero.

Nel giugno 2014 si tennero le prime elezioni presidenziali multipartitiche dopo mezzo secolo di regime ba’thista, svoltesi però nelle sole zone effettivamente controllate dalle truppe del governo siriano; le elezioni riconfermarono al-Asad nel suo incarico. Benché osservatori provenienti da alcuni Stati abbiano sostenuto la regolarità della consultazione, gli studiosi considerano le elezioni del giugno 2014 come non democratiche e fraudolente, e con risultati fabbricati a tavolino.

Gli organi dirigenti del Partito Ba’th e lo stesso presidente appartengono alla comunità religiosa alawita, una branca dello sciismo che è tuttavia minoritaria in Siria, e per questo motivo l’Iran sciita è intervenuto a protezione del governo siriano: combattenti iraniani sono presenti a fianco delle forze armate siriane per mantenere al potere il governo. Insieme a sciiti provenienti da Iraq e Afganistan. Il fronte dei ribelli è sostenuto principalmente dalla Turchia e dai paesi sunniti del Golfo, in particolare Arabia Saudita e Qatar che mirano a contrastare la presenza sciita in Medio Oriente. In ambito ONU si è verificata una profonda spaccatura tra Stati Uniti, Francia e Regno Unito, che hanno espresso sostegno ai ribelli, e Cina e Russia, che invece sostengono il governo siriano sia in ambito diplomatico sia in quello militare. Le organizzazioni internazionali hanno accusato le forze governative e i miliziani Shabiha di usare i civili come scudi umani, di puntare intenzionalmente le armi su di loro , di adottare la tattica della terra bruciata e di eseguire omicidi di massa; i ribelli antigovernativi sono stati accusati di violazioni dei diritti umani tra cui torture, sequestri, detenzioni illecite ed esecuzioni di soldati e civili. L’accezione “guerra civile” per descrivere il conflitto in atto è stata usata il 15 luglio 2012 dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, che ha definito la crisi siriana un «conflitto armato non internazionale». I Rifugiati della guerra civile siriana, sono cittadini Siriani scappati dalla guerra  alla Turchia, Libano, Giordania, Iraq o dentro Siria nelle zone liberate dalle forze governative di Bashar al-Assad. I diritti umani sono sempre stati poveri in Siria da quando vi è stato il colpo di stato di Bashar al-Assad, tuttavia i primi rifugiati siriani scapparono dal loro paese nel maggio 2011, a seguito dell’intensificarsi degli scontri tra l’opposizione, ormai divenuta armata, e l’esercito siriano. I rifugiati cominciarono a essere già una dozzina di migliaia nel 2011 , per salire poi a quasi tre quarti di milione nel 2012 e a un milione e mezzo nel 2013. Attualmente si stimano che vi siano circa 5,5 milioni di profughi dal paese levantino. Il primo paese per numero di rifugiati è la Turchia, tuttavia una parte minoritaria ma comunque significativa di questi profughi ha come obiettivo l’Europa e i suoi paesi più avanzati economicamente. Ciò non ha potuto che aggravare la delicata crisi dei migranti. Nel settembre 2015 il Consiglio Giustizia e Affari interni dell’Unione europea ha votato per ridistribuire più di 100.000 migranti precedentemente concentrati in Grecia. Questa proposta è stata tuttavia stigmatizzata e rigettata dai paesi del Gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), nonché dalla Romania, paesi con amministrazioni ostili a massicci flussi migratori in entrata. Sebbene la qualità della vita dei profughi che riesce a stabilizzarsi nei paesi che li accolgono sia generalmente migliore dei loro compatrioti in Siria, non di rado subiscono discriminazioni e, talvolta, violenze. Nel 2019 dopo il suicidio di un bimbo siriano in Turchia a causa delle continue vessazioni dei bulli per le sue origini la comunità siriana in tal paese ha protestato per evidenziare un razzismo anti-siriano più o meno diffuso tollerato dalle autorità locali. Buona parte di loro sopravvive tramite aiuti forniti da organizzazioni internazionali quali la FAO, L’UNHCR, l’OCHA, il Programma alimentare mondiale, l’Organizzazione mondiale della sanità e altre agenzie nazionali nonché ONG. La siccità più intensa mai registrata in Siria è durata dal 2006 al 2011 e ha provocato una diffusa diminuzione della produzione agricola, di conseguenza si è verificato un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e una migrazione di massa delle famiglie di agricoltori verso i centri urbani per fuggire dalla carestia. Le città destinazione della migrazione erano già gravate dall’afflusso di circa 1,5 milioni di rifugiati dalla guerra in Iraq. La siccità viene collegata al riscaldamento globale antropogenico.  Un’adeguata fornitura d’acqua continua a essere un problema importante per larghe aree del Paese ed è spesso l’obiettivo delle azioni militari. Questo conflitto “interno” ha visto l’aiuto di organizzazioni criminali, da ambo le parti sia per il contrabbando di beni o denaro all’interno della Siria, causato dalle sanzioni economiche internazionali, ma anche per le armi vendute dai paesi confinanti. A causa dei salari ridotti i gruppi paramilitari di Assad sono dediti ai rapimenti e al furto di proprietà civili. Sulla popolazione inerme sono state adoperate armi che vanno dai gas sarin al cloro alle bombe russe termo bariche o a vuoto che “può cancellare un’area di 200 x 500 mq con una sola salva”. Quindi la guerra civile è usata come nelle altre per testare i nuovi armamenti. Per non parlare dei danni al patrimonio culturale. Nel 2014 l’UNESCO ha elencato tutti e sei i siti Patrimonio dell’umanità della Siria nell’elenco di quelli in pericolo, tuttavia all’epoca non era possibile una valutazione diretta dei danni da essi subiti. Era noto che la Città Vecchia di Aleppo era stata gravemente danneggiata durante le battaglie combattute all’interno del distretto, mentre Palmira e il Krak dei Cavalieri avevano subito solo lievi danni. Gli scavi illegali avrebbero danneggiato centinaia di antichità siriane. Molti reperti, tra cui alcuni provenienti dal sito di Palmira, sarebbero stati trafugati o trasferiti preventivamente nei Paesi confinanti. Tre musei archeologici nazionali sarebbero stati saccheggiati. Nel 2014 e 2015, in seguito all’ascesa dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, diversi siti in Siria sono stati distrutti dal gruppo come parte di una deliberata distruzione di siti di patrimonio culturale. A Palmira il gruppo distrusse molte statue antiche, il tempio di Baalshamin, il tempio di Bel, molte tombe tra cui la Torre di Elahbel e parte dell’arco monumentale. Il castello di Palmira del XIII secolo è stato ampiamente danneggiato durante la ritirata dell’ISIS a seguito dell’offensiva governativa su Palmira del marzo 2016. L’ISIS ha anche distrutto antiche statue a Raqqa e numerose chiese, tra cui la Chiesa armena per il genocidio di Deir el-Zor. Nel marzo 2015, la guerra aveva colpito 290 siti culturali, ne aveva gravemente danneggiati 104 e completamente distrutti 24. Cinque dei sei siti di patrimoni dell’umanità riconosciuti dall’UNESCO in Siria erano stati danneggiati. Un gruppo chiamato Syrian Archaeological Heritage Under Threat ha monitorato e registrato i danni della guerra nel tentativo di creare un elenco di siti danneggiati e di ottenere un sostegno globale per la protezione e la conservazione dei siti archeologici siriani. Nel gennaio 2018, gli attacchi aerei turchi hanno gravemente danneggiato un antico tempio neo-ittita nella regione curda di Afrin della Siria. Esso fu costruito dagli Aramei nel primo millennio a.C. Dal 2011 al 2019, secondo osservatori siriani, oltre 120 chiese sarebbero state danneggiate o demolite nel corso dei combattimenti.

La Mezzaluna Fertile, è una regione storica del Medio Oriente. L’antica Mezzaluna Fertile comprendeva anche l’attuale Siria. L’espressione “Mezzaluna Fertile” (Fertile Crescent) fu ideata negli anni venti del Novecento dall’archeologo James Henry Breasted dell’Università di Chicago . Questa regione viene spesso definita come la “culla della civiltà” grazie alla sua straordinaria importanza nella storia umana dal Neolitico all’età del bronzo e del ferro. Fu nelle valli fertili dei quattro grandi fiumi della regione (Nilo, Giordano, Tigri ed Eufrate) che si svilupparono le prime civiltà agricole e le prime grandi formazioni statali dell’antichità. I Sumeri, in particolare, ritenuti i rappresentanti della prima civiltà stanziale della storia, fiorirono in Mesopotamia (V millennio a.C.).

E’ scritto nel Talmud di Babilonia (testo Sacro dell’ebraismo): “Chi salva una vita salva il mondo intero”. Pensate che nel Sacro Corano, (5:32) si afferma che “Chiunque uccida un uomo sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità”. Più o meno lo stesso significato. Parole provenienti proprio dalle culture dei paesi del medio e vicino oriente, ma che suonano stonate, alla luce di quello ché abbiamo visto, anche nel recente sisma. Perché, secondo l’università di Uppsala (Svezia), dove esiste il Dipartimento sulla Pace e sui Conflitti, la guerra è tornata prepotentemente in auge nella risoluzione delle varie controversie e conflitti. Si è registrato un incremento della internazionalizzazione delle guerre, dalla fine della seconda guerra mondiale, dove i conflitti non finiscono mai e anzi ne generano di nuovi. Non solo le superpotenze ma anche nazioni più piccole intervengono per interessi geo-politici, appoggiando ora il governo ora le fazioni armate e qualche volta entrambi. Consci di questa situazione anche nazioni più piccole di U.S.A., Cina e Russia, vogliono dotarsi di armi nucleari, con scenari che definire apocalittici sembra un eufemismo. Meditiamo Gente meditiamo.

Terremoto tra Cospito, Sanremo e Zelensky

di Marco Marini


Il terremoto in Turchia e Siria, è stato un evento calamitoso verificatosi nella notte fra il 5 e il 6 febbraio 2023, alle 4,17 ora locale, cogliendo la popolazione nel sonno, principalmente per mezzo di due forti scosse che hanno colpito l’area meridionale della Turchia, nonché le regioni settentrionali della Siria. Un primo terremoto, con ipocentro a circa 17,9 km di profondità ed epicentro a 34 km a nord-ovest della città di Gaziantep (a circa 90 km dal confine con la Siria), nonché a 26 km ad ovest di Nurdağı, ha registrato una magnitudo di 7,8 Mww, venendo seguito da decine di altre scosse di assestamento. Si parla di circa 120 scosse di assestamento. Successivamente, una nuova scossa, con magnitudo di 7,5 Mww ed epicentro localizzato a 4 km a sud della città di Ekinözü, ha colpito soprattutto il territorio della provincia di Kahramanmaraş. Al momento della redazione di queste note, sono state già registrate oltre 40.000 vittime e circa 85.000 feriti. Migliaia gli sfollati. Cifre destinate, probabilmente, ad aumentare, secondo fonti O.N.U. Dobbiamo rilevare che, già dal 9 febbraio, a tre giorni dal sisma, l’evento cominciava a trovare meno spazio nei quotidiani e nei telegiornali, per passare ad altre notizie, indicate nell’incipit di questo testo, se non per aggiornare il numero dei morti e dei feriti. Si badi bene che questa è una situazione normale, diciamo cosi’, le persone dopo la guerra nel centro Europa e la pandemia, dopo un breve momento di sgomento e solidarietà verso le vittime, preferiscono pensare ad altro. Misurare gli effetti devastanti di un terremoto è abbastanza difficile, si è passati dalla “Scala Mercalli” che indicava gli effetti del sisma alla rilevazione del Fisico e Sismologo Richter che ha introdotto il concetto di MAGNITUDO. I limiti del primo sistema sono dovuti alla presenza o meno dei danni agli edifici, immaginatevi misurare il sisma nel deserto. Il secondo elaborato nel 1935, è una misura della grandezza relativa fra terremoti e non una stima reale della reale grandezza dei terremoti. Anche questo metodo ha un difetto, è valido solo se la distanza rilevata dal sismografo rientra entro le 600 miglia dalla stazione che ha registrato l’evento. Per questo sono state introdotte altre scale che vanno dal Magnitudo di Volume, al Magnitudo Superficiale e a quello di Durata. Quest’ultimo fa parte dei parametri adottati dalla Protezione Civile e riguarda terremoti piccoli e locali che si basa appunto, sulla dell’evento. Si afferma che l’Anatolia si sia spostata di tre metri ! Ma solo i satelliti potranno dare un’idea precisa del movimento della Faglia Est Anatolica. La potenza di energia rilasciata è pari a trentadue atomiche lanciate su Hiroshima, mille volte più potente del terremoto ad Amatrice del 2016. L’evento sismico peggiore dal 1939 in Turchia secondo quanto dichiarato dal Presidente Erdogan, che ha assunto il coordinamento dei primi soccorsi, una task force di oltre 2400 squadre con 9000 uomini e donne. Ma non bastano ed ha quindi sollecitato ufficialmente la Nato, di cui la Turchia fa parte, ad inviare medici e ospedali da campo. Questo nonostante ci sia stata la mobilitazione da tutto il mondo. Nella città di Gaziantep, che ha avuto il maggior numero di morti anche a causa della presenza dei campi profughi dei siriani in fuga dalla guerra civile che insanguina quelle zone del Medioriente dal marzo del 2011, ci sono circa 500.000 siriani, su un totale di 3.500.000 di profughi ospitati in Turchia da Erdogan. Ricordiamo sfuggiti ai bombardamenti di Assad, sostenuto da Russia e Iran. L’area interessata dal sisma è di circa seicento kmq, percepito da novanta milioni di persone. Avvertito nell’area est del Mediterraneo, Cipro, Israele, Egitto. E’ stato diramato un allarme Tsunami per il Mediterraneo, poi fortunatamente rientrato. Il mastodontico castello di Gaziantep, che da quasi duemila anni svettava sull’altipiano sito nella parte più occidentale dell’Anatolia sud-orientale della Turchia proteggendo la città nata sulle ceneri dell’antica Antiochia ad Taurum, non esiste più. Il terremoto devastante che nella notte ha colpito il Paese, provocando migliaia di morti, lo ha letteralmente spazzato via. Una perdita enorme dal punto di vista culturale perché il monumento, patrimonio dell’Unesco, era antichissimo. La prima costruzione, infatti, risale addirittura agli ittiti che edificarono un osservatorio militare migliaia di anni fa (tracce di insediamenti portano le lancette del tempo indietro di 6000 anni rispetto a noi), anche se furono i romani a realizzare in quel luogo la prima vera fortezza tra il II e III secolo dopo Cristo. Colpita duramente la città di Aleppo, in Siria, che si vanta essere la città più antica del mondo. Sono state colpite soprattutto le arterie stradali, cosa che ha reso difficile ai soccorsi raggiungere i luoghi del disastro. Si pensi che il sisma è stato percepito perfino in Groenlandia. La gente rientrava nelle case per sfuggire al freddo ed è stata sorpresa dalle scosse successive. Si dice che la tragedia abbia unito Turchia e Siria, che non hanno rapporti diplomatici. In campo ci sono Russi e Ucraini, mentre Israele offre aiuto alla “nemica” Siria. Colpita la zona di Idlib in Turchia, che ospita 2 milioni di profughi siriani, dove manca perfino l’acqua negli ospedali, zone colpite da epidemie di colera. Ma prima di queste scosse di terremoto l’oblio è calato sulla popolazione siriana sotto il regime di Bashar (Bassar) Assad, dove ci sono 7 milioni di sfollati interni, 14 milioni di persone che hanno bisogno di aiuto umanitario e 6 milioni di persone in emergenza abitativa a causa delle distruzioni causate dalla guerra. L’area colpita dal sima, dal punto di vista geopolitico, è a maggioranza cura, popolazione apertamente ostile ad Erdogan che andrà alle prossime elezioni entro il giugno di quest’anno. La lezione del sisma del 1999 e che aveva catapultato il partito del presidente AKP (Partito per la Giustizia e per lo sviluppo) verso il potere, non è servita, ora Erdogan teme non solo di perdere le elezioni ma anche di una rivolta popolare. Qualcuno si chiede se gli aiuti “umanitari” avranno in futuro una contropartita. La Russia alleata di Assad nella guerra civile, ma che strizza l’occhio ad Erdogan, diciamo nemico di Assad. Israele che aiuta la Siria. Nell’area ci sono due importanti gasdotti che interessano la Grecia per esempio. Paese che ha un conto in sospeso con la Turchia per la questione di Cipro. Aiuti importanti dal punto di vista umanitario ma anche,ripeto, geopolitici. Poteva essere fatto qualcosa che non è stato fatto? In futuro queste relazioni politiche potranno portare un beneficio di pace all’area e al mondo ? Non lo sappiamo. Certo che una Siria che subisce le sanzioni a causa del regime di Assad, che non vede aiuti concreti, che ora arrivano in Turchia, che vede il proprio territorio in guerra con Russi, americani che hanno 3 basi militari, Iraniani alleati di Assad, Israele che bombarda un giorno si e l’altro pure quelle zone, l’ISIS che ha devastato quella nazione fino a poco tempo fa, come potrà risollevarsi………

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