Grazie. Con te la nostra storia è diventata mito

di Daniele Madau

Quando si studia un mito, nel suo senso profondo oltre il solo aspetto narrativo, si analizzano i valori simbolici e si ricercano eventuali origine storiche. Dal mito alla storia, alla quotidianità.

Con te abbiamo vissuto, sentendocene partecipi, l’avventura contraria: dalla quotidianità, dalla storia, al mito.

A mio parere, sbaglia chi relega il calcio, e lo sport, a eventi marginali, per il popolo o, al contrario, per i privilegiati: lo è forse la poesia? Lo è forse la letteratura, lo è forse l’arte? E poi il popolo siamo noi, che ci avviciniamo all’arte come elemento essenziale e misterioso di bellezza della vita che, in fin dei conti, ci eleva e ci fa andare oltre il tempo. Anche quando quell’arte è lo sport. Quanto, il mondo classico, ha cantato, glorificato, mitizzato lo sport, gli ‘agoni’ ? Cito solo un autore, Pindaro, che noi ricordiamo quando citiamo il ‘volo pindarico’. Tu, tra i pochissimi della storia dello sport moderno, hai avuto questo privilegio, di passare realmente- nessuno, dallo sportivo più semplice allo studioso più serio, oserebbe affermare il contrario – dalla storia al mito.

Non volendolo, lo so; o forse con l’aspirazione di ricercare quei beni che rendono immortali, ma solo perché ci si crede: non il vello d’oro, quindi, o il Santo Graal, ma la coerenza e il rispetto. Qui sta l’immortalità, nel ricercare il più alto valore dei mortali. Non, quindi, il senso di riscatto da problematiche economico sociali infantili di Maradona, Messi, Tyson, Cassius Clay, Pelé, Agassi. Non una ricerca della perfezione maniacale come Coppi, Senna, Borg, ma – come si insegna ai ragazzi, anche a quelli che hanno frequentato e frequentano la tua scuola calcio- lo sport come strumento per crescere e per far intravedere orizzonti nuovi, più grandi. Storceranno il naso gli antropologi o gli studiosi che non condividono l’idea delle tue imprese come il riscatto di un popolo: i sardi sono, infatti, ancora più poveri, meno numerosi e meno rilevanti di altri. Ma il riscatto dipende dal popolo stesso: tu hai semplicemente indicato la via. Non hai vissuto i lutti adolescenziali come motivo per un frenetico desiderio di rivalsa contro le ingiustizie della vita; ma li hai interiorizzati e superati con la compostezza e la dignità quotidiana che, quando scendevi in campo, si aggiungevano al coraggio, alla tempra di condottiero naturale e al talento, da subito maturo, di chi ha già sofferto. Questo era il tuo ambito, il tuo posto, la tua vita. E la tua gente: i sardi, che hanno mitizzato, tra i giganti di Monte Prama, sportivi come pugilatori e arcieri, ma solo dopo la morte. Prima ne rispettavano le virtù, come con te. La tua Itaca era qui, in Sardegna, con noi e, tu, il nostro vero Ulisse. Forse di più: perché Ulisse non perse mai il desiderio di viaggiare e tu, invece, che non volevi viaggiare verso la Sardegna, l’hai scelta come approdo definitivo per non partire più, sino all’ultimo battito del cuore. Non so perché ho scritto direttamente a te: non era previsto e, come sempre, temo di aver scritto cose complicate. Ma è venuto spontaneo, naturale, dal cuore.

Il racconto del Cagliari. Conferenza stampa di Ranieri in vista della partita col Frosinone: ‘Dobbiamo continuare a lottare’. Con una certezza: il ‘mister’.

di Daniele Madau

Ranieri in conferenza stampa

La conferenza stampa è sempre un bel momento, soprattutto quando la giornata è tiepida, quasi primaverile, anche se le previsioni preannunciano pioggia a breve.

Non è un bel periodo per la Sardegna, terreno di scontro di interessi politici che hanno a che fare col più antico partito italiano, il Psd’az, da sempre rapprentato dai quattro mori, di origine catalana. Ma qui si parla di calcio, e i quattro mori significano il Cagliari.

E allora si sente ancora l’entusiasmo della vittoria col Bologna e dei tre risultati utili consecutivi. Ranieri, più che mai una guida sicura, si fregia anche del titolo di ‘padre’, assegnatogli dell’eroe dell’ultima gara, Petagna: ‘ma io sono un padre comprensivo, si, ma finché lavorano sodo’.

In più, Ranieri presenta metafore classiche come ‘la barca in mezzo alla tempesta’ e cioè la squadra che attraversa il campionato.

Una delle tappe è la sfida di domenica con il Frosinone che,anche quando è in svantaggio, attacca sempre e ha spirito propositivo. Servirà tutta l’attenzione e l’aggressività necessaria,quindi, per tentare il sorpasso in classifica: il Frosinone è, infatti, lì, a un punto, mentre prima dell’epica (sempre in termini classici…) sfida dell’andata, era avanti di 9: ‘Ma- commenta il mister- è acqua passata.

Avanti con la prossima attraversata e col prossimo porto, dunque, quello di Frosinone e con, ancora di più, una grande certezza: quella di Ranieri, non master and commander ma father and commander.

Il racconto del Cagliari: nella sfida tra rossoblù, oggi i colori di ‘Casteddu’ hanno brillato di più

di Daniele Madau

Nella gara di questo pomeriggio all’Unipol Domus, la squadra di Ranieri vince per 2-1 contro il Bologna, centrando un’importantissima vittoria.

I colori di Cagliari e del Cagliari sono il rosso e il blu, che rimandano al rosso del Piemonte e all’azzurro dei Savoia e sembra che costituiscano la bandiera della città dal 1847, anno della ‘perfetta fusione’. Perciò, anche sentimentalmente, è difficile incontrare squadre rossoblù, com’è il Bologna, che tra l’altro è la vera rivelazione del campionato. È stata una settimana rossoblu, se si pensa anche a ‘Faber’ Fabrizio De André, morto l’11 gennaio di 25 anni fa, grande appassionato del Genoa, ricordato proiettando la sua immagine sullo schermo dello stadio dei grifoni. Il Bologna però, in una Unipol Domus come sempre esaurita e con la curva Futura questa volta risonante delle voci dei bambini della primaria, al rientro dalle vacanze, si presenta con solo le strisce trasversali in rossoblù e il resto in bianco, e si spera possa davvero andare in bianco. Prima dell’ingresso delle squadre ecco l’inno Tifo Cagliari e bo’ – con questo bo’ davvero molto cagliaritano, per non dire casteddaio- ad accompagnare l’inizio della partita, che è equilibrato e giocato soprattutto a centrocampo. Il Cagliari ha grandi problemi a causa delle assenze in attacco ma riesce ad avere una buona occasione all’ inizio con Viola, mentre il Bologna mette subito in mostra il talento di Orsolini che, sulla fascia destra, prova a trovare l’angolo lontano con un ‘tiro a giro”. Poi, la scivolata sfortunata di Augello gli permette di battere Scuffet in uscita sul primo palo. Dopo un’altra occasione di Orsolini dalla stessa posizione, fermata da Scuffet, il Cagliari, che non ha arretrato, in perfetto stile di gioco di Ranieri pareggia: lancio col contagiri dal centro della difesa per Petagna, che aggira il portiere e porta il Cagliari sull’1-1. Lo stadio accompagna nell’ esultanza Petagna, che si è sbloccato, oltre ad aver fatto, come sempre, da perno dell’attacco, da boa e oggi da centravanti. Finisce il primo tempo e, dalla mia postazione un po’ defilata (anche oggi qualche problema con gli accrediti: non mi trovo proprio nella zona della stampa, ma questo a considerare le cose con positività e spirito, per così dire, francescano può essere un vantaggio, perché si può vivere maggiormente lo stadio e guardare tutte le persone che ti sono a fianco) vedo la mascotte del Cagliari, che non conoscevo. È il pulcino rosa di fenicottero Pully, che si avvicina alla Tribuna Futura tra l’entusiasmo dei bambini. E assisto a un altro rosa: quello del tramonto che scende in questa meravigliosa Città del Sole che è Cagliari in un pomeriggio tiepido. Per il secondo tempo, Azzi, come prevedibile, sostituisce Augello e pensi che i pericoli portati da Orsolini siano finiti. Invece il primo tiro è proprio di Orsolini, sempre da posizione defilata. Azzi, a poco a poco, si prende la fascia sinistra e, proprio da sinistra, ancora Petagna, che si avvia a diventare protagonista della gara, batte l’angolo da cui, dopo una ribattuta della difesa e un nuovo cross, scaturisce un autogol di Calafiori che porta il Cagliari in vantaggio. I rossoblù di casa crescono, adesso, in sicurezza e padronanza del gioco; tuttavia c’è ancora da soffrire, manco a dirlo a causa di Orsolini dalla sua posizione preferita e, più o meno della stessa posizione, per un compagno che, a causa della mia defilatezza (vedere sopra…) non riesco a riconoscere: scusate…Precarietà che mi impedisce di vedere anche chi, all’89°, spedisce alto dal centro dell’area cagliaritana, per l’ultima azione rilevante della gara. Dopo cinque minuti trascorsi in difesa, infatti, con una prestazione ordinata, coriacea e autorevole, e nonostante le difficoltà di formazione, il Cagliari centra una importantissima vittoria. Grazie alla quale i rossoblù di casa superano nuovamente il Verona, in questa altalena avvincente e pericolosa, e si tengono ancora fuori dalle ultime tre posizioni della classifica. Nella sfida tra rossoblù, quelli di Casteddu, questa volta, hanno brillato di più.

25 anni senza Fabrizio De André: ‘Sopra le tombe d’altri mondi nascono fiori che non so’

di Daniele Madau

Sopra le tombe d’altri mondi nascono fiori che non so ma conosco bene quei boccioli
di campo che qualcuno ha lasciato sulla soglia della cappella De André nel cimitero
monumentale di Staglieno. Piacevano a Fabrizio come tutte le piante che vedeva
spuntare all’improvviso nella sua campagna. Quei fiori sono stesi accanto agli
omaggi portati dai suoi appassionati: ci sono sigarette, fiammiferi, un gagliardetto del
Genoa club e persino la fotografia di un fratello d’arte, Charles Baudelaire; l’ha
prelevata nel cimitero di Montparnasse a Parigi un giornalista della televisione per
celebrare la parentela tra l’autore dei Fiori del male e il poeta di Via del Campo.
Cammino nel mastodontico museo di scultura a cielo aperto che è Staglieno e
attraverso un’enorme galleria di statue del 1800. Sono sculture che parlano col
linguaggio delle forme restituendoci la vita delle famiglie genovesi: banchieri,
armatori, ricchi commercianti ma anche personaggi tipici della città e poi un pezzo
della storia d’Italia con la tomba di Giuseppe Mazzini e dei caduti per la patria.
Superando questi monumenti, tra i fioriti viali, si arriva al Campo 22 davanti alla
Cappella della famiglia De André che non ha niente dello sfarzo degli altri mausolei:
ecco le lapidi di Fabrizio e Mauro con i loro genitori, quella di Puny, moglie di
Fabrizio e madre di Cristiano. Ora sono tutti lì, riuniti nel silenzio assoluto dove
l’occhio si perde nella natura del bosco. Nessuno sfarzo, un monumento discreto e
sobrio proprio come furono in vita i De André.

Questa è una parte delle pagine dedicate alla tomba di Fabrizio, Faber, De André dal giornalista e scrittore, ma soprattutto amico intimo e fidato, Alfredo Franchini, tratta dal libro ‘Qui giace un poeta’, edito nel 2020 dalla casa editrice Jimenez. Le note che hanno accompagnato la pubblicazione parlano di un testo composto da ‘Oltre cinquanta autori italiani e stranieri – tra scrittori, artisti, editori, giornalisti, librai e blogger –accomunati dalla passione per i viaggi sulle tombe di poeti e romanzieri. Tombe sfarzose, come quella di Oscar Wilde, o semplici lapidi in un prato, come quelle di Jack Kerouac e James Joyce, tombe ospitate in cimiteri celebri – il Père-Lachaise di Parigi o l’acattolico di Roma – oppure nascoste in mezzo a monti desertici, coperte dal segreto di un monastero, come quella di Javsandamba Zanabazar, artista e poeta mongolo, in patria venerato come un santo. Tombe che raccolgono ossa e ceneri, niente di più, ma che sono spesso meta di trascinanti pellegrinaggi. Perché, quando si ama visceralmente un poeta o uno scrittore ormai morto e sepolto, non bastano le parole che ha lasciato, non sono sufficienti i diari, le lettere, le biografie e le autobiografie. Quando si ama qualcuno che non c’è più, arriva sempre il giorno in cui si fa irresistibile il desiderio di “vederlo ancora una volta”, andare a trovarlo dove giace per sempre. Cosa si prova – quali emozioni, ricordi, riflessioni scattano – quando ci si trova di fronte alla tomba di un artista amato? Che storia c’è, dietro quella lapide? E che storia c’è, dietro quel pellegrinaggio? Di questo scrivono gli autori coinvolti: hanno compiuto il loro pellegrinaggio e ce lo hanno raccontato. Massimiliano Governi sulla tomba di Sandro Onofri, Daniele Mencarelli sulle tracce di Camillo Sbarbaro, Barry Gifford tra i cimiteri di Parigi e Venezia, Matteo Trevisani in ricordo di Giordano Bruno, Giovanni Dozzini in cerca di Elio Vittorini, Tyler Keevil tra le brughiere gallesi con Dylan Thomas, Nicola Manuppelli sulle tracce di William Butler Yeats e molti altri ancora.

Alcuni di loro hanno scelto di descrivere che fine abbiano fatto, post mortem, alcune coppie celebri della letteratura, altri si sono avventurati anche tra tombe di personaggi che, nel loro ambito e a loro modo, potevano definirsi poetici. Insieme compongono un mosaico di pellegrinaggi letterari su tombe di poeti, scrittori e artisti, per parlare, attraverso la morte, della vita e
dell’arte ‘.

Sono trascorsi esattamente 25 anni dalla morte di Fabrizio (11 gennaio 1999), e noi siamo ancora qui, a riflettere sulle sue poesie e sulle sue parole, tra le quali la morte ha avuto un posto particolare. Qualcuno lo ha fatto proprio davanti alla sua tomba. La morte, nelle sue canzoni, era un momento di rivelazione, in cui coloro che hanno amato avrebbero ricevuto quanto hanno meritato, a prescindere dalla loro situazione in vita, economica, affettiva, di ceto sociale, di luogo di nascita.

Non era la ‘sorella morte’ di Francesco, dato che, secondo le parole sue, ‘gli avrebbe dato la sua buona dose di paura’ ma era una fiera avversaria da affrontare con coraggio e una buona dose di ironia; ma, soprattutto, con il carico d’amore con cui ci si è riempito il cuore durante la vita.

In gennaio, come Faber, se ne è andato, qualche giorno fa, anche Gianfranco Reverberi, compositore, produtore e grande innovatore della musica italiana. Me ne ha dato notizia lo stesso Alfredo, che ha concluso il suo comunicato con una bella immagine poetica, di ‘catasterizzazione’: e, cioè, quel fenomento della mitologia per cui una persona diventa una stella, o una costellazione: ‘Oggi, Gianfranco, va a cenare tra le stelle con Ciampi, Faber e Tenco’. Stella tra le stelle, aggiungo, a trascorrere l’immortalità con una compagnia di ottima musica, e alta poesia.

La conferenza stampa di Giorgia Meloni: “C’è qualcuno, in questa nazione, che vuole dirmi cosa fare, ma io ho la responsabilità e io decido”

di Daniele Madau

Giorgia Meloni in conferenza stampa

Questo è il passaggio più forte e significativo della lunga conferenza stampa – tre ore consecutive, senza pause – di Giorgia Meloni, definita di ‘inizio anno’, dato il duplice rinvio, piuttosto che, tradizionalmente, di ‘fine anno’.

Rispondendo a Gaia Tortora, su possibili influenze lobbistiche nei confronti del governo, la presidente ha risposto con toni duri, mentre in precedenza la sua modalità nel rispondere non è stata mai sopra le righe; tranne, forse, quando risponde ad accuse di familismo.

Alla figlia di Enzo Tortora, giornalista di La7, ha risposto in questo modo:

Io penso che qualcuno in questa nazione abbia pensato di poter dare le carte. In alcuni casi penso che in uno Stato normale non debbano esserci questi condizionamenti. L’ho visto accadere. Non mi chieda di essere più precisa di questo. L’ho visto accadere. Vedo degli attacchi, vedo anche chi pensa che ti spaventerà e se non fai quello che spera o che vuole. Non sono una persona che si spaventa facilmente. Credo che lo stiano capendo in parecchi. Preferisco cento volte andare a casa“, ha affermato la presidente del Consiglio.

E ha aggiunto: “Ci sono quelli che pensano che possono indirizzare le scelte. Se io faccio il presidente del Consiglio le faccio io perché io sono quella che si assume la responsabilità“.

Invitata da Tommaso Ciriaco di Republica a tornare sull’argomento con più chiarezza e a palesare i nomi, non ha voluto aggiungere altro.
La conferenza stampa inizia – giusto dieci minuti di ritardo – con il messaggio del Presidente dell’Ordine dei Giornalisti che denuncia il tantativo di limitare la libertà di stampa, a causa di una legge in discussione in Senato che vieterebbe di entrare nei particolari di un rinvio a giudizio.

Iniziano poi le domande di circa cinquanta giornalisti accreditati, che, come prevedibile, hanno toccato tutti gli argomenti sensibili, di stretta attualità e di tematiche più generali.

Entrare nel merito di tutti gli aspetti è impossibile ma si può riflettere su quelli più inportanti e quelli di contorno.

Giorgia Meloni non ha mostrato stanchezza sino a venti minuti prima della conclusione, quando, a microfono aperto, si è lasciata sfuggire un ‘Sto a morì ragà!’, per poi aggiungere: ‘Si è sentito, vero? Scusate ma sto cominciando ad avere svarioni!’ .

Fino a quel momento si è sforzata di rispondere in maniera precisa e pertinente.

Sulla affermazione della senatrice Lavinia Mennuni, a esempio, sull’essere cool delle madri ha risposto dichiarando che la sua attività è rivolta alla costruzione di strumenti che permettano alle madri di non rinunciare al lavoro, dopo aver chiarito di non essere d’accordo sull’aspirazione a diventare madri.

Da un punto di vista economico, ha delineato un programma di non aumento delle tasse e di tagli alla spesa pubblica, difendendo la scelta di dare un’alternativa alle banche rispetto alla tassa sugli extraprofitti.

In riferimento ai rilievi del Presidente della Repubblica sulle licenze degli ambulanti e degli stabilimenti belneari, ha assicurato che ne terrà conto: e, del resto, non potrebbe fare altrimenti.

Vuole tenere il punto sui risultati del governo, rivendicando più volte quanto realizzato rispetto ai governi precedenti; in particolar modo si accalora, sforzandosi di essere persuasiva ed efficace, sulla ‘madre di tutte le riforme’: il premierato.

Inevitabili, e attese, le parole sul deputato Pozzolo e su Verdini, padre e figlio: ‘Per Pozzolo, sarò rigida, una volta chiarita la vicenda. Per ora, ho deciso la sospensione dal partito e il deferimento ai probi viri, come da statuto. Per Verdini, i fatti contestati risalgono a quando era in carica il precedente governo. Salvini non deve riferire al Parlamento, perché non è in alcun modo chiamato in causa’.

Sulla politica estera, rimarca fortemente il sostegno all’Ucraina mentre, sul Medio Oriente, difende la posizione equilibrata dell’Italia, invitando Israele a non infierire sulla popolazione civile ma denunciando i crimini di Hamas. Il dialogo con i Paesi Arabi, per la presidente, è fondamentale.

La conferenza stampa, così, si avvia alla conclusione ma non senza un ultimo colpo di scena: proprio dopo la domanda sulla politica estera, Giorgia Meloni esclama: ‘Ragà, io devo andà in bagno!’, ed esce quasi di corsa prima delle tre domande finali.

Ci si avvia, così, alla conclusione di un incontro con la stampa preceduto da tante attese: attese in parte deluse e in parte soddisfatte.

Indubbiamente Giorgia Meloni ha cercato di rispondere a tutto senza dare l’idea di voler eludere o di essere in difficolta. Allo stesso momento, però, la conferenza stampa di una Presidente del Consiglio è per forza di parte, e questo si è notato particolarmente: in un’occasione, inoltre -quella della conferenza stampa – in cui non è ammesso il diritto di replica.

Resta un po’ di smarrimento per il tenore e la postura, alle quali ormai ci ha abituato: molto alla mano, quasi con l’ostentazione dell’accento romano, il lessico e il tono spesso confidenziale, l’abitudine di attaccare direttamente i partiti avversari, soprattutto PD e 5Stelle. Poco istituzionale? Direi di sì: un po’ di eleganza in più non farebbe male, in senso di rispetto per tutti. Aspetto secondario rispetto alle tematiche di merito, sicuramente più importanti? Certamente. Ma una cosa non escluderebbe l’altra.

In ultimo, le assenze. Inaccettabili quella della domanda sulla sanità, come anche sulle riforme scolastiche in cantiere. Speriamo siano oggetto della prossima conferenza che, speriamo anche questo, dati i precedenti, non si faccia attendere troppo.

I cattivi esempi della politica di fine anno

di Daniele Madau

La fine del 2023 coincide quasi con il primo anno di governo di centrodestra e, quindi, si presta più che mai a un resoconto. L’anno si chiude con la manovra di bilancio, tra luci e ombre: certamente con l’aspetto favorevole del rinnovo del taglio del cuneo fiscale e la semplificazione degli scaglioni IRPEF, ma con una mancanza di visione strategica e di lungimiranza. Intanto, ha suscitato scalpore la dichiarazione della senatrice di Fratelli d’Italia Menjuni sull’essere cool del fare i figli e dell’essere madre. Quando non si sa come iniziare un testo o si vuole prendere uno spunto, si cerca la definizione di un termine nel dizionario: è una procedura abusata ma per un termine inglese può essere utile.

Leggo, infatti: ‘nel linguaggio giovanile, che riscuote approvazione o suscita meraviglia, alla moda, fantastico. Nel linguaggio giovanile, appunto.

Stiamo assistendo a uno scadimento della politica a più livelli, tra i quali va annoverati il linguaggio, che è sempre specchio del pensiero e del sentire: se c’è un aggettivo che non userei per la maternità è cool.

Questo insistere su tematiche identitarie, per il governo, con una superficialità sbalorditiva, non è una novità: tutti abbiamo in mente vari strafalcioni, con protagonista, spesso, Lollobrigida.

La maternità, però, è un tema così delicato, profondo, attinente alla sfera personale che chiamarla cool, con un anglismo tanto inutile quanto, forse, ridicolo, che la mancanza di tatto, politico ma anche del buon senso, è più grave.

Nel frattempo, torna alla ribalta Verdini, un condannato a cui, purtroppo, abbiamo ceduto alcune chiavi delle stanze politiche più importanti.

L’anno si concluderà, oggi, col discorso di Mattarella: e sarà aria pulita in un ambiente saturo. Questi cattivi esempi, però, si spera ci rendano più consapevoli e portino anche l’elettorato, nelle prossime elezioni, a scegliere i rappresentanti che, quell’aria politica, non la insozzino di superficialità o corruzione.

Il racconto del Cagliari. Mister Ranieri: ‘Ho una squadra fantastica’

di Daniele Madau

Claudio Ranieri in conferenza stampa

Nonostante l’ultima, e velenosa, sconfitta col Verona, l’atmosfera è sempre serena, come il bel tempo che accompagna Cagliari in questi giorni. La conferenza stampa, poi, si tiene a Palazzo Tirso, uno dei nuovi hotel di Cagliari, belli e quasi lussuosi. L’aria sembra primaverile e, pensando ai cambiamenti climatici, forse non è una buona notizia: ma sono così cagliaritane queste vacanze di Natale col sole al posto della neve, e il profumo del mare – che arriva dal porto lì davanti – al posto dell’odore di fumo e camino.

Si inizia in anticipo sull’orario previsto, con più spazio, quindi, per le domande: che sono tante, vista l’importanza della gara. Si affronterà, sabato 30, l’Empoli penultima in classifica, in una nuova sfida salvezza.

Per questo l’ultimo allenamento è stato visto da 500 tifosi, carichi di entusiasmo: ‘Ho una squadra fantastica, e i tifosi lo sanno, ecco perché, nonostante la classifica, c’è questo entusiasmo’.

Ranieri elogia sempre la sua squadra (‘Prima o poi i risultati arriveranno, continuando con questo impegno e questa determinazione’) e, da prassi, anche gli avversari (‘Hanno Caputo e gli altri in attaco, e son sicuro che ci faranno soffrire e impensieranno Scuffet).

Avevo la statistica: 5% di percentuale realizzativa e 10 goal all’attivo, l’attacco meno prolifico della serie A; così la domanda è naturale: ‘Mister, sarà la volta della porta inviolata?’

Sì, dico proprio così, pronto anche alle critiche: detesto usare cleen sheet; questa volta, però – a causa, forse, di una domanda un po’ banale – la risposta è secca e un po’ laconica: ‘Speriamo…’

Speriamo: si potrebbe continuare, così, con questa serenità – magari accompagnata da questo clima (ma prima o poi l’inverno dovrà arrivare) -, con questo entusiasmo e con i brindisi che accompagnano, alla conclusione, queste conferenze stampa di fine anno …(Continua con la cronaca della gara, dal vivo, e della conferenza stampa post-partita di domani 30 dicembre)

La gara

Fare il giornalista-insegnante può non essere facile: qualche problema sugli accrediti e la tribuna stampa la vedo un po’ da lontano ma,almeno, ho il campo davanti. L’atmosfera è notevole, lo stadio è pieno: si sente l’importanza dell’incontro. L’inizio è favorevole all’Empoli, che ha una grande occasione ma, piano piano, il Cagliari prende campo e si fa vedere soprattutto con le corse di Azzi sulla fascia sinistra; Lapadula e Pavoletti, tuttavia, non si fanno vedere.I

Intanto, la modernità: ordini le bibite da un’applicazione e, delle ragazze dall’aria indaffarata e un po’ smarrita, le consegnano al posto.

Alla mia sinistra, la bella idea della ‘Curva futura’ questa domenica non presenta bambini ma solo adulti.

Partita sporca, rischiamo un’esplosione e il Cagliari non gira.

Arriva la ripresa, e succede un po’ di tutto: Luvumbo, entrato al posto di Lapadula, sembra suonare la carica, e Pavoletti ha subito un’occasione; Viola segna su punizione ma il Var annulla; lo stesso Viola sbaglia un rigore e Petagna un goal al 94mo.

Finisce la gara e il pubblico applaude, forse benevolo visto il periodo di festività, i giocatori.

Post-gara

Sia Ranieri sia Azzi, infatti, ringraziano il pubblico stesso che, in effetti, ha creato un’atmosfera davvero da battaglia sportiva: anche Andreazzoli afferma di essere rimasto colpito.

Ranieri afferma che lotteranno sino alla fine e si riprenderanno, nel girone di ritorno, i punti persi in quello d’andata.

Dopo la Coppa Italia di mercoledì 2, infatti, con la gara di Lecce si chiuderà un girone d’andata complesso e vissuto sempre ai margini della zona retrocessione.

Il presepe obbligatorio a scuola: riflettiamo senza ideologie

di Daniele Madau

Obbligatorietà del presepe a scuola, e per i presidi che acconsentono alla sua rimozione negli istituti scolastici, provvedimenti disciplinari. Lo prevede un disegno di legge presentato al Senato da Fratelli d’Italia, che si prefigge come obiettivo la garanzia del «rispetto» e della «tutela delle tradizioni religiose italiane».

La tematica appena presentata è una sulle quali, più che in altre, bisogna fermarsi e riflettere – come prova a fare sempre questa testata – senza ideologie: la decisione non è politica, anzi. Proprio in quanto tocca sfere religiose, si trova agli antipodi della politica in senso stretto, e cioè di quel ceto che si trova a prendere decisioni, come è giusto che sia.

Ma l’ambito religioso non deve essere strumento di decisioni politiche, altrimenti si innesca un corto circuito che conosciamo bene in altre zone del mondo, dove questo corto circuito si chiama ‘teocrazia’, con le problematiche che ne conseguono.

Si è espresso a favore del presepe l’antropologo Marino Niola, mettendo in evidenza come un popolo, se perde le sue tradizioni, perde la sua storia, il suo senso, l’animo.

Sono d’accordo, in tutto; eccetto sul fatto che la vicenda non è solo antropologica e che una decisione del genere sia, paradossalmente, in contrasto col presepe e con l’evento che rappresenta, la natività.

E’ bello riflettervi in questi giorni che precedono il Natale, è come un modo diverso, culturale, di farci gli auguri.

Stiamo ricordando, celebrando e festeggiando gli 800 anni dal primo presepe della storia. Quello di Greccio, realizzato, tre anni prima della sua morte, da San Francesco.

San Francesco, tra gli altri aspetti che lo rendono così caro, fu soltanto diacono e fu colui che, nel mezzo delle crociate, andò senza armi dal sultano d’Egitto: un insegnamento e un esempio di laicità, nel senso migliore del termine.

Se, poi, vogliamo riflettere sull’altissimo concetto, valore ed evento della natavità, bisogna farlo fino in fondo: si tratta- per chi crede- dell’incarnazione, come dono gratuito, per tutta l’umanità (compresi i popoli altri, stranieri, di altre religioni, rappresentati, nelle scritture, dai Magi) ma soprattutto per gli ultimi, i primi a ricevere il lieto annuncio della nascita di Gesù: i pastori, secondo il racconto evangelico e secondo la rappresentazione dei nostri presepi.

Il dono gratuito, dunque, di per sé, è in contrasto con l’obbligatorietà. Così come, francamente, si dovrebbe cessare dal rimandare alla scuola – perennemente, sempre e comunque – come luogo in cui concretizzare le aspirazioni di chiunque creda di avere un’idea e come luogo di recupero di ogni deficit della società che, evidentemente, si ritiene inadeguata in ogni campo dato che, per ogni campo, si ricorre alla scuola. Spesso, davvero, inopportunamente. Francamente, non se ne può più.

Se i nostri decisori politici vogliono guardare alla natività, lo facciano davvero: scopriranno, così, la gratuità contro l’obbligatorietà, l’inclusione contro l’esclusione, i pastori e i magi insieme davanti a chi nasce per tutti, non per qualcuno.

Sarebbe bello, se proprio uno Stato volesse intervenire in questo campo, che consigliasse di mettere insieme tutti i simboli, di ogni religione (esiste una regola aurea, in ogni religione: ‘Fai agli altri ciò che vuoi sia fatto a te’. Vi invito a verificare), davanti ai quali riflettere su valori quanto mai urgenti: sulla pace, sull’amicizia, sulla fratellanza e sorellanza di tutti noi.

Continua il racconto del Cagliari e del mister Ranieri: in attesa della ‘sfida-salvezza’ col Verona, tanti motivi per un brindisi

di Daniele Madau

Claudio Ranieri nella conferenza stampa di presentazione della gara col Verona

Questa sera, diremmo noi in Sardegna, questo tardo pomeriggio (ore 18.00…), secondo un italiano meno regionale ma meno affettivo, il Cagliari scenderà in campo a Verona per la sua prima vera e propria sfida salvezza: la classifica vede il Cagliari al 16mo posto con 13 punti, il Verona al 19mo con 11 punti.

Alla vigilia delle festività natalizie, e in previsione del brindisi con tutti noi, la conferenza stampa si sposta allo stadio, ed è più affollata del solito: ‘Quanti siete!?’, esclama il ‘mister’ quando si avvicina per il solito saluto personale prima del fuoco di fila delle domande.

Io ho la mia fedele agenda da insegnante-giornalista e una serie di appunti, tra i quali un dato che ho scovato in un sito: quella col Verona sarebbe la cinquantesima partita in Seria A. Sarebbe bello inaugurare il mio turno di domande (io ho sempre il privilegio di porre l’ultima domanda) con gli auguri per questo traguardo, ma devo essere sicuro: così, faccio e rifaccio i conti. Dunque, nel ’90-’91 34 partite, più 17 gare nel 23-24, compresa quella con l’Hellas: conto finale, 51! Le cose non tornato: provo a chiedere conferma in sala, sottovoce – violando un po’ il codice che regola il momento – ma non trovo conferma, causa anche fraintendimenti nello scambio di parole silenzioso.

Nel frattempo Ranieri continua a parlare: ‘Prima o poi vinceremo in trasferta, anche se loro, soprattutto dopo il cambio di modulo verso la difesa a 4, giocano bene, cercando soprattutto Djuric. E sono anche abili, come dimostra la rimonta a Udine, a recuperare… Io ho professionisti fantastici: a Pavoletti ho detto che è il nostro Altafini, perché-come lui- segna da subentrato. Ma a Napoli mi ha voluto smentire!’

Arriva il mio turno, son pronto anche se, forse, con una domanda un po’ scontata, soprattutto nella possibile risposta: ‘Mister, in un’ipotetica tabella di marcia, quanti punti auspica per le prossime tre, importantissime, partite con Verona, Empoli e Lecce?’

Per fortuna che la risposta mi spiazza un po’ – non facendo mai calcoli le squadre di Ranieri – e non è banale: ‘Ai ragazzi ho detto che sarebbe bello girare a 18, e chiudere il campionato a 36. Ma le grandi stanno faticando con le piccole, quindi la quota salvezza si alzerà’.

Mmm… ottima risposta, trovo conforto e spinta: infatti, a fine conferenza stampa mi avvicino al ‘mister’ e provo a risolvere l’enigma delle partite in serie A: quella col Verona sarà, in effetti, la 51ma.

Subito dopo, Ranieri ci versa da bere, per brindare: per la posizione di classifica, a tutt’oggi, fuori dalla zona rossa; per il prossimo Natale e, penso io, per la 50ma partita in A coi rossoblu appena festeggiata!

Rientro soddisfatto e mi metto, pure, a seguire il corso di aggiornamento, che verte sulla deontologia professionale: dunque, i giornalisti non possono ricevere nessun tipo di regalo…ma come!? Da poco me ne hanno consegnato proprio uno!

Ahiaiahi: dal prossimo Natale, bisognerà tenerne conto…

A cinquant’anni dalla prima pubblicazione, esce ‘Storia di un impiegato’ nella rivisitazione di Cristiano De André: quando le grandi opere ci interrogano con la loro complessità

di Daniele Madau

‘Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti’ : sono versi entrati, ormai, nella grande cultura popolare, a indicare la nostra non possibile estraneità alle vicende umane. Siamo tutti in relazione, ci salviamo insieme. Sono verso tratti da ‘Storia di un impiegato ‘ di Fabrizio De André. È uscita il 15 dicembre, in CD e in vinile- con una scelta che guarda al passato e preserva l’unità di un ‘concept’ – , l’opera rock di Cristiano De André “Storia di un impiegato”, già al centro di un tour da tutto esaurito nei teatri d’Italia. Secondo le note che accompagno la pubblicazione, ‘le nove canzoni originarie sono state vestite con un abito nuovo e arricchite con tanta musica scritta da Cristiano assieme a Stefano Melone. Così ai titoli conosciuti, (dall’Introduzione alla Canzone del maggio sino all’ultima, Nella mia ora di libertà, passando per pezzi come Canzone del padre, Il bombarolo, Al ballo mascherato, La bomba in testa, Al ballo mascherato, Sogno numero due), si aggiungono i brani strumentali intitolati: “Il corteo; Piano di maggio; La corsa; Onirico, Passa la banda; Intro Sogno; Un nuovo sogno, Intro del padre; Allo specchio mio padre”.
Un lavoro davvero importante per l’attualità dei testi, per gli arrangiamenti musicali e per le performances della band guidata da Cristiano’

‘Storia di un impiegato’ fu pubblicato da Fabrizio De André esattamente cinquant’anni fa, all’alba degli anni ’70: il decennio precedente si era aperto con l’anno del ‘boom’ economico e delle Olimpiadi di Roma e si era chiuso con la strage di piazza Fontana, a opera dell’estremismo eversivo nero, che voleva rispondere alle grandi conquiste sindacali dovute all’ ‘autunno caldo’.

In base a questo inquadramento storico, sembra quasi naturale che il protagonista del capolavoro dei De André, padre e figlio, che lotta contro il potere, non sia, quindi, un operaio – il quale, nella realtà italiana, ha visto esaudite le sue rivendicazioni- ma un impiegato, un borghese, il quale, nella tradizione letteraria italiana ed europea, aveva già avuto un posto di rilievo, soprattutto nella figura dell’inetto.

Si può pensare a Svevo e Kafka che, sia nella vita sia nell’opera letteraria, hanno presentato e incarnato figure destinate a lottare contro il potere. Invano, nel caso di Kafka, con un paradossale successo nel caso di Svevo e del suo indimenticabile Zeno.

L’impiegato, nella ‘Storia’ dei De André è un inetto di successo? Sembra proprio di sì in quanto, pur fallendo miseramente l’attentato contro l’inarrivabile potere del parlamento, riesce a capovolgere la situazione del carcere , facendo imprigionare collettivamente (altro successo) il secondino, figura intermedia, schiava del potere più grande.

Questa è solo una lettura personale, dovuta al tentativo, altrettanto personale, di inserire Fabrizio De André nella storia della letteratura italiana.

Aggiungerei altri due elementi di riscatto dell’ inetto di ‘Storia di un impiegato ‘ : l’affrancamento dal padre (e il rapporto padre-figlio è imprescindibile nella figura dell’inetto) e l’amore, perso ma portato a un livello più alto, trasfigurato nell’indimenticabile ‘Verranno a chiederti del nostro amore’.

Fabrizio non amava particolarmente questo suo lavoro, lo reputava troppo complesso, poco intuitivo e immediato: e, forse, aveva ragione.

Ma quanto c’è bisogno di opere complesse oggi, che, grazie anche alla grande musica, ci aiutino a riflettere? E quanto è importante, oggi, la riflessione sul potere politico?

I giudici, che in ‘Sogno numero 2’ si rivolgono all’imputato- impiegato, sembrano davvero i terroristi dell’eversione nera che, mai epurati e nascosti nell’ombra, deviavano la storia italiana con trame terribili.

A Cristiano- che ha sempre rivendicato il suo riprendere le opere del padre come risposta al bisogno di poesia che il presente dimostra di avere – il merito di aver rivestito di nuova musica un lavoro complesso, pienamente inserito nella storia della letteratura italiana e, perciò, ancora necessario.

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