Paradosso Socratico e Shoah

di Marco Marini

“Io so di non sapere” il famoso detto attribuito a Socrate e pervenutoci attraverso Platone, è ritenuto il fondamento del pensiero del filosofo greco, perché basato su un’ignoranza intesa come consapevolezza di non conoscenza definitiva, che diventa però movente fondamentale del desiderio di conoscere. In questo ruolo, gioca una parte fondamentale la Scuola. Qualche giorno fa in una trasmissione televisiva, credo fosse Report, si è parlato della scuola Finlandese. Questa Nazione è passata da un criterio selettivo, diciamo alla tedesca, che l’ha condotta nel giro di una generazione, ad non avere più nè dirigenti industriali nè politici tali da condurre il Paese stesso. Dopo una riforma che ha visto non solo aumentare il reddito del corpo insegnante, ma creare un percorso scolastico che prevedesse anche scuole professionali dove si potessero inserire quei giovani che non ambivano al proseguo nella carriera accademica ed a ruoli diciamo dirigenziali. Cosi’ la Nokia, importante e conosciuta azienda nel settore delle telecomunicazioni, ha potuto avere è tornata ad essere diretta da finlandesi piuttosto che dirigenti tedeschi che venivano pagati profumatamente e che lasciavano l’incarico dopo pochi anni. La Scuola avrebbe seguito passo per passo la crescita dei giovani finlandesi. Oggi sentiamo parlare di selezione, di sprone alle giovani generazioni magari umiliando il giovane se il rendimento non fosse adeguato agli sforzi. Ora è un punto di vista condivisibile o meno e lo consideriamo più una battuta che una seria programmazione. La Regione Autonoma della Sardegna pubblicizza in questi giorni proprio dei corsi professionali per creare un futuro lavorativo ai nostri giovani. A Sassari è stata data notizia dell’interessamento di una nota casa automobilistica giapponese di cui non si poteva fare il nome, ma che nel logo del personale chiaramente faceva riferimento alla Toyota, che ha fornito a titolo di comodato d’uso gratuito, un mezzo ibrido sulla quale l’IPSIA se non erro avrebbe fatto studiare i propri studenti. Acquisendo conoscenze all’avanguardia sulla nuova frontiera tecnologica dei mezzi del futuro, e non solo visto che attraverso la struttura aziendale i giovani avrebbero pubblicizzato il proprio curriculum-vitae, e ponendosi sul mercato del lavoro non appena conseguita l’abilitazione. Va bene e cosa centra questo con la Shoah ? Sempre la scuola ed i suoi studenti svolgono un ruolo importante sull’argomento. Ieri a Cagliari presso la Fondazione Siotto in Castello Via dei Genovesi, è stato inaugurato il cosiddetto Giardino dei Giusti, sulla falsa riga di ciò che esiste allo Yad Vashem, il Museo del Ricordo della Shoah a Gerusalemme. Sono state applicate ad una parete 7 lapidi di altrettanti sardi che si sono prodigati nel salvare gli Ebrei dalla persecuzione nazi-fascista. Ebbene oltre a varie organizzazioni che si occupano dell’argomento, il lavoro di ricerca principale è stato effettuato dagli studenti di alcuni istituti sardi. Quindi la conoscenza è importante per non ricadere negli obbrobri accaduti nel secolo appena trascorso ed in quello appena iniziato. Ma è difficile portarla avanti, questa conoscenza. Un po’ per pigrizia, un po’ per stanchezza come citava Liliana Segre in questi giorni. Ma anche perché siamo saturi di stereotipi sui vari argomenti. Per carità, come disse una psicologa conosciuta a Fiuggi durante un corso di riqualificazione professionale, “..é sulla palude della nostra vita che ci creiamo degli stereotipi che permettano di restare a galla..” più o meno diceva cosi’. Giusto, ma se questi stereotipi ci portano ai vari genocidi, allora c’è da preoccuparsi. Si pensi che durante l’inizio delle persecuzioni anti ebraiche della seconda guerra mondiale, un ebreo di Salonicco riusci’ a sfuggire ad un rastrellamento in Austria se non erro, torno nella sua comunità in Grecia ed avvisò del pericolo imminente. Nessuno gli credette, addirittura lo internarono. Oggi non esiste più la comunità ebraica di Salonicco. Ma come si sarebbe potuto credere ad una storia simile, che , forse giustificata dall’odio razziale, si sarebbe quasi accettata normalmente, certo non dalla comunità ebraica. Perché proprio dalla scuola si è cominciato a inculcare nei giovani quell’odio scaturito poi nelle leggi razziali sia in Germania che in Italia, che hanno portato alle tragiche conseguenze che conosciamo e che ricordiamo il 27 gennaio. Ma questo basta per lasciarci tranquilli, se non almeno nelle coscienze ?. Non ne sono sicuro. Abbiamo conosciuto e conosciamo molte persone che consideriamo buone e intelligenti, ma che sembra esprimano delle considerazioni a mio parere discutibili. Come quel sacerdote che mi disse che se esisteva un antisemitismo ciò significava che prima c’è stato un semitismo (?). O quell’amica che citando un fatto raccontato dal, o al, marito, ricordava una signora EBREA, in provincia di Cagliari che non avrebbe mai fatto sposare la propria figlia a un non ebreo, cosa normale in una certa mentalità italiana, mogli e buoi dei paesi tuoi si dice. I matrimoni misti nella comunità ebraica mondiale è attestata sopra il 50% , soprattutto fuori da Israele. O quella persona che frequentando un gruppo folkloristico incontrò degli ebrei di un altro gruppo che, dopo essere usciti dal bagno lasciarono un odore sgradevole ???. Gli altri invece lasciano un profumo di rose, scusate per l’argomento. O quel signore che dopo un viaggio in Terra Santa criticò l’ostentazione degli ebrei per le ricchezze, perché andavano in giro mettendosi l’oro addosso, mi fece vedere le foto e riconobbi le donne beduine che girano con un bracciale d’ro, tutte le loro ricchezze, tenuto alle caviglie come coloro che si incontrano per le strade in Tunisia. Agli ebrei era proibito indossare ori e gioielli sia durante il regno dei Re Cattolici Ferdinando di Castiglia ed Isabella di Aragona sia durante il nazi-fascismo dove vennero depredati dai governi. Ricordiamo i 50 kg d’oro richiesti da Kappler alla comunità ebraica di Roma, non bastarono e vennero aiutati da cristiani e perfino dalla Chiesa. Ma non servi’ ad evitare la via per Auschwitz. O quel dirigente della pubblica amministrazione che affermò che solo gli ebrei ricchi si salvarono. E cosa c’è di strano, raramente nella storia se non per casi sporadici, si sono viste comunità che si aiutano e si salvano vicendevolmente. Ma la famiglia di Otto Frank, padre di Anne, allora ? A cui il governo degli Stati Uniti negò più volte il visto di ingresso in quel paese ? Gli Ebrei hanno cultura perché hanno i soldi, dice qualcuno, e allora gli arabi coi petrodollari avrebbero dovuto guidare il mondo o risolvere definitivamente per esempio il problema dei fratelli in Palestina, ma sembra preferiscano accordarsi con Israele ed il mondo occidentale in genere. O quell’amico che considera fastidioso lasciar intravedere i boccoli dei capelli dal Bozik il tipico cappello degli ebrei ortodossi, cosa prevista dalla Bibbia e seguita anche dai musulmani, insieme alla crescita della barba, ma non si dice nulla del turbante colorato dei Sikh. O quell’altro amico che affermava che se non ci fossero stati gli esperimenti sulle cavie umane nei campi di concentramento oggi non avremmo saputo nulla su certe malattie. Infatti tutte le cavie erano “volontarie”. O infine quel sacerdote in una Chiesa a Cagliari che durante un’omelia si scagliò contro la città di Gerusalemme in quanto fortificata. E allora Babilonia ? La Città Santa per le tre religioni è stata fondata nel secondo secolo avanti Cristo.  O quel simpatico barista romano che aveva l’attività vicino al mio ufficio, quando mi ha sentito parlare del mio interesse per il vicino oriente, in genere, lui si irrigidi’ invitandomi a parlare col padre dei problemi avuti con gli ebrei. Chiesi quali fossero questi problemi e mi accorsi che la sua diciamo ostilità era indiretta ma non mi ha specificato un fatto. O quel conoscente di cultura medio alta, autore di un testo su Roma antica studiato presso l’università di Cagliari che al sentirmi parlare dei miei interesse, che ribadisco riguardano tutte le culture del vicino oriente, Islam eccetera, mi disse che la Sardegna non c’entrava nulla con gli ebrei. Si era dimenticato dei quindici secoli circa passati nella nostra Isola. Sono affermazioni fatte in buona fede, non ritengo siano generate da un odio verso il popolo ebraico, ma tant’è che ancora oggi si chiede alle vittime di giustificarsi. Magari scopriremo le vere cause dell’antisemitismo e spereremo di ricordarci della Shoah in maniera più consapevole e proficua perché abbiamo risolto il problema. Meditiamo gente meditiamo.

27 Gennaio 2023, Giornata della Memoria

di Marco Marini

In pace i figli seppelliscono i padri, in guerra sono sono i padri a seppellire i figl (Erodoto)

Anche quest’anno si celebra la giornata che ricorda la Shoah, lo sterminio degli Ebrei in Europa. E non solo degli ebrei, ma anche degli omosessuali, dei portatori di handicap, dei professanti altre religioni, delle donne.Un’ atrocità, che da sola dovrebbe far capire l’aberrazione della Shoah, riguarda i bambini mandati subito a morire nelle camere a gas o negli esperimenti del Dottor (?) Mengele. Quali erano le loro colpe? O forse erano inutili per lo sforzo bellico tedesco? Ancora oggi sono le vittime principali di tutte le guerre recenti,alla quale assistiamo ormai indifferenti e con qualche fastidio, forse. Qualche, macellaio permettetemi, pensa che è meglio non preoccuparsi delle conseguenze della loro morte, anzi si eviterà che in futuro qualcuno di questi possa vendicarsi, se dovesse sopravvivere.Lo scrittore ebreo di Venezia, Riccardo Calimani, ha recentemente affermato che il Giorno della Memoria è importante se resta la giornata dei mille perché senza risposta e lo sarà ancora se riguarderà tutti gli stermini.La senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah, ha espresso la sua preoccupazione sull’epilogo che potrebbe accadere a questo ricordo. Si ridurrebbe ad una riga nei libri di storia.Ha notato una certa stanchezza nelle persone sullo sterminio degli Ebrei, e questo si nota quando si prende in parola sull’argomento.Ma le iniziative proseguono, presso l’Università degli Studi di Cagliari si è ricordata la cacciata dei professori Israeliti dall’insegnamento e si continuano a cercare coloro che hanno aiutato gli ebrei a salvarsi, i cosidetti Giusti Fra le Nazioni, ricordati presso lo Yad Vashem a Gerusalemme. Alcuni dei quali erano sardi.Questo fa ben sperare che la memoria non vada persa, ma le perplessità restano.Molti intellettuali contestano l’unicità della Shoah, evidenziando che la Storia umana ne è piena. E’ vero tutto ciò. Si pensi che l’intellettuale e politico Plinio, dirà a proposito della Guerra in Gallia “Humani Generis Iniuria” cioè CRIMINI CONTRO L’UMANITA’, per la prima volta nella Storia per rimarcare la crudeltà di quella guerra. E cosi’ ne vari spazi e nei vari tempi, della Storia.

Sul piano etico, violenza terrore e stragi sono tutte uguali, non c’è distinguo, non si tratta di numeri ne di totalitarismi più o meno cattivi, URSS, CINA, Ruanda, ex Jugoslavia, Cambogia, crimini infami.

 PERO’ per la Shoah mai un popolo, in quanto tale, é stato braccato in mezzo mondo, deportato e quasi completamente sterminato solo perché legato ad una Religione – Cultura – Tradizione.

Lo scopo preciso era l’eliminazione di un qualsiasi dopoguerra per l’avversario, nessuna da catechizzare, nessun esilio, semplicemente perché non era previsto alcun sopravvissuto.

Questo sembra avvalorare l’idea che dalla Storia non abbiamo imparato nulla. Basta guardare ciò che succede nel centro dell’Europa. Una guerra che ha scatenato contrapposizioni violente dal punto di vista verbale, investimenti in strumenti di guerra che non vedevamo da decenni. Dubbi su chi ha ragione e torto, giustificazioni sull’intervento dell’invasore e il diritto dell’invaso a difendersi. Da una parte il Gruppo Wagner e dall’altra il Gruppo Azov entrambi filonazisti e accusati di crimini di guerra. Come se in guerra esistessero delle regole tipo Monopoli o Gioco dell’oca…..

Ancora oggi manifestazioni sportive degenerano in scontri fisici tra tifoserie che inneggiano, spesso a Hitler, cioè a colui che ha fatto della violenza la propria ideologia. Quando il principe Harry si vesti’ come una SS, ci fu grande scandalo in Gran Bretagna, perché ancora si ricorda ciò che il dittatore nazista ha fatto a quella nazione. Per carità a carnevale ognuno può vestirsi come vuole, ma ricordiamo che il nazismo è cominciato con le marce dei ragazzini vestiti in divisa e gagliardetti, come se fossero dei boy scout, non me ne vogliano i seguaci di Baden-Powell. Poi un po’ più grandicelli sono andati a rastrellare ebrei e partigiani nell’est europeo, dopo aver bruciato libri, non graditi al regime, distrutto sinagoghe ecc.

Quello che mi fa riflettere e preoccupare, è che questa civilissima Europa, patria dell’Illuminismo della Ragione è altrettanto genitrice di stermini e devastazioni, spesso effettuate nel nome di questa o quella Idea se non addirittura in nome di Dio (Blasfemia). Abbiamo ridotto in schiavitù l’America del Sud, L’Africa e cercato di imporci in Asia, senza riuscirci.

Allora, forse non dovremmo meravigliarci se 78 anni fa abbiamo scoperto l’orrore della Shoah.

Ha ragione Calimani, dobbiamo dare risposte ai mille perché. Conosciamo Chi, Dove, Quando, Che cosa,

la famosa regola delle 5 W dello stile giornalistico anglosassone (Who ? Where? When? What?) ma resta

forse, quella domanda fondamentale alla quale non abbiamo dato una risposta significativa:

WHI ? Perché ?

Ma per fortuna, se cosi’ si può chiamare, camminando per le vie di alcune città come Roma o Ferrara o Firenze o Monaco di Baviera, a ricordarci ciò che è avvenuto, vengono incorporate, nel selciato stradale delle città, davanti alle ultime abitazioni delle vittime di deportazioni, dei blocchi in pietra ricoperti da una piastra di ottone posta sulla faccia superiore. Un’iniziativa dell’artista tedesco Gunter Demnig per lasciare nel tessuto urbanistico delle città una memoria diffusa per ricordare i cittadini europei deportati nei campi di sterminio nazisti. Sono le cosiddette PIETRE D’INCIAMPO

Hanno arrestato il re. Roberto Saviano racconta Matteo Messina Denaro

di Roberto Saviano

Hanno arrestato il re. Cosa Nostra, l’unica fra le organizzazioni criminali, continua a mantenere una struttura piramidale, mentre le altre si costituiscono come confederazioni, non hanno un unico sovrano. Riina è morto in carcere da re. Provenzano, in tutti i suoi anni di latitanza, operava da monarca ma formalmente era viceré.

Matteo Messina Denaro, ovvero il vertice di Cosa Nostra, l’ultimo membro di una mafia che appartiene al passato, alla vecchia generazione, le cui scelte sanguinarie hanno letteralmente consumato il potere dell’organizzazione. Classe 1962, Matteo Messina Denaro è figlio di un uomo d’onore; viene «combinato» mafioso giovanissimo, ed è stato protagonista dell’ascesa dell’organizzazione più feroce e mediatica che il crimine organizzato abbia conosciuto nell’Europa occidentale: la mafia corleonese.

I corleonesi cominciano una vera e propria rivoluzione mafiosa, fanno la guerra ai palermitani in nome della purezza dei princìpi mafiosi: Bontade e Inzerillo stanno trasformando Cosa Nostra — secondo la loro visione — in una sorta di formazione politica, al servizio dei potentati politici, che decide gli omicidi autonomamente senza discuterne con tutte le famiglie, esautorando sostanzialmente il ruolo della Commissione; i corleonesi vogliono combatterli, giustificano il loro colpo di stato difendendo l’importanza della collegialità delle decisioni e il ritorno alle regole d’onore che vogliono l’organizzazione in posizione dominante rispetto la politica.

In realtà quest’operazione è soltanto di facciata, perché, esattamente come capita in ogni colpo di stato, una volta ottenuto il potere, i corleonesi accetteranno soltanto la presenza delle famiglie loro alleate e cancelleranno tutte le altre. È proprio qui che Matteo Messina Denaro prende spazio: condivide con la Cupola di Cosa Nostra, ma soprattutto con Riina, Madonia, Bagarella, la necessità di spendere tutto il capitale violento che hanno.

Le esecuzioni sono il metodo più veloce per imporre il proprio potere, anche se poi altrettanto velocemente il potere ottenuto in questo modo va perso, proprio in nome della stessa violenza. Messina Denaro è uno dei preferiti di Riina perché ha testa e violenza, non vuole essere un uomo d’onore pronto a scappare dinanzi alle decisioni difficili una volta ottenuta una vita agiata e una rispettabilità. Non ha una vocazione politica come Bontade o affarista come Buscetta.

Messina Denaro ha estro organizzativo è un soldato, obbedisce alla regola mafiosa senza discutere, partecipa al commando che nel 1992 uccide Antonella Bonomo, incinta di tre mesi, strangolata perché moglie del boss Vincenzo Milazzo che aveva osato iniziare a criticare il troppo sangue sparso. Il suo essere incinta condanna Antonella Bonomo, se avesse partorito un maschio avrebbe cercato di vendicare il sangue del padre.


Prima che l’organizzazione decidesse di minacciare lo Stato non era mai accaduto, quando aveva ucciso giudici, giornalisti, che si arrivasse al terrorismo, all’esplosione di bombe in strada com’è successo in via Fauro e davanti alla Basilica di San Giovanni Laterano e alla chiesa di San Giorgio al Velabro a Roma, in via dei Georgofili a Firenze, in via Palestro a Milano.

Messina Denaro è convinto che sia l’unica strada, l’unica capace di mandare allo Stato un messaggio chiaro: o arretrate, e permettete all’organizzazione e ai suoi affari di andare avanti e soprattutto mantenete la parola, ( i voti che Cosa Nostra vi ha procurato) oppure non avrete pace.

Le bombe hanno lo scopo di terrorizzare, di far cadere di volta in volta le maggioranze politiche sotto la pressione degli attentati. Questa è la linea di Messina Denaro, a farla entrare in crisi saranno solo i pentiti. La Barbera, Di Maggio, Di Matteo: sono uomini d’onore, quindi assassini convinti di appartenere a un’organizzazione che permette loro di crescere economicamente, che ha dato loro dei codici, ma non avrebbero mai immaginato un’evoluzione fatta di bombe, di stragi non riescono a seguire questi ordini e cominciano a collaborare con lo Stato.

La risposta di Messina Denaro e i vertici di Cosa Nostra è feroce, sequestrano il figlio di Santino Di Matteo, Giuseppe.

Brusca, Bagarella, Graviano, si presentano al maneggio dove il bambino va a lezione di equitazione, si identificano come poliziotti del nucleo operativo protezione pentiti, gli dicono che l’avrebbero portato dal padre. Il bambino si cambia subito, è contento di rivedere suo padre e invece verrà sequestrato.

In genere non si uccidono i parenti dei pentiti perché significa sostenere le dichiarazioni di veridicità di quel pentito. Si cerca di intervenire quando il pentito non ha ancora detto tutto, o di smentirlo in tribunale, senza toccare la sua famiglia. Ma in questo caso, Matteo Messina Denaro non vuole semplicemente che Santino fermi la sua collaborazione, ma che ritratti.

È un messaggio importante da far arrivare a tutti: anche se parlate, vi costringerò a rimangiarvi tutto. E così, prima passano in rassegna i parenti di Santino Di Matteo, che però sono uomini d’onore che hanno preso distanza da lui, anche la moglie, quindi tutte persone intoccabili secondo il codice di Cosa Nostra. Ma, quando si parla di codice, è bene capire che è una finzione, un paravento messo a coprire gli atti più violenti considerandoli oltre il perimetro consentito. E la violenza mafiosa non ha mai perimetri.

Rapiscono un bambino (rinnegando la regola che non si toccano donne e bambini né si uccide una persona dinanzi a suo figlio) lo tengono nascosto per due anni, lo tengono legato, lo vessano. Gli dicono subito che è in quelle condizioni perché il padre ha parlato, quel «crastu», non vale niente. Il bambino comincia a odiare il padre per averlo spinto in quelle condizioni, mandano sue fotografie al nonno e alla madre.

Il padre cercherà, di nascosto dalla polizia, di andare a recuperarlo lui stesso insieme ad altri pentiti, ma non ritratta; non potrebbe nemmeno farlo, con tutti i dettagli che ha fornito ritrattare non avrebbe salvato né lui, né suo figlio. Giuseppe verrà strangolato l’11 gennaio 1996 e sciolto nell’acido, dopo una detenzione di 779 giorni: il sequestro più lungo nella storia dei rapimenti italiani, e tutto questo l’ha permesso Messina Denaro.

Il suo legame con la politica è dimostrato in molte parti della sua vita, ad esempio quando i suoi uomini, nel 2006, si incontrano in un’autofficina nel trapanese, dove scelgono la posizione politica sulla quale spingere: «Se vincono i comunisti ce ne dobbiamo andare», dicono. E viene chiesto l’appoggio elettorale a Berlusconi. Il politico di riferimento, però, è Antonio D’Alì, erede della famiglia che aveva fondato la Banca Sicula di Trapani, la più importante banca privata siciliana, fondatore di Forza Italia e sottosegretario del ministro dell’Interno dal 2001 al 2006.

Quello con D’Alì è un rapporto antico: i Messina Denaro ne gestivano le terre della sua famiglia, il padre e il nonno ne erano fattori. D’Alì è stato sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa fino al 2016, quando era stata decisa l’assoluzione in appello. Ma nel 2018, i giudici della sezione misure di prevenzione segnalano che si tratta di una figura a disposizione di Matteo Messina Denaro e di Salvatore Riina. D’Alì viene condannato a 6 anni per concorso in associazione mafiosa ed ora in carcere. Viene condannato il 14 dicembre scorso, la data va pesata perché circa un mese dopo Messina Denaro viene arrestato .

U «Siccu» questo il soprannome di Messina Denaro ha sempre saputo tenere i rapporti con la politica e con l’impresa e conserva la caratteristica principale per un capo: da un lato la spietatezza militare, dall’altro la capacità economica.

Del resto, viene scoperto che riciclava denaro reinvestendolo nei supermercati Despar, un marchio in franchising: i supermercati sono fonte di distribuzione del lavoro sul territorio e di assistenza tramite gli apparati di sconti sui prodotti per la casa e sul cibo; ha una capacità imprenditoriale all’avanguardia, che lo porta a investire anche nel gioco d’azzardo e nei parchi eolici.

Per comprendere la quantità di denaro, in una sola operazione nel 2007 la Dia sequestra a Giuseppe Grigoli, un imprenditore vicino considerato prestanome di Messina Denaro, 700 milioni di euro in immobili e negozi di abbigliamento e preziosi. E parliamo di una sola, singola operazione. Nel 2010 la DIA sequestra beni per 1,5 miliardi di euro a Nicastri ritenuto prestanome del boss e che investiva nell’energia eolica.

Nel 2012 vengono sequestrati altri 1. 5 miliardi di euro legati agli investimenti turistici. Non devono stupire i trent’anni di latitanza, perché in realtà Matteo Messina Denaro non è stato davvero cercato per circa vent’anni per arrestare un capo c’è bisogno di un investimento vero, che è avvenuto solo recentemente. Accadde lo stesso per Provenzano, arrestato dopo quarantatré anni di latitanza, in verità cercato per davvero da molto meno tempo. Come tutti i capi, non si spostano mai dal loro territorio , per due ragioni. La prima: il loro territorio è sicuro.

Spostarsi all’estero garantisce l’anonimato, ma non la sicurezza. Non puoi sapere se qualcuno ti vende o se qualcuno inizia a entrare nel quartiere a pedinarti o a chiedere informazioni, non verrai mai avvertito, non sai di chi puoi fidarti. Il proprio territorio, invece, è una garanzia: se qualcuno ti tradisce, sa che verrà punito insieme alla sua famiglia, qualsiasi informazione ti arriva in tempo e cambi luogo.

L’altra questione è legata alla gestione: se vai via, devi costruire un viceré, che prima o poi diventerà re. Messina Denaro viene dalla tradizione che ancora perseguitava le parole. Discende dalla Cosa Nostra che non ha ancora compreso che non puoi impedire di citare l’organizzazione o di criticare i capi; quella di Matteo Messina Denaro era una Cosa Nostra in cui non potevi pronunciare, non potevi insultare, in cui si veniva puniti per una parola. In questo contesto cresce Matteo Messina Denaro, e con lui finisce la mafia stragista definitivamente. Se lui si pentisse, molte cose potremmo conoscere, ma meno di quante ci aspettiamo.

I boss, oggi, sono molto potenti, a fronte di uno Stato fragilissimo. I capi negli ultimi 10 anni quando hanno parlato, non sembrano (almeno ad oggi) aver detto tutto quello che sanno, ma sono consapevoli che allo Stato basta poco. La politica vuole lo scalpo da esibire nel circo mediatico basta un risultato qualsiasi per gridare alla sconfitta della mafia o al grande arresto anche se, a conti fatti, non arrivano grandi rivelazioni. E questo i boss lo sanno. Se anche si dovesse pentire, non direbbe tutto quello che sa. Si parla davvero a uno Stato che sta davvero combattendo le organizzazioni criminali, e non è il nostro caso. Tra qualche giorno l’economia mafiosa sarà dimenticata e dimenticando che rimane l’economia più forte del paese.

(dal ‘Corriere della Sera’ del 17 gennaio 2023)

Vito Mancuso: ‘Signore, ti amo’, le ultime parole di Ratzinger, sono state coerenti con la sua vita

di Daniele Madau

Per parlare della grande figura del Papa emerito, nel giorno del suo funerale, ho incontrato il teologo, filosofo e scrittore Vito Mancuso, studioso sempre attento, aperto e disponibile.

Il suo gesto di dimissioni ha parlato più di ogni parola: la grandezza della sua umiltà, in quell’occasione, è stato un insegnamento che resterà nella storia. E’ necessario, però, approfondire ancora la figura di Joseph Ratzinger, e, per questo, approfitto della riflessione di Vito Mancuso, partendo proprio dalle ultime parole, pronunciate in fin di vita, come un testamento.

Da un punto di vista emozionale ed empatico, cosa pensa delle ultime parole di Ratzinger, così come ci sono state riferite?

Penso che corrispondano pienamente a una vita vissuta nella dedizione, e siano del tutto coerenti con la sua figura, che non ho potuto conoscere direttamente ma per come l’ho percepita

Il pensiero di Ratzinger è stato caratterizzato dalla lotta al relativismo, così presente nella filosofia moderna, penso, a esempio, al ‘pensiero debole’ : qual è la sua posizione a riguardo, da teologo e filosofo?

Il relativismo è caratterizzato dal dominio assoluto del proprio pensiero, senza limiti; al contrario, l’assolutismo pone un assoluto all’esterno di noi, al quale dobbiamo sacrificare ogni cosa di noi e tutto noi stessi. Io propongo invece l’essere relazione. O meglio, dentro di noi, nella nostra coscienza, dobbiamo essere assolutisti, cioè non scendere a compromessi e scegliere il bello e il giusto, la legalità, l’onestà, la correttezza. All’esterno di noi, però, nei rapporti, nell’etica, dobbiamo relazionarci e trovare un punto d’incontro tra tutti, su cui fondare il diritto, che sarà unico ma frutto di un incontro tra le varie esigenze.

Unanimemente papa Ratzinger è stato giudicato un fine teologo. Quali sono i cardini peculiari, più rilevanti, della sua teologia?

La sua opera più importante, a mio parere, è ‘Introduzione al Cristianesimo’, del 1968, in cui tenta di armonizzare la fede e la ragione: intesa, però, non con la ragione analitica che scompone e analizza, ma con il ‘logos’ greco, quello che dal caos porta al ‘cosmos’, cioè all’ordine e alla bellezza. Nelle ultime opere, invece, ho trovato qualche contraddizione, soprattutto laddove afferma che il Gesù dei Vangeli è, in tutto e per tutto, quello storico. Poi però ha affermato che alcune parti del Vangelo non sono storiche, come la terribile affermazione ‘il suo sangue ricada su noi e i nostri figli’-dell’episodio con Barabba – che ha dato origine all’accusa di deicidio verso gli ebrei: in queste affermazioni ho notato una caduta rispetto alle posizioni precedenti.

E’ stato un conservatore? Penso alla sua posizione sulle donne, che ha richimato sempre alla devozione alla famiglia, quasi come vocazione

Sì, è stato un conservatore, è questo ha creato una divisione tra suoi fautori e coloro che non concordavano. Come, del resto, capita per questo ideale di donna; anche tra le donne stesse c’è chi si rispecchia e chi no: l’importante è seguire la propria sensibilità e capire, nell’insegnamento di Ratzinger, che c’è una forte componente conservatrice.

Lei è stato molto legato al cardinal Martini, che è stato indicato tra i ‘papabili’ proprio nelle elezioni che, poi, avrebbero portato Benedetto e Francesco al pontificato. Quale strada avrebbe preso la Chiesa con lui?

Martini era uno studioso che non avrebbe mai tradito la verità della Scrittura per un dogma o un insegnamento puramente teorico o non basato, appunto, sulle Scritture. Per questo, credo che sarebbe stata una Chiesa libera nell’insegnamento, affidata a studiosi preparati e seri, dei quali molti sarebbero stati laici.

‘ Esistiamo solo insieme’: il lascito di Peppino Marotto, il poeta della comunità, morto solo e senza giustizia 15 anni fa

di Daniele Madau

Sardegna e Sicilia, le isole più grandi del Mediterraneo, così diverse, con, in apparenza, pochissime caratteristiche in comune: il mare bellissimo, il presidente Mattarella che sceglie Alghero per il riposo estivo, il collegio unico per le elezioni europee- speriamo ancora per poco- la presenza spagnola, l’ idea di ‘isolitudine’ di Bufalino – appropriata per i grandi autori sardi- una certa tensione morale dei loro pensatori. E la morte solitaria di alcuni dei loro uomini migliori. In estate in Sicilia, in dicembre, a Natale, in Sardegna: il 24 dicembre 1998 Don Muntoni, il 29 dicembre 2007, quindici anni fa, Peppino Marotto. Entrambi a Orgosolo. Entrambi senza colpevoli. Orgosolo, ‘vituperio delle genti’, per citare chi non ha mai compreso la Sardegna, Dante. Orgosolo: ammantata di bellissimi murales, cuore di tenebra e primizia di un futuro di comunità come comunione di bene che ancora si porta sulla pelle la lettera scarlatta dell’ omertà che protegge gli assassini. Peppino Marotto era emigrato in Lombardia e aveva avvertito la differenza tra l’essere comunità e no: ‘A Orgosolo c’ è sempre una luce accesa per te, e sai tutto della vita dietro quella luce. Qui potresti crepare che nessuno si accorge di te.’ Questo concetto, diventato teoria generale e scelta di vita, lo ha poi chiarito nella bellissima espressione ‘esistiamo solo insieme.’ E’ stato proprio vero. La sua vita era in mano alla sua comunità, che ne ha deciso anche la morte, con spietatezza. Vero martire, cioè testimone, ha lottato con le parole a Pratobello, affermando che quella è stata vera balentia, la lotta pacifica, arduo ossimoro. È stato a disposizione di tutti come sindacalista; sino all’ ultimo, ottantenne, ha cercato di educare alla modernità, con i suoi versi, la sua comunità, cercando di setacciare il bene e buttare il male del passato. È stato ucciso in maniera vigliacca alle spalle, alla faccia di un millantato coraggio atavico barbaricino da cartolina turistica. Per vendetta? Quale vendetta? E se anche fosse, tutti si dimenticano che il primo articolo del codice barbaricino afferma che ci si può rinunciare alla vendetta ‘per un superiore valore morale’ . Ma questo valore morale era di Peppino, mentre i suoi uccisori hanno sporcato la pietas, la reverenza sarda per i saggi, gli anziani, i vati.

La scena finale di ‘ Alla luce del sole’ , film su Don Pino Puglisi, vedeva Don Pino morire solo, disteso per strada, in pieno pomeriggio d’estate, mentre tutt’ intorno Palermo, il quartiere Brancaccio, lo ignorava, tra chiusura delle imposte dietro le quali si scorgevano fuggevoli figure e ragazzi in motorino che passavano a fianco . Orgosolo, la mattina del 29 dicembre 2007, la immagino così, anche se si dice che la Sardegna non abbia conosciuto la mafia. Ma, in questo, i complici dei malviventi di Sicilia e Sardegna, alla fine, non sono stati così diversi. Infatti l’ omertà cos’è? La connivenza cos’è? Esistono, e sono esistite, tante tipologie di silenzio in Sardegna: quello santo di fra Nicola – frate silenzio-, quello dei nostri infiniti spazi incontaminati, quello della ritrosia caratteriale sarda, che ci viene riconosciuta come peculiare, pronta a trasformarsi in amicizia incondizionata, laddove si conquisti la nostra fiducia. E quello dell’ omertà comunitaria, che protegge gli assassini. Nel femminicidio di Dina Dore almeno una lettera anonima aveva squarciato il velo vile della comunità di Gavoi. Peppino Marotto aspetta ancora quella voce anonima, quell’ oralita’ che lui ha trasformato in poesia, sulla scia della nostra tradizione dei cantadores. Custa sì che è balentia sarebbe il suo commento alla sua giustizia.

‘Giulietta e Romeo’ riletta da Monteverdi a Cagliari: la passione giovanile nel degrado postbellico. Incontro con la regina del Balletto di Roma, Carola Puddu

di Daniele Madau

E’ di nuovo in scena, da ottobre, ‘Giulietta e Romeo’, un classico firmato dal coreografo e regista Fabrizio Monteverde, su musiche di Prokofiev. Approdato a Cagliari per quattro repliche da tutto esaurito, con 350 recite e 200.000 spettatori è oggi lo spettacolo di danza italiano più applaudito di sempre.

Cagliari diventa un luogo simbolico, per la presenza della protagonista Carola Puddu che, alla fine dello spettacolo, mostra la bandiera dei quattro mori, in un tripudio di affetto. La vita di Carola è esemplare: inizia la danza all’età di 4 anni a Cagliari, all’età di 9 anni si trasferisce in Francia entrando nella scuola di danza del Balletto dell’Opera di Parigi (École de danse du Ballet de l’Opera de Paris), dove farà tutti gli anni di studio fino a diplomarsi nel 2018. Nel 2019 si trasferisce a Toronto ed entra a far parte del Professional Training Program con il Canada’s National Ballet School, dove, dopo la riabilitazione da un grave infortunio, danza in alcune delle produzioni del coreografo spagnolo Roman Oller, tra cui “Romeo e Giulietta”. Nel 2021 entra nella classe della scuola di “Amici di Maria De Filippi”. Allieva della maestra Alessandra Celentano, alla sua uscita dal programma Carola viene chiamata a far parte dell’organico del Balletto di Roma, sino a ricoprire il prestigioso ruolo di Giulietta in “Giulietta e Romeo” .

Inizia lo spettacolo, sul palcoscenico una scenografia buia – la Verona degli amanti infelici di William Shakespeare è diventata un Sud postbellico cupo e polveroso, alle soglie di una rivoluzione: un muro decrepito, con porte che non si aprono, una scala a pioli con ballerini appesi e Giulietta che si cala dal balcone. Le madri, Capuleti e Montecchi, dei due protagonisti, sono in sedia rotelle: una grintosa, l’altra superficiale, si frappongono all’amore dei due giovani.

Nell’ originale riscrittura drammaturgica , descritta come ‘narrazione essenziale ma appassionata, lirica e crudele, che come il cerchio della vita continuamente risorge dal proprio finale all’alba di un nuovo sentimento d’amore’, il corpo di ballo è capace di trasmettere emozioni, con i loro movimenti morbidi e sinuosi, sintesi di classico e moderno.

Regina di questo di questo corpo di ballo è Carola, che incontro in una pausa dalle prove, in tutta la sua giovinezza e disponibilità.

Carola, hai provato una sensazione particolare in queste date di Cagliari, da ‘regina in patria’ ?

Ho ricevuto tanto affetto dovunque, ma, chiaramente, le emozioni provate a Cagliari sono state diverse, pensando anche al premio ricevuto dal sindaco Truzzu come “giovane talento della danza e straordinaria interprete dei valori della nostra terra”. Io ricevo lettere, regali ovunque: addirittura c’è chi si confida con me, dato che incontro gli spettatori dopo ogni spettacolo.

Essere un esempio: prevale più il senso di responsabilità o il piacere?

E’ una cosa bellissima. Nel mondo della danza ci sono tante persone come me. Chiunque scelga di coltivare la propria passione, chiunque metta impegno e creda nel trasformare la propria passione in un mestiere è un esempio. E’ pieno, nelle accademie, di persone così. In Sardegna è un po’ più raro, perché non ci sono accademie. Quella che sono io è frutto di un lavoro che anche altre persone perseguono. Il mio successo è legato anche alla televisione: anche lì, tuttavia, c’è stato un percorso di lavoro, di sacrificio, di impegno duro e rigido. Sono stata circondata anche da professionisti che hanno intravisto il mio potenziale, e hanno voluto il mio bene. Come anche i miei genitori.

In Italia abbiamo visto denunce da parte di ginnaste per metodi di insegnamenti duri, quasi violenti, per cercare la perfezione: tu hai conosciuto questo mondo?

Sì, ho saputo di certi comportamenti, che credo siano presenti dappertutto. Esistono, anche, persone che vogliono il tuo bene, che si riconoscono: il loro essere duri è finalizzato al tuo bene. Gli altri sono più, oserei dire, ballerini mancati e, quindi, frustrati.

Stai interpretando ‘Giulietta e Romeo’, il più grande classico di tutti i tempi: condividi la rilettura del regista?

Sì, la condivido pienamente e, tra le altre cose, vorrei sottolineare la grande importanza che viene data alle donne, le vere protagoniste del balletto.

Ci racconti come è stata una tua, tipica, giornata in accademia: molto dura?

In Canada, più che in Francia, un po’ sì: otto ore di allenamento quotidiano, divise in mattina e pomeriggio

Cosa provi mentre balli? Il ballo è qualcosa di sacro o mistico?

A volte questa sensazione capita, ma non sempre: accade quando l’energia che sento nel mio corpo si sposa con la coreografia del ballo e con il compagno di danza. Nella prima pomeridiana di Cagliari, però, a esempio, non è successo, perché ero concentrata su altro, come prendere le misure al palcoscenico.

Cosa sarebbe stata Carola se non fosse stata una ballerina?

Di sicuro avrei avuto un mestiere attinente alle lingue: le adoro, e ne parlo quattro

Lo sport come strumento di autenticità

di Mauro Dessì

Dai campi in terra battuta di un piccolo paese nell’oristanese ai lussuosi stadi del Quatar: e, in mezzo, i trionfi mondiali e le meravigliose esperienze con la nazionale di basket di atleti con la sindrome di Down. Mauro Dessì ci guida, nella sua riflessione, nello sport come modo privilegiato per dare il meglio di sé

Ho giocato a calcio per oltre trent’anni. Ho iniziato che ero bambino e il mio sogno non era tanto quello di giocare in serie A quanto di indossare, un giorno, la maglia rossonera del mio paese nella squadra che, tra i dilettanti, difendeva l’onore della mia piccola comunità di 1500 abitanti, Villaurbana. Ho realizzato quel sogno e sebbene non mi abbia dato fama e successo, mi ha regalato tanti momenti da protagonista. Niente soldi, niente visibilità, solo il gusto, a volte dolce, a volte amaro, di tornare a casa, la domenica sera, soddisfatto e gratificato da una giornata di vero sport.

In questi giorni in cui, finalmente in chiaro, assisto in TV ai mondiali di calcio in Qatar, un po’ mi tornano in mente le mie partite in terra battuta. E guardo ammirato quei prati verdeggianti in cui i campioni del football mondiale stanno gareggiando per conquistare il titolo più ambito per un calciatore. Credo che in ognuno di quei campioni ci sia stato il sogno, da bambino, di arrivare a una competizione come questa. Chissà quali emozioni, chissà quali ricordi del proprio passato nello scendere in campo. In un certo senso, credo che il loro sia calcio vero, né più né meno di quello che, per tanti anni, ho praticato anche io. Ma è difficile slegare questa competizione mondiale da tutto il contorno che ha accompagnato e sta accompagnando l’evento qatariota. Le polemiche per un’assegnazione politicamente poco limpida; gli stadi lussuosissimi che sono costati la vita di migliaia di persone; i costi esorbitanti per assistere alle gare; le restrizioni imposte dal Governo per limitare al massimo che l’occidentalità prenda piede nel piccolo stato del Medio Oriente. Non sono mai mancate le questioni sociali nelle competizioni iridate di qualsiasi disciplina, questo la storia ce lo ricorda, però ogni anno che passa i campionati del mondo diventano una cassa di risonanza notevole di
fatti e avvenimenti che con lo sport non hanno niente a che fare. Anzi… proprio perché
allo sport non appartengono, è messa in dubbio l’autenticità delle azioni sportive stesse. Il mondo ha bisogno di credibilità e autenticità e lo sport può esserne uno strumento
prezioso di promozione e diffusione. A patto però che, come in questo caso, siano presi a
calci solo i palloni e non i diritti dell’uomo.

Nella mia esperienza sportiva non posso che essere grato del fatto che, dal 2005, ho avuto la possibilità di allenare, a Oristano, una squadra di pallacanestro composta tutta da atleti con la sindrome di Down. Un gruppo di atleti incredibili, di atleti veri, che hanno sempre dato tutto senza mai risparmiarsi, senza filtri e senza maschere. Campioni autentici. Grazie a loro sono arrivato nello staff tecnico della nazionale italiana e, per due anni, anche io ho vissuto il mio mondiale. Esperienze fantastiche, emozionanti, con addosso la maglia azzurra dell’Italia. Bellissimo salire sul podio, per due volte, da campioni del mondo. Tanto bello quanto difficile da descrivere e
raccontare. Ma al di là del successo ottenuto, credo che la bellezza di quegli eventi
internazionali fosse nell’autenticità della competizione. Niente di politico, niente
montepremi in denaro, niente ricerca ossessiva della vittoria a tutti i costi. Sport vero,
campioni veri. Atleti che nella vita sono spesso relegati ai margini perché alla vita si pensa possano dare poco. Presi a calci, in senso figurato, nella loro dignità e nei loro diritti.
Eppure tanto determinati quanto atleticamente preparati; tanto coraggiosi quanto
desiderosi di dire la propria a un mondo che fatica ad accogliere chi è fragile, chi è debole, chi è povero, chi non produce. Anche in Qatar ci sarà una squadra vincitrice. Speriamo in maniera pulita e senza favoreggiamenti di nessun tipo. Ma ce ne saranno altre 31 che saranno dimenticate, qualcuna anche probabilmente derisa, perché non hanno vinto niente. Senza pensare che dietro quegli insuccessi ci sono persone che hanno, invece, dato tutto per arrivare a realizzare il sogno di giocare per la Coppa del Mondo. Sono queste le conquiste che contano, quelle essenziali, autentiche. Gli atleti con la sindrome di Down ce lo insegnano: esserci è già una grande vittoria! Dare il meglio di sé è il modo migliore per essere campioni nello sport e campioni nella vita.

Lo splendore e la miseria della vita e del calcio nei mondiali del Qatar

di Daniele Madau

Sono i giorni dei mondiali di calcio in Qatar, durante i quali gli appassionati avvertono il dissidio causato dal piacere nel vedere le partite e, contemporaneamente, dall’amarezza -se non l’aperta ribellione – nel pensare a quanto siano costati in termini di vite umane e violazioni di diritti. Non dovremmo pretendere da noi prese di posizione definitive ma una riflessione, come sempre in questo sito: questa volta guidati da maestri come Brera, Galeano, Soriano. Con loro scopriremo come Maradona “giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto” con una successione di verbi – ne son certo – tratta da Manzoni e Napoleone “cadde, risorse e giacque”. La riflessione di oggi è interamente tratta dal sito “Storie di calcio”: la consiglio a tutti gli appassionati, del calcio e della letteratura.

“Il calcio è straordinario proprio perchè non è mai fatto di sole pedate. Chi ne delira va compreso, non compatito; e va magari invidiato. Il calcio è davvero il gioco più bello del mondo per noi che abbiamo giocato, giochiamo e vediamo giocare” (Gianni Brera)

Il calcio per sognare. Il calcio come arte, religione e bellezza. Il calcio come linguaggio comune, modo per riconoscersi e ritrovarsi. Il calcio, figlio del popolo, che non deve cedere alle lusinghe dei potenti, di chi vuole trasformarlo in strumento per produrre denaro, uccidendo la fantasia e l’innocenza.

Eduardo Galeano, grande scrittore uruguayano, tifoso appassionato e calciatore mancato («Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese»), ci guida, con il suo «Splendori e miserie del gioco del calcio» (Sperling & Kupfer), nel mondo magico del football.

Con un’avvertenza: non fidatevi dell’enfasi retorica intorno al pallone, non fidatevi dei dittatori quando vi vogliono illustrare, con la complicità di un Mundial, il finto benessere del loro paese.Galeano cita la Coppa del mondo in Argentina nel 1978, nel tempo triste e crudele di Videla, dei desaparecidos, delle mamme di piazza di Maggio: «Parteciparono dieci paesi europei, quattro americani, Iran e Tunisia. Il Papa inviò la sua benedizione. Al suono di un amarcia militare, il generale Videla decorò Havelange durante la cerimonia di inaugurazione nello stadio Monumental di Buenos Aires. A pochi passi da lì era in pieno funzionamento la Auschwitz argentina, il centro di tortura e di sterminio della Scuola di meccanica dell’esercito. E alcuni chilometri più in là, gli aerei lanciavano i prigionieri vivi in fondo al mare».

Il Sudamerica è il continente delle laceranti contraddizioni: bene e male, miseria e nobiltà, oro e fango, tutto e niente. Dove il football, per davvero, diventa metafora della vita: sentimenti e ribellioni si celano dietro un dribbling, un gol, un gesto estetico. I grandi scrittori sudamericani hanno spesso utilizzato il pallone per raccontare i disagi del quotidiano, per denunciare le malefatte di politici e militari senza scrupoli, per mettere a nudo, con malinconica ironia, il malessere della società.

Maestro, in tal senso, è stato il sempre più compianto Osvaldo Soriano. L’autore di «Triste solitario y final», giocatore di buon livello in Patagonia («Quando ero adolescente, l’unica cosa che mi interessava era giocare a calcio. Nessuno mi disse mai che avrei potuto essere un buon giocatore, ma i miei compagni di squadra confidavano nella mia indole di goleador»), ha criticato l’Argentina del potere militare facendo scendere in campo i suoi improbabili, straordinari assi, sottili fustigatori del regime grazie a un calcio di rigore, a un match impossibile. Come dimenticare, ad esempio, la partita Argentina-Inghilterra a Puerto Argentino all’epoca della guerra delle Malvinas, oppure il figlio di Butch Cassidy arbitro di un match tra comunisti e socialisti nella Terra del Fuoco?

Il calcio, dunque, è in grado di diventare simbolo della giustizia, mezzo per esprimere il disagio di vivere, per condannare la violenza e l’oppressione. Gli scrittori sudamericani si sono impossessati, con letteraria abilità, del pallone. «Perché – avverte il brasiliano Edilberto Coutinho – lo scrittore scrive sempre delle sue passioni. E l’uso che in certi casi le dittature fanno del calcio non invalida il gioco, la forza magica della sua bellezza e della sua emozione, che continuano a prevalere. Perché il calcio, come la letteratura, se ben praticato, è forza di popolo. I dittatori passano. Passeranno sempre. Ma un gol di Garrincha è un momento eterno».

Eduardo Galeano raccoglie tutte queste denunce, tutti questi concetti in «Splendori e miserie», muovendosi su due piani narrativi: da una parte, il pallone come mistero agonistico e galleria di assi; dall’altra, il pallone come fenomeno culturale e sociale, come territorio ambito dai potenti per le loro ciniche scorribande politiche e finanziarie. Lo scrittore effettua una sintesi perfetta dei varimondifin dalle prime pagine, ipotizzando la possibilità di una salvezza: «La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. A mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare. In questo mondo di fine secolo, il calcio professionistico condanna ciò che è inutile, ed è inutile ciò che non rende. E a nessuno porta guadagno quella follia che rende l’uomo bambino per un attimo, lo fa giocare come gioca il bambino con il palloncino o come gioca il gatto col gomitolo di lana. Il gioco si è trasformato in spettacolo, con molti protagonisti e pochi spettatori, calcio da guardare, e lo spettacolo si è trasformato in uno degli affari più lucrosi del mondo, che non si organizza per giocare ma per impedire che si giochi. La tecnocrazia dello sport professionistico ha imposto un calcio dipura velocità e forza, che rinuncia all’allegria, che atrofizza la fantasia e proibisce il coraggio. Per fortuna appare ancora sui campi di gioco, sia pure molto di rado, qualche sfacciato con la faccia sporca che esce dallo spartito e commette lo sproposito di mettere a sedere tutta la squadra avversaria, l’arbitro e il pubblico delle tribune, per il puro piacere del corpo che si lancia contro l’avventura proibita della libertà».

E ce ne sono, di sfacciati con la faccia sporca, di campioni senza età e senza tempo, nel libro di Galeano: come Artur Friedenreich (uno degli idoli di Jorge Amado) o come lo stesso Diego Armando Maradona che «giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto». Ma la grandezza dello scrittore uruguagio sta nel fatto di schierare, in un ideale campo che è poi la vita, personaggi così diversi tra loro, ma uniti da quel filo conduttore che è ilpallone: Salvador Allende e Humphrey Bogart, Roberto Baggio e Henry Kissinger, Pier Paolo Pasolini e Marilyn Monroe, Karl Marx e Benito Mussolini, René Higuita e Adolf Hitler.E al termine del match, resta il calcio, mistero senza fine bello. Come ci indica Galeano: «Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia».

Se si vuole sognare, bisogna farlo fino in fondo

di Alice Porcu

La riflessione di oggi è tutta dedicata al futuro e a come costruirlo al meglio: sui sogni dei ragazzi. Questa è la storia di Alice, dalla Sardegna a Londra, con la speranza che l’Italia, certi sogni, li sappia coltivare ed esaudire.

“Ma quindi hai già qualche idea su cosa fare nel tuo futuro?”
Non saprei dire con certezza quante volte mi è stata fatta questa domanda, e allo stesso modo non saprei nemmeno dire quante risposte ho dato che, ripensandoci ora, erano davvero assurde.
Durante la vita siamo chiamati a compiere delle scelte che influiranno nel percorso della nostra vita in modo più o meno importante; una di queste, nonché una delle più temute da tutti i giovani studenti, è il percorso successivo alla maturità. Cosa fare dopo il liceo? Quale lavoro mi piacerebbe fare? Quale corso soddisferebbe maggiormente le mie aspirazioni?
Queste sono solo alcune delle domande che affollavano la mia mente prima di prendere la mia decisione, ma che sono sicura siano sopraggiunte a tutti gli studenti che mi hanno preceduto e persisteranno anche per coloro che vivranno in un avvenire molto lontano. In fondo, fa parte della natura umana porsi delle domande su cosa ci aspetterà nel futuro. Magari non tutti tendono a fare piani a lungo termine, ma vi sarà capitato sicuramente di chiedervi cosa mangerete nel prossimo pasto (almeno, io sono appassionata al cibo, quindi mi succede un sacco di volte).
Ebbene, come accade spesso nella vita, nessuna di queste domande mi ha condotto dove sono ora. Sarebbe un azzardo dire che il caso mi ha portato qui, tuttavia una buona dose di fortuna è sempre necessaria anche alle persone più caparbie.
Ma innanzitutto vorrei presentarmi: mi chiamo Alice, ho diciannove anni, e in questo momento mi trovo nel cuore di Londra, questa grande città vibrante, piena di colori e rumori, per studiare nell’università dei miei sogni: la LSE – London School of Economics and Political Science.
Se tornassi indietro nel tempo e dicessi alla Alice di un anno fa che tra un anno si sarebbe trovata qui, probabilmente quella versione di me si farebbe un bel po’ di grasse risate. Insomma, sono qui da ormai due mesi ma tutto quello che è successo mi sembra ancora incredibile, come se stessi vivendo in una fiaba o in un sogno.
La verità è che nonostante la famigerata domanda sul futuro inizi a essere posta sin da quando si è piccoli, niente può preparare al momento vero e proprio in cui si è chiamati a prendere quella decisione. Infatti, nonostante sia una persona a cui piace fare piani a lungo termine, persino io non sono riuscita a decidere con largo anticipo cosa avrei voluto fare, perché un anno fa non ero affatto decisa su cosa sarebbe stato del mio futuro. Anzi, oserei dire che non avevo proprio alcuna certezza. Quando mi veniva chiesto cosa volessi fare mi sentivo come se fossi stata a bordo di una nave non equipaggiata in balìa alla tempesta. Sono una persona a cui piace tenersi
tutte le opzioni aperte e valutarle bene prima di prendere una decisione, perché una volta presa difficilmente cambio idea. Sin da piccola immaginavo come un sogno lontano e irraggiungibile di andare a studiare all’estero, confrontarmi con persone molto diverse da me, mettere alla prova i miei limiti. Mi ha sempre stuzzicato l’idea di fare questo “passo avanti”; ma quando ci si trova sul punto di dover valutare concretamente la possibilità entrano in gioco mille fattori che fanno dubitare anche le cose più semplici. Dopotutto, ci sono persone che si preparano anni per questo momento, e io non sapevo neanche che cosa avrei voluto studiare esattamente o che
lavoro avrei voluto fare. Sono sempre stata una ragazzina molto curiosa, e la mia curiosità mi spinge a esplorare e a appassionarmi di tante cose diverse, ma nel momento in cui bisognava prendere una sola decisione sembrava che questa curiosità fosse più una maledizione che un bene. Non ero sicura di cosa mi piacesse esattamente fare; non ero sicura delle vesti in cui mi sarei immaginata nel lavoro; non ero sicura che ciò che mi sarebbe magari piaciuto studiare mi avrebbe altrettanto appassionato per una professione e viceversa. L’unica cosa che sapevo era che avrei voluto provare qualcosa di nuovo, una ventata d’aria fresca come si suol dire. Ricordo
molto bene il giorno in cui, circa a fine estate prima dell’inizio del mio quinto anno, comunicai la mia decisione ai miei genitori; andare a studiare all’estero era progetto troppo grande per essere realizzato in tre mesi e mezzo, perciò mi sarei attenuta a una laurea triennale in Italia e a un master all’estero successivamente. Avrei dovuto iniziare a prepararmi prima considerando che la maggior parte delle domande scadevano a fine dicembre o inizio gennaio e la valanga di documenti da preparare era soverchiante. Provengo da una famiglia molto semplice, e anche se posso dire di aver vissuto un’infanzia più che felice con tutto ciò che potessi desiderare avevo
sempre bene a mente che dietro ogni cosa che possedevo c’erano i sacrifici dei miei genitori.
Tuttavia continuavo ad avere questa pulce nell’orecchio che mi tormentava. Più immaginavo come sarebbe stata la mia vita se non avessi nemmeno provato e più ero consapevole che in età adulta il rimorso mi avrebbe tormentato. Perciò, in maniera molto cauta, iniziai a cercare su internet qualche informazione. Iniziai a vedere quali fossero le università migliori, quali erano i costi delle tasse, qual era il tenore di vita per uno studente nelle varie città all’estero.
Ho messo da parte il sogno americano perché anche se mi piace sognare sono concreta; oltre alle cifre esorbitanti, le possibilità di prendere una borsa di studio erano molte meno e soprattutto avrebbero eventualmente coperto una parte che non sarebbe stata sufficiente per quello che la mia famiglia poteva permettersi. Così ho iniziato a informarmi sul Regno Unito, solo per curiosità. Senza accorgermene mi sono trovata in mezzo a una tempesta di informazioni perlopiù burocratiche: tasse universitarie, costi della vita, requisiti di accesso per i corsi (tutti diversi), requisiti del livello linguistico (anche quelli diversi), pagelle, documenti da far tradurre; la lista sembrava essere senza fine. Capii allora che era troppo tardi per tirarsi indietro. Dunque, pervasa dal desiderio di intraprendere questa nuova vita, iniziò la mia scalata verso l’obbiettivo.
Feci settimane di ricerche fino a notte fonda per capire quali fossero le migliori università, quante possibilità avessi di entrare statisticamente per cercare di sfruttare al meglio le cinque possibilità che avevo. Non potevo chiedere aiuto a nessuno dal momento in cui non sono a conoscenza di nessuno che sia andato all’università all’estero, e tutte le informazioni erano solo in inglese. Dovevo anche pensare a un piano B nel caso nessuna delle cinque università mi avesse preso. Ma soprattutto dovevo impegnarmi per tenere il tenore scolastico sempre alto, poiché le università avrebbero visto le mie pagelle e le avrebbero confrontate tra loro per vedere
eventuali miglioramenti o peggioramenti; una pagella al quinto anno con voti più bassi del quarto anno non sarebbe stata di certo un’ottima presentazione in scuole così competitive.
Furono mesi davvero impegnativi per me, avevo talmente tante cose a cui pensare che se provo a ricordare esattamente cosa ho fatto tutto quello che mi viene in mente è un turbine di ricordi confusi. Le mie uniche costanti erano le lezioni al conservatorio, a volte in giorni diversi, ma principalmente il martedì dalle 15 alle 21, e il corso di preparazione per la mia esperienza del modello delle Nazioni Unite a New York, che mi occupava quattro ore alla settimana.
Come ho detto prima, non ero sicura di cosa mi sarebbe piaciuto studiare, però sapevo quanto mi interessasse provare a capire le percezioni delle altre persone nonostante fossero molto diverse dalle mie. Dentro di me sapevo che per quanto fossi curiosa in fondo non mi sarebbe piaciuto studiare fisica o ingegneria. Mi attirava esplorare in che modo stati diversi, con popolazioni le cui culture differiscono ampiamente, potessero trovare un punto in comune per collaborare. Perciò una sera decisi di cercare quali corsi di relazioni internazionali offrissero le università; in questo modo mi sono imbattuta nel corso offerto dalla LSE: “Relazioni internazionali e cinese”. La descrizione spiegava che il corso era indirizzato a una comprensione totale della Cina come potenza globale con la padronanza avanzata del cinese mandarino; in più gli studenti partecipanti avrebbero trascorso il terzo anno in Cina, all’università di Fudan, per mettere in pratica le competenze del lessico cinese nell’ambito delle relazioni internazionali. Solo a leggere il titolo mi brillarono gli occhi e iniziai a provare una forte emozione. Sapevo in quel momento di aver trovato il corso dei miei sogni. Tuttavia era
non solo uno dei corsi più ambiti e selettivi, ma era anche offerto da una delle università
migliori al mondo nonché tra le più selettive in Gran Bretagna. Il campus sembrava uscito da un set hollywoodiano, il corso offriva più di tutto quello che avrei potuto sperare nelle mie migliori possibilità; tuttavia non volevo fare il passo più lungo della mia gamba. Dopotutto nel 2021 sono state prese 1700 persone su 26000 domande e delle statistiche simili erano tutt’altro che incoraggianti.

Perciò scelsi altre cinque università, tutte molto buone, tre molto ambiziose e due dove ero sicura che sarei entrata; ognuna di esse presentava un’opzione interessante come l’anno all’estero, lo studio di una lingua straniera, opportunità di lavoro sul campo etc.
Cominciai così a preparare la parte più impegnativa della domanda, il personal statement; si tratta di uno scritto in cui bisogna rispondere alla domanda “perché vorresti seguire questo corso?” cercando di mettere in mostra le proprie attitudini, di dimostrare di possedere delle conoscenze sull’argomento e di provare interesse verso quell’argomento, in modo originale e senza risultare arrogante o noioso. I cinque corsi che ho scelto differivano leggermente tra loro, perciò la difficoltà principale era cercare di scrivere un testo unico che si addicesse a tutti i corsi senza esplicitare mai il nome di un’università; infatti, quando la domanda viene ricevuta, le università non sanno a quali altre sia stata mandata la stessa. L’ultima bozza l’ho terminata,
dopo un mese interminabile, il giorno prima della scadenza. Nello stesso giorno ho preso un’incredibile decisione di petto: seguendo il mio istinto, ho scambiato un altro corso che avevo scelto con il corso della LSE, perché mi sono detta che se avessi voluto sognare avrei dovuto farlo fino in fondo. Inviai la domanda con il cuore leggero, sempre con il mantra “tanto non mi prenderanno mai” per non alzarmi troppo le aspettative. Ho vissuto i mesi successivi in
tranquillità perché sapevo di aver fatto davvero tutto quello che potevo fare.
Ho iniziato a ricevere le prime risposte dopo un mese; ho fatto anche un colloquio con
un’università, e tutte le risposte erano positive. Ero al settimo cielo.
Dalla LSE ricevetti la prima risposta a Marzo, proprio mentre ero a New York per attuare il mio tanto agognato progetto della simulazione delle Nazioni Unite. Proprio mentre mi stavo preparando per la sessione successiva, ho aperto le mail e ho visto: “siamo felici di offrirti un posto alla London School of Economics”. Ho abbracciato la mia amica Aurora, che ha assistito al momento, e ho iniziato a piangere perché non mi sembrava vero. L’unico patto per entrare era che prendessi minimo 95 all’esame di maturità.
Dopo questa prima bellissima e inaspettata notizia, al ritorno dal viaggio a New York mi misi a preparare la seconda domanda indirizzata alla borsa di studio; il personal statement stavolta chiedeva “perché ti meriti la borsa di studio”, in più erano richiesti vari documenti bancari con le loro traduzioni. Ho inviato la seconda domanda a fine aprile, piena di speranza ma sempre con i piedi ben ancorati a terra, perché alla mia borsa potevano concorrere non solo i ragazzi del mio corso ma tutti quelli del primo anno. Le possibilità di vincere un premio erano davvero basse. Per il mio bene ho messo completamente da parte questa questione e dopo aprile mi sono
concentrata solo sull’esame; mi sono impegnata al massimo per poter prendere il 100 e l’ho preso. Ho deciso di passare l’estate a divertirmi come non facevo da tanto: ho fatto un altro corso di subacquea, un viaggio, ho speso il tempo con le persone che pensavo lo meritassero di più. Quando i primi di agosto ho ricevuto la risposta finale ho pianto di nuovo; ho pianto per giorni. Non era un pianto triste, ma lacrime di emozione; non facevo altro che pensare a tutta la strada che avevo percorso che finalmente mi aveva portato al mio sogno. Non riuscivo a credere che stesse succedendo proprio a me, che io, una semplice ragazza proveniente da una città piccola come Selargius, fossi riuscita a prendere una borsa di studio totale in una scuola del genere. Io non mi sento di essere una persona con delle caratteristiche speciali: sono una persona come tutti voi che state leggendo a cui è successo qualcosa di straordinario. Qualcosa di
straordinario che però è la dimostrazione che i sacrifici e il duro lavoro in un modo o nell’altro ripagano sempre.
Da quando sono arrivata qui, ormai due mesi fa, la mia routine è cambiata completamente, ma tuttora se mi soffermo a pensarci ancora mi sembra di vivere in un’illusione. L’università è meravigliosa: ci sono tantissimi spazi adibiti ai momenti ricreativi, una gigantesca biblioteca a sei piani (la più rifornita in Europa per le scienze sociali), le aree dove studiare in silenzio o quelle più adatte per studiare in gruppo. I ragazzi non sono separati nei palazzi in base ai loro corsi, ma semplicemente sono gli alunni a spostarsi nelle aule adibite (che possono essere in edifici distanti una passeggiata tra loro) quindi mi capita tutti i giorni di incrociarmi con ragazzi
provenienti da altre facoltà. Abbiamo il nostro teatro, un auditorium, la palestra, il campo da basket, i campi da squash, le aule insonorizzate con i pianoforti, diverse cucine ben fornite; addirittura, sembra assurdo ma c’è persino il parrucchiere. Gli alunni di Relazioni Internazionali e Cinese sono tredici, e c’è una grande varietà di provenienze e culture: Venezuela, Paesi Bassi, Brasile, Pakistan, Libano, Stati Uniti, Spagna, Francia, Inghilterra e ovviamente Italia. Le lezioni sono di due tipi: ogni settimana ho un’ora di “lecture” e un’ora di “class” per ogni corso.
La lecture è organizzata come la classica lezione universitaria dove un centinaio di ragazzi si trovano nella stessa aula, l’insegnante parla e tutti prendono appunti, ma c’è poca interazione da parte nostra, mentre la class è molto più simile a una lezione delle scuole superiori italiane, ma ancora più interattiva: siamo divisi in gruppi di circa dieci/dodici ragazzi e la lezione è volta a mettere in pratica ciò che è stato imparato durante la lecture, quindi è davvero difficile non partecipare in qualche modo. L’unica eccezione è il cinese di cui non ho nessuna lecture ma faccio sei ore di class settimanali. Gli orari delle lezioni permettono di avere molto tempo libero
per sé, infatti qui ci si aspetta che gran parte del tempo lo trascorriamo studiando
individualmente. Tuttavia, ciò che mi ha colpito di più da quando sono arrivata è l’attenzione che viene data all’aspetto sociale: sin dal primo giorno di scuola ci hanno invitato caldamente a studiare in gruppo e a concentrarci sul fare tante esperienze e abituarci a Londra per questo primo anno, nonostante la competitività di questo ambiente. Ogni venerdì noi ragazzi del Language Centre siamo invitati nel nostro edificio a trascorrere il pomeriggio ai cosiddetti “drinks”, dove ci viene offerto da mangiare e da bere ed è un’ottima opportunità per conoscersi sia tra i ragazzi che con i professori. Inoltre, ci sono le “societies”, ovvero delle società per ogni
passione e sport che si possa immaginare. È davvero difficile restare soli perché fanno in
qualsiasi modo purché ciò non accada, e questo è un bene per gli studenti internazionali come me perché permette di lenire la lontananza da casa e dalla famiglia. Il legame tra noi e i nostri insegnanti è molto stretto: si fanno chiamare con il loro nome (anche se io devo ancora farci l’abitudine) e ci trattano come se fossimo dei piccoli anatroccoli da proteggere finché non diventeranno cigni e saranno in grado di trovare la loro strada. In tutto questo, a rendere il mio arrivo ancora più eclatante è stata la coincidenza di un evento storico senza precedenti: il funerale della regina Elisabetta. Studiare a stretto contatto con tre ragazzi britannici mi ha fatto capire davvero l’importanza, che finora avevo sottovalutato, che questa figura rappresentava per la società inglese. Il giorno in cui avrei dovuto avere la mia prima lezione, infatti, la scuola è stata chiusa e tutti gli eventi sono stati posticipati; per le strade file interminabili di persone in processione impedivano il passaggio davanti Buckingham Palace e tutta la zona di Westminster. Proprio in quel giorno, visto la mancata lezione a scuola, sono andata a fare una passeggiata in centro e senza rendermene neanche conto mi sono trovata nel
bel mezzo del corteo senza sapere come ci sono finita. In ogni luogo erano presenti automobili della polizia e ambulanze; credo di non aver mai visto una cosa simile in tutta la mia vita.
Persino a distanza di settimane, la città pullula ancora di immagini e oggetti esposti in ogni luogo in ricordo della regina. Una cosa che non mi aspettavo era il modo in cui la sua morte abbia toccato da vicino anche i giovani ragazzi miei coetanei; ogni volta che si parla di quell’argomento, i miei compagni inglesi parlano della regina come se fosse stata una persona che hanno conosciuto da vicino. Nonostante tutto, l’evento si è svolto nel massimo dell’ordine, come ho notato sia consuetudine nella cultura britannica. Dagli inglesi viene celebrato infatti il culto della moderazione (il caro buon vecchio Orazio sarebbe stato orgoglioso): non si dice “straordinario” o “strabiliante” ma al loro posto si usa “very nice”, “quite good” – una cosa a cui faccio ancora fatica ad abituarmi, ma il bello di venire in questa scuola è proprio questo, ovvero il confronto con tantissime culture diverse, che era proprio ciò che sognavo. Ma non è solo la
scuola, è proprio la città stessa il racconto di tante culture diverse, che ho modo di vedere ogni mattina prendendo la metro (che qui chiamano “tube”) per andare all’università. Londra sembra essere sempre di fretta: anche se il prossimo treno passa tra un minuto, è sempre meglio cercare di infilarsi in quello già stracolmo di persone. Durante il tragitto vedo così tante facce e mi piace chiedermi a che vite appartengano; a volte provo invidia pensando a come siano fortunati per vivere in una città come questa. Poi mi ricordo che anche io sono lì e allora penso che è proprio vero: dopo tanta fatica sono riuscita a salire sul mio treno.
In questa circostanza sono stata ricompensata dei miei sforzi, ma anche se non fosse successo in questo momento sarei stata felice allo stesso modo, perché ci ho provato con tutte le mie forze e non ho nessun rimpianto e questo è già una grande ricompensa. Avevo un sogno e l’ho inseguito senza mollare mai. Ho fatto davvero tutto quello che potevo. Ho rinunciato a tante cose. Ma anche se ero piena di dubbi nella mente, non avevo dubbi nel cuore. Sapevo di aver fatto la scelta giusta. Perciò quello che voglio dire è questo: non rinunciate mai ai vostri sogni; abbiamo la possibilità di fare qualcosa che non ci piace e fallire comunque, perciò tanto vale.

La politica come bene comune

di Daniele Madau

Oggi incontriamo Ernesto Preziosi, Presidente del Centro studi storici e sociali (Censes) e docente a contratto di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Urbino “Carlo Bo”. Alle elezioni politiche del 2013 è stato eletto deputato della XVII Legislatura della Repubblica Italiana nella circoscrizione IV Lombardia per il Partito Democratico. Membro della V Commissione della Camera “Bilancio, tesoro e programmazione” e della Commissione d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro.  É stato direttore delle Pubbliche Relazioni dell’Istituto Giuseppe Toniolo, ente fondatore dell’Universita Cattolica e vicepresidente nazionale del settore adulti dell’Azione Cattolica italiana.
Ha inoltre fondato Argomenti2000, una realtà che promuove la formazione e l’impegno politico.

Ogni momento storico ha le sue caratteristiche e complessità ma, questo, ci ha drammaticamente ripresentato scenari di guerra. L’argomento è delicatissimo e va al cuore della politica e della fede: come si deve porre un credente davanti all’invasione dell’Ucraina?
Vi è un atteggiamento di fondo che riguarda la convinzione che la pace che è sempre possibile, mentre la guerra è una follia che semina distruzione e morte. Per questo da credenti dobbiamo fare il possibile perché la pace si realizzi: la preghiera, il comportamento nelle relazioni umane, credere nel dialogo… Allo
stesso tempo dobbiamo leggere la realtà storica e cogliere, dietro le difficoltà della diplomazia, le responsabilità della politica, da credenti dobbiamo esercitare il discernimento e cogliere le differenze con cui la politica fa i conti con i conflitti. Non è più un problema nazionale. In un mondo interconnesso occorre
avere un altro orizzonte.
Nel caso concreto del conflitto in Ucraina…
Ciò che serve è un’Europa più politica, è quel passo avanti verso quegli Stati Uniti d’Europa con una propria politica estera e di difesa comune (con relativa razionalizzazione e riduzione delle spese militari). L’Europa
deve fare un passo avanti. E il primo di questi passi è quello di promuovere una Costituente verso una federazione europea in cui potrebbero entrare a far parte inizialmente quei Paesi che ne condividono il progetto, costituendo così un nucleo forte che potrebbe portare agli Stati Uniti d’Europa.
Siamo davanti a un esecutivo appena insediatosi: quali dovrebbero essere, per lei, le priorità?
Al primo posto deve sempre esserci il bene comune. Ogni singolo provvedimento va ricondotto ad un quadro di riferimento che ha questa priorità. Il giudizio pertanto non può essere “a pezzi”, su singoli provvedimenti ma deve cogliere il fine che un esecutivo persegue. Per noi le povertà sono gli obiettivi di giustizia sociale che non passano per scelte opportunistiche ma che disegnano un quadro di solidarietà.
Accanto ai grandi temi dell’economia e del sostegno alla produzione. Vi sono, giusto per esemplificare, temi come il diritto alla casa, la sanità pubblica, il contrasto alle disuguaglianze e alla povertà, la dignità delle persone in carcere, che vanno considerate priorità.
Nel suo passato da parlamentare, ha fatto parte della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio Moro. Come approcciarsi a una personalità, e una vicenda, così grande per la storia d’Italia?
Qual è stato il lascito, l’insegnamento, suo e dell’intera, dolorosa, vicenda?

Quella vicenda non ha ancora trovato una verità storica. Troppi aspetti risultano ancora avvolti da una nebbia che ci dice che spesso la sovranità di uno stato è meno sovranità di quel che si pensa. Forse è più semplice cogliere il significato politico di quel rapimento e di quell’uccisione dentro una strategia che ha colpito le figure che potevano realizzare una mediazione politica capace di dare stabilità al Paese. Moro era
senz’altro un politico capace di sintesi anche nella complessità della situazione. La persona di Aldo Moro poi, quando la si approfondisce sotto il profilo della capacità politica ma prima ancora spirituale e culturale, è senz’altro una figura di primissimo piano nella nostra storia.
La politica e la fede sono estremi, polarità, quasi opposte. Ripenso a un’intervista a Vito Mancuso, dove negò la possibilità per i filosofi di poter esercitare l’attività politica senza contraddizioni. Dove possono incontrarsi queste estremità, nell’idea di ‘servizio’? ‘Ministro’, in effetti, vuol dire ‘servitore’: lei come ha vissuto la sua esperienza da parlamentare, da questo punto di vista?

Come è difficile rintracciare nell’esperienza politica diffusa, ai vari livelli, una dimensione di servizio svolta con libertà, gratuità e competenza. Quanto prevale purtroppo neppure la ragion di stato ma l’interesse particolare, magari legittimo, ma capace di dirottare la finalità politica da quell’obiettivo di bene comune che dicevo, ad un bene parziale. La crisi del pensiero politico e la crisi stessa delle istituzioni e della democrazia partecipativa ci dicono come, al di là delle eccezioni che pure sono tante, manchi questa
visione. È un terreno delicato su cui i credenti non hanno un’esclusiva ma su cui certo sono tenuti ad offrire una testimonianza esemplare che costituisca ai vari livelli, un segno di contraddizione. La fede non si sostituisce alla ragione e neppure alla politica, ma può offrire una luce che consente di vedere più lontano delle contingenze mettendo al centro la persona.
Qual è l’eredità della ‘Rerum novarum’ e quale posto ha la dottrina sociale della Chiesa oggi?
La Rerum novarum ha ispirato l’azione di Luigi Sturzo quando nel ’19 ha fondato il Partito Popolare. Il magistero sociale della Chiesa, così ricco e copioso negli anni recenti, può costituire una bussola, un orientamento, illuminando le coscienze dei cittadini e orientando l’azione politica. Perché ciò sia possibile però non serve intestarsi una difesa dei valori e neppure portare l’insegnamento sociale tout court in
politica, quanto operare una mediazione culturale, un lavoro culturale che elabori proposte, su cui trovare un largo consenso. A questo dovrebbero servire i partiti e a questo possono dedicarsi le realtà intermedie, associazioni…
All’interno della Chiesa, il carisma francescano, oggi più che mai – grazie all’autorevolezza di papa Francesco-, ha sempre toccato in profondità l’immaginario popolare. Qual è stato il contributo, in passato, dei francescani al mondo socio-economico e politico?
Molteplici sono i contributi dati dal francescanesimo e da Francesco nel campo del sociale e politico: dal favorire la pace tra città rivali, dall’apertura al dialogo tra altre culture e religioni, compreso l’Islam (oggi il dialogo interreligioso può essere una grande opportunità per la pace), fino ad altre scelte vissute con radicalità ma sempre tenendo conto della vita della gente. Va visto in tal senso il rapporto tra povertà e
ricchezza. Vi è un’esperienza legata al francescanesimo che ha aperto in tempi lontani una strada, i Monti di Pietà, le prime banche, come nota Zamagni, furono fondate dai francescani. Chi aveva bisogno poteva otteneva il credito necessario, in modo da distruggere gli usurai del tempo. Il prestito doveva però essere
restituito con tasso di interesse modesto e ciò creava dinamismo e imprenditorialità. Il denaro si innestava così in un movimento circolare che creava benessere. Dobbiamo chiederci che cosa è possibile fare oggi quando, a livello globale è aumentata enormemente, ma insieme sono aumentate le diseguaglianze. Papa
Francesco con l’iniziativa di Assisi rivolta ai giovani economisti, vuol trovare una soluzione, come fece il francescanesimo, per trasformare l’economia.
Da persona che opera in Università, quali ritiene siano le priorità educativa?
Nella crisi profonda che stiamo attraversando è evidente come siano venuti meno i fondamentali sotto vari profili; talvolta anche gli elementi minimi che chiedono una rialfabetizzazione politica. la scuola e l’università per la sua parte hanno la possibilità di favorire un motivato senso di appartenenza alla città
degli uomini che parte dal rispetto dell’altro, dalla visione di un mondo globale di cui ci dobbiamo sentire responsabili, ecc. Può aiutare lo studio della storia presente in tante facoltà, il diffondere una visione della cultura a servizio degli altri oltre che come “ricchezza” propria o come elemento necessario per la professione. La scuola e l’università costituiscono un campo che va senz’altro arato per creare i cittadini di
oggi e di domani.

Un nuovo impegno politico dei fedeli può rivitalizzare la componente laicale, in forte crisi, nella Chiesa?
Il magistero della Chiesa, in modo particolare con e dopo il Concilio, ha richiamato con forza la responsabilità dei laici nell’azione sociale e politica. La chiamata ai laici ad esercitare la propria responsabilità, il servizio nella città degli uomini, è evidente sia, come dice la Gaudium et spes, “convenientemente formato”. E qui si apre un problema: chi forma il laicato al servizio della cosa pubblica?
Il primo livello formativo non sono le scuole socio-politiche, bensì il livello di base della comunità cristiana, la parrocchia, la liturgia domenicale, la catechesi, l’impegno nella carità… Dobbiamo ripartire da questa necessità di formazione sociale di base e irrobustire il percorso formativo, magari anche dopo un esame di
coscienza delle omissioni… Va detto anche che per quella mediazione culturale a cui i laici sono chiamati sono necessari luoghi specifici e nella crisi di militanza dei partiti, tornano utili le associazioni.
Personalmente, ad esempio, partecipo con altri amici ad Argomenti2000 (www.argomenti2000.it); è una associazione di “amicizia politica” che favorisce proprio questa formazione e sostiene quanti si impegnano nel campo amministrativo ponendo in rete competenze e sensibilità.

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