Il sessismo quotidiano

di Daniele Madau

Ascolto con rabbia e sorpresa crescente i particolari e capisco quanto sia diffuso, a un passo da me, da tutti noi, e quanto sia ancora socialmente accettato, poco compreso e, in fin dei conti, interiorizzato: spesso – putroppo – anche dalle vittime stesse.

Parlo del sessismo, del maschilismo che si concretizza in violenza psicologica e in discriminazione se non, lo sappiamo benissimo, in violenza fisica, come da stillicidio quotidiano. Stillicidio a cui assistiamo storditi, quasi increduli, con un senso profondo d’impotenza che si scontra col desiderio struggente di proteggere – purtroppo quando non è più possibile – ogni vittima.

Elenco, di seguito, quanto emerso dai media la scorsa settimana, a cui dobbiamo aggiungere un sommerso decuplicato. Secondo il rapporto della ‘Fondazione Libellulla’, una donna su due è vittima di molestie sul lavoro. Una ragazza nigeriana viene aggredita dal suo datore di lavoro per avere richiesto il compenso pattuito. Una donna viene uccisa dal figlio, invasato dal mito del padre violento che, dal carcere, continua a inviargli messaggi di sopraffazione e prevaricazione. Dopo tre anni viene riconosciuto come colpevole di femminicidio il compagno di una, ennesima, vittima. Inoltre, mi capita di rileggere della vergogna di Montalto di Castro, dove un intero paese ha appoggiato e giustificato tre stupratori, abbandonando nell’isolamento più doloroso la vittima. La frase simbolica è di Vittorio Bricca, pensionato settantenne che, seduto in piazza, dice: «Avessi avuto diciassette anni, mi sarei messo in fila e anch’io sarei andato con quella»

A tutto questo, di cui si può leggere in una normale giornata d’agosto, questa volta però devo aggiungere quanto sentito direttamente da me, in un’altra normale serata d’agosto, davanti a un aperitivo, dentro l’affollamento maleducato e spersonalizzante di una piazza cuore della ‘movida’ cittadina. Parla una mia coetanea, educatrice, che conosco da anni, e che mi ha sempre nascosto – perché forse non ritenuti degni di attenzione o, semplicemente, perché solo ora abbiamo avuto più confidenza e fiducia uno nell’altra – certi atteggiamenti, sempre al limite tra il sessismo e la scelta d’opportunità, di sicuro pesanti, d’ignoranza, di società non evoluta.

‘A noi educatrici’- così mi dice, forse con rassegnazione, di sicuro con consapevolezza – ‘capita molto spesso che i padri si invaghiscano. Arrivano nelle loro case ragazze giovani, carine, sorridenti, dolci, che si occupano dei loro figli. Un giorno, uno di loro – dopo che mi ero opposta a passare in gita un fine settimana con lui e la figlia – ha cominciato a mettere in giro voci false su di me. In quel luogo seguivo due famiglie e l’asssistente sociale ha deciso di non farmi continuare con nessuna delle due. La cooperativa, poi, non mi ha rinnovato il contratto, che durava già da tre anni’.

Lei lavora anche in ambito scolastico ed è capitato fosse oggetto di pesanti attenzioni anche da parte dei docenti, fatto di una gravità tanto grande quanto poco conosciuta. Denunciare o far sentire la propria voce? La sua considerazione è tanto forte, quanto lucida, umiliante per tutti noi, tutta la società e, nello specifico, per il sistema scolastico: ‘Sono una educatrice e non un docente. E’ facile farmi fuori come nulla.’

La frequenza di situazioni simili è molto alta.

E’ grave questo? O è la prassi normale, storture accettabili di una società che presenta posizioni di forza e di debolezza?

E’ gravissimo, perché ha ricadute psicologiche, lavorative, sul benessere delle donne, sui loro diritti. Perché qualifica una società e i suoi uomini, ancora – come capita, purtroppo – protetti, giustificati, tutelati nella loro posizione di forza.

Cosa dire? Come reagire? Tutti noi siamo coinvolti, interpellati e responsabili. Ogni volta in cui non invochiamo un diritto e non denunciamo un sopruso, perché non contribuiamo alla creazione del mosaico della società dei diritti e dell’inclusione, che ha bisogno del tassello di ognuno.

Ogni volta in cui, dall’episodio meno violento a quello più violento, facciamo in modo che una vittima si senta sola, è una ferita profonda in una società, che si rimarginerà in tempi lunghissimi, come quando una macchia di petrolio insozza il mare.

E tutto questo è più vicino di quanto pensiamo ma, forse, una società meno pronta a proteggere è anche più comoda, per tutti noi.

Un galantuomo alla gogna

di Ignazio Locci

E fin troppo facile iniziare con un siamo alle solite, ma quello che è accaduto in
Parlamento è la rappresentazione del cupio dissolvi che infesta la nostra politica.
Su 18 legislature, ad oggi ben 10 si sono concluse anticipatamente.
Questo scioglimento rappresenta comunque un unicum perché per la prima volta
verremmo chiamati alle urne nel primo autunno. È stata infatti abbandonata la
consuetudine da prima repubblica dei governi balneari che trovavano ragione sia nei
tentativi di calmare i pruriti estivi di alcune forze politiche, sia nella responsabile attenzione a porre in sicurezza la macchina Italia con un governo che seppure balneare operava con pienezza di poteri per portare a compimento importanti e necessari obiettivi di governo, primo fa tutti il bilancio pubblico. Ma questa volta non sarà così. Forze politiche , anzi rappresentanti di schieramenti politici, poco adusi non solo alle buone maniere, ma anche e soprattutto alla conoscenza delle regole e leggi che scaturiscono dalla nostra Costituzione hanno ben pensato di sfiduciare il governo in carica per lascarlo comunque all’opera per tentare di levare le cosidette castagne dal fuoco. Le indicazioni del Presidente della Repubblica ci hanno chiarito inequivocabilmente quello che accadrà in questi prossimi pochi mesi.
Ma non è solo una questione di tecnicismi o di regolamenti.
Quello che è avvenuto ha dell’incredibile, perché da una parte a causa dei pruriti del populismo (il M5S) e d’altra parte dal disperato tentativo (del resto) di Forza Italia e del fantasma della Lega di mettere le mani sul governo della nazione e anche di primeggiare sul partito della Meloni, è stato sacrificato uno dei migliori governi che in questi ultimi 17 mesi ha ben operato per riportare l’Italia sullo scenario Europeo e mondiale, guidando la nazione in una serie di riforme che silenziosamente ed incisivamente ci aprivano le porte ad uno sviluppo sociale ed economico condiviso con gli altri grandi stati dell’Europa.
Non sarà facile da adesso in poi raggiungere questi obiettivi e anzi se non poniamo la
massima attenzione alla ricerca di alleanze politiche mature ed equilibrate, rischiamo
veramente di fare un passo indietro, nell’economia, nei diritti, nella libertà e nella
democrazia. E quel galantuomo che ha contribuito a salvare anche l’economia italiana ,
non dimentichiamo la sua intuizione del whatever it takes, e l’impegno profuso nel guidare il governo in questi difficili ed inaspettati ultimi tempi, non meritava e non merita la gogna politica alla quale dei perfetti ignoranti della “res pubblica” lo hanno sottoposto.
Grazie Prof. Mario Draghi, uno dei pochi galantuomini prestati alla politica.

Paolo Borsellino: un inno alla vita e ai suoi valori più grandi

di Manfredi Borsellino

Nel pieno dell’estate, 57 giorni dopo l’amico Giovanni Falcone, Paolo Borsellino andava incontro alla morte, con la sua scorta: era il 19 luglio, di trent’anni fa. Nel ricordo del figlio Manfredi, ritroviamo l’immagine già cara a tutta l’Italia di un uomo che fece del suo lavoro un inno alla vita e ai suoi valori più grandi. Che, nella semplice quotidianità della vita familiare, lasciò un esempio di coraggio e amore. Tutto ciò che la mafia odia ma che, per questo, nonostante la sua brutale e vile violenza, renderà Cosa Nostra sempre sconfitta. Come anche testimonia il sorriso di Paolo Borsellino, quando tutto era già compiuto, nell’ultimo ricordo della figlia Lucia.

Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola. Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo. Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua. Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni. La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive. Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre. Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese.
Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci. Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava.
Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare. Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione. Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii. Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio. Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta. La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio. Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta. Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ovverosia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere. D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, ovverosia una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. (…) Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita. Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.

Il testo di Manfredi Borsellino è tratto dal volume “Era d’estate” a cura di Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi edito da Pietro Vittorietti

Scuola, luogo di amore e miracoli

di Daniele Madau

Titolo forte, superficiale, impegnativo, ottimista. Ma è la verità, accade.

Accade perché la scuola, come da ultimo contratto collettivo degli insegnanti, è una ‘comunità educante’. Accade perché è un luogo in cui convergono lo studio dei ragazzi – e ‘studio’ etimologicamente significa, in primis, ‘passione’, ‘zelo’, ‘ardore’, ‘desiderio forte’ -, il lavoro degli insegnanti – anch’esso lavoro di ‘studio’, di passione -, le professionalità dei dirigenti, degli amministratori, degli educatori, dei collaboratori, e le aspirazioni delle famiglie.

Tutti con uno scopo: il bene dei ragazzi.

Certo, è un’alchimia che, spesso, non riesce: gli ingredienti non sempre sono della qualità richiesta per l’esperimento. Quando lo sono, però, il risultato è unico, che fa della scuola un luogo unico.

Quale altro luogo, infatti, ha queste caratteristiche? Forse il parlamento? Lo cito perché dovrebbe essere la sede delle discussioni e delle decisioni, per eccellenza, volte al bene comune. Gli interessi di parte, partitici, tuttavia, non lo permettono. Lo scrivo da amante della politica e militante; non cieco, però, soprattutto in questi tempi di politica strana, lontana dai valori che, protetti dalle mura di un liceo, sembrano lì ancora sacrosanti.

La scuola non ha interessi di parte, ma parti che sanno di dover agire per il solo bene dei ragazzi, e questo è il fine più nobile, alto, doveroso di ogni attività umana.

Perciò penso ancora che l’insegnamento sia il mestiere più bello. Anche questa affermazione può essere banale: io, però, la reputo vera.

Esistono mestieri più gratificanti – a cui penso- e che, a volte, mettono in crisi il mio essere docente per vocazione, o convinzione: giornalista, politico a tempo pieno, scrittore a tempo pieno. A parte l’elenco da bambino e fermo restando che non so se ne avrei avuto la capacità, gli insegnanti sanno che la meraviglia del seme che cade nella terra del cuore di un ragazzo, e di quel ragazzo che ringrazia per questo seme e per ciò che sente crescere, non ha eguali e paragoni, se la tua sensibilità sa coglierla. La immagino, amplificata, nei missionari o nei cooperanti, laddove manca tutto.

Certo, esistono le delusioni, le perdite di senso, le mancate gratificazioni economiche (vexata quaestio), ma sono le spine delle rose, i sassi sulla strada più bella, gli ostacoli verso il traguardo non di gloria ma di gioia contenuta e profonda, di pace. La pace che dà un luogo di giovani, pace di ottimismo, futuro, educazione.

Ecco perché vicende come quella di Cloe Bianco sono scandalose e niente hanno a che fare con la scuola: Cloe, sicuramente, era accettata dai suoi alunni. Oserei dire che il ‘potere’, deandreianamente parlando, l’ha portata al suicidio, non la scuola dei ragazzi, e dei miracoli.

Ma quali sono questi miracoli?

Sono semplici, non ci si aspetti chissà cosa. Ragazzi che, all’orale della maturità, ringraziano i prof., dimostrano entusiasmo, si commuovono.

Altri che ti dedicano una pagina ognuno di un diario e scrivono che non ti dimenticheranno mai.

Picccoli, ma veri, miracoli. Che ti portano a credere nel bene, nella giustizia, nella bontà, nell’amore: in una parola, nei valori, per cui un uomo vive.

E questo è un altro vero, grande, miracolo.

Scusate la banalità.

La ricomparsa delle lucciole

di Daniele Madau

La vita è fatta di piccole luci che, magari con un grande sforzo, più grande di quelle che credevamo fossero le nostre forze, riusciamo a far brillare, negli intervalli di buio quotidiani.

Come quelle delle lucciole, piccole ma ben visibili, scintille che nascono dal corpo di un minuscolo insetto.

La luce è sempre suggestiva, poetica, evocativa – come il buio, in realtà – e quella delle lucciole, come quella delle stelle, è tra le più poetiche.

Posso scriverlo perché, da qualche settimana, le vedo nel mio cortile: non mi era mai capitato prima. Ero convinto che non le avrei mai viste, come la foca monaca – di cui resta solo qualche racconto – o, come per gli insetti che vedevo da bambino, le coccinelle, le mantidi religiose, le cimici rosso nere ‘carabiniere’, che l’avanzata insesorabile dello spazio urbano cementificato avesse tolto loro, così infinitamente piccole, ogni possibilità d’esistenza.

E poi, c’è quell’articolo, celebre, di Pasolini del 1975, ‘La scomparsa delle lucciole’, in cui ne aveva pianto la definitiva estinzione, facendole assurgere a emblema della decadenza morale, sociale e politica dell’Italia.

Invece, quella luce è spesso accanto a me, ferma, primizia di chissà quale luce più grande, attesa di chissà quale speranza, o speranza di chissà quale attesa.

Esistono infinitamente piccoli speroni di roccia a cui aggrapparsi, e a cui aggrappare il nostro mondo, nella scalata quotidiana verso una pace e una serenità a cui cerchiamo di andare incontro ogni giorno, che auguriamo per ognuno di noi e per tutti gli esseri. La ricomparsa delle lucciole è uno di questi: una luce da qualcosa che credevamo non potesse emanarne più.

Il mare e la democrazia

di Daniele Madau

Democrazia, lo sappiamo, deriva da demos e kratos, letteralmente forza del popolo, originariamente con connotazione negativa, propria dell’aristocrazia ateniese che vedeva emergere la nuova forma di governo. La valenza originaria e rivoluzionaria di questa nuova forma che vedeva la luce nel mondo greco ci sfugge, quasi irrimediabilmente, del tutto, essendo, ormai, abituati ad essa e, soprattutto, vivendo in una realtà altra da quella di 2500 anni fa. Eppure, l’idea di un popolo che si autogoverna in quanto demos, cioè non appartenente a nessuna famiglia privilegiata, nobile per nascita e quindi depositaria della pienezza dei diritti e dei poteri, è talmente grande, talmente romantica nel senso più letterario del termine (il grande movimento artistico del romanticismo ha generato il mito del popolo) che non possiamo non prenderla in considerazione in questi giorni di avvicinamento ai referendum. Non mi posso soffermerare su questo istituto giuridico tecnicamente né sul merito dei quesiti – non avrei modo-ma sul fatto che la nostra possibilità di partecipazione poggia – attraversando i millenni-su questi concetti immortali. La democrazia è più forte del populismo o, al contrario, della tendenza a preservare lo ‘status quo’ che due modi opposti di sentimento politico possono scorgere, legittimamente, dietro i quesiti. La democrazia è più forte dell’appartenenza politica perché questa non esisterebbe senza quella. La democrazia è più forte dei particolarismi perché, ipso facto, ragiona con una visione d’insieme. Eppure, allo stesso tempo, la democrazia ci interpella singolarmente, come componenti fondamentali di quell’insieme. La democrazia come partecipazione è il ritornello liberatorio e musicale di Gaber.

In ultimo, la democrazia è così forte anche da permettere che chi vuole, un po’ più prosaicamente, vada al mare domenica, se cessa il vento.

‘Poco prima di morire, Giovanni mi disse: La democrazia è in pericolo’. Incontro con Maria Falcone, nei trent’anni di Capaci

Giovanni Falcone

di Daniele Madau

In occasione del trentesimo anniversario della strage di Capaci, drammatico giorno in cui l’Italia, grazie al sacrificio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli uomini della scorta, prese definitivamente coscienza della efferata violenza mafiosa e seppe trovare la forza di reagire, ricordiamo la grande figura di Giovanni con la sorella Maria, presidentessa della Fondazione Falcone

Il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo ha, da poco, concesso una lunga intevista, per la prima volta è apparso anche a volto scoperto, affermando di voler dedicare gli ultimi anni della sua vita a riscattarsi dal male commesso. Fu Giovanni a far sì che collaborasse: come commenta le sue parole?

Ho letto l’intervista e sono rimasta colpita e commossa. Le sue parole dimostrano, in effetti, che è uno di quei collaboratori che si è veramente pentito dell’appartenenza a Cosa Nostra; attraverso lo sconto della pensa e attraverso una sua maturazione spirituale e intellettuale, ha capito quale male rappresenti la mafia e, soprattutto, ha capito che bisogna combatterla dal di dentro, all’interno della famiglia, cercando di convincere la donne a non legarsi a questa organizzazione così tremenda che tanto dolore ha portato in Sicilia e nel mondo.

Quanto ha rischiato l’Italia in quegli anni? Giovanni è stato un baluardo a livello di sistema?

Possiamo dire delle cose molto importanti: le ultime parole che ho sentito dire a Giovanni, quando ci siamo visti il 9 maggio, poco prima che morisse, sono state: ‘Bisogna far presto a combattere la mafia; con le notizie che abbiamo, la nostra democrazia è a rischio’. Lui, infatti, intravedeva nella mafia, non solo un’organizzazione criminale finalizzata a lucrare determinati guadagni ma un pericolo per la democrazia. Io credo che le morti che ricordiamo abbiano risvegliato la coscienza italiana e che, questo risveglio, abbia permesso di combattere in maniera più efficace Cosa Nostra.

E’ vero che Giovani ha patito la solitudine ed è altrettanto vero, come tante volte si è detto, che lui ha cominciato a morire per quello?

Ha vissuto una solitudine tremenda, soprattutto dai colleghi che vedevano in lui quasi un pericolo per le loro carriere, ma non ha patito la solitudine dell’anima, perché lui aveva tali interessi, tale era la sua voglia di lavorare, che ha trovato nel suo lavoro, ma anche nella cultura, nella musica e nell’arte quegli elementi che gli permisero di continuare a vivere.

Dove avete respirato quei valori che suo fratello ha incarnato in maniera così esemplare?

Io credo che non avremmo avuto il Giovanni che tutti conosciamo se non fosse nato in quella famiglia; quella famiglia che, per tradizione, era di patrioti, che amava l’Italia e aveva messo al primo posto i valori dell’unità e della democrazia. Inoltre, la ‘religione del dovere’, che si respirava in casa: ognuno doveva fare il proprio dovere, qualunque fosse il sacrificio da sopportare.

C’è un valore più alto del rispetto delle leggi?

Bisogna esaminare caso per caso: in generale le leggi non vanno violate. Bisogna vagliarle laddove possano diventare ingiustizia ma, questo, è un discorso troppo profondo.

Qual è il suo rapporto con i collaboratori di giustizia?

Riconduco la risposta a Giovanni: lui era convinto fosse uno strumento utilissimo, quasi necessario, per le indagini: non posso che essere favorevole, quindi, a questo strumento giudiziario. Sia Giovanni che Paolo avevano tanto richiesto una legge che perfezionasse questo istituto ma erano altrattanto chari nell’affermare che le parole dei collaboratori non fossero il Vangelo e dovevano essere riscontrate con vagli giuridici per appurarne la veridicità

Qual è stato il rapporto con la sua terra?

Giovanni amava l’Italia e la Sicilia, vedendone, come quasi i genitori coi figli, le debolezze e i problemi e cercava di migliorarle, provando a dare quelle opportunità che la mafia toglieva loro

Come saranno ricordati i trent’anni?

Per i trent’anni la Fondazione Falcone sta cercando di darne grande risalto attraverso una memoria condivisa di tutte le vittime della mafia. A piazza Magione, dove sono nati Giovanni e Palo, ci saranno le massime istituzioni e momenti dedicati ai ragazzi. Ci saranno , poi, delle esposizioni artistiche, perché l’arte, in quanto bellezza assoluta, può dare anche , chiamiamola così, una redenzione dalla mafa.

Come è stato vivere senza Giovanni?

A livello personale è stata un’assenza tremenda, che addolora, come parte della famiglia; ugualmente lo è stata come cittadina italiana, perché il suo lavoro avrebbe creato nuove idee nella lotta alla mafia

‘Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe’ hanno gridato i ragazzi: si è realizzato?

Io credo che sia la speranza che mi ha portato a camminare accanto ai giovani, agli insegnanti, e a portare avanti le loro idee. In parte si è realizzata, perché la società civile è molto maturata in questo senso, però il cammino è lungo e bisogna continuare a portare avanti quello striscione e convincere ancora di più la società verso quelle parole

Il conflitto in Ucraina: storia e informazione

Pubblico, molto volentieri, un editoriale nato da un momento di studio e approfondimento che abbiamo dedicato al tragico conflitto in Ucraina in una quinta liceo classico

Il 21 febbraio 2022 Vladimir Putin, capo di stato russo, ha dichiarato durante un discorso tenutosi presso la tv di Stato, l’intenzione di “smilitarizzare” la regione ucraina del Donbass. Da quel giorno si sono verificati gli eventi che hanno portato al conflitto odierno e per i quali si è costretti oggi a discutere di guerra. Per comprendere meglio ciò che è successo, è necessario fare un passo indietro e ripercorrere gli avvenimenti storici precedenti, a partire dalla questione del Donbass. La suddetta regione faceva già parte dell’Ucraina nel 1917, prima ancora che l’Unione Sovietica (URSS) nascesse. Dal 1922 al 1991 fece parte dell’URSS, da cui tornò a separarsi formalmente in seguito alla sua caduta. Da quel momento in poi il Donbass tornò ad essere una regione geografica dell’Ucraina, Repubblica ora di nuovo indipendente. Tuttavia il territorio del “bacino del Donec” si rivelò da subito essere a maggioranza filorussa e di fatto la situazione non è cambiata: basti pensare al fatto che circa l’80% della popolazione sia russofona. Naturalmente ciò è sempre stato fonte di disordini sociali, causati dall’evidente scontento della popolazione filorussa e che portarono, nel 2014, allo scoppio di quella chiamata “guerra del Donbass”. Questa ebbe inizio, ufficialmente parlando, il 6 aprile 2014, quando alcuni manifestanti armati si impadronirono dei palazzi governativi delle regioni di Donetsk e Lugansk. La causa scatenante fu l’avvicinamento da parte dell’Ucraina all’Unione Europea. È interessante notare il fatto che, solo un mese prima, la Crimea aveva dichiarato la sua indipendenza dall’Ucraina, per poi essere annessa alla Russia, ma con un trattato non riconosciuto dalla comunità internazionale.

Risulta essere chiaro, dunque, che la crisi russo-ucraina non ha avuto inizio nel febbraio del 2022, ma ben otto anni prima, e che affonda le sue radici nella storia di quasi un secolo fa. Quella che Putin aveva chiamato “smilitarizzazione” e che, secondo quanto da lui dichiarato, avrebbe dovuto interessare la sola regione del Donbass, oggi viene definita e considerata come vera e propria invasione russa dell’Ucraina (iniziata il 24 febbraio). Infatti il conflitto, con un’escalation militare a dir poco rapida, si è diffuso in quasi tutto il territorio ucraino. Allora appare evidente che, oltre alla questione del Donbass, ci debbano essere altre motivazioni dietro alla mossa politico-militare attuata da Putin. Negli ultimi tempi l’Ucraina si era mostrata sempre più vicina all’Unione Europea e aveva espresso la volontà di voler entrare a far parte della NATO. Quest’ultima nacque nel 1949, dopo la Seconda guerra mondiale, con il fine di difendersi da un eventuale attacco militare da parte dell’URSS. Era inizialmente costituita da buona parte dei paesi occidentali, tra cui gli Stati Uniti d’America, sicuramente il più influente tra tutti quelli interessati. Ad oggi l’URSS non esiste più, ma la NATO continua a esistere; Stati Uniti e Russia sono due delle potenze mondiali più grandi, in competizione tra loro e con ideali politici, sociali e economici differenti. É dunque probabile che anche ciò abbia spinto il governo russo all’azione militare; infatti, l’eventuale entrata dell’Ucraina nella NATO avrebbe comportato ritrovarsi le forze statunitensi al confine e con in mano i punti strategici (militari e non) del territorio ucraino.

Queste appena esposte sono possibili motivazioni legate al conflitto, ma di certo non possono essere giustificazioni. É possibile giustificare una guerra? Assolutamente no, soprattutto quando arriva a coinvolgere pure i civili, tra cui malati e bambini. In Europa si è già assistito alle atrocità legate alla guerra, nella Prima guerra mondiale quando furono coinvolti i civili e i soldati furono costretti a combattere e a vivere nelle trincee, nella Seconda guerra mondiale quando milioni di persone furono deportate. Ma non solo, un altro esempio è quello della guerra in Bosnia ed Erzegovina e, inoltre, si è a conoscenza di conflitti avvenuti al di fuori del territorio europeo. Non si tratta più di constatare chi abbia ragione o meno, se Putin, l’Ucraina o qualsiasi altra potenza. Si tratta di denunciare gli atti atroci e ingiustificabili che si stanno verificando durante lo svolgimento del conflitto. Un esempio lampante è quello di Odessa che, quando è stata bombardata nel mese di aprile, ha visto tra le sue vittime alcuni civili, di cui sia feriti che morti. É inevitabile che durante dei bombardamenti vengano coinvolti anche edifici adibiti ad abitazioni: molti di questi fortunatamente erano vuoti. Ciò, tuttavia, non conferisce un aspetto meno atroce ai bombardamenti, tutt’altro; un’enorme quantità di civili ha perso la propria casa e i rifugiati in paesi europei, quando torneranno nella loro terra, non troverano alcun resto della loro abitazione e saranno costretti a ricostruire tutto da capo. Non sono dunque solo la morte e gli atti violenti a preoccupare, ma tutto ciò che un conflitto militare di tale portata può provocare. Si pensi anche solo alle conseguenze psicologiche, come ai tanti bambini che si porteranno dietro per tutta la vita questi ricordi, o alle conseguenze economiche che tutti dovranno affrontare. Se qualcuno è ancora convinto che la crisi russo-ucraina non lo riguardi, in quanto persona che non abita i paesi interessati nel conflitto, si sbaglia. Non solo per una questione morale, che dovrebbe spingere chiunque a preoccuparsi della sofferenza dei suoi simili, ma anche solo per una questione economico-politica. Difatti è evidente che gli equilibri politici, sul piano mondiale, non saranno più gli stessi e che il conflitto sta portando e porterà ancora diverse conseguenze economiche. A partire dalla questione del gas, fino ad arrivare a qualsiasi altro accordo economico che l’Unione Europea, e in particolare l’Italia, ha stabilito con la Russia. É necessario perciò interessarsi sempre degli sviluppi del conflitto e avere spirito critico, saper analizzare e valutare le informazioni che si reperiscono tramite i vari mezzi di comunicazione. Così come è importante non incappare in fake news o articoli di pura e becera propaganda: non bisogna trovare un buono e un cattivo, ma cercare di comprendere.

L’unico dubbio che può sorgere a questo punto è per quale motivo nessuna potenza sia intervenuta prima, attraverso vie diplomatiche. Come già detto, la crisi è iniziata nel 2014, è perciò possibile che nessuno avesse previsto l’esplosione di un possibile conflitto? Non si può sapere con certezza, ma si deve fare il possibile affinché il tutto possa finire al più presto, attraverso vie diplomatiche e pacifiche. Dopotutto, attraverso lo studio e l’analisi della storia del secolo scorso, si dovrebbe aver già compreso come ricorrere alle armi per combattere altre armi, porti solo a un utilizzo sempre maggiore delle stesse.

A preoccupare, al momento, è la notizia secondo cui Putin, il 9 maggio, potrebbe dichiarare ufficialmente guerra all’Ucraina, abbandonando l’utilizzo del termine “operazione speciale” (fortunatamente, questa dichiarazione non è arrivata. Ndr). Lo stesso giorno in Russia si festeggia la “Giornata della Vittoria”, che celebra la sconfitta della Germania nazista: si tratterebbe ancora una volta di una strategia propagandistica attuata da parte del leader russo, che aveva già parlato di “denazificazione” dell’Ucraina.

A cura di

Corgiolu Sara,

Damasco Francesca,

Lecca Gaia,

Sannais Antonio

“Dopo un raccolto, ne viene un altro”: la Resistenza e la memoria dei sette fratelli Cervi

di Giada Piras

Il 25 Aprile è una giornata spesso, purtroppo, dimenticata ma fondamentale per la storia della nostra libertà.

Come cittadini di una società figlia della Democrazia, è quantomeno doveroso ricordare chi perse la vita per garantirne una migliore e priva di ogni sopruso a tutti noi.

La Resistenza mosse i suoi primi passi da subito dopo l’Armistizio dell’8 Settembre 1943, data fondamentale, che segna l’inizio di quella che diventerà una vera e propria guerra civile.

Non si poté credere subito in una buona riuscita della Resistenza, ma con il passare dei giorni lo spirito di ribellione prese sempre più piede e ciò che prima sembrava solo una piccola goccia in mezzo al mare, era diventata una realtà ben più concreta.

Chi aveva ben chiaro questo concetto erano i protagonisti della riflessione che oggi più che mai ci viene spontanea quando si parla del 25 Aprile.

Parleremo in particolare dei fratelli Cervi, pilastri fondamentali di quella che fu la Resistenza a Campegine (Emilia Romagna).

Rispettivamente: Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore.

La famiglia Cervi (che conta ben undici componenti tra madre padre sette figli maschi e due femmine), antifascista dagli anni ‘30, ha un ruolo di vitale importanza per quella che è la riuscita dell’organizzazione partigiana tra l’appennino e la pianura, posti in cui cominciavano a formarsi le prime formazioni gappiste dopo l’8 Settembre del 1943.

Il primo ad aderire alla “fede” comunista sarà Aldo, terzogenito della famiglia, che unirà poi tutta la famiglia verso un ideale comune.
Sono tutti semplici contadini, vivono coltivando la terra, ma nonostante ciò appena dopo il 25 Luglio 1943, giorno della caduta del fascismo, organizzeranno la cosiddetta “pastasciutta antifascista” per festeggiare l’accaduto (ricorrenza che viene festeggiata tutt’ora).

Ma la famiglia Cervi non era solo questo, era una famiglia innovativa, formata da intellettuali che usavano ogni mezzo per poter accrescere la propria cultura, addirittura furono i primi a utilizzare un trattore per la coltivazione dei propri campi (chiamati “I campirossi”). 

Fonderanno una biblioteca popolare, poiché non tenevano solo alla propria cultura, ma anche a quella di chiunque li circondasse, perché un popolo istruito è molto più difficile da soggiogare.

Tuttavia purtroppo però, la loro modalità di Resistenza quasi non viene vista di “buon occhio” dal Partito Comunista Reggiano. Tutto questo attivismo, infatti, porterà la famiglia Cervi ad essere pericolosamente esposta. Nonostante ciò, preferiranno rimanere a coltivare i loro campi portando avanti il loro ideale di libertà, senza nascondersi e abbandonare tutto.

Pagheranno a caro prezzo la scelta di non lasciare la propria casa. Diventano un bersaglio fin troppo facile per gli squadristi che nella notte tra il 24 e il 25 Novembre del 1943, circonderanno la casa della famiglia Cervi, dando fuoco al fienile e alla stalla. 

La famiglia tenta di difendersi dall’assedio, ma nonostante ciò oltre loro in casa vi sono degli altri uomini a cui avevano offerto un “posto sicuro” (i Cervi nonostante il pericolo infatti ospitavano chi aveva bisogno, tra oppositori, ragazzi fuggiti alla leva e soldati riusciti a fuggire dai tedeschi).

La difesa della casa purtroppo non avrà esito positivo, infatti in quella casa vivono anche cinque donne e dieci bambini, il rischio di continuare con il contrattacco prevedeva un prezzo fin troppo alto da pagare. 

Verranno quindi arrestati insieme a Quarto Camurri (disertore della MVSN entrato in contatto con la famiglia poco tempo dopo la sua diserzione) e condotti al carcere politico di Reggio Emilia.

A seguito dell’uccisione del fascista Davide Onfiani, il 28 Dicembre tutti e sette i fratelli Cervi e Camurri vennero fucilati, una scelta crudele, tanto che in un documento della direzione fascista di Reggio Emilia (che verrà recuperato solo nel dopoguerra), affianco alla lista dei sette nomi, (si pensa) un dirigente scrisse: “Sette fratelli?” sottolineando il tutto in rosso, come a voler esprimere una perplessità per questa crudele decisione. 

Il padre (Alcide Cervi), arrestato anche lui ma prigioniero in un carcere diverso, riuscirà a scappare a seguito di un bombardamento, ma non verrà informato subito della morte dei suoi sette figli, il cui funerale potrà essere celebrato solo nell’Ottobre del 1945, giorno in cui, dopo che i feretri verranno portati al cimitero di Campegine, papà Alcide pronuncerà la famosa frase: “Dopo un raccolto, ne viene un altro”.

Tutti i fratelli verranno decorati con la “medaglia d’argento al valor militare”, nella speranza che la loro memoria rimanga sempre viva nel cuore e nella testa non solo di chi lotta, ma di chi vive e spera in un domani migliore cercando di costruirlo grazie anche al loro sacrificio per la nostra libertà.

La guerra purtroppo è una realtà molto più attuale di quel che si pensi, possiamo vederlo negli ultimi mesi tramite le immagini strazianti che arrivano dall’Ucraina. Vediamo un popolo che attua una forma disperata di Resistenza nel tentativo di ottenere di nuovo la propria libertà e quella del suolo ucraino occupato dagli invasori, perché la Resistenza non è solo imbracciare un fucile. La Resistenza è la speranza, il pensiero, il dialogo e l’accoglienza, tutto ciò che possa opporsi a qualunque forma di oppressione è pura Resistenza. 

Negli ultimi giorni ci sono stati molti dibattiti, paragonando quella che fu la Resistenza Italiana con quella che è in questi mesi la Resistenza Ucraina. 


A parere mio, i mezzi tramite i quali si ottiene la libertà non possono essere paragonati senza tener conto di tante cose, come ad esempio il periodo storico, i luoghi in cui gli scontri prendono vita e soprattutto la tecnologia degli armamenti attuali.

Se la si vuole paragonare, si potrebbe dire che è una Resistenza 2.0, l’ideale è sempre quello della libertà, è tutto quello che ruota intorno che cambia.

Chiudo questo piccolo intervento con un pensiero strettamente personale, a prescindere da ogni tipo di paragone. 

Nessuna istituzione, nessun potere, nessuna supremazia dovrebbe negare la libertà di un altro popolo o addirittura privarlo della leggerezza tipica della vita.

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore” (Italo Calvino)

Francia: il dibattito e l’attesa

da Lione, Marco Salis

Ricevo, e volentieri pubblico, il prezioso contributo, da Lione, di Marco Salis, che ha seguito il dibattito Macron -Le Pen: i due candidati tra cui gli elettori francesi sceglieranno domenica 24 aprile il nuovo Presidente della Repubblica.

La Francia si prepara a tornare alle urne questa domenica 24 aprile per eleggere il ventiseiesimo presidente della Repubblica.

Momento culminante della campagna elettorale è stato il confronto televisivo dello scorso 20 aprile tra gli avversari Emmanuel Macron, presidente uscente ed esponente di En Marche, e Marine Le Pen, ormai storica esponente dell’estrema destra e del partito Rassemblement National.

Il duello, durato quasi tre ore, ha visto i candidati rispondere alle domande dei moderatori e alle reciproche stilettate su temi nevralgici come l’energia, la riforma delle pensioni, l’inflazione e il potere d’acquisto delle famiglie, la scuola, la competitività e lo sviluppo tecnologico, l’immigrazione.

Rispetto al dibattito del 2017 che li vide già protagonisti, l’intenzione dichiarata di Le Pen era quella di tenere un approccio più sorvegliato e meno irruento sia nei toni che nelle dichiarazioni programmatiche. Davanti alle telecamere questo “ammorbidimento”, volto comprensibilmente a ottenere un più ampio consenso, pur rappresentando un netto miglioramento rispetto all’esperienza precedente sembra non avere sortito l’effetto da lei sperato. L’abbandono di alcune battaglie per lei caratterizzanti (come quelle per uscire dall’Unione Europea, da Schengen e dalla NATO) ha sembrato avere il duplice effetto di smussare gli spigoli ma anche di snaturarsi e di portarla su un territorio più moderato che le è meno congeniale e sul quale l’avversario si trova più a suo agio. Inoltre, la scelta di una maggiore pacatezza si è manifestata in un piglio meno incisivo, in un apparente auto-limitarsi, in qualche pausa e qualche esitazione di troppo, a tratti in una minore lucidità rispetto a Macron.

Una scelta incomprensibile è stata quella di non cogliere l’opportunità offerta dai molteplici scandali che hanno scosso la campagna elettorale di Macron per sferrargli un attacco che lo avrebbe fatto vacillare a più riprese. Per citarne alcuni: il forte sospetto di false dichiarazioni del presidente uscente sul proprio patrimonio personale; lo scandalo McKinsey (la grande multinazionale di consulenza americana che ha una sproporzionata influenza sulle scelte e strategie del governo, oltre ad aver trovato il modo di non pagare le tasse per la sua filiale parigina); lo scandalo Alstom (il ri-acquisto all’americana General Electric, al doppio del prezzo di vendita, delle turbine inizialmente (s)vendute alla stessa G.E. dall’azienda francese); la gestione quantomeno discutibile della crisi del Covid con tutte le ricadute sociali, economiche, psicologiche, e sulle fondamentali libertà individuali.

Macron, dal canto suo, ha tenuto una postura generalmente cordiale ma al tempo stesso condiscendente e con qualche eccesso di quella arroganza che ha contraddistinto il suo quinquennato e che è stata rivolta tanto agli avversari politici quanto allo stesso popolo francese: si pensi all’atteggiamento repressivo nei confronti del movimento dei “gilet gialli”, o alle esplicite manifestazioni di disprezzo e discriminazione nei confronti di una fetta della popolazione (“ho una gran voglia di rovinare la vita ai non vaccinati”, dichiarò in una tristemente famosa intervista televisiva). Il presidente uscente è sembrato tuttavia più convincente e incisivo, oltre che più preparato su alcuni temi a lui più familiari come ad esempio l’economia.

Chi la spunterà alle urne? Stando agli ultimi sondaggi, per il momento l’effetto del dibattito sulle intenzioni di voto resta piuttosto limitato e non sembra alterare le proiezioni in modo significativo.

La partecipazione si annuncia più bassa per il secondo turno con 74,5% dei votanti (meno che nel 2017).

Tra gli elettori intervistati, Macron ottiene circa il 55% delle intenzioni di voto contro 45% di Le Pen.

L’ago della bilancia sarà inoltre sensibile alle scelte dei sostenitori dell’esponente della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon, terzo candidato per numero di consensi ed eliminato al primo turno: il 40% dei suoi dichiara che voterà Macron, un altro 40% si asterrà, e il restante 20% voterà Le Pen.

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