Paolo Borsellino (19 gennaio 1940 – 19 luglio 1992)

di Marco Marini

Marco Marini, autore che spesso ci guida in riflessioni ricche di spunti e dati, in occasione dell’anniversario di via D’Amelio, ricorda la bellissima figura e alcune parole di Paolo Borselllino, vittima di uno dei tanti misteri d’Italia.

Il giornalismo di stile anglosassone ci spiega che per scrivere un articolo o esprimere un concetto, ci si affida alle 5 W (che tradotto in italiano rappresentano le domande Chi?, Dove?, Come?, Quando?, Perché?). Si tenta di “spiegare” o raccontare un fatto, un fenomeno, rispondendo a queste cinque domande. Spesso però qualcuna di queste rimane senza risposta. Perlomeno a gente comune come noi, a coloro che non sono addentro a certi meccanismi che solo gli addetti ai lavori conoscono. Questo a maggior ragione, si può affermare per quanto riguarda la storia del nostro Paese. Non è questo il momento e la sede per raccontare le “stranezze” di questa Italia, ricca di bellezze uniche al mondo, ma altrettanto avvolta in molti misteri. Dalle stragi politiche ai vari scandali che iniziarono già alla fine del 19° secolo, appena creato lo Stato Unitario, questa nazione è stata ed è tuttora alla ricerca di verità. Ripeto non tutte le domande che ci si pone ottengono risposta. Questo è un Paese che ricorda, celebra e, mi si permetta, riempie di parole retoriche tutte le celebrazioni. Si rischia quindi di mitizzare ogni aspetto della storia umana. Questo porta ad allontanarsi con un senso di fastidio o peggio noia, dai vari ragionamenti sui vari fatti della nostra Storia.

Domani, 19 luglio 2023, ricorre il 31° anniversario della Strage di Via Amelio a Palermo, in cui perse la vita Il Giudice Paolo Emanuele Borsellino e i cinque membri della scorta, tra i quali ricordiamo la nostra Emanuela Loi, prima donna a far parte di una scorta e prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio. Rileggiamo le note e gli articoli che hanno riguardato quella ed altre stragi di quel periodo. La strage di Capaci con la morte del Giudice Falcone, l’attentato a Via dei Georgofili a Firenze con cinque vittime e tutte le violenze che la mafia pose in essere per costringere questo Stato a scendere a patti. Ricordiamo che nel 1998 la Procura di Firenze aprì l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Cosa possiamo dire di questi personaggi, queste vittime, questi servitori dello Stato, senza cadere nella stucchevole retorica ? Innanzitutto che furono abbandonati dalle Istituzioni in cui credevano, portando avanti il loro lavoro nonostante sapessero di essere degli obiettivi delle stragi mafiose:

«Guardi, io ricordo ciò che mi disse Ninni Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985, credo.
Mi disse: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”.»

(Paolo Borsellino, intervista rilasciata a Lamberto Sposini il 24 giugno 1992)

Ed

«Il vero obiettivo del CSM era eliminare al più presto Giovanni Falcone»

(Durante il Convegno de La Rete del 25 giugno 1992)

«Quando Giovanni Falcone solo, per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il Consiglio superiore della magistratura, con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il CSM ci fece questo regalo. Gli preferì Antonino Meli.»

(Durante il Convegno de La Rete del 25 giugno 1992)

Ventiquattro giorni dopo, avrebbe seguito la stessa sorte del suo collega ed amico Giovanni Falcone.

Una considerazione personale, se questo Stato è sceso a patti con l’organizzazione mafiosa si può considerare uno Stato forte? Ho i miei dubbi. L’infiltrazione della criminalità organizzata sia nell’economica che nella politica è cosa risaputa ed è comune a tutte le latitudini di questo mondo. Nulla di stano quindi.

Ma sembra che da noi sia più evidente che da altre parti. Qualche anno fa incontrai a Elmas il fratello minore del Giudice Borsellino, Salvatore, ingegnere. Ci raccontò quanto il Giudice fosse contrariato dal fatto che Salvatore avesse lasciato la Sicilia.  Affermava che la battaglia contro la criminalità andava affrontata in loco, se non per altro almeno per l’amore verso la propria terra. Salvatore è stato il promotore del cosiddetto “Movimento delle Agende Rosse”: Il nome fa riferimento all’agenda di Paolo Borsellino, sparita dopo la strage di via D’Amelio. In quell’agenda Borsellino scriveva appunti personali, supposizioni e dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Gaspare Mutolo. L’agenda sparì dalla borsa di cuoio del magistrato che era sul sedile posteriore dell’auto su cui viaggiava il giudice Borsellino. Esistono prove fotografiche e video di un carabiniere, Giovanni Arcangioli, con in mano la borsa. Nei confronti del carabiniere fu istruito un processo per favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra e per la sottrazione dell’agenda, ma non si è arrivati alla fase dibattimentale. Il capitano ha fornito versioni diverse in diversi interrogatori: in un primo momento disse di aver dato quella borsa all’ex Magistrato Giuseppe Ayala, poi di aver dato la borsa a un ufficiale di servizio e infine di averla riportata all’interno della vettura ancora in fiamme, dove fu poi ritrovata la borsa. I collaboratori e i familiari di Paolo Borsellino confermano che il Magistrato non si separava mai dall’agenda, soprattutto dopo la morte di Giovanni Falcone. La moglie del Magistrato ha confermato che il 19 luglio 1992 nella borsa era stata messa anche l’agenda rossa.

Flussi e riflussi della Storia: ricordiamo la sparizione dei documenti sottratti a Mussolini dopo la cattura a Dongo, dove si parlava del carteggio epistolare tenuto con Churchill e dei soldi rubati alla Banca d’Italia. Come dei documenti di Aldo Moro spariti dopo il rapimento in Via Fani a Roma. In tutte queste vicende compaiono quasi sempre gli stessi personaggi che l’Italia ha sempre incontrato. Potenze straniere (Gran Bretagna, per esempio, così come Stati Uniti e Israele), la mafia, i servizi segreti, più o meno deviati, che invece di essere fedeli allo Stato hanno favorito progetti di questa o quella parte non solo politica. E non dimentichiamo quella parte della massoneria deviata (?) denominata Propaganda 2 (P2) che grazie al fascista Licio Gelli, suo vanto, legò gli interessi politici e mafiosi fino al coinvolgimento dello I.O.R (Istituto Opere Religiose) gestito dall’Arcivescovo Paul Marcinkus, e le morti di Sindona e Calvi ed altre a loro legati.

Ci domandiamo se in un paese del genere non sia più facile girare la faccia dall’altra parte e arrendersi di fronte a queste manifestazioni di potere. In una canzone, Fumetto, Lucio Dalla diceva “… che mondo sarà se ha bisogno di chiamare superman….” Ma Paolo Borsellino ha “risposto”:

«Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte. Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria cui essa appartiene. […] Per lui la lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti specialmente le giovani generazioni […], le più adatte a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone […] quando in un breve periodo d’entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse: “La gente fa il tifo per noi”»

(Paolo Borsellino, intervento a Casa Professa, 25 giugno 1992)

La vergogna delle parole sul corpo delle ragazze

di Daniele Madau

La vergogna delle parole della seconda carica dello Stato, della Ministra della Famiglia, del giornalista Facci

Sappiamo bene la crisi che vive il mondo degli adulti, che va oltre ogni normale e generica incomprensione generazionale: gli adulti di oggi non sembrano aver più l’autorevolezza e la capacità di porsi come tali davanti ai ragazzi, che ne subiscono le conseguenze, con smarrimenti, sbandamenti, disorientamenti, dovuti alla mancanza di punti di riferimento. Tutta la società ne è interessata e l’effetto più evidente e conseguente è quello del crollo delle nascite, come a risolvere alla radice il problema, nella maniera più semplice.

Quanto scritto del mondo adulto si scontra con una delle tematiche più a cuore ai ragazzi, quelle di genere, che richiedono uno degli atteggiamenti più naturali, propri del mondo adulto stesso e, perciò, più che mai necessari: la delicatezza nel trattare aspetti che riguardano la violenza di genere, nel pesare le parole, nel mostrare nella proposizione delle proprie opinioni e dei propri comportamenti il rispetto, la necessaria profondità di riflessione, l’idea di accoglienza di chi sembra aver subito la violenza. Violenza: parliamo di qualcosa che può devastare una vita, segnarla per sempre nella percezione di sè e nella propria apertura al mondo, nella fiducia verso le persone.

Ebbene, davanti a queste situazioni abbiamo reazioni dal mondo politico pericolosamente superficiali, spiazzanti, fuori luogo e tempo, rivelatrici di pregiudizi annidati nel proprio modo di pensare – e quindi di vivere l’attività politica -, semi di futura altra violenza, magari più strisciante ma non meno pericolosa. Reazioni vergognose, indegne, talmente imbarazzanti da lasciare senza parole, afoni.

E allora le parole, una nostra facoltà da curare, pesare, educare, dobbiamo farle sentire per avere, noi, un po’ di dignità e ribellarci: per quanto ci è possibile, per i ragazzi. In questo caso, per le ragazze.

E’ facile usarle, quelle parole, quando tutto è generico, impalpabile, distante: la ministra Rocella le ha sempre riferite a un mondo ideale di famiglia perfetta, in cui tutto scorre su binari dritti e immutabili di ruoli tradizionali, precostituiti – e perciò non umani se non disumani – in cui la ragazza e la donna erano considerate, di fatto, inferiori, rispetto al maschio. Al figlio maschio. ‘Non commento le parole di un padre’, ha commentato, riferendosi a Ignazio La Russa e alla presunta violenza perpetrata da suo figlio nei confronti di una 22enne. Non commenta quando dovrebbe commentare, andare oltre l’appartenenza politica e respirare l’aria pura del pensiero ben orientato, elevandosi oltre la puzza delle parole di parte.

‘Ha denunciato dopo 40 giorni e aveva assunto cocaina’, ha commentato lui, il padre, Ignazio Benito La Russa, lasciando intendere, oltre alla palese ignoranza su aspetti giuridici, la colpa e la colpevolezza della ragazza. Ecco il più solare disimpegno, la più squalificante rinuncia all’educazione verso il suo stesso figlio e la più perfetta manifestazione del proprio animo e del proprio pensiero. Tutto questo in un silenzio della Presidente del Consiglio volontariamente connivente.

Questa è la politica di oggi, nella sua immaturità, ignoranza e, di più, sottile violenza nell’omertà e nel perpetrare i più pericolosi pregiudizi.

Concludo con Facci, in un climax di – mi scuso per l’espressione – sgomento disgusto. Mi scuso anche perché riporterò le sue parole ma lo devo alla ragazza, presunta vittima, e a tutte le altre, affinché leggerle faccia emergere la voglia di ribellione: “Una ragazza di 22 anni era indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fatta anche da Leonardo Apache La Russa”, ha scritto in quel giornale di stile, di giornalismo esemplare ed equità che conosciamo, Libero.

Lasciamo risuonare queste parole nel silenzio dell’assenza di commento che, contemporaneamente, le amplifica e le lascia cadere nell’oblio che merita la sensibilità di chi le ha scritte, nell’abisso della cosidetta cultura di destra che, mentre si vuole legittimare, tradisce i valori a cui si vorrebbe ancorare. Eppure aspettiamo ancora, e vogliamo, una destra moderna, sociale, attenta ai diritti, capace di valorizzare il patrimonio italiano, come vorrebbe.

‘Non ripeterei più quelle parole’ ha commentato, poi, Facci. Il solito stile vigliacco di chi fa finta di aver agito contro se stesso. Non basta. Non basta più. Vergogna.

La sinistra davanti alle nuove sfide: la necessità di un nuovo umanesimo. Incontro con la deputata Paola De Micheli

di Daniele Madau

Paola De Micheli è eletta per la prima volta alla Camera nel 2008. Nel 2014 viene nominata Sottosegretaria all’Economia. Nel 2019 diventa vicesegretaria del Partito Democratico. Lascia l’incarico quando viene eletta – la prima volta per una donna -Ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti nel governo Conte II. Nel 2023 partecipa alle primarie come candidata segretaria del PD. Con lei abbiamo spaziato dalle nuove sfide a livello globale, a cui la sinistra deve andare incontro, alla più stretta attualità italiana.

Onorevole De Micheli, lei è una delle esponenti più importanti, con maggior storia politica e istituzionale, all’interno del Partito Democratico. Su cosa si sta concentrando la sua attività politica in questo periodo?

Sto seguendo dei dossier riguardanti i principali settori d’intervento politico, cercando di dare un contributo di analisi e approfondimento: sanità, politiche migratorie, attività produttive e politiche industriali. In riferimento a quest’ultimo settore, sto lavorando a dossier sulla transizione ecologica e sul rapporto tra gli aspetti produttivi e l’ecologia. Tutti noi sappiamo bene quanto sia rilevante la questione ambientale e necessaria la transizione ecologica ma, questo inevitabile processo, non dovrà danneggiare, sia in termini ecologici sia in termini di posti di lavoro, i lavoratori e le imprese: noi dobbiamo essere al loro fianco. La mia ispirazione è sempre il concetto di umanesimo, che vede l’uomo e le donne, e loro necessità, al centro di tutto.

E l’attività politica della sua segretaria, Elly Schlein, come la giudica?

Io noto una progressiva scomparsa dell’ ‘effetto speranza’, che si era creato con la sua elezione. Ciò credo che sia dovuto a questioni sia oggettive che soggetive. Quelle oggettive riguardano un affaticamento generalizzzato delle sinistre europee, causato anche da politiche, oggettivamente – appunto – errate, come la gestione non solidale dei flussi migratori. Al livello nazionale, poi, si respira un po’ di sfiducia legata anche alla poca chiarezza e alla volubilità delle alleanze, cosicchè si notano ritardi nell’azione di opposizione. Opposizione che, tuttavia, si sta unendo di fronte alla lotta sul salario minimo. Quelle soggettive riguardano l’isolamento della segretaria, che non ha valorizzato il pluralismo e non si è ancora impegnata in un lavoro di profilazione di una sinistra sociale. Ci sarebbe necessità, infatti, di un nuovo profilo culturale della sinistra, in grado di parlare a nuovi elettori, che vadano oltre il nostro bacino usuale, quello dei centri storici delle città.

Ripartiamo da qui, dalla nuova profilazione della sinistra: salario minimo e che altro? Possiamo anche spaziare a livello europeo e mondiale, date le importanti scadenze elettorali del 2024 del rinnovo del parlamento europeo e delle elezioni americane.

La sinistra deve assumere nuovamente posizioni di responsabilità rispetto ai ceti e alle categorie svantaggiate: una sinistra del lavoro, sociale, cattolica, riformista, in Italia e in Europa: come, a esempio, quella tedesca. Questa sinistra, ripartendo dai bisogni delle persone, deve ribaltare l’attuale gerarchia, che la vede subalterna alla finanziarizzazione dell’Occidente. Tutto questo senza aver paura di essere considerati dei conservatori. La sinistra, infatti, davanti alle impegnative sfide dell’Intelligenza Artificiale e della transizione ambientale, deve essere in grado di governare il necessario processo di trasformazione e convertirlo in momento di crescita che tuteli, e sappia tramutare, il lavoro delle persone. Queste stesse persone che ora hanno paura di perderlo, il lavoro. Questo vuol dire per me ‘nuovo umanesimo’. Nuovo umanesimo che, per continuare ad avere uno sguardo globale riferito all’aspetto più urgente nel panorama internazionale, non può abbandonare e non può non sostenere a tutti i livelli un popolo aggredito ma che, contemporaneamente, deve necessariamente trovare strade che portino alla pace. Questa sinistra deve avere maggiore chiarezza nell’attività di pace: attività che, forse, è stata trascurata.

Restringendo nuovamente il campo e tornando alla, forse, angusta realtà italiana, vorrei una sua considerazione sulle ultime due puntate di ‘Report’ . Due settimane fa è stato mandato in onda il servizio sulle attività imprenditoriali di Daniela Santanchè, di cui la ministra dovrà riferire in aula: anche come imprenditrice, qual è la sua posizione? L’ultima puntata, invece, è tornata sul crollo del ponte Morandi e sulle decisioni dei governi che si sono succeduti nei confronti di ‘Aspi – Autostrade per l’Italia’. Dalla ricostruzione che ha fatto la trasmissione di Ranucci, sembra che Toninelli volesse revocare la concessione alla famiglia Benetton e che, invece, Draghi e il suo governo, dove lei era Ministra delle Infrastrutture, non abbiano avuto la stessa volontà; permettendo, così, una soluzione negoziata in fin dei conti favorevole a coloro che sono stati responsabili del disastro.

La ministra Santanchè deve assolutamente riferire in Parlamento e non rimandare i chiarimenti. Se le accuse venissero confermate, sarebbero di notevole gravità. Questa gravità è legata ai rapporti con i lavoratori e con i fornitori. Io cerco, comunque, di restare garantista e aspetto prove documentali. Preciso che questa mia posizione garantista è maturata anche in seguito ad attacchi che, di fronte ad accuse poi rivelatesi infondate sulla mia attività imprenditoriale, ho ricevuto dalla stampa riconducibile a posizioni di destra.

Per quanto riguarda la vicenda della concessione ad Aspi, bisogna risalire alla tipologia della concessione stessa, promossa da Romano Prodi e confermata da Silvio Berlusconi. In caso di revoca, anche per grave inadempienza, era previsto un risarcimento di 25 miliardi, che sarebbero ricaduti su tutti gli italiani. Noi, comunque, avendo ereditato una decisione, scrivemmo comunque il decreto di revoca. Continuavamo, però, chiaramente, a monitare la situazione riguardante la situazione delle infrastrutture. Sul mio tavolo arrivavano relazioni allarmanti riguardanti lo stato dei ponti, delle strade e delle gallerie: soprattutto, a causa della sua conformazione, della Liguria. Abbiamo, così, deciso di intervenire immediatamente con una soluzione negoziata che, facendo risparmiare 25 miliardi, avrebbe riportato Aspi, in parte, sotto il controllo pubblico, permettendo quei lavori non più rimandabili. La società che, ora, ha la maggioranza delle quote di Aspi è Cassa Depositi e Prestiti che, ricordo, non ha un bilancio pubblico ma gestisce i fondi privatistici del risparmio postale.Ho preso questa decisione e ne sono fiera, soprattutto pensando alle vittime di quelle mancate manutezioni. In ultimo voglio ricordare come io, al contrario dell’ex ministro Toninelli, non abbia mai incontrato Giovanni Castelluci.

Lettera agli italiani su Silvio Berlusconi. E non solo

di Daniele Madau

Figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica… e per una strana alchimia, il paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore” (Veronica Lario, aprile 2009)

“Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare” (Paolo Borsellino)

Cagliari, 20/06/2023

Vi scrivo, italiani, perché quello a cui ho assistito nei giorni scorsi – i giorni successivi alla morte di Silvio Berlusconi – dice molto di noi italiani. Ho aspettato a farlo, perché, fortunatamente, la morte è ancora un tabù – forse l’unico ancora rispettato – che pretende silenzio, rispetto, riflessione su chiunque. E, mentre aspettavo, cercavo la modalità migliore per scrivere su Berlusconi, una persona che ho molto avversato; ho scelto la lettera, col suo bagaglio di tradizione millenaria: forse la tipologia di testo che più può lasciar trasparire l’accoratezza nello scrivervi queste righe.

Ho deciso di farlo perché credo che lui ci debba molto. Non noi, italiani, a lui ma lui a noi. Ricordiamo alcune espressioni del celebre discorso della ‘discesa in campo’? ‘L’Italia è il Paese che amo: qui ho le mie radici, qui il mio futuro’ . Non posso sapere quanto fosse sincero ma, di sicuro, l’Italia gli ha permesso di realizzare tutti i suoi desideri, e non è poco: è ciò che tutti noi desideriamo per la nostra vita.

Innanzitutto, ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza nel secondo dopoguerra, gli anni in cui l’Italia era, forse, il Paese più dinamico d’Europa: una vera terra di speranza e di futuro che, nel 1960, ha avuto il suo anno d’oro, rimasto nell’immaginario collettivo come un paradiso raggiunto e poi perduto, quasi teatralmente messo in scena nelle Olimpiadi di Roma dello stesso anno. Tutta la sua generazione ha potuto beneficiare di quel momento di resurrezione in cui si poteva, non dico sognare, ma avere un’aspirazione legittima sulla propria vita: aspirazione semplice, di felicità, di benessere, di realizzazione.

L’onda lunga di quel periodo, in cui è nata anche la moderna imprenditoria edile, gli ha permesso di creare il suo primo impero, quello edilizio appunto, e il primo nucleo della sua fortuna economica. In Lombardia, col suo attivismo a volte un po’ cieco e irrazionale, tutto volto alla produttività e al benessere economico, che ha prestato il fianco alla speculazione ediliza e alla cementificazione, come magistralmente cantato da Adriano Celentano. Lui ha dovuto tanto alla Lombardia, quindi, non la Lombardia a lui.

E Milano, che si avviava a diventare il luogo in cui elaborare e sperimentare il concetto di lavoro come autorealizzazione per il divertimento d’elite, a discapito di tutto e tutti, gli ha permesso incontrare una classe politica pronta a usare quella sua nuova ricchezza: la classe politica di Craxi e Pillitteri, in un’idea di socialismo che si sposava pienamente col concetto di aspirazione a godere dei frutti del proprio lavoro, a discapito di tutto e di tutti. Quella classe politica gli ha permesso, spudoratamente e già ad personam, di accrescere la sua originaria, piccola e regionale, impresa televisiva che, poi, è diventata un impero transnazionale. Da lì la ricchezza smisurata che ha gli ha permesso di continuare a relizzare i suoi desideri, come l’arrivare in elicottero per incontrare la sua nuova squadra di calcio, il Milan che, con lui, vincerà tutto. Quindi Berlusconi ha dovuto a Milano almento quanto Milano ha dovuto a lui, niente di meno.

Il sistema politico e governativo italiano, poi, col suo garantismo, con la sua moderna democrazia e con, purtroppo, la sua mancanza di alcune leggi che lo autotutelino, gli ha permesso di formare un partito, vincere tre volte le elezioni e, con la maggioranza conquistata, guidare il Parlamento fino a farlo esprimere nella vicenda Karima: per il Parlamento stesso lei era la nipote di Mubarak. Sinceramente, credo che in un Paese con altre caratteristiche, tutto questo non sarebbe potuto accadere. Tecnicamente, poi, durante i suoi trent’anni di attività politica, Berlusconi non era più in carica al timone delle sue imprese. Gli stipendi mensili alle sue prescelte, i soldi con cui ha pagato i senatori Scilipoti e De Gregorio («Tra il 2006 e il 2008 Berlusconi mi pagò quasi 3 milioni di euro per passare con Forza Italia», disse quest’ultimo) e con cui pagò tutti suoi processi, compreso quello, ancora in essere prima della sua morte, come mandante occulto per le stragi di mafia – della quale si è avvalso, invece di farsi difendere dallo Stato, per la sua protezione personale sin dai primi anni imprenditoriali – sono quindi derivati, almeno in parte, dalle nostre tasse. Berlusconi ha dovuto tanto all’Italia e non l’Italia a lui.

La mia terra, poi, la Sardegna, gli ha permesso di acquistare e ampliare (i lavori di ampliamento erano tecnicamente ‘segreto di Stato’) un’abitazione meravigliosa, in uno dei luoghi più belli del mondo, in cui accogliere i grandi della terra e passare le sue estati. Non ho visto segni tangibili di riconoscimento alla Sardegna. Lui ha dovuto tanto alla Sardegna non la Sardegna a lui.

Sapete, sono un’insegnante. Ho vissuto l’inizio della mia carriera, il precariato, durante il suo ultimo governo: ho vissuto fino in fondi gli enormi danni dei suoi ministri, Tremonti e Gelmini, alla scuola. Ho sentito i suoi insulti verso di noi che insegnavamo il rispetto verso tutti, in nome del diritto a vivere serenamente il proprio orientamento sessuale. Ho sentito il suo governo parlare di merito- come oggi- e poi favorire le igieniste dentali, mentre i nostri ragazzi, il nostro futuro, emigravano, andando a contribuire al futuro di altre nazioni che, incredule, ringraziavano. Il deserto demografico di oggi ha origine anche da lì.

Questo è ciò che gli imputo maggiormente: essersi arricchito e aver conservato il potere a discapito del futuro, dei nostri ragazzi. Vecchioni parlava di ‘bastardo sempre al sole’ e faceva intendere che non sbagliava chi lo identificava con Berlusconi. Anche per lui, a vantaggio suo, potevamo chiamarci tutti noi, tutti noi italiani, ‘ancora amore’. Riascoltatela ‘Chiamami ancora amore’.

Perché l’Italia lo ha riempito d’amore, in maniera irrazionale, ingenua, pietosa, da poveri, a loro volta mendicanti d’amore. Basta rivedere i suoi funerali, con la folla acclamante fuori dal Duomo di Milano. La folla che, nel 2011, lo ha anche insultato, quando è caduto. Perché così sa fare. E noi dobbiamo essere popolo, non folla, e non lasciarci guidare né verso gli elogi spudorati né verso gli oltraggi, da connazionali di Manzoni (Lui folgorante in solio vide il mio genio e tacque quando, con vece assidua, cadde, risorse e giacque, di mille voci al sonito mista la sua non ha: vergin di servo encomio e di codardo oltraggio)

Alla fine la Costituzione ha retto, il nostro sistema creato dopo il referendum del 1946 ha retto, arrivando sino a una condanna di Berlusconi e anche, come è giusto, alla sua successiva riabilitazione.

Ed è proprio questo che dobbiamo sempre ricordare, tenere nel cuore e nella mente: noi, italiani, non dobbiamo adorare nessuno. Non dobbiamo avere paura, non dobbiamo cedere al culto della persona e alle scorciatoie che ci presenta ma solo credere nel rispetto e nel servizio alla Costituzione, anch’essa nata dalle nostre forze italiane, e quelle migliori.

Noi dobbiamo solo conoscerci, amare la cultura che rende liberi e che respiriamo dovunque, se decidiamo di uscire dalle bassezze che dobbiamo imputare a noi stessi. Ciò che noi possiamo vivere nelle nostre città è l’esito millenario di quanto Roma, nana sulle spalle del gigante della cultura greca, ha creato fondendosi con le realtà locali. Roma, disgregandosi, ha creato poi quel terrendo fertile su cui sono nati i regni romano-barbarici, e i comuni, e l’Umanesimo e il Rinascimento, e il ‘600 del Barocco e di Galileo, e il Neoclassicismo e il Romanticismo, che ha reso possibile il Risorgimento, l’Unità d’Italia. Sino alla Resistenza e al miracolo economico da cui siamo partiti.

Questo, e molto altro, siamo noi italiani. Di cosa abbiamo paura? Perché abbiamo dovuto sperare in un uomo solo al comando? O, meglio, sperare va bene ma perché continuare a credergli e osannarlo?

Certo, Silvio Berlusconi merita il rispetto che si deve a ogni uomo, come ci ha ricordato il cardinal Delpini, e come imprenditore ha, a sua volta, reso possibile il benessere di tante persone. Ma non, credo, più di altri imprenditori, che il contesto italiano che abbiamo descritto ha fatto sorgere e che, magari, hanno rispettato di più l’Italia.

Noi, infatti, abbiamo bisogno solo del nostro patrimonio umano, culturale, paesaggistico, giuridico. Ci crediamo? E ora di farlo, perché non capiti più di riconsegnare trent’anni della nostra storia, e il nostro futuro, a una sola persona. Dagli errori si impara, solo così tutto può avere un senso: anche da quelli, molto gravi, di non credere in noi, tanto da permettere tutto a chi non ci ha cambiato in meglio. Questo – cambiare in meglio qualcosa, come d citazione d’apertura – è possibile solo a chi ha un amore più grande, come quello di Paolo Borsellino, che ha dato la vita, senza neanche avere funerali di Stato.

Il miracolo di Ranieri è vera poesia

di Daniele Madau

A volte ci chiediamo che utilità abbia – se non quale sia il senso – del calcio o dello sport in generale. Si potrebbe azzardare ‘ l’utilità dell’inutile’, come il saggio di Nuccio Ordine, scomparso due giorni fa.

Soprattutto coloro che non seguono lo sport, che non sono tifosi di calcio, lo chiedono, con un po’ di arrogante curiosità, ai tifosi; e loro – che, comunque, sanno molto bene che si tratta di qualcosa di molto utile – quasi sempre, non sanno come rispondere.

Perché è difficile rispondere quando si tratta di emozioni, agonismo, complicità, spogliatoio, orgoglio, rispetto, poesia, fango, gioia, fatica, attesa, lacrime.

Tutto questo, e molto di più, è lo sport.

Lo sport, il calcio, come quotidianità dell’arte, come eroismo dei semplici e degli umili: di tutti noi. Come il sogno che si fa realtà in un campo. Come la vita che insegna ma, a volte, è incomprensibile. Come un goal al 93esimo che manda in serie A una squadra e in B un’altra. Un’altra che aveva appena colpito una traversa, che giocava davanti a 60000 tifosi, sotto la pioggia, e che aveva concluso il campionato piazzandosi meglio.

Ma sotto la pioggia c’erano anche 1200 sardi che hanno attraversato il mare, in un’epica del viaggio che, per forza, è da sempre la narrazione della Sardegna: così come quella dello straniero che arriva nell’isola e ne coglie meglio l’essenza e le potenzialità.

Questo straniero, questo romano, è un altro protagonista d’umiltà con la statura dell’eroe romantico. Dopo 30 anni è voluto tornare – dopo tanto pensare – nel luogo che l’aveva convinto sulla possibilità di realizzare grandi imprese: Cagliari. E’ voluto tornare per riconoscenza, mettendo in conto il fallimento. Questa è la base per compiere cose grandi: mettere in conto il fallimento ma credere, ciecamente, in quello che senti. Possono essere sentimenti di un ragazzo, lui l’ha fatto a 70 anni.

Ci può essere un insegnamento più grande, più plastico, più chiaro di questo, realizzatosi nei 110 metri di un campo da calcio? E quale esempio più efficace per un bambino, a cui spesso non sappiamo come raccontare come si cresce, perché la vita, la quotidianità, non ci fornisce le parole giuste? Per un bambino, e per tutti noi, adulti, che abbiamo visto entrare la bandiera, Pavoletti, al 90esimo ma, in fondo, non credevamo potesse segnare e riportarci in A, realizzare questo sogno di un’isola che sogna poco, abituata a soffrire e a non chiedere nulla.

Che sia un insegnamento: il Cagliari in serie A, in questo modo così bello e inatteso da togliere il fiato, è la bellezza della vita. Di qualsiasi vita, basta che abbia uno spazio per i sogni.

Maturità e immaturità

di Daniele Madau

Giugno è il mese della Maturità, intesa in vari modi che, con voli azzardati, presenterò per avere l’opportunità di affrontare molteplici tematiche. Il fine, in questo caso, giustifica il mezzo dei voli pindarici.

Innanzitutto è il mese della Maturità per eccellenza, l’esame di Stato che affronteranno i nostri ragazzi. Un esame di Stato riproposto – tranne che per poche e non essenziali varianti – con le caratteristiche pre-pandemia, a testimoniare una certa ritrovata normalità.

Ma la nostra situazione non è normale: il 2022 è stato l’anno con meno nascite dall’unità d’Italia, la scuola è minata dalle fondamenta, come il futuro stesso della nostra nazione.

Con una certa immaturità, il governo cerca di porre rimedio a questo dramma, di proporzioni enormi e di enorme complessità, non del tutto avvertite dalla società.

Forse è utile ricordare ciò che è stato proposto a riguardo: tassazione maggiore per le persone non sposate, pensione anticipata per le sole donne con figli, contributo statale per i matrimoni. Insieme a queste – dalla varia e decrescente estemporaneità se non incostituzionalità -sono state presentate altre ipotesi e proposte, più comprensibili e mature, che non raddrizzano, però, un’idea di fondo punitiva che si intravede – neanche troppo in controluce – verso coloro che, per scelta o no, non hanno e non avranno figli.

Con una certà immaturità, continuo a vedere una politica basata sull’apparenza e sulla retorica, quella del ‘made in Italy’ e dell’italianità dura e pura; della fiscalità con l’idea che le tasse siano solo una punizione e non un modo per contribuire, in maniera progressiva, al bene comune; della vista breve e miope sull’immediato e non sul futuro; del voler cambiare la narrazione della cultura e dell’informazione con una senso di vendetta rispetto a quanto narrato fin ora.

La maturità che è, ora, indispensabile è quella dell’elettorato, e della popolazione in generale, che dovrebbe riprendere in mano il proprio senso di dignità, di responsabilità sul proprio futuro e sulla vita della società, tornando a votare e, prima, a informarsi. Per poter, poi, richiedere la stessa maturità anche, e soprattutto, a chi ci governa.

I pensieri di Michela

di Daniele Madau

Ho esitato molto prima di scrivere queste poche righe, questo occhiolino, sulle parole di Michela Murgia nell’intervista rilasciata al ‘Corriere della Sera’.

La reazione più giusta, in tutto, sarebbe il silenzio, anche perché il tema centrale è quello della sua malattia e delle conseguenze di questa. Però, dato che lei ne ha parlato ho pensato che, con tutto il rispetto, si possa commentare.

E’ stata un’intervista molto particolare: sincera, tagliente, commovente, spiazzante, a volte quasi letteraria, come doveva essere. Senza tristezza. Forse disarmante.

Ammiro il fatto che l’abbia conclusa affermando che morirà antifascista: forse è uno dei sentimenti più grandi coi quali si può pensare ai nostri ultimi momenti.

E lo scrivo non potendo, in nulla, condividere gli stati d’animo che può avere ora Michela Murgia.

Ho condiviso meno il pensiero su Giorgia Meloni, pur essendo assai distante da lei politicamente.

Perché c’è qualcosa di più grande, in assoluto, anche dell’antifascismo: l’amore.

Io, come pensiero nei miei ultimi momenti, vorrei avere l’amore.

Io, però, e non ho nessun giudizio su quelli di Michela.

L’ammiro e rifletto sulle sue parole, sperando che quelle sui mesi di vita che le restano, risultino false.

La nostra Liberazione, da vivere insieme

di Daniele Madau

Il clima politico, alla vigilia del 25 aprile, non è sereno: è una caratteristica della storia sociale e politica italiana, anche se in questo periodo si può condividere con altre realtà del panorama internazionale, come la Francia.

I campi d’azione scelti dal governo in carica come prioritari per la sua iniziativa – è necessario dirlo – hanno contribuito a esesperare gli animi, insiema a certe dichiarazioni dei suoi esponenti politici e all’individuazione di alcuni argomenti forti eternamente, ormai, riproposti all’opinione pubblica come caratterizzanti.

Andando in disordine, tra disegni e decreti legge -proposti e approvati- si passa da Cutro, a quello sulla concorrenza, a quello sull’ecobonus, sui nuovi ‘docenti tutor’ nella scuola, sull’uso della lingua italiana nell’amministrazione pubblica, a quello sul reddito di cittadinanza, sull riconoscimento dei figli delle coppie omogenitoriali, alla tutela del ‘marchio italiano’.

Tutti interventi tanto caratterizzati ideologicamente -come, entro certi limiti, è giusto – quanto superficiali, poco strutturali e lungimiranti.

Come spesso accade, manca il disegno a lungo termine, l’idea di futuro e di società.

Il nostro dibattito politico si concentra sul destino della coppia Renzi-Calenda e sulle vignette satiriche: sgradevoli, non condivisibili ma, pur sempre, vignette.

Su parole di disarmante non senso, come ‘sostituzione etnica’ e ‘made in Italy’.

Prevale il riflesso pavloviano dell’attaccare l’opposizione e i precedenti governi rispetto ai valori, alle idee e al coraggio di metterle in gioco.

Tutto questo mentre, dal giorno dell’insediamento del Parlamento, si è giocato con il 25 aprile, attendendo al varco onorevoli, ministri, il Presidente del Senato, con la collaborazione di tutti, esponenti dell’opposizione, giornalisti, opinionisti.

Il 25 aprile èstato, in primis, il giorno in cui la popolazione italiana si è sollevata e si è liberata da un’occupazione. Anche se può sembrare azzardato, per un momento, lasciamo da parte fascismo e antifascismo: dapprima, infatti, dobbiamo considerare il fatto di essere stati oppressi, soggetti al volere degli oppressori sulla nostra vita e sulla nostra morte e, quindi, schiavi.

Su questo ci si dovrebbe trovare tutti uniti, sul concetto fondante di ogni vita umana: la libertà.

Ognuno, poi, lo vivrà, anche politicamente, secondo le proprie inclinazioni.

I partiti di centro-destra hanno, come concetti cardine, il liberismo e il liberalismo: perché, quindi, non promuovere, senza riserve né indugi, la Festa della Liberazione?

Uniti, con le proprie bandiere, di ogni partito costituzionalmente possibile, magari davanti al Quirinale, simbolo della Repubblica, dell’unità sopra ogni divisione, dell’interesse di tutti senza particolarismi, della Nazione, dell’Italia, del valore dell’europeismo. Questo desidererei per i rappresentanti politici, in quanto nostri rappresentanti.

Magari con la Costituzione in mano, che non avrà il termine antifascismo al suo interno ma che, anche solo cronologicamente, viene dopo il fascismo e incarna il valore di libertà e liberazione.

La Festa della Liberazione: la festa di ognuno di noi, contro la nostra paura, da vivere insieme, per gustarne il vero senso e valore.

La Riflessione Politica incontra il deputato di Fratelli d’Italia Lorenzo Malagola

di Daniele Madau

Lorenzo Malagola è parlamentare, e segretario della Commissione lavoro, di Fratelli d’Italia. Ha ricoperto l’incarico di segretario generale della Fondazione De Gasperi. È stato, inoltre, capo della segreteria tecnica del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, del Vice Presidente del Consiglio dei Ministri ed è stato Consigliere del Ministro dell’Interno. Con lui, membro del partito di maggioranza dell’ attuale Parlamento, portiamo avanti la nostra riflessione sull’attualità politica.


Onorevole la sua formazione e la sua posizione politica sembrano essere connotate da una visione improntata alla fede: è credente?

Sì sono credente; cerco di testimoniare la mia fede nell’impegno politico, secondo anche l’esempio di Alcide De Gasperi. Cerco di avere una visione di fede che abbia al centro la persona e che si concretizzi nel servizio secondo, appunto, la centralità dell’uomo.

Da poco la sua segretaria, e Presidente del Consiglio, presentando l’ultimo libro di Antonio Spadaro, ha rinnovato la sua stima e ammirazione nei confronti di Papa Francesco: quale è il suo giudizio su Papa Bergoglio dopo 10 anni di pontificato?

Il mio giudizio non può che essere positivo, essendo stato papa Francesco una guida e un maestro soprattutto nell’indicare le periferie esistenziali come ambito privilegiato di evangelizzazione

L’ attualità ci interpella e ora le devo porre una serie di riflessioni, ben sapendo che ognuna meriterebbe tanto tempo. Quale è la sua posizione sulla guerra in Ucraina, sul dramma di Cutro e sul dramma migratorio in generale, sulla riforma fiscale in lavorazione, sui diritti di genere e sul riconoscimento dei bambini di coppie omogenitoriali, sulla scuola e sulla sanità pubblica e sul reddito di cittadinanza?

Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, noi sosteniamo convintamente i diritti del popolo ucraino come anche i testimoniano i risultati dei voti in Parlamento, a esempio, sull’invio delle armi. Tuttavia riteniamo che la Russia non debba essere umiliata e debba essere sempre un’ interlocutrice per poter arrivare finalmente alla pace. Quello che è successo a Cutro è un dramma e non si deve ripetere. Nel particolare sappiamo che lo Stato italiano si è comportato correttamente e non si possono riscontrare mancanze nei soccorsi. Ciò che è necessario è che manchino le condizioni che affinché ci sia la necessità di partire dagli Stati del Nord Africa, portando degli aiuti significativi in quei territori: anche su questo è esemplare il magistero di Papa Francesco. Ritengo sia necessario avviare un lavoro di cooperazione che coinvolga tutto il Mediterraneo e le istituzioni europee. Per quanto riguarda la riforma fiscale e il reddito di cittadinanza, ritengo che vada salvaguardato e valorizzato il lavoro, intorno al quale si costruisce il concetto di dignità umana. In riferimento al riconoscimento di bambini di coppie omogenitoriali, il vero problema riguarda il cosiddetto, con un’espressione brutale, ‘utero in affitto’, pratica che va assolutamente condannata e che lede la dignità umana, concetto che già più volte abbiamo abbiamo ricordato in questa intervista come fondamento di ogni azione legislativa. Per quanto riguarda la scuola e la sanità pubblica, io credo nel principio di sussidiarietà, in base al quale ciò che è privato concorre nei servizi essenziali con lo Stato: a volte, anzi, riesce ad arrivare prima dello Stato e perciò va sostenuto, riconoscendone l’estrema importanza

La sua storia sembra parlare di obiettivi raggiunti attraverso lo studio, la formazione politica fin dalla gioventù e l’impegno: come considera la vita da parlamentare? Un privilegio? Qual è la sua posizione nei confronti di un limite ai man dati parlamentari? Sarebbe più semplice così viverli come servizio: è d’accordo?

Essere parlamentare è un privilegio che vivo come servizio nei confronti di tutti gli italiani, essendo in Parlamento per loro, come loro rappresentante. Non sono, tuttavia, d’accordo sul limite dei mandati: sarebbe una scorciatoia e si lederebbe la volontà popolare. Ritengo necessaria, invece, una formazione politica che garantisca la professionalità dei parlamentari.

Come possono l’impresa, l’ imprenditoria e il mercato tutelare, anzi, avere come fratelli prediletti i poveri e gli ultimi, come i migranti, i senza lavoro, gli abbandonati e gli oppressi?

Io vengo da una famiglia certamente non ricca. Ricordo come mio padre, nella sua attività, davvero avesse attenzione e cura per gli ultimi. Anche in questo caso, ritengo che il privato, l’impresa possano addirittura arrivare prima dello Stato alle persone meno abbienti e fare in modo che abbiano un lavoro, una dignità e un’ effettiva inclusione

Lei è stato segretario della Fondazione De Gasperi che, come eredità del grande statista, promuove i valori di democrazia, centralità della persona umana, Unione Europea e giustizia sociale. Sono valori preziosi, fondanti della nostra idea di convivenza: sente più la fatica o più la bellezza nel cercare di incarnarli quotidianamente nella vita e nella e nella politica?

Sento di sicuro la fatica ma è più la bellezza che vivo nel portare avanti questi valori propri di De Gasperi e della Fondazione. Del resto la politica è fatta di questo, fatica e bellezza ma devo dire che vivo di più la bellezza. Sento la responsabilità, certo, ma anche l’orgoglio di provare a incarnare quotidianamente questi bellissimi valori e concetti fondanti della nostra civiltà

Incontro con Ernesto Assante: Battisti, Sanremo, Baglioni e la musica tra pubblico e privato

di Daniele Madau

Ernesto, grazie, come sempre, della tua disponibilità, unica per parlare di musica. Cominciamo con un tuo giudizio sul recente Festival di Sanremo

E’ stato il festival dell’imprevisto, dove, come una partita di calcio, non sapevi cosa sarebbe potuto capitare: Rosa Chemical, Fedez, Chiara Ferragni, Gianluca Grignani. Tutto questo ha fatto sì che avesse un grandissimo successo, grazie anche alla capacità di Amdeus di essere di supporto e favorire questi momenti imprevisti.

E’ appena usciti il tuo libro su Battisti che – in questi giorni – avrebbe compiuto ottanta anni. Forse il personaggio più celebre della musica leggera italiana di cui, però, non esisteva bibliografia: tu hai colmato questa lacuna

Sì, lacuna dovuta ai due momenti della sua carriera: quella caratterizzata dalla collaborazione con Mogol e quella caratterizzata da altre collaborazioni, come con Panella, e dall’elettronica. Questo ha fatto sì che fosse poco inquadrabile, soprattutto dopo la decisione di sparire dalle scene.

Battisti, aggiungerei anche Baglioni, che ha recentemente ricevuto la targa Tenco, alfiere del sentimento privato in un momento, tra gli anni ’60 e ’70, in cui la canzone doveva essere politicizzata?

Sì, anche se alcuni distinguo. A esempio, Battisti, nei suoi testi, ha indagato il rapporto dell’uomo con la donna, in un periodo di imperante femminismo. Quindi, approfondendo i testi, c’è un lato pubblico anche in Battisti. Detto questo, quando si parla di amore, di sentimenti, si toccano le nostre corde più profonde: quindi, cosa ci sarebbe di più pubblico, di più comune a tutti noi? Per Baglioni, è giusto che sia stato rivalutato, anche se non si può dimenticare come nel 1972, quando Battisti cantava ‘Pensieri e Parole’, Baglioni cantava della ‘maglietta fina’…

Battisti è stato subordinato a Mogol?

No, erano una testa con due menti: una dedicata alla musica, l’altra alle parole…

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