Senza la democrazia, non ci sarà mai la pace

di Dario R.

Dario è uno studente di seconda Liceo Classico, di Cagliari, che, grazie ai suoi approfondimenti, ha potuto riflettere sulla drammatica situazione in Medio Oriente. Ringraziandolo per il suo contributo, pubblichiamo la sua attenta riflessione

Lo stato di Israele come lo conosciamo oggi è il prodotto di una serie di passaggi e di flussi migratori di popolazione Ebraica che hanno interessato quest’area. La regione che oggi è l’odierno Israele è una zona che è stata abitata fin dai tempi più antichi, con un susseguirsi di popoli che l’hanno abitata, tra cui cananei , egizi, israeliti, filistei, assiri, babilonesi, romani, bizantini, arabi, crociati e ottomani.
Ma per risalire alla fondazione dell’odierno Stato di Israele, dobbiamo risalire al
1947.
A seguito dei terribili fatti della II guerra mondiale, che portarono alla morte di quasi
6.000.000 di Ebrei e alla fuga dai territori controllati dalla Germania di molti altri, il
movimento Sionista si rafforzó e iniziò a spingere sulla comunità internazionale
affinché si creasse uno stato ebraico in Palestina.
Nel 1947 l’Assemblea dell’ONU propose e votò a maggioranza (33 voti a favore, 13
contro e 10 astenuti) un piano di spartizione della Palestina, che prevedeva la
creazione di uno Stato ebraico e di uno arabo con Gerusalemme sotto controllo
internazionale. Durante il momento delle decisioni su come spartire il territorio si
considerò, per evitare possibili rappresaglie da parte della popolazione araba, la
necessità di unire all’interno del futuro stato tutte le zone dove i coloni ebrei erano
già presenti in modo significativo, e questa decisione portó all’assegnazione del
56,4% del territorio designato allo Stato di Israele. Lo Stato ebraico che venne
proposto avrebbe avuto quindi una popolazione residente in maggioranza composta
da ebrei, circa 498.000, mentre lo stato arabo sarebbe stato abitato in prevalenza da
arabi, circa il 99%. La zona internazionale, costituita dalla città di Gerusalemme,
avrebbe avuto una presenza di 100.000 ebrei e 105.000 arabi.
A questi numeri si sommavano una circa 90.000 Beduini nomadi, presente nella
zona di Beersheba. Il piano venne accolto favorevolmente dalla maggior parte della
comunità ebraica, anche se gruppi più estremisti, la rifiutarono, e venne rifiutato con
motivazioni vaghe dalla comunità palestinese e dai paesi arabi.

Lo Stato d’Israele venne proclamato il 14 maggio 1948.
Lo stesso 15 maggio 1948 gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Giordania,
attaccarono lo Stato di Israele. L’offensiva venne bloccata dall’esercito israeliano, e
le forze armate arabe vennero obbligate a ritirarsi. Israele conquistò svariate città e
villaggi palestinesi. La Guerra arabo-israeliana del 1948 si concluse con l’armistizio
di Rodi.
Nel 1956 il presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser nazionalizzò il canale di Suez,
canale artificiale che collega il Mediterraneo è il Mar Rosso, e lo chiuse alle navi
commerciali di Israele. Questo intervenne militarmente, procedendo con un attacco

militare contro l’Egitto, ottenendo numerose vittorie e annettendo la striscia di Gaza
e la penisola del Sinai. Nel 1967 scoppiò la guerra dei sei giorni, quando Israele
decise nuovamente di sferrare un attacco preventivo, conquistando la Cisgiordania,
compresa Gerusalemme Est, la striscia di Gaza, la penisola del Sinai e le alture del
Golan. Fino al 1970 il paese fu impegnato nella guerra d’attrito con l’Egitto.
Con un susseguirsi di crisi con i paesi arabi e con gli Arabi Palestinesi con cui vivono
a contatto, gli Ebrei di Israele sono in continuo conflitto con questi ultimi, soprattutto
nell’ultimo periodo, in seguito ai terribili fatti degli attentati di Hamas e alla ugual
terribile risposta da parte di Israele. Perché quando ci vanno di mezzo vite innocenti,
civili, donne, bambini, nessuno ha ragione in un conflitto. Nessuno ha ragione in una
guerra, non c’è il buono e il cattivo. Il conflitto in Palestina è solo il risultato di un odio
senza fine, che corrode gli animi delle persone e fa in modo che non ci sia mai la
pace. In una polveriera come il medio oriente, in cui la pace è difficile in quanto
abitata da centinaia di popoli di etnie, religioni e lingue diverse, l’unica risposta è la
democrazia, un governo che dia pari diritti a tutti e non permetta che accadano fatti
orribili come quelli che si susseguono in questi luoghi da anni. Senza la democrazia,
non ci sarà mai la pace, e senza la pace, non ci sarà mai democrazia.

Conferenza stampa di Claudio Ranieri: se non subiamo goal con la Lazio, pizza per tutti

di Daniele Madau

In una mattinata come quella di ieri, nuovamente tiepida e assolata, è stato un piacere andare ad Asseminello, respirare un po’ di verde e incontrare, per la consueta conferenza stampa di due giorni prima della gara, mister Ranieri: ci aspettava all’ingresso dell’edificio principale. Gentilissimo come sempre, ha salutato tutti e poi ci ha accompagnato in sala stampa. Il clima è sempre molto disteso e questo va a suo merito, per i modi, lo stile e quanto sta realizzando anche quest’anno.

Dopo aver rassicurato sull’infermeria – anche Lapadula sta per tornare al massimo della forma – che si sta svuotando, subito le domande si sono concentrate sulle gara con la Lazio, squadra reduce da risultati contrastanti: alle difficoltà in campionato, si sovrappone la qualificazione anticipata al turno successivo di Champions League. Infatti, non crede a una squadra in crisi: ‘I nostri avversari possono contare su grandi campioni e hanno azioni studiate; in più, per la pressione, avranno grandi stimoli’.

Ranieri, tra le altre esperienze, ha anche sfiorato un clamoroso scudetto con la Roma, cucito, poi, sulla maglia dell’Inter di Mourinho; tuttavia, non sente aria di derby: ‘Alleno il Cagliari: da professionista, tutti i miei pensieri sono per la mia attuale squadra’.

A domanda su come migliorare il rendimento in trasferta, la risposta riguarda il riuscire a mantenere la porta inviolata: avendo sperimentato più volte il successo della promessa di offrire la pizza ai suoi giocatori in cambio dei risultati (fu uno dei segreti dello straordinario scudetto inglese del Leicester), i giornalisti suggeriscono di offrirla a loro, in caso di vittoria o pareggio a Roma senza subire reti. Il mister prima acconsente; poi ci ripensa: ‘Ma non giocate voi!’.

Sarebbe, però, una bella serata, mister!

Il tempo delle donne: Carola Puddu

di Daniele Madau

Sabato 25 e domenica 26 novembre Carola Puddu, con la Compagnia del Balletto di Roma, è tornata nella sua Cagliari, nel suo – potremmo ormai dire – Teatro Massimo, per il benemerito circuito CeDac, per interpretare il Cigno nero nella coreografia di Monteverde del Lago dei Cigni di Čajkovskij.

E’ una gioia seguire l’evolversi della carriera di Carola, nata a Selargius, ventenne e capace di creare un seguito e un entusiasmo difficilmente comparabile in tutta Italia e, specialmente, in Sardegna.

Lo si capisce dall’attesa e dalla velocità con cui vengono esauriti i posti disponibili ogni volta in cui si ha notizia del suo arrivo, lo si capisce, semplicemente, dall’affetto nei suoi confronti.

Anche questa volta è stato così, con un pubblico trasversale che riconosce in lei l’esempio della giovinezza unita allo sforzo dell’impegno costante, il modello di chi è figlia del suo tempo – è stata ad Amici – ma sa scegliere ciò che di più bello, invece, ogni tempo ha potuto dare, e cioè la cultura, l’arte, la danza. In ultima istanza, è l’esempio di chi ha seguito il proprio sogno e questo, agli occhi di tutti, non ha prezzo.

La prova in cui si è cimentata Carola, col Balletto di Roma, va analizzata. Come già successo per ‘Giulietta e Romeo’ l’anno scorso, la compagnia ha scelto la complessa coreografia di Monteverde, che rivisita e, forse, attualizza un classico dei classici, tanto che il titolo corretto è ‘Il Lago dei cigni, ovvero il Canto’, in quanto liberamente ispirato a ‘Il Lago dei Cigni’ e all’atto unico di Anton Čechov ‘Il Canto del Cigno’.

Dopo aver detto che forse sarebbe meglio, per lo storico Teatro Massimo – di cui rimarchiamo, assieme al circuito CeDac, la grande valenza di promotore culturale- avere una amplificazione un po’ più potente e una scena un po’ più curata, riporto le note di presentazione del balletto, per mostrarne la complessità:

Tra le suggestioni di una favola d’amore crudele e i simboli di un’arte che sovrasta la vita, Fabrizio Monteverde reinventa il più famoso dei balletti di repertorio classico su musica di P. I. Čajkovskij, garantendo quell’originalità coreografica e registica unica che da sempre ne caratterizza le creazioni e il successo. Capolavoro del balletto, sintesi perfetta di composizione coreografica accademica e notturno romantico, di chiarezza formale e conturbanti simbologie psicoanalitiche, Il Lago dei Cigni è una favola senza lieto fine in cui i due amanti protagonisti, Siegfried e Odette, pagano con la vita la passione che li lega. Una di quelle “favole d’amore in cui si crede nella giovinezza” avrebbe detto Anton Čechov, scrivendo nell’atto unico Il canto del cigno (1887) di un attore ormai vecchio e malato che ripercorre in modo struggente i mille ruoli di una lunga carriera. Con dichiarata derivazione intellettuale dallo scrittore russo, il Lago di Monteverde trova nel Canto il proprio naturale compimento drammaturgico e in un percorso struggente di illusioni e memoria porta in scena un gruppo di “anziani” ballerini che, tra le fatiche di una giovinezza svanita e la nevrotica ricerca di un finale felice, ripercorrono gli atti di un ulteriore, “inevitabile” Lago.

Persi tra i ruoli di una lunga carriera, i danzatori stanchi di un’immaginaria compagnia decaduta si aggrapperanno ad un ultimo Lago, tra il ricordo sofferto di un’arte che travolge la vita e il tentativo estremo di rimandarne il finale. Individualità imprigionate in una coazione a ripetere, sabotatori della propria salvifica presa di coscienza oltre i ruoli di una vita svanita, gli interpreti ripercorreranno la trama di un Lago senza fine, reiterandovi gesti e legami nella speranza straziante di sopravvivere al finale di una replica interminabile. Condannata ad una perenne metamorfosi, donna a metà tra il bene e il male, Odette/Odile sarà cigno e principessa, buona e crudele, amante fedele e rivale beffarda. Metafora di un’arte che non conosce traguardo, cercherà se stessa in un viaggio tormentato d’amore, tradimento, prigionia e liberazione. In un teatro in cui tutto ha inizio e nulla ha mai fine, andrà incontro agli stracci consumati di una vita d’artista con lo spirito bianco di una Venere per sempre giovane.

Ho scritto di possibile attualizzazione – a prescindere dalla data della coreografia di Monteverde – in quanto una riflessione sulla vecchiaia e sul mito dell’eterna giovinezza è più che mai attuale, ed è un’ attualizzazione diventata ormai classica a sua volta.

Così come è più che mai attuale, in una società sempre più avanti con l’età, il riflettere sui sentimenti e sui ricordi degli anziani e sul loro voler, naturalmente, ancora rapportarsi con l’amore, anche romanticamente.

Questa idea è geniale e struggente, drammatica e artistica. La vecchiaia e la giovinezza, la memoria e l’amore sono splendidamente interpretati dal Cigno bianco e dal Cigno nero.

Mi si perdoni, però, se rimarco la bravura di Carola Puddu: in un’opera sul tempo, si capisce bene che, questo, è il suo tempo: elegantissima nel vestito nero, a suo agio sia nelle parti prettamente classiche che in quelle un po’ più moderne, e l’unica, se non sbaglio (e potrebbe essere), ad andare completamente sulle punte.

Certo, per comprendere pienamente ogni passaggio, sarebbe necessario vedere altre volte la coreografia ma, il fatto che abbia lasciato il desiderio di approfondire e capire, è già segno di un obiettivo raggiunto, proprio della grande arte.

Non ha prezzo

di Daniele Madau

Certo, sarebbe meglio che Sinner pagasse le tasse in Italia, come per Berrettini, Max Biaggi e chissà quanti altri. È giovane, forse è stato consigliato: male.

Certo, la Davis non è più quella del 1976.

Certo, quando aveva rinunciato a rispondere alla precedente convocazione, tutti abbiamo criticato Sinner, e ora…

Certo, è solo sport, e il lunedì tutto ricomincia da capo…

Certo, cinque milioni di euro guadagnati nella sola settimana di Torino: i sogni,però, e il senso di riscatto che la nostra piccola Italia ha provato nel battere due volte di seguito il gigante Djokovic e andare in scioltezza a prendersi la Coppa Davis, valgono molto di più di cinque milioni. Anzi, non hanno prezzo.

Il tempo delle donne: Gessica Notaro

di Daniele Madau

In occasione della ‘Giornata internazionale contro la violenza sulle donne’, pubblico, riassumendo i concetti, un’intervista a Gessica Notaro, che incarna per tutti noi l’idea della sofferenza e, soprattutto, della capacità di lottare e rinascere. Gessica ha gentilmente risposto ad alcune domande di un gruppo di studenti liceali, che hanno potuto intervistarla al termine di un percorso di Educazione Civica sul tema del rispetto.

Sono molto felice di essere individuata come modello da seguire e punto di riferimento e questo mi sprona a fare sempre del mio meglio.[…] I miei punti di forza per la rinascita sono stati: gli animali, la musica, i miei sogni, trovare il vero amore.[…] Per ottenere un cambiamento radicale nella società, sto per lanciare un mio progetto di prevenzione a cui lavoro da anni e di cui sentirete presto parlare. […]Ho continuato a fidarmi naturalmente delle persone perché per una mela marcia non possiamo rovinarci la vita. L’importante è’ mantenere il proprio equilibrio e non appoggiarsi mai totalmente agli altri. […]Non ho mai smesso di credere nell’amore e anzi, se ci crediamo veramente prima o poi arriva.

Il tempo delle donne: Elly Schlein a Cagliari

di Daniele Madau

Oggi ricorre la ‘Giornata internazionale contro la violenza sulle donne’. In queste ultime settimane, abbiamo vissuto momenti drammatici, seguendo col fiato sospeso la scomparsa di due ragazzi: purtroppo le tracce di sangue di Giulia lasciate da Filippo Turetta ci hanno, dopo un primo momento di speranza, subito fatto riprendere violentemente coscienza dello stillicidio, un femminicidio ogni tre giorni, della vita delle donne.

Da questo terreno insanguinato è nata, però, l’unica risposta che poteva nascere dalla classe politica; anche se da una classe politica sempre più smarrita e nonostante qualche polemica, quasi inevitabilmente, abbia fatto da corollario: quello di due donne che si sono cercate e si sono unite per far approvare subito, nell’ambito del ‘codice rosso’, un giro di vite sulle pene previste e a tutela delle vittime. Sto parlando di Giorgia Meloni e Elly Schlein. Proprio Elly Schlein è stata ospite, ieri, della ‘Festa dell’Unità’ di Cagliari. Nel breve video che accompagna l’articolo, presenta la criticità che interessa il mondo sanitario e ospedaliero: a tutt’oggi, in attesa dei corsi nelle scuole, e insieme alla forze dell’ordine, l’unico presidio che può difendere e curare un corpo malato o ferito. Tramite i consultori potrebbe anche fornire un centro d’ascolto e di prevenzione: anche se sappiamo quanto sia clamorosamente assente, nei territori, la presenza di questi centri. Assenza che, nella società civile, non è certo l’unica.Assenze: terreno su cui crescono le violenze.

La semplice verità

di Daniele Madau

Purtroppo, non ci ricordiamo più quanto siano importanti, in politica, la verità, la trasparenza, l’impegno a realizzare le promesse, la serietà. È un enorme male italiano- questa ignavia nei confronti dei decisori politici- che non ha eguali nelle democrazie avanzate.

Guardiamo alla proposta di legge costituzionale sul, cosiddetto, premierato: nasce come reazione ai governi tecnici che, soprattutto quello del 2011/2012, sono stati voluti, e a cui è stata data la fiducia, dai partiti stessi, compresi quelli ora al governo.

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Il ministero dell’immigrazione, Enea, Giorgia Meloni e Rama

di Daniele Madau

E’ di questi giorni la notizia dell’accordo tra Albania e Italia, per la creazione di un centro per richiedenti asilo fuori dai nostri confini nazionali, e precisamente in territorio albanese; ma in tutto dipendente, e alle spese, dell’Italia. Sembra che l’accordo sia stato raggiunto quest’estate, quando la presidente Meloni, senza apparenti motivazioni, si è recata in visita privata dal premier Rama.

Risulta non semplice capire il perché, la scelta, la motivazione di questa decisione, che entrambi gli stipulatori presentano con orgoglio: la prima, come a sottolineare che il ‘problema’ viene in qualche modo spostato, delocalizzato fuori dall’Italia, con il sospiro di sollievo che potrebbe derivarne al governo e alla maggioranza. Il secondo, come a rimarcare la stretta amicizia tra Italia e Albania, data la sua affermazione sul fatto che tante nazioni avevano avanzato la stessa proposta ma solo all’Italia sia stata fatta la concessione.

Ricordiamo che il premier inglese Sunak ha provato – a quanto sembra due volte – a portare avanti la stessa procedura, sostituendo l’Albania con il Rwanda, ma è stato bloccato, in patria, per ragioni umanitarie.

Cerco di ragionare obiettivamente e freddamente, anche se, avendo a che fare con persone in carne e ossa, non è semplice. Può giovare ricordare che, nel ‘600, proprio l’atto ‘Habeas corpus’ inglese ha tracciato una strada di diritti alla persona, alla quale si veniva riconosciuto di ‘avere un corpo’, portatore, appunto, di diritti inalienabili.

Vorrei, però, spostare l’obiettivo al futuro dell’Italia. La soluzione, complessa, quasi inestricabile, a parere di chi scrive, non può che essere una, sulla quale non ho mai trovato traccia nell’opinione pubblica. E, cioè, la creazione di un ministero, con relativo ministro, dell’immigrazione e dell’emigrazione, che assuma su di sè le funzioni che ora sono divise in vari ministeri, e che sappia controllare, organizzare, gestire l’ineluttabile flusso migratorio. Non servirebbe – come ci dimostra la posizione della Turchia, che riceve soltanto aiuti economici nella gestione dei flussi – neanche l’aiuto attivo dell’Europa, che ancora fa sentire la nostra solitudine. Avremmo bisogno, infatti, di sostegno economico per trovare tutte le risorse, soprattutto umane e di infrastrutture, per gestire, finalmente, in maniera lungimirante, progettuale e di prospettiva il fenomento migratorio; il quale, se risulta necessariamente complesso e non arginabile, potrebbe concorrere a regalare un futuro migliore all’Italia, come tante grandi nazioni, frutto di ‘melting pot’ dimostrano, a partire da Roma: nata dal profugo Enea.

‘Io capitano’ : lo sguardo sognatore di Seydou è quello in cui si identificano tutti gli adolescenti

di Nicoletta Perra

Nicoletta è una studentessa di seconda Liceo Classico, di Cagliari, che, con i suoi compagni, ha potuto visionare, e riflettere, sul film di Matteo Garrone ‘Io capitano’. Ringraziandola per il suo contributo, pubblichiamo la sua attenta recensione

La migrazione è un tema trattato e ritrattato, sia nelle sale
cinematografiche e, quanto mai ora, nei dibattiti politici. Matteo Garrone,
con il film “Io capitano”, esce fuori dalla retorica banale della
drammaticità e osserva la vicenda dal punto di vista ingenuo di Seydou,
un adolescente senegalese, sognatore, e un po’ ribelle, che, trasgredendo
i divieti della madre, affronta un viaggio verso una fuga, alla ricerca di
un’emancipazione personale, verso una crescita e presa di responsabilità
di capo famiglia. Fugge dalla monotonia di un mondo povero ma felice,
naif, reso con colori saturati, pieno di calore affettivo. Tuttavia presto
incontrerà la drammaticità durante il cammino: la disperazione di coloro
che invece sono costretti a fuggire, la violenza, la morte, sono i rischi
sottovalutati e non calcolati dal protagonista. Il tutto è reso con un
linguaggio semplice, talvolta quasi divertente, famigliare, che accomuna e
lega in un unico senso di appartenenza tutti gli adolescenti del mondo.
Quindi lo sguardo sognatore di Seydou è quello in cui si identificano tutti
gli adolescenti, e sembra accompagnare tutto il viaggio, dando al film una
sfumatura ottimista con cui il protagonista conduce la sua barca, con cui
salva tante persone e riesce nel suo intento di emanciparsi. Alla fine
Matteo Garrone risolve tutta questa drammaticità quasi come una bella
fiaba che finisce bene. Il grido glorioso di Seydou “Io capitano!”, quando
raggiunge la terra agognata, la sua “America”, ci proietta verso la salvezza
e la conquista del sogno. Ma noi sappiamo che rimane la conclusione di
una fiaba, una bella avventura, e Seydou rimane un adolescente ingenuo,
solo un numero, un ragazzino di cui non conosciamo il destino.

Riflessioni sulla guerra Israele – Hamas

2. Seconda pubblicazione del dossier di Marco Marini

Mi permetto di aggiungere al cune mie considerazioni su quello che ho scritto precedentemente. Sono passati 50 anni dalla guerra del Kippur, dove Siria ed Egitto hanno messo a dura prova non solo l’esercito israeliano ma soprattutto la popolazione. Oggi il numero di civili massacrati non è mai stato registrato cosi’ alto in Israele. E ritengo che non sarà da meno per la popolazione palestinese di Gaza. In Cisgiordania c’è
qualche timida critica all’azione di Hamas, perché le sue conseguenze ricadranno su tutta la popolazione palestinese. Ma la richiesta di scendere in piazza e protestare contro Israele è stata accolta in molte nazioni arabe ed anche in Europa. Mi domando, cosa può fare una popolazione assediata dal terzo esercito del
mondo, una potenza nucleare che non esiterebbe a sganciare qualche bomba atomica sulle capitali arabe?
Le persone normali scendono in piazza, quelli armati fanno gli attentati. Ora sia chiaro aborro l’uso della violenza che si perpetra soprattutto verso i civili inermi. Ma da che mondo e mondo una nazione debole diciamo militarmente, può contrastare l’oppressore più forte solo con azioni che oggi chiameremmo di guerriglia. Pensate che proprio gli ebrei della Palestina antica (nome latino che Arafat pronunciava
“Philistina”, terra dei filistei, vi ricorda qualcosa?, Davide e Golia biblici), gli zeloti combattevano i romani con agguati e con l’uso di una piccola spada, nascosta sotto i mantelli, la SICA, da qui il termine sicario. E’ chiaro che la rappresaglia romana non si faceva attendere e a pagarne le conseguenze era la popolazione
innocente dei fatti attribuiti agli zeloti. Roma dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 79 D.C. decise di espellere definitivamente gli ebrei dalla Palestina (o almeno quasi tutti) nel 135 D.C., quando un certo Rabbi Akiva (Rav o Rab maestro) aveva individuato in un certo Bar Kochba il nuovo Messia (Masshiya,
unto del Signore, Christos in greco) che avrebbe liberato Israele dall’oppressore romano. Sappiamo che fine hanno fatto. Nella storia un debole usa questi sistemi per colpire il forte. Cosi’ in Spagna contro Napoleone, come in Vietnam contro gli americani. Anche in Medioriente i cosiddetti “terroristi” usano questi mezzi, ma
da una connotazione politica (movimenti di sinistra finanziati dall’ex Unione Sovietica, ed aiutati da altri gruppi quali la RAF tedesca o l’esercito Rosso giapponese) si è passati ad aspetti più o meno “religiosi”, religione come sempre è una scusa per attirare consensi, per poi cercare di riportare l’opinione pubblica
araba a quella specie di panarabismo che mette le sue radici anche in nord africa alla fine dell’ottocento come movimento di intellettuali che volevano liberarsi dell’ormai decrepito e corrotto regime ottomano.
Da un certo punto di vista movimento simile al Sionismo nato in Europa proprio alla fine del 19° secolo.
Tutte e due i movimenti avevano un progetto diciamo comune, liberarsi del colonialismo europeo. Si pensi che quando gli anglo-francesi con gli accordi di Sykes-Picot promisero a tutte e due le parti la Palestina una volta smembrato il secolare Impero Ottomano e dopo la dichiarazione Balfour dove il ministro inglese
dichiarava “ che sua Maestà Britannica vedeva di buon occhio la creazione di un focolare ebraico in Palestina”, non si pensò solo alla Palestina in quanto entità geografica, ma anche ad altre dislocazioni, quali l’Uganda in Africa, l’Argentina in Sud America, in una landa desolata in Unione Sovietica chiamata” terra
degli ebrei”, e pensate un po’ anche alla nostra Sardegna!!!! Prima ho definito “Terroristi” termine tecnico per chiamare chi fa attentati contro inermi, in questo gli israeliani sono stati maestri, anche loro più deboli
contro la maggioranza araba e l’occupante inglese (Protettorato). Uno di loro come ho detto Menachem Begin divenne primo ministro, capo dell’Irgun un gruppo paramilitare anti arabo a anti inglese che alla creazione dello Stato di Israele si rifiutò di deporre le armi. Si macchiarono del massacro di Deyr Yassin
insieme al gruppo Lehi (Banda Stern) dove morirono centinaia di persone. Anche questo gruppo diede negli anni più recenti un primo ministro Shamir. Ma non è terrorismo bombardare indiscriminatamente città
intere anche se prima hai avvisato la popolazione? Sia ben chiaro ho letto, inorridito, che le leggi internazionali prevedono il diritto alla rappresaglia. Ed è altrettanto vero che si registrano violenze nei confronti di ebrei in tutto il mondo, in Francia come in Belgio o Argentina. E’ giusto che Israele abbia il diritto a difendersi. Ma non c’è proporzione. Ho assistito ad incontri sia con palestinesi che con ebrei, qui a Cagliari, non mi è sembrato aver notato un minimo avvicinamento fra le parti. Dirò di più in una
associazione culturale repubblicana qualche anno fa, ho notato più comprensione fra i convenuti arabi ed ebrei che non da parte degli italiani che si scagliavano contro questi e quelli. A Serdiana da Padre Cannavera in uno dei suoi bellissimi incontri con le varie culture (es. I Ba’hai, ora ospitati ad Haifa in Israele
e perseguitati in Iran) alcuni palestinesi criticavano la visione Messianica del nuovo Stato di Israele, ma questo non risponde al vero. E’ vero che Ben Gurion aveva studiato in una Yeshiva, la scuola Talmudica, ma la sua visione di Israele era laica e socialista. Cosi’ come il fondatore del sionismo Theodor Herzl. Viceversa
per giustificare i loro atti gli israeliani ricordano la Shoah o come oggi 16 ottobre 2023, i 70 anni dal ratto al Portico d’Ottavia a Roma, il Ghetto. Ora avendo il sottoscritto letto della Shoah, per non dire studiato, alla ricerca di discrepanze, ed avendo parlato in alcune scuole nonché in un Comune della Provincia di Cagliari,
e aver studiato delle responsabilità mondiali sull’evento, sono stato apostrofato come non antisemita ma qualcosa di simile. Io che ho studiato l’arabo ma soprattutto l’ebraico, che ho visitato con emozione la Terra
Santa, o Israele o Palestina, chiamatela come volete. Io che ho portato un gruppo di sardi nella Sinagoga di Djerba in Tunisia, che sono stato a Dachau e Auschwitz, io che ho fatto aprire la Sinagoga di Dresda, che
vado al Tempio di Roma, da cristiano, Ferrara, Firenze, Trieste etc. insomma non voglio fare del vittimismo però mi sembra che se non cambiano le coscienze non ne usciamo più. L’O.N.U. mi sembra impotente, le
varie lobby americane spingono ancora verso un Israele forte, i movimenti pacifisti israeliani (Pace Ora, Peace Now, Shalom Achav) non li vedo in giro. Netanyahu fa quel che vuole con un sistema parlamentare
diciamo imperfetto, ai nostri occhi di occidentali, e le uniche proteste viste sono quelle contro la riforma del sistema giudiziario israeliano. Dall’altra parte, come sempre da 80 anni a questa parte, il mondo arabo, frustrato dalla fine miserrima delle cosiddette “primavere” trova uno sfogo nel nemico di sempre: Israele, appunto. Israele avrebbe un grosso problema da risolvere, scusate uso il condizionale, quello della natalità.
Si pensi che il vero motivo che ha portato il popolo “Eletto” a lasciare l’Egitto, dove si badi bene non tutti erano schiavi molti erano salariati, grazie al Profeta Mosé, era dovuto al fatto che gli israeliti proliferavano
in abbondanza mentre la popolazione egiziano non faceva figli ed invecchiava. Non ci ricorda nulla tutto questo ? Le cosidette “Civiltà” hanno cicli di vita, cosi’ I Faraoni e ancor prima Assiro-Babilonesi, Romani
fino alla nostra civiltà occidentale. Come i romani, abbiamo demandato le nostre scelte di vita ad altri, ci facciamo difendere da stranieri e ci siamo affidati ad un’economia di mercato globale che forse ci porterà a dipendere p.e. dalla Cina. E siamo vecchi. Israele non è da meno, molti ebrei ritornano nei loro paesi
d’origine, come il Sudamerica, perché senza tradire il senso di appartenenza a un popolo presente nella Storia da più di tremila anni, sono stanchi di aver paura di veder morire i propri figli in una lunga guerra di cui non si vede la fine. E Israele ha tradito le aspettative di sicurezza del proprio popolo, facendosi cogliere impreparata in questa guerra odierna. Il mito dell’invincibilità, ammesso che l’ho abbia mai avuto Israele, si
avvia sul viale del tramonto. Solo la pace, la democrazia, i diritti dei palestinesi porteranno gli israeliani a vivere con i propri vicini. Scusate la banalità, ma avendo sentito parlare un nostro ministro che dice”….non si può uccidere nel 2023 nel nome di Dio…..” non volevo essere da meno. Grazie

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