Le storie di ieri

di Marco Marini

Traggo questa frase dalla canzone “Le storie di ieri (di De Gregori): Ma mio padre è un ragazzo tranquillo La mattina legge molti giornali È convinto di avere delle idee”, un brano del 1974, scritto in una collaborazione tra De Gregori e Fabrizio De Andrè in quel di Gallura. Il testo tratta la scelta dell’ideologia fascista e la sua trasformazione nel MSI dopo la caduta del regime, sotto la leadership di Giorgio Almirante.  

«L’intero brano gioca su un’alternanza di soggetti tra il padre e il figlio, che sono figure simboliche dello ieri e dell’oggi e, sebbene De Gregori canti soprattutto alla prima persona singolare, si tratta di finzione autobiografica. Con il padre si parla del passato fascista, con il bambino si parla del presente minacciato dal neofascismo. Sono “storie di ieri” che si riflettono nell’oggi, analizzate con un evidenziato distacco storico, più che politico: benché l’io lirico dica “mio padre”, al momento di parlare di sé canta in terza persona de “il bambino”.»
(Antonio Piccolo, La storia siamo noi) Quasi cinquant’anni fa. Ora non sappiamo se sorridere o preoccuparci. Qualche giorno fa un conoscente in un contesto del tutto estraneo all’argomento, mi informa di aver votato per la Meloni, attuale Primo Ministro di questa Repubblica. Ho risposto che aspetto che svolga il suo lavoro prima di giudicare. Non sono un esperto della politica, ma come tutti noi viviamo, le sue conseguenze sulla nostra pelle. E’ cosi’ da sempre. Per tutta risposta mi si fa notare che la Prima Ministra non ha la bacchetta magica. Ecco, ho voluto ribadire la mia attesa sui risultati della sua politica, in modo, penso, democratico quale rispetto per le decisioni degli italiani sulla scelta. Democrazia, parola desueta alla quale sembra non ci siamo abituati. Anzi ci da fastidio perché implica una responsabilità collettiva nelle scelte del nostro Paese. Il corpo elettorale comprendeva 50.869.304 aventi diritto al voto, l’affluenza si è attestata a poco meno del 64 % , peggiorando di 9 punti il record negativo di partecipazione avvenuto nelle precedenti elezioni del 2018. (Poco più di 32, 5 milioni di voti). E questo è un dato di fatto non un’opinione. E’ la stessa attesa che ebbi quando fu eletto l’ultimo Governo Berlusconi, che ottenne la maggioranza nei due rami del Parlamento. Ho aspettato sempre rispettoso del volere degli italiani. Abbiamo ottenuto il pareggio in bilancio inserito nella costituzione ,gli accordi con l’Europa che ci portarono al Governo Monti e alla tanto famigerata Legge Fornero sulla riforma delle pensioni, Legge 6 dicembre 2011 n. 201. Legge tanto odiata da Salvini, e da tanti lavoratori in procinto di andare in pensione e che per un giorno di differenza sui contributi versati o sull’età anagrafica hanno dovuto rimandare l’uscita, anche per anni. Da quel 2011 gli oppositori a quella Legge si sono seduti in Parlamento anche con qualche ruolo di Ministro ma non sono “riusciti” a modificarla o abrogarla. Oggi sono di nuovo seduti nel Parlamento a cui, mi permetto ricordare spetta il POTERE LEGISLATIVO, mentre al Governo spetta quello ESECUTIVO. Il Parlamento è sovrano, non la Meloni, Draghi, Salvini o altri. Ma tanto è con questa legge elettorale che costringe i partiti a coalizzarsi e magari subire ricatti da parte di qualcuno che ha ottenuto in sede elettorale il minimo superando lo sbarramento. La legge elettorale approvata nell’ottobre 2017 e ribattezzata Rosatellum bis prevede invece una soglia di sbarramento nella quota proporzionale pari al 3% su base nazionale, sia al Senato sia alla Camera. In alternativa sono comunque ammessi i partiti che hanno raggiunto il 20% su base regionale: questo criterio si applica in linea generale al Senato, e per le sole minoranze linguistiche alla Camera. In aggiunta alla soglia del 3%, è prevista anche una soglia del 10% per le coalizioni (in tal caso però almeno una lista deve aver superato il 3%, mentre una lista che raggiunge il 3% all’interno di una coalizione sotto il 10% è ammessa comunque al riparto). Sempre nell’ambito del Rosatellum bis, il candidato di un partito escluso dal riparto dei seggi perché al di sotto della soglia, ma eletto nel collegio maggioritario, mantiene il suo seggio. E’ stata una campagna elettorale vivace, con utilizzo della retorica da parte di tutti i partiti, ed ora che i giochi sono fatti sembra che questa campagna non sia finita. Ancora riecheggiano le accuse della sinistra ai gruppi di destra di nostalgia o addirittura di neofascismo. Ripresentatosi in molte nazioni europee, come in Ungheria e Polonia. Sembra quasi che dopo ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, in Italia sia in corso la guerra civile. Forse perché in Germania e Giappone sono stati chiusi i conti col passato magari con qualche processo e qualche condannato a morte tra i personaggi importanti di quei governi e regimi. Anche l’Imperatore Hirohito se l’è vista brutta, ma gli alleati, soprattutto U.S.A., per motivi strategici ridussero i danni in Germania e Giappone. Questo non è accaduto in Italia che ha visto i funzionari dell’apparato fascista continuare a occupare i posti nell’organizzazione statale repubblicana. Ma questo non è il solo problema, a mio avviso. In questi giorni nelle interviste nei vari talk show, dove ci si sovrappone all’interlocutore senza fargli finire l’intervento ed i conduttori del programma,  fanno finta di essere pacieri col sorrisetto che gli fanno assaporare lo share che sale, si sentono ancora apostrofare gli uni agli altri “Voi di SINISTRA e noi di CENTRO-DESTRA” e viceversa. Evocando un ritorno al passato comunista e attribuendosi una posizione moderata. Mi faccio una domanda, non essendo mai stato comunista, ma chi sono questi beceri di SINISTRA? Letta, Renzi, Calenda, Prodi, e altri, ma non erano democristiani? E Casa Pound con chi ha votato ? E Forza nuova ? Entrambe le formazioni neofasciste non hanno ottenuto l’ 1% dei voti, senza superare lo sbarramento del 3%. MA dove sono finiti i loro voti ? Sono stati cannibalizzati dalla Lega di Salvini. E i voti della Lega persi rispetto alle precedenti elezioni ? A Fratelli d’Italia, secondo alcuni sondaggi, soprattutto nel Nordest del paese, quel Veneto che trainava con i suoi artigiani ed imprenditori il paese quanto faceva la Lombardia. Altro aspetto diciamo discutibile ma tipico degli italiani, cioè quello di salire sul carro dei vincitori, è stato espresso da alcuni artisti, quali Morgan, che rivendica che la cultura non è solo di sinistra. Vero, l’artista ha chiara fama di essere una persona colta. Ricorda che Giorgio Gaber, uomo di sinistra era sposato con Ombretta Colli di destra. Vabbé ma che c’entra? Marcello Veneziani scrittore e giornalista è di destra cosi’ come Giordano Bruno Guerri e altri intellettuali, forse osteggiati dalla sinistra, ma ai quali  è stato permesso esprimere i loro pensieri e far conoscere i loro pregevoli lavori storici e giornalistici. Altrettanto si può affermare per altri artisti dichiaratamente di destra quali Lino Banfi, Lando Buzzanca o Luca Barbareschi, che si lamentarono di essere stati emarginati a causa del loro pensiero politico: ma vogliamo scherzare? Le loro carriere si sono sviluppate in quel contesto di governi di centro sinistra negli anni sessanta e settanta. Ma tant’è anche questo è un aspetto italico, la colpa la diamo agli altri. Non mi scandalizza che il Presidente del Senato Ignazio La Russa mostri in casa sua una collezione di busti del Duce. Tante persone posseggono memorabilia, cimeli, forse discutibili di destra e sinistra, qualche busto di Lenin o Stalin. Non è questo che preoccupa ma il loro passato sbandierato con orgoglio, anche di picchiatori fascisti, anche se i loro camerati, in qualche articolo del settimanale Panorama di qualche anno fa, li considerava un po’ timidi. La presenza di testate giornalistiche di destra, o scusate, liberali, dovrebbero essere una garanzia di equità intellettuale e di notizie obiettive. Ma sembra non basti. Ricordo un discorso fatto con un conoscente di destra, mentre con le fiaccole di fronte al Tribunale di Cagliari, ricordava le vittime delle Foibe, il cui ricordo si testimonia nel Cimitero di San Michele. Proponemmo di “fare” qualcosa in merito a tutte le vittime sarde e italiane della seconda guerra mondiale. Per tutta risposta mi venne fatto notare che ognuno aveva i “propri” morti da ricordare. Ecco come siamo. Questa conversazione avvenne prima che lo Stato Italiano istituisse nel 2000 “La Giornata della Memoria” prima dell’O.N.U., prima che potessi ricordare la morte di mia cugina Gabriellina morta sotto i bombardamenti alleati a Cagliari nel 1942, la scomparsa di mio zio Efisio a Genova, insieme al suocero e cognato, portato via da partigiani alla fine della guerra, non era neanche iscritto al Partito Fascista. O ricordare le vittime sarde della Shoah quali Elisa Fargion o Zaira Coen o la deportata Vittoria Mariani, sopravvissuta. O i 12.000 soldati sardi deportati dopo l’armistizio, su 700.000 militari italiani, perché impossibilitati a rientrare in Sardegna. O gli eroi che ancorché fascisti aiutarono ebrei e partigiani quali Vittorio Tredici, o eroi quali Salvatore Corrias o Girolamo Sotgiu, tutti  “Giusti fra le Nazioni” presso il Memoriale della Shoah di Israele. Ma anche le stragi dei cosiddetti anni di piombo, alcune delle quali ancora impunite e che hanno fatto pensare a connivenze tra elementi deviati dello stato e gli esecutori di questi orrendi delitti. Abbiamo tutti una memoria collettiva da condividere ed è apprezzabile che all’insediamento del Governo e delle cariche dello Stato quali i Presidenti di Camere e Senato, si è voluto rimarcare la discendenza delle istituzioni repubblicane proprio da quella Resistenza che ci piaccia o no ha dato a tutti la libertà di esprimere le proprie idee. Per concludere mi piacerebbe sottolineare alcuni punti che valgono per tutta la Nazione: informarsi e partecipare attivamente alla vita sociale (es. il volontariato) e culturale, mettere al servizio della società le proprie capacità, osservare le leggi e le norme della comunità, trattare le persone come se fossero un proprio caro, rispetto dell’ambiente, far spazio ai giovani futuro di ogni collettività, essere gentili e generosi e coraggiosi contro ogni forma di disimpegno. Tutto questo perché, è sempre bene ricordarlo, lo Stato non sono i politici, siamo Noi !

Influenza delle lingue straniere sull’ italiano

di Marco Marini

Un tempo si diceva che  il  francese fosse considerata la lingua cosiddetta DIPLOMATICA e la lingua colta parlata nei salotti culturali in Italia, oltre alla lingua ufficiale di Casa Savoia ! La lingua inglese, veniva invece considerata la lingua commerciale degli affari. Oggi chiaramente la sua influenza sul nostro linguaggio è abbondantemente dimostrata sia dal lessico abituale (Sport, Bar etc) sia dai termini tecnologici e perfino politici data la facilità di esprimere con un solo termine, un concetto più complesso (Welfare per esempio). E’ innegabile che l’inglese ha soppiantato molte lingue a livello internazionale, relegate quasi ad un uso locale, come lo spagnolo, un tempo parlato in tutto il mondo dalle Americhe all’Asia ed in Africa. Esemplare la scritta, inglese, comparsa nel manifesto del Congresso del Partito Comunista Cinese 2022, dove è stato conferito per la terza volta a Xi Jinping il mandato di Segretario Generale del PCC. Ad onor del vero la lingua inglese, per una percentuale che gli esperti calcolano in un 40%, adopera termini che derivano direttamente dal Latino. Ma sfogliando alcuni testi, abbiamo notato un aspetto interessante per quanto riguarda parole di uso comune nella lingua italiana, precisamente quelle di origine semitica (arabo ed ebraico). Niente di strano per ciò che riguarda la liturgia cristiana dove si adoperano avverbi quali AMEN, che noi indichiamo come “Cosi’ sia” ma che in ebraico significa “certamente” “in verità”, lo troviamo nel testo Biblico e perfino nel Corano. Alleluia, in ebraico Lodiamo Dio (YHWH), oppure Osanna, in ebraico “salvaci/aiutaci”. Fin qua tutto bene, diciamo. Ma quando andiamo avanti in questo strano viaggio scopriamo altre parole interessanti. Quando una nave o un altro mezzo meccanico ha un’avaria, ebbene adoperiamo un termine arabo (AWAR) che significa appunto guasto o rotto. Lo stesso mezzo, funziona se adopera il carburante, la benzina, che attraverso il francese” benzoine” deriva direttamente dall’arabo BAN GIAWI che significa “profumo di giava”.La presenza di arabismi nella lingua italiana si deve principalmente alle seguenti ragioni storiche:  gli Arabi ebbero il dominio del Mediterraneo, specialmente in Sicilia (dove furono dall’anno 827 al 1091) e in Spagna (fino al 1492); i contatti diretti degli Italiani con gli Arabi furono frequenti, in occasione di viaggi e di spedizioni in Oriente, per motivi commerciali o religiosi (le Crociate); gli Arabi, stanziatisi in Europa, ci hanno trasmesso testi filosofici e scientifici – tradotti in latino – propri della loro cultura o di quella di altri popoli. Venute meno tali circostanze, che avevano favorito i rapporti tra il nostro paese e gli Arabi, cessò anche l’influsso da essi esercitato sulla lingua italiana, cosicché l’ingresso degli arabismi in italiano rimane limitato al periodo che va all’incirca dal sec. IX al XV, con la precisazione che l’afflusso più cospicuo si ha nei secoli XI-XII, poi gradatamente diminuisce fino a diventare nullo in età moderna. Fra i più comuni arabismi meritano di essere citati (senza indicazione della data, a causa di attestazioni spesso incerte):

Viaggi per terra e per marescirocco, monsone, arsenale, darsena, ammiraglio, cala, catrame, carovana, gabella, dogana, razzia, aguzzino (guardiano dei rematori nelle navi)
Termini astronomici e geograficialmanacco, azimut, zenit, nadir, libeccio, scirocco;
Termini commercialidogana, fondaco (magazzino o alloggio per mercanti), gabella, magazzino, tariffa;
Termini di pesi e misurequintale, rotolo, risma;
Nomi di abiti, stoffe e tessutigiubba, cotone;  
Cibi, piante, aromialbicocco, arancia, carciofo, limone, melanzana, spinaci, caviale, bottarga (significa uova di pesce salate), caffè, muschio, gelsomino, zenzero, tamarindo, zucchero, sciroppo, sorbetto, ribes, zafferano, canfora, elisir;
Termini varialcole; alchermes: bagarino (= incettatore); divano; facchino; marzapane; ragazzo (originariamente significava “mozzo di stalla”); zecca.
Matematica e scienzealgebra, logaritmo, cifra, zero, alambicco, talco, carato, alchimia, ambra, antimonio, elisir
Giochi, vestiti, strumenti musicalimaschera, cerbottana, scacchi, scialle, giubba, cotone tamburo, nacchere, liuto
Oggetti piccoli e grandicaraffa, giara, tazza, bricco, sofà, persiana, materasso, taccuino, almanacco

…E CONTIAMO ARABO

I numeri ci sembrano così familiari che viene da pensare che siano esistiti da sempre, scritti così come li conosciamo. Sappiamo che il numero che noi leggiamo “dieci”, gli inglesi lo leggono “ten”, i francesi lo leggono “dis” e ancora diversamente lo leggono altre popolazioni. Però tutti lo scrivono “10”.Tanto tempo fa, invece, non era così: non solo i numeri venivano detti in modo diverso, ma venivano anche scritti in modo diverso dalle varie popolazioni. Noi abbiamo ora solo dieci simboli o cifre per scrivere qualunque numero, anche grandissimo. Un tempo, invece i simboli erano molti di più e, soprattutto per scrivere numeri molto grandi, venivano adoperati tanti segni. Per scrivere per esempio il numero 3472 noi adoperiamo quattro segni. I romani scrivevano invece: “MMMCCCCLXXII” e cioè adoperavano dodici segni .Furono le popolazioni indiane che inventarono il modo per poter scrivere i numeri adoperando solo dieci cifre con quello che ora viene chiamato metodo posizionale nel quale, cioè, una cifra cambia di valore a seconda del posto che occupa. Ma furono gli arabi che lo comunicarono a tutto il mondo occidentale. Il califfo arabo di nome al-Mansur ricevette a Baghdad una delegazione di astronomi e studiosi indiani. Era circa il 760 dopo Cristo. Il califfo aveva già sentito parlare di questo modo originale e intelligente di scrivere i numeri e chiese agli studiosi indiani se glielo spiegavano. Essi accettarono di buon grado e gli mostrarono anche come fosse molto più facile, usando quel metodo, fare le quattro operazioni. Da quel momento gli studiosi arabi, già molto esperti nel campo dei numeri, ebbero in mano uno strumento molto più potente e fecero grandi progressi. Circa mezzo secolo dopo un astronomo dell’Accademia Bayt al Hikrna (casa della sapienza) che si chiamava Mohammed ibn Musa al-Khuwarizmi scrisse, per la prima volta nel mondo, un libro in cui spiegava il metodo posizionale, le operazioni e tutta l’aritmetica conosciuta fino ad allora. Dette anche nuovi simboli ai numeri rispetto a quelli indiani, introducendo quelli conosciuti attualmente. Il libro ebbe, negli anni successivi, grande diffusione in tutto il mondo arabo e quindi anche in Sicilia e in Spagna. Quando nel 1100 fu tradotto in latino (che era ancora la lingua usata per scrivere), diventò la base per lo sviluppo della matematica in tutto il mondo occidentale e quindi per il progresso della scienza e della tecnica.

Una curiosità: avrete sentito certo parlare de “Le mille e una notte” e conoscerete la storia di Sherazade. Bene, vi siete mai chiesti perché proprio mille e una? Provate a moltiplicare qualunque numero di tre cifre per 1001 e guardate cosa succede!

Conta gli angoli

La forma dei numeri arabi, così come li conosciamo, deriva dalla quantità di angoli contenuti nel disegno del numero. Guarda lo schema qui accanto: il numero 1 forma un angolo, il numero 2 due angoli e così via…

Nella trasmissione di Rai Storia “Alighieri Durante detto Dante” , il  Professor Alessandro Barbero afferma che la Firenze dell’’epoca era come la Londra dei nostri dei nostri tempi, piena di stranieri che lavoravano presso i cantieri sparsi nella città che era sempre in evoluzione.
Cosa se ne deduce ? L’importanza degli stranieri immigrati che fanno grande il paese che li ospita
 America, Asia, Europa, Oceania. Esempio  in Vaticano sono il 100% (compreso il Papa), l’Abate o Abbate della Chiesa Romana (dall’aramaico ABBA, padre). Ma questo è un altro inghippo (groviglio, dal giudaico-romano).
 

Meditate Gente, Meditate !

Il nuovo governo Meloni

Giorgia Meloni e Segio Mattarella

di Daniele Madau

Una delle prime cose che balza agli occhi, mentre si scorre la lista dei nuovi ministri, è la nuova intolazione di alcuni ministeri: a esempio, il Ministero dell’Istruzione è diventato il Ministero dell’Istruzione e del Merito.

Allora, già la ministra Gelmini, alla guida dell’Istruzione, aveva considerato necessario agire sui nomi, eliminando il Ginnasio dalla struttura del Liceo Classico. Non si è mai capita bene la motivazione, forse per un’idea di uguaglianza, che sarebbe meritoria se, insieme a questa non necessaria ‘riforma’, se ne fossero aggiunte altre in grado di aiutare la scuola.

I romani insegnano che ‘nomina sunt consequentia rerum’ e, cioè, che i nomi devono, o dovrebbero essere, conseguenza delle cose, dei fatti.

La nostra prima Presidente del Consiglio donna – aspetto oggettivamente positivo- dovrà, così, mettersi molto all’opera, insieme al ministro Valditara (docente universitario: lascia sempre molto perlessi questa frequente scelta di professori universitari che non hanno mai messo piede in un istituto scolastico…), per far dimenticare agli italiani -che, in genere, non hanno molto bisogno d’aiuto per dimanticare e perdonare – quanto successo in passato nel centro destra. Annalisa Minetti, Renzo Bossi (il Trota) e altri tra olgettine, soubrette, seguaci, sino ad arrivare a casi recenti, non avevano proprio raggiunto consigli regionali e Parlamento per il Merito, ma per ben altri meriti.

Chi scrive,insegnante, è di parte, avendo preso come argomento di discussione la scuola, ma la sensazione è che la scuola stessa – coi ragazzi – di nuovo, avrà una parte marginale, a dispetto dell’intitolazione: che suggerisce, vagamente, una vacua pomposità. Ce lo insegna la storia: chiudo, infatti, con un’altra citazione, ‘historia magistra vitae’. Con l’augurio di essere prontamente, e totalmente, smentito.

Chiusa una campagna elettorale, se ne apre subito un’altra

di Daniele Madau

La notizia, nei giorni scorsi, del passaggio di Cesare Battisti, ex terrorista dei Pac -Proletari Armati per il Comunismo- al regime di detenuto comune ha suscitato la seguente reazione: “Ultimo soccorso al terrorismo rosso. Una aberrazione! Dopo anni di latitanza, appena assaggiato il regime carcerario italiano, il criminale terrorista ottiene la declassificazione a detenuto comune. Una vergogna! Ancora più una vergogna che il Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) stia prendendo questa gravissima e scellerata decisione a pochi giorni dal cambio del governo. L’impunità del terrorismo rosso non è certamente la politica che il governo di centrodestra intende mettere in campo”, ha commentato Andrea Delmastro Delle Vedove, responsabile giustizia di FdI.

Premettendo che la tematica è delicatissima e necessiterebbe di ben altro approccio, ho scelto questa dichiarazione come esempio di affermazioni che appaiono gratuite e non veritiere e che già preanunciano un clima da campagna elettorale ciclica e perenne – che inizia il giorno dopo le elezioni e si conclude il venerdì prima delle elezioni- a cui siamo purtroppo abituati. Il punto nuovo, semmai, è che qui la iniziano subito i vincitori.

Si può tranquillamente smentire la forzatura sull’impunità dei terroristi dell’estrema sinistra che vuole, implicitamente, rimandare all’idea di giustizia di sinistra, cavallo di battaglia di Berlusconi nei decenni passati . Mamorabili i commenti di Roberto Benigni a riguardo: “per Berlusconi i giornali sono di sinistra, la magistratura è di sinistra, la televisione è di sinistra: pensa se fosse di sinistra anche il PD!” .

Purtroppo, di campagna elettorale perenne i partiti hanno bisogno. A una fragilità insita nel nostro sistema di repubblica parlamentare abbinata a leggi elettorali inadeguate, si sono aggiunte, nel tempo, la questione morale denunciata da Berlinguer, la degradazione dell’attività politica – ridotta, a volte, a sola comunicazione, col rischio conseguente di degradare ancora in insulto -, l’emergere di leader solitari e la quasi scomparsa dei partiti tradizionali e dei suoi apparati.

L’esito è -come abbiamo appena constatato il 25 settembre- l’assenteismo alle urne, la grandissima volubilità degli elettori e, appunto, la necessità della campagna elettorale e del conflitto perenne.

E’ un bel problema: non solo politico ma anche sociale, culturale, antropologico.

Come si è arrivati fino a qui? Come uscirne?

In un Paese che, nei prossimi anni di governo, si dovrà trovare a difendere la laicità nei confronti di un governo i cui capi hanno spesso rimandato chiaramente alla religione, una voce di alto pensiero politico viene, però, proprio da Francesco che, come sappiamo, spesso sa assumere posizioni laiche.

Rileggiamo le sue parole dell’Angelus dedicato al conflitto in Ucraina: “In nome di Dio e in nome del senso di umanità che alberga in ogni cuore, rinnovo il mio appello affinché si giunga subito al cessate-il-fuoco – ha proseguito Francesco -. Tacciano le armi e si cerchino le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste, stabili. E tali saranno se fondate sul rispetto del sacrosanto valore della vita umana, nonché della sovranità e dell’integrità territoriale di ogni Paese, come pure dei diritti delle minoranze e delle legittime preoccupazioni”.

Si respira un’aria più pure, si reindirizza il fine della politica come mediazione verso la preservazione dei diritti di tutti, soprattutto dei più deboli.

Questo è, o dovrebbe essere, il livello della politica, l’asse intorno a cui dovrebbe ruotare anche quella italiana.

Sta a noi la scelta. Sì, a noi cittadini, soggetto e oggetto della politica che, quando lo esercitiamo, abbiamo il diritto del voto , della scelta, della critica, dell’apprezzamento, della partecipazione o, semplicemente, della parola.

Enrico Letta, a esempio, è stato criticato per aver più volte usato toni forti nei confronti del centro-destra: ed è una critica leggittima, coerente al ragionamento che sto portando avanti.

E’ stato criticato, però, anche per non essersi alleato col Movimento 5 Stelle, andando, così, inesorabilmente incontro alla sconfitta.

Ora, dobbiamo chiederci: in virtù dell’alta dignità della politica, è un valore, nel contesto politico italiano, la parola data, in questo caso quella di non allearsi con Giuseppe Conte? E’ un valore il non schierarsi con chi ha contribuito alla caduta di un governo, di cui si faceva parte insieme, in un momento, oggettivamente, delicatissimo?

La risposta dovrà essere ‘sì’ o ‘no’. E se sarà ‘no’, anche in nome della vittoria elettorale, si tornerebbe alla visione politica di Machiavelli, pensatore del Rinascimento, periodo di violenze e guerre come pochi altri: Machiavelli a cui sono riconosciuti tanti pregi ma che consideriamo anacronistico, proprio per aver scisso il fine politico dall’etica.

Il progetto, abortito, del ‘campo progressista’ , avrebbe conteso la vittoria sino all’ultimo voto al centro-destra ma sarebbe stato puramente strumentale, come fine che avrebbe giustificato il mezzo, e senza futuro, date le diverse sensibilità e modalità di agire dei capi politici.

In questo modo, invece, ha sì vinto il centro-destra ma, si spera, si è come innescato un germoglio, un circolo virtuoso, che ha posto la politica come valore prima di tutto e che, per osmosi, vorremmo trovasse terreno nella nuova maggioranza. E in tutte le maggioranze. Abbiamo altri cinque anni per volerlo. Sì, cinque anni, perché un altro valore da riscoprire è la stabilità, base ineludibile di una sana politica. Matteo Renzi, durante la campagna elettorale, si è vantato di essere bravo a far cadere i governi. E’ anche l’esempio di chi non mantiene la parola data: Machiavelli ha dedicato una parte sostanziosa del suo Principe al non mantenere la parola data.

Fabrizio De André, i cantautori e la Sardegna

di Marco Marini

Il primo agosto scorso, presso la Sala Convegni dell’Associazione della stampa sarda a Cagliari è stato presentato il libro “Fabrizio De André, i cantautori e la Sardegna” pubblicato da Catartica Edizioni.

L’autore è Daniele Madau, insegnante di Lettere Classiche presso il Liceo Classico Siotto a Cagliari, specializzato in Studi Sardi, giornalista pubblicista ed altro. Non si è fatto mancare nulla oltre a gestire il presente Blog.

La platea, tra le quali spiccavano Elena Ledda, il giornalista Giacomo Serreli, ha seguito con interesse e con una certa emozione le parole dell’autore coadiuvato dall’operatore di relazioni Giuseppe Lillus. Via telefono si sono collegati con la sala sia Ernesto Assante critico musicale del quotidiano La Repubblica, sia Tonino Cau dei Tenores di Neoneli.

In un momento della chiacchierata, l’autore ricorda il suo viaggio all’Agnata, il rifugio sardo di De André e Dori Ghezzi. Afferma che il viaggio è l’archetipo della vita, se non ti lascia niente dentro,se non ti cambia è stato inutile.

Daniele, l’autore non me ne vorrà data la mia conoscenza personale e disinteressata, tratta l’argomento a lui e a noi caro, la Sardegna. Con un tratto poetico, a lui congeniale.Grande esperto della canzone italiana cerca di dimostrare con questo saggio, quale è stata l’influenza della musica sarda a livello nazionale.

Sardegna che affascina, ricca di misteri e che crea diffidenza in noi che ci siamo nati e che ci viviamo, forse troppo critici verso una cultura millenaria che trova difficoltà a collocarsi in un contesto mondiale, al pari di altre realtà etnologiche, che nonostante siano più recenti in termini temporali hanno avuto una maggiore eco.

Allora il “viaggio” in questo libro parte dalla domanda che si pone l’autore e che propone ai suoi interlocutori, per citarli oltre a Elena Ledda, Ernesto Assante, De Gregori, Baccini e Branduardi che non ha potuto partecipare all’incontro per i soliti problemi dei trasporti con la nostra Isola.

Assante afferma che la presenza sarda nel contesto musicale italiano è stato limitata a Marisa Sannia, i Barrittas con Benito Urgu, i Tazenda, Inzaina e non dimentichiamo la grande Maria Carta, e a qualche altro interprete presto dimenticato, poi qualche altro cantante fino ad arrivare a Mahamood che è solo figlio di una sarda.

Ma tra le  righe del testo si evidenzia che grazie a Fabrizio De André la musica sarda si è elevata ad un livello diciamo nazionale. Scopriamo cosi’ che hanno cantato in sardo Guccini, Branduardi,Elio, Baccini, lo stesso De Andrè, Bertoli e altri. Solo qualche altra regione ha avuto un riconoscimento nazionale della propria musica. Jannacci in Lombardia, Farassino in Piemonte, Toffolo anche se un po’ macchieti stico in Veneto.

Perfino il maestro Battiato  non è riuscito a tanto, anche se le sue canzoni in siciliano e arabo sono affascinanti, forti di un multi culturismo che lo caratterizzava.

De André era, diciamo, anarchico, ricordo che qualche anno prima di lasciarci si presentò presso un albergo fiorentino dove alla richiesta dei documenti, disse al concierge che non li possedeva e chiese a quest’ultimo se l’avesse riconosciuto. Con tutta calma il dipendente dell’hotel disse di averlo riconosciuto ma comunque doveva presentare i documenti. Fabrizio De Andrè, presuntuoso e antipatico, il solito borghese  che fa, con un termine usuale negli anni ottanta, il radical chic? No era semplicemente Faber, una persona timida nel complesso, con qualche paura di troppo a cantare in pubblico e a star male prima dei concerti. Situazione comune a tanti artisti di navigata esperienza.

Daniele scrive che non lo ha visto dal vivo; ricordo, se me lo permettete, un concerto a Cagliari al Palazzetto dello Sport. L’inizio dell’esibizione ritardava, a causa forse dello stato d’animo del cantante. Per intrattenere la folla, vennero invitati ad iniziare il concerto un gruppo di tenores se non erro di Tempio. Cantarono “La mirinzana” (la melanzana).

La gente dopo pochi minuti cominciò a urlare e fischiare, non tutti però, la maggioranza capiva ed applaudiva, ma si sa spesso le minoranze stupide si fanno sentire più della maggioranza educata.

Allora sali’ sul palco Fabrizio e avvisò che se i tenores non avessero cantato allora non lo avrebbe fatto neanche lui. Potete immaginare lo scroscio degli applausi ed il concerto continuò.

Faber, il nomignolo gli fu affibbiato da Paolo Villaggio, che lo vedeva scrivere appunti con le matite colorate della ditta Faber-Castell.

 Genovese come De Andrè ha vissuto la nascita di un movimento di poeti, artisti, cantautori in quella città,  Quartiere della Foce, più precisamente in Via Antonio Cecchi; ragazzi come Gino Paoli, Umberto Bindi, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, negli anni cinquanta si riunivano di fronte al Bar Igea in un giardino ribattezzato LA PIAZZETA. Da li’ attraverso Via Torino si raggiungevano i “carrugi” dove si mescolavano le varie culture presenti nella Città della Lanterna. Sono luoghi che raccontano storie di povertà, di sacrifici ed emarginazione dove sacro e profano si intrecciano. E’ qui’ che Faber ha passato la sua gioventù.

Una curiosa affermazione di Assante sull’influenza sarda ci porta ad ascoltare il brano RAIN dei Beatles, che,

secondo il conduttore e esperto musicologo Gina Castaldo, il brano è stato influenzato da una vazanza che i FAB FOUR fecero nell’isola, ma di cui non c’è riscontro. Però provare per credere.

Anche De Gregori confessa di aver copiato da Peppino Marotto, un pezzo della canzone “Piccola Mela” dello LP “Rimmel”.

Lo stesso Branduardi, ascoltato da Daniele, per il suo brano “Alla Fiera dell’Est” ha ripreso una filastrocca che si recita durante la Pasqua Ebraica. Nulla di Strano.

Elena Ledda, che ha cantato in quindici idiomi, che vanta decine di collaborazioni con autori importanti nazionali ed internazionali, ricorda che se vuole esprimere il sentimento in una canzone lo fa solo in limba.

Il libro ripercorre anche la storia della nostra Isola, dalle ribellioni contro i “Baroni” che hanno fatto nascere il testo del brano “Procurate’ e moderare” (Su patriottu sardo a sos feudatarios), che diverrà nel 2019 l’inno ufficiale della Sardegna, all’analisi di Emilio Lussu che contestava l’idea di una terra retrograda, abitata da banditi, senza onore. Si ricorda la lotta della gente di Orgosolo che riusci’ a fermare un’esercitazione militare nel loro territorio.

Il riconoscimento alla cultura musicale sarda è venuto anche da altri personaggi ed artisti della cultura italiana. Uno di questi è Moni Ovadia,  nato a Plovdiv, in Bulgaria, si trasferisce quasi subito con la famiglia a Milano. La sua è una famiglia di ascendenza ebraica sefardita, ma di fatto impiantata da molti anni in ambiente di cultura yiddish e mitteleuropea. Questa circostanza influenzerà profondamente tutta la sua opera di uomo e di artista, dedito costantemente al recupero e alla rielaborazione del patrimonio artistico, letterario, religioso e musicale degli ebrei dell’Europa orientale.

Inizia la sua carriera di cantante e musicista nel Gruppo dell’Almanacco Popolare, guidato da Sandra Mantovani. Nei primi anni settanta è fondatore del Gruppo Folk Internazionale, suonando questo nuovo (per l’epoca) genere musicale, che oggi potremmo definire folk-progressivo, gira i maggiori festival europei di musica folk.  Ebbene questo signore venne chiamato a sostituire un altro artista nella serata finale del circuito teatrale a Cagliari. Presentò Oylem Goylem , che in Yiddish significa “il mondo è scemo”, dove tra canti e musica klezmer e storielle Witz, il tradizionale umorismo ebraico, alla fine della rappresentazione disse: “Noi, oggi, non saremmo qui se non avessimo conosciuto  ed apprezzato e imparato dal Canto a Tenores di Bitti, dal suono delle launeddas e da tutto quello che questa terra meravigliosa ha donato alla musica folk internazionale”. Eravamo presenti in quel teatro.

Bene, se questo “viaggio” doveva lasciarci qualcosa dentro i nostri cuore e nei nostri cervelli, ritengo che

l’emozione vissuta in sala e nella lettura del libro, ha sortito i suoi effetti, quindi Grazie Faber…………………

e Grazie Daniele

Iran, la morte di Mahsa Amini

di Marco Marini

Ricevo, e volentieri pubblico, la riflessione, come sempre precisa e profonda, di Marco Marini, esperto del mondo islamico sulla rivolta delle ragazze iraniane

Mahsa Amini era una ragazza di 22 anni, di origine curda. E’ stata dichiarata morta il 16 settembre scorso dopo essere stata arrestata dalla cosiddetta PATTUGLIA DI ORIENTAMENTO (Guidance Patrol) o Polizia Morale. Questi gli antefatti che hanno scatenato un’ondata di proteste in tutto l’Iran, che allo stato attuale hanno provocato la morte di oltre 70 persone in 27 città.

Ma cosa ha scatenato veramente questa violenza ? Cerchiamo di capirne i motivi, anche se è difficile analizzare una nazione ed un popolo che da 43 anni vive la realtà scaturita dalla Rivoluzione Islamica dell’Ayatollah Ruḥollāh Moṣṭafāvī Mōsavī Khomeynī.

La giovane Amini, conosciuta anche come Jina o Zhina Amini, è stata arrestata perché portava l’Hijab, il tipico velo portato dalle donne islamiche, in modo improprio. Secondo testimoni oculari é stata picchiata dalla “Polizia Morale” che l’accusava di violare la legge iraniana sull’hijab obbligatorio. La polizia ha negato che Amini sia stata picchiata mentre era in custodia.

La polizia ha dichiarato che ha avuto un infarto in una stazione, è caduta a terra ed è morta dopo due giorni in coma. Testimoni oculari e donne che sono state detenute con Amini hanno affermato che è stata picchiata duramente, il che oltre alle sue scansioni mediche trapelate, ha portato osservatori indipendenti a diagnosticare emorragia cerebrale e ictus.

Secondo Iran International, il governo iraniano stava falsificando cartelle cliniche di Mahsa Amini, dimostrando che aveva una precedente malattia cardiaca. Il 20 settembre, il dottor Massoud Shirvani, un neurochirurgo, ha affermato in una TV statale che Amini aveva un tumore al cervello che è stato operato all’età di 8 anni, presentando delle TAC a dimostrazione della malattia.

I critici hanno affermato che le scansioni hanno mostrato percosse fisiche e traumi.

 Il padre di Amini ha dichiarato: “Stanno mentendo … Non ha mai avuto condizioni mediche critiche , non ha mai subito un intervento chirurgico”. Due compagni di classe, intervistati dalla BBC, hanno affermato di non essere a conoscenza del fatto che Amini fosse mai stata in ospedale.

Stessa certezza è stata ribadita dal fidanzato della Amini

Le proteste di Mahsa Amini sono iniziate poche ore dopo la sua morte a Teheran.  Sono iniziate prima nell’ospedale in cui Amini è stata curata e poi si sono rapidamente diffuse in altre città, prima nella provincia natale di Amini, il Kurdistan, tra cui Saqqez, Sanandaj, Divandarreh, Baneh e Bijar. In risposta a queste manifestazioni, a partire dal 19 settembre il governo iraniano ha attuato la chiusura regionale dell’accesso a Internet. Con l’aumento delle proteste, è stato imposto un diffuso blackout di Internet insieme a restrizioni sui social media a livello nazionale. In risposta alle proteste per la morte di Amini, la gente ha tenuto manifestazioni a sostegno del governo in diverse città dell’Iran.

Nella legge islamica dell’Iran, imposta poco dopo la rivoluzione islamica del 1979, articolo 638 del 5° libro del codice penale islamico (chiamato Sanzioni e sanzioni deterrenti) le donne che non indossano l’hijab possono essere detenute da dieci giorni a due mesi e/o tenuti a pagare multe da Rls.50.000 a Rls.500.000. Le multe vengono ricalcolate nei tribunali per indicizzare l’inflazione.

L’articolo 639 dello stesso libro dice che due tipi di persone sono condannate da un anno a dieci anni di reclusione; in primo luogo una persona che istituisce o dirige un luogo di immoralità o prostituzione, secondo, una persona che facilita o incoraggia le persone a commettere immoralità o prostituzione.

Queste sono alcune delle leggi in base alle quali sono stati accusati alcuni manifestanti.

Prima della rivoluzione islamica iraniana del 1979 (durante il regno di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo scià dell’Iran), l’hijab non era obbligatorio, sebbene alcune donne iraniane durante questo periodo indossassero il velo o il chador.

Dopo la rivoluzione islamica del 1979, l’hijab è diventato gradualmente obbligatorio. Nel 1979, Ruhollah Khomeini annunciò che le donne avrebbero dovuto osservare il codice di abbigliamento islamico. La sua dichiarazione scatenò manifestazioni, le proteste per la Giornata internazionale della donna a Teheran, 1979, che furono accolte dalle assicurazioni del governo secondo cui la dichiarazione era solo una raccomandazione. L’hijab è stato successivamente reso obbligatorio nel governo e negli uffici pubblici nel 1980 e nel 1983 è diventato obbligatorio per tutte le donne.

Nel 2018, il presidente Hassan Rouhani ha pubblicato un sondaggio condotto dal governo risalente al 2014, che mostrava che il 49,8% degli iraniani era contrario all’hijab obbligatorio .

Il rapporto è stato pubblicato dal Center for Strategic Studies, il braccio di ricerca dell’ufficio del presidente iraniano, ed è stato intitolato “Report of the first hijab special meeting” nel luglio 2014.

Il 2 febbraio 2018, un sondaggio condotto dal Center for International and Security Studies del Maryland (CISSM) ha mostrato che alcuni iraniani erano d’accordo con “cambiare il sistema politico iraniano o allentare la rigida legge islamica”.

Un sondaggio indipendente di GAMAAN condotto nel 2020 ha mostrato che il 58% degli iraniani non credeva del tutto nell’hijab e il 72% era contrario alle regole dell’hijab obbligatorio. Solo il 15% ha insistito sull’obbligo legale di indossarlo in pubblico.

L’Iran è l’unico paese al mondo che richiede alle donne non musulmane di indossare il velo.

 Ad esempio, nel gennaio 2018, una musicista cinese è stata velata con la forza nel bel mezzo del suo concerto.

La morte di Amini ha scatenato molte reazioni anche nel resto del mondo e delle istituzioni internazionali ed anche in alcune autorità iraniane.

Il presidente Ebrahim Raisi ha chiesto al ministro dell’Interno Ahmad Vahidi di “indagare sulla causa dell’incidente con urgenza e particolare attenzione”.

Amnesty International ha chiesto un’indagine penale sulla morte sospetta. Secondo questa organizzazione, “tutti gli ufficiali ei funzionari responsabili” in questo caso devono essere assicurati alla giustizia e “le condizioni che hanno portato alla sua morte sospetta, che includono la tortura e altri maltrattamenti nel centro di detenzione, devono essere indagate penalmente”.

Human Rights Watch ha definito la morte di Amini “crudele” e ha scritto: “Le autorità iraniane dovrebbero annullare la legge obbligatoria sull’hijab e rimuovere o modificare altre leggi che privano le donne della loro indipendenza e dei loro diritti”.

Ulteriori preoccupazioni sono state espresse dal gruppo per l’apparente rappresaglia con la forza letale da parte di funzionari governativi alle proteste.

Il Centro per i diritti umani in Iran ha dichiarato Mahsa Amini un’altra vittima della guerra contro le donne della Repubblica islamica e ha affermato che la tragedia dovrebbe essere fortemente condannata in tutto il mondo per prevenire ulteriori violenze contro le donne in Iran.

Humanists International ha chiesto che i responsabili dell’omicidio di Mahsa Amini siano “ritenuti responsabili”, ha condannato le “norme religiose patriarcali rigorosamente applicate” dell’Iran e ha aggiunto che “il velo obbligatorio è una violazione dei diritti umani e che fa appello alla ‘moralità’ religiosa può non essere mai usato per vigilare sulle scelte delle donne, né per invalidare la loro pari dignità e valore».

Le Nazioni Unite hanno annunciato che la morte e la presunta tortura di Mahsa Amini dovrebbero essere indagate in modo indipendente. Una dichiarazione congiunta di esperti delle Nazioni Unite “ha condannato fermamente la morte di Mahsa Amini, 22 anni, morta durante la custodia della polizia”.

Il gruppo di hacker Anonymous ha affermato di aver interrotto diversi siti web di media del governo iraniano e affiliati allo stato a sostegno delle proteste e ha pubblicato un video che annunciava il sostegno del gruppo alle proteste insieme a filmati delle proteste.

Politici come Bill Clinton, Hillary Clinton, Nancy Pelosi, Farah Pahlavi, Masoud Barzani, Justin Trudeau, Masud Gharahkhani, Annalena Baerbock, Melanie Jolie e altri hanno reagito alla morte di Mahsa Amini.

Javaid Rehman, Relatore speciale delle Nazioni Unite, ha espresso il suo rammarico per il comportamento della Repubblica islamica dell’Iran e ha aggiunto: “Questo incidente è un segno di diffusa violazione dei diritti umani in Iran”.

Il Ministero degli Affari Esteri francese ha condannato le torture che hanno portato alla morte di Mahsa Amini.

Il Segretario di Stato degli Stati Uniti Antony Blinken ha condannato l’omicidio sotto la custodia delle forze di polizia iraniane e ha chiesto la fine di tali azioni da parte del governo iraniano.

Il 17 settembre, l’ayatollah Bayat-Zanjani dell’Iran ha descritto la Guidance Patrol come “non solo un organismo illegale e anti-islamico, ma anche illogico”. Ha detto che non era supportato dalle leggi iraniane e si era impegnato in “repressione e atti immorali”.

Mohaqeq Damad ha affermato: “L’istituzione della forza per la promozione delle virtù e la prevenzione dei vizi ha infatti lo scopo di monitorare le azioni dei governanti, non di reprimere le libertà dei cittadini ed è una deviazione dagli insegnamenti islamici”.

Il presidente cileno Gabriel Boric, durante il suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha reso omaggio a Mahsa Amini e ha chiesto la fine dell’abuso di potere da parte dei potenti di tutto il mondo.

Diversi funzionari dell’Unione europea hanno condannato la sua morte. Josep Borrell, il capo della politica estera dell’UE, ha definito la sua morte “inaccettabile”.Un portavoce ha rilasciato una dichiarazione in cui annunciava che quanto accaduto a Mahsa Amini è inaccettabile e che gli autori di questo omicidio devono essere ritenuti responsabili.

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, nel discorso annuale dei leader mondiali alle Nazioni Unite il 21 settembre 2022, ha fatto riferimento alla situazione delle donne in Iran e alla morte di Mahsa Amini e ha giurato solidarietà alle donne iraniane.

Robert Malley, il rappresentante degli Stati Uniti per gli affari iraniani, ha definito la morte di Mahsa Amini “orribile” e ha scritto: “La morte di Mahsa Amini dopo le ferite riportate in custodia per un hijab “improprio” è spaventosa. I nostri pensieri sono con la sua famiglia. Iran deve porre fine alla sua violenza contro le donne per aver esercitato i loro diritti fondamentali».

Olaf Scholz, cancelliere tedesco, ha definito “terribile” la morte di Mahsa Amini durante la custodia della polizia ed ha espresso la sua tristezza per la morte delle “donne coraggiose” durante le proteste. Ha aggiunto che le donne dovrebbero essere in grado di prendere le proprie decisioni e non vivere nella paura.

Un certo numero di celebrità come Aryana Sayeed, Reece James, Paolo Maldini, Kourtney Kardashian, Dua Lipa, SZA, Iker Casillas, Hailey Bieber, Mark Ruffalo, Diplo, Jessica Chastain, Finneas, Kesha, Sophie Turner, Halsey, Bebe Rexha, Bella Hadid, Jessie J, Lily James, Pam Hogg, Naomi Campbell, Margaret Atwood, Nikki Bella, Pearl Jam, Damiano David, Flea, Adam Darski, Ebru Gündeş, Leprous, LP, Lili Reinhart, Maria Brink, Ava Max, Ashton Irwin, Gary Holt, Ashley Benson, Alissa White-Gluz, la band metal Death, Misha Collins, Nazanin Boniadi, Justin Bieber, Kim Kardashian, Ricky Martin, Khloe Kardashian, Cara Delevingne, Kylie Jenner, 6ix9ine e altri hanno reagito alla morte di Mahsa Amini.

L’attrice americana Leah Remini ha scritto su Twitter: “L’uccisione di Mahsa Amini è inaccettabile in ogni circostanza, ma il fatto che sia stata arrestata per aver indossato un hijab inappropriato lo rende ancora più spaventoso”.

Khaby Lame, influencer italiano di origine senegalese, ha scritto sulla sua pagina Instagram: “La più grande guerra per i diritti delle donne e dei diritti umani sta accadendo in Iran. Se vivi sulla terra e rimani in silenzio, non potrai mai parlare di diritti delle donne di nuovo.”

Il comico e scrittore iraniano britannico Shaparak Khorsandi, la cui famiglia è fuggita dall’Iran in seguito alla rivoluzione, ha affermato: “Il regime iraniano uccide le donne per aver cercato di vivere liberamente. Questo non è solo un problema dell’Iran, è un problema del mondo. Non distogliere lo sguardo. Questa negazione di diritti umani fondamentali è un affronto alla dignità umana. Mahsa Amini non può più parlare. Il mondo dovrebbe agire in solidarietà e amplificare la sua voce e quella di tutte le donne iraniane che osano parlare per la scelta e la democrazia».

L’attore australiano Nathaniel Buzolic, pubblicando una foto di Mahsa Amini sul suo Instagram, ha chiesto: “Dove sono le femministe? Perché il mondo tace?”

L’attrice turca Nurgül Yeşilçay ha pubblicato una foto di Mahsa Amini nella sua storia su Instagram e ha scritto: “È un peccato… Ahimè per tutte le donne del mondo”.

J. K. Rowling, autrice dei romanzi di Harry Potter, ha pubblicato su Twitter: “Allora il resto del mondo ha bisogno di continuare a pronunciare il suo nome. #MahsaAmini è morta a 22 anni in custodia di polizia perché ha violato le regole dell’hijab. Solidarietà con tutti gli iraniani che stanno attualmente protestando”.

Il 22 settembre 2022, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato sanzioni contro la polizia morale e sette alti dirigenti delle varie organizzazioni di sicurezza iraniane “per la violenza contro i manifestanti e la morte di Mahsa Amini”. Questi includono Mohammad Rostami Cheshmeh Gachi, capo della polizia morale iraniana, e Kioumars Heydari, comandante della forza di terra dell’esercito iraniano, oltre al ministro iraniano dell’intelligence Esmaeil Khatib, Haj Ahmad Mirzaei, capo della divisione Teheran della polizia morale, Salar Abnoush, vice comandante della milizia Basij, e due comandanti delle forze dell’ordine, Manouchehr Amanollahi e Qasem Rezaei della LEF a Chaharmahal e nella provincia di Bakhtiari in Iran. Le sanzioni implicherebbero il blocco di qualsiasi proprietà o interesse in proprietà all’interno della giurisdizione degli Stati Uniti e la denuncia al Tesoro degli Stati Uniti. Verrebbero imposte sanzioni a tutte le parti che facilitano transazioni o servizi agli enti sanzionati.

Il 26 settembre 2022, il primo ministro canadese Justin Trudeau ha dichiarato che il suo governo imporrà sanzioni alla polizia morale, alla sua leadership e ai funzionari responsabili della morte di Mahsa Amini e della repressione dei manifestanti.

Ma queste sanzioni serviranno? Ci sembra di assistere alla stessa rappresentazione di ciò che accade in Europa con la guerra Russia-Ucraina.

Questa è l’ultima di una serie di manifestazioni che dal 2017 segnano la richiesta, soprattutto delle giovani generazioni, di un cambiamento delle politiche sociali nel paese. L’Iran ha una popolazione  di 77 milioni di abitanti, destinati a diventare 105 nel 2050. Ospita un insieme di popolazioni di rifugiati più alto al mondo, stimato in circa un milione di persone, causate principalmente dalla guerra civile e povertà in Afghanistan e dalle invasioni militari di Afghanistan e Iraq.

Queste proteste giovanili non sono motivate da fatti politici o elettorali, ma presentano un punto di vista nuovo, legato ad un fatto di cronaca grave, l’uccisione di questa ragazza. Le regole sul velo obbligatorio sono invise alla popolazione iraniana, soprattutto tra quelle sotto i 35 anni di età.

E’ un Iran diverso dalla rivoluzione del 1979, c’è da ricordare che il velo venne imposto non tanto da motivazioni religiose ma più per ragioni di ordine politico era un simbolo che molti rivoluzionarie indossavano contro il modernismo dello Shah. Quando poi vollero togliersi il velo si accorsero di essere governate da un sistema che poi glielo avrebbe imposto.

La rivoluzione repubblicana iniziò come una protesta contro lo Shah, laica e marxista e successivamente ebbe un connotato religiose quando prese piede la leadership dell’Ayatollah Khomeini al rientro del suo esilio in Francia. La società iraniana è molto evoluta dal punto di vista culturale. Molte donne non usano il velo che viene portato controvoglia da molte di esse. Noi in occidente utilizziamo il cliché del velo per immaginare un oscurantismo generalizzato in Iran. Gli iraniani non gradiscono essere incanalati in modelli culturali che li collocano da una parte o dall’altra. E’ una società che presenta molte sfaccettature, quindi esiste una parte della popolazione  che rispetta rigorosamente le regole religiose e il velo. L’imposizione del velo è stata mal digerita dai vari strati della società iraniana soprattutto in questi anni di boom demografico dove la popolazione giovanile rappresenta la stragrande maggioranza del paese, e anche il processo di modernizzazione dell’iran dopo i l primo decennio della Repubblica Islamica soprattutto dopo la guerra con l’Iraq. I successivi trent’anni sono stati caratterizzati da una profonda trasformazione della società con una forte crescita della demografia urbana. Nelle realtà rurali si è rimasti più legati alle tradizioni religiose, nelle città dove esistono le università la popolazione soprattutto giovanile si è emancipata anche se anche tra i giovani il velo si porta normalmente e non si considera un’imposizione. La protesta usa il velo e la morte di Amin come goccia che fa traboccare il vaso, in realtà i giovani sono preoccupati per il loro futuro in presenza di una forte disoccupazione per l’inflazione e la crisi economica che non permette l’emancipazione dalle famiglie. Credevano che l’accordo sul nucleare avrebbe permesso di uscire dalla crisi economica. Altre critiche al governo riguardano la corruzione e la radicalizzazione conservatrice dello stesso.  Amini era curda e sunnita in una nazione a maggioranza sciita, il fattore etnico non sembra, allo stato attuale, l’aggravante sulla sua morte.

Ma la protesta si è aggiunta alla protesta anche per la sua condizione di curda e sunnita. I curdi cercano da più di un secolo di vedere risolta la propria situazione, divisi fra nazioni che mai daranno loro l’indipendenza. Problema che le nazioni vincitrici della prima guerra mondiale avevano promesso di “chiarire” dopo lo smantellamento dell’Impero Ottomano. Basta vedere come sono finiti i Palestinesi che vengono considerati nella stragrande maggioranza dei “terroristi”.

L’Iran a causa della crisi con gli U.S.A. e l’Europa, che considerano traditori, si sta rivolgendo verso l’Asia avvicinandosi alla Cina. Quest’ultima nello sviluppo della cosiddetta “NUOVA VIA DELLA SETA” considera l’Iran una delle rotte da seguire per portare i propri prodotti in Europa, sfruttando anche le notevoli risorse energetiche del paese del paese mediorientale. L’integrazione in questa matrice economica è vista in maniera differente dalla Cina e dall’Iran, intanto vanno avanti posticipando le iniziali incomprensioni con la Cina. Molti osservatori progressisti rivelano che l’Iran avrebbe maggiori vantaggi se si relazionasse con gli U.S.A. e l’Europa soprattutto intermini tecnologici, anche se l’accordo nucleare è naufragato più per colpa occidentale che per l’Iran, ritirati dall’accordo grazie all’amministrazione Trump, la macchina economica avrebbe avuto ricadute sulle infrastrutture da modernizzare.

Tornando alle proteste per la morte di Amini, manca una cabina di regia, cosi’ come in molti altri paesi del vicino oriente (Libano) , è una protesta spontanea, ma rischia di esaurirsi nel tempo. Dipende molto da come si comporterà il regime iraniano. La repressione è presente ma non da generare una mobilitazione generale come durante la rivoluzione del ’79. Senza una Leadership questo non avverrà. Ci sono state proteste per la crisi idrica per il terremoto male gestito, il governo potrebbe risolvere i vari problemi se ottenesse l’accordo sul nucleare che porterebbe, come detto, vantaggi economici. Ma anche nell’establishment iraniano qualcuno è contro questi accordi.

Ma tutto questo non farà vacillare, per ora, il regime degli Ayatollah

La scuola come cura

di Daniele Madau

Ci sarà il tempo per commentare questa giornata post-elettorale. Oggi prendiamo un po’ di respiro e pensiamo ai ragazzi.

Il 14 settembre, come ogni anno, tante ragazze e ragazzi mi sono sfilati davanti, prendendo posto nel loro banchetto, ricercando, come sempre, le ultime file, a rassicurante distanza dal professore.
È il primo giorno di scuola e, in questo anno scolastico, avrò classi completamente nuove, ripartendo dalle prime, dopo aver avuto, negli ultimi anni, i più grandi.
C’è un’altra novità, per me: sono tornato nella scuola dove ho studiato, sofferto, conosciuto i giorni più belli e più brutti della mia giovinezza.
Proprio da qui vorrei partire: è stata una scelta molto sofferta, quella di lasciare la scuola precedente e, insieme ad altre, più stringenti e irrinunciabili motivazioni, c’era anche quella, un po’ irrazionale, che io dovevo tornare dove tutto era iniziato, e cioè dove era nato tutto il mio amore per la scuola. Non è semplice da spiegare: come sempre, quando si ama qualcosa.
La scuola è immagine della cura, meglio: dei più grandi che si prendono cura dei più piccoli. Cura–che in latino significa sollecitudine, attenzione amorosa, anche pena d’amore – in senso lato: avvicinare alla bellezza, al merito, alla cultura, alla lettura, allo studio, all’amicizia, al rispetto, all’educazione, al futuro, ai sogni, al lavoro, all’amore. E chissà a quanto altro…
Non esiste altro luogo, perciò va custodito con cura, appunto, curato, appunto, da tutti noi, da tutta la società: i professori, soli, possono presto sentirsi schiacciati da questo peso.
Penso ai grandi esempi, penso a Gesù che si reca nel tempio a insegnare a dodici anni, oggi diremo da ‘preadolescente’: lascia la famiglia, per ricercare la volontà, e la legge, di Dio.
Platone, discepolo di Socrate, il primo pensatore che si dedicò all’uomo, riteneva che le conoscenze fossero già in noi, per averle viste nell’ iperuranio, e cioè oltre il cielo e, compito del filosofo era quello, tramite la maieutica, di riportarle alla luce. Sarebbe bello pensare che in ogni ragazzo si nasconda questo desiderio, di uscire dalla famiglia e di ricercare i luoghi dell’insegnamento, come per Gesù, e che la scuola potesse esercitare sempre questa maieutica: lo so, sembra quasi un sogno ma se c’è un luogo
dove i sogni possono diventare realtà, quello dovrebbe essere proprio la scuola.

Conoscere per scegliere/3

di Daniele Madau

Chiudiamo il ciclo di riflessioni dedicate alle elezioni del 25 settembre con un argomento delicato, di sicuro divisivo ma, per noi cittadini ed elettori, irrinunciabile: una volta eletti, quanto guadagneranno i nostri parlamentari? Vedremo che il compenso è notevole, di soldi pubblici: per questo, il voto è un gesto di grandissima responsabilità, che richiede coscienza. E noi cittadini dovremmo sempre essere pronti a rendere conto agli eletti delle loro azioni.

Nella culla della democrazia, la Grecia antica, ogni cittadino doveva poter partecipare al governo della polis, perciò veniva retribuito per le cariche che assumeva. Il compenso si chiamava misthos ed era una retribuzione pubblica che ad Atene era assegnata a chi ricopriva una carica politica quale ecclesiaste (membro di un’assemblea popolare) o dicaste (giudice). Fu introdotto, appunto, per incentivare la partecipazione alla vita pubblica, e in effetti, permise anche ai cittadini di condizione più modesta di poter prender parte alla gestione politica.

La nascita del compenso per le cariche pubbliche è, quindi, nobile ed ha lo scopo di permettere a tutti noi di potervi aspirare. Lo stesso è valso per il parlamento italiano che, all’origine, non prevedeva retribuzione per chi ne facesse parte, permettendo l’esercizio del potere solo ai più abbienti. Il giornalista Paolo Pagliaro, nel suo sito, racconta che nel giugno del 1900 venne eletto deputato alla Camera per il collegio di San Pier d’Arena Pietro Chiesa, che fu uno dei primi operai, precisamente portuali, a entrare in parlamento. I suoi compagni, portuali come lui, raccoglievano denaro per mantenerlo a Roma, tanto era importante che Chiesa li rappresentasse. Un suo collega, il deputato-contadino Pietro Abbo, socialista di Lucinasco, non disponendo del denaro sufficiente per pernottare a Roma, usufruiva del cosiddetto “permanente” rilasciato dalle Ferrovie dello Stato per dormire sul treno Roma- Firenze andata e ritorno, rientrando quindi il mattino in tempo per l’apertura dei lavori della Camera.
Quando, nel 1912, fu introdotta l’indennità parlamentare, Abbo poté dormire a Roma e Pietro Chiesa poté fare a meno della colletta dei compagni.
Per aggirare lo Statuto Albertino che prevedeva che l’esercizio delle funzioni di senatore o deputato non potesse essere retribuito, l’indennità venne giustificata come rimborso delle spese di corrispondenza: un espediente non molto diverso da quello escogitato in tempi più recenti, quando i rimborsi elettorali sostituirono il finanziamento pubblico abrogato dal referendum. I rimborsi elettorali, tuttavia, sono stati abrogati nel 2013.

Attualmente i nostri deputati hanno diritto a un’indennità netta di 5.000 euro al mese più una diaria di 3.503,11 e un rimborso per spese di mandato pari a 3.690 euro. Ad essi si aggiungono 1.200 euro annui di rimborsi telefonici e da 3.323,70 fino a 3.995,10 euro ogni tre mesi per i trasporti.

I senatori invece ricevono un’indennità mensile lorda di 11.555 euro. Al netto la cifra è di 5.304,89 euro, più una diaria di 3.500 euro cui si aggiungono un rimborso per le spese di mandato pari a 4.180 euro e 1.650 euro al mese come rimborsi forfettari tra telefoni e trasporti.

Facendo un rapido calcolo e senza considerare le eventuali indennità di funzione i componenti del Senato guadagnano ogni mese 14.634,89 euro contro i 13.971,35 euro percepiti dai deputati.

Deputati e senatori hanno diritto poi anche a un assegno di fine mandato, che è pari all’80% dell’importo mensile lordo dell’indennità moltiplicato per il numero degli anni di mandato effettivo.

Uno studio inglese sugli stipendi dei parlamentari in Europa ha calcolato che il costo di un parlamentare italiano è di circa 120.500 sterline all’anno. Praticamente il doppio dei colleghi inglesi che percepiscono 66.000 sterline, molto di più di quelli dei politici tedeschi e francesi e addirittura sei volte tanto di quelli spagnoli.

Come visto, sono somme ingenti che potrebbero essere giustificate quando i parlamentari si comportano con ‘onore e decoro’, come da Costituzione e,soprattutto, rendono alla società col lavoro quanto guadagnano. Inoltre, quando la legge elettorale permette una effettiva scelta da parte del cittadino.

Soprattutto noi,infatti, dovremmo sempre essere pretenziosi nel richiedere conto del loro operato, pretendendo incontri continui dei parlamentari nei collegi di elezione. Ricordo la morte di David Amess, il deputato conservatore inglese morto dopo essere stato accoltellato durante un incontro con i cittadini nella chiesa metodista nella sua circoscrizione di Leigh-on-Sea, nell’Essex nel sud dell’Inghilterra: quello con i cittadini era un incontro settimanale. Come spesso si dice, ogni Stato ha i rappresentanti che sceglie – che dovrebbe scegliere, nel nostro caso- o,meglio, che si merita.

Fonte: money.it

Conoscere per scegliere / 2

di Daniele Madau

Continua la serie di riflessioni dedicate alle elezioni del 25 settembre, riflessioni in cui, a partire dalla spiegazione della legge elettorale con cui sceglieremo i nostri parlamentari, proveremo a dare un servizio, si spera gradito, a chi avrà la disponibilità di leggere: proveremo, cioè, a far conoscere gli aspetti più tecnici e sconosciuti di tutto ciò che ruota attorno alle urne, per vincere il rischio dell’astensionismo e per una scelta più consapevole. Il futuro dipende da ognuno di noi.

Sono più di 40 milioni gli italiani chiamati alle urne nelle prossime elezioni politiche del 25 settembre. A seguito della caduta del governo Draghi, infatti, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sciolto le camere e indetto le elezioni anticipate. Dopo aver visto, nella precedente riflessione, gli aspetti più importanti e concreti per poter votare col Rosatellum, vediamo ora quelli più secondari, vicini forse, maggiormente, alle curiosità ma, comunque, sempre importanti per esercitare il nostro diritto, e dovere, al voto, pienamente.

Dopo aver tracciato il nostro segno, dobbiamo sapere che non tutti i partiti, e le coalizioni, entreranno nel Parlamento: vediamo perché. Sono previste, infatti, 4 soglie di sbarramento, cioè soglie non raggiunte le quali non si possono eleggere i candidati dei partiti o delle coalizioni che non le raggiungono. Anche in quest’ottica si parla di ‘voto utile’. Vediamo le soglie, ricordando che per ‘liste’ intendiamo l’insieme dei nominativi dei candidati di un partito singolo, che sono presenti nella parte proporzionale; per coalizione, invece, l’insime dei partiti che sostengono un candidato in un collegio uninominale:

  • Il 3% dei voti ottenuti a livello nazionale, valida per le liste che si presentano singolarmente.
  • Il 20% dei voti ottenuti a livello regionale, soglia valida per le liste che si presentano singolarmente e solo al Senato. Questo perché il conteggio dei voti nel Senato si compie su base regionale.
  • Il 20% dei voti ottenuti a livello regionale, o elezione di due candidati nei collegi uninominali, valida per le liste che rappresentano minoranze linguistiche riconosciute ed esclusivamente nelle regioni a statuto speciale ove prevista la tutela delle suddette minoranze. Fra queste, figura, a esempio, il Südtiroler Volkspartei, partito che rappresenta gli interessi dei gruppi linguistici tedesco e ladino dell’Alto Adige.
  • Il 10% dei voti ottenuti a livello nazionale, valida per le liste che si presentano in coalizione, purché almeno una delle liste della coalizione abbia superato una delle tre soglie appena citate.

Quest’ultimo 10% non comprende i voti presi dalle liste che abbiano conseguito meno dell’1% dei voti a livello nazionale o, solo per il Senato, il 20% dei voti a livello regionale: in questo caso, i voti vanno persi. O ancora, solo per le liste rappresentative di minoranze linguistiche sopra citate, il 20% a livello regionale o l’elezione di due candidati nei collegi uninominali. Infine, se la coalizione non raggiunge il 10%, una lista singola è comunque ammessa alla ripartizione dei seggi qualora abbia superato almeno una delle altre soglie sopra citate.

I partiti che rispetteranno queste indicazioni di legge, eleggeranno i parlamentari che saranno i rappresentanti dei loro territori. Come sono chiamati questi territori, in maniera più specifica? Precisamente, sono circoscrizioni: l’Italia è infatti suddivisa in 20 circoscrizioni – una per regione – per il Senato della Repubblica, più una all’estero; in 28 circoscrizioni – 4 in Lombardia, 2 in Lazio, Sicilia, Campania, Veneto e Piemonte – per la Camera dei Deputati, più una all’estero.

Ogni circoscrizione è poi suddivisa in collegi uninominali e plurinominali. La differenza sta nei parlamentari eletti. Nei collegi uninominali, viene eletto un solo candidato, mentre nei collegi plurinominali, i cittadini eleggono più di un candidato: come visto, precisamente, i primi della lista. A esempio , per il Senato, la circoscrizione Sardegna ha un collegio unico proporzionale e due collegi uninominali: nel collegio proporzionale i partiti presenteranno le loro liste, in quello uninominale ci sarà il candidato proposto dalla coalizione. 

Nei plurinominali, ogni lista è composta da un elenco di candidati, compreso tra 2 e 4, ordinati secondo un preciso ordine. Come detto, non è previsto il voto di preferenza, per cui nei collegi plurinominali proporzionali, una volta determinato il numero degli eletti spettanti alle liste, i candidati vengono eletti seguendo l’ordine previsto al momento della presentazione della lista. Da qui, l’adozione del termine “bloccate”. Ci si può candidare in più collegi plurinominali – fino a 5 – anche in congiunzione alla candidatura in un collegio uninominale. In caso quindi di “doppia” elezione, il candidato si intende eletto nel collegio uninominale. Se invece il candidato è eletto in più collegi plurinominali, questo si intende eletto nel collegio dove la lista di appartenenza abbia ottenuto la minor percentuale di voti rispetto al totale dei voti validi nel collegio. Inoltre, sono previste regole per per garantire maggiore equità nella rappresentanza di ambo i generi: le liste bloccate, infatti, devono seguire l’alternanza di genere (es.:donna/uomo/donna/uomo); in più nell’insieme dei collegi uninominali e dei capolista dei plurinominali di ciascuna lista o coalizione, ciascun genere deve essere compresi tra il 40 e il 60%.

Tutti i dati presentati, possono sembrare freddi, difficili, senza alcuna valenza per noi: è l’esito di aspetti burocratici sommati a quelli politici. Se prestiamo un po’ di attenzione, però, capiremo quanto possono influire sulla nostra vita: pensiamo solo al fatto che nell’esempio dei collegi sardi per il Senato, ne abbiamo uno solo proporzionale. Gli eletti dovranno rispondere del loro operato all’intera regione. Un compito davvero arduo e importante che, se ben svolto, giustificherebbe i compensi percepiti, di cui ci occuperemo la prossima volta. (Continua)

Fonte: orizzontipolitci.it

Conoscere per scegliere / 1

di Daniele Madau

Con l’articolo di oggi, iniziamo una serie di riflessioni dedicate alle elezioni del 25 settembre, riflessioni in cui, a partire dalla spiegazione della legge elettorale con cui sceglieremo i nostri parlamentari, proveremo a dare un servizio, si spera gradito, a chi avrà la disponibilità di leggere: proveremo, cioè, a far conoscere gli aspetti più tecnici e sconosciuti di tutto ciò che ruota attorno alle urne, per vincere il rischio dell’astensionismo e per una scelta più consapevole. Il futuro dipende da ognuno di noi.

La legge elettorale con cui sceglieremo, il 25 settembre -in un’unica giornata, dalle 7 alle 23 – i nostri rappresentanti in Parlamento è il, cosidetto, Rosatellum (votato nel 2017), con un’espressione politico-giornalistica abituale che, dal nome del primo firmatario della proposta di legge, crea un termine latino in accusativo.

Tutto è iniziato con Mattarellum, creato dal politologo Giovanni Sartori nel 1993: in un editoriale in cui ricorrevano locuzioni latine aveva infatti commentato l’approvazione della riforma elettorale elaborata da Sergio Mattarella con un ironico Habemus Mattarellum, latinizzando il cognome dell’estensore della proposta con il suffisso pseudolatino –um.

Nel 1995 è stato usato lo stesso meccanismo per una riforma della legge elettorale regionale che portava il nome di Giuseppe Tatarella, da cui Tatarellum, e poi per una potenziale riforma firmata da Clemente Mastella, il Mastellum.

La coincidenza di tre cognomi terminanti allo stesso modo ha fatto sì che –um venisse reinterpretato come –ellum . Ecco allora Rosatellum, dal nome dell’allora capogruppo dei deputati PD alla Camera Ettore Rosato. 

La legge elettorale prevede un sistema di modalità di elezione dei candidati dei partiti misto: in parte proporzionale, per i 2/3 -precisamente il 61%, con lista bloccata – e in parte, per 1/3- precisamente il 37%-, maggioritario uninominale. Resta, come ci si può subito accorgere, un 2% determinato mediante un sistema proporzionale, questa volta con voto di preferenza, per gli italiani che esercitano il diritto di voto all’estero. Come risulta chiaramente, la legge è davvero farraginosa e complessa, dato che in un unico sistema elettorale abbiamo tre modalità differenti! I sistemi proporzionali prevedono che i partiti politici abbiano una misura della rappresentanza, appunto, proporzionale ai voti ottenuti. Ad esempio, un partito che riceve il 15% dei voti, in un tale sistema vedrà il 15% dei seggi assegnati ai propri candidati. Il sistema proporzionale è un approccio in cui ogni partito politico presenta una lista di candidati e gli elettori ne scelgono una. La forma a liste aperte permette all’elettore di influenzare l’elezione dei candidati individuati all’interno della lista. L’approccio a liste bloccate no: è il partito a scegliere l’ordine, e i candidati in cima alla lista avranno maggiori probabilità di essere eletti. Il primo aspetto che dobbiamo rilevare, quindi, è che, nella parte proporzionale, i parlamentari non li possiamo scegliere noi ma, come dire, ci fideremo dei partiti che, tramite l’ordine in cui hanno deciso di presentarli nelle schede, determineranno quali parlamentari saranno eletti. E’ anche per questo, perciò, che si dovrebbe sempre avere la massima attenzione all’operato dei partiti e pretendere sempre, da essi, un esempio di correttezza e coerenza. ll sistema maggioritario uninominale a turno unico con maggioranza relativa, invece, prevede la vittoria dell’unico candidato della lista o coalizione che ha riportato il maggior numero di voti rispetto alle altre: basta anche un solo voto in più. Il sistema maggioritario, quindi, limita fortemente o esclude completamente la rappresentanza della minoranza, al contrario del proporzionale che, in proporzione, rappresenta tutti. Con questo Rosatellum eleggeremo, dopo l’approvazione della legge costituzionale per la riduzione dei parlamentari in vigore dal 2020, alla Camera dei Deputati, 147 parlamentari con il maggioritario, 245 con il proporzionale e 8 con il voto dei cittadini residenti all’estero (in tutto 400). Al Senato, 74 parlamentari con il maggioritario, 122 con il proporzionale e 4 con il voto all’estero ( in tutto 200). La scheda tuttavia, non essendoci il, cosidetto, voto disgiunto, sarà unica per la parte proporzionale e per quella uninominale: così nell’urna ne avremo due, che ci consegnerà il presidente di seggio, una per il Senato (per la prima volta potranno votare anche per il Senato i diciottenni) e una per la Camera, in cui potremo tracciare un solo segno.

Il Ministero dell’Interno ha reso disponibile una scheda elettorale, un fac-simile, per far sì che l’elettore possa arrivare preparato al momento del voto. Secondo quanto riportato proprio sulle istruzioni di voto presenti sul fac-simile, il voto si può esprimere in molteplici modi.

Crediti scheda: Ministero dell'Interno
Crediti scheda: Ministero dell’Interno

Si può tracciare un segno sul simbolo prescelto – i numeri in grassetto nell’immagine -, così esprimendo automaticamente la preferenza per quella lista e per il candidato uninominale collegato (nell’immagine, il NOME COGNOME). Diversamente, se il segno viene tracciato sul nome del candidato uninominale, il voto è automaticamente espresso anche per la lista collegata a quel nome. Se vi sono poi più liste collegate – una coalizione, come in 6-7-8-9 e 11-12-13-14 nell’immagine -, il voto andrà, anche per il proporzionale, al partito del candidato uninominale.

(1/Continua…)

Fonte: orizzontipolitci.it

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