‘Io capitano’ : lo sguardo sognatore di Seydou è quello in cui si identificano tutti gli adolescenti

di Nicoletta Perra

Nicoletta è una studentessa di seconda Liceo Classico, di Cagliari, che, con i suoi compagni, ha potuto visionare, e riflettere, sul film di Matteo Garrone ‘Io capitano’. Ringraziandola per il suo contributo, pubblichiamo la sua attenta recensione

La migrazione è un tema trattato e ritrattato, sia nelle sale
cinematografiche e, quanto mai ora, nei dibattiti politici. Matteo Garrone,
con il film “Io capitano”, esce fuori dalla retorica banale della
drammaticità e osserva la vicenda dal punto di vista ingenuo di Seydou,
un adolescente senegalese, sognatore, e un po’ ribelle, che, trasgredendo
i divieti della madre, affronta un viaggio verso una fuga, alla ricerca di
un’emancipazione personale, verso una crescita e presa di responsabilità
di capo famiglia. Fugge dalla monotonia di un mondo povero ma felice,
naif, reso con colori saturati, pieno di calore affettivo. Tuttavia presto
incontrerà la drammaticità durante il cammino: la disperazione di coloro
che invece sono costretti a fuggire, la violenza, la morte, sono i rischi
sottovalutati e non calcolati dal protagonista. Il tutto è reso con un
linguaggio semplice, talvolta quasi divertente, famigliare, che accomuna e
lega in un unico senso di appartenenza tutti gli adolescenti del mondo.
Quindi lo sguardo sognatore di Seydou è quello in cui si identificano tutti
gli adolescenti, e sembra accompagnare tutto il viaggio, dando al film una
sfumatura ottimista con cui il protagonista conduce la sua barca, con cui
salva tante persone e riesce nel suo intento di emanciparsi. Alla fine
Matteo Garrone risolve tutta questa drammaticità quasi come una bella
fiaba che finisce bene. Il grido glorioso di Seydou “Io capitano!”, quando
raggiunge la terra agognata, la sua “America”, ci proietta verso la salvezza
e la conquista del sogno. Ma noi sappiamo che rimane la conclusione di
una fiaba, una bella avventura, e Seydou rimane un adolescente ingenuo,
solo un numero, un ragazzino di cui non conosciamo il destino.

Riflessioni sulla guerra Israele – Hamas

2. Seconda pubblicazione del dossier di Marco Marini

Mi permetto di aggiungere al cune mie considerazioni su quello che ho scritto precedentemente. Sono passati 50 anni dalla guerra del Kippur, dove Siria ed Egitto hanno messo a dura prova non solo l’esercito israeliano ma soprattutto la popolazione. Oggi il numero di civili massacrati non è mai stato registrato cosi’ alto in Israele. E ritengo che non sarà da meno per la popolazione palestinese di Gaza. In Cisgiordania c’è
qualche timida critica all’azione di Hamas, perché le sue conseguenze ricadranno su tutta la popolazione palestinese. Ma la richiesta di scendere in piazza e protestare contro Israele è stata accolta in molte nazioni arabe ed anche in Europa. Mi domando, cosa può fare una popolazione assediata dal terzo esercito del
mondo, una potenza nucleare che non esiterebbe a sganciare qualche bomba atomica sulle capitali arabe?
Le persone normali scendono in piazza, quelli armati fanno gli attentati. Ora sia chiaro aborro l’uso della violenza che si perpetra soprattutto verso i civili inermi. Ma da che mondo e mondo una nazione debole diciamo militarmente, può contrastare l’oppressore più forte solo con azioni che oggi chiameremmo di guerriglia. Pensate che proprio gli ebrei della Palestina antica (nome latino che Arafat pronunciava
“Philistina”, terra dei filistei, vi ricorda qualcosa?, Davide e Golia biblici), gli zeloti combattevano i romani con agguati e con l’uso di una piccola spada, nascosta sotto i mantelli, la SICA, da qui il termine sicario. E’ chiaro che la rappresaglia romana non si faceva attendere e a pagarne le conseguenze era la popolazione
innocente dei fatti attribuiti agli zeloti. Roma dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 79 D.C. decise di espellere definitivamente gli ebrei dalla Palestina (o almeno quasi tutti) nel 135 D.C., quando un certo Rabbi Akiva (Rav o Rab maestro) aveva individuato in un certo Bar Kochba il nuovo Messia (Masshiya,
unto del Signore, Christos in greco) che avrebbe liberato Israele dall’oppressore romano. Sappiamo che fine hanno fatto. Nella storia un debole usa questi sistemi per colpire il forte. Cosi’ in Spagna contro Napoleone, come in Vietnam contro gli americani. Anche in Medioriente i cosiddetti “terroristi” usano questi mezzi, ma
da una connotazione politica (movimenti di sinistra finanziati dall’ex Unione Sovietica, ed aiutati da altri gruppi quali la RAF tedesca o l’esercito Rosso giapponese) si è passati ad aspetti più o meno “religiosi”, religione come sempre è una scusa per attirare consensi, per poi cercare di riportare l’opinione pubblica
araba a quella specie di panarabismo che mette le sue radici anche in nord africa alla fine dell’ottocento come movimento di intellettuali che volevano liberarsi dell’ormai decrepito e corrotto regime ottomano.
Da un certo punto di vista movimento simile al Sionismo nato in Europa proprio alla fine del 19° secolo.
Tutte e due i movimenti avevano un progetto diciamo comune, liberarsi del colonialismo europeo. Si pensi che quando gli anglo-francesi con gli accordi di Sykes-Picot promisero a tutte e due le parti la Palestina una volta smembrato il secolare Impero Ottomano e dopo la dichiarazione Balfour dove il ministro inglese
dichiarava “ che sua Maestà Britannica vedeva di buon occhio la creazione di un focolare ebraico in Palestina”, non si pensò solo alla Palestina in quanto entità geografica, ma anche ad altre dislocazioni, quali l’Uganda in Africa, l’Argentina in Sud America, in una landa desolata in Unione Sovietica chiamata” terra
degli ebrei”, e pensate un po’ anche alla nostra Sardegna!!!! Prima ho definito “Terroristi” termine tecnico per chiamare chi fa attentati contro inermi, in questo gli israeliani sono stati maestri, anche loro più deboli
contro la maggioranza araba e l’occupante inglese (Protettorato). Uno di loro come ho detto Menachem Begin divenne primo ministro, capo dell’Irgun un gruppo paramilitare anti arabo a anti inglese che alla creazione dello Stato di Israele si rifiutò di deporre le armi. Si macchiarono del massacro di Deyr Yassin
insieme al gruppo Lehi (Banda Stern) dove morirono centinaia di persone. Anche questo gruppo diede negli anni più recenti un primo ministro Shamir. Ma non è terrorismo bombardare indiscriminatamente città
intere anche se prima hai avvisato la popolazione? Sia ben chiaro ho letto, inorridito, che le leggi internazionali prevedono il diritto alla rappresaglia. Ed è altrettanto vero che si registrano violenze nei confronti di ebrei in tutto il mondo, in Francia come in Belgio o Argentina. E’ giusto che Israele abbia il diritto a difendersi. Ma non c’è proporzione. Ho assistito ad incontri sia con palestinesi che con ebrei, qui a Cagliari, non mi è sembrato aver notato un minimo avvicinamento fra le parti. Dirò di più in una
associazione culturale repubblicana qualche anno fa, ho notato più comprensione fra i convenuti arabi ed ebrei che non da parte degli italiani che si scagliavano contro questi e quelli. A Serdiana da Padre Cannavera in uno dei suoi bellissimi incontri con le varie culture (es. I Ba’hai, ora ospitati ad Haifa in Israele
e perseguitati in Iran) alcuni palestinesi criticavano la visione Messianica del nuovo Stato di Israele, ma questo non risponde al vero. E’ vero che Ben Gurion aveva studiato in una Yeshiva, la scuola Talmudica, ma la sua visione di Israele era laica e socialista. Cosi’ come il fondatore del sionismo Theodor Herzl. Viceversa
per giustificare i loro atti gli israeliani ricordano la Shoah o come oggi 16 ottobre 2023, i 70 anni dal ratto al Portico d’Ottavia a Roma, il Ghetto. Ora avendo il sottoscritto letto della Shoah, per non dire studiato, alla ricerca di discrepanze, ed avendo parlato in alcune scuole nonché in un Comune della Provincia di Cagliari,
e aver studiato delle responsabilità mondiali sull’evento, sono stato apostrofato come non antisemita ma qualcosa di simile. Io che ho studiato l’arabo ma soprattutto l’ebraico, che ho visitato con emozione la Terra
Santa, o Israele o Palestina, chiamatela come volete. Io che ho portato un gruppo di sardi nella Sinagoga di Djerba in Tunisia, che sono stato a Dachau e Auschwitz, io che ho fatto aprire la Sinagoga di Dresda, che
vado al Tempio di Roma, da cristiano, Ferrara, Firenze, Trieste etc. insomma non voglio fare del vittimismo però mi sembra che se non cambiano le coscienze non ne usciamo più. L’O.N.U. mi sembra impotente, le
varie lobby americane spingono ancora verso un Israele forte, i movimenti pacifisti israeliani (Pace Ora, Peace Now, Shalom Achav) non li vedo in giro. Netanyahu fa quel che vuole con un sistema parlamentare
diciamo imperfetto, ai nostri occhi di occidentali, e le uniche proteste viste sono quelle contro la riforma del sistema giudiziario israeliano. Dall’altra parte, come sempre da 80 anni a questa parte, il mondo arabo, frustrato dalla fine miserrima delle cosiddette “primavere” trova uno sfogo nel nemico di sempre: Israele, appunto. Israele avrebbe un grosso problema da risolvere, scusate uso il condizionale, quello della natalità.
Si pensi che il vero motivo che ha portato il popolo “Eletto” a lasciare l’Egitto, dove si badi bene non tutti erano schiavi molti erano salariati, grazie al Profeta Mosé, era dovuto al fatto che gli israeliti proliferavano
in abbondanza mentre la popolazione egiziano non faceva figli ed invecchiava. Non ci ricorda nulla tutto questo ? Le cosidette “Civiltà” hanno cicli di vita, cosi’ I Faraoni e ancor prima Assiro-Babilonesi, Romani
fino alla nostra civiltà occidentale. Come i romani, abbiamo demandato le nostre scelte di vita ad altri, ci facciamo difendere da stranieri e ci siamo affidati ad un’economia di mercato globale che forse ci porterà a dipendere p.e. dalla Cina. E siamo vecchi. Israele non è da meno, molti ebrei ritornano nei loro paesi
d’origine, come il Sudamerica, perché senza tradire il senso di appartenenza a un popolo presente nella Storia da più di tremila anni, sono stanchi di aver paura di veder morire i propri figli in una lunga guerra di cui non si vede la fine. E Israele ha tradito le aspettative di sicurezza del proprio popolo, facendosi cogliere impreparata in questa guerra odierna. Il mito dell’invincibilità, ammesso che l’ho abbia mai avuto Israele, si
avvia sul viale del tramonto. Solo la pace, la democrazia, i diritti dei palestinesi porteranno gli israeliani a vivere con i propri vicini. Scusate la banalità, ma avendo sentito parlare un nostro ministro che dice”….non si può uccidere nel 2023 nel nome di Dio…..” non volevo essere da meno. Grazie

Riflessioni sul Vicino Oriente

di Marco Marini

Scusate ma questa volta parlo in prima persona. Mi è stato chiesto di esprimermi sul dramma che si sta vivendo in questi giorni a Gaza ed Israele. Ebbene il mio sentimento è di stanchezza nei confronti di questa situazione. Cercherò di non essere banale anche perché la realtà è veramente tragica, e di banalità ne abbiamo sentite diverse, soprattutto da parte di personaggi importanti della politica dalla quale ci si aspettava qualcosa di più come ragionamento sui fatti. Sto raccogliendo il materiale e aspetterò che questa guerra finisca presto, per affidare il racconto alla Storia e far calmare gli animi. Lo stesso atteggiamento lo nutro nei confronti dell’altra guerra che si svolge ora in Europa, quella Russo-Ucraina. Un caro amico di infanzia, in occasione della rivolta in Iran per la morta di Mahsa Amini, mi disse che dell’Iran e dei paese arabi non avevamo capito nulla. Forse ha ragione, ma mentre altri continuano ad occuparsi dei loro interessi, noi cerchiamo di capire e di raccontare le varie sfaccettature di un mondo complesso, affascinante e pericoloso quale è il Medio Oriente. Spero che i miei pensieri e considerazioni siano organiche, perché ripeto il cuore ed il cervello sono colmi di immensa tristezza per un conflitto di cui non avevamo bisogno. Ieri sera Mentana, intervistato da Gramellini sulla La 7, ha parlato di una situazione simile al conflitto russo-ucraino, dal punto di vista giornalistico, prima ci si inorridisce per l’inizio della guerra, poi interviene una sorta di stanchezza e si comincia a schierarsi con una parte o l’altra ed infine si tenta di accusare le vittime (iniziali) di una certa responsabilità sull’accaduto. Niente di strano ancora oggi si cerca di attribuire agli ebrei la responsabilità della Shoah. Si pensi che Ben Gurion, futuro primo ministro di Israele dopo la nascita nel 1948 dello stato, durante il secondo conflitto mondiale, alle notizie dei primi massacri di ebrei nell’est europeo, testimoniati da NON EBREI, affermò che lavorava sopratutto per la creazione del nuovo Stato di Israele. Questo non fu cinismo ma pragmatismo, visto che molti ebrei non avevamo elementi per ragionare sulla Shoah. Per questo fu rapito in sud America Eichmann e portato in Israele e processato per fargli raccontare la Shoah al mondo intero non solo agli israeliani. Sono passati esattamente cinquanta anni da quella che fu definita la guerra del Kippur, la festa dell’espiazione degli ebrei, dove l’esercito israeliano venne colto di sorpresa e dimostrò tutti i suoi limiti. Avevano vissuto sull’illusione di poter vincere sempre come fecero nel 1967 nella cosiddetta guerra lampo dei sei giorni. Ma cosa avvenne dopo? Con un gesto coraggioso il presedente Muhammad Anwar Al-Sadat volò in Israele nel 1977 e gettò le basi per una pace duratura con lo Stato ebraico. Ottenne con gli accordi di Camp David la restituzione della penisola del Sinai, occupata dagli israeliani. Nel 1994 fu firmato l’accordo di pace tra Israele e Giordania. Recentemente ci sono stati accordi “economici” col Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, sotto il beneplacito dell’Arabia Saudita. E i Palestinesi ? Ricordo che alla fine del primo conflitto mondiale ed allo smantellamento del secolare Impero Ottomano, a causa del suo schieramento con gli Imperi Centrali in Europa, le potenze europee, Francia ed Inghilterra, decisero di controllare questo immenso territorio che andava dal Medio Oriente al Nord Africa, con protettorati, appunto, anglo-francesi (trattato di Sevrés, 1920). Gli inglesi occuparono la Palestina, l’Iraq e la Francia Libano e Siria. Che strano vero il più grande giacimento di petrolio del mondo ! Gli inglesi allontanarono gli Hashemiti dalla terra del Profeta l’Hegiaz l’attuale Arabia Saudita e li mandarono in una zona desertica vicino alla Palestina La Transgiordania. La fine della seconda guerra mondiale ha fatto il resto, la Shoah e la conseguente immigrazione degli ebrei in Palestina ha fatto il resto. Le coscienze del mondo in colpa per non aver fatto niente per il popolo di Israele trovarono, lasciatemi dire salomonicamente, cioè senza farsi carico di responsabilità, la soluzione scaricandola sul popolo palestinese. Sia ben chiaro, gli israeliti non scomparirono del tutto dalla Terra Santa, chiamiamola cosi, ma si adattarono alla vita del dominio musulmano, perseguitati nell’antichità solo dai Crociati. E in tutto ciò che colpa avevano i palestinesi ? Nulla se non accogliere i profughi dall’europa. Gli ebrei, molti dei quali provenienti dall’est europeo, importarono il modo di vivere del Kolkotz sovietici, comunità agricole dove tutto era in comune a cominciare dai terreni, poi vennero i Moshav, dove si viveva in comunità ma il terreno apparteneva al singolo mezzadro. I Palestinesi vivevano e lavoravano insieme ai primi coloni israeliani. Poi nel 1948, dopo la decisione della spartizione della Palestina in due Stati, le cose portarono al primo conflitto arabo-israeliano. Ancora non c’erano gli interessi della gradi superpotenze, Gli Stati Uniti d’America interverranno massicciamente solo negli anni settanta a causa del petrolio. Mentre l’Unione Sovietica fu la prima nazione a votare la divisione della Palestina, sia per il concetto di lavoro agricolo sopra menzionato sia perché i primi coloni erano socialisti, a cominciare da David Ben Gurion. In questa fase del conflitto arabo-israeliano, l’esiguo numero di ebrei israeliani non avrebbe potuto fare ciò che avverrà negli anni successivi, cacciare i palestinesi dalla loro terra, nel 1948 gli arabi chiamarono NAKBA, disastro, distruzione questo esodo. Ma furono le stragi perpetrate dai terroristi israeliani, tra i quali Menachem Begin, membro dell’Irgun e futuro primo ministro, a far fuggire i palestinesi. In questa prima fase del conflitto, i “Fratelli Arabi”, cioè le nazioni confinanti invitarono loro stesse ad abbandonare il territorio, tanto li avrebbero riportati li’ una volta distrutto il nuovo stato sionista. Mi sembra di rivedere il trattamento riservato a Gerusalemme (Al-Quds, la città santa per i musulmani) nei secoli dell’occupazione Ottomana, città isolata nel deserto e dove ai cristiani ed ebrei veniva chiesta una tassa per accedervi a pregare, Città Santa per le tre Religioni Monoteistiche , Cristianesimo Ebraismo ed Islam. Importante si, ma mai quanto la Città del Profeta Maometto, La Mecca (Bismallah, nel nome di Dio Clemente e Misericordioso). Oggi con l’occupazione degli Israeliani, la Città, che dovrebbe avere uno Statuto Internazionale, di fatto è oggetto di tensioni fra le tre comunità, anche se sembra che musulmani ed ebrei facciano di tutto per cacciare i cristiani. Quando mi recai a Emmaus, luogo del miracolo di Gesù dopo la sua morte, un missionario francescano mi raccontò che un giornale britannico fece una specie di sondaggio tra la popolazione palestinese nei territori occupati, la domanda era con che si voleva stare o con Arafat, capo dell’OLP o con la Giordania? Risposero come stavano ora cioè con Israele. Perché secondo loro il turismo avrebbe portato vantaggi anche a loro. Ricordo comunque che i territori di Cisgiorania e Gaza furono occupati prima da Egitto e Giordania fino al 1967 (19 anni) e successivamente da Israele. Il Capo dell’Organizzazione della Liberazione della Palestina (O.L.P.) Yassir Arafat ha portato all’attenzione mondiale il problema della Palestina. Prima con azioni diciamo terroristiche poi con azioni diplomatiche. Come detto nonostante le varie risoluzioni O.N.U. il problema palestinese, come quello del popolo curdo rimane ancora irrisolto dal 1948. Arafat soprattutto nella parte finale della sua vita venne accusato dagli stessi palestinesi (tra i quali Abu Mazen, futuro primo ministro della cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese) di gestire male i fondi di sostenimento alla Palestina versati dall’ONU in primis e dalle altre nazioni mondiali. Alla sua morte sparirono carte importanti, sembra sottratte dalla mogli francese di origine palestinese. Israele ha quasi “protetto” Arafat, perché era meglio denigrare, accusare il Leader carismatico della causa palestinese, piuttosto che farlo fuori e farne un martire. All’interno della diaspora palestinese queste critiche alla politica di Arafat, hanno portato alla creazione di varie fazioni oltre all’OLP. In Libano nel 1982 se ne contavano una cinquantina. E Hamas (acronimo di Movimento Islamico di Resistenza) (ma in arabo significa anche entusiasmo, zelo, spirito combattente)? Considerato da molti stati occidentali un gruppo terroristico, si è dato un’organizzazione politica, anche se ha indetto solo una elezione, fondata nel 1987 dallo sceicco Amhad Yassin scaturisce dalla prima Intifada, ricolta contro Israele. Hamas gestisce anche ampi programmi sociali, e ha guadagnato popolarità nella società palestinese con l’istituzione di ospedali, sistemi di istruzione, biblioteche e altri servizi in tutta la Striscia di Gaza. Non che Arafat non avesse fatto lo stesso, ricordo che gli israeliani entravano spesso nelle università palestinesi, cosa assai rara a quell’epoca nel mondo arabo, ed anche spesso malvista, “come le donne studiano?”. Ma Hamas ha una visione più ampia, mi sembra, inoltre nel 2006 Isma’il Haniyeh, leader di Hamas all’epoca, ha dichiarato: «Se Israele dichiarasse di dare ai palestinesi uno Stato e ridare loro tutti i loro diritti, allora saremmo pronti a riconoscerli». L’ala politica di Hamas ha vinto diverse elezioni amministrative locali in Gaza, Qalqilya, e Nablus. Nel gennaio 2006 con una vittoria a sorpresa alle elezioni legislative in Palestina del 2006 con il 44% circa dei voti, Hamas ottenne 74 dei 132 seggi della camera, mentre al-Fatah, con il 41% circa dei voti ne ottenne solo 45. La distribuzione del voto però era molto differente nei vari territori: le principali basi elettorali di Hamas erano nella Striscia di Gaza, mentre quelle del Fatah erano concentrate in Cisgiordania. Questo lasciò subito presagire che, se i due partiti non avessero trovato un compromesso, sarebbe potuta scoppiare una lotta per il controllo dei due territori nei quali ciascuno dei due partiti era più radicato. A seguito della Battaglia di Gaza (2007) tra Fatah e Hamas, questa prese il controllo completo dell’omonima Striscia eliminando o allontanando gli esponenti avversari; nel quadro di tali eventi e tra accuse di illegalità a loro volta i funzionari eletti di Hamas furono eliminati fisicamente o allontanati dalle loro posizioni dall’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania e i loro incarichi furono assunti da esponenti del Fatah e da membri indipendenti. Il 18 giugno 2007, il Presidente palestinese Mahmūd Abbās (Fath) ha emesso un decreto che mette fuorilegge le milizie di Hamas. Ḥamās promuove diversi programmi che l’organizzazione considera di previdenza sociale e istruzione a favore della popolazione palestinese. Da parte dei suoi oppositori, tali programmi sono considerati invece come parte di una politica parastatale, come esercizi per la propaganda e il reclutamento, o come entrambi. In ogni modo, queste attività sociali di Hamās sono profondamente radicate nella Striscia di Gaza. Includono istituti religiosi, medici e in generale aiuti sociali ai civili meno abbienti. Va specificato che il lavoro che Ḥamās compie in questi ambiti è attività separata dall’assistenza umanitaria fornita dall’UNRWA (United Nations Relief Works Agency). Nel dicembre del 2001, il fondo caritatevole Holy Land Foundation for Relief and Development è stato accusato di finanziare Ḥamās. Hamās può contare su un numero sconosciuto di fedelissimi e su decine di migliaia di simpatizzanti e aiutanti. Riceve soldi da esuli palestinesi, dall’Iran, da benefattori privati in Arabia Saudita e da diversi altri Stati arabi. Raccolte di fondi e campagne di propaganda pro-Ḥamās esistono anche in Europa, Nord America e Sud America. Si ritiene che Ḥamās abbia decine di siti web; una lista aggiornata è consultabile presso l’Internet-Haganah. Il principale sito di Ḥamās. URL consultato l’11 marzo 2018 (archiviato dall’url originale il 20 maggio 2004). fornisce traduzioni di comunicati ufficiali e propaganda in svariate lingue: persiano, urdu, malese, russo, inglese e naturalmente arabo. Nella Striscia di Gaza, l’Autorità Nazionale Palestinese sta perdendo potere a beneficio di Ḥamās, in particolar modo nel campo profughi di Jabāliya, nelle sue vicinanze e a Dayr al-Balāh al centro della Striscia, ad Abasan e nella regione del Dahaniyeh nel sud. Il governo a Gaza annuncia la campagna di raccolta di fondi volti a raccogliere $ 25 milioni necessari per ripristinare decine di moschee rovinate dai raid israeliani. 45 moschee sono state completamente distrutte durante la guerra, mentre 55 sono state parzialmente danneggiate. Da qualche parte si accusa Israele di aver favorito la nascita di Hamas in funzione anti OLP/ANP. Hamas è stata accusata di antisemitismo e negazionismo indicati anche nella loro carta di costituzione del movimento e accusata inoltre di crimini di guerra contro la popolazione israeliana e la stessa palestinese. Usa il sistema “sovietico” di trattenere la gente nelle proprie case e di impedirne la fuga, questo per creare qualche disagio morale nell’aggressore (????) è successo anche in Libano, dove però agisce Hezbollah (il partito di Dio) che gestisce la sua autorità nel sud del paese al confine con Israele, gruppo di religione Shiita (come in Iran, Iraq e Siria) mentre Hamas è Sunnita (Arabia Saudita, Emirati etc). Israele userà secondo me il principio biblico della vendetta restituendo “70 volte 7 il male ricevuto. I massacri di bambini non sono cosa rara in medi oriente, da Maalot scuola ebraica del 1968 a oggi a Askelon e Sderot. Ma non possiamo dimenticare i bambini palestinesi massacrati dai bombardamenti israeliani e se gli uni denunciano la distruzione di scuole ed ospedali gli altri non sono da meno. Perfino i luoghi sacri alla Religione vengono profanati dalla Tomba di Rachele a Betlemme nella seconda Intifada alla occupazione della spianata del Tempio a Gerusalemme da parte dell’esercito israeliano durante la preghiera del Venerdi’, sacro per i musulmani. Non mi sembra di vedere grandi soluzioni, le grandi potenze militari ed economiche si stanno prodigando a promettere aiuti (soldi e armi) alle due parti. Se non ricordo male, quando Trump allora presidente U.S.A. decise di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, solo qualche palestinese gridò allo scandalo. Mi sembra che l’Arabia Saudita non fece gran ché, visti i buoni rapporti con Stati Uniti e Israele. Per fortuna non tutti sono soggetti a certe idee. Il 18 ottobre 2022, l’Australia annulla il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele, perché la questione va risolta con un negoziato di pace con i palestinesi. Voce di Colui che grida nel deserto.

Claudio Ranieri: ‘Stateci vicino, e difenderemo il sogno della serie A’

di Daniele Madau

‘La Riflessione Politica’ inizia una collaborazione col Cagliari Calcio: squadra che rappresenta un’intera isola e il suo popolo e che, nella sua storia, ha incarnato il significato simbolico di Davide contro Golia in cui, a guidare il riscatto, sono stati eroi sportivi come Gigi Riva e, in tempi più recenti, Claudio Ranieri. Proprio con la conferenza stampa di mister Ranieri, alla vigilia del delicato incontro con la Fiorentina, inauguriamo la sezione di ‘La Riflessione ‘ che seguirà, col suo stile, il nostro’ Casteddu’: il Cagliari

Claudio Ranieri in conferenza stampa

Non appena arrivato, stringe la mano a tutti noi e, prima delle domande dei giornalisti, vuole leggere lui qualcosa che ha scritto. Ci chiede di stargli vicino, di sostenere la squadra, di criticarlo – magari- ma di difendere insieme il sogno, conquistato in quella maniera così avventurosa l’anno scorso, della serie A.

Quando parla delle motivazioni che un allenatore deve saper trovare, lui confida che le trova nel modo di allenarsi dei suoi ragazzi, che spingono sempre al massimo. È chiaro, li sta difendendo in un momento difficile, ma è giusto così: lui è la loro balaustra, il parafulmine, la guida. Oltre che l’allenatore.

Chiede pazienza, sicuro che la vittoria arriverà e, ripensando alla gara col Milan, rinnova i complimenti ai suoi ragazzi. Su Firenze, poche anticipazioni: Radunovic giocherà, nonostante gli errori. Dopo la gara con i rossoneri aveva detto che gli avrebbe parlato: non lo ha fatto ma questo attestato di fiducia vale più di tante parole. Avrà a disposizione anche Gaston Pereiro, per riuscire laddove i suoi predecessori si son arresi: renderlo un giocatore completo.

L’obbiettivo è continuare a crescere, fino alla prima, liberatoria, vittoria: ‘Dalle sconfitte’ conclude Ranieri- ‘si impara e noi,ormai, dovremmo essere…maestri’. Mister, chapeau, comunque vada.

Re Giorgio, Napolitano

di Daniele Madau

La morte di Giorgio Napolitano, e ancor prima la sua malattia, data la statura della persona e gli incarichi ricoperti, ha naturalmente monopolizzato gli organi di informazione e suscitato reazioni, diverse e discortanti.

A livello giornalistico e politico, si è ripercorsa la sua storia, sono state evidenziate le sue grandezze e i passaggi più delicati della sua presidenza della Repubblica, la sua posizione all’interno dell’allora Partito Comunista.

A livello di cittadino comune, ho, invece, ascoltato già posizioni dure, critiche, forse populistiche, comunque da ascoltare e tener presenti per la nostra riflessione.

Lo si accusa di aver incarnato, per decenni, il potere; di aver forzato la Costituzione; di aver contribuito, con la sua lunghissima vita istituzionale, allo sperpero di soldi pubblici. Queste posizioni, spesso, dipendono da una mancata conoscenza: la sua elezione al secondo mandato come Presidente della Repubblica è espressamente prevista dalla Costituzione (del resto anche De Nicola vide prolungarsi il suo primo mandato da Capo Provvisorio a primo Presidente della Repubblica), così come la sua facoltà di intervento, secondo determinati parametri, nella vita istituzionale. Nel fatale 2011, anno della caduta del quarto governo Berlusconi, non sembra aver violato nessuno di questi parametri. Anche la sua iniziale avversione, o non comprensione, del fenomeno dei cinque stelle, deriva dal suo alto senso del Parlamento e delle sue funzioni, come testimoniato dal celebre, e sferzante, discorso pronunciato a camere riunite proprio in occasione della sua seconda elezione.

Alcune di queste accuse, se ben incalanate, però, non possono essere tralasciate: lo scrivo col massimo rispetto, soprattutto in questo momento di ancora viva commemorazione.

Non è stato il mio Presidente ideale: per opportunità, ometto il nome di quello che lo è, essendo ancora in vita. Non ho condiviso alcuni suoi atteggiamenti, come lo sdegno quando il suo nome è stato sfiorato dalle indagini sui rapporti Stato-mafia: è vero che- come disse in quella occasione – le prerogative del Presidente della Repubblica non possono passare da un Capo dello Stato all’altro diminuite o con la parvenza di esserlo (si riferiva all’uso delle intercettazioni che lo coinvolgevano e al luogo in cui doveva essere interrogato: lui ha preteso il Quirinale); però, soprattutto in quel caso, avrebbe dovuto -a mio parere – mostrare più disponibilità, sensibilità e senso del dovere, che gli è sempre stato caro.

E’ innegabile che abbia incarnato ‘il potere’: è stato al centro della vita politica, italiana ed europea, a livelli massimi dagli anni cinquanta. Ci chiediamo: è giusto che una persona lo possa? Il nostro sistema lo permette, e Napolitano lo ha fatto con onore e sprito di serivizio. Tuttavia esistono anche questioni di opportunità: se un sistema non prevede un limite ai mandati, io credo che una figura politica dovrebbe interrogarsi sul suo, più vicino possibile, ritorno alla vita ‘comune’.

Il rischio, altrimenti, è quello di essere identificato col ‘potere’. Giorgio Napolitano, per la sua statura, è stato spesso chiamato ‘Re Giorgio’: chi abita in Sardegna, però, sa che la figura cardine del carnevale cagliaritano è proprio quella di Re Giorgio, chiamato anche “Re Cancioffali”: un grande feticcio incoronato che simboleggia il potere in tutte le sue forme, l’inettitudine che spesso caratterizza chi lo incarna e che, a fine carnevale, viene bruciato come espiazione e rivalsa del popolo.

Purtroppo, nella memoria di molti, è quello che accade a chi, anche con alto senso delle istituzioni, è stato identificato col ‘potere’.

Gli auguri a ‘La Riflessione’ di Alfredo Franchini, militante della democrazia, narratore di De André

di Alfredo Franchini

Giornalista, scrittore, narratore della realtà, degli uomini e delle loro tragedie. Su tutto il libro-testimonianza ‘Uomini e donne di Fabrizio De André’, (otto edizioni), che ricostruisce il rapporto ventennale con il poeta-cantautore genovese e le lezioni ricevute dallo stesso De André sulla politica, l’economia, la vita in genere. E poi i saggi sulla “cosa pubblica” che è stata  raccontata in quarant’anni di attività giornalistica senza padroni per Panorama, La Voce sarda Tv, La Nuova Sardegna. Ha realizzato programmi per la Rai radio e per la Tv Sardegna 1 e ha collaborato con diverse testate nazionali tra cui Lo Specchio della Stampa e Milano finanza. L’ultimo libro pubblicato, nel gennaio del 2019, è ‘Questi i sogni che non fanno svegliare’. Militante della democrazia, ha messo la sua penna a disposizione di chi non ha voce per interrogarci su come siamo diventati di fronte ai drammi epocali delle diseguaglianze (da http://www.alfredofranchini.it)

La nascita di un nuovo giornale è sempre stata una buona notizia ma assume un’importanza maggiore con la crisi dell’editoria che sta mettendo in pericolo la democrazia. Nella rete tutto si mischia e tutto si confonde, un concetto che Ezio Mauro ha sintetizzato così: “Un saggio di un filosofo rischia di scomparire davanti a una pernacchia di un blogger”, quando evidentemente i like contano più della verità.

Ecco perché dobbiamo sostenere lo sforzo di chi sceglie una linea editoriale basata sulla riflessione, sulla necessità di entrare dentro i fatti con l’intenzione di portare a zero le chiacchiere e dare al lettore un’informazione seria e profonda. Non sarà facile comunque: più il vostro giornale sarà seguito più ci sarà qualcuno che sui social controbatterà la verità facendo apparire il falso come vero. Ma la testata giornalistica appena varata  troverà anche spazi immensi, considerato che nel nostro Paese la politica ha ormai un effetto di annuncio di fatti che non si traducono mai in realtà. Starà a voi smascherarli: una stampa che fa il suo mestiere deve incalzare la classe dirigente su questo.

Ci fu un tempo in cui il giornale era la “preghiera del mattino” perché tutti i cittadini prima di andare al lavoro si fermavano all’edicola. La stampa era il quarto potere, ce lo raccontavano anche i film nei quali il capocronista aveva sempre la sigaretta pendula tra le labbra e il bicchiere di whisky per affrontare il lavoro notturno. La mitologia ci ha consegnato Montanelli che nel 1956 manda i suoi articoli dall’Ungheria scrivendo con mezzi di fortuna e Oriana Fallaci che si strappa il chador di fronte all’Ayatollah Khomeini. Tutto questo non c’è più, c’è una completa ridefinizione del modo con cui accediamo all’informazione. Ai tempi della stampa quarto potere esistevano due tipi di editori: i puri e gli impuri laddove solo i primi traevano profitti dalle vendite dei giornali. Ora domina un parallelismo politico-editoriale, un intreccio dovuto alla grave crisi economica dei quotidiani che negli ultimi vent’anni hanno visto dimezzare la vendita di copie. L’avvento dei social è stato differente da quello delle televisioni negli anni Settanta: allora si temette per la tenuta dei giornali ma, al contrario, la Tv fece da cassa di risonanza delle notizie e le vendite aumentarono. Forse è un destino che le previsioni debbano essere sempre sbagliate perché coi social si pensava che ci sarebbe stato un sostanziale equilibrio con l’online luogo della cronaca e la carta stampata destinata all’approfondimento. Non è stato così.

Anche nei vecchi giornali non tutto filava liscio e i cronisti predicavano la regola delle tre esse: soldi, sangue, sesso per una cronaca a buon mercato. Ma oggi la regola è: chiacchiericcio, pettegolezzi, orrori, nudità. La domanda è come sia possibile diventare succubi del marketing e di un finto giornalismo fatto di Jene e di Gabibbo. Nei quotidiani  vecchio stampo la prima regola era di andare sul posto dell’evento che fosse il luogo di un delitto o di una riunione della giunta regionale. I giornalisti facevano domande, cercavano di capire ma adesso siamo in mano a un algoritmo a siti che al posto dei titoli usano una formula tipo quiz per acquisire un like.

Quando chiuderanno le ultime edicole chi si preoccuperà di cercare notizie che possano smentire le versioni ufficiali dei governi? Chi proporrà le alternative? Ci sarà ancora spazio per le analisi politiche o l’informazione di base si baserà sui comunicati di governi e aziende dotate di feroci uffici stampa? Queste domande mi inducono a pensare che la vostra iniziativa sia davvero importante, bisogna recuperare un giornalismo più riflessivo e a questo punto chiamo tutti a riflettere: dobbiamo pretendere da chi scrive un giornalismo che ci dia gli strumenti necessari per capire la realtà ma anche i cittadini devono partecipare. Siamo sommersi da slavine di notizie e facciamo fatica a selezionare quelle buone da quelle cattive, occorre un’educazione all’informazione perché siamo tutti coinvolti. Auguri e buon lavoro.

Ai nostri ‘venticinque lettori’: il futuro di ‘La Riflessione Politica’

a cura della redazione

Oggi, se permettete, parliamo di noi. Il sito si è evoluto in testata giornalistica, ottenendo il numero di iscrizione al Registro della Stampa, dal Tribunale di Cagliari.

 Dobbiamo quindi, come sempre, riflettere: su questo nuovo corso, sulla valenza del giornalismo nel contesto attuale e sulle caratteristiche della nostra testata giornalistica. Che è di riflessione, quindi non  proprio di strettissima cronaca; e ciò che può sembrare un paradosso, vorrebbe essere un pregio, più che un difetto: noi, infatti, arriviamo un po’ più tardi sulla notizia, perché, appunto, riflettiamo.

Questo vuol essere il senso e la vocazione della nostra, ormai, testata giornalistica: non essere dentro ma sopra la cronaca, intesa come ‘politica’ in senso lato, secondo le indicazioni di Aristotele; indicazioni sempre presenti nel nostro sito e, quindi, a disposizione per chi volesse rileggerle.

Ogni articolo è stato, è, e sempre sarà, di riflessione: pacato, senza urlare, non vorrà sorprendere o creare allarmismi, colpire con toni particolarmente alti o sensazionalismi. Vorrbbe aiutare a capire, a leggere la realtà e a riscoprere l’importanza dell’analisi di fronte alla complessità, della profondità di fronte alla superficialità. Crediamo che, un giornale che abbia esclusivamente queste marcate caratteristiche, manchi nel variagato mondo dell’editoria. A questo fine, particolarmente preziosa vuole continuare a essere la sezione ‘Incontri’, con le sue interviste a personaggi di prestigio, per accompagnarci nella riflessione continua.

Ogni tanto il nostro giornale si schiererà apertamente, di fronte a eventi particolarmente gravi. Lo ha fatto in occasione dei femminicidi e delle violenze di genere, dell’aggressione della Russia contro l’Ucraina, quando si è trattato di difendere i più deboli e le minoranze. Ha sempre cercato di ricordare i martiri laici della nostra Repubbblica, soprattutto in occasione di ricorrenze e anniversari, seguendo il calendario civile che scandisce la nostra vita democratica.

Lo ha fatto con passione, sconfinata, per l’informazione, intesa come il dare forma a qualcosa, ‘forma’, a sua volta, intesa come bellezza. La bellezza della ricerca della verità, della riflessione come attività della ragione concepita come ‘logos’, e cioè come ordine, razionalità, principio della vita. Di una vita degna di essere vissuta, in quanto in atto all’interno di una comunità, secondo le regole della convivenza e a favore di queste regole: perciò, ‘politica’ .

Lo ha fatto con poche forze, perché le attività principali di chi scrive sono altre; e senza alcun sostegno economico, se non quello delle risorse personali. A volte lo ha fatto con l’aiuto di giovani talenti delle scuole secondarie di secondo grado, perché l’ideatore della testata, e alcuni di coloro che hanno scritto, sono docenti. E se, secondo Nelson Mandela, ‘un vincitore è un sognatore che non si è arreso’, proprio i giovani sono i destinari della seconda novità di ‘La Riflessione’. Da qualche giorno, infatti, tramite un link, è possibile effettuare una donazione al giornale. Per aiutare, in generale, la nostra testata, ma con l’obiettivo specifico- o per usare il così bel sostantivo scelto anche da Mandela, il sogno- di creare una redazione di giovani studenti: del quinto anno delle superiori e universitari, con particolare attenzione, in termini di offerta di possibilità di inclusione, ai ragazzi e alle ragazze speciali, con diverse abilità. Tutti, possibili, futuri giornalisti.

Questa è la traccia della nostra testata nel nuovo corso intrapreso, identica a quella che, da tre anni e mezzo, ha caratterizzato il nostro spazio. In realtà, vorremmo anche inaugurare un’altra novità: quella di far sì che i lettori e le lettrici partecipino alla vita del sito con le loro riflessioni, secondo lo stile che hanno imparato a conoscere leggendoci. Anche se, chiaramente manzonianamente parlando (ma i numeri son sempre stati piccoli…), solo venticinque, voi lettori, con le vostre riflessioni, per noi non solo sarete sempre importanti ma potreste anche diventare protagonisti della nuova testata giornalistica. L’indirizzo email è sempre presente nella pagina di apertura: sarebbe bello rispondeste a questo appello così ‘politico’ .

Dalla Thyssen Krupp, a Luana D’Orazio a Brandizzo: le inaccettabili stragi sul lavoro in Italia

di Marco Marini

Brandizzo (Torino) 31 agosto 2023. Travolti cinque operai che effettuavano la manutenzione della rete ferroviaria da un treno che viaggiava alla velocità di 160 km/ora. Questa è l’ultima notizia tragica sulle morti sul lavoro.

Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Istituto INAIL nei primi cinque mesi del 2023 sono state 358, sei in meno rispetto alle 364 registrate nel periodo gennaio-maggio 2022, 76 in meno rispetto al 2021, 74 in meno rispetto al 2020 e 33 in meno rispetto al 2019. Sembrerebbero cifre confortanti, 6 morti in meno rispetto allo stesso periodo del 2022. Quindi siamo tutti più tranquilli?

Non direi. Abbiamo seguito qualche trasmissione sul fatto citato. Un giornalista di Libero ieri a LA7 se non sbaglio ha affermato che la dobbiamo smettere di incolpare  sempre il datore di lavoro per gli infortuni sul lavoro dei propri dipendenti. E’ un atteggiamento arrogante e colpevole quanto le mancanze di certi datori di lavoro. Esiste una legge, che ci piaccia o meno, Il Decreto Legislativo 81 del 2008, che regola la materia anche per ciò che riguarda la prevenzione non solo l’aspetto sanzionatorio. Il decreto è un recepimento nella nostra Legislazione di una norma europea.

Quindi non è una legge fatta dalla “sinistra” per danneggiare i datori di lavoro. E’ vero che la prevenzione contro gli infortuni sono un costo per l’imprenditore, ma lo è di più per tutta la comunità. Immaginate le indennità, le pensioni e quant’altro erogati da INPS e INAIL a favore di invalidi o peggio alle famiglie dei morti sul lavoro. Perché dobbiamo pagare noi per coloro che non hanno fatto rispettare la legge. E’ vero, anche i lavoratori sono spesso distratti, ma dobbiamo vedere se non abbiano dovuto sottostare a tempi lavorativi che rasentano il cottimo per poter rispettare i termini di un contratto. L’altro giorno un rappresentante del Governo si vantava di aver “scoperto” migliaia di false partite IVA, cioè lavoratori a fattura che erano tutto fuorché liberi professionisti, cioè lavoravano presso un imprenditore, con gli strumenti da esso forniti, con orari imposti dallo stesso ed in più con un costo per il lavoratore “autonomo” non indifferente.

E’ vero il costo del lavoro è alto in Italia, ma nel resto dell’Europa si vedono stipendi più alti dei nostri e Welfare (stato sociale) migliore dei nostri. Un’idea l’avrei: ridurre le tasse sul lavoro e trasferire una parte di queste al lavoratore. Poi volendo esagerare potremmo trasformare il sistema assistenziale e previdenziale da pubblico in privato con delle assicurazione che garantiscano la malattia, le assenze dal lavoro e una pensione decorosa. Questo Governo è da un anno che parla di non gravare sui datori di lavoro, di cuneo fiscale, di riduzione delle tasse etc. ma ancora stiamo aspettando. Vorrei far presente che l’idea illustrata prima è attuata dal sistema anglosassone (Svizzera, Germania, Gran Bretagna) ed in parte dagli Stati Uniti d’America, garantendo un minimo di assistenza pubblica a coloro che vengono esclusi dal mondo del lavoro. Ricordo che qualche tempo fa l’indennità di disoccupazione era più alta di uno stipendio medio. Ma non poteva durare più di sei mesi (negli USA). Il controllo sulle Assicurazioni viene effettuato dal Governo.

Il sistema previdenziale italiano è in affanno per varie ragioni, troppi pensionati, ma l’età media della nostra popolazione sta avanzando. Siamo il secondo paese più vecchio dopo il Giappone nel mondo industrializzato occidentale. Ricordo che il sistema previdenziale era in attivo qualche anno fa mentre quello assicurativo (Cassa Integrazione) era in deficit. Certo se la FIAT, per decenni, al rientro delle vacanze estive (agosto) metteva in cassa integrazione qualche centinaia di migliaia di lavoratori non solo delle proprie fabbriche ma soprattutto dell’indotto, cioè quelle ditte che fornivano i pezzi alla FIAT il conto è presto fatto. Io credo nella concorrenza dove se non ce la fai a restare nel mercato ne vieni escluso, non c’è niente di “comunista” o “capitalista” in questo. Sono le semplici regole del mercato. Che i nostri imprenditori, non tutti s’intende, non vogliono rispettare.

E’ per questo che hanno succhiato il latte a questa vacca che è lo Stato, ma ora come si diceva in uno slogan di una vecchia trasmissione “Bambole non c’è una lira”. Il mondo è cambiato Cina, Brasile, India sono dei competitori agguerriti e tecnologicamente in grado di giocare le proprie carte nello scacchiere economico mondiale. Secondo me, la loro ascesa è anche stata causata da una cattiva visione di certa imprenditoria mondiale che ha sottovalutato l’ascesa delle suddette nazioni. Che tra l’altro vantano una popolazione molto più giovane della nostra. Ho letto qualche giorno fa che l’età media a Cagliari è di 55 anni !!! Come disse il comandante dei vigili del fuoco di Cagliari “…. Come posso chiedere ad un collega sessantenne di correre sulla scala dell’autopompa ed intervenire in un incendio ?..”

Tornando al lavoro ed alla sicurezza, non dimentichiamo i morti della Thyssen-Krupp bruciati vivi perché gli estintori erano vuoti. O Luana D’Orazio uccisa dal macchinario orditorio per filati in provincia di Prato nel 2021. E tanti altri lavoratori. Stiamo aspettando ancora un lavoro per tutti come dice la nostra carta costituzionale, un lavoro dignitoso. Molti non chiedono il reddito di cittadinanza, ma semplicemente un lavoro. Stiamo ancora aspettando il famoso MILIONE di posti di lavoro di berlusconiana memoria (che poi si sono trasformati in migliaia di finte PARTITE IVA, ops torniamo al discorso di cui sopra). E soprattutto qualificare e riqualificare i lavoratori ed adattarli alle nuove esigenze dell’economia, alle nuove tecnologie.

Ma la vedo un po’ in salita vista la nostra scuola sempre più scollegata dal mondo del lavoro, vista l’età degli italiani. Oggi dicono facciamo entrare gli stranieri qualificati ne abbiamo bisogno….. dicono. Se ne sono accorti ora?

Conosco un’infermiera che proviene dall’est europeo, nella sua patria era un medico, ma il suo titolo non venne riconosciuto in Italia. Poi ci meravigliamo se le nostre giovani menti scappano all’estero.

I nostri ragazzi nell’estate: storie di eroismo e violenza

di Daniele Madau

L’estate 2023; l’estate che con un ultimo colpo di coda sta, imperterrita, per lasciarci, mentre noi avvertiamo ancora il desiderio di vacanze, ha avuto dei fili rossi, che possiamo ricondurre a un unico, ben visibile, filo conduttore: il futuro dei ragazzi. Con esso, il problema dell’esempio degli adulti e dell’educazione, e, prima ancora, della natalità e della presenza stessa, nel tempo a venire, della gioventù.

Tra meno di un mese, in occasione della riapertura delle scuole, parleremo di loro, dei ragazzi e delle ragazze, per un giorno e poi basta. Tutto verrà,poi, delegato proprio alla scuola. Conosco da vicino il mondo scolastico e posso dire che la scuola ha spalle larghe, reggerà ancora tutte le responsabilità che la società e il mondo politico le caricheranno sulle spalle, ma questo porterà con se il rischio, che è già una certezza, delle deresponsabilizzazione delle altre componenti del mosaico della società.

Alcuni giorni fa, sul ‘Corriere della Sera’, ho letto due articoli che auspicavano come la scuola dovesse abituare i ragazzi ‘a sopportare il rifiuto’ all’interno di una relazione affettiva e, per aiutare le famiglie, essere aperte anche in estate.

Tralascio la prima indicazione che da sè mostra come anche da parte dei giornalisti, degli studiosi, di tutti coloro che dovrebbero riflettere sui modelli educativi , la famiglia non sia neanche contemplata, presa in considerazione: questo testimonia, da un lato, l’invisibilità che, ormai, avvolge le famiglie; dall’altro contribuisce, come in un corto circuito, a questa deresponsabilizzazione che ammanta d’invisibilità quella che, costituzionalmente e culturalmente, è il primo luogo degli affetti e del rapporto educativo.

La seconda indicazione, che con intervalli regolari ritorna spesso nella riflessione, testimonia poca conoscenza sull’argomento: la scuola, del resto, è uno di quegli argomenti sui quali parlano tutti, meno che i principali protagonisti: gli insegnanti e gli studenti.

La scuola è, in primis, il luogo della trasmissione del sapere anche se, certamente, in una comunità educante: non è il luogo in cui le famiglie possono lasciare i ragazzi in estate, e in generale tutto l’anno, affinché vengano controllati durante il loro orario di lavoro.

E’ una definizione che, all’inizio, può far storcere il naso, poiché si pensa subito ai tre mesi di vacanza degli insegnanti, e dei studenti. Riflettendo più a fondo, tuttavia, si capisce come questa urgenza di sostegno alle famiglie in estate dipenda dal fatto che lo Stato, attraverso i comuni, non metta a disposizione altri luoghi, come i centri estivi, questi sì prettamente deputati alle attività extrascolastiche. Certamente si possono usare anche le scuole ma non gli insegnanti, che hanno un’altra funzione, ormai sempre più sbiadita nella considerazione generale.

Nel caso si volessero adoperare gli edifici scolastici, tuttavia, bisogna considerare che sono privi -tranne che negli uffici -di impianti di condizionamento. L’impiego estivo, quindi, andrebbe preceduto anche da un ripensamento degli spazi e delle dotazioni.

Anche quando, poi, la scuola compie semplicemente il proprio compito e dovere secondo le proprie prerogative e competenze, viene messa in discussione e posta ‘sub iudice’ : è di questi giorni la riammissione alla seconda media da parte del Tar di una ragazza che non era stata ammessa a causa di sei insufficienze.

Anche questa decisione, come ogni aspetto, meriterebbe un approfondimento. La soluzione, quindi, è più complessa, deve essere più complessa: e tutti dobbiamo sentirci coinvolti, nessuno escluso. Inoltre, la soluzione è urgente, ineludibile, non rimandabile: ne va del futuro nostro e del nostro Paese, del futuro e del benessere dei ragazzi: a volte della loro stessa vita.

Immedesimiamoci in uno di loro: forse non l’abbiamo mai fatto. Immaginiamo di avere sedici anni, o meno.

La nostra musica potrebbe essere forse soltanto la rap o la trap, nel caso non ci fosse in casa o tra le amicizie qualcuno che ce ne facesse conoscere altre: di sicuro la scuola, in questo caso, non potrebbe fare molto. Pensiamo ai testi di alcune delle canzoni di questi generi o al messaggio che quel mondo vuole trasmettere in generale: si va dalla rivendicazione del successo – contenuto originario del genere rap – alla rivendicazione della ricchezza, alla rivendicazione del proprio potere sul genere femminile. Qualsiasi ricerca sui testi confermerebbe quanto scritto: la mia non è e, soprattutto, non vuole essere una posizione moralista.

Su questo, in un giorno in cui avevo necessità di confronto e condivisone, ho parlato con Ernesto Assante, critico musicale tra i più autorevoli, giornalista e studioso della storia della canzone. Secondo il suo parere, gli esponenti di questi generi musicali testimoniano il modello di persone che, pur non avendo qualità o talenti particolari, riescono ad avere successo, a diventare protagonisti. Di per sè questo messaggio non è del tutto negativo. Quando, però, si passa ai testi, a quelli violenti, volgari, superficiali, sessisti, il messaggio diventa di per sè un incitamento a queste devastanti pratiche. E non si hanno armi di difesa, non si sa come reagire e cosa proporre in alternativa.

Da soli, infatti, non si può realizzare nulla: da soli – come individui interessati, famiglie, scuola – si può solo assistere a crimini come lo stupro di Palermo, chiaramento ripreso col cellulare, in cui sette ragazzi di età media inferiore ai vent’anni hanno infierito a turno e a ripetizione su una giovane ragazza.

Se io avessi sedici anni cosa penserei? Credo – davanti a casi del genere – che vorrei prevenzione, repressione e pena. Poi, però, sono gli adulti che devono decidere e da adulto penso che, su un totale di 100, la prevenzione debba avere la parte preponderante, almeno 60.

Prevenzione. La prevenzione ha due attori principali: lo Stato e la famiglia. Mentre la famiglia può attingere anche a sostrati socio – culturali che possono causare forme educative sbagliate o devianti, lo Stato ha il dovere di garantire azioni e quadri normativi destinati alla prevenzione, tramite la cultura del rispetto e della legalità. Azioni dedicate a tale scopo potrebbero essere l’attivazione di sostegni alla famiglie tramite corsi, destinati ai ragazzi, di educazione all’affettività, alla sessualità, alla solidarietà. Come si può subito notare, azioni del tutto inesistenti in Italia: anche quando, poi, questi vengono ipotizzati, si pensa subito di delegarli alla scuola la quale, comunque, dovebbe sentire il parere dei genitori. Sembra non esista ambito educativo al di fuori della scuola. Sembra che i professori possano o debbano essere esperti o competenti in ogni materia o disciplina.

Questo aspetto di competenza, invece, dovrebbe essere peculiare della classe politica; tuttavia, purtroppo, riscontriamo frequentemente incompetenza che, a volte, si accompagna a prese di posizione pubbliche imbarazzanti.

Pensiamo ai politici che hanno difeso le idee del generale Vannacci invocando la libertà d’espressione, ben sapendo che queste idee ledevano gli articoli 2 e 3 della Costituzione: o, forse, non sapendolo, fatto che sarebbe più grave. Così, mentre da noi alcuni esponenti partitici difendevano l’indifendibile, mentre da noi venivano assolti dei ragazzi dall’accusa di stupro in quanto – pur avendo ricevuto un rifiuto- avevano frainteso questo rifiuto, in Spagna veniva approvata una legge seria sulla violenza sessuale, simile a quella dei paesi Scandinavi, in cui viene considerato reato ogni atto che non viene esplicitamente approvato dal partner.

Questa è la strada ma, come detto, sembra manchi la competenza.

Del resto, quanti politici hanno attaccato Michela Murgia quando invocava uguale dignità e diritti per tutti, a prescindere dai loro orientamenti o inclinazioni? Ecco, se avessi sedici anni leggerei gli scritti di Michela Murgia: magari non sarei d’accordo su tutto, soprattutto sui modi del suo proporre le idee. Sarei, però, a esempio, incuriosito anche dalla sua modalità di essere cattolica, così divergente, nuova, non tanto distante, come potrebbe sembrare a prima vista, dalla modalità di papa Francesco e dei giovani della GMG di Lisbona.

La strada, dunque, è una sola: quella di ricreare una comunità educante, in cui ognuno si assuma le proprie responsabilità. Stato – con le sue propaggini della scuola, dei partiti, dei comuni, della magistratura – e famiglia- o famiglie – non più lasciata sola possono pensarsi solo insieme nella sfida educativa dei ragazzi. E a questi bisogna aggiungere lo sport e il volontariato. Serve uno sforzo improcrastinabile: lo dobbiamo a loro, al nostro futuro, i ragazzi che, nonostante tutto, sono capaci di gesti di eroismo, come quello di Anna Lorenzi che, a vent’anni, ha perso la vita per salvare il fratellino.

Dalla fortezza esclusiva del ‘Cala di Volpe’ a Orgosolo dipinta, da Mamoiada antica ad Arborea giovane, a Laconi ricca: reportage dalla Sardegna degli opposti, con guide e incontri mutevoli

di Daniele Madau

La tradizione del ‘viaggio in Sardegna’ , terra esotica e selvaggia a portata di mano, per un mito difficile da scalfire -addirittura ‘quasi un un continente’ – , è lunga e consolidata. Da Lawrence a Carlo Levi a Vittorini, in tanti hanno voluto vivere e descrivere, avventurarsi e raccontare questo mito che, come tutti i miti, vuole raccontare una verità. La verità è, per esempio, che al ‘Cala di Volpe’ di Porto Cervo, dopo pochi minuti in cui abbiamo studiato gli interni, io e Bachisio Bandinu – cantore critico della Costa Smeralda -siamo stati mandati via. La verità è, a esempio, la bellezza dell’incontro con persone che vogliono provare a recuperare una memoria che ha ancora moltissimo da svelare e insegnare, come Lena, la figlia di Peppino Marotto. La verità è…

Arborea, lo stagno S’ena arrubia
Laconi, il Museo dei Menhir
Laconi, il castello Aymerich, all’interno dell’omonimo parco
Mamoiada, il Museo delle maschere tradizionali
Scorcio di Orgosolo. Bachisio Bandinu ossserva il murale di Serafino Spiggia
Porto Cervo, la celebre piazzatta sulla spiaggia

La verità è che il viaggio, seppur minimo – come questo che racconterò – è lenitivo. Riscatta dal dolore, dalla quotidianità per forza asfittica, dalla solitudine che lasci nelle tue mura domestiche, augurandoti che al tuo ritorno non ci saranno più, o saranno più lievi o le affronterai meglio. La verità è che, quasi sempre, è così.

Viaggio minimo perché ristretto entro i confini della mia terra, la Sardegna: circa 1000 chilometri in auto; mezzo, forse, non pertinente per l’idea romantica dei viaggiatori, quelli che hanno teorizzato il ‘Viaggio in Italia’ ma che ha permesso di raggiungere in pochi giorni le tappe previste. Eppoi, la mia anima ecologista è sempre rassicurata dal fatto di avere un’autovettura a GPL , anche se si può fare di più: l’obiettivo, a medio termine, è l’elettrica. E, comunque, il pegno l’ho pagato: piccolo – oddio, non tanto piccolo, come ho scoperto dal perito assicurativo – incidente a Nuoro e due ore perse che sapevano tanti di inverno, città in cui vivi e che volevi momentaneamente dimenticare, burocrazia, ansia.

Viaggiare significa andare verso l’altro, farsi altro: di vacanza, di lavoro, di studio, per incontrare qualcuno, il viaggio, per essere tale, deve avere una caratteristica imprescindibile: modificare – come fa un sacramento che imprime, agisce sull’anima – la personalità che, nell’incontro con ciò che è altro, deve cambiare: cioè, arricchirsi.

Il viaggio è un sacramento: accompagna da sempre la vita dell’uomo. Dagli argonauti in poi. I grandi maestri hanno insegnato camminando, come Gesù e Socrate.

Se poi la meta è la tua terra, la finalità deve essere per forza diversa: come per la persona amata, il viaggio è conoscenza delle sfumature, delle bellezze, delle bruttezze e, alla fine, si conferma la scelta per la vita o si prendono in considerazione altre strade.

A questo punto, è chiaro un altro elemento essenziale: l’accompagnatore. Parte integrante del viaggio, del sacramento, dell’altro. Può essere anche te stesso.

Al chilometro 81 della 131 c’è il bivio per Arborea. Arborea è un nome di resistenza post-fascista – prima era Mussolinia di Sardegna – e, con la sua architettura veneta e padana, echeggia di sudori mischiati dal nord d’Italia alla nostra isola e coi suoi pini che lambiscono lo stagno ricco di sfumature di colori, ‘S’ena arrubia’, è un’immagine di rinascita pacificata, dagli acquitrini e dalla malaria. E’ un pezzo di un altro mondo che ora è un pezzo di Sardegna, silenzioso, quasi inosservato ma da osservare, che racconta di convivenza di cognomi veneti e di Campidano sardo, di una giovinezza d’esistenza, fondata nel 1928, che sembra conoscere la bellezza delle diversità.

Spostandosi longitudinalmente verso il centro della Sardegna, andiamo a Laconi, la perla del Sarcidano che è perla della Sardegna. Laconi significa ‘fossa d’acqua’ ma il paese è antitetico rispetto alla sua etimologia: si eleva verso il cielo come la montagna del Purgatorio, perché in cima ha il paradiso terrestre, di ombra, alberi rari, laghetti, cascate, silenzi, castelli medievali. Il parco Aymerich. Alle sue pendici, invece, il mistero della morte e degli inferi, inciso nei capovolti dei menhir del museo. Puntellato nei suoi lati panoramici e d’abissi da statue di Maria e S.Ignazio, Laconi è un mistero, perché la sua bellezza, la sua ricchezza di sfumature di cultura, non ha evitato lo spopolamento e l’invincibile desiderio di andar via, fuggire dalle sue meraviglie che non danno lavoro. Una dannazione che si irradia alla Sardegna tutta, bella di purezza da contemplare, morire di struggente nostalgia e di ricordi da lontano, da oltre il mare.

Il mare smeraldo, suggestione di lusso e ricchezze. La spiritualità di Laconi si trasfigura in cicatrici di vita mondana e l’immortalità serena della beatitudine celeste cede all’affannosa ricerca dell’immortalità del benessere terreno. Come il ritratto di Dorian Gray si carica delle bruttezze della vita del protagonista, così la Gallura si è caricata dell’illusione della perennità immobile del privilegio del turismo. Ricorrono i 60 anni dalla fondazione della Costa Smeralda, che è passata di padrone in padrone: Aga Khan, arabi, americani, russi. E spadroneggianti, come Marta Marzotto, Berlusconi, Lele Mora: più sardi dei sardi, secondo le loro standardizzate definizioni. Mi accompagna un Virgilio, Bachisio Bandinu, la cui opera di studio critico su questo angolo artificiale è stata letteralmente bandita. Si muove a suo agio, con la placidità e la leggerezza dell’esperienza e del pensiero acuto. La piazzetta è immobile sotto un qualuque sole di luglio, poco frequentata, circondata da archi e scale, negozi e colori pastello di un anonimo mediterraneo, che potrebbe avere casa dalla Grecia all’Andalusia. Si potrebbe pensare a una ‘Creuza de mä’ architettonica, ma la prospettiva di De André era di unire attraverso una lingua mediterranea, non di escludere attraverso l’esclusività. La spersonalizzazione è il danno e l’offesa più grande che si potrebbe arrecare a un popolo perennamente in cerca d’identità, come i sardi: e così stiamo ancora chiedendoci, mentre ci è stata rubata l’anima, se l’operazione Costa Smeralda sia stata positiva o negativa. Leggo cosa ha scritto sull’ ‘Unione Sarda’ Giorgio Fresu in questi giorni, consigliere comunale di Posada: ‘Ora l’Aga Khan non c’è più. E’ stato lasciato andar via nell’indifferenza generale, senza pensare che con lui la Sardegna avrebbe sicuramente goduto di altri territori di pregio, in totale ossequio alla tanto amata e declamata sostenibilità’. Mi fa riflettere, eppure avverto come qualcosa che non mi convince, come quel fascino da canto di sirene che avverto a fianco alla chiesa ‘Stella Maris’, davanti allo ‘Yatch Club’. E così mi turo le orecchie, che riapro al suono dei vecchi nomi galluresi: ‘Liscia di vacca’, il cui significato, ‘merda di vacca’, tradisce l’origine dai pascoli e risuona come un riso sardonico di sbeffeggio alla bella vita notturna, di Di Caprio e Mbappé.Il gallurese è solare, liquido, rotondo, poetico. Bellissimo.Al ‘Cala di volpe’ Bachisio mi intima di non dire o chiedere nulla, far finta di niente e di entrare e girare per la ‘hall’; ma io non riesco, l’educazione è più forte della curiosità e, all’accoglienza, chiedo il permesso di dare uno sguardo. Ci viene accordato ma, poco dopo aver ritrovato la stessa – a questo punto banale anche se cuelliana (gli interni sono stati pensati da Cuelle) – architettura e disposizione della piazzetta e aver varcato la soglia della terrezza a mare, prima uno dei tre vigilantes armati, poi una responsabile ci invitano ad andar via, parole sue, ‘per non inquietare i clienti’.

Un’altra porta, invece, si apre, a Orgosolo. Quella di Lena Marotto, figlia di Peppino, ucciso 15 anni fa, in pieno giorno, senza colpevoli. Poeta, sindacalista, saggio. Mito per Elio e Tonino Cau dei Tenores di Neoneli, con cui ne ho parlato.Con lei proviamo a recuperare la sua memoria, con fatica e delicatezza, perché nessuno vuole parlare troppo e tutti vogliamo lasciare un silenzio di rispetto e pudore che non è, però, d’omertà. Ci lasciamo con la promessa di recuperare alcune sue carte inedite e aiutare, così, Orgosolo a risollevarsi. In effetti, è già in piedi, piena di turisti come Porto Cervo era, invece, vuota. Turisti colorati tra le mura colorate che danno sulla valle. E se a Porto Cervo vinceva l’inazione e l’inanità, qui, all’opposto, c’è ancora il sentore della rivoluzione pacifica di Pratobello e, come davanti alle tombe dei grandi per un romantico, davanti alle scritte senti il coraggio crescere e farsi forte. Come davanti al murale di Serafino Spiggia, dal profilo di roccia, prima sconosciuto ora conosciuto, nuovo, aedo di questo paese d’arte e dolore. Grande è stata la sua amicizia con Bachisio Bandinu, che, inaspettatamente, se lo ritrova davanti, trasfigurato.

Mamoiada è a due passi e Bachisio insiste per entrare al ‘Museo delle maschere mediterranee’: mi lascio convincere, anche se l’avevo già visitato. Paga i biglietti e saliamo al primo piano, dove si vive il primo momento: la visione di un filmato sul significato e l’origine dei Mamuthones. Scopro che la voce narrante, e i testi, sono i suoi ed bello avere questo privilegio di ascoltarli insieme. Mentre esce, lo fermano e gli chiedono una foto alcune ragazze della cooperativa che gestisce il museo: e qui, forse, la dannazione della Sardegna sembra arretrare e Mamoiada antica, ancestrale, mascherata, divinizzata sembra avere un futuro, tra il patriarca Bachisio e le giovani studiose.Torniamo a Cagliari col il segno dell’incidente sulla portiera sinistra: un altro segno visibile – filo diretto del racconto, quello dei segni impressi -della precarietà dell’andare, dell’anima che si fa cammino, senza pace se non quella a cui aspirare. Sarebbe stato meglio una vacanza normale, seduto davanti al mare a leggere e a rinfrescarmi ogni tanto i piedi? Non so: arriverà anche quella, ma solo dopo aver concluso un altro cammino.

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