Lo splendore e la miseria della vita e del calcio nei mondiali del Qatar

di Daniele Madau

Sono i giorni dei mondiali di calcio in Qatar, durante i quali gli appassionati avvertono il dissidio causato dal piacere nel vedere le partite e, contemporaneamente, dall’amarezza -se non l’aperta ribellione – nel pensare a quanto siano costati in termini di vite umane e violazioni di diritti. Non dovremmo pretendere da noi prese di posizione definitive ma una riflessione, come sempre in questo sito: questa volta guidati da maestri come Brera, Galeano, Soriano. Con loro scopriremo come Maradona “giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto” con una successione di verbi – ne son certo – tratta da Manzoni e Napoleone “cadde, risorse e giacque”. La riflessione di oggi è interamente tratta dal sito “Storie di calcio”: la consiglio a tutti gli appassionati, del calcio e della letteratura.

“Il calcio è straordinario proprio perchè non è mai fatto di sole pedate. Chi ne delira va compreso, non compatito; e va magari invidiato. Il calcio è davvero il gioco più bello del mondo per noi che abbiamo giocato, giochiamo e vediamo giocare” (Gianni Brera)

Il calcio per sognare. Il calcio come arte, religione e bellezza. Il calcio come linguaggio comune, modo per riconoscersi e ritrovarsi. Il calcio, figlio del popolo, che non deve cedere alle lusinghe dei potenti, di chi vuole trasformarlo in strumento per produrre denaro, uccidendo la fantasia e l’innocenza.

Eduardo Galeano, grande scrittore uruguayano, tifoso appassionato e calciatore mancato («Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese»), ci guida, con il suo «Splendori e miserie del gioco del calcio» (Sperling & Kupfer), nel mondo magico del football.

Con un’avvertenza: non fidatevi dell’enfasi retorica intorno al pallone, non fidatevi dei dittatori quando vi vogliono illustrare, con la complicità di un Mundial, il finto benessere del loro paese.Galeano cita la Coppa del mondo in Argentina nel 1978, nel tempo triste e crudele di Videla, dei desaparecidos, delle mamme di piazza di Maggio: «Parteciparono dieci paesi europei, quattro americani, Iran e Tunisia. Il Papa inviò la sua benedizione. Al suono di un amarcia militare, il generale Videla decorò Havelange durante la cerimonia di inaugurazione nello stadio Monumental di Buenos Aires. A pochi passi da lì era in pieno funzionamento la Auschwitz argentina, il centro di tortura e di sterminio della Scuola di meccanica dell’esercito. E alcuni chilometri più in là, gli aerei lanciavano i prigionieri vivi in fondo al mare».

Il Sudamerica è il continente delle laceranti contraddizioni: bene e male, miseria e nobiltà, oro e fango, tutto e niente. Dove il football, per davvero, diventa metafora della vita: sentimenti e ribellioni si celano dietro un dribbling, un gol, un gesto estetico. I grandi scrittori sudamericani hanno spesso utilizzato il pallone per raccontare i disagi del quotidiano, per denunciare le malefatte di politici e militari senza scrupoli, per mettere a nudo, con malinconica ironia, il malessere della società.

Maestro, in tal senso, è stato il sempre più compianto Osvaldo Soriano. L’autore di «Triste solitario y final», giocatore di buon livello in Patagonia («Quando ero adolescente, l’unica cosa che mi interessava era giocare a calcio. Nessuno mi disse mai che avrei potuto essere un buon giocatore, ma i miei compagni di squadra confidavano nella mia indole di goleador»), ha criticato l’Argentina del potere militare facendo scendere in campo i suoi improbabili, straordinari assi, sottili fustigatori del regime grazie a un calcio di rigore, a un match impossibile. Come dimenticare, ad esempio, la partita Argentina-Inghilterra a Puerto Argentino all’epoca della guerra delle Malvinas, oppure il figlio di Butch Cassidy arbitro di un match tra comunisti e socialisti nella Terra del Fuoco?

Il calcio, dunque, è in grado di diventare simbolo della giustizia, mezzo per esprimere il disagio di vivere, per condannare la violenza e l’oppressione. Gli scrittori sudamericani si sono impossessati, con letteraria abilità, del pallone. «Perché – avverte il brasiliano Edilberto Coutinho – lo scrittore scrive sempre delle sue passioni. E l’uso che in certi casi le dittature fanno del calcio non invalida il gioco, la forza magica della sua bellezza e della sua emozione, che continuano a prevalere. Perché il calcio, come la letteratura, se ben praticato, è forza di popolo. I dittatori passano. Passeranno sempre. Ma un gol di Garrincha è un momento eterno».

Eduardo Galeano raccoglie tutte queste denunce, tutti questi concetti in «Splendori e miserie», muovendosi su due piani narrativi: da una parte, il pallone come mistero agonistico e galleria di assi; dall’altra, il pallone come fenomeno culturale e sociale, come territorio ambito dai potenti per le loro ciniche scorribande politiche e finanziarie. Lo scrittore effettua una sintesi perfetta dei varimondifin dalle prime pagine, ipotizzando la possibilità di una salvezza: «La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. A mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare. In questo mondo di fine secolo, il calcio professionistico condanna ciò che è inutile, ed è inutile ciò che non rende. E a nessuno porta guadagno quella follia che rende l’uomo bambino per un attimo, lo fa giocare come gioca il bambino con il palloncino o come gioca il gatto col gomitolo di lana. Il gioco si è trasformato in spettacolo, con molti protagonisti e pochi spettatori, calcio da guardare, e lo spettacolo si è trasformato in uno degli affari più lucrosi del mondo, che non si organizza per giocare ma per impedire che si giochi. La tecnocrazia dello sport professionistico ha imposto un calcio dipura velocità e forza, che rinuncia all’allegria, che atrofizza la fantasia e proibisce il coraggio. Per fortuna appare ancora sui campi di gioco, sia pure molto di rado, qualche sfacciato con la faccia sporca che esce dallo spartito e commette lo sproposito di mettere a sedere tutta la squadra avversaria, l’arbitro e il pubblico delle tribune, per il puro piacere del corpo che si lancia contro l’avventura proibita della libertà».

E ce ne sono, di sfacciati con la faccia sporca, di campioni senza età e senza tempo, nel libro di Galeano: come Artur Friedenreich (uno degli idoli di Jorge Amado) o come lo stesso Diego Armando Maradona che «giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto». Ma la grandezza dello scrittore uruguagio sta nel fatto di schierare, in un ideale campo che è poi la vita, personaggi così diversi tra loro, ma uniti da quel filo conduttore che è ilpallone: Salvador Allende e Humphrey Bogart, Roberto Baggio e Henry Kissinger, Pier Paolo Pasolini e Marilyn Monroe, Karl Marx e Benito Mussolini, René Higuita e Adolf Hitler.E al termine del match, resta il calcio, mistero senza fine bello. Come ci indica Galeano: «Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia».

Se si vuole sognare, bisogna farlo fino in fondo

di Alice Porcu

La riflessione di oggi è tutta dedicata al futuro e a come costruirlo al meglio: sui sogni dei ragazzi. Questa è la storia di Alice, dalla Sardegna a Londra, con la speranza che l’Italia, certi sogni, li sappia coltivare ed esaudire.

“Ma quindi hai già qualche idea su cosa fare nel tuo futuro?”
Non saprei dire con certezza quante volte mi è stata fatta questa domanda, e allo stesso modo non saprei nemmeno dire quante risposte ho dato che, ripensandoci ora, erano davvero assurde.
Durante la vita siamo chiamati a compiere delle scelte che influiranno nel percorso della nostra vita in modo più o meno importante; una di queste, nonché una delle più temute da tutti i giovani studenti, è il percorso successivo alla maturità. Cosa fare dopo il liceo? Quale lavoro mi piacerebbe fare? Quale corso soddisferebbe maggiormente le mie aspirazioni?
Queste sono solo alcune delle domande che affollavano la mia mente prima di prendere la mia decisione, ma che sono sicura siano sopraggiunte a tutti gli studenti che mi hanno preceduto e persisteranno anche per coloro che vivranno in un avvenire molto lontano. In fondo, fa parte della natura umana porsi delle domande su cosa ci aspetterà nel futuro. Magari non tutti tendono a fare piani a lungo termine, ma vi sarà capitato sicuramente di chiedervi cosa mangerete nel prossimo pasto (almeno, io sono appassionata al cibo, quindi mi succede un sacco di volte).
Ebbene, come accade spesso nella vita, nessuna di queste domande mi ha condotto dove sono ora. Sarebbe un azzardo dire che il caso mi ha portato qui, tuttavia una buona dose di fortuna è sempre necessaria anche alle persone più caparbie.
Ma innanzitutto vorrei presentarmi: mi chiamo Alice, ho diciannove anni, e in questo momento mi trovo nel cuore di Londra, questa grande città vibrante, piena di colori e rumori, per studiare nell’università dei miei sogni: la LSE – London School of Economics and Political Science.
Se tornassi indietro nel tempo e dicessi alla Alice di un anno fa che tra un anno si sarebbe trovata qui, probabilmente quella versione di me si farebbe un bel po’ di grasse risate. Insomma, sono qui da ormai due mesi ma tutto quello che è successo mi sembra ancora incredibile, come se stessi vivendo in una fiaba o in un sogno.
La verità è che nonostante la famigerata domanda sul futuro inizi a essere posta sin da quando si è piccoli, niente può preparare al momento vero e proprio in cui si è chiamati a prendere quella decisione. Infatti, nonostante sia una persona a cui piace fare piani a lungo termine, persino io non sono riuscita a decidere con largo anticipo cosa avrei voluto fare, perché un anno fa non ero affatto decisa su cosa sarebbe stato del mio futuro. Anzi, oserei dire che non avevo proprio alcuna certezza. Quando mi veniva chiesto cosa volessi fare mi sentivo come se fossi stata a bordo di una nave non equipaggiata in balìa alla tempesta. Sono una persona a cui piace tenersi
tutte le opzioni aperte e valutarle bene prima di prendere una decisione, perché una volta presa difficilmente cambio idea. Sin da piccola immaginavo come un sogno lontano e irraggiungibile di andare a studiare all’estero, confrontarmi con persone molto diverse da me, mettere alla prova i miei limiti. Mi ha sempre stuzzicato l’idea di fare questo “passo avanti”; ma quando ci si trova sul punto di dover valutare concretamente la possibilità entrano in gioco mille fattori che fanno dubitare anche le cose più semplici. Dopotutto, ci sono persone che si preparano anni per questo momento, e io non sapevo neanche che cosa avrei voluto studiare esattamente o che
lavoro avrei voluto fare. Sono sempre stata una ragazzina molto curiosa, e la mia curiosità mi spinge a esplorare e a appassionarmi di tante cose diverse, ma nel momento in cui bisognava prendere una sola decisione sembrava che questa curiosità fosse più una maledizione che un bene. Non ero sicura di cosa mi piacesse esattamente fare; non ero sicura delle vesti in cui mi sarei immaginata nel lavoro; non ero sicura che ciò che mi sarebbe magari piaciuto studiare mi avrebbe altrettanto appassionato per una professione e viceversa. L’unica cosa che sapevo era che avrei voluto provare qualcosa di nuovo, una ventata d’aria fresca come si suol dire. Ricordo
molto bene il giorno in cui, circa a fine estate prima dell’inizio del mio quinto anno, comunicai la mia decisione ai miei genitori; andare a studiare all’estero era progetto troppo grande per essere realizzato in tre mesi e mezzo, perciò mi sarei attenuta a una laurea triennale in Italia e a un master all’estero successivamente. Avrei dovuto iniziare a prepararmi prima considerando che la maggior parte delle domande scadevano a fine dicembre o inizio gennaio e la valanga di documenti da preparare era soverchiante. Provengo da una famiglia molto semplice, e anche se posso dire di aver vissuto un’infanzia più che felice con tutto ciò che potessi desiderare avevo
sempre bene a mente che dietro ogni cosa che possedevo c’erano i sacrifici dei miei genitori.
Tuttavia continuavo ad avere questa pulce nell’orecchio che mi tormentava. Più immaginavo come sarebbe stata la mia vita se non avessi nemmeno provato e più ero consapevole che in età adulta il rimorso mi avrebbe tormentato. Perciò, in maniera molto cauta, iniziai a cercare su internet qualche informazione. Iniziai a vedere quali fossero le università migliori, quali erano i costi delle tasse, qual era il tenore di vita per uno studente nelle varie città all’estero.
Ho messo da parte il sogno americano perché anche se mi piace sognare sono concreta; oltre alle cifre esorbitanti, le possibilità di prendere una borsa di studio erano molte meno e soprattutto avrebbero eventualmente coperto una parte che non sarebbe stata sufficiente per quello che la mia famiglia poteva permettersi. Così ho iniziato a informarmi sul Regno Unito, solo per curiosità. Senza accorgermene mi sono trovata in mezzo a una tempesta di informazioni perlopiù burocratiche: tasse universitarie, costi della vita, requisiti di accesso per i corsi (tutti diversi), requisiti del livello linguistico (anche quelli diversi), pagelle, documenti da far tradurre; la lista sembrava essere senza fine. Capii allora che era troppo tardi per tirarsi indietro. Dunque, pervasa dal desiderio di intraprendere questa nuova vita, iniziò la mia scalata verso l’obbiettivo.
Feci settimane di ricerche fino a notte fonda per capire quali fossero le migliori università, quante possibilità avessi di entrare statisticamente per cercare di sfruttare al meglio le cinque possibilità che avevo. Non potevo chiedere aiuto a nessuno dal momento in cui non sono a conoscenza di nessuno che sia andato all’università all’estero, e tutte le informazioni erano solo in inglese. Dovevo anche pensare a un piano B nel caso nessuna delle cinque università mi avesse preso. Ma soprattutto dovevo impegnarmi per tenere il tenore scolastico sempre alto, poiché le università avrebbero visto le mie pagelle e le avrebbero confrontate tra loro per vedere
eventuali miglioramenti o peggioramenti; una pagella al quinto anno con voti più bassi del quarto anno non sarebbe stata di certo un’ottima presentazione in scuole così competitive.
Furono mesi davvero impegnativi per me, avevo talmente tante cose a cui pensare che se provo a ricordare esattamente cosa ho fatto tutto quello che mi viene in mente è un turbine di ricordi confusi. Le mie uniche costanti erano le lezioni al conservatorio, a volte in giorni diversi, ma principalmente il martedì dalle 15 alle 21, e il corso di preparazione per la mia esperienza del modello delle Nazioni Unite a New York, che mi occupava quattro ore alla settimana.
Come ho detto prima, non ero sicura di cosa mi sarebbe piaciuto studiare, però sapevo quanto mi interessasse provare a capire le percezioni delle altre persone nonostante fossero molto diverse dalle mie. Dentro di me sapevo che per quanto fossi curiosa in fondo non mi sarebbe piaciuto studiare fisica o ingegneria. Mi attirava esplorare in che modo stati diversi, con popolazioni le cui culture differiscono ampiamente, potessero trovare un punto in comune per collaborare. Perciò una sera decisi di cercare quali corsi di relazioni internazionali offrissero le università; in questo modo mi sono imbattuta nel corso offerto dalla LSE: “Relazioni internazionali e cinese”. La descrizione spiegava che il corso era indirizzato a una comprensione totale della Cina come potenza globale con la padronanza avanzata del cinese mandarino; in più gli studenti partecipanti avrebbero trascorso il terzo anno in Cina, all’università di Fudan, per mettere in pratica le competenze del lessico cinese nell’ambito delle relazioni internazionali. Solo a leggere il titolo mi brillarono gli occhi e iniziai a provare una forte emozione. Sapevo in quel momento di aver trovato il corso dei miei sogni. Tuttavia era
non solo uno dei corsi più ambiti e selettivi, ma era anche offerto da una delle università
migliori al mondo nonché tra le più selettive in Gran Bretagna. Il campus sembrava uscito da un set hollywoodiano, il corso offriva più di tutto quello che avrei potuto sperare nelle mie migliori possibilità; tuttavia non volevo fare il passo più lungo della mia gamba. Dopotutto nel 2021 sono state prese 1700 persone su 26000 domande e delle statistiche simili erano tutt’altro che incoraggianti.

Perciò scelsi altre cinque università, tutte molto buone, tre molto ambiziose e due dove ero sicura che sarei entrata; ognuna di esse presentava un’opzione interessante come l’anno all’estero, lo studio di una lingua straniera, opportunità di lavoro sul campo etc.
Cominciai così a preparare la parte più impegnativa della domanda, il personal statement; si tratta di uno scritto in cui bisogna rispondere alla domanda “perché vorresti seguire questo corso?” cercando di mettere in mostra le proprie attitudini, di dimostrare di possedere delle conoscenze sull’argomento e di provare interesse verso quell’argomento, in modo originale e senza risultare arrogante o noioso. I cinque corsi che ho scelto differivano leggermente tra loro, perciò la difficoltà principale era cercare di scrivere un testo unico che si addicesse a tutti i corsi senza esplicitare mai il nome di un’università; infatti, quando la domanda viene ricevuta, le università non sanno a quali altre sia stata mandata la stessa. L’ultima bozza l’ho terminata,
dopo un mese interminabile, il giorno prima della scadenza. Nello stesso giorno ho preso un’incredibile decisione di petto: seguendo il mio istinto, ho scambiato un altro corso che avevo scelto con il corso della LSE, perché mi sono detta che se avessi voluto sognare avrei dovuto farlo fino in fondo. Inviai la domanda con il cuore leggero, sempre con il mantra “tanto non mi prenderanno mai” per non alzarmi troppo le aspettative. Ho vissuto i mesi successivi in
tranquillità perché sapevo di aver fatto davvero tutto quello che potevo fare.
Ho iniziato a ricevere le prime risposte dopo un mese; ho fatto anche un colloquio con
un’università, e tutte le risposte erano positive. Ero al settimo cielo.
Dalla LSE ricevetti la prima risposta a Marzo, proprio mentre ero a New York per attuare il mio tanto agognato progetto della simulazione delle Nazioni Unite. Proprio mentre mi stavo preparando per la sessione successiva, ho aperto le mail e ho visto: “siamo felici di offrirti un posto alla London School of Economics”. Ho abbracciato la mia amica Aurora, che ha assistito al momento, e ho iniziato a piangere perché non mi sembrava vero. L’unico patto per entrare era che prendessi minimo 95 all’esame di maturità.
Dopo questa prima bellissima e inaspettata notizia, al ritorno dal viaggio a New York mi misi a preparare la seconda domanda indirizzata alla borsa di studio; il personal statement stavolta chiedeva “perché ti meriti la borsa di studio”, in più erano richiesti vari documenti bancari con le loro traduzioni. Ho inviato la seconda domanda a fine aprile, piena di speranza ma sempre con i piedi ben ancorati a terra, perché alla mia borsa potevano concorrere non solo i ragazzi del mio corso ma tutti quelli del primo anno. Le possibilità di vincere un premio erano davvero basse. Per il mio bene ho messo completamente da parte questa questione e dopo aprile mi sono
concentrata solo sull’esame; mi sono impegnata al massimo per poter prendere il 100 e l’ho preso. Ho deciso di passare l’estate a divertirmi come non facevo da tanto: ho fatto un altro corso di subacquea, un viaggio, ho speso il tempo con le persone che pensavo lo meritassero di più. Quando i primi di agosto ho ricevuto la risposta finale ho pianto di nuovo; ho pianto per giorni. Non era un pianto triste, ma lacrime di emozione; non facevo altro che pensare a tutta la strada che avevo percorso che finalmente mi aveva portato al mio sogno. Non riuscivo a credere che stesse succedendo proprio a me, che io, una semplice ragazza proveniente da una città piccola come Selargius, fossi riuscita a prendere una borsa di studio totale in una scuola del genere. Io non mi sento di essere una persona con delle caratteristiche speciali: sono una persona come tutti voi che state leggendo a cui è successo qualcosa di straordinario. Qualcosa di
straordinario che però è la dimostrazione che i sacrifici e il duro lavoro in un modo o nell’altro ripagano sempre.
Da quando sono arrivata qui, ormai due mesi fa, la mia routine è cambiata completamente, ma tuttora se mi soffermo a pensarci ancora mi sembra di vivere in un’illusione. L’università è meravigliosa: ci sono tantissimi spazi adibiti ai momenti ricreativi, una gigantesca biblioteca a sei piani (la più rifornita in Europa per le scienze sociali), le aree dove studiare in silenzio o quelle più adatte per studiare in gruppo. I ragazzi non sono separati nei palazzi in base ai loro corsi, ma semplicemente sono gli alunni a spostarsi nelle aule adibite (che possono essere in edifici distanti una passeggiata tra loro) quindi mi capita tutti i giorni di incrociarmi con ragazzi
provenienti da altre facoltà. Abbiamo il nostro teatro, un auditorium, la palestra, il campo da basket, i campi da squash, le aule insonorizzate con i pianoforti, diverse cucine ben fornite; addirittura, sembra assurdo ma c’è persino il parrucchiere. Gli alunni di Relazioni Internazionali e Cinese sono tredici, e c’è una grande varietà di provenienze e culture: Venezuela, Paesi Bassi, Brasile, Pakistan, Libano, Stati Uniti, Spagna, Francia, Inghilterra e ovviamente Italia. Le lezioni sono di due tipi: ogni settimana ho un’ora di “lecture” e un’ora di “class” per ogni corso.
La lecture è organizzata come la classica lezione universitaria dove un centinaio di ragazzi si trovano nella stessa aula, l’insegnante parla e tutti prendono appunti, ma c’è poca interazione da parte nostra, mentre la class è molto più simile a una lezione delle scuole superiori italiane, ma ancora più interattiva: siamo divisi in gruppi di circa dieci/dodici ragazzi e la lezione è volta a mettere in pratica ciò che è stato imparato durante la lecture, quindi è davvero difficile non partecipare in qualche modo. L’unica eccezione è il cinese di cui non ho nessuna lecture ma faccio sei ore di class settimanali. Gli orari delle lezioni permettono di avere molto tempo libero
per sé, infatti qui ci si aspetta che gran parte del tempo lo trascorriamo studiando
individualmente. Tuttavia, ciò che mi ha colpito di più da quando sono arrivata è l’attenzione che viene data all’aspetto sociale: sin dal primo giorno di scuola ci hanno invitato caldamente a studiare in gruppo e a concentrarci sul fare tante esperienze e abituarci a Londra per questo primo anno, nonostante la competitività di questo ambiente. Ogni venerdì noi ragazzi del Language Centre siamo invitati nel nostro edificio a trascorrere il pomeriggio ai cosiddetti “drinks”, dove ci viene offerto da mangiare e da bere ed è un’ottima opportunità per conoscersi sia tra i ragazzi che con i professori. Inoltre, ci sono le “societies”, ovvero delle società per ogni
passione e sport che si possa immaginare. È davvero difficile restare soli perché fanno in
qualsiasi modo purché ciò non accada, e questo è un bene per gli studenti internazionali come me perché permette di lenire la lontananza da casa e dalla famiglia. Il legame tra noi e i nostri insegnanti è molto stretto: si fanno chiamare con il loro nome (anche se io devo ancora farci l’abitudine) e ci trattano come se fossimo dei piccoli anatroccoli da proteggere finché non diventeranno cigni e saranno in grado di trovare la loro strada. In tutto questo, a rendere il mio arrivo ancora più eclatante è stata la coincidenza di un evento storico senza precedenti: il funerale della regina Elisabetta. Studiare a stretto contatto con tre ragazzi britannici mi ha fatto capire davvero l’importanza, che finora avevo sottovalutato, che questa figura rappresentava per la società inglese. Il giorno in cui avrei dovuto avere la mia prima lezione, infatti, la scuola è stata chiusa e tutti gli eventi sono stati posticipati; per le strade file interminabili di persone in processione impedivano il passaggio davanti Buckingham Palace e tutta la zona di Westminster. Proprio in quel giorno, visto la mancata lezione a scuola, sono andata a fare una passeggiata in centro e senza rendermene neanche conto mi sono trovata nel
bel mezzo del corteo senza sapere come ci sono finita. In ogni luogo erano presenti automobili della polizia e ambulanze; credo di non aver mai visto una cosa simile in tutta la mia vita.
Persino a distanza di settimane, la città pullula ancora di immagini e oggetti esposti in ogni luogo in ricordo della regina. Una cosa che non mi aspettavo era il modo in cui la sua morte abbia toccato da vicino anche i giovani ragazzi miei coetanei; ogni volta che si parla di quell’argomento, i miei compagni inglesi parlano della regina come se fosse stata una persona che hanno conosciuto da vicino. Nonostante tutto, l’evento si è svolto nel massimo dell’ordine, come ho notato sia consuetudine nella cultura britannica. Dagli inglesi viene celebrato infatti il culto della moderazione (il caro buon vecchio Orazio sarebbe stato orgoglioso): non si dice “straordinario” o “strabiliante” ma al loro posto si usa “very nice”, “quite good” – una cosa a cui faccio ancora fatica ad abituarmi, ma il bello di venire in questa scuola è proprio questo, ovvero il confronto con tantissime culture diverse, che era proprio ciò che sognavo. Ma non è solo la
scuola, è proprio la città stessa il racconto di tante culture diverse, che ho modo di vedere ogni mattina prendendo la metro (che qui chiamano “tube”) per andare all’università. Londra sembra essere sempre di fretta: anche se il prossimo treno passa tra un minuto, è sempre meglio cercare di infilarsi in quello già stracolmo di persone. Durante il tragitto vedo così tante facce e mi piace chiedermi a che vite appartengano; a volte provo invidia pensando a come siano fortunati per vivere in una città come questa. Poi mi ricordo che anche io sono lì e allora penso che è proprio vero: dopo tanta fatica sono riuscita a salire sul mio treno.
In questa circostanza sono stata ricompensata dei miei sforzi, ma anche se non fosse successo in questo momento sarei stata felice allo stesso modo, perché ci ho provato con tutte le mie forze e non ho nessun rimpianto e questo è già una grande ricompensa. Avevo un sogno e l’ho inseguito senza mollare mai. Ho fatto davvero tutto quello che potevo. Ho rinunciato a tante cose. Ma anche se ero piena di dubbi nella mente, non avevo dubbi nel cuore. Sapevo di aver fatto la scelta giusta. Perciò quello che voglio dire è questo: non rinunciate mai ai vostri sogni; abbiamo la possibilità di fare qualcosa che non ci piace e fallire comunque, perciò tanto vale.

La politica come bene comune

di Daniele Madau

Oggi incontriamo Ernesto Preziosi, Presidente del Centro studi storici e sociali (Censes) e docente a contratto di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Urbino “Carlo Bo”. Alle elezioni politiche del 2013 è stato eletto deputato della XVII Legislatura della Repubblica Italiana nella circoscrizione IV Lombardia per il Partito Democratico. Membro della V Commissione della Camera “Bilancio, tesoro e programmazione” e della Commissione d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro.  É stato direttore delle Pubbliche Relazioni dell’Istituto Giuseppe Toniolo, ente fondatore dell’Universita Cattolica e vicepresidente nazionale del settore adulti dell’Azione Cattolica italiana.
Ha inoltre fondato Argomenti2000, una realtà che promuove la formazione e l’impegno politico.

Ogni momento storico ha le sue caratteristiche e complessità ma, questo, ci ha drammaticamente ripresentato scenari di guerra. L’argomento è delicatissimo e va al cuore della politica e della fede: come si deve porre un credente davanti all’invasione dell’Ucraina?
Vi è un atteggiamento di fondo che riguarda la convinzione che la pace che è sempre possibile, mentre la guerra è una follia che semina distruzione e morte. Per questo da credenti dobbiamo fare il possibile perché la pace si realizzi: la preghiera, il comportamento nelle relazioni umane, credere nel dialogo… Allo
stesso tempo dobbiamo leggere la realtà storica e cogliere, dietro le difficoltà della diplomazia, le responsabilità della politica, da credenti dobbiamo esercitare il discernimento e cogliere le differenze con cui la politica fa i conti con i conflitti. Non è più un problema nazionale. In un mondo interconnesso occorre
avere un altro orizzonte.
Nel caso concreto del conflitto in Ucraina…
Ciò che serve è un’Europa più politica, è quel passo avanti verso quegli Stati Uniti d’Europa con una propria politica estera e di difesa comune (con relativa razionalizzazione e riduzione delle spese militari). L’Europa
deve fare un passo avanti. E il primo di questi passi è quello di promuovere una Costituente verso una federazione europea in cui potrebbero entrare a far parte inizialmente quei Paesi che ne condividono il progetto, costituendo così un nucleo forte che potrebbe portare agli Stati Uniti d’Europa.
Siamo davanti a un esecutivo appena insediatosi: quali dovrebbero essere, per lei, le priorità?
Al primo posto deve sempre esserci il bene comune. Ogni singolo provvedimento va ricondotto ad un quadro di riferimento che ha questa priorità. Il giudizio pertanto non può essere “a pezzi”, su singoli provvedimenti ma deve cogliere il fine che un esecutivo persegue. Per noi le povertà sono gli obiettivi di giustizia sociale che non passano per scelte opportunistiche ma che disegnano un quadro di solidarietà.
Accanto ai grandi temi dell’economia e del sostegno alla produzione. Vi sono, giusto per esemplificare, temi come il diritto alla casa, la sanità pubblica, il contrasto alle disuguaglianze e alla povertà, la dignità delle persone in carcere, che vanno considerate priorità.
Nel suo passato da parlamentare, ha fatto parte della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio Moro. Come approcciarsi a una personalità, e una vicenda, così grande per la storia d’Italia?
Qual è stato il lascito, l’insegnamento, suo e dell’intera, dolorosa, vicenda?

Quella vicenda non ha ancora trovato una verità storica. Troppi aspetti risultano ancora avvolti da una nebbia che ci dice che spesso la sovranità di uno stato è meno sovranità di quel che si pensa. Forse è più semplice cogliere il significato politico di quel rapimento e di quell’uccisione dentro una strategia che ha colpito le figure che potevano realizzare una mediazione politica capace di dare stabilità al Paese. Moro era
senz’altro un politico capace di sintesi anche nella complessità della situazione. La persona di Aldo Moro poi, quando la si approfondisce sotto il profilo della capacità politica ma prima ancora spirituale e culturale, è senz’altro una figura di primissimo piano nella nostra storia.
La politica e la fede sono estremi, polarità, quasi opposte. Ripenso a un’intervista a Vito Mancuso, dove negò la possibilità per i filosofi di poter esercitare l’attività politica senza contraddizioni. Dove possono incontrarsi queste estremità, nell’idea di ‘servizio’? ‘Ministro’, in effetti, vuol dire ‘servitore’: lei come ha vissuto la sua esperienza da parlamentare, da questo punto di vista?

Come è difficile rintracciare nell’esperienza politica diffusa, ai vari livelli, una dimensione di servizio svolta con libertà, gratuità e competenza. Quanto prevale purtroppo neppure la ragion di stato ma l’interesse particolare, magari legittimo, ma capace di dirottare la finalità politica da quell’obiettivo di bene comune che dicevo, ad un bene parziale. La crisi del pensiero politico e la crisi stessa delle istituzioni e della democrazia partecipativa ci dicono come, al di là delle eccezioni che pure sono tante, manchi questa
visione. È un terreno delicato su cui i credenti non hanno un’esclusiva ma su cui certo sono tenuti ad offrire una testimonianza esemplare che costituisca ai vari livelli, un segno di contraddizione. La fede non si sostituisce alla ragione e neppure alla politica, ma può offrire una luce che consente di vedere più lontano delle contingenze mettendo al centro la persona.
Qual è l’eredità della ‘Rerum novarum’ e quale posto ha la dottrina sociale della Chiesa oggi?
La Rerum novarum ha ispirato l’azione di Luigi Sturzo quando nel ’19 ha fondato il Partito Popolare. Il magistero sociale della Chiesa, così ricco e copioso negli anni recenti, può costituire una bussola, un orientamento, illuminando le coscienze dei cittadini e orientando l’azione politica. Perché ciò sia possibile però non serve intestarsi una difesa dei valori e neppure portare l’insegnamento sociale tout court in
politica, quanto operare una mediazione culturale, un lavoro culturale che elabori proposte, su cui trovare un largo consenso. A questo dovrebbero servire i partiti e a questo possono dedicarsi le realtà intermedie, associazioni…
All’interno della Chiesa, il carisma francescano, oggi più che mai – grazie all’autorevolezza di papa Francesco-, ha sempre toccato in profondità l’immaginario popolare. Qual è stato il contributo, in passato, dei francescani al mondo socio-economico e politico?
Molteplici sono i contributi dati dal francescanesimo e da Francesco nel campo del sociale e politico: dal favorire la pace tra città rivali, dall’apertura al dialogo tra altre culture e religioni, compreso l’Islam (oggi il dialogo interreligioso può essere una grande opportunità per la pace), fino ad altre scelte vissute con radicalità ma sempre tenendo conto della vita della gente. Va visto in tal senso il rapporto tra povertà e
ricchezza. Vi è un’esperienza legata al francescanesimo che ha aperto in tempi lontani una strada, i Monti di Pietà, le prime banche, come nota Zamagni, furono fondate dai francescani. Chi aveva bisogno poteva otteneva il credito necessario, in modo da distruggere gli usurai del tempo. Il prestito doveva però essere
restituito con tasso di interesse modesto e ciò creava dinamismo e imprenditorialità. Il denaro si innestava così in un movimento circolare che creava benessere. Dobbiamo chiederci che cosa è possibile fare oggi quando, a livello globale è aumentata enormemente, ma insieme sono aumentate le diseguaglianze. Papa
Francesco con l’iniziativa di Assisi rivolta ai giovani economisti, vuol trovare una soluzione, come fece il francescanesimo, per trasformare l’economia.
Da persona che opera in Università, quali ritiene siano le priorità educativa?
Nella crisi profonda che stiamo attraversando è evidente come siano venuti meno i fondamentali sotto vari profili; talvolta anche gli elementi minimi che chiedono una rialfabetizzazione politica. la scuola e l’università per la sua parte hanno la possibilità di favorire un motivato senso di appartenenza alla città
degli uomini che parte dal rispetto dell’altro, dalla visione di un mondo globale di cui ci dobbiamo sentire responsabili, ecc. Può aiutare lo studio della storia presente in tante facoltà, il diffondere una visione della cultura a servizio degli altri oltre che come “ricchezza” propria o come elemento necessario per la professione. La scuola e l’università costituiscono un campo che va senz’altro arato per creare i cittadini di
oggi e di domani.

Un nuovo impegno politico dei fedeli può rivitalizzare la componente laicale, in forte crisi, nella Chiesa?
Il magistero della Chiesa, in modo particolare con e dopo il Concilio, ha richiamato con forza la responsabilità dei laici nell’azione sociale e politica. La chiamata ai laici ad esercitare la propria responsabilità, il servizio nella città degli uomini, è evidente sia, come dice la Gaudium et spes, “convenientemente formato”. E qui si apre un problema: chi forma il laicato al servizio della cosa pubblica?
Il primo livello formativo non sono le scuole socio-politiche, bensì il livello di base della comunità cristiana, la parrocchia, la liturgia domenicale, la catechesi, l’impegno nella carità… Dobbiamo ripartire da questa necessità di formazione sociale di base e irrobustire il percorso formativo, magari anche dopo un esame di
coscienza delle omissioni… Va detto anche che per quella mediazione culturale a cui i laici sono chiamati sono necessari luoghi specifici e nella crisi di militanza dei partiti, tornano utili le associazioni.
Personalmente, ad esempio, partecipo con altri amici ad Argomenti2000 (www.argomenti2000.it); è una associazione di “amicizia politica” che favorisce proprio questa formazione e sostiene quanti si impegnano nel campo amministrativo ponendo in rete competenze e sensibilità.

Le storie di ieri

di Marco Marini

Traggo questa frase dalla canzone “Le storie di ieri (di De Gregori): Ma mio padre è un ragazzo tranquillo La mattina legge molti giornali È convinto di avere delle idee”, un brano del 1974, scritto in una collaborazione tra De Gregori e Fabrizio De Andrè in quel di Gallura. Il testo tratta la scelta dell’ideologia fascista e la sua trasformazione nel MSI dopo la caduta del regime, sotto la leadership di Giorgio Almirante.  

«L’intero brano gioca su un’alternanza di soggetti tra il padre e il figlio, che sono figure simboliche dello ieri e dell’oggi e, sebbene De Gregori canti soprattutto alla prima persona singolare, si tratta di finzione autobiografica. Con il padre si parla del passato fascista, con il bambino si parla del presente minacciato dal neofascismo. Sono “storie di ieri” che si riflettono nell’oggi, analizzate con un evidenziato distacco storico, più che politico: benché l’io lirico dica “mio padre”, al momento di parlare di sé canta in terza persona de “il bambino”.»
(Antonio Piccolo, La storia siamo noi) Quasi cinquant’anni fa. Ora non sappiamo se sorridere o preoccuparci. Qualche giorno fa un conoscente in un contesto del tutto estraneo all’argomento, mi informa di aver votato per la Meloni, attuale Primo Ministro di questa Repubblica. Ho risposto che aspetto che svolga il suo lavoro prima di giudicare. Non sono un esperto della politica, ma come tutti noi viviamo, le sue conseguenze sulla nostra pelle. E’ cosi’ da sempre. Per tutta risposta mi si fa notare che la Prima Ministra non ha la bacchetta magica. Ecco, ho voluto ribadire la mia attesa sui risultati della sua politica, in modo, penso, democratico quale rispetto per le decisioni degli italiani sulla scelta. Democrazia, parola desueta alla quale sembra non ci siamo abituati. Anzi ci da fastidio perché implica una responsabilità collettiva nelle scelte del nostro Paese. Il corpo elettorale comprendeva 50.869.304 aventi diritto al voto, l’affluenza si è attestata a poco meno del 64 % , peggiorando di 9 punti il record negativo di partecipazione avvenuto nelle precedenti elezioni del 2018. (Poco più di 32, 5 milioni di voti). E questo è un dato di fatto non un’opinione. E’ la stessa attesa che ebbi quando fu eletto l’ultimo Governo Berlusconi, che ottenne la maggioranza nei due rami del Parlamento. Ho aspettato sempre rispettoso del volere degli italiani. Abbiamo ottenuto il pareggio in bilancio inserito nella costituzione ,gli accordi con l’Europa che ci portarono al Governo Monti e alla tanto famigerata Legge Fornero sulla riforma delle pensioni, Legge 6 dicembre 2011 n. 201. Legge tanto odiata da Salvini, e da tanti lavoratori in procinto di andare in pensione e che per un giorno di differenza sui contributi versati o sull’età anagrafica hanno dovuto rimandare l’uscita, anche per anni. Da quel 2011 gli oppositori a quella Legge si sono seduti in Parlamento anche con qualche ruolo di Ministro ma non sono “riusciti” a modificarla o abrogarla. Oggi sono di nuovo seduti nel Parlamento a cui, mi permetto ricordare spetta il POTERE LEGISLATIVO, mentre al Governo spetta quello ESECUTIVO. Il Parlamento è sovrano, non la Meloni, Draghi, Salvini o altri. Ma tanto è con questa legge elettorale che costringe i partiti a coalizzarsi e magari subire ricatti da parte di qualcuno che ha ottenuto in sede elettorale il minimo superando lo sbarramento. La legge elettorale approvata nell’ottobre 2017 e ribattezzata Rosatellum bis prevede invece una soglia di sbarramento nella quota proporzionale pari al 3% su base nazionale, sia al Senato sia alla Camera. In alternativa sono comunque ammessi i partiti che hanno raggiunto il 20% su base regionale: questo criterio si applica in linea generale al Senato, e per le sole minoranze linguistiche alla Camera. In aggiunta alla soglia del 3%, è prevista anche una soglia del 10% per le coalizioni (in tal caso però almeno una lista deve aver superato il 3%, mentre una lista che raggiunge il 3% all’interno di una coalizione sotto il 10% è ammessa comunque al riparto). Sempre nell’ambito del Rosatellum bis, il candidato di un partito escluso dal riparto dei seggi perché al di sotto della soglia, ma eletto nel collegio maggioritario, mantiene il suo seggio. E’ stata una campagna elettorale vivace, con utilizzo della retorica da parte di tutti i partiti, ed ora che i giochi sono fatti sembra che questa campagna non sia finita. Ancora riecheggiano le accuse della sinistra ai gruppi di destra di nostalgia o addirittura di neofascismo. Ripresentatosi in molte nazioni europee, come in Ungheria e Polonia. Sembra quasi che dopo ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, in Italia sia in corso la guerra civile. Forse perché in Germania e Giappone sono stati chiusi i conti col passato magari con qualche processo e qualche condannato a morte tra i personaggi importanti di quei governi e regimi. Anche l’Imperatore Hirohito se l’è vista brutta, ma gli alleati, soprattutto U.S.A., per motivi strategici ridussero i danni in Germania e Giappone. Questo non è accaduto in Italia che ha visto i funzionari dell’apparato fascista continuare a occupare i posti nell’organizzazione statale repubblicana. Ma questo non è il solo problema, a mio avviso. In questi giorni nelle interviste nei vari talk show, dove ci si sovrappone all’interlocutore senza fargli finire l’intervento ed i conduttori del programma,  fanno finta di essere pacieri col sorrisetto che gli fanno assaporare lo share che sale, si sentono ancora apostrofare gli uni agli altri “Voi di SINISTRA e noi di CENTRO-DESTRA” e viceversa. Evocando un ritorno al passato comunista e attribuendosi una posizione moderata. Mi faccio una domanda, non essendo mai stato comunista, ma chi sono questi beceri di SINISTRA? Letta, Renzi, Calenda, Prodi, e altri, ma non erano democristiani? E Casa Pound con chi ha votato ? E Forza nuova ? Entrambe le formazioni neofasciste non hanno ottenuto l’ 1% dei voti, senza superare lo sbarramento del 3%. MA dove sono finiti i loro voti ? Sono stati cannibalizzati dalla Lega di Salvini. E i voti della Lega persi rispetto alle precedenti elezioni ? A Fratelli d’Italia, secondo alcuni sondaggi, soprattutto nel Nordest del paese, quel Veneto che trainava con i suoi artigiani ed imprenditori il paese quanto faceva la Lombardia. Altro aspetto diciamo discutibile ma tipico degli italiani, cioè quello di salire sul carro dei vincitori, è stato espresso da alcuni artisti, quali Morgan, che rivendica che la cultura non è solo di sinistra. Vero, l’artista ha chiara fama di essere una persona colta. Ricorda che Giorgio Gaber, uomo di sinistra era sposato con Ombretta Colli di destra. Vabbé ma che c’entra? Marcello Veneziani scrittore e giornalista è di destra cosi’ come Giordano Bruno Guerri e altri intellettuali, forse osteggiati dalla sinistra, ma ai quali  è stato permesso esprimere i loro pensieri e far conoscere i loro pregevoli lavori storici e giornalistici. Altrettanto si può affermare per altri artisti dichiaratamente di destra quali Lino Banfi, Lando Buzzanca o Luca Barbareschi, che si lamentarono di essere stati emarginati a causa del loro pensiero politico: ma vogliamo scherzare? Le loro carriere si sono sviluppate in quel contesto di governi di centro sinistra negli anni sessanta e settanta. Ma tant’è anche questo è un aspetto italico, la colpa la diamo agli altri. Non mi scandalizza che il Presidente del Senato Ignazio La Russa mostri in casa sua una collezione di busti del Duce. Tante persone posseggono memorabilia, cimeli, forse discutibili di destra e sinistra, qualche busto di Lenin o Stalin. Non è questo che preoccupa ma il loro passato sbandierato con orgoglio, anche di picchiatori fascisti, anche se i loro camerati, in qualche articolo del settimanale Panorama di qualche anno fa, li considerava un po’ timidi. La presenza di testate giornalistiche di destra, o scusate, liberali, dovrebbero essere una garanzia di equità intellettuale e di notizie obiettive. Ma sembra non basti. Ricordo un discorso fatto con un conoscente di destra, mentre con le fiaccole di fronte al Tribunale di Cagliari, ricordava le vittime delle Foibe, il cui ricordo si testimonia nel Cimitero di San Michele. Proponemmo di “fare” qualcosa in merito a tutte le vittime sarde e italiane della seconda guerra mondiale. Per tutta risposta mi venne fatto notare che ognuno aveva i “propri” morti da ricordare. Ecco come siamo. Questa conversazione avvenne prima che lo Stato Italiano istituisse nel 2000 “La Giornata della Memoria” prima dell’O.N.U., prima che potessi ricordare la morte di mia cugina Gabriellina morta sotto i bombardamenti alleati a Cagliari nel 1942, la scomparsa di mio zio Efisio a Genova, insieme al suocero e cognato, portato via da partigiani alla fine della guerra, non era neanche iscritto al Partito Fascista. O ricordare le vittime sarde della Shoah quali Elisa Fargion o Zaira Coen o la deportata Vittoria Mariani, sopravvissuta. O i 12.000 soldati sardi deportati dopo l’armistizio, su 700.000 militari italiani, perché impossibilitati a rientrare in Sardegna. O gli eroi che ancorché fascisti aiutarono ebrei e partigiani quali Vittorio Tredici, o eroi quali Salvatore Corrias o Girolamo Sotgiu, tutti  “Giusti fra le Nazioni” presso il Memoriale della Shoah di Israele. Ma anche le stragi dei cosiddetti anni di piombo, alcune delle quali ancora impunite e che hanno fatto pensare a connivenze tra elementi deviati dello stato e gli esecutori di questi orrendi delitti. Abbiamo tutti una memoria collettiva da condividere ed è apprezzabile che all’insediamento del Governo e delle cariche dello Stato quali i Presidenti di Camere e Senato, si è voluto rimarcare la discendenza delle istituzioni repubblicane proprio da quella Resistenza che ci piaccia o no ha dato a tutti la libertà di esprimere le proprie idee. Per concludere mi piacerebbe sottolineare alcuni punti che valgono per tutta la Nazione: informarsi e partecipare attivamente alla vita sociale (es. il volontariato) e culturale, mettere al servizio della società le proprie capacità, osservare le leggi e le norme della comunità, trattare le persone come se fossero un proprio caro, rispetto dell’ambiente, far spazio ai giovani futuro di ogni collettività, essere gentili e generosi e coraggiosi contro ogni forma di disimpegno. Tutto questo perché, è sempre bene ricordarlo, lo Stato non sono i politici, siamo Noi !

Influenza delle lingue straniere sull’ italiano

di Marco Marini

Un tempo si diceva che  il  francese fosse considerata la lingua cosiddetta DIPLOMATICA e la lingua colta parlata nei salotti culturali in Italia, oltre alla lingua ufficiale di Casa Savoia ! La lingua inglese, veniva invece considerata la lingua commerciale degli affari. Oggi chiaramente la sua influenza sul nostro linguaggio è abbondantemente dimostrata sia dal lessico abituale (Sport, Bar etc) sia dai termini tecnologici e perfino politici data la facilità di esprimere con un solo termine, un concetto più complesso (Welfare per esempio). E’ innegabile che l’inglese ha soppiantato molte lingue a livello internazionale, relegate quasi ad un uso locale, come lo spagnolo, un tempo parlato in tutto il mondo dalle Americhe all’Asia ed in Africa. Esemplare la scritta, inglese, comparsa nel manifesto del Congresso del Partito Comunista Cinese 2022, dove è stato conferito per la terza volta a Xi Jinping il mandato di Segretario Generale del PCC. Ad onor del vero la lingua inglese, per una percentuale che gli esperti calcolano in un 40%, adopera termini che derivano direttamente dal Latino. Ma sfogliando alcuni testi, abbiamo notato un aspetto interessante per quanto riguarda parole di uso comune nella lingua italiana, precisamente quelle di origine semitica (arabo ed ebraico). Niente di strano per ciò che riguarda la liturgia cristiana dove si adoperano avverbi quali AMEN, che noi indichiamo come “Cosi’ sia” ma che in ebraico significa “certamente” “in verità”, lo troviamo nel testo Biblico e perfino nel Corano. Alleluia, in ebraico Lodiamo Dio (YHWH), oppure Osanna, in ebraico “salvaci/aiutaci”. Fin qua tutto bene, diciamo. Ma quando andiamo avanti in questo strano viaggio scopriamo altre parole interessanti. Quando una nave o un altro mezzo meccanico ha un’avaria, ebbene adoperiamo un termine arabo (AWAR) che significa appunto guasto o rotto. Lo stesso mezzo, funziona se adopera il carburante, la benzina, che attraverso il francese” benzoine” deriva direttamente dall’arabo BAN GIAWI che significa “profumo di giava”.La presenza di arabismi nella lingua italiana si deve principalmente alle seguenti ragioni storiche:  gli Arabi ebbero il dominio del Mediterraneo, specialmente in Sicilia (dove furono dall’anno 827 al 1091) e in Spagna (fino al 1492); i contatti diretti degli Italiani con gli Arabi furono frequenti, in occasione di viaggi e di spedizioni in Oriente, per motivi commerciali o religiosi (le Crociate); gli Arabi, stanziatisi in Europa, ci hanno trasmesso testi filosofici e scientifici – tradotti in latino – propri della loro cultura o di quella di altri popoli. Venute meno tali circostanze, che avevano favorito i rapporti tra il nostro paese e gli Arabi, cessò anche l’influsso da essi esercitato sulla lingua italiana, cosicché l’ingresso degli arabismi in italiano rimane limitato al periodo che va all’incirca dal sec. IX al XV, con la precisazione che l’afflusso più cospicuo si ha nei secoli XI-XII, poi gradatamente diminuisce fino a diventare nullo in età moderna. Fra i più comuni arabismi meritano di essere citati (senza indicazione della data, a causa di attestazioni spesso incerte):

Viaggi per terra e per marescirocco, monsone, arsenale, darsena, ammiraglio, cala, catrame, carovana, gabella, dogana, razzia, aguzzino (guardiano dei rematori nelle navi)
Termini astronomici e geograficialmanacco, azimut, zenit, nadir, libeccio, scirocco;
Termini commercialidogana, fondaco (magazzino o alloggio per mercanti), gabella, magazzino, tariffa;
Termini di pesi e misurequintale, rotolo, risma;
Nomi di abiti, stoffe e tessutigiubba, cotone;  
Cibi, piante, aromialbicocco, arancia, carciofo, limone, melanzana, spinaci, caviale, bottarga (significa uova di pesce salate), caffè, muschio, gelsomino, zenzero, tamarindo, zucchero, sciroppo, sorbetto, ribes, zafferano, canfora, elisir;
Termini varialcole; alchermes: bagarino (= incettatore); divano; facchino; marzapane; ragazzo (originariamente significava “mozzo di stalla”); zecca.
Matematica e scienzealgebra, logaritmo, cifra, zero, alambicco, talco, carato, alchimia, ambra, antimonio, elisir
Giochi, vestiti, strumenti musicalimaschera, cerbottana, scacchi, scialle, giubba, cotone tamburo, nacchere, liuto
Oggetti piccoli e grandicaraffa, giara, tazza, bricco, sofà, persiana, materasso, taccuino, almanacco

…E CONTIAMO ARABO

I numeri ci sembrano così familiari che viene da pensare che siano esistiti da sempre, scritti così come li conosciamo. Sappiamo che il numero che noi leggiamo “dieci”, gli inglesi lo leggono “ten”, i francesi lo leggono “dis” e ancora diversamente lo leggono altre popolazioni. Però tutti lo scrivono “10”.Tanto tempo fa, invece, non era così: non solo i numeri venivano detti in modo diverso, ma venivano anche scritti in modo diverso dalle varie popolazioni. Noi abbiamo ora solo dieci simboli o cifre per scrivere qualunque numero, anche grandissimo. Un tempo, invece i simboli erano molti di più e, soprattutto per scrivere numeri molto grandi, venivano adoperati tanti segni. Per scrivere per esempio il numero 3472 noi adoperiamo quattro segni. I romani scrivevano invece: “MMMCCCCLXXII” e cioè adoperavano dodici segni .Furono le popolazioni indiane che inventarono il modo per poter scrivere i numeri adoperando solo dieci cifre con quello che ora viene chiamato metodo posizionale nel quale, cioè, una cifra cambia di valore a seconda del posto che occupa. Ma furono gli arabi che lo comunicarono a tutto il mondo occidentale. Il califfo arabo di nome al-Mansur ricevette a Baghdad una delegazione di astronomi e studiosi indiani. Era circa il 760 dopo Cristo. Il califfo aveva già sentito parlare di questo modo originale e intelligente di scrivere i numeri e chiese agli studiosi indiani se glielo spiegavano. Essi accettarono di buon grado e gli mostrarono anche come fosse molto più facile, usando quel metodo, fare le quattro operazioni. Da quel momento gli studiosi arabi, già molto esperti nel campo dei numeri, ebbero in mano uno strumento molto più potente e fecero grandi progressi. Circa mezzo secolo dopo un astronomo dell’Accademia Bayt al Hikrna (casa della sapienza) che si chiamava Mohammed ibn Musa al-Khuwarizmi scrisse, per la prima volta nel mondo, un libro in cui spiegava il metodo posizionale, le operazioni e tutta l’aritmetica conosciuta fino ad allora. Dette anche nuovi simboli ai numeri rispetto a quelli indiani, introducendo quelli conosciuti attualmente. Il libro ebbe, negli anni successivi, grande diffusione in tutto il mondo arabo e quindi anche in Sicilia e in Spagna. Quando nel 1100 fu tradotto in latino (che era ancora la lingua usata per scrivere), diventò la base per lo sviluppo della matematica in tutto il mondo occidentale e quindi per il progresso della scienza e della tecnica.

Una curiosità: avrete sentito certo parlare de “Le mille e una notte” e conoscerete la storia di Sherazade. Bene, vi siete mai chiesti perché proprio mille e una? Provate a moltiplicare qualunque numero di tre cifre per 1001 e guardate cosa succede!

Conta gli angoli

La forma dei numeri arabi, così come li conosciamo, deriva dalla quantità di angoli contenuti nel disegno del numero. Guarda lo schema qui accanto: il numero 1 forma un angolo, il numero 2 due angoli e così via…

Nella trasmissione di Rai Storia “Alighieri Durante detto Dante” , il  Professor Alessandro Barbero afferma che la Firenze dell’’epoca era come la Londra dei nostri dei nostri tempi, piena di stranieri che lavoravano presso i cantieri sparsi nella città che era sempre in evoluzione.
Cosa se ne deduce ? L’importanza degli stranieri immigrati che fanno grande il paese che li ospita
 America, Asia, Europa, Oceania. Esempio  in Vaticano sono il 100% (compreso il Papa), l’Abate o Abbate della Chiesa Romana (dall’aramaico ABBA, padre). Ma questo è un altro inghippo (groviglio, dal giudaico-romano).
 

Meditate Gente, Meditate !

Il nuovo governo Meloni

Giorgia Meloni e Segio Mattarella

di Daniele Madau

Una delle prime cose che balza agli occhi, mentre si scorre la lista dei nuovi ministri, è la nuova intolazione di alcuni ministeri: a esempio, il Ministero dell’Istruzione è diventato il Ministero dell’Istruzione e del Merito.

Allora, già la ministra Gelmini, alla guida dell’Istruzione, aveva considerato necessario agire sui nomi, eliminando il Ginnasio dalla struttura del Liceo Classico. Non si è mai capita bene la motivazione, forse per un’idea di uguaglianza, che sarebbe meritoria se, insieme a questa non necessaria ‘riforma’, se ne fossero aggiunte altre in grado di aiutare la scuola.

I romani insegnano che ‘nomina sunt consequentia rerum’ e, cioè, che i nomi devono, o dovrebbero essere, conseguenza delle cose, dei fatti.

La nostra prima Presidente del Consiglio donna – aspetto oggettivamente positivo- dovrà, così, mettersi molto all’opera, insieme al ministro Valditara (docente universitario: lascia sempre molto perlessi questa frequente scelta di professori universitari che non hanno mai messo piede in un istituto scolastico…), per far dimenticare agli italiani -che, in genere, non hanno molto bisogno d’aiuto per dimanticare e perdonare – quanto successo in passato nel centro destra. Annalisa Minetti, Renzo Bossi (il Trota) e altri tra olgettine, soubrette, seguaci, sino ad arrivare a casi recenti, non avevano proprio raggiunto consigli regionali e Parlamento per il Merito, ma per ben altri meriti.

Chi scrive,insegnante, è di parte, avendo preso come argomento di discussione la scuola, ma la sensazione è che la scuola stessa – coi ragazzi – di nuovo, avrà una parte marginale, a dispetto dell’intitolazione: che suggerisce, vagamente, una vacua pomposità. Ce lo insegna la storia: chiudo, infatti, con un’altra citazione, ‘historia magistra vitae’. Con l’augurio di essere prontamente, e totalmente, smentito.

Chiusa una campagna elettorale, se ne apre subito un’altra

di Daniele Madau

La notizia, nei giorni scorsi, del passaggio di Cesare Battisti, ex terrorista dei Pac -Proletari Armati per il Comunismo- al regime di detenuto comune ha suscitato la seguente reazione: “Ultimo soccorso al terrorismo rosso. Una aberrazione! Dopo anni di latitanza, appena assaggiato il regime carcerario italiano, il criminale terrorista ottiene la declassificazione a detenuto comune. Una vergogna! Ancora più una vergogna che il Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) stia prendendo questa gravissima e scellerata decisione a pochi giorni dal cambio del governo. L’impunità del terrorismo rosso non è certamente la politica che il governo di centrodestra intende mettere in campo”, ha commentato Andrea Delmastro Delle Vedove, responsabile giustizia di FdI.

Premettendo che la tematica è delicatissima e necessiterebbe di ben altro approccio, ho scelto questa dichiarazione come esempio di affermazioni che appaiono gratuite e non veritiere e che già preanunciano un clima da campagna elettorale ciclica e perenne – che inizia il giorno dopo le elezioni e si conclude il venerdì prima delle elezioni- a cui siamo purtroppo abituati. Il punto nuovo, semmai, è che qui la iniziano subito i vincitori.

Si può tranquillamente smentire la forzatura sull’impunità dei terroristi dell’estrema sinistra che vuole, implicitamente, rimandare all’idea di giustizia di sinistra, cavallo di battaglia di Berlusconi nei decenni passati . Mamorabili i commenti di Roberto Benigni a riguardo: “per Berlusconi i giornali sono di sinistra, la magistratura è di sinistra, la televisione è di sinistra: pensa se fosse di sinistra anche il PD!” .

Purtroppo, di campagna elettorale perenne i partiti hanno bisogno. A una fragilità insita nel nostro sistema di repubblica parlamentare abbinata a leggi elettorali inadeguate, si sono aggiunte, nel tempo, la questione morale denunciata da Berlinguer, la degradazione dell’attività politica – ridotta, a volte, a sola comunicazione, col rischio conseguente di degradare ancora in insulto -, l’emergere di leader solitari e la quasi scomparsa dei partiti tradizionali e dei suoi apparati.

L’esito è -come abbiamo appena constatato il 25 settembre- l’assenteismo alle urne, la grandissima volubilità degli elettori e, appunto, la necessità della campagna elettorale e del conflitto perenne.

E’ un bel problema: non solo politico ma anche sociale, culturale, antropologico.

Come si è arrivati fino a qui? Come uscirne?

In un Paese che, nei prossimi anni di governo, si dovrà trovare a difendere la laicità nei confronti di un governo i cui capi hanno spesso rimandato chiaramente alla religione, una voce di alto pensiero politico viene, però, proprio da Francesco che, come sappiamo, spesso sa assumere posizioni laiche.

Rileggiamo le sue parole dell’Angelus dedicato al conflitto in Ucraina: “In nome di Dio e in nome del senso di umanità che alberga in ogni cuore, rinnovo il mio appello affinché si giunga subito al cessate-il-fuoco – ha proseguito Francesco -. Tacciano le armi e si cerchino le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste, stabili. E tali saranno se fondate sul rispetto del sacrosanto valore della vita umana, nonché della sovranità e dell’integrità territoriale di ogni Paese, come pure dei diritti delle minoranze e delle legittime preoccupazioni”.

Si respira un’aria più pure, si reindirizza il fine della politica come mediazione verso la preservazione dei diritti di tutti, soprattutto dei più deboli.

Questo è, o dovrebbe essere, il livello della politica, l’asse intorno a cui dovrebbe ruotare anche quella italiana.

Sta a noi la scelta. Sì, a noi cittadini, soggetto e oggetto della politica che, quando lo esercitiamo, abbiamo il diritto del voto , della scelta, della critica, dell’apprezzamento, della partecipazione o, semplicemente, della parola.

Enrico Letta, a esempio, è stato criticato per aver più volte usato toni forti nei confronti del centro-destra: ed è una critica leggittima, coerente al ragionamento che sto portando avanti.

E’ stato criticato, però, anche per non essersi alleato col Movimento 5 Stelle, andando, così, inesorabilmente incontro alla sconfitta.

Ora, dobbiamo chiederci: in virtù dell’alta dignità della politica, è un valore, nel contesto politico italiano, la parola data, in questo caso quella di non allearsi con Giuseppe Conte? E’ un valore il non schierarsi con chi ha contribuito alla caduta di un governo, di cui si faceva parte insieme, in un momento, oggettivamente, delicatissimo?

La risposta dovrà essere ‘sì’ o ‘no’. E se sarà ‘no’, anche in nome della vittoria elettorale, si tornerebbe alla visione politica di Machiavelli, pensatore del Rinascimento, periodo di violenze e guerre come pochi altri: Machiavelli a cui sono riconosciuti tanti pregi ma che consideriamo anacronistico, proprio per aver scisso il fine politico dall’etica.

Il progetto, abortito, del ‘campo progressista’ , avrebbe conteso la vittoria sino all’ultimo voto al centro-destra ma sarebbe stato puramente strumentale, come fine che avrebbe giustificato il mezzo, e senza futuro, date le diverse sensibilità e modalità di agire dei capi politici.

In questo modo, invece, ha sì vinto il centro-destra ma, si spera, si è come innescato un germoglio, un circolo virtuoso, che ha posto la politica come valore prima di tutto e che, per osmosi, vorremmo trovasse terreno nella nuova maggioranza. E in tutte le maggioranze. Abbiamo altri cinque anni per volerlo. Sì, cinque anni, perché un altro valore da riscoprire è la stabilità, base ineludibile di una sana politica. Matteo Renzi, durante la campagna elettorale, si è vantato di essere bravo a far cadere i governi. E’ anche l’esempio di chi non mantiene la parola data: Machiavelli ha dedicato una parte sostanziosa del suo Principe al non mantenere la parola data.

Fabrizio De André, i cantautori e la Sardegna

di Marco Marini

Il primo agosto scorso, presso la Sala Convegni dell’Associazione della stampa sarda a Cagliari è stato presentato il libro “Fabrizio De André, i cantautori e la Sardegna” pubblicato da Catartica Edizioni.

L’autore è Daniele Madau, insegnante di Lettere Classiche presso il Liceo Classico Siotto a Cagliari, specializzato in Studi Sardi, giornalista pubblicista ed altro. Non si è fatto mancare nulla oltre a gestire il presente Blog.

La platea, tra le quali spiccavano Elena Ledda, il giornalista Giacomo Serreli, ha seguito con interesse e con una certa emozione le parole dell’autore coadiuvato dall’operatore di relazioni Giuseppe Lillus. Via telefono si sono collegati con la sala sia Ernesto Assante critico musicale del quotidiano La Repubblica, sia Tonino Cau dei Tenores di Neoneli.

In un momento della chiacchierata, l’autore ricorda il suo viaggio all’Agnata, il rifugio sardo di De André e Dori Ghezzi. Afferma che il viaggio è l’archetipo della vita, se non ti lascia niente dentro,se non ti cambia è stato inutile.

Daniele, l’autore non me ne vorrà data la mia conoscenza personale e disinteressata, tratta l’argomento a lui e a noi caro, la Sardegna. Con un tratto poetico, a lui congeniale.Grande esperto della canzone italiana cerca di dimostrare con questo saggio, quale è stata l’influenza della musica sarda a livello nazionale.

Sardegna che affascina, ricca di misteri e che crea diffidenza in noi che ci siamo nati e che ci viviamo, forse troppo critici verso una cultura millenaria che trova difficoltà a collocarsi in un contesto mondiale, al pari di altre realtà etnologiche, che nonostante siano più recenti in termini temporali hanno avuto una maggiore eco.

Allora il “viaggio” in questo libro parte dalla domanda che si pone l’autore e che propone ai suoi interlocutori, per citarli oltre a Elena Ledda, Ernesto Assante, De Gregori, Baccini e Branduardi che non ha potuto partecipare all’incontro per i soliti problemi dei trasporti con la nostra Isola.

Assante afferma che la presenza sarda nel contesto musicale italiano è stato limitata a Marisa Sannia, i Barrittas con Benito Urgu, i Tazenda, Inzaina e non dimentichiamo la grande Maria Carta, e a qualche altro interprete presto dimenticato, poi qualche altro cantante fino ad arrivare a Mahamood che è solo figlio di una sarda.

Ma tra le  righe del testo si evidenzia che grazie a Fabrizio De André la musica sarda si è elevata ad un livello diciamo nazionale. Scopriamo cosi’ che hanno cantato in sardo Guccini, Branduardi,Elio, Baccini, lo stesso De Andrè, Bertoli e altri. Solo qualche altra regione ha avuto un riconoscimento nazionale della propria musica. Jannacci in Lombardia, Farassino in Piemonte, Toffolo anche se un po’ macchieti stico in Veneto.

Perfino il maestro Battiato  non è riuscito a tanto, anche se le sue canzoni in siciliano e arabo sono affascinanti, forti di un multi culturismo che lo caratterizzava.

De André era, diciamo, anarchico, ricordo che qualche anno prima di lasciarci si presentò presso un albergo fiorentino dove alla richiesta dei documenti, disse al concierge che non li possedeva e chiese a quest’ultimo se l’avesse riconosciuto. Con tutta calma il dipendente dell’hotel disse di averlo riconosciuto ma comunque doveva presentare i documenti. Fabrizio De Andrè, presuntuoso e antipatico, il solito borghese  che fa, con un termine usuale negli anni ottanta, il radical chic? No era semplicemente Faber, una persona timida nel complesso, con qualche paura di troppo a cantare in pubblico e a star male prima dei concerti. Situazione comune a tanti artisti di navigata esperienza.

Daniele scrive che non lo ha visto dal vivo; ricordo, se me lo permettete, un concerto a Cagliari al Palazzetto dello Sport. L’inizio dell’esibizione ritardava, a causa forse dello stato d’animo del cantante. Per intrattenere la folla, vennero invitati ad iniziare il concerto un gruppo di tenores se non erro di Tempio. Cantarono “La mirinzana” (la melanzana).

La gente dopo pochi minuti cominciò a urlare e fischiare, non tutti però, la maggioranza capiva ed applaudiva, ma si sa spesso le minoranze stupide si fanno sentire più della maggioranza educata.

Allora sali’ sul palco Fabrizio e avvisò che se i tenores non avessero cantato allora non lo avrebbe fatto neanche lui. Potete immaginare lo scroscio degli applausi ed il concerto continuò.

Faber, il nomignolo gli fu affibbiato da Paolo Villaggio, che lo vedeva scrivere appunti con le matite colorate della ditta Faber-Castell.

 Genovese come De Andrè ha vissuto la nascita di un movimento di poeti, artisti, cantautori in quella città,  Quartiere della Foce, più precisamente in Via Antonio Cecchi; ragazzi come Gino Paoli, Umberto Bindi, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, negli anni cinquanta si riunivano di fronte al Bar Igea in un giardino ribattezzato LA PIAZZETA. Da li’ attraverso Via Torino si raggiungevano i “carrugi” dove si mescolavano le varie culture presenti nella Città della Lanterna. Sono luoghi che raccontano storie di povertà, di sacrifici ed emarginazione dove sacro e profano si intrecciano. E’ qui’ che Faber ha passato la sua gioventù.

Una curiosa affermazione di Assante sull’influenza sarda ci porta ad ascoltare il brano RAIN dei Beatles, che,

secondo il conduttore e esperto musicologo Gina Castaldo, il brano è stato influenzato da una vazanza che i FAB FOUR fecero nell’isola, ma di cui non c’è riscontro. Però provare per credere.

Anche De Gregori confessa di aver copiato da Peppino Marotto, un pezzo della canzone “Piccola Mela” dello LP “Rimmel”.

Lo stesso Branduardi, ascoltato da Daniele, per il suo brano “Alla Fiera dell’Est” ha ripreso una filastrocca che si recita durante la Pasqua Ebraica. Nulla di Strano.

Elena Ledda, che ha cantato in quindici idiomi, che vanta decine di collaborazioni con autori importanti nazionali ed internazionali, ricorda che se vuole esprimere il sentimento in una canzone lo fa solo in limba.

Il libro ripercorre anche la storia della nostra Isola, dalle ribellioni contro i “Baroni” che hanno fatto nascere il testo del brano “Procurate’ e moderare” (Su patriottu sardo a sos feudatarios), che diverrà nel 2019 l’inno ufficiale della Sardegna, all’analisi di Emilio Lussu che contestava l’idea di una terra retrograda, abitata da banditi, senza onore. Si ricorda la lotta della gente di Orgosolo che riusci’ a fermare un’esercitazione militare nel loro territorio.

Il riconoscimento alla cultura musicale sarda è venuto anche da altri personaggi ed artisti della cultura italiana. Uno di questi è Moni Ovadia,  nato a Plovdiv, in Bulgaria, si trasferisce quasi subito con la famiglia a Milano. La sua è una famiglia di ascendenza ebraica sefardita, ma di fatto impiantata da molti anni in ambiente di cultura yiddish e mitteleuropea. Questa circostanza influenzerà profondamente tutta la sua opera di uomo e di artista, dedito costantemente al recupero e alla rielaborazione del patrimonio artistico, letterario, religioso e musicale degli ebrei dell’Europa orientale.

Inizia la sua carriera di cantante e musicista nel Gruppo dell’Almanacco Popolare, guidato da Sandra Mantovani. Nei primi anni settanta è fondatore del Gruppo Folk Internazionale, suonando questo nuovo (per l’epoca) genere musicale, che oggi potremmo definire folk-progressivo, gira i maggiori festival europei di musica folk.  Ebbene questo signore venne chiamato a sostituire un altro artista nella serata finale del circuito teatrale a Cagliari. Presentò Oylem Goylem , che in Yiddish significa “il mondo è scemo”, dove tra canti e musica klezmer e storielle Witz, il tradizionale umorismo ebraico, alla fine della rappresentazione disse: “Noi, oggi, non saremmo qui se non avessimo conosciuto  ed apprezzato e imparato dal Canto a Tenores di Bitti, dal suono delle launeddas e da tutto quello che questa terra meravigliosa ha donato alla musica folk internazionale”. Eravamo presenti in quel teatro.

Bene, se questo “viaggio” doveva lasciarci qualcosa dentro i nostri cuore e nei nostri cervelli, ritengo che

l’emozione vissuta in sala e nella lettura del libro, ha sortito i suoi effetti, quindi Grazie Faber…………………

e Grazie Daniele

Iran, la morte di Mahsa Amini

di Marco Marini

Ricevo, e volentieri pubblico, la riflessione, come sempre precisa e profonda, di Marco Marini, esperto del mondo islamico sulla rivolta delle ragazze iraniane

Mahsa Amini era una ragazza di 22 anni, di origine curda. E’ stata dichiarata morta il 16 settembre scorso dopo essere stata arrestata dalla cosiddetta PATTUGLIA DI ORIENTAMENTO (Guidance Patrol) o Polizia Morale. Questi gli antefatti che hanno scatenato un’ondata di proteste in tutto l’Iran, che allo stato attuale hanno provocato la morte di oltre 70 persone in 27 città.

Ma cosa ha scatenato veramente questa violenza ? Cerchiamo di capirne i motivi, anche se è difficile analizzare una nazione ed un popolo che da 43 anni vive la realtà scaturita dalla Rivoluzione Islamica dell’Ayatollah Ruḥollāh Moṣṭafāvī Mōsavī Khomeynī.

La giovane Amini, conosciuta anche come Jina o Zhina Amini, è stata arrestata perché portava l’Hijab, il tipico velo portato dalle donne islamiche, in modo improprio. Secondo testimoni oculari é stata picchiata dalla “Polizia Morale” che l’accusava di violare la legge iraniana sull’hijab obbligatorio. La polizia ha negato che Amini sia stata picchiata mentre era in custodia.

La polizia ha dichiarato che ha avuto un infarto in una stazione, è caduta a terra ed è morta dopo due giorni in coma. Testimoni oculari e donne che sono state detenute con Amini hanno affermato che è stata picchiata duramente, il che oltre alle sue scansioni mediche trapelate, ha portato osservatori indipendenti a diagnosticare emorragia cerebrale e ictus.

Secondo Iran International, il governo iraniano stava falsificando cartelle cliniche di Mahsa Amini, dimostrando che aveva una precedente malattia cardiaca. Il 20 settembre, il dottor Massoud Shirvani, un neurochirurgo, ha affermato in una TV statale che Amini aveva un tumore al cervello che è stato operato all’età di 8 anni, presentando delle TAC a dimostrazione della malattia.

I critici hanno affermato che le scansioni hanno mostrato percosse fisiche e traumi.

 Il padre di Amini ha dichiarato: “Stanno mentendo … Non ha mai avuto condizioni mediche critiche , non ha mai subito un intervento chirurgico”. Due compagni di classe, intervistati dalla BBC, hanno affermato di non essere a conoscenza del fatto che Amini fosse mai stata in ospedale.

Stessa certezza è stata ribadita dal fidanzato della Amini

Le proteste di Mahsa Amini sono iniziate poche ore dopo la sua morte a Teheran.  Sono iniziate prima nell’ospedale in cui Amini è stata curata e poi si sono rapidamente diffuse in altre città, prima nella provincia natale di Amini, il Kurdistan, tra cui Saqqez, Sanandaj, Divandarreh, Baneh e Bijar. In risposta a queste manifestazioni, a partire dal 19 settembre il governo iraniano ha attuato la chiusura regionale dell’accesso a Internet. Con l’aumento delle proteste, è stato imposto un diffuso blackout di Internet insieme a restrizioni sui social media a livello nazionale. In risposta alle proteste per la morte di Amini, la gente ha tenuto manifestazioni a sostegno del governo in diverse città dell’Iran.

Nella legge islamica dell’Iran, imposta poco dopo la rivoluzione islamica del 1979, articolo 638 del 5° libro del codice penale islamico (chiamato Sanzioni e sanzioni deterrenti) le donne che non indossano l’hijab possono essere detenute da dieci giorni a due mesi e/o tenuti a pagare multe da Rls.50.000 a Rls.500.000. Le multe vengono ricalcolate nei tribunali per indicizzare l’inflazione.

L’articolo 639 dello stesso libro dice che due tipi di persone sono condannate da un anno a dieci anni di reclusione; in primo luogo una persona che istituisce o dirige un luogo di immoralità o prostituzione, secondo, una persona che facilita o incoraggia le persone a commettere immoralità o prostituzione.

Queste sono alcune delle leggi in base alle quali sono stati accusati alcuni manifestanti.

Prima della rivoluzione islamica iraniana del 1979 (durante il regno di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo scià dell’Iran), l’hijab non era obbligatorio, sebbene alcune donne iraniane durante questo periodo indossassero il velo o il chador.

Dopo la rivoluzione islamica del 1979, l’hijab è diventato gradualmente obbligatorio. Nel 1979, Ruhollah Khomeini annunciò che le donne avrebbero dovuto osservare il codice di abbigliamento islamico. La sua dichiarazione scatenò manifestazioni, le proteste per la Giornata internazionale della donna a Teheran, 1979, che furono accolte dalle assicurazioni del governo secondo cui la dichiarazione era solo una raccomandazione. L’hijab è stato successivamente reso obbligatorio nel governo e negli uffici pubblici nel 1980 e nel 1983 è diventato obbligatorio per tutte le donne.

Nel 2018, il presidente Hassan Rouhani ha pubblicato un sondaggio condotto dal governo risalente al 2014, che mostrava che il 49,8% degli iraniani era contrario all’hijab obbligatorio .

Il rapporto è stato pubblicato dal Center for Strategic Studies, il braccio di ricerca dell’ufficio del presidente iraniano, ed è stato intitolato “Report of the first hijab special meeting” nel luglio 2014.

Il 2 febbraio 2018, un sondaggio condotto dal Center for International and Security Studies del Maryland (CISSM) ha mostrato che alcuni iraniani erano d’accordo con “cambiare il sistema politico iraniano o allentare la rigida legge islamica”.

Un sondaggio indipendente di GAMAAN condotto nel 2020 ha mostrato che il 58% degli iraniani non credeva del tutto nell’hijab e il 72% era contrario alle regole dell’hijab obbligatorio. Solo il 15% ha insistito sull’obbligo legale di indossarlo in pubblico.

L’Iran è l’unico paese al mondo che richiede alle donne non musulmane di indossare il velo.

 Ad esempio, nel gennaio 2018, una musicista cinese è stata velata con la forza nel bel mezzo del suo concerto.

La morte di Amini ha scatenato molte reazioni anche nel resto del mondo e delle istituzioni internazionali ed anche in alcune autorità iraniane.

Il presidente Ebrahim Raisi ha chiesto al ministro dell’Interno Ahmad Vahidi di “indagare sulla causa dell’incidente con urgenza e particolare attenzione”.

Amnesty International ha chiesto un’indagine penale sulla morte sospetta. Secondo questa organizzazione, “tutti gli ufficiali ei funzionari responsabili” in questo caso devono essere assicurati alla giustizia e “le condizioni che hanno portato alla sua morte sospetta, che includono la tortura e altri maltrattamenti nel centro di detenzione, devono essere indagate penalmente”.

Human Rights Watch ha definito la morte di Amini “crudele” e ha scritto: “Le autorità iraniane dovrebbero annullare la legge obbligatoria sull’hijab e rimuovere o modificare altre leggi che privano le donne della loro indipendenza e dei loro diritti”.

Ulteriori preoccupazioni sono state espresse dal gruppo per l’apparente rappresaglia con la forza letale da parte di funzionari governativi alle proteste.

Il Centro per i diritti umani in Iran ha dichiarato Mahsa Amini un’altra vittima della guerra contro le donne della Repubblica islamica e ha affermato che la tragedia dovrebbe essere fortemente condannata in tutto il mondo per prevenire ulteriori violenze contro le donne in Iran.

Humanists International ha chiesto che i responsabili dell’omicidio di Mahsa Amini siano “ritenuti responsabili”, ha condannato le “norme religiose patriarcali rigorosamente applicate” dell’Iran e ha aggiunto che “il velo obbligatorio è una violazione dei diritti umani e che fa appello alla ‘moralità’ religiosa può non essere mai usato per vigilare sulle scelte delle donne, né per invalidare la loro pari dignità e valore».

Le Nazioni Unite hanno annunciato che la morte e la presunta tortura di Mahsa Amini dovrebbero essere indagate in modo indipendente. Una dichiarazione congiunta di esperti delle Nazioni Unite “ha condannato fermamente la morte di Mahsa Amini, 22 anni, morta durante la custodia della polizia”.

Il gruppo di hacker Anonymous ha affermato di aver interrotto diversi siti web di media del governo iraniano e affiliati allo stato a sostegno delle proteste e ha pubblicato un video che annunciava il sostegno del gruppo alle proteste insieme a filmati delle proteste.

Politici come Bill Clinton, Hillary Clinton, Nancy Pelosi, Farah Pahlavi, Masoud Barzani, Justin Trudeau, Masud Gharahkhani, Annalena Baerbock, Melanie Jolie e altri hanno reagito alla morte di Mahsa Amini.

Javaid Rehman, Relatore speciale delle Nazioni Unite, ha espresso il suo rammarico per il comportamento della Repubblica islamica dell’Iran e ha aggiunto: “Questo incidente è un segno di diffusa violazione dei diritti umani in Iran”.

Il Ministero degli Affari Esteri francese ha condannato le torture che hanno portato alla morte di Mahsa Amini.

Il Segretario di Stato degli Stati Uniti Antony Blinken ha condannato l’omicidio sotto la custodia delle forze di polizia iraniane e ha chiesto la fine di tali azioni da parte del governo iraniano.

Il 17 settembre, l’ayatollah Bayat-Zanjani dell’Iran ha descritto la Guidance Patrol come “non solo un organismo illegale e anti-islamico, ma anche illogico”. Ha detto che non era supportato dalle leggi iraniane e si era impegnato in “repressione e atti immorali”.

Mohaqeq Damad ha affermato: “L’istituzione della forza per la promozione delle virtù e la prevenzione dei vizi ha infatti lo scopo di monitorare le azioni dei governanti, non di reprimere le libertà dei cittadini ed è una deviazione dagli insegnamenti islamici”.

Il presidente cileno Gabriel Boric, durante il suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha reso omaggio a Mahsa Amini e ha chiesto la fine dell’abuso di potere da parte dei potenti di tutto il mondo.

Diversi funzionari dell’Unione europea hanno condannato la sua morte. Josep Borrell, il capo della politica estera dell’UE, ha definito la sua morte “inaccettabile”.Un portavoce ha rilasciato una dichiarazione in cui annunciava che quanto accaduto a Mahsa Amini è inaccettabile e che gli autori di questo omicidio devono essere ritenuti responsabili.

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, nel discorso annuale dei leader mondiali alle Nazioni Unite il 21 settembre 2022, ha fatto riferimento alla situazione delle donne in Iran e alla morte di Mahsa Amini e ha giurato solidarietà alle donne iraniane.

Robert Malley, il rappresentante degli Stati Uniti per gli affari iraniani, ha definito la morte di Mahsa Amini “orribile” e ha scritto: “La morte di Mahsa Amini dopo le ferite riportate in custodia per un hijab “improprio” è spaventosa. I nostri pensieri sono con la sua famiglia. Iran deve porre fine alla sua violenza contro le donne per aver esercitato i loro diritti fondamentali».

Olaf Scholz, cancelliere tedesco, ha definito “terribile” la morte di Mahsa Amini durante la custodia della polizia ed ha espresso la sua tristezza per la morte delle “donne coraggiose” durante le proteste. Ha aggiunto che le donne dovrebbero essere in grado di prendere le proprie decisioni e non vivere nella paura.

Un certo numero di celebrità come Aryana Sayeed, Reece James, Paolo Maldini, Kourtney Kardashian, Dua Lipa, SZA, Iker Casillas, Hailey Bieber, Mark Ruffalo, Diplo, Jessica Chastain, Finneas, Kesha, Sophie Turner, Halsey, Bebe Rexha, Bella Hadid, Jessie J, Lily James, Pam Hogg, Naomi Campbell, Margaret Atwood, Nikki Bella, Pearl Jam, Damiano David, Flea, Adam Darski, Ebru Gündeş, Leprous, LP, Lili Reinhart, Maria Brink, Ava Max, Ashton Irwin, Gary Holt, Ashley Benson, Alissa White-Gluz, la band metal Death, Misha Collins, Nazanin Boniadi, Justin Bieber, Kim Kardashian, Ricky Martin, Khloe Kardashian, Cara Delevingne, Kylie Jenner, 6ix9ine e altri hanno reagito alla morte di Mahsa Amini.

L’attrice americana Leah Remini ha scritto su Twitter: “L’uccisione di Mahsa Amini è inaccettabile in ogni circostanza, ma il fatto che sia stata arrestata per aver indossato un hijab inappropriato lo rende ancora più spaventoso”.

Khaby Lame, influencer italiano di origine senegalese, ha scritto sulla sua pagina Instagram: “La più grande guerra per i diritti delle donne e dei diritti umani sta accadendo in Iran. Se vivi sulla terra e rimani in silenzio, non potrai mai parlare di diritti delle donne di nuovo.”

Il comico e scrittore iraniano britannico Shaparak Khorsandi, la cui famiglia è fuggita dall’Iran in seguito alla rivoluzione, ha affermato: “Il regime iraniano uccide le donne per aver cercato di vivere liberamente. Questo non è solo un problema dell’Iran, è un problema del mondo. Non distogliere lo sguardo. Questa negazione di diritti umani fondamentali è un affronto alla dignità umana. Mahsa Amini non può più parlare. Il mondo dovrebbe agire in solidarietà e amplificare la sua voce e quella di tutte le donne iraniane che osano parlare per la scelta e la democrazia».

L’attore australiano Nathaniel Buzolic, pubblicando una foto di Mahsa Amini sul suo Instagram, ha chiesto: “Dove sono le femministe? Perché il mondo tace?”

L’attrice turca Nurgül Yeşilçay ha pubblicato una foto di Mahsa Amini nella sua storia su Instagram e ha scritto: “È un peccato… Ahimè per tutte le donne del mondo”.

J. K. Rowling, autrice dei romanzi di Harry Potter, ha pubblicato su Twitter: “Allora il resto del mondo ha bisogno di continuare a pronunciare il suo nome. #MahsaAmini è morta a 22 anni in custodia di polizia perché ha violato le regole dell’hijab. Solidarietà con tutti gli iraniani che stanno attualmente protestando”.

Il 22 settembre 2022, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato sanzioni contro la polizia morale e sette alti dirigenti delle varie organizzazioni di sicurezza iraniane “per la violenza contro i manifestanti e la morte di Mahsa Amini”. Questi includono Mohammad Rostami Cheshmeh Gachi, capo della polizia morale iraniana, e Kioumars Heydari, comandante della forza di terra dell’esercito iraniano, oltre al ministro iraniano dell’intelligence Esmaeil Khatib, Haj Ahmad Mirzaei, capo della divisione Teheran della polizia morale, Salar Abnoush, vice comandante della milizia Basij, e due comandanti delle forze dell’ordine, Manouchehr Amanollahi e Qasem Rezaei della LEF a Chaharmahal e nella provincia di Bakhtiari in Iran. Le sanzioni implicherebbero il blocco di qualsiasi proprietà o interesse in proprietà all’interno della giurisdizione degli Stati Uniti e la denuncia al Tesoro degli Stati Uniti. Verrebbero imposte sanzioni a tutte le parti che facilitano transazioni o servizi agli enti sanzionati.

Il 26 settembre 2022, il primo ministro canadese Justin Trudeau ha dichiarato che il suo governo imporrà sanzioni alla polizia morale, alla sua leadership e ai funzionari responsabili della morte di Mahsa Amini e della repressione dei manifestanti.

Ma queste sanzioni serviranno? Ci sembra di assistere alla stessa rappresentazione di ciò che accade in Europa con la guerra Russia-Ucraina.

Questa è l’ultima di una serie di manifestazioni che dal 2017 segnano la richiesta, soprattutto delle giovani generazioni, di un cambiamento delle politiche sociali nel paese. L’Iran ha una popolazione  di 77 milioni di abitanti, destinati a diventare 105 nel 2050. Ospita un insieme di popolazioni di rifugiati più alto al mondo, stimato in circa un milione di persone, causate principalmente dalla guerra civile e povertà in Afghanistan e dalle invasioni militari di Afghanistan e Iraq.

Queste proteste giovanili non sono motivate da fatti politici o elettorali, ma presentano un punto di vista nuovo, legato ad un fatto di cronaca grave, l’uccisione di questa ragazza. Le regole sul velo obbligatorio sono invise alla popolazione iraniana, soprattutto tra quelle sotto i 35 anni di età.

E’ un Iran diverso dalla rivoluzione del 1979, c’è da ricordare che il velo venne imposto non tanto da motivazioni religiose ma più per ragioni di ordine politico era un simbolo che molti rivoluzionarie indossavano contro il modernismo dello Shah. Quando poi vollero togliersi il velo si accorsero di essere governate da un sistema che poi glielo avrebbe imposto.

La rivoluzione repubblicana iniziò come una protesta contro lo Shah, laica e marxista e successivamente ebbe un connotato religiose quando prese piede la leadership dell’Ayatollah Khomeini al rientro del suo esilio in Francia. La società iraniana è molto evoluta dal punto di vista culturale. Molte donne non usano il velo che viene portato controvoglia da molte di esse. Noi in occidente utilizziamo il cliché del velo per immaginare un oscurantismo generalizzato in Iran. Gli iraniani non gradiscono essere incanalati in modelli culturali che li collocano da una parte o dall’altra. E’ una società che presenta molte sfaccettature, quindi esiste una parte della popolazione  che rispetta rigorosamente le regole religiose e il velo. L’imposizione del velo è stata mal digerita dai vari strati della società iraniana soprattutto in questi anni di boom demografico dove la popolazione giovanile rappresenta la stragrande maggioranza del paese, e anche il processo di modernizzazione dell’iran dopo i l primo decennio della Repubblica Islamica soprattutto dopo la guerra con l’Iraq. I successivi trent’anni sono stati caratterizzati da una profonda trasformazione della società con una forte crescita della demografia urbana. Nelle realtà rurali si è rimasti più legati alle tradizioni religiose, nelle città dove esistono le università la popolazione soprattutto giovanile si è emancipata anche se anche tra i giovani il velo si porta normalmente e non si considera un’imposizione. La protesta usa il velo e la morte di Amin come goccia che fa traboccare il vaso, in realtà i giovani sono preoccupati per il loro futuro in presenza di una forte disoccupazione per l’inflazione e la crisi economica che non permette l’emancipazione dalle famiglie. Credevano che l’accordo sul nucleare avrebbe permesso di uscire dalla crisi economica. Altre critiche al governo riguardano la corruzione e la radicalizzazione conservatrice dello stesso.  Amini era curda e sunnita in una nazione a maggioranza sciita, il fattore etnico non sembra, allo stato attuale, l’aggravante sulla sua morte.

Ma la protesta si è aggiunta alla protesta anche per la sua condizione di curda e sunnita. I curdi cercano da più di un secolo di vedere risolta la propria situazione, divisi fra nazioni che mai daranno loro l’indipendenza. Problema che le nazioni vincitrici della prima guerra mondiale avevano promesso di “chiarire” dopo lo smantellamento dell’Impero Ottomano. Basta vedere come sono finiti i Palestinesi che vengono considerati nella stragrande maggioranza dei “terroristi”.

L’Iran a causa della crisi con gli U.S.A. e l’Europa, che considerano traditori, si sta rivolgendo verso l’Asia avvicinandosi alla Cina. Quest’ultima nello sviluppo della cosiddetta “NUOVA VIA DELLA SETA” considera l’Iran una delle rotte da seguire per portare i propri prodotti in Europa, sfruttando anche le notevoli risorse energetiche del paese del paese mediorientale. L’integrazione in questa matrice economica è vista in maniera differente dalla Cina e dall’Iran, intanto vanno avanti posticipando le iniziali incomprensioni con la Cina. Molti osservatori progressisti rivelano che l’Iran avrebbe maggiori vantaggi se si relazionasse con gli U.S.A. e l’Europa soprattutto intermini tecnologici, anche se l’accordo nucleare è naufragato più per colpa occidentale che per l’Iran, ritirati dall’accordo grazie all’amministrazione Trump, la macchina economica avrebbe avuto ricadute sulle infrastrutture da modernizzare.

Tornando alle proteste per la morte di Amini, manca una cabina di regia, cosi’ come in molti altri paesi del vicino oriente (Libano) , è una protesta spontanea, ma rischia di esaurirsi nel tempo. Dipende molto da come si comporterà il regime iraniano. La repressione è presente ma non da generare una mobilitazione generale come durante la rivoluzione del ’79. Senza una Leadership questo non avverrà. Ci sono state proteste per la crisi idrica per il terremoto male gestito, il governo potrebbe risolvere i vari problemi se ottenesse l’accordo sul nucleare che porterebbe, come detto, vantaggi economici. Ma anche nell’establishment iraniano qualcuno è contro questi accordi.

Ma tutto questo non farà vacillare, per ora, il regime degli Ayatollah

La scuola come cura

di Daniele Madau

Ci sarà il tempo per commentare questa giornata post-elettorale. Oggi prendiamo un po’ di respiro e pensiamo ai ragazzi.

Il 14 settembre, come ogni anno, tante ragazze e ragazzi mi sono sfilati davanti, prendendo posto nel loro banchetto, ricercando, come sempre, le ultime file, a rassicurante distanza dal professore.
È il primo giorno di scuola e, in questo anno scolastico, avrò classi completamente nuove, ripartendo dalle prime, dopo aver avuto, negli ultimi anni, i più grandi.
C’è un’altra novità, per me: sono tornato nella scuola dove ho studiato, sofferto, conosciuto i giorni più belli e più brutti della mia giovinezza.
Proprio da qui vorrei partire: è stata una scelta molto sofferta, quella di lasciare la scuola precedente e, insieme ad altre, più stringenti e irrinunciabili motivazioni, c’era anche quella, un po’ irrazionale, che io dovevo tornare dove tutto era iniziato, e cioè dove era nato tutto il mio amore per la scuola. Non è semplice da spiegare: come sempre, quando si ama qualcosa.
La scuola è immagine della cura, meglio: dei più grandi che si prendono cura dei più piccoli. Cura–che in latino significa sollecitudine, attenzione amorosa, anche pena d’amore – in senso lato: avvicinare alla bellezza, al merito, alla cultura, alla lettura, allo studio, all’amicizia, al rispetto, all’educazione, al futuro, ai sogni, al lavoro, all’amore. E chissà a quanto altro…
Non esiste altro luogo, perciò va custodito con cura, appunto, curato, appunto, da tutti noi, da tutta la società: i professori, soli, possono presto sentirsi schiacciati da questo peso.
Penso ai grandi esempi, penso a Gesù che si reca nel tempio a insegnare a dodici anni, oggi diremo da ‘preadolescente’: lascia la famiglia, per ricercare la volontà, e la legge, di Dio.
Platone, discepolo di Socrate, il primo pensatore che si dedicò all’uomo, riteneva che le conoscenze fossero già in noi, per averle viste nell’ iperuranio, e cioè oltre il cielo e, compito del filosofo era quello, tramite la maieutica, di riportarle alla luce. Sarebbe bello pensare che in ogni ragazzo si nasconda questo desiderio, di uscire dalla famiglia e di ricercare i luoghi dell’insegnamento, come per Gesù, e che la scuola potesse esercitare sempre questa maieutica: lo so, sembra quasi un sogno ma se c’è un luogo
dove i sogni possono diventare realtà, quello dovrebbe essere proprio la scuola.

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