Lo Stato siamo noi

di Daniele Madau

La recente uscita del Rettore della ‘Università per Stranieri’ di Perugia – famigerata accademia che prostra la cultura e la lingua italiana al primo calciatore di minimo successo (e noto, letteralmente, per i suoi morsi in campo, come Suarez) di passaggio, polemista e attivissimo sui social, Tomaso Montanari, sull’Italia Repubblica delle banane, così definita su ‘Twitter’ non appena Mattarella aveva iniziato il suo ultimo messaggio di fine anno, non deve essere dimenticata come ennesima caduta dello pseudo Sgarbi – è giusto un minimo meno volgare -di sinistra, ma considerata in alcune sue valenze.

Prima, e più immediata. L’Italia non è una Repubblica delle banane. Ha avuto, e ha, politici da repubblica delle banane, evasori fiscali da repubblica delle banane, numeri di libri letti per persona da repubblica delle banane, parentopoli varie da repubblica delle banane, una certa pancia antiscientifica da repubblica delle banane. Tutti, però, ci dimantichiamo di ciò che ha attraversato l’Italia una volta diventata Repubblica. Lo è diventata dopo una cruenta e tragica guerra civile, dando per la prima volta il voto alle donne; si è saputa rialzare, rinnovare nei diritti, uscire più forte da estremismi di destra e sinistra forieri di stragi e omicidi politici. Dalla mafia, dalla P2, da Tangentopoli, da terremoti. Sino all’epidemia in cui siamo immersi. Questa è una storia di successi; farà sorridere, lo immagino. E poi, successi sull’orlo del baratro, certo, ma successi. Perché in quella massa di adepti delle banane, molto numerosa e vistosa, difficile da combattere, c’è sempre stata una rosa di eroi, a volte conosciuti ma soli, come Ambrosoli, Falcone, Borsellino, Libero Grassi, a volte sconosciuti ma uniti, come i silenziosi lavoratori onesti o i ragazzi che scendono in piazza contro la mafia.

Seconda. Lo Stato siamo noi: è vero, ci dobbiamo credere. Luigi XIV, il grande assolutista, disse ‘lo Stato sono io’; tutti noi dobbiamo considerare che sono passati trecento anni da quel modo di vivere la poltica, mentre ancora pensiamo che lo Stato, e la politica, siano i parlamentari che tremano all’idea della fine della legislatura perché non hanno un lavoro. Tutti noi, poi, siamo rappresentati da una persona, che è il Presidente della Repubblica. Ecco perché Montanari ha offeso tutti noi. Ora, alla vigilia della nuova elezione presidenziale, dobbiamo capire che questa ci interessa tutti, dobbiamo vigilare -in qualche modo- sentirci partecipi, interessati, tifare perché ne venga eletto uno degno e di nostro piacimento, anche se voteranno solo i parlamentari. Ci riguarda tutti, perché il Presidente è simbolo dell’unità nazionale e, per Costituzione, potrebbe essere ognuno di noi.

Come mi disse una volta Claudia Loi, sorella di Emanuela della scorta di Paolo Borsellino: ‘Lo Stato siamo noi’.

Ancora un po’ di silenzio

di Daniele Madau

Siamo in quei giorni sospesi tra il silenzio d’eternità del Natale e i botti di speranza del Capodanno. Tra i due estremi – entrambi belli – conserviamo, però, ancora qualcosa del primo, ancora un po’ di silenzio, per custodire queste poche parole, che mi giungono, anch’esse, in maniera opposta. Le prime le traggo da uno degli innumerevoli gruppi whatsapp di cui faccio parte, in cui, a sua volta, le ha condivise una persona-che non conosco- a cui erano arrivate da un suo amico: un giro complesso, che, tuttavia, ne aumenta la portata. Le seconde sono di Desmond Tutu, che ci ha appensa lasciato, dopo aver colorato con la sua idea di nazione arcobaleno il mondo.

Le parole, sono così, che arrivino da uno sconosciuto o da chi ha contribuito a cambiare la storia, vivono da sole, meglio se nel silenzio d’eternità del Natale, per rendere più forti anche i sentimenti di speranza che, nati nel Capodanno, ci accompagneranno ogni giorno:

‘In treno, controllori passano, chiedono documenti; non ‘green pass’, non biglietto. Cercano i senza documenti, i neri, i migranti. Non importa se rubiamo, se contagiamo: basta essere bianchi, abbiamo diritto di rubare, contagiare. Abbiamo diritto di vivere’ (Anonimo, sembrano versi di una poesia, anche se parlano di una esperienza vera)

‘La mia umanità è legata alla tua, perché possiamo essere esseri umani solo insieme’ (Desmond Tutu)

‘Api regine’, il nuovo romanzo di Raimondo Pinna: l’utopia del matriarcato e dell’ eclissi delle figure maschili nella Chiesa. Incontro con l’autore.

di Daniele Madau

‘Ivana Balistreri e Tina Castrozzi oggi hanno ottant’anni: sorelle di latte, ma non di sangue, hanno vissuto in un paese sulla ferrovia Napoli-Roma, sede di diocesi, cercando di sopraffarsi come chi è in procinto di annegare fa con il suo soccorritore per sopravvivere almeno un altro minuto. Come un apicultore inserisce una nuova regina in un alveare dopo averlo orfanizzato, entrambe si sono introdotte in ambienti patriarcali e li hanno resi orfani delle figure maschili. Ivana ha scelto la Chiesa per spianare la strada del sacerdozio a suo figlio Ignazio e quando questi diventa il vescovo della diocesi lei, in quanto madre, crede finalmente di aver dimostrato di essere superiore e di poter disporre di tutta la sua famiglia riunita. Questo trasforma in odio puro il livore di Tina che, ormai matriarca indiscussa di un clan ai limiti tra legalità e illegalità, farà di tutto per annientare la sua sorella’. Questa è la trama del nuovo romanzo di Raimondo Pinna, edito dalla prestigiosa casa editrice Transeuropa: ho potuto incontrare l’autore, che ringrazio, per scavare dentro le tematiche profonde del romanzo.

Raimondo Pinna, architetto, libero professionista, svolge da quasi trent’anni la propria attività lavorando sulle interrelazioni esistenti tra mercato immobiliare e pianificazione urbanistica del territorio per clienti privati e pubblici in diverse regioni italiane. Non disdegna la scrittura, anzi, come testimoniato dall’ultimo romanzo ‘Api regine’. Ci può raccontare il suo approdo alla scrittura, che testimonia un felice connubio tra attività scientifica e attività d’invenzione letteraria?

La richiesta delle “due righe due” biografiche appartiene al novero delle offerte che non si possono rifiutare, anche se penso che, prima che antipatico, sia sciocco definirsi con poche parole. L’ossessione della sintesi è talmente prevalente, mainstream, da rendere consapevole che la scelta di continuare a praticare l’analisi di qualsiasi discorso sia un comportamento di retroguardia. Il 2 gennaio 2022 gli anni di libera professione diventeranno trenta tondi. Lo sguardo retrospettivo è quello di chiedersi se ne sia valsa la pena di credere in quell’aggettivo qualificativo “libera”. La risposta è ancora aperta, il che non è un segnale di chiarezza. Questa riflessione non può far parte delle “due righe due”.

Certamente non esiste alcun felice connubio tra attività scientifica e attività di invenzione letteraria: sono due piani sghembi: esse si ignorano. Essere un architetto non è una attività scientifica, come non è un’attività umanistica; è qualcosa cui tendere, nella speranza che unisca l’essere della persona con l’azione della persona. Alla fine probabilmente lo stabiliscono i posteri se ci sarai riuscito, però in vita tu puoi pensare di esserci riuscito fino a quel momento. La mia risposta è: a tratti. Oggi sì, e pensarlo mi aiuta a sostenere la difficile fatica del mestiere di vivere.

Sicuramente oggi scrivo come scrivo perché sono un architetto, ma quando ho iniziato a quindici/sedici anni non era certo così. Nessun approdo alla scrittura. Ribalterei la metafora: non si scrive per arrivare in barca al porto scrittura, potendo attraccare dopo aver timbrato vari moduli; non so, premi letterari vinti? Partecipazioni a festival? Credo invece che tutti partono dal porto scrittura: gli danno una barchetta – una penna e un foglio di carta allora, oggi un programma, uno schermo, una tastiera – e gli dicono vai verso la boa. Però la boa la devi trovare tu. E, piaccia o non piaccia agli estimatori dei talenti naturali, la trovi soltanto se qualcuno esperto di quel tratto di mare (non dico che te la indichi ma almeno) ti fornisce gli strumenti nautici per trovarla. Per me è successo tardi, poco dopo i cinquant’anni, grazie a Giulio Milani, editore ed editor di Transeuropa. Nessun rapporto di scuola di scrittura, nessun rapporto docente/discente. Una pacata trasmissione di informazioni fornita come prestazione professionale per rendere il romanzo precedente, Montagne Russe, adatto alla pubblicazione nel contesto della riflessione che sta interessando la composizione letteraria, la letteratura di questo decennio. Per me denaro ben speso e che, in Api Regine, ha continuato a ottenere effetti. Ora sono certo di saper scrivere, intendendo con questo che so come lavorare per ottenere una buona scrittura. Questo è importante per me, non cosa pensi di me come scrittore Milani o qualsiasi lettore. Poi, che io tenga al parere positivo di entrambi è un altro discorso: di vanità. Ritengo poco credibile uno scrittore che neghi di essere vanitoso.

L’ultimo romanzo sembra particolarmente duro: indaga le dinamiche diaboliche, ancestrale retaggio, del ‘ghenos’, la lotta per il potere, l’incapacità di imparare dalle regole di collaborazione della natura – con la metafora delle api a cui è affidato anche il finale -, l’importanza della discendenza: da dove ha tratto ispirazione? Sono corrette le tematiche presentate?

Duro … Non so scrivere di argomenti divertenti, ammiro coloro che ne sono capaci. Non faccio particolare fatica a scrivere così: per me vivere è difficile, non è una passeggiata. Forse salvaguardo la mia parte infantile credo ancora che scrivere di “fatti brutti” aiuti a tenerli lontano dalla mia vita. Non lo so, magari funziona. Insomma, non credo sia poi più duro di tanti altri romanzi in circolazione. Il fascino più intrigante della scrittura è lo stupore di quello che ciascun lettore riesce a trarre dalla lettura delle mie parole, tanto da farmi regolarmente chiedere: ma siamo sicuri che l’ho scritto io? Devo dire che questo mi fa molto piacere; soprattutto riesce a farmi solo dispiacere e non offendermi se il lettore mi dice a muso duro che il mio libro non gli è piaciuto. Peccato! Ma è un suo diritto.

La domanda è però molto particolare e sento la necessità di fare chiarezza, di separarla. Non credo al diavolo o alle esistenze demoniache esterne, quindi per me sono dinamiche e basta. Analogamente non credo a retaggi ancestrali. Se lei, Daniele, chiedesse a un suo personale campione statistico di scrivere la genealogia di ciascuno sono certo resterebbe esterrefatto che molti non sanno neppure la data di nascita dei quattro nonni. E parliamo di retaggio ancestrale? Per me non esiste. Esiste invece la ri-narrazione di ciò che pensiamo debba essere stata la cultura dei nostri “antenati”; senza però porci la domanda su chi siano davvero quegli antenati. Anche per questo, nel suo personale campione statistico, Daniele, vedrà che quegli antenati sono identificati in coloro che hanno abitato quella terra, non nei nostri genetici antecessori. Conta più la geografia che la storia personale.

Ça va sans dire che non credo all’esistenza di regole di collaborazione della natura. Anzi, non credo proprio all’esistenza della natura come soggetto di classificazione scolastica: minerale, vegetale, animale. Credo piuttosto, da architetto, al troppo grande e al troppo piccolo; e resto affascinato e insieme sgomento della loro convivenza in piani sghembi, proprio come l’attività scientifica e l’attività letteraria di cui abbiamo parlato prima. Fascino e sgomento che aumentano a livello inverosimile quando li rapporto al mio essere corpo e anima: davvero dentro di me esiste tutta una serie di “animaletti”, la flora batterica intestinale ad esempio, senza che mi abbiano chiesto il “permesso”? Sorrido e vado avanti e, in relazione alla domanda, penso che le regole di collaborazione della natura seguano il principio del non disturbare.

La domanda sull’importanza della discendenza investe tutt’altro campo. Sì, è fondamentale per gli esseri umani. Il fatto che da che mondo è mondo centinaia di migliaia di uomini e donne abbiano scelto di non riprodursi per i svariati individuali motivi – o abbiano dovuto subire e non scegliere di non riprodursi – lo ritengo la vera prima varietà dell’orientamento di genere con il quale oggi tutti si riempiono la bocca. Ho voluto che questo tema entrasse nell’organizzazione del piano generale della trama.

Papa Francesco ha appena affermato come i peccati di lussuria e gola non siano gravi, più gravi sono quelli di superbia e odio: come commenta queste parole, facendo anche riferimento al romanzo​?

Devo essere estremamente sincero: sono disinteressato totalmente a quello che crede, pensa, afferma papa Francesco. Sono culturalmente, non religiosamente cattolico. Il che significa che non credo che nella persona dell’ottimo ebreo praticante Gesù, forse di Nazareth forse di altra località della Galilea, si sia manifestato il mistero dell’incarnazione. Quindi semplicemente non le commento.
Riferiti al romanzo, esattamente come li ho trattati, lussuria e gola non sono “peccati” ma comportamenti. A seconda di come sono declinati, ossia se hanno o no degli effetti negativi sul prossimo, allora possono essere giudicati buoni, indifferenti o malvagi.

Dal romanzo sembra emergere un potere ancora forte della Chiesa, gestito, però, da donne: le interessa questa dialettica donna-Chiesa? Cosa voleva far risaltare principalmente?​

Anche qui è fondamentale chiarire la mia posizione: la Chiesa Cattolica “è” potente, non “ancora potente”. Quantomeno nel contesto italiano in cui sono nato e sono vissuto; poi non ho la più pallida idea di cosa succeda in Polonia, Irlanda, Portogallo …

Il passaggio centrale che ho voluto inserire come infrastruttura narrativa nel romanzo è che la Chiesa, gestita da soli elementi maschili, si appropria ancora in maniera vincente di una metanarrazione femminile: ella è Madre … Però alle donne vieta di accedere al compito principale dei ministri della Chiesa: il sacerdozio. Per quello che ho visto e continuo a vedere per la Chiesa semplicemente la donna non esiste. Quindi non c’è alcuna dialettica donna-Chiesa. Sono anche qui affascinato dal fatto di come questa narrazione trovi le sue migliori difenditrici nelle donne stesse. Quindi peggio per loro. Non sono un femminista, non sono un particolare estimatore delle donne rispetto ai maschi. Giudico la persona e per me l’essere maschio o femmina è essenzialmente una variazione di tono, importante, ma subordinata ai grandi impulsi: imporsi, sopravvivere, mors tua vita mea; impulsi che appartengono in egual misura a entrambi i generi (e a tutti i derivati moderni lgbtq etc)

Lei si è occupato anche di S.Igia, antica capitale del giudicato di Càrali, di cui ormai, anche architettonicamente si è persa traccia, forse volontariamente: sciatteria nei confronti della propria storia? Guardando, invece, al presente, e al futuro, esseno lei nato a Cagliari, che è anche la mia città, quali pensa siano i punti di forza e debolezza della pianificazione urbana​ di Cagliari?

Non vivo più a Cagliari, nel senso che non vi esercito il diritto di voto come residente. Quindi non mi posso esprimere, perché non vi incido, sui punti di forza e debolezza della pianificazione urbana della città.

Sulla perdita di notizie su Santa Igia ho scritto un libro scientifico cui rimando. Ritornando alla problematica iniziale: non sono è possibile racchiudere in “due righe due” anni di lavoro impiegati a ragionare sulle tracce urbanistiche morfologiche prima ancora che sui lacerti documentari, perché la città è un progetto e non un insieme di atti notarili o decisioni registrate su pergamene; soprattutto non è una sommatoria di resti murari reperibili archeologicamente.

Diversa è la domanda sulla sciatteria nei confronti della propria storia. Qui sì che sono obbligato a rispondere: è un dovere civico. Io penso che Cagliari, la città di Cagliari, non si sia ripresa dall’uccisione dei bombardamenti del febbraio e maggio 1943; quando è morta. Quelli che abitano la città, che sono tornati ad abitare la città sono altre persone e in loro ancora non è conclusa la fusione del retaggio ancestrale cui abbiamo accennato prima. Non gliene importa nulla, per loro la genealogia personale è ancora più importante di quella del luogo. Fino a quando questo iato non sarà risolto Cagliari non sentirà la necessità di considerare se stessa forte; perché ritiene forte la propria storia rispetto alle altre città. Magari fra due generazioni o magari mai, non è certo una conclusione scontata. Se la maggioranza dei cagliaritani adesso vive bene la sua città così com’è va bene. A me non andrebbe bene, ma in democrazia la minoranza accetta il voto contrario ai suoi interessi espresso dalla maggioranza.

“PREGO L’UOMO, OGNI UOMO”

di Daniele Madau

Le parole pronunciate da papa Francesco a Lesbo, nella sua visita ai migranti, vivono nella loro forza. Non hanno bisogno né di introduzione né di commento, solo di ascolto. E gli interlocutori, per niente velati, sono i politici.

“Il Mediterraneo, che per millenni ha unito popoli diversi e terre distanti, sta diventando un freddo cimitero senza lapidi. Questo grande bacino d’acqua, culla di tante civiltà, sembra ora uno specchio di morte. Non lasciamo che il mare nostrum si tramuti in un desolante mare mortuum, che questo luogo di incontro diventi teatro di scontro! Non permettiamo che questo mare dei ricordi si trasformi nel mare della dimenticanza. Vi prego, fermiamo questo naufragio di civiltà!”

“Prego Dio di ridestarci dalla dimenticanza per chi soffre, di scuoterci dall’individualismo che esclude, di svegliare i cuori sordi ai bisogni del prossimo. E prego anche l’uomo, ogni uomo: superiamo la paralisi della paura, l’indifferenza che uccide, il cinico disinteresse che con guanti di velluto condanna a morte chi sta ai margini!”.

“Si affrontino le cause remote, non le povere persone che ne pagano le conseguenze, venendo pure usate per propaganda politica. Quindi, anziché tamponare le emergenze, si superino “le ghettizzazioni” e si favorisca “l’indispensabile integrazione”. Si guardi al volto dei bambini che interpellano le coscienze, senza scappare via “frettolosamente dalle crude immagini dei loro piccoli corpi stesi inerti sulle spiagge. Contrastiamo alla radice il pensiero dominante, quello che ruota attorno al proprio io, ai propri egoismi personali e nazionali, che diventano misura e criterio di ogni cosa”.

“Chi respinge i poveri, respinge la pace”. Il futuro sarà sereno solo se sarà integrato; la Grecia ha sopportato il peso spropositato dalla crisi dell’immigrazione e dei rifugiati, che sta colpendo l’intero Mediterraneo, il mare che ci unisce; affrontarla è una responsabilità condivisa dell’Europa. Le migrazioni sono una crisi umanitaria che riguarda tutti”.

“Ci sono in gioco persone, ci sono in gioco vite umane! C’è in gioco il futuro di tutti, che sarà sereno solo se sarà integrato. Solo se riconciliato con i più deboli l’avvenire sarà prospero. Perché quando i poveri vengono respinti si respinge la pace. Chiusure e nazionalismi – la storia lo insegna – portano a conseguenze disastrose.

“Non si voltino le spalle alla realtà, finisca il continuo rimbalzo di responsabilità, non si deleghi sempre ad altri la questione migratoria, come se a nessuno importasse e fosse solo un inutile peso che qualcuno è costretto a sobbarcarsi!”

“Quanti hotspot dove migranti e rifugiati vivono in condizioni che sono al limite, senza intravedere soluzioni all’orizzonte! Eppure il rispetto delle persone e dei diritti umani, specialmente nel continente che non manca di promuoverli nel mondo, dovrebbe essere sempre salvaguardato, e la dignità di ciascuno dovrebbe essere anteposta a tutto! È triste sentir proporre, come soluzioni, l’impiego di fondi comuni per costruire muri”.

“Anziché instillare la paura dell’altro nell’opinione pubblica, si deve parlare dello sfruttamento dei poveri, delle guerre dimenticate e spesso lautamente finanziate, degli accordi economici fatti sulla pelle della gente, delle manovre occulte per trafficare armi e farne proliferare il commercio”.

“La fede non è l’indifferenza che viene giustificata persino in nome di presunti valori cristiani, ma è compassione e misericordia, il che non è ideologia religiosa, ma sono radici cristiane concrete. La Madonna insegni a mettere la realtà dell’uomo prima delle idee e delle ideologie, e a muovere passi svelti incontro a chi soffre”.

Benvenuti al sud, davvero

di Daniele Madau

Ogni 25 novembre è un giorno di riflessione; riflessione attiva, pronta alla lotta per far sì che la violenza sulle donne non insanguini più la terra e che, al contrario, la terra possa germogliare, fiorire, della libertà delle donne, libertà creatrice, di bellezza, di desiderio di amore, come quella di ognuno. Dall’anno scorso, però, il 25 novembre è anche il giorno in cui si ricorda e si ricorderà Diego Armando Maradona, morto solo, da idolo col mondo ai piedi qual è stato. Lo so, è un volo pindarico ma questo breve scritto sarà costruito sui voli pindarici. Non ho mai amato né il personaggio né l’uomo né il calciatore Maradona: eppure, rivedendolo, in questi giorni, giocare nel fango nei campetti di periferia di Napoli per beneficenza, ha fatto battere il mio cuore, come quelli dei ragazzi napoletani che cantavano ” Ho visto Maradona, ho visto Maradona… ”.

È normale, il cuore è uguale in tutti, e batte per le stesse cause. Sono meridionale come loro, napoletano come loro, pur essendo sardo. Non mi sono sentito, invece, oggi, trentino, altoatesino, apprendendo come in quei luoghi l’istruzione parentale dei bambini sia aumentata del 1000%, per non sottostare alle regole anti Covid. Sia scritto senza alcun tipo di giudizio o pregiudizio, addirittura razzismo al contrario verso i settentrionali: oggi mi sento meridionale, orgoglioso delle ferite inferte dalla storia, che portano frutti di maturità, accettazione delle regole, di libertà sotto la legge. Ricordate il film citato nel titolo? Ci ha fatto sorridere, proprio perché sappiamo, comunque, che siamo tutti italiani e che, a volte, bisogna rimproverare i fratelli delle altre regioni.

Le assoluzioni sul processo per i veleni di Quirra: incontro con Andrea Frailis, membro della Commissione Difesa alla Camera

di Daniele Madau

Come sempre, e bisogna crederci, è necessario aspettare le motivazioni della sentenza, che ha assolto i vertici del Poligono Interforze di Quirra, per un commento approfondito. Noi procediamo solo con una considerazione generale, che guarda con gli occhi della riflessione e- ormai della storia- la sconfitta di un territorio e di una regione, legate alle servitù militari che, restando fedeli al loro nome, hanno impresso un destino di schiavitù alla Sardegna. La quale, da un lato, ha legato la sua economia alle basi, dall’altro ne ha pagato un prezzo altissimo. Senza capire, ancora, cosa davvero sia successo. Anzi, una cosa l’ha compresa bene: la sconfitta, come sempre, degli ultimi. Ci aiuta, in questa riflessione, il deputato Andrea Frailis.

Sono stati assolti perché non c’è prova che abbiano commesso il fatto: e da qui, ormai, bisogna partire.

A capo del Poligono sperimentale di addestramento interforze di Salto di Quirra, a Perdasdefogu, dal 2002 al 2010, erano accusati di omissione dolosa aggravata di cautele contro infortuni e disastri per non aver interdetto le aree dove si svolgevano brillamenti e lanci di missili e dotato il personale delle necessarie protezioni: parliamo dei generali Fabio Molteni, Alessio Cecchetti, Roberto Quattrociocchi, Valter Mauloni, Carlo Landi e Paolo Ricci, comandanti del poligono interforze del Salto di Quirra, e degli ufficiali Gianfranco Fois e Francesco Fulvio Ragazzano, a capo del distaccamento a mare di Capo San Lorenzo.

Evidentemente non ci fu omissione o negligenza; tuttavia questo processo, promosso da Domenico Fiordalisi avendo come imputati – per la prima volta- i vertici della gerarchia miliare, ha avuto un chiaro effetto, devastante: mettere ancora più in ginocchio, più giù ancora, i pastori, che durante gli anni del processo non hanno avuto accesso ai loro pascoli e ora non avranno nessun risarcimento. Capire vuol dire conoscere, e viceversa, per poter progettare. Ma poter progettare, o meglio voler progettare, significa avere a cuore il prorpio territorio, i propri cittadini, il proprio futuro. Perciò ne parliamo con Andrea Frailis.

“Qualsiasi valutazione in merito deve attendere le motivazioni della sentenza; sentenza che, ricordo, dichiara come il fatto non sussista. Questo significa che gli otto comandanti che si sono succeduti negli anni non sono colpevoli di aver omesso la tutela per salvaguardare l’ambiente e la salute dei cittadini. Però, è anche un fatto che negli anni c’è stato un aumento certificato del numero dei linfomi e dei tumori nella zona e , sicuramente, parallelamente è aumentato, nella zona stessa, l’inquinamento. Ora, se non sussiste la colpa dei comandanti è difficile stabilire un nesso di causalità tra le malattie e le esercitazioni, precisamente in riferimento ai proiettili impiegati. Inoltre, è anche vero che questa sentenza, che non avrà grosse ricadute – ricordo che la responsabilità dei comandi, tra un anno e mezza, sarebbe caduta comunque con la prescrizione dei reati – ci deve portare a pensare in termini complessivi. Ciò significa che bisogna ragionare con una più vasta visione che riguardi tutte le servitù militari. Io, come membro della Commissione Difesa, posso dire che, nella Commissione stessa, abbiamo esaminato il problema già in passato. Questo anche grazie a una comunanza d’intenti tra i commissari sardi, lavoro infatti anche con Salvatore Deidda (FdI) ed Emanuela Corda (L’Alternativa c’è), che prevede come si debba diminuire l’impatto delle servitù sul territorio. Tutti abbiamo questo proposito. Senza dimenticare, tuttavia, che gli impianti militari, in alcuni comuni, costituiscono una importante fonte di reddito, anche se non l’unica. Parlare di cancellazione ‘sic e simpliciter’ , da un momento all’altro, appare, così, quanto mai problematico. Quando parliamo di presenza militare, in ultimo, dobbiamo tener presente anche il contributo che hanno dato alla Protezione Civile e, specificatamente negli ultimi tempi, alla lotta al Covid, specialmente nelle zone più interne, dove vi era difficoltà a effettuare test e vaccinazioni. Tutto questo per avere una visione complessiva, che sarà tale, però, quando potremo davvero sapere cosa è successo nelle aree soggette a esercitazioni con un certo tipo di munizioni. Riduzione e attenzione all’economia del territorio: questo è, in conclusione, l’orientamento della Commissione.”

Per la prima volta sono finiti a giudizio i responsabili del Poligono: credo che, il futuro come da lei descritto, debba essere all’insegno della trasparenza, che può favorire una maggiore integrazione col territorio

Certamente. Il futuro, che dovrà essere caratterizzato da una diminuzione dell’impatto, deve, contemporaneamente, risolversi in una maggiore integrazione. Quando io parlo di un lavoro che i militari svolgono al di là delle esercitazioni, parlo proprio di questo.

Da poco ho presenziato a una commemorazione per i caduti di Nassiriya e ho sottolineato l’impegno dei militari in opere quali il dragaggio di un fiume esondato, la rimozione delle macerie dopo una calamità o, come già detto, durante l’emergenza pandemica. Questo significa, da cittadini, in divisa ma come tutti gli altri, con gli stessi diritti e doveri, l’integrazione dei militari nel territorio. Penso anche alla nuova scuola di addestramento al volo che, sicuramente, porterà linfa nuova a Decimomannu, grazie all’arrivo di allievi da tutto il mondo. Ciò non toglie, ripeto, il compito specifico di noi parlamentari di lavorare per la diminuzione dell’impatto e della presenza delle servitù.”

Alessandro Zan: “Bisogna rialzarsi ed essere più uniti di prima”

di Patrizia Fenu

Ha avuto luogo anche a Cagliari la presentazione del libro ‘Senza paura’, di Alessandro Zan, primo firmatario della proposta di legge che è stata al centro del dibattito politico e socioculturale degli ultimi mesi. ‘La Riflessione’ , grazie all’autrice dell’articolo, non poteva mancare.

Sabato 30 Ottobre 2021 l’On. Alessandro Zan fa tappa a Cagliari per presentare il suo libro intitolato ‘Senza Paura. La nostra battaglia contro l’odio’, presso la sala conferenze del THotel.

Questa tappa sarda avviene dopo la ‘tagliola’ subita in Senato al disegno di legge che porta ilo suo nome: DDL Zan.

Già dalle h15, fuori dall’Hotel, si trovano tanti giovani che hanno formato un presidio in cui erano presenti varie associazioni come  ARC Sardegna, Amnesty International gruppo 128 di Cagliari, I Sentinelli Laici e Antifascisti, Unica LGBT e tutti sventolavano tante bandiere tricolore e han portato vari cartelli con slogan come “Libero di essere gay”, “Meno applausi più diritti”, “Odiare è un reato amare è un piacere”, “L’odio non è un’opinione” , “Voi non potete fermare il vento: gli potete fare solo perdere tempo” ecc ecc.

Verso le h16.30 l’On. Zan è uscito dall’Hotel per salutare tutti i ragazzi che hanno voluto fargli sentire il loro sostegno e affetto e con i quali ha gridato a gran voce ‘Bregungia!’, che in lingua sarda significa ‘Vergogna’.

L’On.Zan è stato molto disponibile con tutti, ha rilasciato interviste ai vari giornalisti presenti e si è trattenuto a parlare con tutti coloro che volevano farsi autografare il suo libro o anche semplicemente parlargli.

Poco dopo le h17 è iniziata la chiacchierata guidata dal giornalista Andrea Frailis in cui l’On. Zan ricorda a tutti che lo Stato deve essere inclusivo e prima fra tutte dovrebbe essere l’istituzione della scuola a far conoscere il concetto di inclusione. Infatti l’On. Zan è molto felice che nelle piazze ci siano soprattutto i ragazzi a fargli sentire il loro sostegno e che purtroppo non sono stati rappresentati adeguatamente da quel Senato che ha affossato il disegno di legge. Spera però, che grazie al fatto che dalle prossime elezioni anche i diciottenni potranno votare, si potrà avere in futuro un Senato molto più rappresentativo rispetto a quello che abbiamo ora.

Per l’On. Zan la legge è stata affossata a causa di quello che lui definisce “un giochetto politico sulla pelle delle persone”, perché molti politici prima hanno appoggiato la Legge e poi invece si sono defilati e a tal proposito cita il senatore Renzi, il quale è stato definito dall’On.Zan “la stampella della Destra”, perché ha appoggiato la linea sostenuta dai partiti di destra, soprattutto in vista delle elezioni al Quirinale della prossima primavera.

Durante la chiacchierata con Frailis, l’On. Zan cita anche dei fatti incresciosi accaduti in Italia, come quello di Roma, accaduto nel marzo 2021, in cui un ragazzo attraversa i binari per andare a insultare e picchiare una coppia gay che, in attesa dell’arrivo del treno, si è scambiata qualche bacio. L’On. Zan commenta affermando che il ragazzo che ha commesso questo gesto omofobo, in qualche modo è stato autorizzato dalla stessa politica che non difende i diritti dei cittadini, ma fomenta il razzismo e l’omofobia.

Alla domanda che gli abbiamo posto prima dell’inizio della chiacchierata, “Quali sono i suoi sentimenti dopo la tagliola in Senato” lui risponde dicendo che i suoi sentimenti sono di sconforto, ma aggiunge che bisogna rialzarsi ed essere più uniti di prima, continuare con più forza di prima e portare avanti questa battaglia più forti di prima, perché lo deve alle tante persone che hanno creduto in lui, che non possono essere deluse e dimenticate, ma bisogna essere con loro in questa battaglia.

Per l’On. Zan la legge che è stata bocciata al Senato è frutto di mediazione e questo lui lo definisce un fatto positivo, perché la Camera l’ aveva votata. A questa legge però sono stati proposti 700 emendamenti tra cui quelli in cui si chiedeva di togliere l’identità di genere che permette di avere una tutela per le persone trans che ancora oggi vengono discriminate. Come scrive nel suo libro, anche lui stesso è stato discriminato e durante la chiacchierata racconta del rapporto con il padre, un uomo molto severo e rigido, che non era a favore dell’omosessualità: non pensava che sarebbe stato mai accettato da lui. Quando partì per fare l’Erasmus in Inghilterra, fu l’occasione per prendere sicurezza e consapevolezza e infatti al suo ritorno ha trovato il coraggio per fare coming out e il padre non gli parlò per un anno intero. Afferma che rispetto a tanti ragazzi omosessuali lui è stato fortunato, perché non è stato picchiato o cacciato di casa, ma anzi i suoi genitori hanno fatto un percorso interiore che li ha portati all’accettazione dell’omosessualità del figlio a tal punto che il padre sostenne il figlio durante la campagna elettorale da parlamentare e distribuì i volantini per il paese e dentro il bar che frequentava.

Alla fine della sua chiacchierata , Alessandro Zan dice che da ora in avanti bisognerà cercare di capire come rilanciare l’azione politica per i diritti visto che la strada è già tracciata e che nei due anni del DDL Zan si è rafforzata la coscienza sui diritti civili e sociali nel paese. 

Cina, alcune riflessioni ed osservazioni da uomo della strada

Ricevo, e volentieri pubblico, questa accurata riflessione sull’espansionismo dell’economia cinese

di Marco Marini

Spesso mi domando dove sono i vari esperti, nelle varie materie, giuristi, economisti e tutte quelle persone che dovrebbero consigliarci su come andare avanti nella vita. Appartengono alle Università, spesso compaiono in televisione e io da ignorante cerco di comprenderli, e di sperare che i governi, traggano delle soluzioni per le politiche economiche.
Parlo di governi, perchè mai come in questi ultimi decenni l’economia è diventata “globale” e una decisione presa a Roma o Berlino o Washington condiziona il resto del mondo.
Allora, ripeto, dove erano questi esperti quando si è scoperto il fenomeno CINA. Recentemente autorevoli osservatori hanno cercato di spiegare questo realtà: il compianto Tiziano Terziani e più recentemente Federico Rampini, ma loro evidenziano un fenomeno che altri devono capire e, se ce ne fosse bisogno, analizzare ed eventualmente contrastare.
Il sistema capitalistico mondiale, dopo la caduta del Muro di Berlino e della Unione Sovietica, sbandierava la conquistata libertà che avrebbe permesso a tutto il mondo di vivere meglio.
E’ evidente sotto gli occhi di tutti che ciò non è avvenuto. Non è un discorso ideologico, ma questo capitalismo ha tradito la prima regola dell’economia, la concorrenza in un libero mercato.
Ha creato oligopoli o peggio monopoli nei mercati fondamentali per le economie mondiali, nel campo delle risorse energetiche, per esempio.
Gli Stati Uniti, produttori di petrolio, preferiscono stoccarlo in Texas ed sfruttare quello che viene fornito a buon mercato dai paese del medioriente.
Ma cosa c’entra la Cina in tutto questo? Qualche anno fa (decenni) l’Unione Sovietica, spauracchio del mondo occidentale, aiutava le nazioni del Socialismo Reale, tra cui la Cina.
Con l’avvento di Nikita Krushev, vennero denunciate le atrocità compiute da Stalin, accusato principalmente di Culto della Personalità, durante il 20° Congresso del PCUS svoltosi a Mosca dal 14 al 26 febbraio 1956. Da queste critiche nei confronti del dittatore sovietico si dissociò il capo del PC Cinese Mao Tse Dong che affermò “i meriti di Stalin hanno la meglio sui suoi errori” .
La cosiddetta Rivoluzione Culturale Cinese del 1966, criticava il revisionismo comunista della vicina Unione Sovietica. Questo allontanò progessivamente i due paesi.
Già nel 1970, Mao si rese conto che la Cina non poteva sostenere un conflitto con gli Stati Uniti e Unione Sovietica. Nel 1971, le più alte cariche cinesi si incontrarono con Henry Kissinger e un anno dopo, col presidente Nixon. Da questo momento, le relazioni sino-statunitensi poterono dirsi stabilizzate.
L’economia cinese si basava essenzialmente sull’agricoltura. Le industrie erano arretrate e fino a quel momento godevano dell’aiuto dell’Unione Sovietica. Dopo la crisi Cino-Russa 1967-1968, dove al confine sul fiume Ussuri ci furono scontri tra eserciti che non degenerarono in guerra aperta,la Cina cominciò a guardarsi intorno.
Sfogliando alcune riviste di qualche anno fa, riviste nel campo della tecnologia, non potevano sfuggire alcuni fatti di cui oggi vediamo gli effetti.
Sappiamo che la popolazione cinese supera abbondantemente il miliardo di individui.
Ma 40 anni fa, l’esercito era composta da circa 15.000 ufficiali che in caso di necessità avrebbero organizzato la difesa del paese con una milizia popolare. Ne più ne meno come la Svizzera. Poi lentamente hanno cominciato ad organizzarsi, comprando armi in giro per il mondo.
Ci si è domandati il perchè visto che agli occhi del mondo veniva considerata una nazione “arretrata”. Qualcuno forse si è preoccupato, ma non più di tanto, tanto la Cina avrebbe continuato a dipendere dalle altre nazioni, socialiste o meno.
Si dice che dove finiscono i politici iniziano i militari. Hanno comprato in Gran Bretagna, Francia, Sud Africa, Cile e perfino in Israele, queste ultime nazioni isolate per i problemi razziale, dittatoriali e della mancata soluzione dl problema palestinese.
Poi hanno cominciato a “copiare” e a produrre e in molti casi migliorare le tecnologie di cui venivano in possesso.
Ma il loro colpo di “genio” se cosi’ possiamo definirlo, è quello di aver coniugato le regole di una economia capitalistica in un regime comunista.
Questo ha fatto storcere il naso a molti economisti. Con i costi di produzione inferiori a tutte le altre nazioni capitalistiche mondiali l’espansione cinese ha letteralmente invaso il mondo. Adesso il mondo occidentale “pretende” che la Cina rispetti le regole del gioco.
La Cina è il più grande produttore del mondo di frigoriferi, e le sue industrie e i suoi prodotti oltre ad aver riempito le nostre case ha aggravato l’inquinamento atmosferico.
Giustamente questo è stato fatto notare ai cinesi, che in tutta risposta hanno ribadito il loro diritto ad avere anche loro un frigorifero in casa. Tipico principio consumistico.
E i diritti umani ? Durante la XXIX Olimpiade svoltasi in Cina nel 2008, i rappresentanti del C.I.O. Si preoccuparono della ricaduta negativa di immagine su un evento di tale importanza.
L’organizzatore dei giochi, cinese, ricordò che lo sponsor principale era la Coca Cola, e che quindi la Cina si impegnava a comprare 2 barattoli della bevanda per ogni cinese (fate voi i calcoli). I giochi si fecero in Cina.
Secondo il Corriere della Sera di qualche tempo fa, un dirigente di Rifondazione Comunista, si recò con una delegazione italiana, composta anche da imprenditori, a d una visita istituzionale nel paese della Grande Muraglia.
Incontrò i dirigenti del locale Partito Comunista ed evidenziò le perplessità occidentali in merito alle violazioni dei diritti dell’uomo e le sue personali in qualità di compagno.
Per risposta il dirigente cinese chiese al nostro politico quanti erano i disoccupati in Italia, alla risposta ottenuta evidenziò che in Cina la disoccupazione era un decimo in termini percentuali di quella riscontrata in Italia.
Il 4 giugno 2009 presso l’aula magna della Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari, ci fu un seminario tenuto dal Professor Franco Mazzei dell’università L’Orientale di Napoli esperto culturale presso le ambasciate di Tokyo e Pechino, che in occasione dai 20 anni dei fatti della Piazza Tienanmen, spiegò la Cina. Nella famosa foto dove uno studente ferma un carro armato, da noi in occidente l’eroe è lo studente. In Cina l’eroe invece è il carrista che non lo ha travolto. Ha spiegato che per Pechino la Cina è divisa in quattro realtà principali: La Cina continentale, le realtà di Shanghai ed Hong Kong (sedi delle Borse), la Cina insulare (Taiwan) ed infine tutta la popolazione cinese fuori della Cina.
Qualche anno fa a Milano ci fu un diverbio tra una vigilessa italiana ed una commerciante cinese, si parlò di qualche spinta, mai dimostrata. Il giorno dopo in Via Paolo Sarpi, il quartiere cinese della città meneghina. Scesero per protestare migliaia di persone con la bandiera cinese in mano. La domanda era, ma sono cinesi immigrati o cosa? Erano tutti cinesi nati in Italia che mantengono i contatti con la patria, grazie anche all’interessamento del Consolato cinese a Milano.
Un altro aspetto interessante evidenziato nel seminario riguarda il comportamento economico nei confronti delle altre nazioni. In occidente si usa il concetto OR-OR o io o tu, la Cina adotta le parole WITH-WITH con me e con te. Perciò permette di far guadagnare e vivere molte nazioni del cosiddetto terzo mondo. No le distrugge come abbiamo fatto noi con i dazi protettivi dopo che con la cooperazione internazionale abbiamo installato attività artigianali in Africa, producono in Madagascar batik di seta che non si riesce a vendere con guadagno in Europa.
In Asia anche il Giappone comincia a guardare la Cina, proponendo un mercato comune asiatico, più o meno come un tempo ci fu Il Mercato Comune Europeo. Molte aziende giapponesi si sono trasferite in Cina per risparmi sul costo del lavoro delle tasse. Certo ancora oggi la qualità di molti prodotti cinesi lascia a desiderare, ma sembra che questo non sia un problema per loro.
La Cina guarda con una certa benevolenza i giapponesi, che a loro volta li guardano con un certo snobismo, anche se qualche secolo fa nella corte giapponese veniva considerato culturalmente elevato scrivere poesie in cinese. I Kanji, i caratteri della scrittura nipponica derivano dalla scrittura cinese.
Tutto bello? Tutto brutto? La Cina è una realtà che forse vivrà qualche problema economico a causa di alcune bolle speculative in edilizia, come avvenne negli U.S.A. Nel 2009, ma per quello che riteniamo, non se ne preoccuperà molto, visto che registra milioni di nuovi ricchi ogni anno.
Viva L’Europa unita (speriamo), unica realtà che può contrastare questo espansionismo.

La colpa è nostra: quando i politici ci prendono, spudoratamente, in giro

di Daniele Madau

Ieri è andata in onda l’ennesima, irrinunciabile, puntata di ‘Report’ . Non mi soffermerò sulla parte principale della serata – e cioè l’approfondita indagine su un vaccino che, ormai, non useremo più, e cioè quello conosciuto come Astrazeneca. Mi soffermerò sul continuo dell’inchiesta sull’incontro tra Renzi e Marco Mancini, membro del ‘Dipartimento delle informazioni per la sicurezza’, l’organo di coordinamento dell’intelligence nazionale.

Quell’incontro, come sappiamo, avvenne in piena crisi del governo Conte II, in un autogrill, e fu ripreso da una donna di passaggio, mentre aspettava in macchina il padre.

La situazione, di un agente segreto e di un ex premier che si incontrano senza nessuna precauzione in un incontro che, evidentemente, doveva essere segreto ha dell’umoristico, per non parlare di ridicolo.

Dico evidentemente perché le spiegazioni date dagli interessati sono stati: assoluto mutismo di Mancini, scambio di dolci – ‘babbi’-, secondo la versione di Renzi, fornita con quel sorrisino e quella faccia che ben conosciamo in riferimento al politico toscano.

Parlo di umorismo in senso pirandelliano, che differenziava, definendo l’umorismo stesso, ‘l’avvertimento del contrario’, e cioè quando avvertiamo che un evento è contrario a ciò che ci aspettiamo, dal ‘sentimento del contrario’ quando, subentrando una riflessione, ragioniamo sul perché capiti il contrario, smorzando, così, la risata.

Ragioniamo, allora. Al netto di un’idea da ‘autobiografia della nazione’, secondo una definizione di Gobetti, su eventi di rilevanza che, in Italia, spesso scadono a scene comico-tragiche, il punto è che dalla casa di Scajola acquistata, come ben sappiamo, a sua insaputa, al ‘Non ero io. Non so cosa mi è accaduto. Non mi riconosco in quelle dichiarazioni’ del commissario all’emergenza Covid in Calabria Cotticelli, che aveva ammesso candidamente di non essere a conoscenza del fatto che proprio lui doveva occuparsi dell’emergenza Covid in Calabria con relativa predisposizione di nuove terapie intensive, i politici e affini possono dirci tutto. Tanto, tutto scorre, e passa. La colpa è nostra che, se infastiditi, non oso dire sdegnati, da tanta spudoratezza, al massimo, non andiamo più a votare. La colpa è nostra, che però siamo pronti a invocare chissà quali diritti, mentre veniamo, spudoratamente, presi in giro dai nostri rappresentanti. Ci piace essere trattati come, non so, ingenui, se Matteo Renzi pensa di potersela cavare parlando di ‘babbi’. Tutto ciò ha una parola per spiegarlo: masochismo. La colpa è nostra: siamo masochisti.

Riflessione sulla proposta di referendum per la legalizzazione della Cannabis

di Riccardo D.

Si conclude con questo editoriale, dedicato a una tematica particolarmente sentita dai ragazzi, il ciclo di articoli curati da alcuni studenti liceli all’anno della maturità. Le riflessioni sono state profonde e argomentate, a testimoniare l’interesse per l’attualità e la capacità di offrire spunti di approfondimento per tutti

In quest’ultimo periodo, uno dei principali argomenti di cui si discute e che maggiormente divide l’opinione pubblica è il referendum per la legalizzazione della Cannabis. La proposta, che in pochissimo tempo ha superato la soglia delle 500.000 firme, trova infatti ancora la popolazione divisa in schieramenti più che netti, tra chi ritiene sia necessaria una maggiore circolazione e quindi un maggior controllo della sostanza in questione, e tra coloro che invece la considerano una concessione moralmente sbagliata, e che potrebbe addirittura incentivare l’utilizzo di sostanze stupefacenti. Per fare chiarezza sull’argomento è necessario prima di tutto spiegare in cosa consista questo referendum nello specifico, in quanto la Cannabis è attualmente già in uso in diversi settori selezionati, come quello farmacologico, e di conseguenza è legittimata in certi tipi di produzione. Ciò per cui si sta cercando la legalizzazione riguarda nel dettaglio i seguenti punti: l’eliminazione del reato di coltivazione, la rimozione delle pene riguardanti qualsiasi condotta legata alla Cannabis e la cancellazione della sanzione amministrativa del ritiro della patente per chi la trasporta. Per come la vedo io, una primissima distinzione che è necessario fare a riguardo è che quando si parla di “legalizzazione” della Cannabis non si parla di consigliare, incentivare o spingere all’uso della stessa, e che la consumazione è un’attività riguardante la stretta individualità di una persona, la quale sceglie consapevolmente di usufruire di sostanze che possono andare oltre il semplice consumo del tabacco delle sigarette. Infatti, trovo che spesso i mali che vengono attribuiti a questo tipo di tossicodipendenza siano in realtà da attribuirsi alla sua eccessiva proibizione, in quanto capita non di rado che proprio del blocco di vendita si cerchino ben altre vie, che però vanno a rafforzare e sostenere le grandi organizzazioni di criminalità organizzata. Per questo, attraverso la proibizione, è proprio la persona che vende illegalmente a contribuire più di tutti a lucrare attraverso un mercato illecito e che al contrario bisogna necessariamente cercare di contrastare. Questo stesso mercato lavora sulla base di una richiesta così alta da potersi permettere una qualità spesso nettamente inferiore e ad un prezzo più basso, qualità che più di una volta ha avuto gravi conseguenze su chi ne ha usufruito, e che altera le proprietà di una sostanza per cui, per esempio, non si può andare in overdose. Per concludere, alla luce di questa breve riflessione, posso solamente dire che in una comunità l’uomo che meglio vive è quello che ha più scelte, e che davanti ad esse ha abbastanza informazioni per poter prendere quelle giuste.

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