Gianmarco e Marcell, i due nostri fratelli

Tamberi e Jacobs, i due ori festeggiano sotto la bandiera dell’Italia

di Daniele Madau

Se lo sport è metafora e paradigma della vita – oltre che terreno di sogni e sudore per chi lo pratica – le Olimpiadi sono la metafora e il paradigma della sport, oltre che la sua sublimazione.

Sono, le Olimpiadi, una delle istituzioni più antiche che le civiltà conoscano e, da sempre, portano un bagaglio e un corollario di valori forse senza pari, con quella somma di significato sportivo ed extrasportivo per cui fanno fermare, e scrivere, la storia nel perimetro dei loro campi, stadi, piscine, piste.

E ieri la storia ha scelto il vestito azzurro dell’Italia: sarà difficile, nelle righe successive, non essere patriottico o partigiano, però questi mesi estivi – ancora così difficili e lontani dalla normalità – stanno illuminando coi colori abbacinanti di un agosto infuocato la rinascita italiana. Sportiva certo ma, per quanto scritto all’inizio, non solo.

Ed è bello quando la storia la fanno due ragazzi: due medaglie d’oro mai avute dall’Italia, di cui i 100metri, la cui medaglia da primo posto è l’oro per eccellenza tra gli ori, forse nemmeno immaginabili. Gianmarco, Tamberi, che, dopo lo sconforto per l’infortunio, si è ripreso con forza virile, entusiamo adolescenziale e speranza giovanile, in un ‘mix’ di freschezza, entusiasmo, forza propri di chi – come lui- guarda e vola in alto non solo metaforicamente. Marcell, Jacobs, che, per incenerire le piste di Tokyo, ha percorso le strade delle periferie – che hanno lasciato in eredità i tatuaggi da voglia di riscatto di ghetto americano -e dell’abbandono.

La loro gioia, ieri, è stata emozionante, travolgente, commovente. Un italiano di El Paso, in Texas, che già ti fa sognare di banche da rapinare e di paesaggi lontani e di indiani, che dice ‘Non vedo l’ora di ascoltare l’inno domani’ , dando, così, una stilettata mortale ai contrari all’italianità a prescindere dalle origini e dal colore della pelle.

Un ragazzo con la barba a metà, per scaramanzia, e la coda in alto, come alcuni attori alti, belli, giovani e forti, che sarebbe potuto essere il tuo fratello minore, o maggiore.

Forse è proprio questa una delle cose più belle: diversamente dai calciatori, che prediligono- per forza di cose- veline, Ferrari e Forte Village, Tamberi e Jacobs sono ancora due finanzieri e hanno il ‘fisique du role’ per essere nostri amici, parenti alla lontana o cugini, vicini, fratelli. E quando vincono i nostri fratelli, è come se vincessimo noi, gioiamo di più.

La mafia e il sorriso di Emanuela

Emanuela Loi uccisa in via d'Amelio
Emanuela Loi

di Daniele Madau

Oggi, 19 luglio, anniversario della strage di via D’Amelio, riporto una mia intervista a Claudia Loi, sorella di Emanuela, che era stata pubblicata da Concita De Gregorio su ‘La Repubblica’ il 19 luglio 2017

Grazie a Daniele Madau, che scrive da Cagliari

Daniele è un insegnante, studioso di cose di mafia e pubblicista: scrive su un giornale on line, Tramas de amistade – trame d’amicizia. Alla vigilia del 19 luglio è andato a trovare la sorella di Emanuela Loi, Claudia. Emanuela è stata uccisa 25 anni fa in via D’Amelio: era nata a Sestu, era agente di polizia, aveva 24 anni. E’ stata la prima poliziotta a morire in servizio, non aveva ancora completato l’addestramento.  Con lei sono morti nella strage Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina.

“Potrei parlarti di tante cose, della scuola, dei ragazzi ma scrivo invece per ricordare Emanuela Loi. Penso molto a lei. Ha un posto privilegiato nel mio cuore, non solo perché mia conterranea. Nei giorni scorsi sono andato a trovare sua sorella Claudia, ne ho scritto per il mio giornale”, dice Daniele che invia il racconto del loro incontro. E’ un resoconto lungo e bello di cui sono costretta a pubblicare solo qualche passaggio. La conclusione – il sorriso, arma invincibile – è quella.

“Ma chi è lo Stato? Lo Stato siamo noi”. Su questo siamo d’accordo con Claudia e il marito Enrico. Lo Stato siamo noi, nonostante tutto. Emanuela faceva da scorta a obiettivi sensibilissimi – diciamolo brutalmente, con le parole di Borsellino stesso: a morti che camminano – senza aver potuto svolgere il periodo di addestramento. Avrebbe dovuto farlo in Sardegna, ma di addestrarsi non ha avuto il tempo.

“I giorni immediatamente prima dell’attentato Emanuela era a Sestu e non stava bene ma si preparava a ripartire. La madre avrebbe voluto che restasse ancora un po’, che si riprendesse ma, con naturalezza, lei rispose che anche gli altri avevano diritto ad andare in ferie. Ripartì. Chiamava a casa con regolarità, saltando solo raramente qualche giorno: rassicurava tutti, pur non potendo esporsi, e scherzava con Claudia. Il sabato 18 non chiamò, a casa non si preoccuparono. Domenica 19 però tardava e i genitori erano un po’ in ansia. Emanuela era a disposizione in caserma e quel giorno c’era bisogno di un agente nella scorta di Paolo Borsellino. Del seguito, poi, sappiamo tutto. Non ho voluto chiedere nulla del padre e della madre: sappiamo che sono morti di dolore. Non abbiamo parlato neanche dei mafiosi, dei processi, dei misteri: Claudia mi rivela che non vuole pensarci. Si è sempre sentita accompagnata dallo Stato, da quella parte dello Stato che non si dimentica mai di Emanuela. Anche il fratello Marcello ora è sereno: è diventato poliziotto dopo sette anni di disoccupazione e dopo aver perso la sorella, i genitori, la moglie e un figlio. Eppure anche parlando della sua vita e dei suoi dolori, sorridiamo pensando che ha un’altra figlia di nome Emanuela, nata nel ’92.

Con Claudia e Enrico ci chiediamo come mai Emanuela non solo sia ancora, naturalmente, amata ma lo sia sempre di più.  La prima e unica donna, ancora una ragazza, morta quel giorno nell’adempimento del suo dovere da poliziotta. Come una beffa per i mafiosi così patriarcali, così falsamente e vilmente virili. In questo periodo così duro per i diritti delle donne, la sua figura è ancora più preziosa. Ci salutiamo dicendoci, pensando, che la mafia non ha vinto perché non ci ha tolto il sorriso e la possibilità di ricordare Emanuela nella sua gioia di vivere”.

Il significato di una vittoria

La parata di Donnarumma

Ricevo, e pubblico, con molto piacere una riflessione sull’indimenticabile serata di ieri e sullo sport come metafora della vita, della lotta e della speranza. In attesa, sempre, della vittoria.

di Roberto Salis

Ieri è stata una serata per cuori forti, in Italia, in Inghilterra, in Europa, nel mondo intero.

Nello scenario di Wembley, gremito di pubblico festante, al di là dei colori, si è giocata una partita il cui significato va oltre il mero senso dello sport. La rinascita, il ritorno alla vita normale, la gioia delle persone di partecipare, di ritrovarsi, tutto questo ieri si è visto a Wembley. In modo particolare per l’Italia, per l’Inghilterra, ma estendendo il discorso a tutto il mondo, la parola rinascita ha un significato speciale, se pronunciata in questi periodi bui di pandemia, in cui tutto il nostro pianeta ha sofferto e purtroppo continua a soffrire e a combattere duramente. Ma oggi si può essere più ottimisti, oggi abbiamo compreso che possiamo vincere questa battaglia e manifestazioni sportive come quella di ieri a Londra, all’Imperial Stadium di Wembley, possono infondere quella speranza di rinascita, di riscatto, di ritorno alla vita normale che tutti noi uomini desideriamo ormai da lungo tempo. Vedere le persone tutte insieme allo stadio che gridano, incitano, si abbracciano, si disperano, tutte insieme, unite dallo sport, da quel senso di comunità, è stato emozionante. Da questo si deduce che la battaglia contro questo oscuro male si può vincere e la dobbiamo vincere tutti assieme.  Poche ore prima in Sudamerica, in un altro storico scenario, lo stadio Maracanà di Rio de Janeiro, si è giocata Brasile-Argentina, finale della Coppa America, conclusasi con la vittoria dell’Albiceleste. Anche questa finale si è giocata con la presenza di alcuni spettatori. Anche in Sudamerica, come nel resto del mondo, si vuole ritornare alla normalità, ed è giusto per tutti che sia così. Lo sport, tutte le manifestazioni di spettacolo ci possono dare una grossa mano. Nella prospettiva di un futuro migliore per tutta l’umanità.

Il Ddl Zan, la legge di cui, in un paese civile, non ci sarebbe bisogno

di Giada Piras

Giada è una giovane studentessa universitaria di cui, altre volte, ho pubblicato la sua riflessione. Anche questa volta ci pone davanti a una considerazione dura e vera, nella sua essenzialità

Negli ultimi giorni il Ddl Zan è al centro di alcune polemiche provenienti da più parti, sia politiche che provenienti dal mondo civile, ma vediamo in breve cos’è:

Il giorno del 4 novembre 2020 la Camera dei Deputati approva il disegno di legge numero 2005, che porta il nome del deputato Alessandro Zan (Partito Democratico). Il Ddl Zan viene steso mirando ad attuare delle misure di contrasto e di prevenzione nei confronti della discriminazione e della violenza contro il genere, l’orientamento sessuale, la disabilità o l’identità di genere di un individuo.

Un disegno di legge che possiamo leggere tutti (lo troviamo semplicemente cercando su google), breve e semplice. Si presenta in un documento di 12 pagine, che punta prima di tutto alla modifica dei seguenti articoli del Codice Penale:

  • 604-bis “Propaganda  e   istigazione   a   delinquere   per   motivi   di discriminazione razziale etnica e religiosa”
  • 604-ter riguardante le aggravanti “Per i reati punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo”

Il Ddl Zan così, non farebbe altro che aggiungere all’articolo la formula “oppure fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità.” 

Andrebbe inoltre, a modificare quella che è la Legge Mancino, mirata alla condanna di crimini discriminatori, incitamento all’odio e alla violenza per motivi religiosi, razziali, etnici o nazionali, punendo anche l’utilizzo di simboli o emblemi mirati alla discriminazione.

Se approvata la legge inoltre, la giornata del 17 maggio verrà istituita come giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, al fine di fare informazione e promozione (anche nelle scuole), riguardo il rispetto e il contrasto dei pregiudizi verso la comunità LGBTQ+. Questa piccola premessa è la punta dell’iceberg su quello che rappresenta il Ddl Zan, che invito a leggere al fine di non cadere vittime delle fake news pubblicate a riguardo.

Ma davvero per questo, bisogna ricorrere ad un disegno di legge?

Pensandoci a fondo, la prima cosa che mi balza in mente è stata: davvero nel ventunesimo secolo esistono ancora delle discriminazioni riguardanti non solo il colore della pelle, ma anche il genere, una situazione di disabilità, una situazione di disagio? Viviamo in un mondo che ci piace definire “civilizzato”, ma che con queste situazioni fa notare tutto il contrario. 

Come possiamo definirci civili, se le discriminazioni sono all’ordine del giorno, tanto da arrivare ad un disegno di legge per poter prevenire questi tipi di soprusi? I pestaggi, le violenze psicologiche, gli omicidi, i suicidi… fa venire la pelle d’oca il fatto che molte persone li giustifichino solo perché reputano qualcuno “diverso”, come se il solo distinguersi, la sola libertà di espressione, ti facesse vincere una condanna a morte. 

Il problema non sta nel Ddl Zan, come potrebbe sembrare visto superficialmente, il problema è radicato nella società, un problema di fondo, grave e difficile da estirpare, alimentato dalla xenofobia e dalla disinformazione che dilaga senza alcun limite. Tutto questo dovrebbe farci riflettere, dovrebbe portarci ad una profonda autoanalisi, a porci una semplice domanda: Perchè? Perché dobbiamo continuare a voltarci dall’altra parte quando si tratta di episodi gravi, solo perché altre centinaia di persone lo fanno? La libertà è un diritto imprescindibile di cui ogni essere umano dovrebbe godere, in quello che è uno Stato basato sui grandi valori della Costituzione.

“La libertà personale è inviolabile” Art.13, Costituzione italiana.

Giovanni Brusca e la sua vittima più fragile: il ‘boss’ esce dal carcere nei giorni in cui ricordiamo il piccolo Giuseppe. Fiducia nel pentimento o assurdità?

di Daniele Madau

Il piccolo Giuseppe Di Matteo

Giovanni Brusca, da oggi, non sarà più un detenuto. Non sarà ancora un uomo libero, perché per quattro anni dovrà essere sottoposto a custodia, e a protezione. Sì, perché è un collaboratore di giustizia. Mi auguro, e mi sforzo di crederci, anche un pentito, pensando a ciò di cui il suo cuore è stato capace.

Questa è la grandezza della democrazia, della Costituzione italiana, del rispetto della dignità di ogni uomo e della fiducia nel suo riscatto e reinserimento sociale?

Questa è la teoria, il modello, l’ideale a cui tendere. I fatti parlano di un uomo che varca le soglie di un carcere di uno Stato ancora non libero, che ancora non schiaccia, con piglio vittorioso, sotto i suoi piedi il drago o il serpente delle mafie e, perciò, non completamente forte e distaccato per poter guardare alla nuova vita di Brusca come a un gesto di matura democrazia.

Ognuno avrà le sue posizioni, ed è giusto che ognuno rifletta su questioni così grandi. L’ultima parola spetta al diritto e alle leggi. Certo, anche le date e le ricorrenze sembrano volerci confondere e smarrire: proprio nei giorni della scarcerazione di Brusca – lo ‘scannacristiani’-, si ricordano i 25 anni della sua vittima più fragile, il piccolo figlio del collaboratore Santino Di Matteo, Giuseppe, a cui ho dedicato l’immagine di questa riflessione.

Così ricorda quell’infanticidio il pentito Spatuzza, da leggere col fiato sospeso (tratto da ‘La Stampa’):

«All’inizio urlava: ‘papa’ mio, amore mio’», ha raccontato il pentito Gaspare Spatuzza in aula chiedendo perdono per l’atroce fine del bambino. «Poi l’abbiamo legato come un animale e l’abbiamo lasciato nel cassone. Lui piangeva, siamo tornati indietro perché ci è uscita fuori quel poco di umanità che ancora avevamo», ha ricordato. Il bambino era terrorizzato. «Ci chiamò dicendo che doveva andare in bagno – ha continuato Spatuzza – ma non era vero. Aveva solo paura. Allora tornammo indietro per rassicurarlo e gli dicemmo che ci saremmo rivisti all’indomani, invece non lo rivedemmo mai più».

Solo dopo anni Spatuzza saprà da Giovanni Brusca che il bambino era ancora vivo. «Abbiamo ancora la carta», gli disse Brusca. Ma gestire la prigionia del piccolo Giuseppe, spostato in lungo e in largo tra Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta, non era facile: per questo a un certo punto, dopo avere capito che il padre non avrebbe mai ritrattato i boss decisero di assassinarlo. Indebolito dalla lunghissima prigionia Giuseppe morì subito: gli strinsero una corda attorno al collo, poi ne sciolsero il corpo nell’acido » .

Se davvero ci si può pentire di gesti come questi, allora il nostro credere nella dignità di ogni uomo è un atto di fondata fiducia e speranza. Da custodire, senza le ombre del passato, quando, come disse Paolo Borsellino, le mafie ‘saranno svanite come un incubo’ .

Incontro con la candidata al Nobel per la Pace Luisa Morgantini: ‘La comunità internazionale deve intervenire a Gerusalemme’

di Daniele Madau

Le notizie che arrivano Gerusalemme, dove i palestinesi si sono ribellati ai coloni israeliani, interrogano la nostra capacità di interessarci dei popoli, della pace, della nostra terra. Come pervasi anche noi dal’istinto di aggresività, piuttosto che dalla riflessione, ci schieriamo nettamente da una parte o dall’altra, perdendo un po’ di lucidità. Chiedo, allora, a Luisa Morgantini, il cui racconto ascolto con desiderio di conoscere, anche se, data la sua storia, so che le sue saranno parole di difesa dei palestinesi, senza mai perdere, però, una visione d’insieme. Luisa Morgantini, infatti, da gennaio 2007 è stata eletta Vicepresidente del Parlamento Europeo con l’incarico delle politiche europee per l’Africa e per i diritti umani. Ha fatto parte delle seguenti Commissioni: per lo sviluppo, per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, Affari Costituzionali, Sottocommissione per i diritti dell’uomo. È tra le fondatrici della rete internazionale delle Donne in nero contro la guerra e la violenza e fa parte del coordinamento nazionale dell’Associazione per la pace, un movimento per la non violenza e la pace. Fortemente impegnata per la pace e il riconoscimento di giustizia, diritti e libertà in Palestina, ha fondato ed è attualmente presidente dell’associazione AssoPacePalestina. Ha ricevuto il premio per la pace delle Donne in Nero israeliane e il premio Colombe d’oro per la Pace, di Archivio Disarmo; è tra le 1000 donne nel mondo che sono state candidate al Premio Nobel per la Pace.

Da dove vengono, dove sono le radici che hanno generato gli scontri a cui assistiamo in questi giorni?

La causa principale di questa rivolta all’interno di Gerusalemme è l’occupazone militare israeliana della città che perdura dal 1967. Il 12 maggio, tra l’altro, per Israele, è stato il giorno della gloria, cioè il giorno in cui nel ’67 conquistarono Gerusalemme Est, la Cisgiordania e Gaza. Gerusalemme Est, sino ad allora e a partire dall’armistizio del 1949, era stata sostanzialmente data alla Giordania. Dal 1967, quindi, quella che i palestinesi considerano una città conquistata, per Israele ha significato il poter dichiarare Gerusalemme, unica e indivisibile, capitale dello Stato di Israele. Cosa è successo dal 1967 in poi? E’ successo che in quel 22 per cento di territorio destinato ai palestinesi, gli israeliani hanno costruito delle colonie in un numero tale che, dopo gli accordi di Oslo del 1993, in zone che – per la comunità internazionale – dovevano essere palestinesi erano presenti 150.000 coloni, destinati a crescere, andando così contro la convenzione di Ginevra che vieta a un paese che ne conquisti un altro di trasferirvi parte della popolazione.

Ha citato gli ‘accordi di Oslo’: quali furono i termini di questi accordi? E quali furono i principali eventi successivi?

Gli accordi di Oslo sono stati firmati nel 1991, dopo la prima Intifada, iniziata nel 1987. Intifada che presentava Davide contro Golia, essendoci bambini, ragazzini e donne palestinesi che combattevano, appunto, contro l’occupazione militare israeliana in quel 22% di territorio palestinese rimasto dopo la spartizione del 1947 -che assegnava il 54% agli israeliani, il 46 ai Palestinesi e lo status internazionale a Gerusalemme – ma, soprattutto, dopo la conquista del territorio a seguito della guerra del 1948/49, che fu, quella sì, davvero una guerra, in quanto i palestinesi ebbero un esercito, anche se disastrato. Israele arrivò a conquistare un altro 24% del territorio, mentre il restante 22 è rimasto, in realtà, sotto il dominio della Giordania, sotto cui è rimasto, appunto, sino al 1967.Negli accordi di Oslo, però, si è rivelata subito l’asimmetria tra le due parti, a esempio: la Palestina ha riconosciuto lo Stato di Israele nei confini del 1967 mentre Israele non ha riconosciuto la Palestina nel 22% del territorio ma ha riconosciuto semplicemente l’organizzazione della liberazione della Palestina. Si dice sempre che i palestinesi non riconscano Israele ma non è così, loro hanno riconosciuto i confini del 1967, ufficialmente già dalla conferenza di Algeri del 1988, inizio del percorso che ha poi portato agli accordi di Oslo del 1991. Questi accordi, però, si sono rivelati una trappola per i palestinesi, perché hanno diviso quel 22% in zona A, B, C. Nella zona A – delle grandi città-amministrazione e sicurezza sono in mano dei palestinesi; nella zona B, i villagi a ridosso delle grandi città, la sicurezza è riservata ai soldati israeliani; la zona C è, praticamente, tutta in mano agli israeliani che, tradendo gli accordi, non hanno abbandonato queste ultime due zone. In queste territori, i palestinesi vivono reclusi perché, per muoversi da queste zone, devono attraversare dei ‘check point’ israeliani, mentre gli israeliani stessi hanno continuato a costruire e colonizzare. Per cui oggi sono presenti 600000 coloni, anche nella zone di Gerusalemme Est e nella città vecchia, in cui ci sono stati,sì, casi in cui la Chiesa Ortodossa ha venduto effettivamente molte abitazioni ma in altrettanti casi queste sono state prese con la forza, senza alcun diritto. Dopo c’è stato l’assassinio di Rabin da parte di un israeliano fondamentalista, che faceva parte di un gruppo che andava a omaggiare la tomba Baruch Goldstein. Questa personaggio è noto per essere l’autore del massacro di Hebron del 1994, che causò la morte di 29 musulmani palestinesi in preghiera e il ferimento di altri 125. In conseguenza di questo, Hebron è stata divisa in due da Netanyau e la vecchia città di Hebron, praticamente, è stata chiusa ai palestinesi, i cui negozi sono stati chiusi e coloro che vi vivevano mandati via. L’assassinio di Rabin ha mutato la situazione di Israele, perché Peres non ha proseguito sulla via degli accordi di Oslo e, anche a causa di attentati kamikaze palestinesi, ha cominciato a parlare solo della sicurezza di Israele e ci si è dimenticati di Oslo. In verità, anche quando c’era Rabin, si notavano le contraddizioni degli accordi di Oslo che non riconoscevano lo stato di Palestina e non poneva un freno ai coloni. Sempre di più, poi, in Israele le forze fondamentaliste hanno avuto il sopravvento cosicché in questi ultimi anni sono aumentate tantissimo le azioni distruttive di coloni giovani e violenti, come può essere tranquillamente documentato. L’attuale governo ha poi, alimentato, l’attività dei coloni e ha sostenuto che mai ci sarà uno stato di Palestina, fino a proclamare l’annessione della valle del Giordano e di Hebron, annessione che, di fatto , c’è già, dato che gli israeliani possono andare dove desiderano e controllano le frontiere, senza permettere a nessuno di muoversi. Nel 2000, poi, è iniziata la seconda intifada , dal fatto che Sharon è andato sulla spianata delle moschee come forme di provocazione per affermare la sovranità su Israele nonostante l’allora ministro Arfat lo supplicasse di non compiere questo gesto perché, in seguito, niente sarebbe stato più controllabile, come è capitato. Per questa seconda Intifada, bisogna dire che così come ciò che fa Israle coi civili è sbagliato, sbagliò anche la Palestina a inviare i kamikaze a farsi saltare in aria e , da questo punto di vista, la seconda intifada è stata devastante. Un suo effetto fu la costruzione, poi, del muro che, nei proclami di Israele, doveva essere difensivo e che, invece, secondo quanto affermato dalla corte penale dell’Aja, invece di essere costruito entro i confini del 1967, è costruito, passando come un serpente, all’interno dei territori occupati e si annette terra palestinese, quella dei villaggi. Per cui, nel 2005, è nata un grande rivolta popolare non violenta per dire: ‘Il muro non lo vogliamo!’, muro che aveva portato via, praticamente, tutta la terra coltivata che era tutto ciò che restava ai palestinesi, ed era alla base della loro economia. Nel frattempo, infine, ci sono state divisioni all’interno del movimento palestinese, con la nascita di Hamas e i conseguenti conflitti fratricidi a Gaza nel 2006-2007. Tornando agli ‘accordi di Oslo’, da una parte sono stati una trappola per i palestinesi, dall’altra non sono stati applicati. I palestinesi sono stati lasciati soli, occupati da una grande potenza, mentre la comunità internazionale, che doveva imporne il rispetto, non è intervenuta, permettendo palesi violazioni dei diritti umani.

Come commenti la dichiarazione di Biden, secondo la quale ‘Israele ha il diritto di difendersi’ ?

Rispetto alla presidenza di Trump, c’è comunque un’inversione di tendenza, come si può dedurre dalla presenza dell’inviato speciale Hady Amre che conosce bene il Medio Oriente, diversamente da quelli nominati dall’ex presidente. Gli Stati Uniti, però, non sono mai stati e non saranno mai vicini ai palestinesi. Questo fatto, dunque, che Israele si deve difendere sarà legittimo quando cesserà l’occupazione militare e i palestinesi potranno essere liberi. A me sembra di vivere in un mondo alla rovescia: i palestinesi sono diventati i carnefici mentre, quotidianamente, subiscono angherie e soprusi, ragazzini vengono messi in carcere e abusati. Con questo, però, non voglio giustificare Hamas che sicuramente sbaglia a lanciare i suoi razzi, anche se le vittime causate da questi lanci sono nulle rispetto a quelle palestinesi. Palestinesi che non possono avere acqua pulita, non possono commerciare, non hanno libertà alcuna. La difesa di Israele, allora, è quella di lasciare la libertà ai palestinesi in quella terra in cui possono vivere due popoli con due stati, in giustizia e libertà. La difesa non è ammazzare, come hanno fatto nel 2014, duemila palestinesi o bombardare, come in questi giorni, palazzi dove ammazzano forse un dirigente di Hamas soltanto, insieme a bambini e indifesi. Ed è una vergogna che la comunità internazionale, senza sentirsi antisemita nel criticarne le azioni, non dica a Israele: basta! E invece lo Stato di Israele, e non gli israeliani che, come tutti i popoli, sono fatti di gente splendida e gente, invece, intollerante, continua impunemente con l’apartheid nei confronti dei palestinesi, come testimoniano le Nazioni Unite e Amnesty International.

Per chiudere, Luisa, in che occasione il tuo nome è stato fatto per il Premio Nobel per la Pace?

In realtà fu una cosa molto semplice. A seguito della mia attività nel Parlamento Europeo, il governo svizzero decise di indicare mille donne in tutto il mondo per premiare collettivamente, e non solo singolarmente, coloro che si erano distinte per il loro impegno e le loro lotte.

Con Carlo Cottarelli, discuto dei conti italiani

di Daniele Madau

L’incontro di oggi è particolarmente prestigioso, dato che a dialogare con me sull’attualità economica è il direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Presidente del Consiglio dei Ministri incaricato nel maggio del 2018, Carlo Cottarelli.

Dottor Cottarelli, grazie della disponibilità. Questi sono giorni particolarmente intensi e rilevanti dal punto di vista economico, tra il Documento di Economia e Finanza e la presentazione del ‘Recovery Plan’ : sul primo, è giò intervenuto spiegando la necessità di impiegare bene i fondi per i lavori pubblici scegliendo con cura gli interventi necessari. Potrebbe approfondire questo aspetto e presentarci un suo parere sul Piano Nazionale di Rinascita e Resilienza – il piano che utilizzerà, appunto, i fondi del ‘Recovery’, che si sta presentando in questi giorni all’Unione Europea?

Prima di tutto c’è la necessità di farla la spesa perché, in passato, abbiamo stanziato risorse che non sono state utilizzate: per questo è necessaria una riforma delle procedure e una semplificazione dei processi. In linea di principio, poi, tutte le volte che si fanno degli investimenti pubblici, questi dovrebbero essere sottoposti a un’analisi costi-benefici, per riscontrare se ai costi stessi corrispondano dei benefici per la collettività. Laddove questo accada, bisognerebbe procedere con l’esecuzione. In base alle informazioni in mio possesso – che non possono essere ancora approfondite al meglio perché non ho potuto leggere integralmente il Piano: mi rifaccio ai numeri già previsti dalla bozza di gennaio del governo Conte – gli interventi previsti nel Piano stesso non sono stati sottoposti a questo tipo di analisi, fatto che mi lascia perplesso.Il Piano sarà approvato senza alcuna difficoltà dall’Unione Europea, ma i progetti dovranno essere buoni, chiaramente. Dobbiamo notare una cosa, infatti: in termini di rilancio della crescita, qualsiasi investimento, anche un ponte che non va da nessuna parte, crea lavoro: prevede infatti la progettazione, l’utilizzo degli operai e così via. Il vero test sull’utilità di qualcosa è vedere, invece, nel lungo periodo se accrescerà la capacità produttiva del paese. Occorreranno, quindi, anni per vedere se questi investimenti, se questa spesa e questo, di conseguenza, debito, siano stati ‘buoni’ o ‘cattivi’, secondo la, ormai comune, definizione.

Vorrei concentrarmi, ora, su Alitalia, che rischia di essere fortemente ridimensionata e di dire addio per sempre allo status di compagnia di bandiera. L’Europa, però, sembra aver trattato meglio la Klm e Airfrance…

Non essendo un esperto del settore delle compagnie aeree, non posso rispondere in maniera corretta e approfondita sul piano attuale di risanamento; dico solo, però, che una situazione in cui noi, per vent’anni, abbiamo messo dieci miliardi in una compagnia aerea è quanto meno strana e non si capisce come possa essere giustificata. Tutti i paesi del mondo hanno compagnie aeree di bandiera ma non hanno lo Stato dietro che foraggia con dieci, unidici, dodici, tredici miliardi. Non capisco perché, solo noi, dobbiamo presentare questa anomalia.

Puoi presentare a chi legge la funzione e la specificità dell’ Osservatorio sui conti pubblici che lei dirige?

L’Osservatorio deve fare chiarezza in materia di conti pubblici, producendo settimanalmente delle note su diversi aspetti o facendo anche alcuni esperimenti. Nelle settimane scorse, a esempio, abbiamo contattato tutte le prefetture italiane ponendo alcune domande su un tema di loro competenza, ovvero il ricorso al prefetto contro una multa per violazione del codice della strada. Per circa un terzo delle prefetture la risposta è stata rapida e corretta, ma per oltre un terzo non è stato possibile avere una risposta. I risultati delle restanti prefetture sono stati invece di qualità intermedia. Questo esercizio è stato condotto anche come esempio di quello che la pubblica amministrazione dovrebbe fare regolarmente per evidenziare aree di miglioramento nella qualità dei servizi forniti ai cittadini. Nel complesso, sono risultati molto insoddisfacenti che dimostra come la nostra amministrazione abbia poca attenzione per la comunicazione e per i rapporti col pubblico.

Tutti ricordiamo l’estate del 2018 e il suo essere Primo Ministro incaricato. Potrebbe parlarci del suo stato d’animo di quei giorni?

Ricordo la sorpresa, perché proprio non me l’aspettavo. Ho avvertito, poi, subito, la preoccupazione per un incarico che era certo non facile anche perché, a un certo punto, c’era da affrontare anche una crisi finanziaria e, avendo quasi la certezza che non ci sarebbe stata la fiducia del Parlamento, sarei stato a capo di un governo incaricato di gestire l’ordinaria amministrazione, e quindi avrei dovuto gestire qualcosa di ingestibile- una crisi finanziari – con strumenti ordinari. Dopodiché, la terza sensazione, era quella di aver fatto ciò che era necessario fare, e cioè di rendere possibile un compromesso tra il Presidente Mattarella e i partiti di maggioranza, in modo tale da consentire la creazione di una maggioranza politica, che era, chiaramente, la soluzione migliore, anche perché i mercati finanziari, alla notizia dell’accordo, si erano tranquillizzati.

Il mio mestiere di insegnante mi spinge a chiederle perché si debba investire maggiormente sulla scuola in Italia

E’ chiaro che spendiamo troppo poco per la pubblica istruzione: è stata la forma di spesa pubblica corrente che ha subito maggiori tagli dal 2006, avendo subito riduzioni di più del 10%. E’ un vero problema, perché tanti studi dimostrano che è la forma di spesa pubblica maggiormente correlata alla crescita nel lungo periodo. La spesa nella pubblica istruzione è quindi un vero e proprio investimento. Naturalmente, come sempre, bisogna spendere bene. Siamo particolarmente deboli nell’area degli asili nido e delle università, mentre negli altri ordini abbiamo un problema di retribuzione bassa e di poca formazione degli insegnanti, che non trovano incentivi in scuole poco attrezzate. La spesa dovrebbe essere concentrata su questi aspetti.

Scusi la genericità e l’immediatezza dell’ultima domanda, ma do dove cominciare per sistemare i nostri conti?

Per sistemare i nostri conti ci vuole, in primis, crescita economica; la domanda, quindi, è come crescere rapidamente. Nell’immediato la priorità è il piano dei vaccini, grazie ai quali potremmo tornare senza troppa difficoltà ai dati del 2019. Questo però non basta, avendo avuto in quel periodo una crescita media dello 0% e quindi dovremo aumentare il nostro tasso di crescita. Per far questo, le priorità sono la semplificazione della pubblica amministazione, l’efficentamento della giustizia in generale e giustizia civile in particolare: questi aspetti rendono appettibili gli investimenti privati; ai quali, però, bisogna unire quelli pubblici, e qui torniamo alla domanda iniziale e all’importanza dell’analisi costi-benefici.

Chiunque ami l’Italia, non ama il fascismo

di Giada Piras

Giovane studentessa universitaria – e convinta antifascista- già l’anno scorso Giada ha curato l’editoriale per il 25 aprile. La nostra riflessione, con lei, continua anche quest’anno.

Oggi è il 25 Aprile, data in cui venne proclamata la festa di liberazione del suolo italiano dalle forze nazi-fasciste. Esattamente oggi, l’Italia, festeggia il suo 76esimo anniversario come paese libero da una dittatura opprimente.

A tale proposito, tutto questo dovrebbe spingerci a ragionare su diversi aspetti, primo fra tutti: il sacrificio.

Proviamo a pensare a cosa sia veramente successo, perché il 25 Aprile può sembrare solo una data che si sente di sfuggita, un giorno di vacanza per i ragazzi che frequentano la scuola, ma dietro c’è molto di più. Milioni di vite troncate, vittime di quella che fu la dittatura fascista, a partire dagli omicidi come quello di Giacomo Matteotti, assassinato il 10 Giugno 1924 da cinque membri della “polizia politica” che, dopo averlo rapito e accoltellato a morte, lo abbandonarono nelle campagne di Roma. Ecco, Matteotti non fu né la prima né l’ultima vittima di quello che potremmo considerare l’eccidio messo in pratica dalla dittatura fascista.

Dopo di lui, infatti, avremo una vera e propria escalation di violenze di ogni tipo: invasioni, pestaggi, incarcerazioni e fucilazioni ormai erano la normalità per il regime che, in tempo record, prese il potere sulla penisola.

Arriveremo al 1943, anno in cui il generale Pietro Badoglio (in seguito alla caduta del fascismo), firmerà l’armistizio di Cassibile, fatto che da lì a poco, getterà l’Italia in balia degli eventi.

L’esercito era allo sbando e da qui cominciarono a formarsi i primi gruppi di quelli che venivano chiamati “ribelli”.

Antonio Gramsci si esprimeva così riguardo al scegliere una parte da cui stare, all’essere partigiani:

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.”

Chi erano i “ribelli”?

I “ribelli”, chiamati più comunemente “partigiani” possono essere definiti come i protagonisti della resistenza italiana, quell’evento che vede uomini e donne di tutte le età, dai bambini agli anziani, ribellarsi alla presa di potere da parte delle truppe tedesche e dello stato fantoccio della repubblica di Salò antecedente alla firma dell’armistizio.

Nelle formazioni partigiane avevamo ogni sfaccettatura d’Italia.

Lo studente universitario stanco del regime fascista che rifiutava di presentarsi alla chiamata alle armi, il parroco del paese, avevamo i comunisti, gli anarchici, i liberali… Tutte persone diverse tra loro ma con l’unico obiettivo di rendere l’Italia libera da ogni sopruso. Quello che stupisce da questo punto di vista, è come tutte queste differenze siano state abbattute da un ideale talmente forte da far sì che ogni differenza di partito, ogni differenza di etnia, di età, non fosse un problema. E’ questo lo spirito che ci ha portati al 25 Aprile, lo spirito che ci ha resi liberi, che ha fatto nascere la Repubblica e che ha portato alla nascita della nostra costituzione, così poco tenuta in considerazione ma così tanto voluta e sudata, tanto che Piero Calamandrei, noto politico italiano, disse:

“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furoni impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione.”

Con questa piccola premessa che vuole spiegare a grandi linee tutto il sacrificio che ha portato il popolo italiano al 25 Aprile, volevo condividere con voi una domanda che mi pongo spesso.

Solitamente, nell’ultimo periodo soprattutto, tante persone si sentono “nostalgiche” riguardo il periodo fascista, senza saperne (il più delle volte), quello che ha portato all’Italia. Tutto ciò porta ad una domanda: perché l’Italia deve ancora fare i conti con quello che, ormai, è lo “spettro” del fascismo?

La Germania ad esempio ripudia ogni forma di nazismo, mentre nell’Italia odierna possiamo trovare dei calendari con la foto di Benito Mussolini in bella mostra in vendita nelle edicole.

Il fascismo insomma, continua a essere una realtà presente nella vita di tutti i giorni, partendo dalla xenofobia devastante che si è diffusa in larga scala negli ultimi anni. Si parla della politica, del potere mediatico che alcuni esponenti esercitano sul popolo, attanagliandolo con il più comune dei sentimenti umani: la paura, forti del fatto che spesso e volentieri dalla storia nessuno ne impara gli errori, per quanto possa essere recente.

Siamo in un’era dove sono in atto dei processi di migrazione di massa, che a differenza di come parecchie persone pensano, non è un complotto atto a distruggere la vita degli italiani, ma bensì possiamo notare quanto il pianeta si stia sviluppando in maniera differente e non equa da uno stato all’altro. Ci si dimentica troppo spesso gli ideali che hanno portato l’Italia ad essere un paese libero da ogni forma di dittatura.

E’ un fatto: Chiunque ami l’Italia, non ama il fascismo. Stiamo parlando di un’ideologia che portata avanti ha distrutto il nostro paese, e non solo. Ha distrutto milioni di vite rendendosi fautore della guerra tra italiani.

Proprio l’altra sera il giornalista Gad Lerner ha presentato in diretta televisiva un progetto svolto insieme all’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) riguardante le testimonianze di quelli che ormai possiamo considerare “gli ultimi partigiani”.

Racconta, tra le tante storie raccolte, quella di Aldo Costantini, carabiniere veneto che, mandato in Piemonte per un rastrellamento, con la sua squadra si rifiuta di sparare sui partigiani, poiché al momento del giuramento da carabinieri, ebbero giurato di non sparare sugli italiani. Vennero quindi arrestati e chiusi nel carcere militare di Torino. Un commando partigiano li salverà prima della deportazione e da lì comincia la loro storia tra le file della resistenza.

Sul sito noipartigiani.it possiamo osservare centinaia di testimonianze da chi la resistenza l’ha vissuta in prima persona, vivendone gli orrori che solo una guerra può portare, ma anche la gioia della liberazione. Un progetto prezioso ed innovativo, che porta le storie della resistenza sul web (avvicinandole inevitabilmente a quello che è il mondo dei giovani), raccolte in un portale a cui tutti possiamo avere accesso e che soprattutto rimarrà, con le testimonianze di donne e uomini della resistenza, un documento prezioso, utile a ricordare le stragi e il dolore che vi sono dietro a questa data che noi italiani dovremmo sentire far parte di noi.

Le grida d’aiuto tra le persone sorde

Ciro e Beppe Grillo

di Alessia F.

Alessia è una ragazza poco più giovane di Ciro Grillo, una studentessa – di una mia classe, che ringrazio – attenta alle tematiche femminili, con uno stile e una penna bella e delicata. Le ho chiesto il suo punto di vista sul video di Beppe Grillo in difesa del figlio Ciro.

È difficile trovare la voce per parlare, quando si è circondati da una folla di persone sorde, il cui udito va e viene, si nasconde, come se giocasse a nascondino ogni volta che un grido d’aiuto  squarcia l’aria, e restasse allo scoperto ogni volta che parole leggere volano tra quelle teste basse  per la codardia e la vergogna. Più difficile ancora però è dare voce ai propri incubi, riflesso  notturno di una storia dell’orrore davvero accaduta, vederli uditi dal mondo intero e poi vederli  derisi e manipolati dai più sciocchi degli interpreti, che riescono a rendere verità disumane e  scomode, bugie leggere e felici. Bugie non in grado di sconfiggere l’incubo, ma capaci di  annientare la speranza che da esso ci si possa salvare. È difficile trovare il coraggio per dire che  si è stati violentati se nessuno ascolta e le parole si perdono tra l’indifferenza della gente, ma  ancora più difficile è dirlo a chi ascolta e non ti crede. Non ci sono né vittime né colpevoli, solo  donne bramose di visibilità. Donne che dicono bugie, che inventano storielle poco credibili. Donne  che non ridono più, non piangono più, non mangiano e se potessero smetterebbero persino di  respirare. Donne che camminano eleganti per le strade, ma in realtà non hanno gambe, non  hanno corpo. Donne che non hanno più un corpo perché un uomo glielo ha strappato via. Donne  senza corpo e senza più vitalità nelle loro anime che per il mondo raccontano bugie. È il caso di  S.J. una ragazza all’epoca di soli diciannovenne anni, che in due anni ha visto l’Italia ridicolizzare il  suo dolore e i suoi “assassini” vagare liberi per le strade, indisturbati. È successo durante l’estate  del 2019 in Costa Smeralda (Sardegna). Dopo essere stata con i suoi amici nella famosa  discoteca del “Billionaire”, S.J. andò nella villetta di un suo amico, Ciro Grillo, a Porto Cervo  insieme ad altri tre ragazzi e un’altra ragazza salvata fortunatamente dalla sua stanchezza, che la  portò a sistemarsi nella sua stanza per poter riposare. S.J non andò a dormire, decise di restare  con i suoi amici e di continuare a divertirsi come una normale ragazza di 19 anni. I quattro ragazzi  avevano però una diversa concezione di divertimento. Per loro significava prendere S.J. per i  capelli, costringerla a bere un litro di vodka, e abusare di lei, a turno, come fosse un nuovo gioco  da provare, per cinque o sei volte, in bagno, poi nella doccia, nella camera da letto e nel  soggiorno. Il giorno seguente, cercando di cancellare dalla propria mente quello che le era  successo, andò a fare kitesurf, tenne aggiornato il proprio profilo Instagram con delle “storie” e  continuò la sua vacanza. Dopo otto giorni ritrovò la sua voce e denunciò, con lo stesso coraggio  che dovrebbero avere tutte le donne. Un fatto comune, non molto diverso da quello di tante  ragazze, a cui al massimo si sarebbe dedicato un paragrafo di giornale, ma che è passato sotto i  riflettori a causa dell’unico nome citato nel testo: Ciro Grillo, figlio diciannovenne del politico  italiano Beppe Grillo, accusato di essere, insieme ai suoi amici, uno stupratore. A distanza di due  anni e mezzi dal fatto ancora nessuno è stato condannato dalla Procura di Tempio Pausania che  sta seguendo il caso. Alcune foto, video e messaggi proverebbero che la ragazza era  consenziente nell’ interpretazione di certi avvocati, per altri invece non sono altro che prove  schiaccianti della loro orrenda colpa. E proprio pochi giorni prima della decisione fatidica che la  procura prenderà a breve, indecisa se archiviare il caso o rinviare a giudizio i quattro indagati,  Beppe Grillo rompe il suo silenzio e pubblica un video sui suoi social a difesa del figlio. Nelle  immagini vediamo un padre, non più un politico, che lotta con tutte le sue forze per salvare la  reputazione e la vita del figlio, senza pensare però a quell’altra vita che è stata strappata via dal  suo amato Ciro e dai suoi amici per soddisfare uno spregevole istinto sessuale. Le parole dure  usate dal politico hanno fatto il giro del web e sono state sottoposte all’attenzione dei più grandi  telegiornali. Molti personaggi importanti si sono espressi potendo utilizzare solo parole di  disgusto. Quanto può essere forte l’amore cieco di un padre per un figlio anche davanti a un  crimine così disumano? Grillo ci da una dimostrazione.  

Paonazzo dalla rabbia e con un tono di volte troppo alto, urla in preda alla rabbia queste parole:”  Mio figlio è su tutti i giornali come uno stupratore seriale insieme ad altri 3 ragazzi… io voglio  chiedere, voglio chiedervi, voglio chiedere veramente perché un gruppo di stupratori seriali  compreso mio figlio non sono stati arrestati? La legge dice che gli stupratori vengono presi e  vengono messi in galera e interrogati in galera o ai domiciliari. Sono lasciati liberi da due anni,  perché? Perché non li avete arrestati subito? Ce li avrei portati io in galera a calci nel culo.  Perché? Perché vi siete resi conto che non è vero niente che c’è stato lo stupro, non c’entrano  niente. Perché una persona che viene stuprata la mattina, al pomeriggio va in kitesurf, e dopo 8  giorni fa una denuncia, vi è sembrato strano. È strano». Parla poi di un video che testimonia il  consenso della ragazza nei rapporti sessuali e conclude con una frase ad effetto, che mostra tutta  la disperazione di un genitore:” Se dovete arrestare mio figlio che non ha fatto niente, allora  arrestate anche me, perché ci vado io in galera». Sono parole dure che fanno riflettere. Portano i  nostri pensieri sulla vittima e ci fanno domandare se le parole di una donna uccisa nell’anima  saranno mai ascoltate e capite davvero. Si fa leva sugli otto giorni passati prima della denuncia.  La domanda che sorge spontanea è chiara: ha Beppe Grillo, o chiunque sostenga questa tesi, 

idea di cosa significhi essere stuprati? Hanno idea di cosa significhi vedere il proprio corpo  rubato, violato in tutti i modi possibili e poi buttato via come un oggetto? Hanno idea di cosa  significhi svegliarsi la mattina seguente e guardarsi allo specchio? Non si vede la propria  immagine, ma solo una pelle sporca che neanche l’acqua potrà pulire e si prega di essere un  serpente per poter fare la muta e liberarsi della sensazione di quelle sudice mani che non  conoscono limiti. Ci si sente in colpa e ci si chiede se in fondo la colpa non sia la propria. Si vuole  dimenticare l’accaduto e si prova ad andare avanti con la propria vita, ma ormai quella vita è stata  spezzata. Ci vuole tempo per elaborare e tempo per trovare il coraggio di indicare i colpevoli,  soprattutto se si sa che la propria situazione si trasformerà in una guerra per la giustizia. Otto,  dieci, venti giorni, potranno passare persino anni e la testimonianza della vittima sarà sempre  valida e una tale dimostrazione l’abbiamo avuta anche gli anni passati con il movimento “me too”  nato tra le attrici di Hollywood vittime di violenza che dopo anni hanno dato voce ai loro stupri,  facendo condannare importanti personaggi famosi.  

Non ci possono essere dunque altre interpretazioni e nulla può scusare le parole rabbiose di  Beppe Grillo, che nell’intento di difendere il figlio ha commesso un crimine peggiore: ha zittito  un’altra voce femminile. Solo su una cosa bisogna dargli ragione, chiede perché un gruppo di  stupratori seriali, compreso suo figlio, non siano stati arrestati. Non possiamo che ripetere la sua  domanda: perché?

Una gigante tra i nani

Ursula Von Der Leyen lasciata in piedi

di Daniele Madau

‘I diritti umani non sono negoziabili’ . Basterebbe questa affermazione, pronunciata dopo aver ricevuto quel gesto maleducato e rozzo – si potrebbe chiamare anche troglodita -, per misurare la differenza tra la classe, l’eleganza, la grandezza di Ursula Von Der Leyen, da una parte, e Charles Michel e Recep Tayyip Erdogan dall’altra. Scandite al microfono in casa del musulmano più influente del mondo (secondo una graduatoria stilata nel 2019 dal “Royal Islamic Strategic Studies Centre”), responsabile di un processo di arresto e arretramento della democrazia in Turchia, qulle parole, diventate sacre, indicano ciò che noi europei vogliamo essere e ciò che, per ora, ci divide da Erdogan e da quelli come lui. Tra i quali, purtroppo, pare anche esserci il Presidente del Consiglio Euopeo Charles Michel. Sì perché in quel gesto maleducato e rozzo – e che ormai conosciamo tutti, avendo visto la Presidente lasciata in piedi davanti agli altri due seduti – forse la colpa maggiore, se è lecito fare una classifica, è di Michel. Ha guardato Ursula dall’alto in basso come Erdogan, senza neanche contemplare lontanamente l’idea di alzarsi, cederle il posto, fare una rimostranza, sedersi con lei sul divano, chiedere un’altra sedia: qualsiasi cosa, purché dimostrasse l’attenzione a colei che era in missione con lui, oltre che, gerarchicamente, con un titolo maggiore del suo. Stiamo parlando del Presidente del Consiglio Europero, che dovrebbe tutelare, difendere, diffonddere, ma prima ancora conoscere, i valori fondativi dell’Unione, quali l’uguaglianza e la parità. Non parliamo di Erdogan, negazionista del genocidio armeno, violento nei confronti della sua stessa corte costituzionale – che ha minacciato più volte – , protettore degli omofobi. Nel 2015 Erdoğan, avendo il pontefice ricordato lo sterminio armeno (1,5 milioni le vittime), così si rivolse a Francesco: «Quando i politici e i religiosi si fanno carico del lavoro degli storici non dicono delle verità, ma delle stupidaggini». Poi, Ursula ha pronunciato quelle parole, proprio lì dove sono disattese e avversate, e ha fatto capire semplicemente chi fosse: una gigante in mezzo ai nani. Lo sapevamo già, però: da quando manifestò subito la sua vicinanza all’Italia nel primo periodo della pandemia, a quando si battè per il ‘Recovery Plan’ . Cosa consigliare, invece, a quei due uomini, apparsi nani? Non so, la situazione sembra grave. Forse di studiare la lirica cortese e il ‘Dolce stil novo ‘, con la loro altissima idea della donna. Forse, più semplicemente, di provare un po’ di vergogna e interrogarsi sulla loro idea di parità; ma anche di studiare la propria cultura e storia perché, forse, Erdogan, il ‘sultano’, non sa che esisteva anche la forma femminile del titolo: Sultane, riservato alle mogli legittime e alle figlie dei Sultani. Tutto il mondo li sta irriverendo: se lo sono meritati, speriamo imparino. Noi ci teniamo la lirica cortese, il ‘Dolce stil novo’ e Ursula, una gigante.

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