‘Kol hamatzil nefesh achât mi’ Yisraêl, ke’ilu lutsil olân mâle’: ‘Chi salva una vita, salva il mondo intero’

di Andrea S.

Continua la serie degli interventi di studenti dell’anno della maturità, che affrontano tematiche complesse, a volte di stretta attualità, a volte con lontane radici che affondano nella storia. In questa riflessione Andrea tratta, dimostrando sensibilità e desiderio di rispetto delle religioni, della questione israelo-palestinese, materia complessa, presentando il suo punto di vista, corredato da molteplici argomentazioni

Redatto nel rispetto massimo delle comunità cristiana, ebraica, musulmana mondiali, di Dio, JHWH, Allah il Compassionevole, di Maria/Maryam/Miryam (Siano le preghiere di Allah e la pace su di lei), di Gesù di Nazareth/Isa (Siano le preghiere di Allah e la pace su di lui), il Profeta Muhammad (Siano le preghiere di Allah e la pace su di lui), di Abramo/Abraham/Ibrahim (Siano le preghiere di Allah su di lui) e di tutti i patriarchi e profeti a seguire.

Com’è noto ai più, è a partire dal secolo ottavo avanti Cristo che ebbe inizio, in seguito alla conquista degli antichi regni ebraici da parte degli Assiri e dei Babilonesi, il fenomeno cosiddetto della “diaspora”, ossia la dispersione del popolo ebraico nel resto del mondo. Sarà sei secoli più tardi, precisamente nel 637 dopo Cristo, con la conquista della città di Gerusalemme da parte dell’esercito musulmano, che le popolazioni e le tradizioni autoctone di quei luoghi cominceranno ad essere fortemente arabizzate. Ancora, è bene ricordare che le comunità ebraiche europee furono, in particolar modo dall’avvento del Cristianesimo in poi, oggetto di non trascurabili discriminazioni, dipese da un passo dei Vangeli mal interpretato e portato alle estreme conseguenze. Il passo in questione è Matteo 27, 25: E tutto il popolo rispose: Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli. Fu a causa della superficiale lettura di tale ambiguo versetto che, per secoli, gli Ebrei finirono per essere accusati di deicidio (in riferimento a Gesù di Nazareth) e, per di più, ritenuti responsabili del loro stesso funesto destino. Operando un ulteriore salto nel tempo, si rammenta che sarà tra la fine del XIX e gli inizi del secolo XX che nascerà il sionismo, movimento d’ispirazione nazionalista, il quale presenta un’ideologia fondata sull’idea secondo la quale gli Ebrei costituiscono una comunità nazionale e che, per tale ragione, avrebbero diritto a uno Stato indipendente. Sarà il sopracitato partito, sostenuto dalla delegazione britannica in Palestina – la quale, con la dichiarazione di Balfour del 1917 avrebbe riconosciuto ufficialmente l’entità sionista – a organizzare i primi grandi flussi migratori verso la Palestina, prima dall’Europa, poi dalle Americhe e dall’allora URSS. Ed ecco che si giunge ora al nocciolo della questione. Alcuni potrebbero certo sostenere che l’arrivo dei coloni sia stato graduale, estremamente pacifico e che, in fondo, siano state la Palestina e la Lega Araba, sua alleata, le uniche responsabili dello scoppio dei conflitti. In risposta a ciò, è probabilmente bastevole pensare che, nel giro di ben pochi decenni, furono circa 700.000 gli Arabi Palestinesi costretti ad abbandonare le regioni occupate dagli Israeliani. Il problema più grave è che tale esodo non ha mai avuto fine: intere famiglie, interi villaggi secolari andati distrutti per far spazio a nuovi insediamenti dei sionisti. I più anziani degli speranzosi profughi Palestinesi, tutt’ora, tengono custodito un vecchio paio di chiavi il quale non ha mai più incontrato il corrispondente chiavistello da quando le autorità hanno costretto i locali ad abbandonare, da un momento all’altro, le proprie dimore. In alcuni casi, è stato imposto di demolire con le proprie mani case costruite e abitate di generazione in generazione. Ancora, sono diversi coloro i quali potrebbero pensare che un popolo da sempre oggetto di discriminazioni si meriterebbe, senz’ombra di dubbio, di vivere serenamente nella propria terra d’origine. E dunque, come sarebbe naturale domandarsi, come si dovrebbe spiegare tutta la violenza di cui sopra? E dunque, come mai è sempre di gran lunga più semplice dipingere la parte Palestinese come quella di Arabi rozzi, sporchi e violenti? E dunque, come mai appare così semplice guardare alla fazione di Hamas come a puro terrorismo islamico anziché come un feroce e inarrendevole gruppo partigiano che, come sovente è capitato nel corso della storia, he provocato e continua a provocare, con le sue azioni, conseguenze non indifferenti ai civili di una parte e dell’altra? E dunque, come mai si è sempre soliti guardare a Israele come pioniere della democrazia in tutto il Medio Oriente e prezioso, fondamentale alleato nella lotta al terrorismo? Sempre più sono i datteri, in particolar modo nei periodi del Ramadan islamico e del Natale cristiano, nei nostri supermercati sulle cui informazioni utili viene indicato Israele come Paese d’origine. Sempre più sono i pezzi di vestiario tipico palestinese prodotti massivamente sotto il controllo di Israele: tutto questo va a colpire direttamente i vecchi produttori di datteri palestinesi, ormai costretti a lavorare giornate intere, sottopagati, nei campi. Ancora, tutto questo va a colpire direttamente le anziane signore che producono, dalla prima all’ultima trama, il tipico copricapo di lino noto come “kefiah”, diventato importante simbolo della lotta palestinese, da generazioni, per le strade della città di Hebron. Ma la potenza, la lungimiranza e il ben agire della presunta lodevole democrazia israeliana non finiscono di certo: l’arrivo dei coloni sionisti ha infatti costretto i locali arabofoni a dover necessariamente imparare l’ebraico moderno, dal momento che è questo il linguaggio utilizzato in qualsiasi luogo pubblico, in qualsiasi servizio, in qualsiasi attività lavorativa siti nei territori raggiunti dall’entità sionista. Ancora in ossequio ai valori democratici, Israele ha imposto ai locali, com’è anche già intuibile dagli argomenti di cui sopra, un intero nuovo codice civile, legislativo e penitenziario; quest’ultimo non dimentica certo di arrestare e torturare chiunque scenda in piazza per manifestare a favore della nazione perduta. In effetti, la legislazione palestinese precedente – in quanto legislazione di un Paese mediorientale la cui maggior parte della popolazione si dichiara musulmana – era retrograda, fondamentalista, indietro coi tempi, fin troppo poco occidentale: insomma, avrebbe dovuto essere cambiata, senza la possibilità che questa naturalmente evolvesse e a favore di una legislazione squisitamente moderna. Israele sembrerebbe in effetti essere rifugio sicuro degli omosessuali in Medio Oriente: intere interviste, servizi e inchieste giornalistici, dal talvolta perfettamente insito intento propagandistico, realizzati al fine di mostrare la parte più serena e innocente dell’entità sionista non mancano, anzi, abbondano fra i titoli dei media occidentali. La Palestina, invece, ancora una volta, è rapidamente declassata – attraverso una fitta e superficiale rete di drammi sociali estremamente gravi e pregiudizi difficilmente rimovibili dalle menti così occidentali di alcuni – a una nazione profondamente omofoba, che non accoglie il diverso. Quel che quasi mai si considera è che non vi sarà mai luogo veramente accogliente o veramente inospitale, dal momento che un ragazzo occidentale può aver timore di uscire di casa ed essere giudicato e vessato per quel che è, allo stesso modo in cui un ragazzo mediorientale può sentirsi amato per quel che è all’interno del contesto sociale d’origine. Anche Israele non manca di esempi di estremismo religioso: il rabbino Yakov Litzman, nelle vesti di assessore alla sanità, aveva saggiamente ritrovato l’origine di una pandemia globale quale il Covid nel peccaminoso agire delle persone omosessuali. Inoltre, in una nazione così moderna ed evoluta quale Israele, allo scoccare dello Shabbat, giornata di estremo riposo nel credo ebraico, nessuno esce di casa, girovaga per le strade, ogni attività economica chiude le serrande, lasciando così privi dei servizi più importanti anche i non  credenti. Ma allora come concludere la discussione? Forse, la via meglio percorribile è quella di citare un passo dell’Antico Testamento – divenuto famoso grazie alla pellicola “Schindler’s List” – nel quale si legge quanto segue: Kol hamatzil nefesh achât mi’ Yisraêl, ke’ilu lutsil olân mâle, vocaboli che, tradotti, significano: Chi salva una vita salva il mondo intero.

La difesa ambientale

di Maristella P.

La settimana, in Italia, si è conclusa in maniera drammatica e violenta, con gli assalti di Roma, immagine della barbarie e dell’ignoranza di un certo mondo adulto. La settimana precedente, invece, si era chiusa con le immagini giovani di Milano, della ‘Pre-COP Summit’ e ‘Youth4Climate’, contraltare positivo e luminoso degli scontri e delle scorrerie del fine settimana. Sull’onda dell’evento che ha coinvolto i giovani ambientalisti, una studentessa liceale all’anno della maturità, in continuità con la giovane voce dell’ultimo articolo precedentemente pubblicato , riflette sulle tematiche ambientali.

Il cambiamento climatico è un argomento molto attuale, le
cui cause e i cui effetti non sono del tutto compresi, in quanto le
cause del cambiamento climatico hanno origini antiche, motivo
per cui non si possono condannare solo le attività antropiche
attuali, il cui contributo rimane indubbio.
Si parla di crisi climatica e ambientale per indicare il complesso
dei fenomeni che danneggia fortemente l’ambiente e altera il suo
equilibrio.
Ma dovremmo chiederci: come possiamo rendere il mondo più
sano?
A questo punto è fondamentale parlare dell’ importanza della
difesa ambientale.
La difesa ambientale è una campagna volta a trovare un clima di
partecipazione e collaborazione mondiale per poter migliorare
l’ambiente, assumendo atteggiamenti che ci potranno salvare dall’ irreparabile.
Ad esempio, Greta Thumberg, giovane attivista svedese,
conosciuta nel mondo mediatico, il 25 Gennaio 2019 tenne un
discorso molto duro al ‘Forum economico mondiale’ di Davos, per far comprendere che la popolazione dovrebbe provare una sensazione di panico di fronte ai cambiamenti climatici che stiamo vivendo.
Il 4 Dicembre 2018, alla Cop24, Greta spiegò:
“ Ciò che speriamo di ottenere da questa conferenza è di
comprendere che siamo di fronte a una minaccia esistenziale.
Questa è la crisi più grave che l’ umanità abbia mai subito. Noi
dobbiamo anzitutto prenderne coscienza e fare qualcosa il più in
fretta possibile per fermare le emissioni e cercare di salvare il
salvabile”.
In antitesi, i palitologi Mattia Zulianello e Diego Ceccobelli hanno
definito le idee propugnate da Greta Thumberg come una forma
di “egocentrismo teocratico”, il quale si fonda su “l’esaltazione
della vox scientifica”.
Il fatto che la sua protesta del venerdì (Fridays for Future) abbia
attirato l’ attenzione di diverse nazioni, che manifestazioni simili
siano state organizzate in altri paesi e che in Australia migliaia di
studenti siano stati ispirati da Thumberg ad intraprendere lo
sciopero, dimostra come le idee della giovane attivista aiutino a
difendere l’ ambiente e siano utili per tutti.

Dunque, per concludere, si può affermare che la difesa
ambientale può aiutare a trovare un modo migliore di vivere,
produrre, utilizzare le risorse e migliorare l’ambiente, che viene
modificato negativamente da tutti quei fenomeni anomali
prodotti dalle attività antropiche attuali e dalle emissioni dei gas
serra.

Educazione sessuale e di genere nelle scuole

di Noemi C.

Riflettiamo sul diritto all’educazione, in questo caso all’educazione all’affettività e alla sessulità, grazie a un intervento di una studentessa liceale, all’anno della maturità, che esprime, con lucidità e forza, la sua idea sul ruolo che dovrebbe assumere la scuola.

Quando si parla del diritto all’educazione e quanto questa sia il frutto di evoluzioni, rivoluzioni o talvolta vere e proprie rivolte, il primo pensiero va inevitabilmente al luogo dove essa dovrebbe avere sede e origine: la scuola. Se da principio non ci fosse stato un concetto di educazione comune ed oggettivo, scientifico, com’è quello che si dovrebbe proporre oggi nelle scuole, ognuno affermerebbe il contrario di quello che dice l’altro. Dunque al giorno d’oggi il diritto all’educazione si traduce con il diritto alla scuola, o perlomeno ai suoi programmi; il diritto a imparare e conoscere le scienze dell’uomo che parlano di uomini, della loro storia e delle loro scoperte.
Diritto di avere a disposizione i mezzi per comprendere quanto limitata sia ancora la conoscenza umana e arricchirla. Diritto a conoscersi, fisicamente e psicologicamente, sotto ogni punto di vista, e a prendersi cura della propria individualità senza un costante ausilio esterno, dubbi e confusioni.
Di tanto in tanto però l’educazione incontra degli ostacoli. Religiosi, di tradizione e cultura, politici.
Ad oggi, sette paesi dell’unione europea su 24 non hanno introdotte come materie, nelle scuole, l’educazione sessuale e di genere: corsi e seminari sono generalmente spontanei, attuati non per legge ma per scelta personale delle direzioni scolastiche nel particolare. Tra questi l’Italia, il cui Stato ritiene più appropriato che questo tipo di istruzione venga riservato alle famiglie degli alunni.
Improvvisamente una prerogativa delle istituzioni designate all’educazione viene allontanata dalla sede dove hanno svolgimento le altre, per essere affidata a un ambito che ha tutt’altro tipo di influenza nei giovani. Non è raro che proprio le famiglie si lamentino dell’ “inculcamento” di certi argomenti nei bambini e nei ragazzi.
Le preoccupazioni dei genitori in disaccordo con un programma che prevede queste materie vertono in genere sul come queste possano influire sulla mentalità dei figli, sostenendo che li spingano con più decisione a fare esperienze sessuali in età prematura e mettano in crisi la loro identità di genere e sessuale; è stato addirittura coniato un termine per chi è totalmente avverso in
particolar modo all’educazione di genere, tendenzialmente da individui che negano l’esistenza di una varietà oltre il maschio e la femmina, così come di orientamento sessuale: la ‘Teoria gender ‘, o ‘ Agenda gender ‘. Secondo questa concezione l’educazione sessuale e di genere non sarebbe altro che un tentativo di confondere le menti in crescita dei ragazzi e farli dubitare della propria identità
di genere (confusa con il sesso biologico), spingendoli a tendenze sessuali differenti dalla “norma” e a preoccuparsi solo ed unicamente dell’atto. C’è chi ritiene che questo tipo di esperienze siano da lasciare all’insegnamento del tempo, della crescita: che i giovani debbano imparare i rischi che possono correre con l’esperienza. Commettendo errori e correggendosi. Tecnica di certo utile in molti campi e fondamento di autonomia matura, ma che sarebbe meglio non applicare a questo particolare discorso. Contrariamente a quanto si possa affermare, infatti, nei casi in cui c’è stata possibilità di attuarla, studi dimostrano che l’educazione sessuale ha in realtà trattenuto i ragazzi ad avere esperienze troppo presto, poiché istruiti sui rischi effettivi che dei rapporti non protetti potrebbero causare.
Le malattie sessualmente trasmissibili (come l’HIV o AIDS) , le gravidanze non desiderate e accidentali e l’utilizzo corretto delle modalità con cui prevenirle sono tra gli argomenti più importanti di cui i ragazzi dovrebbero disporre; informazioni che alle volte, per quanto ne dica lo Stato italiano, non è possibile ricevere dagli ambiti famigliari: per ignoranza della materia, per rifiuto di parlarne ai figli o ancora perché della famiglia si è, purtroppo, privi. Così come qualsiasi altra materia scolastica, dunque, lasciare fuori dalle classi l’insegnamento di una materia tanto importante per la crescita dei ragazzi, inevitabilmente priva alcuni di loro del diritto di conoscere a cosa andranno incontro, se ci andranno incontro e con quali preferenze, con quale identità.
L’uomo è sempre stato in continua evoluzione, questo non si può negare. Ogni generazione ha combattuto o sta combattendo le proprie battaglie e, che ne sia uscito vittorioso o no, ha quantomeno insediato nelle potenze governative il vermicello del dubbio. Non è mai stato facile riuscire a tagliare le reti fitte di tradizioni e religione, fondamenti propri dello Stato italiano, e ancora non per poco tempo lotte di questo genere saranno all’ordine del giorno. Una battaglia persa dopo l’altra, per essere precisi, ma di importanza ineguagliabile, che vedrà sempre un avversario, lo Stato a cui cercano di andare contro, e le cui basi e ispirazioni passeranno alle battaglie che verranno dopo; e non si fermeranno queste finché non avranno raggiunto il loro obbiettivo. È passato poco tempo da quando sesso e sessualità erano argomenti innominabili, incontestabili e tabù. Per anni anche il solo corpo umano nella sua definizione anatomica, era qualcosa da tenere nascosto nella segretezza delle case.
Oggi è sempre più acceso negli adolescenti il desiderio di conoscersi, e la consapevolezza di non doversi vergognare della propria natura. Molte critiche possono essere rivolte ai social media, o alla rete in generale: ma è indubbio il contributo che dà a coloro privi di libertà d’espressione, coloro che trovano simili con cui parlare e imparare ad accettarsi, coloro che non avrebbero, in caso contrario, nessuna risposta alle loro migliaia di domande.
Ma se internet potesse sostituire un’educazione fondamentale come quella che si dovrebbe offrire ai ragazzi, e non può, non ci sarebbe più bisogno della scuola.
L’educazione sessuale e di genere, per chi non ha avuto la possibilità di apprenderla, solo a sentirne il nome, suscita dubbi e talvolta repulsione. L’idea che venga insegnato a un bambino come si svilupperà il suo corpo e quali potrebbero essere le realtà sessuali a cui andrà in contro disturba molti, che difendono il diritto alla infantilità e spensieratezza. Allo stesso tempo però un assoluto mutismo su questi argomenti, non fa altro che spingere i giovani a ricercarli con più insistenza, come è sempre stato e sempre sarà per tutto. Dunque così come si insegnano gli effetti negativi di fumo e alcool e sostanze stupefacenti, l’educazione sessuale potrebbe essere vista da
chi non è avvezzo come una serie di ammonizioni e avvertimenti. Sono argomenti che influiscono molto sulla salute mentale dei ragazzi, in special modo l’educazione di genere, perché ancora sopra questa in particolare aleggia un velo di incertezza e paura. Le scuole hanno paura di offendere la sensibilità delle famiglie, e non si definiscono qualificate per parlarne. Sono innumerevoli i casi di giovani con crisi d’identità e disforie di genere allontanati dal loro diritto di studio perché ancora il sistema scolastico non era disposto ad accettarli e riconoscerli come avrebbero dovuto.
Sta a noi, se ci preme davvero, cambiare questa cosa. Ormai i nostri genitori e i nostri nonni hanno smesso di battersi per i propri diritti, giustamente, dopo averci dato la spinta per fare altrettanto.
Nessun altro sarà in grado di cambiare un sistema chiuso se non i diretti interessati. I discriminati, quelli che avrebbero voluto sapere prima di fare, quelli che non sanno come identificarsi e cercano appoggio, quelli che si vergognano di ammettere chi amano: tutti noi, abbiamo il potere di costruirci il mondo che preferiamo.

Alcune considerazioni sul ‘Green Pass’: opinioni a confronto

di Luigi Olla

Dopo l’approvazione, in Consiglio dei Ministri, dell’obbligo -dal 15 ottobre – della ‘Certificazione Verde’ per tutti gli ambiti lavorativi, ricevo e volentieri pubblico una riflessione, sul dibattito suscitato dal ‘Green Pass’, di Luigi Olla, docente di Storia e Filosofia, che fornisce spunti preziosi, anche normativi, per orientarci all’interno del dibattitto stesso.

Non capita tanto spesso di vedere i cittadini di uno Stato così pesantemente spaccati su un tema di interesse pubblico ma è normale che su questioni di tale rilevanza, come quella relativa al Covid 19, le prese di posizione siano talvolta anche piuttosto dure. Le tensioni che in questi ultimi giorni si stanno verificando sul ‘Green Pass’ sono solo il punto di arrivo di una situazione che è divenuta critica ad oltre un anno dall’inizio della pandemia e che rischia di surriscaldarsi nelle prossime settimane quando le misure che verranno adottate dal Governo entreranno a pieno regime. Il parlamento sta infatti convertendo in legge il decreto approvato il 6 agosto che ha già superato lo scoglio della Camera e che in questi giorni verrà discusso in Senato, dove, con tutta probabilità, verrà posta la questione di fiducia.
Ma cos’è il ‘Green Pass’, qual è il quadro normativo di riferimento che lo legittima e soprattutto perché sta generando così tanti malumori anche all’interno di alcune cerchie di intellettuali ed esponenti del mondo universitario che si sono schierati apertamente contro?
Tra i primi ad aver preso posizione spiccano Massimo Cacciari e Giorgio Agamben con un
articolo pubblicato sul sito dell’Istituto italiano per gli studi filosofici nella sezione “Diario della crisi”, inaugurata nel febbraio del 2020, proprio all’inizio di questa epidemia. L’impianto argomentativo appare piuttosto debole e di scarso effetto. Il primo elemento che emerge è quello della “discriminazione”: il decreto sul ‘Green Pass’ creerebbe “automaticamente” una categoria di “cittadini di serie B”. Affermare ciò è un’esagerazione per il semplice fatto che un provvedimento, per essere considerato tale, deve avere un chiaro e deliberato obiettivo discriminante. Allora anche la patente di guida sarebbe discriminante perché esclude, ad esempio, i quattordicenni, diverse categorie di disabili, persone anziane con gravi problemi fisici.
Alcune formazioni politiche hanno tirato in ballo le leggi razziali promulgate ai tempi dei
totalitarismi nazista e fascista. Il confronto non regge per il semplice fatto che tali provvedimenti avevano il chiaro intento di escludere gli ebrei dalla vita sociale, economica e politica dello Stato mentre il ‘Green Pass’ è, al contrario, un dispositivo sanitario. La cosa più curiosa è che tali considerazioni provengono, in larga parte, da partiti che si ispirano in maniera più o meno diretta alla medesima tradizione culturale.
Spesso però la propaganda politica procede per slogan per cui certi problemi su cui
occorrerebbe una riflessione accurata vengono invece estremamente banalizzati.
Ma torniamo all’articolo di Cacciari e Agamben. Secondo i due professori i decreti governativi potrebbero essere assimilati a quelli emanati da “regimi dispotici” come quello cinese, l’Unione sovietica o il Fascismo. Anche in questo caso l’analisi pare grossolana e superficiale. Non basta una legge che prescrive un obbligo a metterci di fronte ad una dittatura: in questo caso si snaturerebbe la stessa categoria generale e qualsiasi Stato potrebbe essere definito autoritario ogni volta che adotta misure coercitive.
Una considerazione sui due professori però va fatta: la loro presa di posizione risale certamente a tempi non sospetti, quando ancora non si parlava del coinvolgimento del mondo universitario.
Diversa è la posizione del prof. Barbero che ha esposto il suo punto di vista sulle pagine del ‘Corriere’ sottoscrivendo, insieme a qualche centinaio di docenti, un appello di protesta. Il suo intervento ha suscitato forti critiche, forse anche perché è arrivato fuori tempo massimo, quando ormai il decisore politico aveva esteso il provvedimento alle istituzioni universitarie. Per questo motivo alcuni hanno parlato di “difesa corporativa”, come a dire che mi muovo solo quando la mia categoria viene coinvolta.
Ed effettivamente il prof. Barbero non ha proferito parola quando il mondo della scuola subiva i pesanti attacchi del generale Figliuolo che citando dati errati parlava di alte percentuali di non vaccinati nel mondo della scuola. Nessuna presa di posizione quando si predisponevano le sospensioni per tutti quei docenti e collaboratori scolastici che non si sarebbero messi in regola con i certificati.
Ma analizziamo il contenuto del documento di protesta. Oltre alle ormai classiche
argomentazioni della “discriminazione” e della coercizione (quindi roba da dittatura) si aggiunge quella dell’incostituzionalità (il riferimento è all’articolo 32) e della non conformità alla normativa europea (Regolamento UE 953/2021): “è necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono state vaccinate” per diversi motivi o “che hanno scelto di non essere vaccinate” . Ora, in riferimento all’art. 32 della Costituzione è vero che non si possono obbligare i cittadini
“ad un determinato trattamento sanitario” però, seguendo a leggere, si specifica: “se non per disposizione di legge” e la nostra situazione è caratterizzata da una grave emergenza. Lo stesso Zagrebelsky ha espresso forti riserve a proposito.
Sul riferimento al Regolamento Ue si rischiano ulteriori scivoloni. E’ infatti lo stesso dispositivo che da agli Stati membri la possibilità di rilasciare certificati alle “persone vaccinate o che hanno avuto di recente un risultato negativo a un test per la COVID-
19 e le persone che sono guarite dalla COVID-19 nei sei mesi precedenti” perchè queste “sembrano comportare un rischio ridotto di contagiare altre persone con il SARS-CoV-2” e quindi non costituiscono “un rischio significativo per la salute pubblica”.
Inoltre dato che il ‘Green Pass’ è un certificato che vale per tutti, dove sta la “discriminazione”?
Sempre nell’Appello si evidenzia che il dispositivo approvato:
“è una misura straordinaria […] che comporta rischi evidenti, soprattutto se dovesse essere prorogata oltre il 31 dicembre, facendo affiorare alla mente altri precedenti storici che mai avremmo voluto ripercorrere.”
A quali eventi storici si fa riferimento? Leggi di Norimberga? Leggi razziali? Non si capisce perché non si scriva esplicitamente e nel caso il paragone non reggerebbe. E’ un dato di fatto che il ‘Certificato verde’ sia fondato sul principio della tutela della salute e non sull’esclusione di determinate categorie di persone come erano, ad esempio, sia i provvedimenti che abbiamo citato che il regime di white supremacy negli Usa o l’apartheid in Sudafrica. Desta meraviglia, quindi, che tra i sottoscrittori di questo documento figurino anche degli storici.
Dopo Barbero cade pure Canfora:
“Gentile Colantoni, la guerra dei vaccini è uno dei peggiori capitoli
della storia del profitto capitalistico. Perciò è vergognoso il
tentativo coercitivo in atto. Per giunta si tratta per ora di prodotti
sperimentali. Il che rende ridicolo il paragone con altri episodi
(obbligo di vaccinazione contro il vaiolo). Ma l’orchestra
giornalistica è tutta addomesticata o attonita.
Buon lavoro”
Questo è quanto scritto in una breve mail spedita a David Colantoni della redazione di YOUng.
La posizione portata avanti dal professore appare del tutto incomprensibile. Parla di “guerra dei vaccini”, “profitto capitalistico”, “sperimentazione”, “orchestra giornalistica […] addomesticata”.
La prima espressione non ha proprio senso ed è degna del peggior populismo: guerra di chi contro chi? Quali sarebbero gli schieramenti? La seconda appare totalmente fuori bersaglio visto che nella nostra società tutto ha a che fare con le logiche di mercato: utilizzare un pc o uno smartphone, guidare una macchina, avere un profilo su Fb; le ultime due sono proprio false: sanno ormai tutti infatti che il vaccino non è sperimentale e non mi pare proprio che la stampa metta il bavaglio alle posizioni contrarie ai vaccini.
Ovviamente lungi da me la volontà di difendere a spada tratta il ‘Green Pass’. Si tratta di un dispositivo limitato ed imperfetto, criticarlo sarebbe come sparare sulla Croce rossa. Siamo di fronte ad un provvedimento emanato da un governo debolissimo e privo dell’autorità necessaria per imporre l’obbligo vaccinale, unica soluzione possibile per limitare (e si spera bloccare) la circolazione del virus.

11 Settembre 2001 – 11 Settembre 2021

di Marco Marini

11 settembre 2001: il XXI secolo, appena arrivato, perdeva già le sue illusioni di pace, riscoprendo lacerazioni devastanti, concretizzatesi nell’azione terroristica più sconvolgente della storia. 11 settembre 2021: questa riflessione di Marco Marini, che ricevo e pubblico volentieri, ci aiuta a ripercorrere le premesse e le conseguenze di quel giorno, per ricordare e capire.

Oggi, sabato 11 settembre 2021, ricorre il ventesimo anniversario dell’attacco terroristico alle Twin Towers, le Torri Gemelle del World Trade Center di New York.

Sembra un caso ma la ricorrenza viene celebrata a pochi giorni dal ritiro delle truppe U.S.A. dall’Afghanistan, presenza giustificata proprio dall’attentato a New York.

Sono già iniziate le cerimonie commemorative che hanno segnato indelebilmente la vita degli statunitensi ma anche del resto del mondo. Aldilà della retorica che verrà

espressa nella circostanza della ricorrenza, è innegabile affermare che il mondo non è stato più lo stesso da quel momento.

Furono circa 3.000 le vittime dell’attentato a cui si aggiungono i 19 terroristi e 6.000 feriti. Senza contare coloro che moriranno per tumori o a cause respiratorie, negli anni successivi.

Questo avvenimento ha scatenato le ipotesi complottistiche più disparate. Degne di un copione di  un film di Hollywood.

Senza entrare nel merito di queste varie ipotesi, è evidente che ci siano stati dei comportamenti a dir poco discutibili da parte delle autorità statunitensi.

Alcuni dei terroristi che parteciperanno all’attacco erano stati già segnalati da elementi della C.I.A. e dello F.B.I., che ricordiamo agiscono rispettivamente all’estero ed all’interno degli Stati Uniti d’America. Si verificò che alcuni avevano passaporti sauditi ed erano in possesso del visto di ingresso negli U.S.A.

Sembra quindi che non ci fu molto dialogo fra le Intelligence americane.

Fu accusata l’organizzazione Al Qaeda ed il suo Leader Osama Bin Laden, che in un primo momento negò ogni addebito in merito. Sembra che successivamente alcuni

video mostrassero il Capo di Al Qaeda con alcuni uomini che parteciperanno all’attacco.

Subito dopo il presidente degli Stati Uniti George W. Bush Junior scatenò la vendetta

contro Al Qaeda ed il suo leader. E contro i terroristi  e le nazioni che li ospitavano.

Prima con l’ENDURING FREEDOM contro l’Afghanistan che accoglieva Bin Laden e che rifiutava di consegnarlo agli americani.

Poi con l’ IRAQI FREEDOM, accusando Saddam Husseyn, già sconfitto dal padre di G.W. Bush Junior, appunto Senior, durante il Desert Storm, di possedere armi di distruzioni di massa, le cosiddette NBC (nucleare, batteriologiche e chimiche) che sarebbero state una minaccia per gli U.S.A.

Ora Bin Laden non ha mai nascosto il suo odio verso gli americani e gli occidentali in genere, in quanto appunto durante il DESERT STORM occuparono la terra del Profeta, considerata dai credenti musulmani HARAM, cioè santa. Propose al Governo Saudita di schierare ai confini  sauditi  i  mujahiddin da lui addestrati contro i sovietici in Afghanistan (armati dagli U.S.A, tra l’altro), ma il Re Fahad preferì chiamare gli americani e i suoi alleati, anche con la ragione di un esistente accordo di difesa dell’Arabia Saudita da parte degli U.S.A già dal 1945.

Questa presenza straniera vicino alla Mecca non fu gradita neanche dalla borghesia saudita a cui apparteneva lo stesso Bin Laden, ecco perchè godette di appoggi e finanziamenti in loco. Anzi, qualcuno suggeriva che il suo vero scopo fosse quello di rovesciare il regime Saudita e gestire le immense ricchezze derivanti dal petrolio. Però era difficile scatenare una guerra nella terra del Profeta e contro i Custodi della Città Santa della Mecca. Ecco perché ritenne di attaccare i nemici della vera Fede fuori dall’Arabia Saudita. E qui ci può essere una logica nel comportamento degli

americani.

Ma l’Iraq? George Bush Senior sconfisse Saddam Husseyn e lo cacciò dal Kuwait. Ma ebbe la lungimiranza, se così’ possiamo dire, di non lasciare un vuoto di  potere in Iraq.

E il figlio? Dei 19 attentatori (che erano sauditi, qatarioti, yemeniti, baireniti, omaniti e kuwaitiani) nessuno era iraqeno. L’embargo durato 12 anni contro l’Iraq ha fatto sì che arrivassero le siringhe ma non i vaccini o il cloro per potabilizzare l’acqua, in quanto secondo le fonti U.S.A. avrebbero potuto essere utilizzati per la produzione di armi chimiche. Intanto epatiti e colera si diffondevano tra i bambini.

Il Presidente Bush ha cercato di dimostrare che Saddam possedeva l’uranio necessario per produrre la bomba atomica. Uranio fornito dal Niger, circa 500 tonnellate. Gli esperti del settore affermano che sarebbe stato impossibile nascondere questa fornitura (come avrebbero potuto trasportarlo? Aerei, camion ?) e che il Niger che viveva della benevolenza delle altre nazioni, non avrebbe mai violato l’embargo dell’ONU sulla fornitura di questo materiale. Un ispettore  statunitense inviato da Bush  per trovare le Armi di Distruzione di Massa diede le dimissioni il 23/01/2004: non ne trovò traccia o prove.

Un regalo dell’amministrazione Bush Junior fu il cosiddetto PATRIOT ACT una legge federale che rinforza il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi, quali CIA, FBI e NSA, con lo scopo di ridurre  il rischio di attacchi terroristici negli Stati Uniti, intaccando di conseguenza la privacy dei cittadini.

Quattordici disposizioni su sedici previste da questa legge sono state rese permanenti.

Tra le altre disposizioni promosse dalla votazione, cui una serie di emendamenti ha favorito l’applicazione, vi sono la possibilità di effettuare intercettazioni telefoniche, l’accesso a informazioni personali e il prelevamento delle impronte digitali nelle biblioteche, che sono scadute il 1º giugno 2015. Validità posposta fino al 2019.

Ma forse la causa più evidente della “vendetta” degli U.S.A. dopo l’attacco alle Twin Tower e le conseguenti operazioni di guerra,  è stata la riconsegna dell’Afghanistan ai Talebani con la quale, volenti o nolenti, ci dovremo confrontare, anche se qualche nostro politico non lo reputa possibile.

La seconda considerazione è quella di aver distrutto l’Iraq senza un piano di stabilizzazione del potere politico che ha messo in crisi il paese e lo ha consegnato all’ISIS (che vuol dire Stato Islamico Siria e Iraq o DAESH). Anche se questo è stato sconfitto, le sue cellule sono sparse per il mondo.

Ultimo appunto riguarda la realtà del popolo Curdo sparso tra Iran, Iraq, Afghanistan e Turchia. Problema mai risolto dopo lo smantellamento dell’Impero Ottomano dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, e dopo le solite promesse delle Grandi Potenze di allora (Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti). Come il problema Palestinese.

Ma queste sono altre riflessioni.

Afghanistan: caos e diritti umani

di Marco Marini

Volentieri ricevo e pubblico un articolo che ci aiuta a orientarci nella storia recente dell’Afghanistan, per capire meglio gli ultimi eventi. Grazie a Marco Marini, appassionato esperto di geopolitica orientale e mediorientale.

Stiamo assistendo ad un evento che lascia aperti vari scenari sullo scacchiere mondiale, la “fuga” dell’occidente dall’ Afghanistan. Le varie posizioni degli esponenti politici europei, spesso in contrasto fra loro, dimostrano che stiamo lasciando l’iniziativa alle varie potenze mondiali, Cina in primo luogo ma anche Russia, senza dimenticarsi degli Stati Uniti. Abbiamo sentito giudizi negativi sulla decisione del Presidente statunitense Biden di lasciare l’Afghanistan, spesso con motivazioni più ideologiche che razionali. La decisione di lasciare quella nazione martoriata era prevista già ad aprile di quest’anno, ed era stata già programmata dalla precedente amministrazione Trump.
E’ nota la solita posizione del Partito Repubblicano americano in tema di politica estera, cioè non impegnarsi più di tante in questioni che non riguardino le faccende “interne”. Al contrario il Partito Democratico U.S.A. guarda all’esterno del proprio paese assumendo il ruolo di Difensore dei principi di Libertà (la loro). Ricordiamo che la guerra in Vietnam è stata voluta da JF Kennedy e LB Johnson negli anni sessanta e conclusa dal repubblicano Nixon. L’intervento in Afghanistan di vent’anni fa è stato motivato dal rifiuto, da parte dei Talebani, di consegnare Bin Laden accusato di aver organizzato l’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001.
Gli U.S.A convinsero l’O.N.U. E la NATO ad intervenire motivando la minaccia terroristica come mondiale. Oltre alle operazioni militari, che hanno creato migliaia di vittime innocenti, si era cercato di creare un’economia a sostegno di quella nazione. La risorsa principale erano le coltivazioni di oppio da cui si ricavavano morfina ed eroina. Intervistati in merito agli aspetti morali di queste coltivazioni i coltivatori affermarono che a loro non interessavano in quanto non ne facevano uso o abuso ma le producevano per il consumo degli “infedeli” occidentali. Anche questo fu un motivo, sebbene marginale, dell’intervento U.S.A, come fece nel 1982 nella valle della Bekaa in Libano. Si proposero coltivazioni alternative quali grano e mais ma il terreno montagnosa non si adattava allo sviluppo di queste piante.
L’importanza strategica del paese è riconosciuta nella Storia. Sia l’impero Britannico che la Russia zarista cercarono di occupare il territorio e nonostante la vittoria britannica si dovette riconoscere l’indipendenza di questo popolo fiero.
L’ultima presenza nello scacchiere afgano è rappresentata dalla Cina. Qualche mese fa si sono svolti incontri informali tra i rappresentanti Talebani ed il governo cinese. Le motivazioni principali sono due. La prima riguarda le risorse che l’Afghanistan offre, innanzitutto il rame ed altri minerali preziosi per circa mille miliardi di dollari, utili alla produzione dei cellulari di cui la Cina detiene il dominio quasi incontrastato.
Il secondo motivo riguarda la vicinanza dei confini Afgani allo Xinjiang, provincia autonoma occidentale della Cina, la cui poloazione principale gli Uiguri sono di religione musulmana.
In tempi recenti a causa delle rivendicazioni autonomistiche di queste popolazioni il governo di Pechino è intervenuto pesantemente nella zona. Si parla di circa tre milioni di “ospiti” nei campi di rieducazione cinesi. La vicinanza dei guerriglieri Talebani avrebbe una influenza negativa sulle altre popolazioni musulmane che vedeno in questa “fuga” dell’occidente, un motivo di orgoglio.
Un portavoce del governo cinese ha affermato che quando gli U.S.A. Arrivano con l’esercito “lasciano solo disordine e distruzione”.
Alla luce di ciò che è accaduto in Iraq, queste parole fanno pensare.
In tutto questo l’Europa continua ad essere assente. Questo fa il gioco delle altre Superpotenze. Certo la Brexit ha dimostrato che la Gran Bretagna nel nome di una tradizione autonoma e poco europeista si è adagiata su posizioni americane che non vedono di buon occhio un’ Europa unita e forte non solo culturalmente ed economicamente ma anche militarmente. 450 milioni di europei sono una “minaccia” anche per la Russia e Cina.
Si chiede ad una nazione come l’Afganistan di rispettare i diritti umani, e gli afgani ci ricordano quanto questo occidente abbia poco rispettato, anche recentemente, i diritti di cui sopra. Guantanamo e Abu Ghraib ne sono un esempio, o la Cina sopra citata. In tutto questo caos oltre alle popolazioni innocenti, tra le vittime di queste ipocrisie, dobbiamo ricordare i giornalisti che nel nome della Verità hanno perso la vita o rischiano la galera:
Khassogi ucciso presso l’ambasciata Saudita in Turchia, Anna Politkovskaja una degli oltre duecento giornalisti morti in Russia dopo la caduta del regime sovietico, la nostra Ilaria Alpi e Miran Hrovatin che scoprirono quanto di lurido ci fosse nella Cooperazione Internazionale italiana e per finire con Julian Assange che rischia 175 anni di galera per aver rivelato le atrocità delle truppe U.S.A. Ed altri ancora.
Un’ultima considerazione, da che esiste il mondo, la guerriglia non è stata mai sconfitta neanche dalle grandi nazioni, sin dai tempi in cui gli zeloti dell’antico regno di Israele, combattevano contro le truppe di occupazione romane in Palestina, o i guerriglieri vietnamiti o i talebani mai sconfitti ne dai sovietici ne dagli americani.
L’ex Primo ministro Hamid Karzai, appena rientrato dall’Italia dove si era rifugiato insieme all’ex Re Mohammed Zahir Shah, riunì il consiglio dei Capi Tribù afgane e discusse delle leggi relative alla tradizione familiare di quel paese, non di diritti civili o altro.
La realtà afgana è un mondo lontano dalla nostra “morale” o idea di libertà che volevano imporre e visti i risultati è lecito domandarsi che cosa abbiamo fatto in questi anni se non stare tranquilli mentre lì la gente continuava a morire.

‘Non lasciateci soli proprio ora’

di Daniele Madau

Le notizie che arrivano dall’Afghanistan turbano i nostri giorni e, con le immagini degli assalti all’aeroporto per trovare una fuga di speranza -che hanno fatto parlare di ‘fallimento occidentale’ -, ci fanno riflettere su quanto valgano i diritti e su quanto è prezioso l’aiuto di chi, come l’organizzazione Pangea, spende la vita per l’emancipazione delle afghane e per la salvezza dei bambini. Ho potuto intervistare il fondatore della onlus Luca Lo Presti

“Pangea è una fondazione che opera a Kabul dal 2003 e quello che abbiamo in Afghanistan non è un progetto ma famiglia.
Abbiamo a cuore tutte le ragazze dello staff e conosciamo una per una tutte le nostre beneficiarie e i loro bambini.
Ovviamente il progetto cambierà nelle prossime settimane, non abbiamo scelta.
Non sappiamo ancora come. Dovremo agire di nascosto e nel silenzio ma Pangea non abbandonerà l’Afghanistan: continuerà a lavorare per le donne e i loro bambini.
Al momento la nostra priorità è mettere in salvo lo staff afghano, donne che in questi anni hanno lavorato con coraggio per aiutare le donne. E che ora rischiano violenze, stupri e di essere uccise.
Dobbiamo metterle in sicurezza per poter ricominciare presto ad aiutare le donne e i bambini a Kabul.

Quello di Pangea a Kabul è un progetto fastidioso per i talebani.
Non è un progetto sanitario utile anche ai talebani.
Ma è un progetto di vitale importanza per le donne e i bambini di Kabul e non possiamo lasciarli soli.

Come fa sempre Pangea, saremo trasparenti e onesti e rendiconteremo al centesimo quanto raccolto.
Vi racconteremo le storie delle donne aiutate e dei loro bambini.
E speriamo di tornare presto a mostrarvi foto e video con i loro sorrisi e i loro occhi felici”

Questo si legge nella pagina della onlus ‘Pangea’ e ho voluto subito metterlo in evidenza, affinché, chi può, attraverso il sito, li aiuti.

Nostante le ore drammatiche e i continui squilli del telofono, soprattutto da Kabul, Luca trova il tempo per l’intervista:

Qual è la situazione ora a Kabul dato che, dopo qualche giorno di apparente calma, cominciano ad arrivare notizie delle prime violenze?

Notizie negative ce ne sono tantissime ogni giorno. Noi sappiamo di rastrellamenti , perquisizioni nelle case delle attiviste e dei loro parenti. Sono entrati e hanno spaccato tutto. In più proprio ora ho potuto sentire da Kabul spari dall’aeroporto: la situazione sta precipitando, arrivano messaggi in continuazione dalle nostre collaboratrici che hanno paura. Siamo tutti agitati perché nonostante quello che i talebani vogliono mostrare di loro, le violenze ci sono.

A parlato delle collaboratrici e delle attiviste di Pangea: con voi riuscivano ad avere autocoscienza e a emanciparsi

In vent’anni in Afghanistan abbiamo coinvolto tre generazioni di donne che avevano davanti a loro una visione di vita totalmente occidentale, facevano qualsiasi tipo di lavoro e molte di loro andavano in giro a malapena con un velo. Le prospettive che abbiamo creato erano davvero belle. La tristezza grande è leggere frasi come quelle di un messaggio che mi è arrivato, ieri, in cui c’era scritto: ‘i nostri sogni sono andati in fumo, sono frantumati ‘ . Le ragazze che son cresciute con noi i talebani non li avevano mai visti – al contrario delle donne più grandi – e , soprattutto con loro, stavamo costruendo un cambiamento.

Cosa potete fare in questi giorni e come state agendo?

La priorità assoluta ora è mettere in sicurezza le ragazze, le collaboratrici e le loro famiglie perchè, quando sparisce una di loro, le rappresaglie ricadono sulle famiglie. Il nostro intento è portarle in Italia e continuare qui il percorso con loro e continuare ad agire in Afghanistan con chi decide di restare per operare da lì in maniera clandestina. Il nostro lavoro, infatti, non è come quello degli ospedali, che possono mostrare una loro bandiera di neutralità e sono accettati perché servono a tutti. Un lavoro di consapevolezza e diritti umani oggi, invece, è il nemico pubblico numero uno. Però non possiamo pensare di smettere, soprattutto coi processi di microcredito perché, in un momento di crisi come questo, quello che crolla è l’economia e la microeconomia che riusciamo a creare diventa fondamentale per le famiglie.

In passato siete riusciti mai a collaborare con l’autorità politica?

Mai, siamo sempre rimasti il più lontano possibile dall’autorità, perché non ci si poteva fidare di nessuno, erano governi di faccendieri, mafiosi che, senza tornaconto, non ci avrebbero fatto lavorare. Noi agiamo casa per casa, quartiere per quartiere, in maniera molto anonima.

Quale tipologia di ragazze vi segue? Sono, a esempio, religiose?

La religione è alla base di chiunque la voglia abbracciare, come da noi. Alcune sono praticanti, altre meno: tutte però credenti. La religione dei talebani, però, è tutta loro, molto integralista e radicalizzata. L’interlocutore diretto è Dio e l’unica antenna con Dio è il mullah: questo mullah può dire qualsiasi cosa e chi osa appena contraddirlo è considerato come un bestemmiatore e quindi è degno della morte. In una fase di dittatura chi comanda può interpretare soggettivamente la scrittura e ha potere assoluto. Ma mi sento di dire che Dio non c’entra: ci sono poteri personali, internazionali, i soldi, il controllo di una zona che strategicamente, geopoliticamente ed economicamente è importantissima. La Cina, che oggi sta stringendo un accordo di ferro coi talebani, ha interessi nell’estrazione del petrolio per tre miliardi di dollari. Dio, in tutto questo, non c’entra niente. La religione è uno strumento per imbonire le masse e diventa viatico di dittatura e massacri.

‘Pangea’ è una creatura sua, ora più che mai immagino che la sua missione continui

Non ho mai dubitato e oggi ci si sente addosso una responsabilità grande perché più che mai, oggi, è tangibile il fatto che se riusciamo nella nostra missione stiamo salvando vite umane. C’è tristezza perché abbiamo una promessa verso tante persone che non può venire tradita, perché contano su di noi. Se posso lanciare un appello, dico che abbiamo bisogno di tutti, di risorse economiche per far fronte agli impegni, per salvare la vita a tante gente. Non lasciate sola ‘Pangea’.

Fabio Concato: il privilegio di scrivere le storie di tutti noi

Fabio Concato sarà il 14 agosto a Berchidda

di Daniele Madau

L’incontro di cui vi scrivo oggi è particolarmento bello, ed emozionante, per me, e per tutti coloro che amano i gioielli della musica italiana: quell’armonia, dolcezza e riflessione che leniscono i giorni più duri e accompagnano i giorni migliori, laddove la musica si sublima e trascende se stessa per fondersi con la nostra anima, le nostre paure e i nostri desideri. In occasione del concerto del 14 agosto a Berchidda, per il festival di Paolo Fresu ‘Time in Jazz’, ho raggiunto al telefono, da Milano, Fabio Concato, che ringrazio per avermi come aperto degli scrigni, quello dei ricordi, quello della sua Sardegna, quello dell’origine delle canzoni e non solo…

Fabio, di nuovo in Sardegna. Sardegna che ti ha ispirato brani come ‘Ciao amore’ e ‘La nave’, che parlano del periodo da te vissuto nella nostra isola e che non testimoniano un bel momento, dato che eri militare di leva. Però, possiamo dire, che da quella situazione difficile siano nate cose belle, come le canzoni e, per ‘Ciao amore’, anche una presa di posizione antimilitarista, tipica della figura del cantautore, per come appare nell’immaginario.

Io ho fatto la leva da grande, nel 1977, perché studiavo medicina all’università e, così, non ho fatto bene né l’una né l’altra…Sì, non è stato un bel periodo, a lanciare bombette o a fingere di sparare con la mitragliatrice – se ci penso, ora, fa anche un po’ ridere – a fare tutto ciò per cui sono negato, in una caserma isolata come quella di Macomer, con ufficiali frustrati e con qualche episodio di nonnismo. Mi avevano promesso che, dopo i due mesi di ‘Car’, mi avrebbero mandato a Milano e, invece, mi hanno mandato a Elmas, con la promessa che, essendo iscritto in Medicina, sarei andato nell’infermeria, anche se non sapevo fare nemmeno un’iniezione. Invece mi assegnarono al bar del circolo sottoufficiali dell’Aeronautica, con orari pazzeschi: una volta saputolo, ho avuto una sorta di mancamento… Però, anche da quella esperienza, sono nate delle cose belle, buone riflessioni, ho incontrato buone persone; anche le canzoni, certo. Nel 1994-95 ho scritto ‘Ciao amore’, uscita, poi, l’anno dopo, che, una volta conclusa, ho guardato con grande soddisfazione: perché era una cosa buona nata da ciò che mi aveva fatto male e di cui dovevo riparlare, per risolverla e darle una spiegazione. E l’antimilitarismo, certo: anche se io ero già, lo sono sempre stato, antimilitarista, lo ho nel dna. Ho sempre pensato fosse più efficace svolgere il servizio civile piuttosto che avere la sensazione di perdere un anno della propria vita: ecco perché quel periodo è stato, comunque, una sofferenza. ‘La nave’ racconta del mio amore di allora, di origine maddalenina, che mi accompagna a Genova per prendere, appunto, la nave verso la Sardegna, e io avvertivo tutte le mie ansie…Per gli ultimi due mesi poi, quando ero bello scoppiato, sono stato, finalmente, mandato a Milano ma, devo dire che, di quei sessanta giorni, non ricordo niente, mentre degli altri ho, non dico nostalgia, ma anche ricordi belli. A Bosa in treno, la sconvolgente bellezza del territorio, le persone care…

Il tuo ultimo singolo, ‘L’umarell’, è disponibile gratuitamente, rispecchiando quanto in passato hai fatto con le tue donazioni. Il brano è scritto in milanese, fatto che testimonia il tuo interesse per la cultura della tua città. Questo ti accomuna al novero degli artisti sardi che, direi, da Maria Carta in poi, hanno scoperto il desiderio di esprimersi nella nostra lingua.

Ho sempre avuto attenzione per la mia città, per la mia lingua. La canzone, però, nasce dal drammatico periodo che abbiamo vissuto e durante il quale la Lombardia- la zona più devastata del mondo, in proporzione- è stata colpita così a fondo. Durante i giorni di chiusura ho pensato che, data la fortuna, e il privilegio, che abbiamo noi cantautori di poter scrivere su delle note ciò che abbiamo in mente, dovevo scrivere, per far nascere qualcosa di bello anche da quei giorni. E’ nata così, questa canzone, anche perchè avevo una statuetta, un ‘umarell’ , un omino, sopra il pianoforte che mi guardava- immagina che livello di stato mentale avevo raggiunto! – e mi spingeva a scrivere. E proprio perché noi lombardi siamo stati particolarmente colpiti, mi è venuta di scriverla in milanese: il milanese non è molto parlato- neanche io lo parlo spesso, ho dovuto anche riscoprire certi suoni ed espressioni- e, perciò, stiamo perdendo la storia e la memoria della città. Ecco, anche, perché, una volta concluso il brano, ho pensato di citare Enzino, Enzo Jannaci, genio del tragicomico per eccellenza, autore di una sensibilità e di una capacità narrativa unica, che ti fa sorridere e riflettere. Sono felice di aver scritto il brano, è stato autoterapeutico, mi ha fatto sentire meglio. Ora, è fruibile per tutti, al di là del vendere o non vendere: fortunatamente, ho superato tanti anni fa il problema del vendere o no. Mi ha permesso di vincere ‘L’Amobrogino d’oro’ nella mia città ma, mi sembra, piaccia anche a Genova, a Napoli, a Palermo. E’ un privilegio scrivere storie in cui la gente si possa identificare, apprezzando il tuo talento, e il tuo cuore: anzi, prima il cuore, poi il talento.

La tua produzione entra nel novero dei cantautori che ha segnato la storia della canzone italiana. Qualche tempo fa ho potuto discutere, con piacere, con Francesco Baccini, che ha scelto di defilarsi rispetto all’attuale sistema di produzione musicale sperimentando altre strade, sulla figura e sul futuro del patrimonio dei cantautori: quale sarà il loro posto?

E’ molto difficile rispondere, provo a limitarmi ai fatti: se tra quarant’anni si cantassero ancora gli artisti di oggi, avranno avuto ragione. Tuttavia, è come se mancassero gli autori, quelli veri. Nell’album ‘Non smetto di ascoltarti’ ho ripreso alcuni classici del rapertorio italiano e mi sono accorto della modernità di canzoni che hanno cinquant’anni, perché c’è musica, melodia, armonia: questi sono elementi che, nella canzone, nella musica popolare, non possono mancare. Non puoi mettere un battito, un ritmo soltanto e sopra delle parole, per quanto intelligenti possano essere, acute. Questo mi fa chiedere se certi brani arrivino solo alla generazione per cui sono state pensate o a tutti: senza armonia, le cose si fermano, anche se, sopratttuo nel rap, a volte il messaggio c’è, e anche molto forte. ‘Domenica bestiale’, lo dico senza nessun sentimento di megalomania, ha quarant’anni e ancora me la sento in radio, sembra resista agli urti del tempo: e così, penso, ci sono anch’io, nel mio piccolo, dopo quarant’anni. Certamente, poi, è cambiato il modo di fare e ascoltare la musica, è cambiato il mercato: è molto difficile rifletterci ma, semplicemente, mi viene da dire che manchi la musica. Qual è la ragione di certi fenomeni, avere più visualizzazioni? Io non credo basti, la musica dovrebbe essere un’altra cosa; però, è così, quindi ne prendo atto.

Come sarà il concerto? Ti immagino con la tua solita presenza, chitarra, gambe accavallate….

Eh no, questa volta sarà diversa, io non suonerò, suoneranno, e di brutto, i ‘Paolo di Sabatino Trio’ , con la lora passionalità, soprattutto di Paolo, cubana, argentina, latina, e ci divertiremo tanto. Suonare a Berchidda, al festival di Palo Fresu – dove c’è musica buona -, sarà bellissimo, non come a Macomer a fare il ‘Car'(ride…). Le canzoni saranno quelle di quarant’anni di repertorio, reinterpretate in modo originale ma senza violenza, con alcune ‘chicche’, come una versione particolarissima di ‘Ti muovi sempre’.

Alla trasmissione ‘Via dei matti’ hai fatto commuovere Stefano Bollani, eseguendo insieme a lui ‘E’ festa’: devo dire che, più o meno, fa lo stesso effetto anche a me. Vorrei farti un elenco delle canzoni che porto con me, che mi accompagnano nei miei giorni e, magari, mi dici se c’è anche la tua, di canzone, quella a cui sei più legato: ‘Mi innamoro davvero’, ‘Prendi la luna’, ‘Ti ricordo ancora’, – così delicata e con tematiche così moderne -‘Ti muovi sempre’, ‘Buona notte a te’, ‘Speriamo che piova’, ‘Voilà’, ‘Ciao ninìn’…

Sì, mi ha un po’ stupito anche se lui, oltre a essere un marziano, un genio della divulgazione- come testimonia la geniale trasmissione- è molto sensibile. Son molto legato a ‘Gigi’, che parla di mio padre: più invecchio, più la amo, mi rappresenta come nessun’altra. Io ho già sette anni in più rispetto a quelli che aveva mio padre quando morì e, così, mi fa ancora più effetto cantarla da sette anni a questa parte: è la mia piccola, grande, opera. C’è il ricordo piacevole e rasserenante, anche se lui non era esattamente in questo modo: era discretamente complicato ma mi è piaciuto descriverlo così. Ho aspettato tre anni per scriverla, e meno male che che è trascorso quel tempo, ho potuto crearla con un’atmosfera non tragica. Poi, certo, c’è anche ‘Fiore di maggio’, con quello di cui racconta, l’ispirazione che la fece nascere…’Ti ricordo ancora’ – con la storia di due bambini delle elementari che, con naturalezza e innocenza, affrontano la loro affettività- mi pose all’attenzione delle comunità omossessuali, che mi ringraziavano perché – anche se non condividevo con loro l’essere omosessuale- finalmente, si parlava di loro e, così, si sentivano ascoltati.

Torniamo, per la chiusura, alla Sardegna…

Ho dei ricordi di amore e stima profonda, che mi arriva sulla pelle, da parte dei sardi, in generale. Poi, non è facile descrivere alcune immagini della Sardegna che mi porto dentro: direi ‘luce’, è luce, la Sardegna. E poi, mi viene in mente Santa Margherita di Pula, Bosa, che è vicino a Macomer, ma, soprattutto, l’affetto così forte della gente, da Sassari a Cagliari.

La scuola non diventi terreno di scontro ideologico

di Francesca Ricci

Con il Consiglio dei Ministri di ieri, è diventato ufficiale l’obbligo, dal primo settembre, di ‘certificazione verde’ per il personale scolastico. Volentieri ricevo e pubblico una riflessione e un’analisi di Francesca -che ringrazio- insegnante di scuola secondaria di secondo grado, su quest’obbligo comparato con le altre necessità, a volte priorità, della scuola

“Dal primo settembre, docenti e personale della scuola potranno lavorare soltanto se dimostreranno d’essere immunizzati, guariti dal Covid-19 o negativi al tampone.”

“Il mancato rispetto delle disposizioni è considerato assenza ingiustificata e a decorrere dal quinto giorno di assenza il rapporto di lavoro è sospeso e non sono dovuti la retribuzione, né altro compenso o emolumento”

Così riporta un articolo del Corriere della Sera uscito oggi 6 agosto.

Onde evitare d’essere fraintesa, io insegno nella scuola secondaria di II grado e sono vaccinata da maggio, quindi non ho nessun interesse personale a criticare il green pass o i vaccini anti-covid, però in questa scelta del Governo ci sono diversi punti critici che sembra non siano stati presi in considerazione dalla cosiddetta “cabina di regìa”.

Partiamo da quello che secondo me dovrebbe essere un principio fondante di qualsiasi norma che riguarda i lavoratori in generale, non solo il mondo della scuola: se si promulga una Legge che pone dei vincoli per l’accesso ad un luogo di lavoro, i lavoratori interessati devono essere messi nelle condizioni di poter ottenere nei termini previsti da suddetta Legge i requisiti richiesti.

I lavoratori della scuola, docenti e personale ATA, non sono stati vaccinati come categoria lavorativa, come è successo per esempio per personale sanitario, forze dell’ordine e forze armate, anzi, la loro vaccinazione è stata interrotta a fine marzo – primi di aprile, quindi una domanda sorge spontanea: come può lo Stato pretendere che tutto il personale della scuola sia vaccinato, se non ha fatto nulla per realizzare tale obiettivo?

E questa è la prima critica!

La seconda critica viene invece da un ragionamento sui dati, aimè, alquanto lacunosi.

La Uil Scuola il 4 agosto denunciava il fatto che in realtà non ci siano dati certi né sul numero dei vaccinati tra il personale scolastico, né su quanto la scuola sia stata effettivamente luogo di contagio nel corso delle diverse ondate epidemiologiche.

Un articolo de La Tecnica della Scuola, datato 27 luglio 2021, fa riferimento ad un 85% di personale scolastico vaccinato, sottolineando come il dato non corrisponda alla realtà, in quanto gli insegnanti e il personale ATA non sono stati registrati come tali nel momento in cui sono stati vaccinati.

Ora, non avendo altri dati a disposizione partirò comunque da questo per la mia riflessione.

85% di vaccinati vuol dire 15% di non vaccinati, l’opinione pubblica e, ho paura, anche il Governo, identificano questo 15% con i no-vax, ma all’interno di questo in realtà, oltre ai no-vax, ci sono le persone che non si possono vaccinare per problemi di salute e i colleghi che per fascia d’età non hanno avuto accesso alla vaccinazione fino a giugno, e che devono aspettare il loro turno insieme a tutti gli altri under 40 che vogliono fare il vaccino.

Per fare un esempio, la Regione Autonoma della Sardegna la settimana scorsa ha bloccato le prenotazioni dei vaccini perché si è arrivati ad ottobre, e prima di accettare nuove prenotazioni bisogna fare i conti con le scorte vaccinali. Come potrà un insegnante sardo di 35 anni fare entrambe le dosi di vaccino entro il primo settembre, se non ha una corsia preferenziale per vaccinarsi?

Ma più ancora mi preme sottolineare la situazione di chi non può vaccinarsi e che sembra non esistere per le nostre istituzioni. A queste persone, ad agosto, e lo voglio sottolineare, perché il nostro Sistema Sanitario prevede che non ci si possa ammalare ad agosto, viene chiesto di fornire un certificato di non “vaccinabilità” emesso da una struttura pubblica, che non vuol dire gratuita, ma solo che il medico deve far parte del Sistema Sanitario Nazionale (la visita immunologica intramoenia, l’unica fattibile prima del 2022 varia dai 130€ ai 180€) entro il primo settembre.

Sempre per rimanere in Sardegna, la prima visita immunologica disponibile è a fine settembre e solo a pagamento.

Quindi, chi è in attesa di scoprire se può o non può fare il vaccino, cosa deve fare? … Spendere 17€ ogni due giorni per fare il tampone in una farmacia abilitata che gli rinnova il green pass?

La risposta a tale domanda, posta dai sindacati al governo, non è ancora pervenuta!

Terza critica: qual è l’utilità del green pass a scuola?

Ripeto, io sono pro vaccino e pro green pass, ma se nell’anno scolastico 2019/2020 c’erano 835.000 docenti per 8 milioni di studenti (fonte Scuola 24 ……) e di questi 835.000: l’85% è vaccinato, un TOT si sta per vaccinare e un altro TOT non può vaccinarsi, quanti sono i docenti no-vax da “stanare”?

Perché di questo si tratta. Il dibattito si è così cristallizzato tra pro-vax e no-vax da dimenticarsi di tutti gli altri. Ma davvero il problema sono i 220.000 non vaccinati del personale scolastico (Fonte: La tecnica della scuola) a fronte di 9 milioni di studenti non vaccinati?

Personale che, tra l’altro, usa correttamente i dispositivi di sicurezza e può mantenere facilmente il distanziamento, cose quasi impossibili nei gradi inferiori di istruzione e abbastanza complicate da far rispettare anche nella secondaria di II grado.

Forse prima di istituire il green pass nelle scuole, si sarebbe dovuto procedere con la messa in sicurezza degli edifici scolastici dotandoli di sistemi di purificazione dell’aria, prevedendo un numero massimo di alunni per aula che permetta un effettivo distanziamento (ci sono 15.000 edifici scolastici chiusi, quindi sicuramente non è questione di spazi), istituendo una corsia preferenziale per la vaccinazione di personale scolastico e alunni delle superiori e soprattutto prevedendo una normativa ad hoc per chi non si può vaccinare che non aggravi situazioni già complicate per la loro natura.

In conclusione, pur essendo favorevole al vaccino e al green pass, non posso che valutare questo provvedimento, come la gran parte dei provvedimenti che riguardano la scuola, del tutto incoerente sia nelle tempistiche che nelle modalità di attuazione, incongruente con la reale situazione della Scuola Italiana, che non è stata analizzata e studiata come si sarebbe dovuto fare, eppure il tempo c’è stato da aprile ad oggi per approntare un vero “Piano Scuola” che tenesse conto di tutte le variabili del caso. Ma in Italia si sa la scuola va per improvvisazione, tanto poi dirigenti, docenti e ATA trovano il modo di far quadrare tutto e chi se ne importa se nel mentre, i più fragili sono costretti a chiudersi in casa e a spendere centinaia di euro solo perché il “sistema” non li ha previsti. E meno male che la Scuola Italiana è esempio di inclusione del mondo!

Diario di un inferno

di Salvatore Cubeddu

Diario dei giorni in cui, impotenti, abbiamo assistito all’incenerimento di alcune parti tra le più belle de patrimonio naturalistico sardo. E di una follia che ha tutte le caratteristiche di avere origine umana

26  luglio 2021, lunedì, ore 10,17.

Da tre giorni siamo nel gran caldo, con la Sardegna al centro dell’alta tensione proveniente dal Sahara, che ha portato la temperatura nelle nostre zone interne dai 35° a più di 40° lungo la linea che la dimezza longitudinalmente, in corrispondenza dell’Oristanese. Da una settimana il fuoco si è installato nel Guicier, ai piedi orientali del Montiferru, finchè non è arrivato l’incidente lunogo la strada provinciale che costeggia il Pabarile di Bonarcado che ha causato il disastro degli ultimi due giorni, sabato 23 e domenica 24 luglio. E’ il 23 di primo pomeriggio, quando l’automobile del campagnolo (pastore? vignaiolo?) percorre la strada con il motore surriscaldato che, a contatto con l’erba secca, appicca il fuoco all’erba che ne è a contatto e poi a se stesso. E’ iniziato il vento di scirocco,  colpisce direttamente da est il pendio del Montiferru, alimentando questo incendio ed estendendolo a tutto il Pabarile (terre comuni e private, pascoli e orti di olivo e di ciliegeti). Accorrono i bonarcadesi, squadre organizzate e volontari, e il fuoco viene domato dopo avere danneggiato alcune decine di ettari di territorio. Il fuoco ripartirà il mattino seguente, nonostante i controllori avessero garantito del suo totale spegnimento. Ma, allora: qualcuno è andato a riattizzarlo? Credo che non si saprà mai.

Il fuoco riprende, conclude il suo lavoro a Bonarcado ed entra nel limitrofo territorio di Santu Lussurgiu raggiungendo la valle de Sos Molinos, il cui ruscello cade nella bella cascata. La valle diventa il corridoio in cui il caldissimo vento di scirocco fa risalire veloce il fuoco verso i pascoli e le rocce più alte, dove vediamo i ripetitori radio-televisivi, i primi e più importanti di Sardegna. Risalendo, l’incendio lambisce alla propria destra campi boscati che si avvicinano alle prime case a villa, con spazi alberati e a giardino della moderna entrata di Santu Lussurgiu, accovacciata nella bocca de vulcano con l’entrata bassa verso sud-est. La cittadina diventa invivibile, si teme che il fuoco non si limiti a lambire i giardini, l’allarme porta ad incoraggiare gli abitanti a lasciare le case. Inizia il terrore anticipando quanto verrà vissuto da lì a non molte ore a Cuglieri, dopo che l’incendio avrà percorso in discesa l’altro versante del Montiferru coperto da bellissimi boschi che chiunque abbia soggiornato nel Rifugio de La Madonnina ben conosce. I boschi del leccio contengono fonti (la più conosciuta è quella di  Su Mont’e S’otzu) che più giù alimentano i castagneti, prima che i campi coltivati ad olivo abbiano il sopravvento, circondando e rendendo famosa la ‘Culuris nova’, già tanto fiera di sé e dei propri doni naturali. A Cuglieri, capoluogo storico dell’antica curatoria logudoresa del Montiferru, l’incendio lambisce la periferia che si prolunga nella valle, proprio sotto il famoso ex seminario. E’ da Cuglieri che verranno allontanate due centinaia di persone raccolta dai pullman della polizia e spostati prima a Sennariolo e poi a Bosa. Problema che si pongono urgentemente tutti i comuni abitati da tante persone anziane.

Nella piana che si estende ai piedi del paese ci si trova di fronte al mare e neanche la strada in arrivo da Santa Caterina riesce a fare argine al vento che fa volare le scintille (su bigotzi, terribile) scavalcando l’asfalto. Anzi, come se tornasse indietro, i vortici alimentano il fuoco arrivando anche da quel lato fino al mare.

Ma la cavalcata più veloce dell’incendio ha intanto aggirato Sennariolo ed è entrato in Planargia, un altipiano che dal Montiferru porta fino a sprofondare nella valle formata dall’erosione del Temo a Bosa. Scano Montiferro, Magomadas, Tres Nuraghes, Sindia: l’alternarsi dei pascoli delle aziende agricole, degli oliveti e delle vigne ha alimentato o parzialmente interrotto il fuoco che ha trovato argine nel mare di Porto Alabe (la spiaggia di Tres Nuraghes) e nel difficile intervento dell’uomo impegnato a raccogliere l’acqua del mare e del Tirso per tentare di vincere sul fuoco. Quasi impossibile.

Scriviamo il 26 mattina, lunedì. I giornali locali dedicano pagine e pagine al fuoco. Le istituzioni regionali hanno risposto bene e pure lo Stato si è fatto sentire. Urgenza di intervento (11 canadair, rassicurazione agli agricoltori per i danni, incoraggiamento agli amministratori locali  e alle popolazioni). Non si ha notizia di morti né di feriti, probabilmente anche il numero dei capi di bestiame è inferiore a quanto si afferma e si teme. Quanto ai boschi, il leccio si prenderà i suoi dieci anni, mentre il danno agli olivi non meno di una ventina.

Non è finita, siamo ancora sotto scirocco, che ha fatto il suo terribile lavoro arrivando fino alla fossa di Bosa.

Ma se il vento girasse in maestrale e l’incendio non fosse stato messo sotto controllo (quest’oggi), la decina di chilometri di pascoli anneriti che vanno da Cuglieri a Santa Caterina potrebber fornire l’esca per riprendere e mangiarsi il resto dei boschi del Montiferru, cioè le campagne e i boschi comunali di Seneghe fino ai suoi oliveti.

Se, invece, arrivasse il vento di libeccio, il fronte che insiste tra Sindia e Scano Montiferro potrebbe partire all’assalto di boschi di Mqacomer aprendosi la strada verso Campeda e Sa Costera.

La giornata di oggi è campale nella bonifica del fuoco che si annida nelle radici delle piante, che un vento potrebbe nuovamente fare volare.

Come per la pandemia, anche nel caso dei simili incendio l’uomo può fare fino a un certo punto.

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