Conoscere per scegliere/3

di Daniele Madau

Chiudiamo il ciclo di riflessioni dedicate alle elezioni del 25 settembre con un argomento delicato, di sicuro divisivo ma, per noi cittadini ed elettori, irrinunciabile: una volta eletti, quanto guadagneranno i nostri parlamentari? Vedremo che il compenso è notevole, di soldi pubblici: per questo, il voto è un gesto di grandissima responsabilità, che richiede coscienza. E noi cittadini dovremmo sempre essere pronti a rendere conto agli eletti delle loro azioni.

Nella culla della democrazia, la Grecia antica, ogni cittadino doveva poter partecipare al governo della polis, perciò veniva retribuito per le cariche che assumeva. Il compenso si chiamava misthos ed era una retribuzione pubblica che ad Atene era assegnata a chi ricopriva una carica politica quale ecclesiaste (membro di un’assemblea popolare) o dicaste (giudice). Fu introdotto, appunto, per incentivare la partecipazione alla vita pubblica, e in effetti, permise anche ai cittadini di condizione più modesta di poter prender parte alla gestione politica.

La nascita del compenso per le cariche pubbliche è, quindi, nobile ed ha lo scopo di permettere a tutti noi di potervi aspirare. Lo stesso è valso per il parlamento italiano che, all’origine, non prevedeva retribuzione per chi ne facesse parte, permettendo l’esercizio del potere solo ai più abbienti. Il giornalista Paolo Pagliaro, nel suo sito, racconta che nel giugno del 1900 venne eletto deputato alla Camera per il collegio di San Pier d’Arena Pietro Chiesa, che fu uno dei primi operai, precisamente portuali, a entrare in parlamento. I suoi compagni, portuali come lui, raccoglievano denaro per mantenerlo a Roma, tanto era importante che Chiesa li rappresentasse. Un suo collega, il deputato-contadino Pietro Abbo, socialista di Lucinasco, non disponendo del denaro sufficiente per pernottare a Roma, usufruiva del cosiddetto “permanente” rilasciato dalle Ferrovie dello Stato per dormire sul treno Roma- Firenze andata e ritorno, rientrando quindi il mattino in tempo per l’apertura dei lavori della Camera.
Quando, nel 1912, fu introdotta l’indennità parlamentare, Abbo poté dormire a Roma e Pietro Chiesa poté fare a meno della colletta dei compagni.
Per aggirare lo Statuto Albertino che prevedeva che l’esercizio delle funzioni di senatore o deputato non potesse essere retribuito, l’indennità venne giustificata come rimborso delle spese di corrispondenza: un espediente non molto diverso da quello escogitato in tempi più recenti, quando i rimborsi elettorali sostituirono il finanziamento pubblico abrogato dal referendum. I rimborsi elettorali, tuttavia, sono stati abrogati nel 2013.

Attualmente i nostri deputati hanno diritto a un’indennità netta di 5.000 euro al mese più una diaria di 3.503,11 e un rimborso per spese di mandato pari a 3.690 euro. Ad essi si aggiungono 1.200 euro annui di rimborsi telefonici e da 3.323,70 fino a 3.995,10 euro ogni tre mesi per i trasporti.

I senatori invece ricevono un’indennità mensile lorda di 11.555 euro. Al netto la cifra è di 5.304,89 euro, più una diaria di 3.500 euro cui si aggiungono un rimborso per le spese di mandato pari a 4.180 euro e 1.650 euro al mese come rimborsi forfettari tra telefoni e trasporti.

Facendo un rapido calcolo e senza considerare le eventuali indennità di funzione i componenti del Senato guadagnano ogni mese 14.634,89 euro contro i 13.971,35 euro percepiti dai deputati.

Deputati e senatori hanno diritto poi anche a un assegno di fine mandato, che è pari all’80% dell’importo mensile lordo dell’indennità moltiplicato per il numero degli anni di mandato effettivo.

Uno studio inglese sugli stipendi dei parlamentari in Europa ha calcolato che il costo di un parlamentare italiano è di circa 120.500 sterline all’anno. Praticamente il doppio dei colleghi inglesi che percepiscono 66.000 sterline, molto di più di quelli dei politici tedeschi e francesi e addirittura sei volte tanto di quelli spagnoli.

Come visto, sono somme ingenti che potrebbero essere giustificate quando i parlamentari si comportano con ‘onore e decoro’, come da Costituzione e,soprattutto, rendono alla società col lavoro quanto guadagnano. Inoltre, quando la legge elettorale permette una effettiva scelta da parte del cittadino.

Soprattutto noi,infatti, dovremmo sempre essere pretenziosi nel richiedere conto del loro operato, pretendendo incontri continui dei parlamentari nei collegi di elezione. Ricordo la morte di David Amess, il deputato conservatore inglese morto dopo essere stato accoltellato durante un incontro con i cittadini nella chiesa metodista nella sua circoscrizione di Leigh-on-Sea, nell’Essex nel sud dell’Inghilterra: quello con i cittadini era un incontro settimanale. Come spesso si dice, ogni Stato ha i rappresentanti che sceglie – che dovrebbe scegliere, nel nostro caso- o,meglio, che si merita.

Fonte: money.it

Conoscere per scegliere / 2

di Daniele Madau

Continua la serie di riflessioni dedicate alle elezioni del 25 settembre, riflessioni in cui, a partire dalla spiegazione della legge elettorale con cui sceglieremo i nostri parlamentari, proveremo a dare un servizio, si spera gradito, a chi avrà la disponibilità di leggere: proveremo, cioè, a far conoscere gli aspetti più tecnici e sconosciuti di tutto ciò che ruota attorno alle urne, per vincere il rischio dell’astensionismo e per una scelta più consapevole. Il futuro dipende da ognuno di noi.

Sono più di 40 milioni gli italiani chiamati alle urne nelle prossime elezioni politiche del 25 settembre. A seguito della caduta del governo Draghi, infatti, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sciolto le camere e indetto le elezioni anticipate. Dopo aver visto, nella precedente riflessione, gli aspetti più importanti e concreti per poter votare col Rosatellum, vediamo ora quelli più secondari, vicini forse, maggiormente, alle curiosità ma, comunque, sempre importanti per esercitare il nostro diritto, e dovere, al voto, pienamente.

Dopo aver tracciato il nostro segno, dobbiamo sapere che non tutti i partiti, e le coalizioni, entreranno nel Parlamento: vediamo perché. Sono previste, infatti, 4 soglie di sbarramento, cioè soglie non raggiunte le quali non si possono eleggere i candidati dei partiti o delle coalizioni che non le raggiungono. Anche in quest’ottica si parla di ‘voto utile’. Vediamo le soglie, ricordando che per ‘liste’ intendiamo l’insieme dei nominativi dei candidati di un partito singolo, che sono presenti nella parte proporzionale; per coalizione, invece, l’insime dei partiti che sostengono un candidato in un collegio uninominale:

  • Il 3% dei voti ottenuti a livello nazionale, valida per le liste che si presentano singolarmente.
  • Il 20% dei voti ottenuti a livello regionale, soglia valida per le liste che si presentano singolarmente e solo al Senato. Questo perché il conteggio dei voti nel Senato si compie su base regionale.
  • Il 20% dei voti ottenuti a livello regionale, o elezione di due candidati nei collegi uninominali, valida per le liste che rappresentano minoranze linguistiche riconosciute ed esclusivamente nelle regioni a statuto speciale ove prevista la tutela delle suddette minoranze. Fra queste, figura, a esempio, il Südtiroler Volkspartei, partito che rappresenta gli interessi dei gruppi linguistici tedesco e ladino dell’Alto Adige.
  • Il 10% dei voti ottenuti a livello nazionale, valida per le liste che si presentano in coalizione, purché almeno una delle liste della coalizione abbia superato una delle tre soglie appena citate.

Quest’ultimo 10% non comprende i voti presi dalle liste che abbiano conseguito meno dell’1% dei voti a livello nazionale o, solo per il Senato, il 20% dei voti a livello regionale: in questo caso, i voti vanno persi. O ancora, solo per le liste rappresentative di minoranze linguistiche sopra citate, il 20% a livello regionale o l’elezione di due candidati nei collegi uninominali. Infine, se la coalizione non raggiunge il 10%, una lista singola è comunque ammessa alla ripartizione dei seggi qualora abbia superato almeno una delle altre soglie sopra citate.

I partiti che rispetteranno queste indicazioni di legge, eleggeranno i parlamentari che saranno i rappresentanti dei loro territori. Come sono chiamati questi territori, in maniera più specifica? Precisamente, sono circoscrizioni: l’Italia è infatti suddivisa in 20 circoscrizioni – una per regione – per il Senato della Repubblica, più una all’estero; in 28 circoscrizioni – 4 in Lombardia, 2 in Lazio, Sicilia, Campania, Veneto e Piemonte – per la Camera dei Deputati, più una all’estero.

Ogni circoscrizione è poi suddivisa in collegi uninominali e plurinominali. La differenza sta nei parlamentari eletti. Nei collegi uninominali, viene eletto un solo candidato, mentre nei collegi plurinominali, i cittadini eleggono più di un candidato: come visto, precisamente, i primi della lista. A esempio , per il Senato, la circoscrizione Sardegna ha un collegio unico proporzionale e due collegi uninominali: nel collegio proporzionale i partiti presenteranno le loro liste, in quello uninominale ci sarà il candidato proposto dalla coalizione. 

Nei plurinominali, ogni lista è composta da un elenco di candidati, compreso tra 2 e 4, ordinati secondo un preciso ordine. Come detto, non è previsto il voto di preferenza, per cui nei collegi plurinominali proporzionali, una volta determinato il numero degli eletti spettanti alle liste, i candidati vengono eletti seguendo l’ordine previsto al momento della presentazione della lista. Da qui, l’adozione del termine “bloccate”. Ci si può candidare in più collegi plurinominali – fino a 5 – anche in congiunzione alla candidatura in un collegio uninominale. In caso quindi di “doppia” elezione, il candidato si intende eletto nel collegio uninominale. Se invece il candidato è eletto in più collegi plurinominali, questo si intende eletto nel collegio dove la lista di appartenenza abbia ottenuto la minor percentuale di voti rispetto al totale dei voti validi nel collegio. Inoltre, sono previste regole per per garantire maggiore equità nella rappresentanza di ambo i generi: le liste bloccate, infatti, devono seguire l’alternanza di genere (es.:donna/uomo/donna/uomo); in più nell’insieme dei collegi uninominali e dei capolista dei plurinominali di ciascuna lista o coalizione, ciascun genere deve essere compresi tra il 40 e il 60%.

Tutti i dati presentati, possono sembrare freddi, difficili, senza alcuna valenza per noi: è l’esito di aspetti burocratici sommati a quelli politici. Se prestiamo un po’ di attenzione, però, capiremo quanto possono influire sulla nostra vita: pensiamo solo al fatto che nell’esempio dei collegi sardi per il Senato, ne abbiamo uno solo proporzionale. Gli eletti dovranno rispondere del loro operato all’intera regione. Un compito davvero arduo e importante che, se ben svolto, giustificherebbe i compensi percepiti, di cui ci occuperemo la prossima volta. (Continua)

Fonte: orizzontipolitci.it

Conoscere per scegliere / 1

di Daniele Madau

Con l’articolo di oggi, iniziamo una serie di riflessioni dedicate alle elezioni del 25 settembre, riflessioni in cui, a partire dalla spiegazione della legge elettorale con cui sceglieremo i nostri parlamentari, proveremo a dare un servizio, si spera gradito, a chi avrà la disponibilità di leggere: proveremo, cioè, a far conoscere gli aspetti più tecnici e sconosciuti di tutto ciò che ruota attorno alle urne, per vincere il rischio dell’astensionismo e per una scelta più consapevole. Il futuro dipende da ognuno di noi.

La legge elettorale con cui sceglieremo, il 25 settembre -in un’unica giornata, dalle 7 alle 23 – i nostri rappresentanti in Parlamento è il, cosidetto, Rosatellum (votato nel 2017), con un’espressione politico-giornalistica abituale che, dal nome del primo firmatario della proposta di legge, crea un termine latino in accusativo.

Tutto è iniziato con Mattarellum, creato dal politologo Giovanni Sartori nel 1993: in un editoriale in cui ricorrevano locuzioni latine aveva infatti commentato l’approvazione della riforma elettorale elaborata da Sergio Mattarella con un ironico Habemus Mattarellum, latinizzando il cognome dell’estensore della proposta con il suffisso pseudolatino –um.

Nel 1995 è stato usato lo stesso meccanismo per una riforma della legge elettorale regionale che portava il nome di Giuseppe Tatarella, da cui Tatarellum, e poi per una potenziale riforma firmata da Clemente Mastella, il Mastellum.

La coincidenza di tre cognomi terminanti allo stesso modo ha fatto sì che –um venisse reinterpretato come –ellum . Ecco allora Rosatellum, dal nome dell’allora capogruppo dei deputati PD alla Camera Ettore Rosato. 

La legge elettorale prevede un sistema di modalità di elezione dei candidati dei partiti misto: in parte proporzionale, per i 2/3 -precisamente il 61%, con lista bloccata – e in parte, per 1/3- precisamente il 37%-, maggioritario uninominale. Resta, come ci si può subito accorgere, un 2% determinato mediante un sistema proporzionale, questa volta con voto di preferenza, per gli italiani che esercitano il diritto di voto all’estero. Come risulta chiaramente, la legge è davvero farraginosa e complessa, dato che in un unico sistema elettorale abbiamo tre modalità differenti! I sistemi proporzionali prevedono che i partiti politici abbiano una misura della rappresentanza, appunto, proporzionale ai voti ottenuti. Ad esempio, un partito che riceve il 15% dei voti, in un tale sistema vedrà il 15% dei seggi assegnati ai propri candidati. Il sistema proporzionale è un approccio in cui ogni partito politico presenta una lista di candidati e gli elettori ne scelgono una. La forma a liste aperte permette all’elettore di influenzare l’elezione dei candidati individuati all’interno della lista. L’approccio a liste bloccate no: è il partito a scegliere l’ordine, e i candidati in cima alla lista avranno maggiori probabilità di essere eletti. Il primo aspetto che dobbiamo rilevare, quindi, è che, nella parte proporzionale, i parlamentari non li possiamo scegliere noi ma, come dire, ci fideremo dei partiti che, tramite l’ordine in cui hanno deciso di presentarli nelle schede, determineranno quali parlamentari saranno eletti. E’ anche per questo, perciò, che si dovrebbe sempre avere la massima attenzione all’operato dei partiti e pretendere sempre, da essi, un esempio di correttezza e coerenza. ll sistema maggioritario uninominale a turno unico con maggioranza relativa, invece, prevede la vittoria dell’unico candidato della lista o coalizione che ha riportato il maggior numero di voti rispetto alle altre: basta anche un solo voto in più. Il sistema maggioritario, quindi, limita fortemente o esclude completamente la rappresentanza della minoranza, al contrario del proporzionale che, in proporzione, rappresenta tutti. Con questo Rosatellum eleggeremo, dopo l’approvazione della legge costituzionale per la riduzione dei parlamentari in vigore dal 2020, alla Camera dei Deputati, 147 parlamentari con il maggioritario, 245 con il proporzionale e 8 con il voto dei cittadini residenti all’estero (in tutto 400). Al Senato, 74 parlamentari con il maggioritario, 122 con il proporzionale e 4 con il voto all’estero ( in tutto 200). La scheda tuttavia, non essendoci il, cosidetto, voto disgiunto, sarà unica per la parte proporzionale e per quella uninominale: così nell’urna ne avremo due, che ci consegnerà il presidente di seggio, una per il Senato (per la prima volta potranno votare anche per il Senato i diciottenni) e una per la Camera, in cui potremo tracciare un solo segno.

Il Ministero dell’Interno ha reso disponibile una scheda elettorale, un fac-simile, per far sì che l’elettore possa arrivare preparato al momento del voto. Secondo quanto riportato proprio sulle istruzioni di voto presenti sul fac-simile, il voto si può esprimere in molteplici modi.

Crediti scheda: Ministero dell'Interno
Crediti scheda: Ministero dell’Interno

Si può tracciare un segno sul simbolo prescelto – i numeri in grassetto nell’immagine -, così esprimendo automaticamente la preferenza per quella lista e per il candidato uninominale collegato (nell’immagine, il NOME COGNOME). Diversamente, se il segno viene tracciato sul nome del candidato uninominale, il voto è automaticamente espresso anche per la lista collegata a quel nome. Se vi sono poi più liste collegate – una coalizione, come in 6-7-8-9 e 11-12-13-14 nell’immagine -, il voto andrà, anche per il proporzionale, al partito del candidato uninominale.

(1/Continua…)

Fonte: orizzontipolitci.it

Il sessismo quotidiano

di Daniele Madau

Ascolto con rabbia e sorpresa crescente i particolari e capisco quanto sia diffuso, a un passo da me, da tutti noi, e quanto sia ancora socialmente accettato, poco compreso e, in fin dei conti, interiorizzato: spesso – putroppo – anche dalle vittime stesse.

Parlo del sessismo, del maschilismo che si concretizza in violenza psicologica e in discriminazione se non, lo sappiamo benissimo, in violenza fisica, come da stillicidio quotidiano. Stillicidio a cui assistiamo storditi, quasi increduli, con un senso profondo d’impotenza che si scontra col desiderio struggente di proteggere – purtroppo quando non è più possibile – ogni vittima.

Elenco, di seguito, quanto emerso dai media la scorsa settimana, a cui dobbiamo aggiungere un sommerso decuplicato. Secondo il rapporto della ‘Fondazione Libellulla’, una donna su due è vittima di molestie sul lavoro. Una ragazza nigeriana viene aggredita dal suo datore di lavoro per avere richiesto il compenso pattuito. Una donna viene uccisa dal figlio, invasato dal mito del padre violento che, dal carcere, continua a inviargli messaggi di sopraffazione e prevaricazione. Dopo tre anni viene riconosciuto come colpevole di femminicidio il compagno di una, ennesima, vittima. Inoltre, mi capita di rileggere della vergogna di Montalto di Castro, dove un intero paese ha appoggiato e giustificato tre stupratori, abbandonando nell’isolamento più doloroso la vittima. La frase simbolica è di Vittorio Bricca, pensionato settantenne che, seduto in piazza, dice: «Avessi avuto diciassette anni, mi sarei messo in fila e anch’io sarei andato con quella»

A tutto questo, di cui si può leggere in una normale giornata d’agosto, questa volta però devo aggiungere quanto sentito direttamente da me, in un’altra normale serata d’agosto, davanti a un aperitivo, dentro l’affollamento maleducato e spersonalizzante di una piazza cuore della ‘movida’ cittadina. Parla una mia coetanea, educatrice, che conosco da anni, e che mi ha sempre nascosto – perché forse non ritenuti degni di attenzione o, semplicemente, perché solo ora abbiamo avuto più confidenza e fiducia uno nell’altra – certi atteggiamenti, sempre al limite tra il sessismo e la scelta d’opportunità, di sicuro pesanti, d’ignoranza, di società non evoluta.

‘A noi educatrici’- così mi dice, forse con rassegnazione, di sicuro con consapevolezza – ‘capita molto spesso che i padri si invaghiscano. Arrivano nelle loro case ragazze giovani, carine, sorridenti, dolci, che si occupano dei loro figli. Un giorno, uno di loro – dopo che mi ero opposta a passare in gita un fine settimana con lui e la figlia – ha cominciato a mettere in giro voci false su di me. In quel luogo seguivo due famiglie e l’asssistente sociale ha deciso di non farmi continuare con nessuna delle due. La cooperativa, poi, non mi ha rinnovato il contratto, che durava già da tre anni’.

Lei lavora anche in ambito scolastico ed è capitato fosse oggetto di pesanti attenzioni anche da parte dei docenti, fatto di una gravità tanto grande quanto poco conosciuta. Denunciare o far sentire la propria voce? La sua considerazione è tanto forte, quanto lucida, umiliante per tutti noi, tutta la società e, nello specifico, per il sistema scolastico: ‘Sono una educatrice e non un docente. E’ facile farmi fuori come nulla.’

La frequenza di situazioni simili è molto alta.

E’ grave questo? O è la prassi normale, storture accettabili di una società che presenta posizioni di forza e di debolezza?

E’ gravissimo, perché ha ricadute psicologiche, lavorative, sul benessere delle donne, sui loro diritti. Perché qualifica una società e i suoi uomini, ancora – come capita, purtroppo – protetti, giustificati, tutelati nella loro posizione di forza.

Cosa dire? Come reagire? Tutti noi siamo coinvolti, interpellati e responsabili. Ogni volta in cui non invochiamo un diritto e non denunciamo un sopruso, perché non contribuiamo alla creazione del mosaico della società dei diritti e dell’inclusione, che ha bisogno del tassello di ognuno.

Ogni volta in cui, dall’episodio meno violento a quello più violento, facciamo in modo che una vittima si senta sola, è una ferita profonda in una società, che si rimarginerà in tempi lunghissimi, come quando una macchia di petrolio insozza il mare.

E tutto questo è più vicino di quanto pensiamo ma, forse, una società meno pronta a proteggere è anche più comoda, per tutti noi.

Un galantuomo alla gogna

di Ignazio Locci

E fin troppo facile iniziare con un siamo alle solite, ma quello che è accaduto in
Parlamento è la rappresentazione del cupio dissolvi che infesta la nostra politica.
Su 18 legislature, ad oggi ben 10 si sono concluse anticipatamente.
Questo scioglimento rappresenta comunque un unicum perché per la prima volta
verremmo chiamati alle urne nel primo autunno. È stata infatti abbandonata la
consuetudine da prima repubblica dei governi balneari che trovavano ragione sia nei
tentativi di calmare i pruriti estivi di alcune forze politiche, sia nella responsabile attenzione a porre in sicurezza la macchina Italia con un governo che seppure balneare operava con pienezza di poteri per portare a compimento importanti e necessari obiettivi di governo, primo fa tutti il bilancio pubblico. Ma questa volta non sarà così. Forze politiche , anzi rappresentanti di schieramenti politici, poco adusi non solo alle buone maniere, ma anche e soprattutto alla conoscenza delle regole e leggi che scaturiscono dalla nostra Costituzione hanno ben pensato di sfiduciare il governo in carica per lascarlo comunque all’opera per tentare di levare le cosidette castagne dal fuoco. Le indicazioni del Presidente della Repubblica ci hanno chiarito inequivocabilmente quello che accadrà in questi prossimi pochi mesi.
Ma non è solo una questione di tecnicismi o di regolamenti.
Quello che è avvenuto ha dell’incredibile, perché da una parte a causa dei pruriti del populismo (il M5S) e d’altra parte dal disperato tentativo (del resto) di Forza Italia e del fantasma della Lega di mettere le mani sul governo della nazione e anche di primeggiare sul partito della Meloni, è stato sacrificato uno dei migliori governi che in questi ultimi 17 mesi ha ben operato per riportare l’Italia sullo scenario Europeo e mondiale, guidando la nazione in una serie di riforme che silenziosamente ed incisivamente ci aprivano le porte ad uno sviluppo sociale ed economico condiviso con gli altri grandi stati dell’Europa.
Non sarà facile da adesso in poi raggiungere questi obiettivi e anzi se non poniamo la
massima attenzione alla ricerca di alleanze politiche mature ed equilibrate, rischiamo
veramente di fare un passo indietro, nell’economia, nei diritti, nella libertà e nella
democrazia. E quel galantuomo che ha contribuito a salvare anche l’economia italiana ,
non dimentichiamo la sua intuizione del whatever it takes, e l’impegno profuso nel guidare il governo in questi difficili ed inaspettati ultimi tempi, non meritava e non merita la gogna politica alla quale dei perfetti ignoranti della “res pubblica” lo hanno sottoposto.
Grazie Prof. Mario Draghi, uno dei pochi galantuomini prestati alla politica.

Paolo Borsellino: un inno alla vita e ai suoi valori più grandi

di Manfredi Borsellino

Nel pieno dell’estate, 57 giorni dopo l’amico Giovanni Falcone, Paolo Borsellino andava incontro alla morte, con la sua scorta: era il 19 luglio, di trent’anni fa. Nel ricordo del figlio Manfredi, ritroviamo l’immagine già cara a tutta l’Italia di un uomo che fece del suo lavoro un inno alla vita e ai suoi valori più grandi. Che, nella semplice quotidianità della vita familiare, lasciò un esempio di coraggio e amore. Tutto ciò che la mafia odia ma che, per questo, nonostante la sua brutale e vile violenza, renderà Cosa Nostra sempre sconfitta. Come anche testimonia il sorriso di Paolo Borsellino, quando tutto era già compiuto, nell’ultimo ricordo della figlia Lucia.

Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola. Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo. Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua. Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni. La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive. Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre. Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese.
Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci. Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava.
Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare. Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione. Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii. Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio. Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta. La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio. Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta. Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ovverosia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere. D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, ovverosia una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. (…) Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita. Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.

Il testo di Manfredi Borsellino è tratto dal volume “Era d’estate” a cura di Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi edito da Pietro Vittorietti

Scuola, luogo di amore e miracoli

di Daniele Madau

Titolo forte, superficiale, impegnativo, ottimista. Ma è la verità, accade.

Accade perché la scuola, come da ultimo contratto collettivo degli insegnanti, è una ‘comunità educante’. Accade perché è un luogo in cui convergono lo studio dei ragazzi – e ‘studio’ etimologicamente significa, in primis, ‘passione’, ‘zelo’, ‘ardore’, ‘desiderio forte’ -, il lavoro degli insegnanti – anch’esso lavoro di ‘studio’, di passione -, le professionalità dei dirigenti, degli amministratori, degli educatori, dei collaboratori, e le aspirazioni delle famiglie.

Tutti con uno scopo: il bene dei ragazzi.

Certo, è un’alchimia che, spesso, non riesce: gli ingredienti non sempre sono della qualità richiesta per l’esperimento. Quando lo sono, però, il risultato è unico, che fa della scuola un luogo unico.

Quale altro luogo, infatti, ha queste caratteristiche? Forse il parlamento? Lo cito perché dovrebbe essere la sede delle discussioni e delle decisioni, per eccellenza, volte al bene comune. Gli interessi di parte, partitici, tuttavia, non lo permettono. Lo scrivo da amante della politica e militante; non cieco, però, soprattutto in questi tempi di politica strana, lontana dai valori che, protetti dalle mura di un liceo, sembrano lì ancora sacrosanti.

La scuola non ha interessi di parte, ma parti che sanno di dover agire per il solo bene dei ragazzi, e questo è il fine più nobile, alto, doveroso di ogni attività umana.

Perciò penso ancora che l’insegnamento sia il mestiere più bello. Anche questa affermazione può essere banale: io, però, la reputo vera.

Esistono mestieri più gratificanti – a cui penso- e che, a volte, mettono in crisi il mio essere docente per vocazione, o convinzione: giornalista, politico a tempo pieno, scrittore a tempo pieno. A parte l’elenco da bambino e fermo restando che non so se ne avrei avuto la capacità, gli insegnanti sanno che la meraviglia del seme che cade nella terra del cuore di un ragazzo, e di quel ragazzo che ringrazia per questo seme e per ciò che sente crescere, non ha eguali e paragoni, se la tua sensibilità sa coglierla. La immagino, amplificata, nei missionari o nei cooperanti, laddove manca tutto.

Certo, esistono le delusioni, le perdite di senso, le mancate gratificazioni economiche (vexata quaestio), ma sono le spine delle rose, i sassi sulla strada più bella, gli ostacoli verso il traguardo non di gloria ma di gioia contenuta e profonda, di pace. La pace che dà un luogo di giovani, pace di ottimismo, futuro, educazione.

Ecco perché vicende come quella di Cloe Bianco sono scandalose e niente hanno a che fare con la scuola: Cloe, sicuramente, era accettata dai suoi alunni. Oserei dire che il ‘potere’, deandreianamente parlando, l’ha portata al suicidio, non la scuola dei ragazzi, e dei miracoli.

Ma quali sono questi miracoli?

Sono semplici, non ci si aspetti chissà cosa. Ragazzi che, all’orale della maturità, ringraziano i prof., dimostrano entusiasmo, si commuovono.

Altri che ti dedicano una pagina ognuno di un diario e scrivono che non ti dimenticheranno mai.

Picccoli, ma veri, miracoli. Che ti portano a credere nel bene, nella giustizia, nella bontà, nell’amore: in una parola, nei valori, per cui un uomo vive.

E questo è un altro vero, grande, miracolo.

Scusate la banalità.

La ricomparsa delle lucciole

di Daniele Madau

La vita è fatta di piccole luci che, magari con un grande sforzo, più grande di quelle che credevamo fossero le nostre forze, riusciamo a far brillare, negli intervalli di buio quotidiani.

Come quelle delle lucciole, piccole ma ben visibili, scintille che nascono dal corpo di un minuscolo insetto.

La luce è sempre suggestiva, poetica, evocativa – come il buio, in realtà – e quella delle lucciole, come quella delle stelle, è tra le più poetiche.

Posso scriverlo perché, da qualche settimana, le vedo nel mio cortile: non mi era mai capitato prima. Ero convinto che non le avrei mai viste, come la foca monaca – di cui resta solo qualche racconto – o, come per gli insetti che vedevo da bambino, le coccinelle, le mantidi religiose, le cimici rosso nere ‘carabiniere’, che l’avanzata insesorabile dello spazio urbano cementificato avesse tolto loro, così infinitamente piccole, ogni possibilità d’esistenza.

E poi, c’è quell’articolo, celebre, di Pasolini del 1975, ‘La scomparsa delle lucciole’, in cui ne aveva pianto la definitiva estinzione, facendole assurgere a emblema della decadenza morale, sociale e politica dell’Italia.

Invece, quella luce è spesso accanto a me, ferma, primizia di chissà quale luce più grande, attesa di chissà quale speranza, o speranza di chissà quale attesa.

Esistono infinitamente piccoli speroni di roccia a cui aggrapparsi, e a cui aggrappare il nostro mondo, nella scalata quotidiana verso una pace e una serenità a cui cerchiamo di andare incontro ogni giorno, che auguriamo per ognuno di noi e per tutti gli esseri. La ricomparsa delle lucciole è uno di questi: una luce da qualcosa che credevamo non potesse emanarne più.

Il mare e la democrazia

di Daniele Madau

Democrazia, lo sappiamo, deriva da demos e kratos, letteralmente forza del popolo, originariamente con connotazione negativa, propria dell’aristocrazia ateniese che vedeva emergere la nuova forma di governo. La valenza originaria e rivoluzionaria di questa nuova forma che vedeva la luce nel mondo greco ci sfugge, quasi irrimediabilmente, del tutto, essendo, ormai, abituati ad essa e, soprattutto, vivendo in una realtà altra da quella di 2500 anni fa. Eppure, l’idea di un popolo che si autogoverna in quanto demos, cioè non appartenente a nessuna famiglia privilegiata, nobile per nascita e quindi depositaria della pienezza dei diritti e dei poteri, è talmente grande, talmente romantica nel senso più letterario del termine (il grande movimento artistico del romanticismo ha generato il mito del popolo) che non possiamo non prenderla in considerazione in questi giorni di avvicinamento ai referendum. Non mi posso soffermerare su questo istituto giuridico tecnicamente né sul merito dei quesiti – non avrei modo-ma sul fatto che la nostra possibilità di partecipazione poggia – attraversando i millenni-su questi concetti immortali. La democrazia è più forte del populismo o, al contrario, della tendenza a preservare lo ‘status quo’ che due modi opposti di sentimento politico possono scorgere, legittimamente, dietro i quesiti. La democrazia è più forte dell’appartenenza politica perché questa non esisterebbe senza quella. La democrazia è più forte dei particolarismi perché, ipso facto, ragiona con una visione d’insieme. Eppure, allo stesso tempo, la democrazia ci interpella singolarmente, come componenti fondamentali di quell’insieme. La democrazia come partecipazione è il ritornello liberatorio e musicale di Gaber.

In ultimo, la democrazia è così forte anche da permettere che chi vuole, un po’ più prosaicamente, vada al mare domenica, se cessa il vento.

‘Poco prima di morire, Giovanni mi disse: La democrazia è in pericolo’. Incontro con Maria Falcone, nei trent’anni di Capaci

Giovanni Falcone

di Daniele Madau

In occasione del trentesimo anniversario della strage di Capaci, drammatico giorno in cui l’Italia, grazie al sacrificio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli uomini della scorta, prese definitivamente coscienza della efferata violenza mafiosa e seppe trovare la forza di reagire, ricordiamo la grande figura di Giovanni con la sorella Maria, presidentessa della Fondazione Falcone

Il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo ha, da poco, concesso una lunga intevista, per la prima volta è apparso anche a volto scoperto, affermando di voler dedicare gli ultimi anni della sua vita a riscattarsi dal male commesso. Fu Giovanni a far sì che collaborasse: come commenta le sue parole?

Ho letto l’intervista e sono rimasta colpita e commossa. Le sue parole dimostrano, in effetti, che è uno di quei collaboratori che si è veramente pentito dell’appartenenza a Cosa Nostra; attraverso lo sconto della pensa e attraverso una sua maturazione spirituale e intellettuale, ha capito quale male rappresenti la mafia e, soprattutto, ha capito che bisogna combatterla dal di dentro, all’interno della famiglia, cercando di convincere la donne a non legarsi a questa organizzazione così tremenda che tanto dolore ha portato in Sicilia e nel mondo.

Quanto ha rischiato l’Italia in quegli anni? Giovanni è stato un baluardo a livello di sistema?

Possiamo dire delle cose molto importanti: le ultime parole che ho sentito dire a Giovanni, quando ci siamo visti il 9 maggio, poco prima che morisse, sono state: ‘Bisogna far presto a combattere la mafia; con le notizie che abbiamo, la nostra democrazia è a rischio’. Lui, infatti, intravedeva nella mafia, non solo un’organizzazione criminale finalizzata a lucrare determinati guadagni ma un pericolo per la democrazia. Io credo che le morti che ricordiamo abbiano risvegliato la coscienza italiana e che, questo risveglio, abbia permesso di combattere in maniera più efficace Cosa Nostra.

E’ vero che Giovani ha patito la solitudine ed è altrettanto vero, come tante volte si è detto, che lui ha cominciato a morire per quello?

Ha vissuto una solitudine tremenda, soprattutto dai colleghi che vedevano in lui quasi un pericolo per le loro carriere, ma non ha patito la solitudine dell’anima, perché lui aveva tali interessi, tale era la sua voglia di lavorare, che ha trovato nel suo lavoro, ma anche nella cultura, nella musica e nell’arte quegli elementi che gli permisero di continuare a vivere.

Dove avete respirato quei valori che suo fratello ha incarnato in maniera così esemplare?

Io credo che non avremmo avuto il Giovanni che tutti conosciamo se non fosse nato in quella famiglia; quella famiglia che, per tradizione, era di patrioti, che amava l’Italia e aveva messo al primo posto i valori dell’unità e della democrazia. Inoltre, la ‘religione del dovere’, che si respirava in casa: ognuno doveva fare il proprio dovere, qualunque fosse il sacrificio da sopportare.

C’è un valore più alto del rispetto delle leggi?

Bisogna esaminare caso per caso: in generale le leggi non vanno violate. Bisogna vagliarle laddove possano diventare ingiustizia ma, questo, è un discorso troppo profondo.

Qual è il suo rapporto con i collaboratori di giustizia?

Riconduco la risposta a Giovanni: lui era convinto fosse uno strumento utilissimo, quasi necessario, per le indagini: non posso che essere favorevole, quindi, a questo strumento giudiziario. Sia Giovanni che Paolo avevano tanto richiesto una legge che perfezionasse questo istituto ma erano altrattanto chari nell’affermare che le parole dei collaboratori non fossero il Vangelo e dovevano essere riscontrate con vagli giuridici per appurarne la veridicità

Qual è stato il rapporto con la sua terra?

Giovanni amava l’Italia e la Sicilia, vedendone, come quasi i genitori coi figli, le debolezze e i problemi e cercava di migliorarle, provando a dare quelle opportunità che la mafia toglieva loro

Come saranno ricordati i trent’anni?

Per i trent’anni la Fondazione Falcone sta cercando di darne grande risalto attraverso una memoria condivisa di tutte le vittime della mafia. A piazza Magione, dove sono nati Giovanni e Palo, ci saranno le massime istituzioni e momenti dedicati ai ragazzi. Ci saranno , poi, delle esposizioni artistiche, perché l’arte, in quanto bellezza assoluta, può dare anche , chiamiamola così, una redenzione dalla mafa.

Come è stato vivere senza Giovanni?

A livello personale è stata un’assenza tremenda, che addolora, come parte della famiglia; ugualmente lo è stata come cittadina italiana, perché il suo lavoro avrebbe creato nuove idee nella lotta alla mafia

‘Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe’ hanno gridato i ragazzi: si è realizzato?

Io credo che sia la speranza che mi ha portato a camminare accanto ai giovani, agli insegnanti, e a portare avanti le loro idee. In parte si è realizzata, perché la società civile è molto maturata in questo senso, però il cammino è lungo e bisogna continuare a portare avanti quello striscione e convincere ancora di più la società verso quelle parole

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora