Ora si deve dire la verità

di Daniele Madau

Ci sono momenti in cui è un dovere dire la verità, con il fine più grande di, quando possibile, correggere, risvegliare gli animi, far cambiare qualcosa.

La verità è qualcosa che si impone da sé, prima o poi, in modalità e tempi a noi sconosciuti: per educare a prepararsi al momento in cui si sarebbe manifestata, la saggezza popolare, la mitologia, la religione hanno elaborato immagini e narrazioni indimenticabili, come la cicala e la formica, Cassandra, le parabole evangeliche.

Paradossalmente, queste immagini e narrazioni indimenticabili sembrano essere state dimenticate dalla società contemporanea, precisamente dalla società italiana, così fragile, così smemorata, così poco attenta al proprio benessere.

Quando è chiamata alle urne, infatti, sembra considerare la saggezza poco meno di niente, ultima tra i requisiti richiesti agli eletti, al contrario di arroganza, capacità di mentire, presenzialismo. La verità è questa, lo dico sull’onda della rabbia, senza timore di venire smentito.

Filosoficamente la verità, a esempio da Platone, è identificata con la scienza, in greco episteme, che etimologicamente significa “colei che sta in piedi da sola”, perché resiste alla verifica dell’esistenza.

La verità, allora, è che tutto ciò che noi, sessanta milioni di italiani, subiamo in questi mesi è il necessario frutto di scelte politiche che hanno, in maniera stupida – il contrario di saggia, appunto – tagliato le risorse della sanità e della scuola, i polmoni di una società, incentivato i condoni, non ricercato e punito gli evasori fiscali. E questo doveva avvenire, prima o poi, perché la verità non può non manifestarsi.

Diciamola, la cruda e dolorosa verità: certe vite si potevano salvare. Al di là della insensata retorica che, ancora a fine febbraio, portava a dire che eravamo pronti ad affrontare l’epidemia, che il nostro sistema sanitario, nella sua eccellenza, avrebbe retto senza troppi patemi.

Ancora a marzo, i nostri responsabili politici, erano convinti che ne saremo usciti prima degli altri: quante volte l’abbiamo sentito?

Bene, ora sappiamo che non è così: la Germania riaprirà le scuole il quattro maggio, la Francia l’undici; noi, forse, neache a settembre.

C’è una drammatica ridicolaggine in questo, un doloroso sentimento, pirandelliano, del contrario, da cui deriva un malinconico umorismo, nel notare che si sta avverando l’opposto.

Eppure, eppure, tutti noi lo sappiamo fin da bambini quanto conta la previdenza, la saggezza della cicala: me lo insegnavano i miei genitori.

Forse gran parte dei nostri responsabili, da anni a questa parte, non hanno avuto genitori che li ascoltavano, parlavano con loro e raccontavano di questi valori. Forse non hanno mai neanche ascoltato la celebre frase, attribuita a volte a Clarke a volte a De Gasperi: “un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alle prossime generazioni”.

Erano, perciò, da comprendere e, magari, compatire. Non da votare.

Le forze politiche e la retorica della guerra


di Daniele Madau

Ha ragione un mio caro amico: a me che continuavo a scrivere di questo periodo come di un periodo di guerra – come tanti altri – mi ha parlato, invece, di una retorica di guerra inappropriata.

La sua è, spesso, una voce controcorrente, i miei sentimenti, invece, sono in genere comuni alla maggioranza.

Ha ragione perché, se fossimo davvero in guerra, le forze politiche troverebbero necessariamente un terreno comune su cui dialogare e, soprattutto, lavorare; se fossimo davvero in guerra, non ci sarebbe tempo per attaccarsi ma quel poco di tempo che l’azione deve riservare alle parole sarebbe speso per informare e confortare la popolazione.

La nostra costituzione è nata grazie all’apporto di sensibilità diversissime, che corrispondevano praticamente a tutto lo spettro possibile delle posizioni politiche: è stato un miracolo, dato dalla volontà e dalla maturità di non dividersi nel momento in cui si realizzava il futuro.

Ora non abbiamo il privilegio di assistere a questo miracolo: sarebbe un toccasana, un vero aiuto nell’isolamento, grazie a cui tutti noi potremmo avere l’orgoglio, e non la frustrazione, nel rinunciare alle nostre abitudini.

La responsabilità, per forza di cosa, è maggiormente dell’opposizione che dovrebbe avere il grande moto sacrificio di rinunciare alla lotta in nome della vera finalità della politica, il benessere di tutti noi, sperando che, a posizioni invertite, la maggioranza avrebbe fatto lo stesso.

Non tira aria, però; non sembra che questo miracolo possa riaccadere: evidentemente non siamo in guerra, o meglio, lo siamo ma le forze politiche non sembrano averne piena coscienza.

Giorno di esistenza, non solo di vita


di Daniele Madau

Quando ero piccolo, come tutti, credo, amavo maggiormente il Natale rispetto alla Pasqua: non penso ci sia bisogno di spiegare il motivo, sarà uguale a quello di ognuno.

Da qualche anno, invece, il giorno di Pasqua è per me il giorno in cui, ogni anno, scelgo l’esistenza. Provo a spiegarmi meglio perché, usando espressioni così generali, c’è il rischio di non essere compreso, oltre che di essere banale.

Tutti noi abbiamo un’identità che è frutto della nostra educazione, dell’ambiente in cui siamo cresciuti, del tempo in cui viviamo, delle ferite e delle gioie che abbiamo avuto e delle persone incontrate durante i nostri anni. Davanti a questo noi possiamo vivere o, per esprimermi con le parole del teologo Vito Mancuso, esitere, etimologicamente pormi fuori, stare fuori, ascoltarmi. E come il vento sento stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien
…purtroppo devo continuare con le mie parole e non con quelle di Leopardi e scrivere che, quando exsisto e mi ascolto mi sovvien la forza di continuare, di non essere quelle ferite, di assecondare quel moto che dal sepolcro porta alla nuova vita: che può anche essere umile – perché si legge che Gesù mangiò dei pesci, risorto, coi discepoli – ma che asseconda il principio del crescere, del germogliare, del risanare che davanti ai nostri occhi si squaderna in questi giorni di luce e primavera.

A volte questo ascoltarsi porta a una sensibilità estrema, addirittura ad aver paura (ove per poco il cor non si spaura), a volte si pensa che viva meglio – viva ma non esista – chi, per le condizioni in cui è cresciuto, è abituato a non ascoltarsi e ad avere come cardine dei suoi giorni l’impulso. Eppure in questo giorno, che è uno dei pochi durante l’anno in cui ci scambiamo gli auguri, io auguro di trovare quel momento di esistenza, in cui ci ascoltiamo e troviamo in noi quel dna di pace, sete di abbracci e di luce che è quello che ci manca, e la cui speranza ci fa resistere, in questi giorni di – parola che sarebbe annoverata come poetica da Leopardi – lontananza.

Se un libro è come il pane

di Michele Serrala Repubblica 10 aprile 2020

La riapertura delle librerie avviene tra qualche polemica (secondo qualche acuto censore sarebbe solo “una posa culturale”, ovviamente dei radical chic, che come è noto sono al potere) e le legittime perplessità dei librai stessi, contenti di ricominciare da una parte, in apprensione per la loro salute da quell’altra.

Ci sono già troppi epidemiologi in attività perché ci si possa permettere di valutare il rischio sanitario di una libreria rispetto a quello di un ferramenta o una panetteria o una tabaccheria o una macelleria o un lavasecco, per non dire dei bar con bravi barman, tutte botteghe che frequentavo, frequento e sarò felice di poter rifrequentare con equanime devozione e gratitudine. Devo ammettere, però, che vedere il libro nel paniere dei beni primari – di questo stiamo parlando, no? – mi rende felice e mi procura sollievo. Ha un valore simbolico, come si usa dire, così evidente che davvero non vale la pena stare a disquisire sulle intenzioni recondite di una misura dal significato lampante: la cultura è come il pane, e il libro è l’oggetto culturale per eccellenza, a dispetto di ogni sua mutazione tecnologica o merceologica.

Spetta ai librai – e solo a loro – capire come e quando, con quali misure di sicurezza, con quale esposizione al rischio commerciale e a quello virale, riaprire i battenti. Possiamo solo immaginare che le piccole librerie avranno il vantaggio di poter controllare il traffico umano con molta più facilità, quelle grandi dovranno penare non poco per capire il da farsi, e magari ispirarsi alle politiche di autotutela dei supermercati (la Feltrinelli e la Mondadori telefonino a Esselunga e Coop per chiedere consiglio). Il rischio zero, questo lo stiamo capendo, non esiste in natura. Esiste, quella sì, la minimizzazione del rischio, che va perseguita ad ogni costo, e con tenace puntiglio.

Le librerie, tra l’altro, sono abbastanza abituate alla lesina: dei clienti e delle vendite. Non è un assalto ai forni, quello che attende le librerie italiane. E’ un centellinato ritorno a casa della minoranza di italiani bisognosi di leggere un risvolto di copertina. Con qualche inattesa new entry, magari: così come tutti cercavano un cane come pretesto per uscire di casa almeno per qualche minuto, forse qualcuno sentirà un impellente bisogno di entrare in una libreria, giungla fin qui sconosciuta, alla ricerca di qualche titolo pop (ricette? romanzetto sexy? saga dei vampiri?) che giustifichi presso le autorità l’uscita di casa.

Il libro, va detto in sua gloria, è un oggetto molto più popolare di quanto si vociferi. Ce ne sono anche di trucidi, di brutti, di sciocchi, c’è un libro per ogni tasca e per ogni testa. L’idea del libro come feticcio per gli eruditi è appena appena un alibi per giustificare l’ignoranza, che invece è una zavorra, una malattia, una deficienza della quale bisogna che ognuno cerchi di liberarsi in fretta, se non vuole nuocere gravemente al proprio sistema immunitario.

Dopo le librerie, piano piano, adelante con juicio, pezzin pezzetto, un centimetro al giorno, toccherà, nei mesi e negli anni, anche ai cinema e ai teatri ai musei alle mostre eccetera, che sono utili all’umore, allo sguardo, alla mente, parte del metabolismo degli individui e delle società. Lo ha detto benissimo Stefano Massini ieri l’altro, nel suo intelligente siparietto in tivù. Anche lì, si rassicurino gli astuti smascheratori della congiura degli intellettuali: l’arte è talmente popolare che le file davanti ai musei, ai palazzi storici, ai luoghi insigni – gente di tutti i paesi che si fiata addosso – vanno considerati un rischio sanitario tanto quanto gli stadi pieni, i concerti rock, i matrimoni di camorra con centinaia di cugini e cognati e affiliati. L’uomo è promiscuo, ed è promiscua anche la cultura. Le librerie, nel quadro chiassoso e massificato della cultura contemporanea, sono una specie di convento, un luogo di meditazione, dunque il più facile dei segmenti da riaprire e rigovernare.

Si confida nella saggezza e nella prudenza dei librai. Il resto è francamente una polemica per soli snob. Noi che scriviamo libri e li leggiamo, siamo pop da tutta la vita

Una notte di 29 anni fa

di Luchino Chessa

In un momento così drammatico della nostra vita, in cui ogni giorno
apprendiamo di un numero così impressionante di malati e di morti per
la pandemia da coronavirus, con le Istituzioni impegnate in una
difficilissima lotta per contenere l’infezione e fare tornare il
Paese alla normalità, noi familiari delle vittime della più grande
tragedia della marina mercantile italiana dal dopoguerra, in punta di
piedi, abbiamo l’obbligo di ricordare i nostri cari deceduti 29 anni
fa in occasione della annuale ricorrenza del 10 aprile.
Pur essendo trascorsi molti anni da quella terribile notte del 10
aprile 1991, sentiamo ancora vivo il dolore che non potrà placarsi
sino a quando non verrà fatta giustizia e fino a quando i responsabili
di questa strage non saranno identificati e non saranno chiamati a
rispondere delle loro condotte. La strage del Moby Prince ha
comportato la perdita di 140 persone, passeggeri e membri
dell’equipaggio del Moby Prince, deceduti dopo ore di sofferenza e di
agonia, in attesa di soccorsi mai arrivati e che hanno potuto contare
solo su se stessi e sul tentativo degli uomini dell’equipaggio di
mettere in sicurezza i passeggeri del traghetto, come confermato dalla
Commissione parlamentare di inchiesta.
Oggi, per la prima volta, noi familiari commemoriamo i nostri morti
ciascuno dalla propria casa e dalla propria città, ma uniti
spiritualmente e con il cuore a tutti gli altri familiari delle
vittime. Siamo uniti dalla volontà e dalla speranza di avere
giustizia, perchè non intendiamo rassegnarci nè alla mancanza di
giustizia nè alla perdita della memoria su quanto acceduto quella
tragica notte. Per questo siamo fiduciosi nel lavoro della Procura di
Livorno, che ha riaperto le indagini dopo il deposito della relazione
da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta, così come
speriamo che l’esito della causa civile da noi promossa nei confronti
del Ministero dei Trasporti e della Difesa, la cui prima udienza di
terrà il prossimo 5 giugno, potrà finalmente riconoscere e dichiarare
anche in sede giudiziaria le gravi responsabilità della Capitaneria di
Porto di Livorno.
Oggi affidiamo la nostra testimonianza ed il nostro ricordo alle
Istituzioni dello Stato affinchè si facciamo interpreti, con il loro
intervento, della nostra ferma volontà di non dimenticare e di non
abbandonare la ricerca della verità sulla strage del Moby Prince.

Luchino Chessa, presidente Associazione 10 Aprile-Familiari Vittime
Moby Prince Onlus
Loris Rispoli, presidente Comitato 140 Familiari Vittime Moby Prince

Via dalla pazza classe. Educare per vivere: intervista con Eraldo Affinati

di Daniele Madau

Eraldo Affinati è uno dei più importanti e amati scrittori italiani -è stato finalista al Premio Strega e al Premio Campiello -, è critico letterario – ha curato edizioni critiche di Milo De Angelis e Mario Rigoni Stern- ma, soprattutto, credo di poter dire, è un insegnante, un insegnante speciale: ha, infatti, fondato la “Penny Wirton”, una scuola gratuita di italiano per immigrati, di cui ci parlerà lui stesso. Con Eraldo, come si fa semplicemente chiamare e si firma, ho potuto discutere di scuola e di questo momento così difficile, aggiungendo, così, una voce autorevole alla riflessione avviata col precedente articolo.

Come state portando avanti, tu e tua moglie, la scuola Penny Wirton, in questo momento?

Le lezioni della Penny Wirton a Roma, Milano, Senigallia e tante altre sedi sparse per l’Italia (prima dell’interruzione erano 47), in questo momento di emergenza avvengono mediante video-chiamate al cellulare.Nel nostro sito, www.iquadernidellapennywirton.it, raccontiamo l’esperienza dei volontari. Raggiungiamo i ragazzi immigrati nei centri di pronta accoglienza. Facciamo resoconti giornalieri. E’ una cosa nuova che potrebbe aprire orizzonti inaspettati. Sempre nella speranza di tornare a riabbracciarci quando sarà possibile.

Come pensi dovrebbero comportarsi la scuola pubblica e i docenti?

La prima azione da realizzare dovrebbe essere quella di garantire a tutti l’accesso alle tecnologie digitali necessarie per fare didattica on line. In molte parti del Paese purtroppo ciò non sta avvenendo. E’ tuttavia innegabile che la grande maggioranza dei docenti sta affrontando questa sfida con forza e coraggio, insomma ci sta mettendo la testa e il cuore.

Come, invece, i ragazzi?

I ragazzi stanno subendo il danno maggiore perché non possono elaborare come dovrebbero il trauma delle mancate relazioni sociali. Ma hanno la capacità di ripartire. Molti di loro sapranno ricavare nella ferita di oggi le energie da usare domani.

Nel momento della rinascita e del nuovo anno scolastico, come dovrà essere cambiata la scuola?

La pandemia ci aiuta a scoprire gli ingranaggi, mostrando una comune fragilità. Professori e studenti possono paradossalmente trovare adesso, nella condizione straordinaria che sono costretti a vivere, un’autenticità di rapporto superiore a quella del passato ordinario. Quando tutto tornerà come prima, dovremo ricordare ciò che oggi ci manca. Questo non potrà che migliorare la qualità scolastica.

Quale libro consiglieresti – e che io assegnerò, a questo punto, su tuo…suggerimento – ai ragazzi per questi giorni?

Visto che ci avviciniamo al 25 aprile, direi Una questione privata di Beppe Fenoglio. Però, Daniele, dovrai essere bravo a presentare ai tuoi studenti questo romanzo spiegando loro che si tratta di un capolavoro d’amore, d’amicizia e d’avventura. Dovrai “contagiarli” di passione partecipativa. Senza obbligarli alla lettura. Se ne trovassi soltanto uno che restasse colpito dalla prosa fenogliana, potresti essere soddisfatto.

Pensi che la figura del docente uscirà rafforzata, agli occhi della società, dopo questo momento? Credi abbia bisogno di essere rafforzata e di avere una nuova credibilità? 

Penso che le famiglie, magari non tutte, ma alcune sì, si stanno rendendo conto in questi giorni, scrutando i loro figli seduti sul computer, di cosa significa insegnare. Spero che questo possa servire in futuro. Perché se il professore non ha il sostegno sociale, rischia di fallire.

Un tuo libro che mi sta particolarmente a cuore è “Peregrin d’amore”, nel quale racconti l’Italia letteraria: che Italia vedi, e hai visto, in questi tempi così difficili? Come la racconteresti?

E’ una bella Italia quella che, in prevalenza, vedo crescere adesso: come se la malattia  ci stesse fortificando. Si sta formando un sentimento corale al quale i partiti non hanno ancora avuto accesso, un patriottismo che viene dal basso, figlio dell’emozione nata dai morti, finora privo di strumentalizzazioni. Ma temo che presto qualcuno potrà calpestarlo. E invece dovremmo conservarlo come un moto interiore prezioso. Oggi siamo tutti assetati di relazioni umane. Cosa c’è di più bello?

Ci puoi parlare del tuo ultimo libro, del 2019, “Via dalla pazza classe” e della tua attività alla Penny Wirton? 

Via dalla pazza classe. Educare per vivere è un libro autobiografico e collettivo: la storia delle scuole Penny Wirton per l’insegnamento gratuito della lingua italiana agli immigrati, ma anche un piccolo autoritratto: Eraldo da bambino, al tempo in cui non gli piaceva andare a scuola. Forse per questo adesso quando vedo quelli che sono com’ero io allora, mi viene voglia di aiutarli.

La scuola e la cura della società

di Daniele Madau

Anche la mia generazione sta vivendo, dunque, la sua guerra; in realtà, ne ha già passata una, di cui porta ancora lo stigma nella vita di ognuno: quella di essere stata la prima, dopo tanto tempo, ad avere condizioni di vita peggiori dei propri genitori. La mia – quarantenni- è stata la generazione che ha visto i baroni spadroneggiare spavaldi e impuniti nelle università, ha visto l’ascensore sociale bloccarsi, i diritti perdersi come polvere nel vento, lo stato sociale affievolirsi in maniera quasi ineluttabile. Tutto questo, ancora prima della crisi del 2009, che ha estremizzato quanto di malato esisteva già. E ancora, i presìdi culturali e sociali sparire lasciando nella civitas un deserto a cui, in molti tra noi, hanno risposto con l’individualismo, con la fuga all’estero o col rifugio nella famiglia d’origine a oltranza. Fatto questo, però, siamo stai chiamati bamboccioni o cervelli in fuga, sempre e comunque etichettati. In questa temperie, ho trovato il desiderio e la forza di intraprendere il percorso, lungo e, non esagero, molto difficile, per diventare insegnante e, come tale, ora affronto questi giorni così nuovi, complessi, terribili.

Eccola, allora, per noi quarantenni la nostra guerra, quella che con fierezza e responsabilità dobbiamo vivere per poterla raccontare ai figli e ai nipoti: il timore del virus e l’isolamento, la distanza forzata e le restrizioni, mentre i medici, gli infermieri, la protezione civile- i nostri paladini- la combattono in prima linea, questa guerra.

Come tutti, ho pensato molto a loro in questi giorni: li ho immaginati nel loro essere in bilico tra il desiderio di essere presenti, dando compimento alla loro vocazione e alla loro professionalità, e l’umana paura del contagio.

Ho paragonato la loro misura alla mia misura, il loro vivere la professione e professionalità, in queste settimane di vita col contagio, con il mio vivere l’essere insegnante.

E sono giunto all’unica conclusione possibile e, cioè, che non possono essere paragonabili nella loro rilevanza davanti al virus.

Loro hanno, giustamente, il posto preminente, in cui rischiano – e hanno addirittura perso – la vita; a loro devono continuare ad arrivare i nostri applausi, le nostre trepidazioni, i nostri ringraziamenti, le nostre preghiere, la nostra partecipazione, le nostre attenzioni.

Insieme agli italiani ho dedicato loro tutto questo, quotidianamente. Giorno dopo giorno, poi, è sorta anche un’ulteriore riflessione nella quale ho usato la figura del medico e dell’infermiere per focalizzare meglio la figura dell’insegnante e del suo apparire agli occhi dell’opinione pubblica.

Sino a qualche decennio fa le due figure, medico e insegnante, godevano di un prestigio simile, autorevole, oserei dire insindacabile. Questa corrispondenza è venuta meno quando, prima di correggersi negli ultimi tempi, il sistema di accesso alla figura professionale dell’insegnante è diventata particolarmente accessibile – anche come, fatto verificato personalmente, ripiego -laddove il percorso per diventare medico ha mantenuto le sue caratteristiche in lunghezza e complessità.

Aggiungerei a questo il fatto che il corpo medico è riuscito a far pesare maggiormente la sua rilevanza nelle rivendicazioni, anche a livello salariale, mentre il corpo docente, pur dotato di un apparato sindacale consolidato e presente, ha spesso rinunciato alle proprie, anche legittime, aspirazioni sull’altare delle diciotto ore settimanali.

In ultimo, come non pensare a quanto i percorsi di studi, l’amore per la cultura, la legittima aspirazione a crearsi una posizione corrispondente ai propri desideri tramite l’impegno e l’applicazione, le regole, siano stati frustrati da un sistema che ha calpestato chi elargiva e promuoveva tutto questo, la scuola?

Eppure, e così inizio la pars construens dopo quella destruens, l’emergenza educativa in questo momento è, evidentemente, grave, dato l’offuscarsi delle figure d’autorità e delle realtà educanti nella società.

Eppure la scuola corre sempre di bocca in bocca a ministri, giornalisti, intellettuali, soprattutto nei giorni di questa emergenza, in cui si è scoperta la didattica a distanza.

In questo periodo di lontananza fisica dai nostri studenti, noi docenti dobbiamo riflettere, e, se non possiamo essere a fianco ai malati e non contiamo morti tra le nostre fila come purtroppo capita a medici e infermieri, dobbiamo, però, riconoscerci lo spirito di totale dedizione al lavoro, che si è concretizzato in una adesione entusiastica a ogni modalità ci consentisse di portarlo avanti.

Anche noi, ora, stiamo avendo -più che mai – a cuore la cura dei ragazzi, il loro benessere, il loro diritto all’istruzione: e questo, se non può competere con la cura fisica del virus, la completa, però, contribuendo alla tenuta sociale e inalando il respiro fresco della cultura, vitale soprattutto per le future generazioni.

Tutto questo ci è riconosciuto, ora – perché abbiamo bisogno di riconoscenza – ma, soprattutto, dovrà alimentare il nostro sentimento di rivendicazione, positiva e legittima, che dovrà esserci dopo. Quando, passata l’emergenza che tutto confonde e travolge, le nuove tecnologie dovranno diventare patrimonio scontato e comune: un diritto. Gli stipendi dovranno andare oltre il livello di sopravvivenza e risicata dignità, gli edifici scolastici sopra quello di risicata agibilità, se non in deroga.

Lo stato ci pensi oggi, anche se le priorità sono altre, ma con la scuola, lo sappiamo, non si guarda all’immediato ma si costruisce e si sogna il futuro.

Da 29 anni non dimentichiamo il Moby Prince

di Luchino Chessa

Il prossimo 10 aprile cadrà l’anniversario della strage del Moby
Prince, accaduta 29 anni fa. A differenza degli altri anni, i
familiari delle vittime, gli amministratori dei Comuni, delle Province
e delle Regioni che hanno avuto il loro tributo di sangue in quella
maledetta notte del 10 aprile 1991, rappresentanti di altre
associazioni di stragi, cittadini comuni che hanno sempre dato il loro
sostengo con la presenza, non potranno essere vicini e commemorare i
nostri cari. La grande emergenza legata alla pandemia del Sar-Cov-2,
con la drammaticità dei malati e dei morti che si sta portando dietro,
ha comportato ovviamente l’annullamento di ogni cerimonia pubblica.
In un momento così difficile e denso di preoccupazioni per il futuro,
il sostegno ed il conforto delle Istituzioni sono per i cittadini
essenziali e noi, familiari delle vittime della strage del Moby
Prince, ne siamo ben consapevoli.
Pensiamo ai nostri cari morti dopo atroci sofferenze, ma in questo
momento dobbiamo pensare ai tanti morti che si stanno aggiungendo ogni
giorno a causa della pandemia e ci stringiamo nel dolore dei loro
familiari. Pensiamo a tutti gli operatori sanitari in prima linea
morti sul lavoro come i membri dell’equipaggio del Moby Prince.
Dopo un lungo periodo di solitudine e sconforto, negli ultimi anni
abbiamo scoperto la solidarietà e l’attenzione delle Istituzioni che
hanno contribuito a darci la forza per continuare nella difficile ed
estenuante ricerca della verità su quanto accaduto quella tragica notte.
Quest’anno, per la prima volta, ciascuno di noi affronterà da solo il
peso ed il dolore della memoria e non potrà neppure condividere
interrogativi e speranze sull’esito del lavoro che, finalmente, la
Magistratura ha riavviato a seguito del deposito dell’importante
Relazione della Commissione Parlamentare d’inchiesta istituita nella
precedente Legislatura, le cui conclusioni hanno messo fortemente in
discussione, per non dire smentito, l’esito dei processi penali.
E’ per questo motivo che ci rivolgiamo alle più alte Cariche dello
Stato affinché Siate interpreti della nostra richiesta di non
dimenticare le persone che hanno perso la vita a bordo del traghetto
Moby Prince la sera del 10 aprile 1991 e della volontà dei familiari e
delle Istituzioni di perseguire nella ricerca della verità, e ciò,
attraverso un Vostro diretto intervento sugli organi di informazione.
5 Aprile 2020

Luchino Chessa, Presidente Associazione 10 Aprile-Familiari Vittime
Moby Prince Onlus
Angelo Chessa, Presidente Onorario Associazione 10 Aprile-Familiari
Vittime Moby Prince Onlus
Loris Rispoli, Presidente Comitato 140 Familiari Vittime Moby Prince

L’importanza della riflessione- Luigi Pirandello, L’umorismo

Ebbene (…) da questa analisi però, da questa scomposizione, un altro sentimento sorge o spira: quello che potrebbe chiamarsi, e che io difatti chiamo il sentimento del contrario.
Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico.”

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