Parlare di ‘Sa die de sa Sardigna’ con Gino Marielli dei Tazenda: “Oggi e nel futuro dovremmo essere una famiglia”

Gigi Camedda, Nicola Nite, Gino Marielli: i Tazenda

Oggi è ‘Sa die de sa Sardigna’, la Festa del popolo sardo: festa di valori, cultura, memoria e futuro. Con chi parlarne se non con Gino Marielli – che ringrazio per la gentilezza che sempre mi dimostra -autore dei testi dei Tazenda?

di Daniele Madau

Gino Marielli, i tuoi testi per i Tazenda, fanno ormai parte del patrimonio letterario sardo: sulle tue spalle e degli altri componenti, pesa, anche come onore, però, il fatto di aver incarnato l’immagine della Sardegna fuori dai suoi confini. Del resto le vostre scelte non sono mai state provinciali: avete cantato in logudorese, italiano, inglese, spagnolo e in altre lingue. Anche pensando ai fatti del 1794, quale deve essere lo spirito e il significato da attribuire a ‘Sa die de sa Sardigna’ oggi, affinché non sia una celebrazione puramente esteriore e provinciale? Vorrei partire dal 25 aprile, festa della Liberazione che, quest’anno, è stata vista come liberazione anche dalla pandemia, in un’ottica di speranza. Vorrei, quindi, anche per la celebrazione di oggi, attualizzare, in quanto è chiaro che non si possa applicare il metodo Stanislavskij e come io non possa provare gli stessi sentimenti che ha provato Angioy. Oggi vorrei una Sardegna vittoriosa, di una vittoria basata sulla consepevolezza che i sardi sono, se non il popolo più bello, di sicuro belli e uniti, a dispetto di come ci vedevano gli spagnoli. Da un punto di vista politico c’è ancora tanto da fare ma, per altri aspetti, lo siamo già, uniti. Vorrei una Sardegna cosciente delle proprie potenzialità, in ambito turistico e culturale, che, su queste risorse, riesca a diventare famiglia, da oggi per tutto il resto dell’anno e per il futuro a venire.

Quali valori incarna il concetto, seppur assai generico, di sardità ed esiste questo concetto? Incarna valori e concetti immateriali, come quelli che vengono in mente anche solo vedendo uno scozzese, coi suoi segni identitari come il kilt e le cornamuse. Pensiamo alle musiche, i costumi e le danze degli aborigeni, degli indiani d’america o all’arte cinese. Noi abbiamo danze, costumi e musiche limpidi, che si riconoscono subito. Il concetto di appartenere a un popolo o lo hai o non lo hai: noi lo abbiamo, è un dato di fatto, non dovremmo neanche porci la domanda. Le arti, così bistrattate in questo periodo a vantaggio di un livello tutto economico, hanno la loro rivalsa nel sapere suggerire poesia, come accade guardando un ballerino russo sulle rive del Don, e nel saper, appunto, incarnare i valori di un popolo.

Passando a visioni meno astratte ma più gravi, lo spopolamento, l’emigrazione giovanile, con il conseguente pericolo di desertificazione materiale e culturale, mettono a rischio il concetto stesso di sardità: come immaginare il futuro della Sardegna? Gli spostamenti, a volte, avvengono naturalmente, nella casualità, come un vento della natura. Pensiamo ai Rom, che hanno la loro origine non nei balcani ma nel Rajasthan da dove, 1200 anni fa, sono usciti e hanno iniziato a camminare. Diversa è stata la nostra emigrazione negli anni ’50 e ’60, spinta dalla necessità. Questo mi intristisce, quando una persona costretta lascia, in lacrime perché non vorrebbe, la sua terra e va in cerca di lavoro. Non mi dispiace, invece, quando un ragazzo va via, seguendo un sogno o un’idea e lancia il cuore oltre l’oceano. Io, che sono esterofilo, da giovane, ho vissuto in Inghilterra e sarei potuto restare lì, me la sarei certamente cavata. Poi, però, come nell’Alchimista di Coelho, ho trovato il mio tesoro vicino, in Sardegna. Quando sento, però, i desideri e i sogni di mio figlio, che immagina di seguire il viaggio dei delfini in Nuova Zelanda e di scoprire, lì, un mondo nuovo, non posso non avvertire lo slancio e sognare con lui. Lo spopolamento, con la globalizzazione, è stato un evento col sapore e il profumo dell’ineluttabilità. Sapevamo che, concentrando ricchezze in un determinato modo, le realtà più piccole ne avrebbero sofferto. Penso anche alle migliaia di lingue che scompaiono, coi loro modi di dire, le loro rappresentazioni della emozioni, privando l’umanità di infinite sfumature. Però penso che si possa trovare il modo di far rivivere quei luoghi spopolati, che possono diventare un set di un film o una scenografia di un concerto. Non è bello da dire se si pensa alle persone che ci vivono o, a esempio nel Sulcis, a chi con fatica ci ha lavorato; ma quanto risalta, ora, la bellezza delle miniere diventate un parco minerario? Credo, quindi, che le realtà più piccole, il microcosmo schiacciato dal macrocosmo, o scompaiono o diventano qualcosa di nuovo, che ancora non sappiamo.

Hai spesso impregnato i tuoi testi di spiritualità: si può avere un’ottica spirituale, o una comprensione spirituale, di questo periodo, che ha avuto momenti dolorosi e drammatici? Sì, si può avere ed è bello pensare che si possano avere strumenti per molteplici interpretazioni. Ci sono teorie oggi, anche se non ancora accreditate scientificamente, attraverso le quali si accosta un dolore o un evento a una problematica o a un lato del carattere. Se, magari, a una persona affetta da alcolismo capitasse di subire un infortunio a una gamba, potrebbe pensare, e utilizzare quel tempo di inattività e sofferenza, a liberarsi dalla malattia. Non è qualcosa di scientifico ma è bello il ragionamento, che porta a reinterpretarsi. Io non credo tanto al libero arbitrio, allo yes, we can americano. Credo, invece, all’abbassare la cresta davanti a qualcosa di grande, e pedalare. Arrivando alla pandemia, chi ha questo stato d’animo disponibile, uscirà da questo periodo migliorato; gli altri, forse, con un ego ancora più arrabbiato.

All’alba del primo giorno dopo il coronavirus, come riprenderà il trentennale viaggio dei Tazenda?

Noi abbiamo sospeso ogni attività dal 4 marzo, poco prima di un concerto a Uri, alla Sagra del carciofo: era un appuntamento bello, dal carattere così, direi, popolare, per tornare a una parte dei discorsi affrontati. Ora, a causa dell’inattività forzata, 25 famiglie non hanno alcun sostentamento e non è una situazione semplice. Il nostro nuovo disco, che doveva uscire a maggio, è pronto, incellofanato, ma senza una adeguata presentazione e valorizzazione non avrebbe avuto senso la distribuzione. Ci stiamo reinventando, con concerti da casa e con la pubblicazione, il 6 maggio, per festeggiare i 60 anni di Gigi Camedda, del nuovo singolo “A nos bìere”. Se potremmo ripartire entro l’anno con tutte le nostre attività, ringrazieremo Dio, o chi per lui; se dovessimo aspettare il nuovo anno, lo ringrazieremo ugualmente.

“Resistere: una necessità dei giovani d’oggi”

di Giada Piras

Cosa c’è di più bello che festeggiare la Liberazione e la Resistenza, facendo parlare i ragazzi? Ecco, allora, la riflessione, i ricordi, e anche la foto simbolo (scattata a Casarsa) di Giada, ventenne, con cui abbiamo condiviso per due anni le aule scolastiche, come prof. e studentessa.

All’alba del 25 Aprile sono sempre un po’ malinconica. Ricordo quando da piccola, durante una grigliata, chiesi a mio nonno che cosa si festeggiasse. Lui, impettito come non mai e con un bicchiere di vino rosso in mano mi disse “Oggi coniglietta, si festeggia la libertà!”.
Per me, il 25 Aprile, per gli anni a venire, sarebbe stata la festa della libertà, con una grigliata nel giardino dei miei nonni e tutti i nostri parenti.


Ricordo anche il giorno che tornai a casa da scuola, tutti i miei compagni parlavano di un giorno di vacanza che non avevo mai sentito. Sì, perché qui i giovani, hanno l’abitudine di proclamare il “Sabato fascista”.

Ne parlai a casa, gli occhi di mio nonno si incupirono, per poi esclamare un “Certo che qui, non si impara proprio niente”. E ad oggi, a soli vent’anni, posso dire che aveva proprio ragione.

Ora noi non possiamo immaginarlo, ci sembra assurdo solo il fatto di dover rimanere in casa pure se per il nostro bene, mentre in quegli anni, il coprifuoco era alle 18, e se qualcuno veniva trovato in giro dopo quell’orario, ne prendeva di santa ragione.

Iniziai a leggere, a scoprire quale fosse il significato di tutto quello che era accaduto. Divorai tanti libri, Italo Calvino, Cesare Pavese, Beppe Fenoglio… Iniziai a capire perchè mio nonno esordisse con un pugno sul tavolo, ogni qual volta qualcuno dei suoi ospiti pronunciasse la fatidica frase “Sì ma, quando c’era lui…”, per poi mandarli via da casa sua. Capii perchè diceva sempre “Saremo pure poveri, ma almeno non siamo fascisti”, perché con tutta la fierezza del mondo mi raccontava di quando da bambino, dopo che i suoi fratelli più grandi erano partiti per la guerra, i soldati gli chiedevano dove si trovasse il fiume poiché erano pieni di pidocchi, e lui, in tutta risposta, gli indicava una via che portava a chilometri e chilometri di campagne.
Capii, finalmente, perché quando gli chiedevo di parlarmi dei suoi fratelli, dei loro amici e della sua infanzia, me ne parlava con forse troppa amarezza, perché “Dopo tutto, a prescindere da che parte stai, nessuno merita di morire a vent’anni”.

Ed ora, a distanza di anni, mi rendo conto che pochi ormai sanno veramente l’abominio che è stato il fascismo. Quando si parla di 25 Aprile nelle scuole, raramente qualcuno sa cosa sia, a parte “un giorno di vacanza”.
Col passare degli anni, mi appassionai sempre di più alla lettura ed ai racconti riguardanti questa data, alle curiosità.
Il 25 Aprile, viene festeggiato indirettamente ogni giorno se ci pensiamo bene. La Resistenza ha unito tutti. Nessuno ha fatto distinzione tra Nord e Sud, tra Veneto e Siciliano. Se ci si trovava lì, insieme, lo si faceva per un ideale, lo si faceva perché quando si parlava di libertà, erano tutti uguali, ed è questa la cosa che mi affascina più di tutte.
La Resistenza, la si può trovare anche oggi in chi senza paura denuncia le ingiustizie anche sapendo che avrà tanti contro. La si può trovare nelle piccole cose, negli artisti, con una canzone o un disegno. Si può trovare nei giovani che lottano perché viene loro strappato ogni giorno un piccolo pezzo di futuro che può fare la differenza.

Come diceva Maria Cervi (figlia di uno dei sette fratelli Cervi brutalmente assassinati perché antifascisti), “Nessuna conquista è per sempre: c’è sempre qualcuno che è interessato a toglierla. Per cui resistere è non solo un dovere, ma anche una necessità dei giovani d’oggi, altrimenti non si va avanti”.

A maggior ragione noi giovani dobbiamo combattere per far sì che non ci igannino, portandoci via i nostri diritti, il nostro futuro…

Prima di tutte l’istruzione, che ad oggi, è una realtà che pian piano diventa sempre più triste in Italia.
I protagonisti della Resistenza, avevano per la maggior parte poco più di vent’anni, alcuni erano addirittura studenti universitari (come si può leggere nel libro “I piccoli maestri” di Luigi Meneghello). Il cambiamento parte da noi e se c’è una cosa che questa data ci ha insegnato, è che l’unione fa la forza.
“Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi” (Italo Calvino – Il sentiero dei nidi di ragno)

Buon 25 Aprile a tutti, e come avrebbe detto mio nonno: ‘Viva la libertà! ‘

Avremmo bisogno di maggiore coordinamento e solidarietà tra gli Stati membri

L’eurodeputato e medico di Lampedusa Pietro Bartolo

Dopo il dialogo con l’onorevole Mura, con cui ho discusso del presente e del futuro dell’Italia, in questi giorni così delicati, di Consiglio Europeo, allarghiamo lo sguardo all’Europa con l’eurodeputato Pietro Bartolo, il medico che accoglieva i migranti a Lampedusa

di Daniele Madau

Dopo una prima fase dell’epidemia, in cui l’Italia ha dovuto lottare
da sola, ora che il contagio è diventato pandemia, tutti noi guardiamo
all’Europa, interessata in ogni suo Stato. Sono di queste ore le scuse
della presidente della Commissione Europea che, nonostante le
differenze di posizioni sulle questioni economiche, ci fanno sentire le
istituzioni europee un po’ più vicine: può spiegarci come si sta svolgendo
l’attività dell’Europarlamento in questo contesto e su quali decisioni è
chiamato a esprimersi?

Il Parlamento europeo sta continuando a lavorare anche se a distanza e
in modalità telematica. Tutte le riunioni vengono tenute in
videoconferenza e il voto durante le sessioni plenarie si svolge in
maniera elettronica: ci viene inviata una scheda di voto che noi
stampiamo, compiliamo, firmiamo e inviamo via email. Ovviamente al
momento ci stiamo occupando solo dei dossier più urgenti, in quanto la
modalità di lavoro a distanza rende le procedure più complicate e lente.
Il Parlamento ha già tenuto due plenarie straordinarie a distanza per
votare alcuni provvedimenti urgenti per gestire l’emergenza legata alla
diffusione del coronavirus e il suo impatto a livello economico e sociale.
Durante la plenaria dello scorso 26 marzo abbiamo votato con
procedura di urgenza:
-Un Regolamento che sblocca 8 miliardi dai fondi europei non ancora
utilizzati, con l’obiettivo di promuovere investimenti per 37 miliardi di euro
per affrontare le conseguenze della crisi.

-Un Regolamento che estende il campo d’applicazione del Fondo di
Solidarietà dell’Ue alle emergenze sanitarie.
-Un Regolamento volto a fermare i cosiddetti voli ‘fantasma’ causati
dall’epidemia del SARS-CoV-2.
Un’altra plenaria è stata convocata, sempre a distanza, il 16 e il 17
aprile. In questa occasione abbiamo votato un emendamento al
Regolamento dispositivi medici che ritarda l’applicazione di tale
regolamento in modo che l’industria dei dispositivi medici possa

dedicarsi totalmente alla gestione dell’emergenza. Abbiamo votato
misure specifiche per fornire flessibilità nell’uso dei fondi strutturali e di
investimento europei e modifiche al Fondo Indigenti in risposta
all’epidemia Covid-19. Inoltre, abbiamo approvato la proposta della
Commissione di attivare, con un bilancio di 2,7 miliardi di euro, lo
strumento di emergenza creato nel 2016 al culmine della crisi migratoria
con lo scopo di fornire sostegno agli Stati membri nell’affrontare l’attuale
situazione di emergenza; e la proposta di aumentare il bilancio dello
strument RescEU di 300 milioni al fine di agevolare la costituzione di
maggiori scorte e aumentare il coordinamento a livello UE sulla
distribuzione delle risorse necessarie ad affrontare l’emergenza.
Il Parlamento ha inoltre votato una risoluzione per mandare un
messaggio chiaro al summit dei capi di stato e di governo del prossimo
23 aprile. Con questa risoluzione, abbiamo chiesto la creazione dei
“Recovery bond”, finanziati dal bilancio dell’Ue, per sostenere la ripresa
economica dopo la fine dell’emergenza. Abbiamo sollecitato un
programma comune di imponenti misure per investimenti produttivi
garantiti a livello europeo, sostenuto il lancio del Fondo per la
disoccupazione (SURE), e chiesto un Fondo di solidarietà di 50 miliardi
per il settore sanitario. In aggiunta, il Parlamento ha chiesto che la
ripresa post-Covid19 tenga conto degli impegni già assunti per la lotta ai
cambiamenti climatici e per la transizione ecologica (Green Deal).
Infine, il Parlamento ha votato due pacchetti di misure proposte dalla
Commissione per contrastare gli effetti negativi della crisi sul settore
della pesca e dell’acquacoltura. Si è trattato di iniziative molto importanti
per il nostro settore che si è trovato in una situazione di crollo verticale
della domanda interna e di blocco delle attività causate dalla pandemia.
In generale, si è trattato principalmente di misure volte a rendere più
flessibile l’attuale Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca
(FEAMP) in modo da sbloccare risorse per contrastare la crisi e dare
sostegno ai pescatori. In particolare è molto importante la possibilità per
il fondo di finanziare compensazioni finanziarie per l’arresto temporaneo,
gli aiuti allo stoccaggio, gli aiuti alle associazioni dei produttori,
procedure semplificate per la gestione dei piani operativi nazionali e la

retroattività di tutte queste misure a partire dal 1 Febbraio. Infine, non
bisogna dimenticare come la Commissione abbia alzato la soglia del de
minimis per il settore ittico da 60.000 a 120.000 Euro. Si tratta, in poche
parole, della soglia entro cui uno stato può aiutare finanziariamente
un’impresa ittica senza dover giustificare la spesa alla Commissione
Europea nell’ambito degli aiuti di stato.

Proprio in riferimento alle questioni economiche, esse stanno
creando grandi divisioni: sembra divisa la maggioranza, in Italia, così
come l’opposizione. Ugualmente sono divisi gli Stati del nord d’Europa
da quelli del sud. Può argomentarci la sua posizione rispetto al Mes, ai,
cosiddetti Coronabond e alle altre forme di aiuti europei?

In queste ore l’Unione europea si gioca molto del suo futuro. La
pandemia, paradossalmente, ha messo sul piedistallo il tema cruciale:
salvare o no la costruzione europea da una preoccupante deriva
nazionalista. Abbiamo un’occasione: da una grande disgrazia ripartire
per consolidare una delle più inedite esperienze comunitarie ed
istituzionali esistenti nel mondo. Il negoziato sulla ripresa economica ha
già portato a importanti decisioni, a partire dalla sospensione dei vincoli
del Patto di stabilità, da parte della Commissione, e che permetterà di
allentare e anche di molto il deficit sulle spese dovute alla crisi del
Covid-19.
L’Unione europea deve mettere in campo un ventaglio di misure che si
fondino sulla partecipazione europea e comunitaria. La crisi va affrontata
insieme. Per esempio, l’utilizzo del Mes, il Meccanismo Europeo di
Stabilità, deve essere senza condizioni e ci potrà garantire circa 37
miliardi da spendere nel settore sanitario, in maniera diretta e indiretta.
Se così sarà, come spero, l’Italia farebbe bene ad utilizzare queste
risorse: sarebbe stupido non usufruirne. Poi bisogna mettere in campo
un pacchetto di oltre 1500 miliardi per avviare una ripresa da una crisi
più grave di quella del 2008 dalla quale non si era ancora del tutto usciti.

La sua storia di impegno, così come le sue iniziative di discussioni
parlamentari in Europa non possono non portarci ad affrontare la
questione migranti: si è appena sopito in Italia il dibattito sulla recente
chiusura dei porti. Può presentarci la sua posizione?

Come ho già detto nei giorni scorsi, i porti non devono essere chiusi
nemmeno in questo momento di emergenza. Non possiamo farci
condizionare dalla paura ma mantenere viva la solidarietà. Dobbiamo
continuare ad agire in modo responsabile. Non possiamo e non
dobbiamo abbandonare le persone in difficoltà nel Mediterraneo, e non
dobbiamo smettere di salvare vite perché non ci sono vite che valgono
più di altre. Non bisogna chiudere i porti ma adoperarsi perché le
persone vengano salvate e accolte, nel pieno rispetto delle misure di
contenimento della pandemia. Bisogna predisporre, come in parte si sta
già facendo, un sistema di controllo sanitario, a terra oppure su mezzi
navali, per la quarantena cui giustamente devono essere sottoposte tutte
le persone che eventualmente sono soccorse in mare e fuori dall’Italia.

Vorrei ora concentrarmi sul suo collegio di elezione, le Isole. Il sud,
grazie alle misure di protezione, ha avuto minori numeri di contagi e la
Sardegna da più parti è stata indicata come possibile capofila della “fase
2”: condividerebbe questa scelta?

Penso che si tratti di decisioni politiche, che devono però essere
sempre guidate dal parere degli scienziati sull’andamento dell’epidemia
nel nostro Paese. Non spetta a me quindi giudicare se il passaggio alla
fase due debba essere fatto in alcune regioni piuttosto che in
altre.Tuttavia, sono convinto che le decisioni che verranno prese
saranno guidate dalla cautela e dai pareri scientifici degli esperti.

Come commenta, oggi, questa sua frase: “Rimango –come
collegio- nelle isole che hanno più bisogno, perché sono quelle più
disagiate e più abbandonate. Sono quelle che hanno forse bisogno di
più rispetto a tutto il resto”? Può presentarci la sua attività a favore delle
Isole, almeno sino al periodo precedente la pandemia? Possotestimoniare la sua presenza in Sardegna per almeno due incontri pubblici, nel 2019, se non ricordo male.

Sono stato in Sardegna nel 2019 durante la campagna elettorale e ho
partecipato a diverse iniziative pubbliche. Ho avuto poi modo di tornare
qualche mese dopo l’elezione nel gennaio del 2020. In quest’ultima
occasione ho partecipato a tre iniziative pubbliche, una a Quartu
Sant’Elena, una a Nuoro e una ad Alghero. Ho avuto la preziosa
opportunità di confrontarmi con i cittadini e con diversi esponenti della
politica regionale che mi hanno presentato le loro istanze e le difficoltà
che la Sardegna sta affrontando. Questa visita è stata l’occasione per
iniziare un dialogo e un lavoro su alcuni dei temi centrali sia per la
Sardegna sia per la Sicilia, quali la questione dell’insularità e delle tariffe
di continuità territoriale. Sono sempre a disposizione dei cittadini dalla
circoscrizione isole e pronto ad affrontare a livello europeo qualunque
problema mi venga segnalato dai territori. Per questo ritengo che sia
fondamentale mantenere un dialogo costante e, passata l’emergenza,
tornerò ogni volta che potrò sia in Sardegna sia in Sicilia per mantenere
questo dialogo e scambio con i cittadini.

Credo che alla sua scelta di presentarsi come candidato
all’Europarlamento, corrisponda un’idea di Europa: può presentare la
sua Europa ideale all’alba di un nuovo giorno, il primo dopo la
pandemia?

La mia idea di Europa rimarrà la stessa, anche il giorno uno dopo la
pandemia: quella di un’Europa veramente unita e solidale. L’Unione
europea negli ultimi anni ha vissuto dei periodi di crisi e debolezza, quasi
sempre dovuti alla mancanza di solidarietà tra gli Stati membri. Lo
abbiamo visto sia per quanto riguarda la migrazione sia durante la crisi
economica. E purtroppo lo abbiamo visto anche durante questa
situazione di emergenza. Avremmo avuto bisogno di maggiore
coordinamento e solidarietà tra gli Stati membri.

Quando l’emergenza sarà passata, vedo un futuro di opportunità

La deputata Romina Mura

Con questa intervista con la deputata Romina Mura, inauguro un breve ciclo di articoli di riflessione con cui esamino i contesti istituzionali della crisi: dialoghiamo sulla situazione a livello nazionale, presente e futura, con l’onorevole Mura e, nei prossimi giorni, il contesto europeo grazie all’europarlamentare Pietro Bartolo.

di Daniele Madau

Questa, sia dal punto di vista sanitario che politico, è una settimana cruciale: ieri le informative alle Camere, oggi la discussione generale sul decreto Cura Italia, domani appuntamento con il Consiglio Europeo e voto di fiducia in aula per il Cura Italia stesso. Ci si appresterà inoltre a votare, la settimana prossima, il documento del Consiglio dei Ministri per il via libera al deficit aggiuntivo necessario a coprire la terza tranche delle misure anti crisi. Il tutto mentre si pensa alla “fase 2”. Come si presenta la maggioranza a questi giorni cruciali?

Il momento è difficile per tutti, certamente per noi maggioranza -così esposta- ma per tutta la classe dirigente. Il Parlamento sta lavorando con grande sforzo, a distanza, mentre avvertiamo tutti il desiderio di essere lì, fisicamente, nella commissioni, dove si svolge gran parte del lavoro. Nella maggioranza, appunto, il Partito Democratico sta compiendo tutto il possibile, grazie anche al suo capogruppo; coi Cinque Stelle, c’ è una dialettica costante: buona con coloro, i più sensibili, che si trovano nelle istituzioni. Tutto ciò nonostante siamo incessantemente attaccati: questo grazie anche a Conte; il mio giudizio su di lui è, ora, positivo, dopo un primo momento in cui sono stata anche critica.

Tra i punti nevralgici della dialettica nella maggioranza c’è il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità): sembra un dibattito tutto italiano, negli altri Stati non si mette neanche in discussione l’utilità dei 37 miliardi

Concordo sull’assoluta necessità di attingere al Mes. Spero che Conte si presenti agli appuntamenti europei non indebolito e possa ottenere quanto più possibile.E’ necessario, quindi, che i Cinque Stelle mostrino intelligenza e concordino sul fatto che la vicenda della Grecia riguardava un’altra situazione. L’Italia, a causa di tagli ventennali, è tra gli Stati europei che, in rapporto al Pil, investe meno in sanità e questo ha creato dei divari inaccettabili tra regione e regione. Anche il dramma della Lombardia è dovuto a una gestione meno pubblica, fatto che non si è verificato nel Veneto. I 37 miliardi servirebbero per intervenire seriamente e appianare le disparità.

Ultimamente , nella tua attività parlamentare, si è occupata anche dell’ex Alcoa di Portovesme, nel Sulcis: una vicenda che era passata in secondo piano

L’ex Alcoa vive una situazione molto particolare. Eravamo arrivata a buon punto nella trattativa tra lo Stato e i nuovi acquirenti: ora, però, la procedura è ferma perché non si sono ancora definiti tutti i parametri dell’accordo, come il prezzo dell’energia. Gli operai, quindi, ricevono un sussidio che, causa il meccanismo che prevede che l’importo si riduca a ogni deroga, equivale oggi a circa 500 euro. Questa è una cifra troppo bassa che non permette una vita dignitosa. Ho portato avanti, quindi, un’interrogazione parlamentare alla ministra Catalfo per proporre di inserire, tra i nuovi provvedimenti legati all’epidemia, una norma per equiparare il sussidio almeno al reddito di cittadinanza.

Restiamo in Sardegna: lei è sindaca di uno tra i borghi più belli dell’isola, Sadali. Due terzi dei nostri paesi, fortunatamente, sono risultati immuni dal contagio. La Sardegna può fare da apri pista alla “fase 2”?

Certamente e questa potremmo viverla come una grande opportunità, a partire dalla nostra insularità che, per una volta, è stata un fattore positivo, avendoci, in qualche modo, preservato. Poi, non solo in Sardegna ma in tutta Italia, dovremmo ripartire dal quel grande patrimonio che sono i nostri borghi. Sono i valori dei nostri borghi, quali il rispetto delle regole e delle persone, che non hanno permesso al contagio di diffondersi eccessivamente e, come anche proposto dall’architetto Boeri, da lì dovremmo ripartire, valorizzando, come mai è stato fatto prima, le nostre realtà più piccole.

Tutti ci ricordiamo il clima politico- assai teso – prima dell’emergenza. Che politica vede una volta passata questa crisi?

Io vedo un periodo di grandi opportunità, in cui colmare, finalmente, alcune lacune nei diritti e rivedere lo stato sociale, il welfare. Penso alle donne: hanno dovuto sopportare, e lo dovranno ancora, il peso più rilevante di questa crisi sanitaria. Le donne lavoratrici che hanno dovuto chiedere i congedi parentali per stare coi loro bimbi. Le mamme in generale e le insegnanti che si stanno misurando con la nuova esperienza della scuola a distanza. Le donne che lavorano in sanità. Insomma, questi due mesi ci consegnano una missione. Mettere in campo nuovi strumenti per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro delle donne. Valorizzare le loro energie, le loro competenze, le loro caratteristiche. Non dimentichiamoci che le donne si sono rivelati più resistenti al virus Sars-CoV-2. E allora ripartiamo dalle e con le donne.

Ritornando ai provvedimenti legislativi, e concludendo con una riflessione generale, è soddisfatta di quanto fatto o si poteva osare di più?

Si può sempre osare di più e ci proveremo, quando dovremo votare i 50 miliardi in deficit per i provvedimenti del, cosiddetto, “Decreto Aprile”. Ricordo, quando abbiamo votato i primi 25 miliardi di sforamento, lo stato d’animo che avevo, preoccupato, e ora parliamo del doppio. Però lo Stato ha davvero pensato a tutti: avremo il “Decreto liquidità” e il “Reddito di emergenza”. Vorrei sottolineare, però, un fatto particolarmente importante: durante questa crisi, siamo riusciuti a far ottenere una compensazione anche agli autonomi e alle “partite iva”, fatto mai accaduto. Siamo riusciti, così, a muovere i primi passi per il superamento di quella dialettica che vedeva scontrarsi lavoro pubblico e dipendente e autonomi: sono entrambi pilastri del tessuto sociale italiano ed entrambi vanno sostenuti.

Quando Thomas Mann disse: Attenzione, Europa!

di Daniele Madau

Se l’umanesimo europeo è diventato incapace di una gagliarda rinascita delle sue idee; se non è più in grado di rendere la propria anima consapevole di se stessa in una pugnace alacrità di vita, andrà in rovina e ci sarà una Europa, il cui nome non sarà più che un’espressione storica e da cui sarebbe meglio rifugiarsi nella neutralità fuori del tempo (Attenzione, Europa!)

Così si esprimeva Thomas Mann, in quel momento di rinascita che era la prima alba dopo la seconda guerra mondiale.

Che bel sostantivo Rinascita: nella mia regione, la Sardegna, assume un significato storico particolare ma questa è un’altra storia, troppo lunga da seguire…

Rinascere è l’atto più bello che una persona possa sperimentare, molto di più che nascere: quando si nasce, infatti, non si ha memoria né dolore; quando si rinasce si ritrova qualcosa della vita di cui si ha ricordo felice, si sperimenta la sconfitta del dolore.

Tutto questo è molto umano, e tutto ciò che è umano ha a che fare con l’umanesimo, di cui ha scritto anche Mann. Due mila anni prima, però, così si esprimeva Terenzio, “Homo sum, nihil humanum alienum a me puto”: “Sono un uomo, niente di tutto ciò che è umano reputo lontano da me”.

L’umanesimo deve essere alla base di un’idea politica ed economica: questo siginfica la modernità, dalla rivoluzione francese in poi. Dirlo dal basso del nostro debito pubblico significa, certamente, far arrivare una voce flebilissima agli Stati che vivono nell’alto delle loro vette di benessere; eppure è la ragione a dirlo. Questo è il momento dell’oscurità e del dolore; nella rinascita, nell’alba, si dovranno intravedere i confini di una nuova Europa.Deve essere così, è già successo, lo chiede la storia, e la storia lo ha già mostrato.

Il vero paradiso, la vera utopia è sognare l’umanità che si tende la mano anche senza drammi come le pandemie. Uno di quegli stati nell’alto delle vette è la Germania: abbiamo iniziato con Mann, chiudiamo con Brecht: beata l’Europa che non avrà bisogno di drammi per unirsi.

L’Europa ai tempi del corona virus: dal giuridico “in solido” alla solidarietà

di Daniele Madau

Poiché sarà l’ora di opere nuove, sarà anche l’ora di uomini nuovi: del MOVIMENTO PERL’EUROPA LIBERA ED UNITA.

In questo modo si esprimeva Altiero Spinelli, nel suo Manifesto di Ventotene, nel 1941. Ricordato, nei giorni scorsi, dalla Presidente Von der Leyne, Spinelli incarna, al contempo, le fondamenta e la meta dell’Europa, la ragione e l’atto, nel senso del compimento.

Sicuramente è ora, anche oggi, di opere nuove, perché il momento è propizio: è il momento degli ideali, della solidarietà, della lotta comune, qualcosa di cui, se non fosse che scaturiscono da una tragedia, si sentiva la mancanza, come di una parte preziosa della nostra esistenza comune.

Date queste premesse, si può forse tentare di approfondire l’ambito economico del discorso, pur essendo qualcosa di molto complesso e settoriale.

L’Italia ha sempre, negli ultimi anni, avuto il benestare da parte dell’Europa al suo Documento Economico e Finanziario, pur con precisazioni, raccomandazioni, clausole di salvaguradia. Ha sempre versato quanto dovuto, non ha mai manifestato -tranne un breve, recente, momento- tendenze isolazioniste o autoritarie. E’ stata in prima linea nella gestione dei flussi migratori: le hanno chiesto scusa e l’hanno lodata.

Considerato questo, la richiesta dei bond europei non appare fuori luogo: lo sembrano, invece, le spiegazioni delle parti avverse, pur rassicurate su una non condivisione del debito pregresso.

Davvero può essere, la via del Coronabond, una nuova via spinelliana: legarsi in solido in ambito economico, fara sì che tutti avvertano sempre maggiore responsabilità gli uni verso gli altri, e se quel giuridico in solido diventerà solidarietà allora l’Europa potrà, a ben diritto, rivendicare verso l’Italia il suo appoggio, e non, com ora, giudicarla da lontano.

E allora, finalmente, l’Italia non avrà più scuse nel cercare di diventare sempre più europea.

Storia di uno scrittore che volle farsi cantore

di Daniele Madau

Mi inserisco subito tra tutti quelli che, in queste ore, stanno scrivendo, ricordando, tessendo le lodi e gli elogi di Luis Sepùlveda: è inevitabile, e giusto, direi.

C’è del letterario nella sua tragica morte, del sudamericano: ricorda Marquez, il colera, e quanti tutti hanno raccontato di contagi. Non sappiamo niente, giustamente, degli ultimi suoi giorni: di sicuro, ci saranno state sofferenze, in un atto così spontaneo ed essenziale come respirare, data la natura del virus. Possiamo solo immaginare e credere che i suoi sogni, la sua voglia di sperare, l’abbiano soccorso.

Era uno di quegli autori che, sempre, avevo in mente di riprendere, e di conoscere sempre di più: così accogliente, così diverso da gran parte della letteratura impegnata, e arrabbiata, che ci circonda, soprattutto in Italia. Le sue pagine sono uno schiaffo di saggezza, di fiducia, di delicatezza, oltre che di impegno vero, rispetto agli autori trenta – quarantenni così feriti, complicati, polemici, ombrosi.

Con lui, con le sue favole che, nel loro antropomorfismo animale, riprendevano la moralità antica per adattarla alla sensibilità e alle necessità moderne, con i suoi racconti da cantore omerico, ho riscoperto la lettura, dopo tanto tempo.

In lui ho ritrovato la voce, pacata, e autorevole perchè di chi ha sperimentato la gioia, della sapienza che conosce il vero motore del mondo, e cioè dei sogni e delle utopie.

Un intellettuale impegnato, seguace di Allende, che stava ventre a terra e andava piano come le sue lumache e che, con la sua scrittura e i suoi desideri, voleva volare o nuotare come le sue gabbianelle e balene.

Era rassicurante, per me, Sepulveda; ma non credo, così, di sminuirlo: soprattutto oggi, la sua è la più importante delle cure.

Ora si deve dire la verità

di Daniele Madau

Ci sono momenti in cui è un dovere dire la verità, con il fine più grande di, quando possibile, correggere, risvegliare gli animi, far cambiare qualcosa.

La verità è qualcosa che si impone da sé, prima o poi, in modalità e tempi a noi sconosciuti: per educare a prepararsi al momento in cui si sarebbe manifestata, la saggezza popolare, la mitologia, la religione hanno elaborato immagini e narrazioni indimenticabili, come la cicala e la formica, Cassandra, le parabole evangeliche.

Paradossalmente, queste immagini e narrazioni indimenticabili sembrano essere state dimenticate dalla società contemporanea, precisamente dalla società italiana, così fragile, così smemorata, così poco attenta al proprio benessere.

Quando è chiamata alle urne, infatti, sembra considerare la saggezza poco meno di niente, ultima tra i requisiti richiesti agli eletti, al contrario di arroganza, capacità di mentire, presenzialismo. La verità è questa, lo dico sull’onda della rabbia, senza timore di venire smentito.

Filosoficamente la verità, a esempio da Platone, è identificata con la scienza, in greco episteme, che etimologicamente significa “colei che sta in piedi da sola”, perché resiste alla verifica dell’esistenza.

La verità, allora, è che tutto ciò che noi, sessanta milioni di italiani, subiamo in questi mesi è il necessario frutto di scelte politiche che hanno, in maniera stupida – il contrario di saggia, appunto – tagliato le risorse della sanità e della scuola, i polmoni di una società, incentivato i condoni, non ricercato e punito gli evasori fiscali. E questo doveva avvenire, prima o poi, perché la verità non può non manifestarsi.

Diciamola, la cruda e dolorosa verità: certe vite si potevano salvare. Al di là della insensata retorica che, ancora a fine febbraio, portava a dire che eravamo pronti ad affrontare l’epidemia, che il nostro sistema sanitario, nella sua eccellenza, avrebbe retto senza troppi patemi.

Ancora a marzo, i nostri responsabili politici, erano convinti che ne saremo usciti prima degli altri: quante volte l’abbiamo sentito?

Bene, ora sappiamo che non è così: la Germania riaprirà le scuole il quattro maggio, la Francia l’undici; noi, forse, neache a settembre.

C’è una drammatica ridicolaggine in questo, un doloroso sentimento, pirandelliano, del contrario, da cui deriva un malinconico umorismo, nel notare che si sta avverando l’opposto.

Eppure, eppure, tutti noi lo sappiamo fin da bambini quanto conta la previdenza, la saggezza della cicala: me lo insegnavano i miei genitori.

Forse gran parte dei nostri responsabili, da anni a questa parte, non hanno avuto genitori che li ascoltavano, parlavano con loro e raccontavano di questi valori. Forse non hanno mai neanche ascoltato la celebre frase, attribuita a volte a Clarke a volte a De Gasperi: “un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alle prossime generazioni”.

Erano, perciò, da comprendere e, magari, compatire. Non da votare.

Le forze politiche e la retorica della guerra


di Daniele Madau

Ha ragione un mio caro amico: a me che continuavo a scrivere di questo periodo come di un periodo di guerra – come tanti altri – mi ha parlato, invece, di una retorica di guerra inappropriata.

La sua è, spesso, una voce controcorrente, i miei sentimenti, invece, sono in genere comuni alla maggioranza.

Ha ragione perché, se fossimo davvero in guerra, le forze politiche troverebbero necessariamente un terreno comune su cui dialogare e, soprattutto, lavorare; se fossimo davvero in guerra, non ci sarebbe tempo per attaccarsi ma quel poco di tempo che l’azione deve riservare alle parole sarebbe speso per informare e confortare la popolazione.

La nostra costituzione è nata grazie all’apporto di sensibilità diversissime, che corrispondevano praticamente a tutto lo spettro possibile delle posizioni politiche: è stato un miracolo, dato dalla volontà e dalla maturità di non dividersi nel momento in cui si realizzava il futuro.

Ora non abbiamo il privilegio di assistere a questo miracolo: sarebbe un toccasana, un vero aiuto nell’isolamento, grazie a cui tutti noi potremmo avere l’orgoglio, e non la frustrazione, nel rinunciare alle nostre abitudini.

La responsabilità, per forza di cosa, è maggiormente dell’opposizione che dovrebbe avere il grande moto sacrificio di rinunciare alla lotta in nome della vera finalità della politica, il benessere di tutti noi, sperando che, a posizioni invertite, la maggioranza avrebbe fatto lo stesso.

Non tira aria, però; non sembra che questo miracolo possa riaccadere: evidentemente non siamo in guerra, o meglio, lo siamo ma le forze politiche non sembrano averne piena coscienza.

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