Era d’estate, quarant’anni fa. L’estate di Falcone e Borsellino all’Asinara.

di Daniele Madau

Falcone e Borsellino all’Asinara

Domani ricorreranno 33 anni dalla strage di via D’Amelio; tra qualche giorno, però, saranno anche 40 anni dall’esilio all’ Asinara di Falcone e Borsellino, per preparare il maxi-processo. Nell’agosto del 1985, infatti, essendosi fatto pesantissimo il clima intorno a loro, a causa di frequenti minacce proprio in previsione del primo maxi-processo alla mafia, furono prelevati di forza, una mattina, e portati nell’isola.

Si è già detto, scritto, visto e commemorato tutto di questi due uomini, giudici, eroi, perché consapevoli della propria sorte.

Eppure, ancora oggi, l’Italia ha bisogno di loro, per costruirsi una narrazione di amore e fedeltà a sé stessa, parallela a quella che, in quegli stessi anni, aveva finalità opposte: Mafia, P2, terrorismo politico eversivo, servizi segreti deviati. Vengono i brividi. Siamo noi, usciti come da un battesimo da quelle acque dell’Asinara, dove tutto ebbe inizio. Ebbe inizio il riscatto, perché si stava preparando, nella foresteria del super – carcere, il primo maxi-processo alla Mafia, con più di 400 imputati. La maggior parte saranno condannati, mentre tutto il mondo- compresi noi- scoprivamo che la Mafia esisteva davvero, ne vedevamo i volti.

Le riflessioni possono essere struggenti. Falcone e Borsellino esiliati per fare il loro dovere, nella foresteria del carcere dove passerà Riina, che sarà, esso stesso, un simbolo di questo periodo. Nei silenzi e nella solitudine di un’isola della Sardegna,  tragica prefigurazione della solitudine che li avvolgera’, a sua volta mafiosa, solo per aver fatto il loro dovere.

E ,poi, il prezzo che hanno pagato i familiari, lo Stato che invia loro il conto del soggiorno, l’amicizia col personale di sorveglianza: storie di quotidianità di chi vedeva la propria quotidianità svanire, offerta al senso dello Stato e della giustizia.

Di queste figure così alte, si è trasfigurato il ricordo anche in arte, cultura e letteratura, che è sempre un modo per omaggiare i protagonisti. Allo scritto dell’Esame di Stato appena concluso, a esempio, una traccia riportava una frase di Borsellino; ma sarebbero innumerevoli gli esempi.

Sui 25 giorni d’agosto all’Asinara, invece, esiste un film Rai, visibile gratuitamente. Anche questo è bello, il potere fruire gratuitamente, da servizio pubblico, ancora una volta, del loro esempio. Ecco di seguito il link a ‘Era d’estate’ .

Era d’estate – Film – RaiPlay https://share.google/ObzBtgJ9arvrVUu3M

Trump il falco? Forse solo per questa puntata del Trump Show

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese. Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e dagli Stati UnitiTrump ieri alla Casa Bianca con il segretario generale della Nato Mark Rutte

Quando ieri nello Studio Ovale il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha detto che l’America è “il poliziotto del mondo”, termine simbolo dell’interventismo americano odioso agli occhi di molti nel movimento Make America Great Again, Trump non ha battuto ciglio.E’ ormai chiaro a tutti che c’è un mix di isolazionismo e interventismo nell’approccio di questo secondo Trump alla politica estera. E anche se le sue scelte non piacciono a parte del suo stesso movimento, alla fine dei conti – come ha detto lui stesso prima di bombardare l’Iran – nessuno può dirgli che sta tradendo “America First” perché è lui a decidere che cos’è l’America First. E “America First” non è tanto un progetto ideologico, come notava nei giorni scorsi l’opinionista Jonathan Martin sul sito Politico, quanto il perseguimento di vittorie, “grandi e belle” da parte di Trump. Proprio per questo un certo numero di repubblicani pre-Trump – una vecchia guardia che è in giro dai tempi di Ronald Reagan – è riuscito a influenzarlo su temi come le tasse e la sicurezza nazionale.  E’ innegabile che alcune delle recenti mosse di Trump seguono la scia dei partito repubblicano “regolare” anziché le visioni promulgate dal suo vice J.D. Vance o dal suo ex stratega del 2016 Steve Bannon. Tra le “vittorie” recenti rivendicate dal presidente c’è la firma di una legge sulle tasse che potrebbe essere stata scritta “dagli editorialisti del Wall Street Journal” – nota Politico – e che insieme all’attacco all’Iran, al sostegno di Israele, all’invio di armi all’Ucraina rispecchiano la classica strategia del partito repubblicano: postura muscolare all’estero e favorevole alle imprese in patria.“No, il presidente non si è trasformato nella notte nell’erede di Paul Wolfowitz”. Il punto è che Trump ascolta (anche) alcuni repubblicani della vecchia guardia. Non sempre fa quello che vogliono, ma li ascolta sempre. E sono tanti al Congresso, dove guidano entrambe le Camere, e sanno come “prenderlo”.  Lo hanno convinto ha respingere l’idea di tassare i ricchi avanzata da Bannon come pure da Oren Cass, intellettuale populista vicino a Vance. Hanno spiegato a Trump che agli elettori questo non piace. Grover Norquist, attivista politico anti-tasse, e l’ex speaker della Camera Newt Gingrich hanno ricordato al presidente quanto sia delicata la questione delle tasse nella storia delle campagne elettorali repubblicane. Trump sarebbe stato particolarmente impressionato dal fatto che Bush padre fu sconfitto nel 1992 dopo aver rinnegato la sua promessa di non introdurre nuove tasse.Anche in politica estera, nel corso di meno di due mesi, abbiamo visto Trump passare dalla decisione di saltare la tappa israeliana del viaggio in Medio Oriente (snobbando Netanyahu perché aveva rifiutato la tregua a Gaza) alla decisione di attaccare l’Iran al suo fianco. Cosa è cambiato?  Israele ha avuto successo nel bombardare l’Iran – nota Martin – e Trump ha deciso di volere una parte di quel successo che ha visto in tv: così ha usato i B2 americani, e poi è riuscito ad evitare che i due Paesi continuassero ad attaccarsi ottenendo una vittoria usando solo forze aeree e senza l’impiego di truppe di terra. I “falchi” repubblicani e la tv Fox News erano a favore dell’attacco contro l’Iran e quando Trump lo ha fatto tutti sono corsi a nominarlo per il Nobel per la Pace. Il movimento Maga ha dovuto piegarsi alla realtà e celebrare il fatto che alla fine non c’è stato un temuto intervento americano in una guerra più ampia. Come Bibi, anche altri leader stranieri – a partire da Rutte – stanno  imparando a circumnavigare gli isolazionisti nell’amministrazione Trump. Così Trump ora ha deciso di armare l’Ucraina: è arrivato a questo anche perché gli europei hanno saputo proporlo nel modo giusto, proponendogli non di dare “aiuti” ma di fare un accordo economico, un “affare” miliardario in cui a pagare sono loro e lui può mantenere la parola di non spendere soldi americani in guerre all’estero.Lo scenario si ripete. Il Pentagono stava pensando di riesaminare Aukus, il patto tra Usa, Regno Unito e Australia sui sottomarini nucleari creato da Biden: allora il premier britannico Keir Starmer ne ha parlato con Trump in privato al G7 di Calgary a giugno e senza alcun dubbio farà in modo di tornare sul tema a settembre insieme al re Carlo, che l’ha invitato (cosa inedita) per la seconda volta a Buckingham Palace (mentre il Parlamento è convenientemente chiuso, per evitare contestazioni improduttive). Martin nota comunque che c’è una consolazione per i populisti e gli isolazionisti: nulla è necessariamente destinato a durare. Mentre Trump approvava la vendita di armi all’Ucraina contro la Russia, ieri, ha stabilito anche un ultimatum lunghissimo: 50 giorni per Putin per porre fine alla guerra. In 50 giorni molto può succedere. E se Putin invece sceglie l’escalation, resta la domanda aperta: sarà pronto Trump a punirlo davvero con le sanzioni secondarie che adesso minaccia di imporre a Cina e India che comprano il petrolio russo? Di certo questi Paesi sperano che Trump nel frattempo cambi idea. Per ora la proposta di legge bipartisan appoggiata da 85 senatori americani (dazi al 500% sui paesi che importano petrolio, gas e uranio russo) è stata messa in stallo proprio ieri. Trump vuole gestire la cosa da solo, come ha spiegato il leader dei repubblicani al Senato, John Thune. Perché è un presidente che non cerca nemici o amici permanenti – come conclude Martin – ma vittorie, belle e grandi.  

Gli studenti che si rivoltano contro l’ultima istituzione che pensa al loro futuro: la scuola

di Daniele Madau

In un tempo desacralizzato, in cui non esistono più momenti di passaggio dell’esistenza- dal forte valore simbolico ma anche tali da agire significativamente nella formazione della persona – è un bene che si parli, a livello di società, del valore e della struttura dell’attuale Esame di Stato.

Il dibattito che si è creato è stato dovuto alla protesta di più studenti in tutto il territorio nazionale che, avendo già maturato i crediti per superare l’esame conclusivo del secondo ciclo di istruzione, si son rifiutati di sostenerne l’orale.

Le reazioni sono state numerosissime e, per la gran parte, mentre da un lato hanno rimproverato aspramente l’atteggiamento dei maturandi, dall’altro hanno sottolineato la necessità di una riforma dell’Esame di Stato, per non parlare di un ripensamento generale del nostro sistema.

Il sistema scolastico è un sempreverde del pubblico dibattito: ne parlano tutti – anche chi non ne conosce il mondo – e possibili soluzioni emergono in continuazione, sempre delegando alla scuola nuove responsabilità, quasi mai assumendosene come società. Infatti, è molto gratificante insegnare alla scuola cosa debba insegnare e, poi, affidarle ogni aspetto educativo, gettando – a livello di società – la spugna sulla responsabilità delle future generazioni.

In effetti, i ragazzi e le ragazze di oggi sono soprattutto studenti, poco figli e, direi, nient’affatto cittadini e cittadine. Le famiglie vivono grandi difficoltà e, per questo, anch’esse sono propense a delegare alla scuola aspetti che, anche da costituzione e da codice civile, spetterebbero ad essa.

La società civile, intesa in primis come i responsabili politici, ancora non riescono a costruire sulla famiglia un progetto lungimirante, che è proprio di una comunità proiettata nel futuro. Vorrebbe dire avere attenzione ai salari, agli asili nido comunali, alla parità di genere, ai congedi parentali, al mondo dell’occupazione, ai consultori familiari, ormai quasi sconosciuti, ai sostegni per l’assunzione di figure di collaborazione domestica. E poi, con un riferimento più preciso ai figli e alle figlie, vorrebbe dire proporre leggi più stringenti sull’uso dei social, rendere più sostenibile economicamente e più competitivo il mondo universitario, decidersi-finalmente- a considerare come una priorità la questione della cittadinanza, anche se bocciata dai referendum.

In ultimo, chiaramente, se si vuole davvero delegare tutto alla scuola, allora bisogna avere il coraggio di cambiarla radicalmente, dal salario degli insegnanti agli edifici, così da non chiamarla più scuola ma, chissà, ‘centro di educazione statale’. E’ una provocazione, un’estremizzazione, ma simbolica, perché ci si comporta come se si stesse andando in quella direzione, ma senza voler investire nulla, ‘senza oneri per lo Stato’, secondo una tipica dicitura burocratica italiana.

E così, i nostri ragazzi – ormai monodimensionati nella figura di studenti – è nella scuola che si ribellano, imputandole colpe non sue. Illuminante l’affermazione di Maddalena, la seconda ragazza a rifiutarsi di sostenere l’orale: “Ho provato a spiegare che nella mia scuola la preparazione è stata ottima, ma è mancata totalmente l’attenzione alle persone. Il focus dei docenti è sempre stato sui voti, mai sulla ‘vera me’” .

Forse può sorprendere ma la scuola, oggi, ha ancora come scopo quello di fornire una preparazione. E, per fare questo, ha un sistema di valutazione. Una ‘vera sé’ non può essere valutata. La scuola ha, perciò, ancora una struttura funzionale per formare, con i contenuti delle materie, i ragazzi, e per prepararli al futuro. In questo, è ancora l’unica istituzione che li vede al centro del proprio operare. Certo, l’attività formativa deve essere fatta con competenza, autorevolezza, anche empatia: rientra nelle capacità del docente, che lo Stato deve garantire, visto che per diventare insegnanti si deve sostenere un concorso pubblico.

La ‘vera sé’ Maddalena la deve far crescere e custodire nei vari ambiti della sua vita: si deve formare in famiglia, deve mettersi alla prova nella scuola e nello sport, confrontarsi e trovare conforto nelle amicizie, per poi sbocciare e offrirsi al mondo. Il mondo è più grande della scuola e questa non può contenere tutto: e già così grande il mare della conoscenza e della formazione, non carichiamo la scuola di pesi non suoi. Lo scrivo da docente, che ama visceralmente quella realtà , a cui dedico ogni mio giorno.

I ragazzi, però, hanno fatto bene a non sostenere l’orale. Non è solo una provocazione, la mia. Innanzitutto, hanno portato il dibattito sull’Esame di Stato, e cioè sull’ultimo rito di passagio rimasto, al centro dell’attenzione, e questo è già un merito. Poi, la loro è l’età della ribellione e, se pensiamo a cosa è stato il mondo della scuola, a esempio, negli anni di piombo, la loro protesta sembra dolce e poetica.

Forse nessuno ha accompagnato Maddalena, e gli altri, in maniera tale da spingerli a manifestare il desiderio di questo gesto durante l’anno, così da poter dialogare con loro e portarli a un ripensamento. Per me i giorni della maturità son sempre stati molto belli, sia da studente che da docente. Io – se avessi avuto l’occasione – avrei raccontato loro questo, e li avrei spinti a sostenere l’orale, magari facendo scena muta, per protesta. Perché le prove si affrontano, in quella meravigliosa sfida con sé stessi che è la vita. Che, per essere tale, ha bisogno di momenti di passaggio, a sottolinearne la sacralità.

Se poi non si fossero lasciati convincere, beh, avrei fatto loro i complimenti per la fortuna perché, se avessero portato avanti questa scelta l’anno prossimo, con la riforma Valditara, sarebbero stati bocciati.

La dannazione della Sardegna, che uccide il proprio futuro

di Daniele Madau

Foto Ansa

L’estate è, nello stereotipo più banale e abusato, il periodo d’oro della Sardegna, quello in cui le nostre bellezze naturali, il nostro presunto senso di ospitalità e le nostre tradizioni si offrono, come un bouquet di fiori rari, ai turisti. Questa narrazione, supportata ad hoc dagli operatori interessati e, fatto ancora più funesto, dal marketing meno sostenibile, è ormai diventata insopportabile e contribuisce a nascondere una dannazione che sembra eterna, una sorella siamese vorace e implacabile della Sardegna, un vampiro assettato della nostra linfa vitale e del nostro desiderio di una vita serena. Parlo della dannazione sarda nel voler uccidere il proprio futuro, che si alimenta nella disperazione e in una sorta di autolesionismo perpetrato e perpetuato da dinamiche che sembrano insuperabili, ataviche e più forti del naturale istinto a sopravvivere e a crescere.

Una di queste è la faida, la disamistade. Infatti, proprio in una mattina d’estate, di luglio- il nostro periodo d’oro, il nostro eldorado – nel silenzio dei nostri paesaggi sconfinati e delle nostre coscienze, uno scoppio di fucile ha ucciso Luigi Contena, 32 anni. Uno scoppio che sembra seguire la traiettoria dell’ odio tra famiglie, come a fine settecento nella faida di Aggius, come negli anni peggiori del ‘900, in cui andare in Sardegna suscitava timore e orrore. Uno scoppio nella campagna di Orune, dove era stato ucciso anche Gianluca Monni alla fermata del bus, mentre andava a scuola. Aveva 19 anni. E davanti ai suoi 19 anni, l’omertà del paese aveva prevalso. Questo è stato il nostro presunto senso di lealtà: nient’altro che omertà, silenzio davanti alla vita spezzata di un ragazzo. Come Crono mangiamo i nostri figli. Figli come Marco Mameli, ucciso a Barisardo il primo marzo, nel silenzio omertoso e nell’impunità. Ucciso durante il carnevale, su carrasecare, in cui celebriamo le nostre maschere ferine e zoomorfe. Nascondiamo l’umanità, perché la avversiamo. Umanità e umanesimo vogliono dire amore per la vita, per tutto ciò che è crescita e futuro. L’atteggiamento che abbiamo verso i nostri ragazzi e le nostre ragazze, i nostri figli e le nostre figlie, sono lo specchio della nostra aridità bruciata, della nostra incapacità di costruire e gioire del futuro.

C’è stato un momento – tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del 2000 – in cui sembrava fossimo attraversati da un brivido di rinascita, da una primizia di primavera, da un germoglio di speranza. La fine dell’epoca dei sequestri e del senso di sudditanza sociale, economica e culturale, aveva portato a un nuovo senso di vivere la propria terra, come luogo di potenzialità e risorse. Le tradizioni venivano reinterpretate dai giovani, che le vivevano anche come possibilità di lavoro e realizzazione. Il senso di appartenenza alla Sardegna-così forte – sembrava poter coincidere con le proprie aspirazioni, e ai nuovi figli sembrava di sentirsi amati dalla terra madre.

Tutto, o quasi, è svanito. Come un’illusione che lascia disperazione, per la feroce delusione. Come negli incubi del passato, cresciamo i nostri figli – in paesi deserti di striscianti disvalori, come la disamistade – per lasciarli partire. O per farli lavorare in nero, stagionalmente – nell’eldorado dell’estate – in qualche locale. Peggio, però, che negli incubi del passato, i figli, non li vogliamo. Abbiamo l’indice di fecondità più basso di’Italia. Del resto, abbiamo sempre rispettato e onorato gli anziani, mai i giovani.

Faccio parte di una generazione che, all’università, era sottomessa ai baroni. Giurisprudenza, Economia e Commercio, Medicina: abbiamo svenduto il nostro futuro per far ingrassare i baroni e i loro congiunti, che avevano le carriere universitarie spianate.

E ora, eccoci, finalmente: senza futuro. Ma abbiamo preservato le nostre tradizioni, il nostro senso della lealtà, la nostra balentìa. Scuole vuote, strade bagnate di sangue giovane. Eccoci, alla ‘sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue, s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate, di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere le sponde e più nessuno è incolpevole. Tutto per nulla, dunque? ‘

Nessuno è incolpevole: gli intellettuali di quel periodo di primavera illusoria, che hanno parlato di ogni aspetto della sardità tranne che dell’educazione alla speranza; tutti noi, che abbiamo alimentato la narrazione da marketing della Sardegna; la classe politica, responsabile, o irresponsabile, ultima della vita di una comunità.

Tutto per nulla, se non c’è futuro, se ancora i detriti della faida prevalgono sulla costruzione del futuro. Nell’Orestea di Eschilo, 458 a.C., la faida viene sconfitta dalle istituzioni, e dal nuovo senso religioso della comunità. La storia non è una linea retta, ma una spirale, e noi siamo vorticosamente trascinati indietro dalle nostre paure, dai nostri incubi, dalla nostra insipienza e vigliaccheria.

Siamo uomini e donne, siamo fatti di speranza. Anche in Sardegna. La dannazione non esiste, è un fatto umano. E’ tutto nelle nostre mani, anche il nostro destino. Non è detto che, per sempre, dovremo vedere i nostri figli e le nostre figlie andare via, o riversi per terra. Dipende da noi.

Il racconto del Cagliari: presentazione di Fabio Pisacane e Guido Angelozzi. Non chiediamoci cosa può fare il Cagliari per noi, ma noi per il Cagliari

Mister Fabio Pisacane con il nuovo ds Angelozzi

di Daniele Madau

In estate, come ogni noir o giallo che si rispetti, riprende il racconto del Cagliari. Tra i ricordi d’infanzia, c’è anche quello del ‘calcio d’estate’ o ‘calcio d’agosto’, fatto di foto in bianco e nero della Gazzetta o del Corriere, o di quelle a colori del Guerin, che raccontavano di ritiri in lontane località di montagna, amichevoli con squadre sconosciute- dal punteggio tennistico – e sogni di nuovi acquisti. Non c’erano partite in tv – men che meno mondiali per club – e, per una qualche partita ufficiale, si rimandava alla Coppa Italia di fine agosto. Il calcio, allora, era il lato lieto di fine estate, perché quello brutto era legato al rientro a scuola e alla fine delle vacanze.

Oggi le vacanze finiscono presto e, in casa rossoblù, è già tempo di nuova stagione e nuovi volti. Oggi sono stati presentati quello giovane del nuovo mister Fabio Pisacane ( e se Ranieri, per noi, era mister and commander, e Nicola re David, per il nuovo allenatore sembra facile un rimando ai valori risorgimentali) e quello, più anziano (sarà un simpatico tormentone della conferenza stampa la sua età) del nuovo direttore sportivo Guido Angelozzi (per la precisione, 70 anni biologici ma 45 sentiti. Parole sue).

Nell’affollata conferenza stampa, al chiuso del ventre della balena dell’Unipol Domus- in tenuta stagna da pompa di calore – emrgono subito alcuni concetti chiari: il valore, la storia e il prestigio del Cagliari che, apice delle carriere dei protagonisti, deve avere il primo posto ed essere il fine del lavoro di tutti. Tanto che, a un tratto, Fabio Pisacane si esprime così: ‘Non deve essere il Cagliari al mio servizio, ma io a servizio del Cagliari’. Come non pensare, allora, alla celebre frase di Kennedy? E, così, il titolo dell’articolo è stato subito trovato.

Da un punto di vista più tecnico, invece, è stato interessante l’excursus sul sistema di gioco, sul modulo e sui giocatori: ‘Vorrei aggressività e coraggio in fase di non possesso, l’unica in cui ha ancora un senso parlare di modulo’. Per le altre fasi, invece, ‘collaborazione tra i reparti’ e, addirittura, ‘calcio relazionale’, di spallettiana memoria.

Per quanto riguarda i giocatori, Prati e Gaetano verranno sostenuti nella ricerca del ruolo più adatto per dare il meglio.

Sembra, allora, che il Cagliari voglia proseguire nella ricerca di un gioco aggressivo, di conquista del campo e dello spazio che, non presente nella strategia di Ranieri, da Nicola era stato prospettato ma poco realizzato.
Per far questo, l’ossatura della squadra – forte degli ultimi riscatti di Gaetano, Caprile e Piccoli – è valida e sarà tutelata, ‘a meno di offerte particolari’ , puntualizza Angelozzi, e sarà rinforzata con acquisti mirati.

Si racconta di una presidenza presente, prodiga e vogliosa di far crescere la società, e di una campagna abbonamenti a gonfie vele. Merito della scelta di Pisacane, giovane allenatore ma, nella postura e nel modo di esprimersi, hombre vertical alla Riva: proprio davanti a Nicola – figlio del bomber – che siede in prima fila.

Insomma, si respira ottimismo, anche se invoca lei, la sempre desiderata salvezza.

Del resto, l’estate è la stagione delle passioni, della stelle cadenti e dei desideri, dei sogni. E i nostri si colorano di rossoblù, ancora una volta.

‘Europe matters’. Commercio, la nuova Wto dell’Europa per andare avanti senza gli Usa 

Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e New York

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al termine del vertice Ue a Bruxelles, il 16 giugno (Ap)

Se c’è una cosa chiara a Bruxelles, nel negoziato sui dazi con gli Stati Uniti, è che qualsiasi accordo chiuso con il presidente Donald Trump non sarà scritto nella pietra ma sulla sabbia. Trump è considerato troppo volubile per essere totalmente affidabile, quindi il timore è che il clima di incertezza sopravviva a un’eventuale intesa. Questo viene detto sottovoce perché sotto i riflettori il messaggio è che si vuole raggiungere un’intesa prima della scadenza del 9 luglio per dare «prevedibilità» alle imprese. Se non si arriverà a un accordo, Trump ha minacciato di applicare dazi del 50% su tutti i prodotti Ue esportati negli Stati Uniti.

Il clima di incertezza fa male agli affari. È un problema non solo per l’Unione europea ma anche per gli altri Paesi con cui Washington ha aperto un contenzioso sui dazi, praticamente il mondo intero. Tanto gli Stati Uniti appaiono volitivi ed erratici, quanto la «noiosa» Unione europea sembra stabile e affidabile. Bruxelles è intenzionata ad approfittarne, sta accelerando su tutti i partenariati commerciali con i Paesi terzi. Ieri la Commissione europea ha inviato agli Stati membri la proposta legislativa dell’accordo commerciale con il Mercosur per sbloccare lo stallo dopo il no fermo di alcuni Paesi come Francia e Polonia. I negoziati con l’India stanno procedendo a ritmo serrato con l’obiettivo di arrivare a un accordo entro fine anno. Tutti bussano alla parta della Commissione europea, che ha competenza esclusiva sul commercio. L’obiettivo è preservare il sistema commerciale internazionale messo a dura prova dal protezionismo americano.

Bruxelles fa sul serio. Giovedì scorso la presidente della Commissione von der Leyen ha proposto ai leader Ue, riuniti per il Consiglio europeo, un nuovo modello di Organizzazione mondiale del commercio (Wto), senza gli Stati Uniti, da creare partendo da un’intesa dell’Unione europea con i 12 Paesi dell’Accordo globale e progressivo per il partenariato transpacifico. Fanno parte del CPTPP: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. La Gran Bretagna ha aderito alla fine dello scorso anno.

L’idea era nata in aprile durante un colloquio telefonico tra von der Leyen e il primo ministro neozelandese Christopher Luxon, che aveva sottolineato che il CPTPP rappresenta circa il 15% dell’attività economica globale. L’idea è piaciuta al cancelliere tedesco Friedrich Merz, che al termine del summit, in conferenza stampa, ha spiegato che l’Ue sta pensando di creare un organismo che sostituisca «gradualmente» l’Organizzazione mondiale del commercio nella risoluzione delle controversie commerciali, dato che l’istituzione con sede a Ginevra «non funziona più». «Sono rimasto sorpreso, e penso di poterlo dire — perché lo leggerete — che la presidente della Commissione europea abbia menzionato lei stessa il fatto che potremmo considerare di creare una nuova forma di organizzazione commerciale, che sostituisca gradualmente quello che non abbiamo più nella Wto. Sappiamo tutti che la Wto non funziona più».

Gli Stati Uniti non nominano dai tempi della presidenza Obama, ben prima che Trump prendesse il potere, i loro rappresentanti nell’Organo di appello della Wto, l’arbitro finale sul commercio globale, bloccando così il meccanismo di risoluzione delle controversie. In marzo hanno anche sospeso i contributi alla Wto per il 2025 (erano già in arretrato sul 2024). «È un’idea rudimentale, per ora. Ho discusso proprio di questo con Kyriakos Mitsotakis ed Emmanuel Macron negli ultimi giorni — ha ammesso Merz —. Vogliamo meccanismi di risoluzione delle dispute che siano standardizzati» e che possano servire.

Il sasso gettato nello stagno ha fatto rumore. All’indomani del summit, i funzionari dell’Ue si sono affrettati a spiegare che il piano non prevede la creazione di un’organizzazione rivale della Wto e che la cooperazione con il CPTPP è un modo per promuovere un sistema commerciale moderno e basato su regole, in un momento in cui la Wto ha urgente bisogno di riforme. Un’area di lavoro potrebbe essere la creazione di un sistema per la risoluzione delle controversie. L’intento è inviare il segnale politico che un gran numero di Paesi sostiene un commercio globale aperto e basato su regole.

Sempre venerdì il commissario Ue al Commercio Maroš Šefcovic ha avuto «un’ottima telefonata» con la direttrice della Wto Ngozi Okonjo-Iweala. L’attenzione, secondo il readout fornito dalla Commissione, «rimane sulla nostra ambizione comune di preservare un sistema commerciale basato su regole e di collaborare per trovare soluzioni volte a rivitalizzarlo e rafforzarlo». Questo «include l’urgente necessità di una riforma significativa della Wto per affrontare le realtà e le sfide commerciali odierne, come le politiche non di mercato». Per la Commissione, «otterremo risultati migliori se cogliamo questa opportunità collettivamente». Pertanto, l’Ue «si è impegnata con altri partner che condividono gli stessi ideali per valutare il modo migliore per rinvigorire la Wto e il sistema commerciale basato sulle regole». 

Saranno noiose, ma le regole danno certezza e proteggono i più deboli dai bulli.  

Un pianeta ostile per le prossime generazioni

di Marco Marini


Non so se avete notato che da un po di tempo a questa parte esiste, come dire, un movimento che si oppone al cosiddetto PENSIERO UNICO ed al POLITICAMENTE CORRETTO. Noto però che questo movimento si allarga e allora mi domando, allora state creando un nuovo PENSIERO UNICO ?  E poi eravamo abituati a usare termini che avrebbero dovuto essere rispettosi della sensibilità dei nostri interlocutori. Certo le parole sono meno dannose delle bombe di Trump ma come si diceva un tempo “ LE PAROLE SONO PIETRE”. Secondo la Bibbia Dio creò il mondo con la parola e dalle chiacchiere di un oscuro caporale austriaco in una birraria di Monaco si è arrivati alla Shoah. Una nota avvocatessa divorzista ha affermato che NEGRO (nigger in inglese) deriva dal latino e che per questo si dovrebbe adoperare correntemente. Non so cosa ne pensino i cittadini afro-americani di quest’idea. O come quando ti chiamano SARDIGNOLO al posto di SARDO, molti di noi non gradiscono la parola. Questo preambolo per parlare del fatto che oggi ci schieriamo da una parte o da un’altra come se fossimo tifosi di una squadra sportiva. Ecco giustificato il titolo dell’articolo. Va tutto bene, ma lo considero deleterio quando l’argomento di cui si dibatte riguarda la salute (COVID per esempio) o il cambiamento climatico. Alcuni fautori dell’opposizione al pensiero unico, che oltre ad  presentare trasmissioni televisive, imperversano in rete, youtube e altri social media, affermano, come ha fatto Nicola Porro giornalista di Rete 4 in un suo video, che sul clima si dicono fesserie, non è stato proprio questo il termine usato. Che altri scienziati, che lui ha contattato hanno smentito le ipotesi più catastrofiche. Salvo poi scoprire che solo il 2% di questi luminari affermano che il clima è sempre stato così con cambiamenti periodici nella vita della terra. Mi domando, allora il 98% restante è composto da ignoranti, imbecilli o hanno un interesse personale magari legati economicamente a qualche azienda privata che li foraggia per affermare che il mondo va a rotoli. Siamo nel pieno delle teorie complottistiche in un senso o nell’altro. Che l’uomo cerchi di manipolare la natura non mi sembra cosa strana. Il Messico ha accusato gli Stati Uniti di controllare gli uragani che nascono nella zona caraibica facendoli perdere forza quando transitano negli U.S.A. salvo riprenderla una volta lasciata la Florida o la California. Sarà. Ricordo che anche in Sardegna si cercava di “coltivare” le nuvole appesantendole con cristalli di ioduro d’argento permettendone così la pioggia in una determinata zona. Non se ne fece più nulla. Ora ci si pone la domanda, l’uomo sta veramente mettendo in crisi la Terra o le ondate di calore ed altri fenomeni estremi sempre più frequenti sono semplici fluttuazioni che rientrano nella normalità? La risposta è semplice, il cima variabile segue ritmi molto diversi da quelli del passato geologico. Cioè variazioni climatiche cicliche ci sono sempre state e con picchi ben più alti rispetto alle previsioni per i prossimi cento/duecento anni, ma mai con un’impennata repentina e drammatica come quella registrata negli ultimo cento anni. Questo rende inequivocabile l’impatto diretto o indiretto dell’uomo sul riscaldamento globale. Questo è quello che dicono  i dati scientifici. Il resto sono solo chiacchiere. Chi nega l’influenza dell’uomo sulle variazioni climatiche afferma che la Terra vive cicli di riscaldamento e raffreddamento e quello attuale è solo uno di questi. Questo è vero ma le variazioni non hanno precedenti per intensità e velocità. E come si può dimostrare tutto questo? Gli scienziati analizzano le rocce ed i ghiacci presenti nell’Artide e nell’Antardide perché intrappolano nel loro interno le sostanze chimiche presenti nel suolo e nell’atmosfera (bollicine di aria imprigionate nel ghiaccio). Così apprendiamo che al tempo dell’estinzione dei dinosauri , 65 milioni di anni fa, la temperatura era 6/8 gradi più di oggi ed un ambiente tropicale dominava le terre emerse. A queste variazioni su scala di milioni di anni si aggiungono quelle del ciclo cosiddetto Milankovic, legati ai moti orbitali della terra nell’arco di migliaia di anni, variazione dell’eccentricità dell’orbita, inclinazione asse terrestre, della precessione degli equinozi (fenomeno dovuto alla precessione dell’asse rotatorio terrestre determinata dall’attrazione del Sole e della Luna sul rigonfiamento equatoriale della Terra per cui gli equinozi e i solstizi ruotano nel cielo e cambiano data; durante un periodo di precessione, circa 25.800 anni, essi anticipano di un giorno ogni 71,6 anni; a ciò si deve la variazione della posizione del polo nord celeste e delle costellazioni visibili in un dato luogo) . Questi fenomeni hanno una ciclicità prevalentemente di 41 mila e 100 mila anni e causano alternanza di periodi glaciali e interglaciali (innalzamento delle temperature medie). Si sovrappongono agli effetti delle variazioni i cicli solari con le radiazioni emesse dalla nostra stella, anche questi studiati con carotaggi nel ghiaccio. Altro impatto sul clima viene determinato dalle correnti oceaniche a loro volta influenzate dalle temperature atmosferiche. Infine anche le eruzioni vulcaniche producono anomalie, i cui effetti sono limitati a pochi mesi o anni. Gli scienziati possono affermare che negli ultimi 2 milioni di anni, le variazioni climatiche hanno seguito il ciclo Milankovic. Negli ultimi 800 mila anni si contano 8 cicli ciascuno composto da un ciclo glaciale (raffreddamento globale) e interglaciale (riscaldamento globale). L’ultimo periodo glaciale si è verificato circa 20 mila anni fa con un incremento delle temperature fino al periodo interglaciale  tra 12 e 10 mila anni fa (Olocene). I dati raccolti ci dicono che negli ultimi 8 mila anni il clima è rimasto piuttosto stabile con variazioni limitate che nulla hanno a che vedere con quelle che si osservano da 100 anni a questa parte, quando si rilevano aumenti di 1,2 gradi in coincidenza con l’incremento del CO2 nell’atmosfera a causa delle attività industriali e inquinanti dell’uomo. Eppure c’è un gruppo di persone, tra le quali qualche scienziato e un paio di Nobel che negano le responsabilità dell’uomo sul cambiamento climatico. Ed invitano i governi a non seguire i protocolli di Kyoto del 1997 che chiedono la riduzione delle emissioni di CO2, ed a non ascoltare i “catastrofisti”. Tra i negazionisti, una novantina di italiani provenienti da vari campi di ricerca che però hanno scarsi legami con la scienza del clima (astronomi, fisica delle particelle, sismologi, oncologi, geomeccanici, cardiologi ma anche tecnici, insegnanti e autori web), che a detta dei fautori del cambiamento climatico, avrebbero prodotto 24 articoli in 10 anni sul fenomeno. Dunque nessuna competenza scientifica e una produzione scientifica irrisoria. E li si accusa di avere una grave responsabilità morale. La comunità scientifica ha messo nero su bianco la situazione con l’ IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change) dell’ O.N.U. Firmando rapporti ogni 5 anni sulla situazione climatica, rapporti che servono ai politici e governi. Nell’ultimo inviato al nostro governo nel marzo 2023, si dice che i cambiamenti climatici sono dovuti all’uomo e che nel 2100 le condizioni saranno simili a quelle della Terra 3 milioni di anni fa. Quindi affermare che l’uomo non sia responsabile è solo un’opinione, dicono gli scienziati preoccupati del cambiamento. Ed invitano i negazionisti a produrre articoli in merito. Od organizzare convegni comuni dove dibattere la faccenda. Affermano che l’uomo non scomparirà e il mondo non sarà invivibile ma sarà differente, creando non solo problemi al clima con temperature superiori a 3 o 4 gradi rispetto ad oggi, ma sopratutto sui sistemi sociali, sulla produzione, sull’agricoltura, sull’economia e sui flussi migratori che diventeranno imponenti. Ci saranno più ondate di calore fino a 10 volte più di oggi e periodi di siccità 4 o 5 volte di più per ogni anno e il mare sarà più alto di un metro, sempre che non collassino le calotte polari. Roma sarà come Tripoli, Londra come Barcellona. Fra un po’ saremo 10 miliardi di abitanti e le persone più povere avranno maggiori difficoltà per mancanza di mezzi per affrontare il cambiamento. Già oggi milioni di persone si stanno spostando da zone come il Bangladesh. Per concludere la causa antropica del riscaldamento globale è innegabile , escluso per i negazionisti, l’aumento del CO2 nell’atmosfera segue incremento delle temperature. L’Accordo di Parigi ribadisce che l’aumento delle temperature rispetto ai livelli preindustriali si fermerà a due gradi e se non facciamo niente a 5 gradi. Non possiamo tornare indietro ma possiamo ridurre l’incremento oltre i due gradi perché questo condannerebbe le future generazioni a vivere in un pianeta ostile.

Guerra nel vicino Oriente. Riflessioni da uomo della strada

di Marco Marini, studioso di geopolitica mediorientale

Qualche tempo fa il responsabile di questa testata mi chiese di scrivere due righe sulla guerra a Gaza. Non lo feci un po’ per problemi personali e un po’ per la delicatezza dell’argomento che non mi avrebbe permesso di essere equilibrato, come richiede lo spirito del giornale. Ma difronte all’evolversi tragico della vicenda iniziata il 7 ottobre 2023 con l’attacco di Hamas contro Israele, non potevo esimermi da esprimere
il mio pensiero. Innanzitutto siamo stanchi di osservare gli attori di questa situazione che sembrano aver perso il senso umano della realtà, questo non vale solo per Netanyahu o Hamas o Khamanei , ma sopratutto per i comprimari di questa “recita”, perdonate il termine. Europa, Stati Uniti e alcuni paesi Arabi. Mi é stato rimproverato di parlare spesso di questo lembo di terra in termini guerreschi. E’ vero, ma
dai racconti biblici ad oggi non si é sentito parlare d’altro. Nella Bibbia si parla del “Dio degli Eserciti” o della distruzione di Gerico e si arriva fino alle varie guerre del Golfo di fine ‘900. Poi la stanchezza si trasforma in nausea quando ripetiamo le stesse cosa da anni, vi invito a rivedere se vi fa piacere i vari articoli su Vicino e Medio Oriente inseriti in questa testata dal settembre 2021. Ho letto l’appello dell’ OFS
d’Italia inserito nelle nostre pagine e quindi bisogna lasciar perdere gli indugi e dire come la pensiamo su ciò che sta accadendo da quelle… anzi no da queste parti visto che il Mediterraneo é poco più che una bacinella d’acqua in questo mondo. Allora ci si può schierare e in queste circostanze ci si deve schierare ma non a favore del Governo di Netanyahu o di Hamas, ma per le vittime innocenti sopratutto bambini e
vecchi e tutte le persone indifese che vivono in quest’area. Di Netanyahu sappiamo che la Corte Suprema israeliana attende di processarlo per vari reati oltre all’accusa di corruzione. Qualche cinico osservatore ritiene che il primo ministro stia allungando la guerra a Gaza anche per sfuggire al giudizio della propria
gente. Di Hamas, forse più deleterio per i palestinesi stessi che per gli avversari israeliani, sarebbe facile definirli GRUPPO TERRORISTICO visto che Israele adotta, a mio avviso, gli stessi metodi. Il movimento é vero che sta perdendo consensi tra la stessa popolazione e l’attacco del 7 ottobre 2023 contro
Israele è, sempre secondo il mio parere, una mossa politica e militare calcolata , le cui conseguenze sono sotto gli occhi del mondo. L’odio verso Israele é aumentato e l’antisemitismo verso gli ebrei ricomincia a farsi sentire, ammesso e non concesso che si sia mai sopito. Hamas ha i suoi nemici anche all’interno di
quella parte della Palestina che risiede in CISGIORDANIA, ricordo, come scritto tempo fa, che nel 2006 alle elezioni per il Parlamento Unico della Palestina, si verificarono degli assassini verso esponenti politici di ambo le parti perpetrati proprio dai palestinesi. In questo lembo di terra importante per le tre
religioni monoteistiche più importanti al mondo, si vuole colpire proprio quella parte della popolazione più debole, i bambini. Si badi bene anche Israele ha visto come vittime i propri bambini, come nella strage di una scuola elementare a Ma’alot nel 1968 o le piccole vittime del 07/10/2023, questo rafforza il senso di frustrazione e permettetemelo, vittimismo di Israele che pensa solo alla vendetta (70 volte 7, biblico)
ma non sento parole di pace o prospettive in tal senso nell’immediato futuro. Gli israeliani dicono “mi proteggi o mi vendichi allora mi stai bene”, anche se questo non porta tranquillità e pace a quella gente.
Sembrerebbe ci sia da parte di questi attori, quasi la volontà di colpire ciò che é più caro nella cultura e nei sentimenti dei due popoli, sembra una visione, mi ripeto, cinica della realtà, colpire dove fa più male.
A Gaza il più grande “carcere del mondo”, la popolazione palestinese come in altre nazioni del cosiddetto terzo mondo si fanno figli perché rappresentano il futuro e la speranza di questa povera gente. Dall’altra parte Israele, vive una condizione simile ad altri paesi del mondo occidentale, si fanno pochi figli e un numero di vittime, anche se esiguo rispetto ai palestinesi, crea molti “problemi”. Mi permetto di
evidenziare un altro aspetto di questa vicenda che va avanti da 77 anni, quando si cerca di far parlare esponenti ebrei o israeliani che vogliono la pace, questi o non li si fa parlare, come é successo a Cagliari con lo scrittore David Grossman, che tra l’altro ha pero un figlio in Libano nel 1982, o Anna Foa, tra parentesi nipote del professor Michele Giua docente di chimica prima presso l’Università di Sassari e
successivamente al Politecnico di Torino, solo perché cerca di mantenere viva la cultura dell’ebraismo non solo italiano ma anche europeo. O Noam Chomsky, docente di linguistica al M.I.T. molto critico verso la politica estera degli U.S.A. E nei confronti di Israele. O quando in un circolo culturale di Cagliari citai Moni Ovadia, ebreo mitteleuropeo che vive in Italia, attore, scrittore e regista, anche egli
critico verso Israele, mi si disse che lui non era ebreo, solo perché esprimeva il dissenso verso la politica di Israele, e al sottoscritto vennero attribuiti pensieri di antisemitismo, nonostante abbia tenuto incontri nelle scuole o in qualche comune vicino a Cagliari sul tema della Shoah e sull’antisemitismo. Nessun vittimismo da parte mia, ma questo é il clima che si respira. Mi domando dove sono i movimenti pacifisti
in Israele, Peace Now (Shalom Achav, Pace Ora) che scendevano in piazza e hanno costretto Menachem Begin, terrorista dell’Irgun, gruppo terroristico ebraico del 1948 e poi primo ministro a firmare la pace con Egitto, accordi di Camp David nel 1978. Oggi vedo la gente che protesta contro l’attuale primo ministro mi sembra, solo per far liberare gli ostaggi ancora in mano ad Hamas, o almeno a farsi restituire i corpi
delle vittime del 07/10/23. Per carità tutto lecito, ma In questa area forse è troppo poco. Si parla di genocidio sia da parte degli avversari di Israele che dei suoi detrattori, ma la Shoah é stata un’operazione organizzata a livello europeo con la collaborazione di molti governi, e perché i vari movimenti di liberazione palestinesi si sono sempre potuti difendere o attaccare lo stato di Israele, e ripeto Hamas ha scientemente sfidato lo stato Sionista conoscendo bene a quali conseguenze si sarebbe arrivati. Ricordo
che proprio Hamas é stata “favorita” da Israele per minare la credibilità di quella parte di palestinesi che faceva riferimento a Arafat. La cui organizzazione é stata accusata di corruzione non solo dall’occidente ma anche dagli stessi palestinesi in Cisgiordania. Mentre Hamas, magari facendo contrabbando con i vicini, Egitto sopratutto ha costruito scuole, ospedali ed una televisione. Di queste opere non ne rimane in
piedi granchè. A parte il fatto che i vari movimenti palestinesi di cui sopra si sono sfidati indebolendo una unità che politicamente oggi avrebbe il suo peso. Come abbiamo scritto in questi anni, Israele con l’apertura di vari fronti , Libano del Sud, Gaza, Siria, vuole colpire il principale nemico dell’area. Ho detto AREA e non solo Israele cioè l’IRAN. E lo sta attuando per fare un “favore” ad un altro attore “occulto”,
ma neanche troppo, L’Arabia Saudita. Gli sciiti, considerati eretici dalla maggioranza sunnita dell’Islam, sono presenti in Libano del Sud, in Iraq, in Siria, e in Iran. Il Khomeinismo che dura dal 1979 ha fatto e fa paura sopratutto all’Arabia Saudita terra del Profeta Muhammad (Maometto). Non per nulla l’Iraq armato
dall’occidente ha svolto una guerra dal 1980 al 1988, contro l’Iran di Khomeini . Si badi bene che Saddam Hussein leader iracheno dopo questa guerra ha chiesto il conto a molti paesi arabi alcuni dei quali si sono rifiutati di “aiutarlo”, tra i quali il Kuwait. Ops ! cosa é successo proprio nel 1988, l’Iraq si é annesso il Kuwait e i suoi giacimenti di petrolio. Allora il democratico Occidente si é inventato che Saddam Hussein
aveva strumenti di distruzione di massa una falsità dimostrata dalla storia ed é intervenuto. Tanto é che Saddam ha finito i suoi giorni sul capestro. Così come é successo a Gheddafi in Libia, altro amico dell’occidente, o a Assad in Siria, anche se questo ultimo é ancora vivo. Mi sembra che anche in questa occasione si accusi l’IRAN di minacce poco credibili da parte dell’occidente. Il Presidente dell AIEA ha
dichiarato di non aver mai affermato che l’Iran stesse producendo la bomba atomica. Valerio Rossi Albertini, fisico e divulgatore scientifico del CNR ha spiegato che il processo di arricchimento dell’uranio 235, non é facile da realizzare, ma lungo e con attrezzature che forse l’IRAN non ha. Basta questo per organizzare una guerra tra occidente e Iran ? Tornando a Israele, questa nazione ha, da tempo, sviluppato
attacchi cibernetici contro le centrali nucleari iraniane. Centrali costruite dallo Shah Rezha Palhavi non da Khomeini. E’ vero che l’Iran ha disdetto gli accordi internazionali sul nucleare, creando preoccupazione all’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) e negli Stati Uniti, ma é pur vero che i paesi
arabi sanno benissimo che il petrolio sta per finire e non potrà essere usato come merce di scambio nelle economie mondiali. Quindi cercano alternative energetiche. E mi si permetta un’altra osservazione, paesi come India, Sud Africa, Pakistan e tutti gli altri paesi occidentali hanno un deterrente nucleare, compreso Israele. Così come la Russia la Cina e la Corea del Nord. Ora se volessi adoperare una bomba atomica non
la produrrei da solo ma la chiederei a qualche “amico”. Attenzione le bombe moderne non sono come quelle lanciate sopra Nagasaki o Hiroshima, é vero che possono pesare sa 4 o 6 tonnellate ma anche da 23 Kg. (cosiddetta a zaino). Con questo non giustifico l’Iran che non segue le regole delle organizzazioni internazionali, che tra parentesi non sono per nulla indipendenti, ma da qui a farsi una bomba casalinga il
passo non é breve. E comunque l’Iran é sempre sotto stretta sorveglianza da parte del mondo. Viene dipinto come IL MALE perchè obbliga le donne a uscire col Burka o l’Hijab o il Chador. Sarà, la morte di Masha Ahmini ha dimostrato che il regime usa ancora un sistema teocratico (la polizia morale) che limita delle libertà, che sarebbe impensabili applicare in occidente. Ma cosa sappiamo di questo MALE? A
Cagliari vivono studenti iraniani alcuni ben integrati nel nostro contesto sociale, molti professionisti in campo medico, se si parla con loro si capisce che ai giovani iraniani non interessa particolarmente il dettame delle regole islamiche, a cui vivendo lì, si devono adeguare. Quello che interessa loro a quanto ne sappiamo é poter lasciare le proprie case e farsi una famiglia propria senza dover dipendere economicamente dalla proprie famiglie d’origine. Non mi sembra tanto rivoluzionario o islamico. Non lo
possono fare perché questa nazione come tante altre nel mondo subiscono le sanzioni da parte dei GIUSTI nel mondo, sopratutto degli occidentali, democratici e spaventati da un integralismo che é presente anche in Europa da parte di certe frange estreme deluse da un mondo, occidentale appunto, e che vedono nelle
loro radici islamiche un significato alla loro vita. Poi non tutti si radicalizzano. Ma chi vive nelle periferie di Parigi o in Belgio non accettano serenamente la loro occidentalizzazione. Poi permettetemi un’altra riflessione già evidenziata un un altro scritto, abbiamo riconsegnato ai talebani, che vuol dire studenti,
l’Afganistan, con le loro regole tribali secolari. Quindi come risultato del nostro intervento “democratico” cosa abbiamo ottenuto? Giudicate voi. Lo stesso vale per il centro Africa nella zona Sahariana dove l’ex Colonizzatrice Francia ha abbandonato nazioni come Mali, Niger etc ai regimi totalitari islamici.
Attenzione l’ISIS (Stato Islamico di Siria e Iraq) non é stato sconfitto. E poi cosa vogliamo insegnare noi occidentali in tema di libertà individuali o della condizione femminile, femminicidi, uxoricidi e infanticidi. La nausea continua quando i telegiornali elencano statisticamente il numero delle vittime a Gaza come in Israele o in Iran, dove imperversano gli esperti di strategie di guerra felici di essere
intervistati, che parlano di queste guerre come se stessero spiegando le regole del RISIKO. O quelli come Antonio Caprarica ex inviato RAI in Gran Bretagna che spiegava quali sono stati i risultati dell’intervento occidentale in nord Africa e nel vicino oriente, lasciando il caos in quelle zone e accusato da Mario Sechi, ex direttore AGI (Agenzia Giornalistica Italiana) ex Capo Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio
(Meloni) ed attualmente direttore responsabile del quotidiano Libero, di fare ragionamenti che hanno portato alla ascesa del nazismo perchè non si é intervenuti in tempo per fermare le dittature. Quindi secondo lui noi democratici occidentali dobbiamo far fuori i dittatori comunque. Ma questo a favore di chi? Dei popoli che vivono queste dittature o a favore nostro che non facciamo dei buoni affari in queste
zone ? Trump ha agito come nessun presidente degli Stati Uniti ha mai fatto prima. Ne Reagan ne Bush padre e figlio che non erano certo delle colombe, ma in genere i Repubblicani si sono interessati più di politica interna che estera e in genere facevano finire le guerre iniziate magari dai Democratici U.S.A. Una su tutte Il Vietnam iniziato da Kennedy (democratico) e finita con Nixon (repubblicano). Dopo l’attacco di Trump all’Iran si tira un sospiro di sollievo perchè le centrali nucleari iraniane non hanno rilasciato prodotti radioattivi. Meno male vero? Nessuno dice che il mondo non era d’accordo su questo intervento ed anche nel governo U.S.A. Qualcuno era contrario, vedasi le dichiarazioni di Vance vicepresidente che auspicava di non essere coinvolti in questa guerra. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna già dopo l’attacco di Hamas dell’ottobre 2023 con i loro mezzi navali schierati nel Mediterraneo e nel Golfo Persico hanno cercato di intercettare i missili che provenivano dallo Yemen (Huthi, gruppo armato sciita sostenuto dall’Iran) o dal Libano meridionale (hezbollah, altro gruppo sciita). Di fatto quindi l’occidente è già intervenuto in questo conflitto. Mi sfugge lo scopo di tutto questo, l’ho ammetto, anche perchè al BRIC (raggruppamento economico dei paesi emergenti Brasile, Russia, India e Cina si è aggiunto nel 2024 il Sudafrica (ora si chiama BRICS), Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, lo stesso Iran e l’Indonesia. Quindi l’asse economico mondiale si è spostato verso l’Asia. Alcune note, l’India è il paese più popolato al mondo, anche più della Cina e l’Indonesia è il paese più islamico al mondo con oltre 600 milioni di fedeli ad Allah e Maometto. Cioè quasi quanto U.S.A. ed Europa messi insieme. Mi hanno riferito e devo verificare un’affermazione di un politico italiano che avrebbe detto che non si può discutere di un qualcosa che non esiste, riferito alla Palestina. Ma allora le decisioni dell’ONU del 1948 non contano ? Ma c’é un altro punto che abbiamo evidenziato più volte. Alla fine della Prima Guerra Mondiale allo smantellamento dell’Impero Ottomano si pensava ad uno Stato Ebraico ed uno Palestinese nel vicino Oriente. Ma nessuno ricorda che si era deciso di creare una Patria anche per i Curdi presenti ora in Turchia, Iran, Iraq, Siria, Armenia, Azerbaigian, e Afghanistan quindi sul più grande giacimento petrolifero del mondo. Pensate che otterranno mai la loro indipendenza stabilita più di un secolo fa? Diceva Willy Brandt, cancelliere della Germania Ovest, “ Finché esiste la fame, la pace non può prevalere”. Allora non voglio che qualcuno decida per me in queste circostanze così tragiche e violente. San Francesco si fece “pellegrino in Terra Santa per offrire pace in luogo della spada “. Meditiamo Gente, meditiamo.

‘Europe Matters’. Il summit Nato dell’Aia: l’Europa sarà pronta a farsi carico della propria difesa?

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e New York

 Il segretario generale della Nato Mark Rutte mentre il personale gli mostra la sala dove verrà scattata la foto ufficiale del vertice Nato al World Forum il 23 giugno 2025 all’Aia (Getty Images)

Oggi si apre il vertice Nato all’Aia. Apparentemente può sembrare un summit in tono minore perché rispetto alle edizioni degli anni passati ci sarà un’unica sessione di due ore e mezza (così da programma ma è probabile che durerà di più viste le questioni sul tavolo) con i leader dei 32 Paesi dell’Alleanza Atlantica e si svolgerà domattina. La scelta del segretario generale Mark Rutte, al suo primo vertice, non è casuale: l’obiettivo è ridurre le occasioni di frizione se non di scontro con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Già al G7 in Canada Trump se n’è andato un giorno prima. E al vertice del 2018 minacciò di ritirare gli Stati Uniti dalla Nato. Meglio cercare di evitare i colpi di scena visto che i motivi di tensione con gli alleati sono numerosi: si va dalla guerra commerciale globale scatenata da Washington al sostegno all’Ucraina, passando dal nuovo conflitto in Iran. 

Ci sono sensibilità diverse all’interno della Nato sul conflitto tra Israele e l’Iran, ora con il coinvolgimento anche degli Stati Uniti. Per Rutte l’attacco degli Usa ai reattori nucleari iraniani «non costituisce una violazione del diritto internazionale». Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è schierato con l’Iran. La Germania continua a difendere Israele. I Baltici vedono nell’Iran un alleato della Russia nella guerra in Ucraina. Francia, Germania e Regno Unito, ma anche l’Italia, cercano di tenere i canali diplomatici aperti cin Teheran.

Secondo diversi osservatori questo vertice Nato sarà probabilmente uno degli incontri più significativi nella storia dell’Alleanza perché affronterà la questione di quanto gli europei siano disposti a investire nella propria sicurezza e per quanto tempo e fino a che punto gli Stati Uniti rimarranno impegnati nella Nato. È dai tempi di Obama che gli Usa chiedono agli europei maggiori investimenti in difesa. Il target del 2% era stato deciso nel 2014 durante il summit in Galles in risposta all’annessione illegale della Crimea da parte della Russia e nel contesto di una più ampia instabilità in Medio Oriente. L’impegno prevedeva di raggiungere il target entro il 2024 ma solo quest’anno i Paesi ci riusciranno e alcuni lo supereranno. 

La nuova intesa raggiunta tra i Paesi dell’Alleanza che sarà siglata domani dai leader prevede che entro il 2035 i Paesi della Nato dovrebbero spendere per la difesa il 5% del Pil, passando dal 2% al 3,5% per le la difesa classica, a cui va aggiunto un 1,5% per le infrastrutture, come l’adattamento di strade e ponti per i veicoli militari, e la sicurezza informatica. È inoltre prevista una revisione dell’obiettivo nel 2029. Non è stato un accordo facile. Il presidente Trump ha imposto il target e il segretario generale Rutte ha trovato la formula del 3,5%+1,5% per rendere il 5% digeribile ai membri. Ma anche così non sono mancati problemi.

Giovedì la Spagna in una lettera aveva definito «irrazionale» il nuovo target bloccando la dichiarazione finale del vertice che per essere adottata richiede l’unanimità. La mediazione del segretario generale Mark Rutte con il premier spagnolo Pedro Sánchez ha portato a una svolta sabato sera. Una formula sufficientemente ambigua, con lievi modifiche alla dichiarazione finale, ha consentito a Madrid di accettare il testo senza rischiare la tenuta del governo. La dichiarazione emendata è stata distribuita domenica ai Paesi membri dell’Alleanza. L’ultima bozza, approvata alle 17.30 — spiegano fonti Nato — dice che i «Paesi alleati si impegnano» (al posto di «noi ci impegniamo», che avrebbe vincolato anche la Spagna) ad allocare annualmente almeno il 3,5% del Pil sulla base di una definizione concordata delle spese Nato per la difesa entro il 2035 «per finanziare i requisiti per la difesa tradizionale e per raggiungere gli obiettivi di capacità della Nato». Nella «e» si gioca la seconda parte dell’ambiguità: viene mantenuta aperta una finestra per i Paesi che saranno in grado di raggiungere gli obiettivi di capacità militare previsti pur restando sotto il 3,5% del Pil.

Dunque la percentuale di spesa per la difesa è svincolata dal rispetto degli obiettivi di capacità militare. Madrid accetta di rispettare gli obiettivi approvati dai ministri della Difesa della Nato lo scorso 6 giugno per il periodo 2026-2029, ma ritiene che per raggiungerli le basti investire il 2,1% del suo Pil. Le sfumature della dichiarazione finale sono tali che Rutte e Sánchez si sono scambiati delle lettere per chiarirne l’interpretazione e fugare possibili dubbi. «Rispettiamo pienamente il legittimo desiderio di altri Paesi di aumentare i propri investimenti nella difesa, ma noi non lo faremo» perché «sproporzionato e inutile» e incompatibile con il mantenimento del welfare, ha detto ieri Sánchez in un discorso alla tv spagnola, rassicurando così l’alleato di governo Sumar. La vicepremier Yolanda Diaz, che ne è l’esponente di punta, aveva dichiarato due giorni fa: «Rispondiamo a Trump che siamo sovrani e non faremo quello che lui vuole che facciamo. Non accetteremo che gli Usa ci diano lezioni». Il presidente Usa aveva detto che «la Spagna è famosa per il suo basso contributo» e che «deve pagare quanto tutti gli altri». Tuttavia per Trump gli Stati Uniti non dovrebbero raggiungere il nuovo target del 5%. La pressione su Madrid è stata notevole, isolata all’interno della Nato. Washington aveva anche ventilato l’ipotesi che Trump non sarebbe nemmeno partito alla volta del vertice senza un consenso preventivo sulla dichiarazione finale.

La soluzione trovata ha però scontentato alcuni Alleati. Il ministro degli Esteri belga Maxime Prevot ha detto che il suo governo ha chiesto la «massima flessibilità» sul raggiungimento dell’obiettivo del 5% del Pil speso in difesa entro il 2035, in quanto «fuori dalla portata» del Paese. E il premier slovacco Robert Fico ha annunciato di voler seguire l’esempio della Spagna e raggiungere gli obiettivi di capacità per la difesa fissati per il proprio Paese senza portare la spesa militare al 5% del Pil. Il ministro della Difesa polacco Władysław Kosiniak-Kamysz, che è anche vice primo ministro, ha dichiarato al Financial Times che «qualsiasi deroga per la Spagna è ingiustificata» e ha aggiunto che «tutti gli Stati dovrebbero farsi carico congiuntamente dell’onere dell’alleanza»: «Fare eccezioni è dannoso per l’unità dell’Alleanza e sono favorevole a raggiungere il 5% il prima possibile». La Polonia già quest’anno spenderà il 4,7% del Pil in difesa, ponendola in testa alla classifica di chi investe di più in sicurezza. Ha tentato ieri di fare chiarezza il segretario generale Rutte, spiegando che «la Nato non ha alcuna clausola di rinuncia e non conosce accordi collaterali e sottobanco». 

Resta il problema di fondo che queste polemiche fanno emergere: gli Stati europei sono pronti a farsi carico della propria difesa? È un dibattito che nei diversi Paesi Ue andrebbe approfondito, ma specie in quelli lontani dal confine orientale si glissa. L’Europa dipende quasi interamente sugli Stati Uniti per i cosiddetti facilitatori strategici: capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione, velivoli da trasporto pesante per spostare armi con breve preavviso, risorse spaziali e operazioni di comando e controllo. La loro sostituzione non avverrà dall’oggi al domani e richiederà ingenti investimenti. I facilitatori strategici potrebbero essere anche la risposta concreta a chi chiede debito comune per finanziare la difesa Ue. Il mondo come lo conoscevamo, ripete di continuo la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, non esiste più. Quanto i 23 Paesi Ue che sono membri della Nato lo abbiamo capito lo si vedrà in questo summit.


  

Per una transizione ecologica rapida, democratica e sarda

di Oleandro Iannone

Con questo articolo si riprende il tema, tanto sentito in Sardegna ma con anche ampia risonanza nazionale, della necessaria transizione alle fonti rinnovabili e della, altrettanto necessaria, tutela del paesaggio. Oleandro Iannone presenta una proposta che non lascia spazio alla demagogia ma si propone di avviare la transione, ormai improcrastinabile, in forma partecipata e responsabile

Quando ci ritroviamo nella condizione di dover fare una scelta per il futuro, che scelta fare quando ci sembra che l’unica opzione possa peggiorare la già critica situazione del presente? Questo probabilmente è qualcosa a cui, in quanto abitanti della Sardegna, abbiamo pensato negli ultimi tempi, relativamente alla questione della transizione energetica nella nostra terra: continuare a usare il fossile o subire una speculazione rinnovabile?

ReTES – Retza pro sa Transitzione Ecològica Sarda- è una rete che comprende persone che si occupano di ricerca e attivismo, persone esperte e non, che “credono in un futuro più verde e partecipato, in cui la transizione ecologica sia guidata da princìpi di equità e rispetto per il territorio”. Questa è quindi formata da persone dalle opinioni e sensibilità diverse, che si uniscono con l’obiettivo di “espandersi in maniera orizzontale, inclusiva e plurale, nutrendosi delle differenze e crescendo attraverso un dialogo”. 

ReTES offre una prospettiva che permette di oltrepassare il binarismo che da una parte mostra la conservazione di un presente insostenibile e dall’altra un futuro buio, proponendo l’uso della democrazia per costruire insieme una transizione ecologica tecnicamente efficace e socialmente giusta.

Il 31 maggio presso Spazio Mesu, un’associazione ecologista, bottega e ciclofficina situata nel quartiere di Villanova a Cagliari, è avvenuto l’incontro “Speculazioni Rinnovabili e Lotte Contaminate” con ReTES, che ha presentato il proprio manifesto e ha aperto un dialogo, partendo da degli interventi di alcune delle persone attiviste di ReTES, sulla realizzazione della transizione ecologica ai tempi del programma ReArm Europe.

ReTES nasce tra l’Ottobre e il Novembre 2024, con l’ambizione di unire più realtà in maniera intersezionale nel ridare centralità alla crisi climatica e sentendo l’urgenza di portare un cambiamento nel dibattito politico nel contesto della transizione ecologica in Sardegna.

La Sardegna, spiega ReTES, come altri luoghi situati in un mediterraneo in via di tropicalizzazione, subisce l’impatto del cambiamento climatico. Nell’alternarsi di siccità e alluvioni è impossibile non riconoscere effetti quali: intere aree a rischio di desertificazione, incendi che diventano incontrollabili e il rendimento dei raccolti in calo.

Questa continua esplicitando che sono le classi più povere a essere le più colpite, le persone che vivono in zone maggiormente a rischio o lavorano in contesti più esposti subiscono prima e con più forza gli effetti della crisi climatica.

Sostiene allora che lo stesso sistema capitalista che impone alle persone questa condizione, nel voler incitare l’ideologia della crescita infinita, è protagonista del riscaldamento globale, causato dall’emissione del gas effetto serra, che viene prodotto dalla combustione di fonti d’energia fossili.

Per ReTES negare quindi la crisi climatica significa voler mantenere lo status quo, perpetuando i privilegi di una parte di popolazione sull’altra. Per questo ritiene necessario politicizzare la crisi ambientale, ribadendo il nesso tra cambiamento climatico, modello di sviluppo e gestione della natura, ed è per questo che richiede la giustizia climatica, che “intreccia la necessità della transizione ecologica con la democrazia”.

Propone quindi una transizione energetica che “punta a invertire il modello fossile della crescita infinita” usando le principali tecnologie attualmente disponibili che permettano un’efficiente produzione energetica: pale eoliche, pannelli fotovoltaici e termoelettrici. “Queste sono scalabili, hanno basse emissioni di gas serra, costi ridotti e possono azzerare quasi completamente la dipendenza da fonti limitate o assenti sul territorio”, così commenta.

L’installazione e la gestione degli impianti, secondo ReTES, deve essere pubblica e finanziata al bene comune, ci devono essere regole chiave sullo smaltimento di questi e ci devono essere giuste ricompense per le comunità che li ospitano.

Questa ritiene che decarbonizzare sia un diritto da rivendicare per noi stessi, perché le emissioni della combustione delle fonti fossili nuocciono alla salute, e che sia anche una responsabilità che abbiamo in quanto Occidente, “perché è nostro dovere ridurre le emissioni prima del resto del mondo, più povero, con meno risorse e che si è industrializzato dopo o che non lo ha fatto”.

Procede dicendo che l’obiettivo però non è esclusivamente la decarbonizzazione: la transizione energetica è parte del processo di transizione ecologica. Oltre a passare dal fossile al rinnovabile per ReTES è necessario attuare cambiamenti strutturali nell’ambito dell’economia, dell’agricoltura, nei trasporti e nella relazione tra società e ambiente.

“Non serve solo chiedersi quanta energia serva ma anche per cosa la vogliamo usare”: ridurre i consumi, spostarsi con il trasporto pubblico invece che con l’auto privata, investire sull’efficientamento energetico e ridurre agricoltura e allevamenti intensivi sono alcune strategie che ReTES considera utili.

Se la transizione energetica è un passaggio necessario, è necessario anche subire la speculazione? ReTES crede che il problema della speculazione energetica si presenti nel momento in cui la transizione ecologica viene realizzata per il profitto dei privati senza tenere conto del bene comune. Tale caratteristica secondo questa non è esclusiva della transizione alle energie rinnovabili. Opporsi alla transizione energetica perché soggetta a manovre speculative e senza che ci siano alternative concrete porta comunque a una situazione dove la speculazione è presente, ma senza transizione.

Il movimento contro la speculazione energetica è visto da ReTES come una rappresentazione di espressione democratica in una terra in cui la partecipazione è spesso stata minima, per disillusione o repressione.

ReTES evidenzia come la transizione energetica deve essere un processo a cui partecipino le comunità, altrimenti questa verrà vista come un sacrificio, e non come un’opportunità. se la transizione ecologica è governata nell’interesse popolare e richiede ad ogni persona sacrifici proporzionali ai propri privilegi può “essere un’occasione di riscatto rispetto a un modello economico e sociale che ha prodotto povertà e sfruttamento”. “Si dovrebbe investire su ricerca pubblica per le rinnovabili e ci si dovrebbe imporre perché gli utili derivanti dalla transizione vengano reimpiegati nelle scuole, nei trasporti e nella sanità della Sardegna”, dichiara ReTES .

Un problema che sottolinea è quello della disinformazione, che usa a proprio vantaggio il mito della Sardegna incontaminata, questo mito viene smentito per via della militarizzazione, abbandono e speculazione turistica che l’isola subisce. 

Per questa “pensare che bloccare pannelli fotovoltaici e pale eoliche tuteli in qualche misura il paesaggio significa trascurare le vere minacce e violenze a cui la Sardegna è soggetta”. Aggiunge che “nessun impianto verrebbe costruito sopra dei nuraghi, oltre al fatto che le pale e i pannelli sono preferibili a una centrale a carbone”.

 La disinformazione secondo ReTES nasconde interessi specifici, fa quindi l’esempio dell’Unione Sarda, affermando che dietro all’appoggio ai comitati questa mira a “riportare in auge la metanizzazione”. Va considerato, secondo ReTES, anche che “la strumentalizzazione e la falsità accorciano la vita dei processi partecipativi”.

Inoltre ReTES fa notare che nel contesto contemporaneo non si sta investendo sulla transizione, ma sul riarmo. Questa puntualizza che la guerra è incompatibile con la transizione ecologica: “la promozione del regime di guerra come stato mentale fa in modo che gli altri problemi passino in secondo piano e la produzione di armi e la guerra producono emissioni di gas effetto serra. Più emissioni ci sono più nascono conflitti ambientali, questo porta a più migrazioni e più guerre locali, che di conseguenza producono emissioni”.

Per la complessità del tema ReTES riconosce di non poter essere in possesso di soluzioni perfette, si pone però lo scopo di riordinare il discorso sulla questione, partendo dall’urgenza di mitigare la crisi ecologica. Fa presente che serviranno momenti di confronto e studio e che “non c’è prospettiva di cambiamento o di autogoverno in una terra colpita da eventi climatici estremi”.

Per ReTES è necessario concludere dicendo che non siamo condannati a scegliere tra il male e la conservazione del presente, nonostante questo sia ciò che decenni di calo del benessere e sconfitte ci portino a pensare. “Lo spazio per una transizione rapida e giusta, seria e democratica, totale e sarda c’è”. Noi dobbiamo esigerlo.

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