‘ Europe matters ‘ . Ora gli europei temono che Trump si sfili dalla mediazione per l’Ucraina

di Francesca Basso e Viviana Mazza, per il ‘Corriere della Sera’

Benvenuti alla newsletter ‘Europe Matters’, che ci terrà compagnia settimanalmente: un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del ‘Corriere della Sera’ da Bruxelles e New York.

Putin e Trump

Donald Trump e Vladimir Putin hanno parlato al telefono per oltre due ore  ieri mattina: era la loro terza telefonata dall’insediamento del presidente americano a fine gennaio. Amichevoli i toni:  «Trump ha detto: “Vladimir, puoi alzare il telefono e chiamarmi in qualsiasi momento, sarò felice di rispondere e di parlare con te», come ha riferito un consigliere del presidente russo.  Putin si è complimentato con Trump  per la nascita del suo undicesimo nipotino, figlio della sua quarta figlia, Tiffany. Ma nonostante le descrizioni positive della telefonata  («eccellente» ha scritto Trump; «molto informativa e molto franca» secondo Putin),  una soluzione alla guerra in Ucraina non sembra vicina.

«La Russia e l’Ucraina inizieranno immediatamente i negoziati verso un cessate il fuoco e — cosa più importante — per porre FINE alla guerra», ha scritto Trump sul social «Truth».   Le parole di Putin sono state tuttavia più caute: non  ha segnalato una svolta nella posizione russa, né l’adesione ad una tregua di 30 giorni.  Mosca  — ha detto il presidente russo ai giornalisti — «proporrà ed è pronta a lavorare con la parte ucraina su un memorandum a proposito del futuro accordo di pace determinando  una serie di posizioni, come per esempio, i principi di ricomposizione, i tempi di una   eventuale  conclusione dell’accordo di pace eccetera, compreso anche un possibile cessate il fuoco per un determinato periodo, in caso del raggiungimento delle rispettive intese». Ma Putin ha ribadito che  «la posizione della Russia, in generale, è chiara: l’essenziale per noi è eliminare le cause prime di questa crisi» (parole in cui gli europei leggono la volontà del Cremlino di riportare  l’Ucraina nella sfera di influenza russa).   Il portavoce del Cremlino Peskov aveva detto già prima della telefonata, d’altronde,  che — per porre fine alla guerra — sarà necessario «un lavoro accurato e possibilmente prolungato». 

La mediazione

«Le condizioni verranno negoziate tra le due parti, perché è l’unico modo: solo loro conoscono i dettagli di un negoziato di cui nessun altro è consapevole», scrive Trump sul suo social Truth. E alcuni vi leggono la possibile rinuncia al ruolo di mediatore tra Russia e Ucraina;  altri osservano però che questa verrebbe vista come una sconfitta del presidente americano.  D’altronde, tornando a Washington da Roma,  il vicepresidente J.D. Vance ha detto che gli Stati Uniti sono «più che aperti ad abbandonare» i negoziati, in assenza di risultati. Vance ha affermato che il tentativo di risolvere il conflitto è arrivato ad uno «stallo» e ha suggerito che il presidente russo non abbia «una vera strategia per uscirne» visto che ha «un milione di uomini in armi» e  ha riconfigurato l’intera economia intorno alo sforzo bellico.  Perciò la telefonata tra Trump e Putin mirava a capire se quest’ultimo è «serio»  nel voler cercare un accordo, ha spiegato il vicepresidente americano;  ma se non lo è, «alla fine dovremo dire: “Questa non è la nostra guerra, è la guerra di Joe Biden, di Vladimir Putin, non la nostra”».

Trump di certo è «sempre più frustrato con entrambe le parti del conflitto», ha detto  la sua portavoce Karoline Leavitt prima della telefonata. E il suo obiettivo era  «vedere il cessate il fuoco», che però ieri non si è materializzato. 

Le sanzioni

    I leader di Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia avevano parlato con Trump domenica sera, prima della  telefonata.  Subito dopo, il presidente americano ha chiamato Ursula von Der Leyen, Giorgia Meloni, il cancelliere tedesco Merz, il francese Macron e il finlandese Stubb oltre a Zelensky.  Gli europei intendono rafforzare le sanzioni, visto che la telefonata non ha portato alla tregua, secondo un portavoce di Merz. In un’intervista, ieri,   il segretario del Tesoro Scott Bessent  non ha escluso ulteriori sanzioni contro la Russia, se Putin non negozia in buona fede. Anche Trump ha minacciato sanzioni nei giorni scorsi.  Ma  nell’ultimo resoconto del presidente americano sul social Truth ieri si ripeteva solo  l’offerta di scambi commerciali «su larga scala» e potenzialmente «illimitati» tra Stati Uniti e Russia, di cui anche l’Ucraina potrebbe beneficiare: una conferma della fiducia nella diplomazia del commercio, anche se con Putin finora non ha portato risultati.

Il Vaticano

Trump ha osservato che il Vaticano è «molto interessato»  a ospitare i negoziati, un’offerta accolta positivamente anche dagli altri leader europei e da Zelensky. «L’Italia è pronta a fare la sua parte per facilitare i contatti e lavorare per la pace», ha detto in una nota la premier Meloni.  Il presidente ucraino si è detto pronto a studiare l’offerta russa, ma ha anche chiesto a Trump nuove sanzioni contro i settori bancario ed energetico russi. E gli ha chiesto  di «non prendere decisioni senza di noi»: oltre al timore che Trump si sfili come mediatore, c’è quello opposto che possa accettare tutte le richieste di Putin pur di porre fine al conflitto. 

Si ringrazia il ‘Corriere della Sera’, titolare di tutti i diritti, a cui si rimanda per l’iscrizione alla newsletter

Dazi U.S.A. e vini sardi, parlano le cantine “Argiolas”

di Nicola Altea

Vigneti ben curati, terreni dalla florida vegetazione, campi animati dall’operoso lavoro di contadini e pastori. Il paesaggio, con i suoi colori caldi e i suoi profumi intensi, porta visibili i segni di una radicata  tradizione agro-pastorale. Siamo nel Parteolla, ridente regione storico-economica del Basso Campidano, non  molto lontana da Cagliari. Dalle vigne e dagli oliveti di questa zona provengono ottimo vino e olio; nei caseifici del posto si produce buon formaggio. Anche qui, tra i piccoli ma prosperi centri di Dolianova, Serdiana, Donori, Barrali, Soleminis e Settimo S. Pietro, l’economia sarda “paga dazio” – è il caso di dirlo – per la nuova politica economica trumpiana.  

Lo sanno bene le “Cantine Argiolas” di Serdiana, una tra le più prestigiose realtà vinicole della Sardegna e che proprio negli U.S.A. ha un importante mercato di esportazione. La direttrice marketing e comunicazione, Valentina Argiolas, ci accoglie nei locali della sua azienda, fondata con sacrificio dal nonno Antonio agli inizi del secolo scorso e diventata presto famosa nel mondo. Mentre camminiamo avvolti dall’intenso e piacevole profumo del vino e dal fragore delle tante macchine aziendali, i nuovi dazi americani sembrano lontani, ma – come ci spiega la responsabile – in realtà Sardegna e Stati Uniti non sono mai stati così vicini.  

Valentina, quali sono le ripercussioni dei dazi statunitensi sulle esportazioni della vostra azienda? 

Gli effetti sulle nostre importazioni di vini sono stati immediati, dalla sera alla mattina. Dopo l’annuncio  giunto in serata dell’introduzione dei nuovi dazi, una partita importante dei nostri vini diretta negli U.S.A. è  rimasta bloccata nel porto di Livorno, da dove partono le esportazioni per l’America. I distributori americani che fanno capo all’importatore italiano hanno infatti emanato una circolare in cui hanno dichiarato che, a  fronte dei nuovi dazi, non avrebbero accettato alcun aumento dei prezzi. Il disagio è stato notevole e per venti  giorni i nostri vini sono rimasti bloccati in Toscana. Ora fortunatamente la situazione si è sbloccata. 

Con quali misure la sua azienda sta fronteggiando la situazione?  

A metà aprile c’è stata una riunione tra i produttori e si è trovato un accordo. Per mantenere i numeri previsti all’inizio di dicembre occorre per il momento che sia il produttore ad assorbire il dazio per non gravare sul prezzo finale della merce. In particolare, dobbiamo farci carico noi del 10% del dazio, non su tutti i vini ma almeno su quelli su cui ci si è accordati perché hanno una quotazione maggiore (sul Turriga per esempio no, sul Costamolino sì). Tale soluzione durerà fino al 9 giugno, ma in queste condizioni è impossibile fare una programmazione precisa. 

Sono ben note le difficoltà che le esportazioni sarde incontrano quotidianamente a causa dell’insularità.  Ora si sono aggiunti i nuovi dazi americani. Quale impatto ha sulla sua azienda il combinato di questi due elementi? 

Le nostre merci sono già più care a causa dei costi di trasporto: l’azienda deve farsi carico delle spese dei vini in transito verso il porto di Livorno, da dove verranno poi distribuiti nei mercati esteri. A ciò si aggiunge lo svantaggio ulteriore dei tre giorni di tempo necessari perché le merci attraversino il mare. Qualche anno  fa era possibile far partire direttamente dal porto di Cagliari i container alla volta dell’America, anche se solo  fino al New Jersey, da dove però i distributori riuscivano a far arrivare il vino anche in altri Stati. Oggi non esistono  più container in partenza direttamente dal capoluogo sardo e questo è per noi un aggravio non da poco, che va a sommarsi all’impatto dei dazi.  

In una recente intervista ha dichiarato che il vino è sempre più oggetto di demonizzazione.  

Esatto. Si è fatto circolare con sempre più insistenza il messaggio che il vino nuoccia alla salute per la presenza di alcol e zuccheri. È assurdo parlare in questi termini di una bevanda che si consuma da millenni, ma evidentemente si vuole speculare anche su questo. Fortunatamente l’emergenza dazi ha fatto rientrare  questa narrazione, ma resta il fatto che, proprio negli U.S.A., si tende a prediligere una dieta con bevande no alcol o low alcol, che in realtà non sono vini ma bevande a base di uva, ottenute spesso con processi chimici che nulla hanno a che vedere con il processo naturale di produzione del vino.  

Su quali altri mercati esteri si può puntare per tamponare gli effetti dei dazi americani? 

Non vi sono molte altre alternative. Il mercato statunitense consente alle nostre esportazioni numeri che non sono raggiungibili in altri mercati. Del resto molti altri Stati sono in difficoltà: la Germania è in crisi, il Giappone  ugualmente a causa della svalutazione dello yen, il mercato cinese non è affidabile. Siamo tutti nella stessa barca. L’Italia, dal canto suo, è un mercato già saturo.  

Quali previsioni è possibile fare per le esportazioni dei nostri vini? 

Al momento nessuna. Se a fine anno si riuscisse a chiudere con gli stessi risultati dello scorso anno, saremmo stati già molto bravi. Regna l’incertezza. Ancor prima dell’introduzione dei nuovi dazi il settore registrava una certa crisi, con un calo del 15%. Se non si riprende la Germania, che è il primo mercato del comparto dopo quello italiano, le difficoltà persisteranno. E gli effetti del periodo Covid non sono stati ancora superati. È certo, però, che tutta l’Europa debba farsi sentire presto con forza.

Il racconto del Cagliari: una trama bellissima,  in una scenografia meravigliosa

di Daniele Madau

Foto da ‘La Provincia di Verona ‘

Unipol Domus, ore 20.45/  XXXVII giornata serie ACagliariVenezia: 3-0 (11mo Mina; 41mo Piccoli;71mo Deiola)

CAGLIARI (3-5-2): Caprile; Zappa, Mina, Luperto; Zortea (85mo Pintus), Adopo (85mo Viola), Makoumbou 73mo Prati), Deiola (73mo Marin), Augello; Piccoli, Luvumbo( 65mo Gaetano). Allenatore: Davide Nicola.

VENEZIA (3-5-2): Radu; Schingtienne (70mo Zampano)Idzes, Candé; Zerbin, Kike Pérez Dumbia’ 73mo), Nicolussi Caviglia, Busio, Ellertsson (Haps 70mo); Yeboah (Maric 70mo) Oristanio (31mo Gytkjaer). Allenatore: Eusebio Di Francesco.

ARBITRO: Luca Pairetto della sezione AIA di Nichelino

1° ASSISTENTE: Imperiale

2° ASSISTENTE: Cecconi

QUARTO UOMO: Feliciani

VAR: Meraviglia

Spettatori: 16.170

Gli spettacoli migliori, quelli da record di repliche, iniziano dalla scenografia. Quella dell’Unipol di questa sera è,  come si suol dire-abusando sull’enfasi- da ‘brividi’. L’affetto del pubblico si percepisce insieme alla brezza di questa primavera ed è carburante per i motori del Cagliari in questo ultimo giro di corsa in casa. Luvumbo spazia da una fascia all’altra e crea subito apprensione ai lagunari, il Venezia sembra stordito. All’undicesimo, punizione di Augello, Mina sembra Pele’ – nello stacco- nella finale del ’70 e l’1-0 è il miglior inizio di spettacolo che si potesse attendere. Il primo atto promette una trama meravigliosa.

In ogni favola, però,  lo sappiamo,  c’è sempre l’antagonista, da sconfiggere alla fine: ecco, allora, Busio che, dal limite dell’aria cagliaritana, tira alto. Il Venezia prende campo, ma il protagonista è il Cagliari.  Verticale Augello- Luvumbo sulla sinistra, servizio rasoterra per Piccoli che, davanti alla porta, non trova la deviazione vincente. Yeboh replica, ma è sempre alto.

Al 36mo sempre Busio e sempre alto. La trama dello spettacolo si ingarbuglia, la lotta si accende, la tensione continua. E, da regole della narrativa, non può mancare la suspance: colpo di testa di Piccoli al 40mo e miracolo di Radu. Sul calcio d’angolo, ancora testa di Piccoli: gol annullato, e, dopo che si avvertivano i respiri trattenuti dei tifosi,  convalidato dal Var. Si alza il volume del tifo, si respira salvezza, insieme all’aria di mare.

II atto. L’antagonista tenta il tutto per tutto, ma è stordito. Il protagonista, quasi eroe, controlla con autorevolezza: con gli anticipi di Zortea, le progressioni di Augello, Luvumbo, e poi Zappa, i tentativi di Piccoli e il tifo dei piccoli aiutanti dell’eroe, la curva Futura.

Si entra negli ultimi 25 minuti, che valgono la fatica, il sudore e le gioie di un’intera stagione. Parte integrante di una favola è l’elemento magico, eccolo: scambio di prima-compreso un colpo di tacco- sul vertice sinistro dell’area e ‘tiro a giro’ di Deiola, un principe svelato. E pensando anche che il primo gol è arrivato all’undicesimo, come il numero di maglia di Riva, ormai ci sono tutti gli elementi per una trama da favola in una scenografia bellissima.  E la favola si chiama Serie A, da vivere ancora.

‘Europe matters’ . Il sogno americano non incanta più (per ora)

di Francesca Basso e Viviana Mazza

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (Ap)

Anche il fascino a un certo punto finisce. Gli Stati Uniti per decenni hanno suscitato sentimenti complessi di amore e odio, per quell’attrazione repulsione verso libertà e capitalismo spinto. Il sogno americano, l’idea che gli Stati Uniti sono una terra di opportunità, di libertà e uguaglianza che consente mobilità sociale per chi lavora duro e ha la volontà di avere successo, è stato uno sponsor potente, nonostante tutte le contraddizioni che porta con sé. Ma ora qualcosa si è rotto. Secondo l’Indice di percezione della democrazia 2025, pubblicato ieri, la percezione globale degli Stati Uniti è peggiorata in tutto il mondo nell’ultimo anno ed è peggiore di quella della Cina.

L’indagine è stata commissionata dall’Alliance of Democracies Foundation. Alla domanda sul perché la percezione degli Stati Uniti sia peggiorata, il fondatore dell’Alleanza ed ex segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen ha spiegato, riferisce Reuters, che «il presidente Trump ha innescato una guerra commerciale, ha rimproverato il presidente dell’Ucraina nello Studio Ovale, ha lasciato gli alleati vulnerabili e ha incoraggiato i nemici». «Non sorprende che le opinioni siano cambiate anche tra persone come me, che hanno trascorso la vita ammirando gli Stati Uniti e ciò che rappresentano», ha aggiunto.

Il sondaggio è stato condotto con la società Nira Data tra il 9 e il 23 aprile ed è basato su oltre 111.000 intervistati in tutto il mondo. Il rapporto è stato pubblicato in vista del summit sulla democrazia di Copenaghen, che si terrà oggi e domani. La percezione di Trump è negativa in 82 dei 100 Paesi in cui si sono svolte le interviste, mentre il presidente russo Vladimir Putin e quello cinese Xi Jinping sono stati giudicati negativamente rispettivamente in 61 e 44 Paesi.

L’indagine ha anche classificato la percezione dei Paesi da -100% a +100%. Se gli Stati Uniti hanno perso consensi rispetto a un anno fa, la Cina ha continuato a migliorare la sua posizione a livello globale, superando per la prima volta gli Usa e registrando percezioni per lo più positive in tutte le regioni tranne l’Europa. La Russia, la cui reputazione è crollata in seguito all’invasione dell’Ucraina nel 2022, è ancora (leggermente) più impopolare degli Stati Uniti (-9%), ma la sua immagine sta migliorando. Israele è il Paese con la percezione globale più negativa. Il tasso di percezione netta degli Stati Uniti è sceso al -5% dal +22% dell’anno scorso, il che indica un numero maggiore di intervistati con un’opinione negativa del Paese rispetto a quelli con un’opinione positiva. Per la Cina, la percezione netta è salita al +14% quest’anno, dal +5% dell’anno scorso.

In questa classifica l’Italia è il secondo Paese dell’Ue con il risultato migliore: +31% dietro al +33% dell’Olanda. La Germania ha ottenuto il +24%, la Francia +11%.

La reputazione negli affari è tutto e l’incertezza scatenata dalla politica commerciale di Trump sta presentando il conto. Visto dall’Europa, «l’era dell’alleanza euro-americana del secondo dopoguerra è finita», osserva l’ex ministra degli Affari esteri spagnola Arancha González Laya su Foreign Affairs nella sua analisi intitolata «La rinascita dell’Europa. Come il continente può sopravvivere all’antagonismo americano e uscirne più forte». «Compiacere gli Stati Uniti non funzionerà. Se l’Europa non vuole diventare vassalla di Washington o far parte della sfera d’influenza russa appena creata, deve prendere in mano il proprio futuro — osserva Arancha González Laya —. Il continente ha bisogno di una strategia chiara, di un’azione collettiva e di determinazione».

Tanto più che «l’amministrazione Trump non vuole che l’Europa abbia successo — prosegue —. Cercherà di indebolire il continente attraverso un mix di coercizione esterna e politiche predatorie: sostenendo di dover controllare la Groenlandia per la propria sicurezza nazionale, cercando un riavvicinamento con la Russia a scapito della sicurezza ucraina ed europea, indebolendo la deterrenza della NATO e costringendo l’Europa al commercio. E incoraggerà le forze antieuropee all’interno dell’Ue». 

Quanto tempo ci metteranno gli Stati membri a realizzare questo scenario? I cittadini che hanno risposto al sondaggio lo hanno già percepito. Per ora lo sforzo dell’Unione è mantenere aperto il dialogo con gli Stati Uniti anche quando Washington sembra piuttosto sorda. Ma come sottolinea Marc de Vos sul Financial Times, «le nazioni europee devono prendere coscienza che il “progetto europeo” è ormai un progetto di hard-power che necessita di un’impronta geostrategica che vada oltre i suoi attuali confini».  

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Incontro con Michela Ponzani: quando cambia la storia e le democrazie insidiano la Democrazia. Al nuovo papa chiedo di essere fermo contro le guerre.

di Daniele Madau

Michela Ponzani domenica 11 maggio sarà ospite di ‘Sanluri legge’

Nel fine settimana il castello di Sanluri, in provincia di Cagliari, sarà animato da ‘Sanluri legge’, festival letterario che vuole far riscoprire Il fascino della lettura, che permette di sognare ad occhi aperti e vivere infinite vite, schiude le porte di universi fantastici e indaga la complessità del reale – per la poetessa Wisława Szymborska, “il gioco più bello che l’umanità abbia inventato” – per un ideale viaggio tra storie ed emozioni.  La IX edizione del Festival Sanluri Legge è promosso dalla Città di Sanluri con il sostegno della Regione Autonoma Sardegna e della Fondazione di Sardegna e con la direzione artistica di Valeria Ciabattoni (CeDAC Sardegna) e il coordinamento dell’Associazione Enti Locali per le Attività Culturali e di Spettacolo. La rassegna letteraria, che porta nel cuore del Campidano giornalisti e scrittori di respiro nazionale e internazionale, spazia tra incontri con gli autori, recitals e spettacoli per affrontare questioni di scottante attualità, dalla cronaca alla politica, tra saggi e romanzi gialli e noir, accanto a storie di sport e ritratti d’artista, divagazioni sul sapere e sull’ignoranza, giornalismo d’inchiesta e memorie e leggende. ‘La Riflessione’, per l’occasione, ha potuto intervistare Michela Ponzani, storica, saggista, docente universitaria dalla solida e già notevole carriera di ricerca, volto televisivo apprezzato di divulgazione storica.  Con lei, domenica 11 maggio, converserà Marianna Aprile, in un momento tutto al femminile, per analizzare l’attualità geopolitica. Noi abbiamo provato ad anticipare alcuni temi.

La prima riflessione, anche in virtù della più stretta attualità,  come l’attacco indiano al Pakistan, ha come oggetto proprio la situazione internazionale; secondo la professoressa: Viviamo un momento drammatico che, certo, non si può dire che non abbia precedenti. Dobbiamo tornare alla caduta del muro di Berlino, al biennio 89/’91, in cui si è rafforzata la nostra idea di Europa, che  aveva avuto origine -ad esempio- dal manifesto di Ventotene, anche se non si è mai perfettamente compiuta. Dopo, appunto, la caduta del muro, ci si era convinti che la liberal – democrazia, nonostante guerre come quella dell’ex- Jugoslavia,  dovesse prevalere sui concetti di nazionalismo; eravamo sicuri che misure e poteri che avevano il compito di equilibrare il potere politico, come la magistratura e come il giornalismo, avessero vita eterna. Stiamo vedendo,invece, come una certa morale di Stato, presente in nazioni come l’Ungheria di Orban, e come l’affermarsi delle destre estreme, stiano mettendo in discussione tutto questo. Gli storici hanno il compito far ritrovare bussola a una società che sembra averla persa e di  attuare confronti col passato per poter decifrare meglio il presente: così facendo, capiamo che non stiamo vivendo qualcosa di simile al 1914 o al 1939, ma qualcosa di nuovo, perché sono le democrazie stesse che mettono in crisi la democrazia. L’esempio più eclatante è quello degli Stati Uniti, luogo che è sempre stato per noi un faro, a partire dalla liberazione dal nazifascismo e che invece adesso è quasi una delle cause di questa crisi‘.

Riscopriamo, allora, le radici dell’Italia repubblicana, nate dal sangue delle Fosse Ardeatine, oggetto dell’ultimo saggio di Michela Ponzani (‘Donne che resistono’, Einaudi), oltre che suo luogo del cuore, oggetto anche della sua tesi di laurea. Dopo la sua l’elezione nel 2015, fu anche il primo luogo che il presidente Mattarella scelse di visitare. ‘Come primo atto dopo la sua elezione – spiega la professoressa- il presidente Mattarella ha voluto recarsi nel mausoleo delle Fosse Ardeatine perché quello è un luogo simbolo dell’ antifascismo non retorico. Un antifascismo incarnato nei cadaveri di persone che avevano combattuto in Spagna o che erano andate al confino in Francia, originari di diversi stati e provenienti da diverse situazioni. Quel mausoleo è stato fortemente voluto dalle mogli, dalle madri e dalle figlie di coloro che sono stati uccisi lì, che sono impegnate e hanno combattuto perché ci fosse verità e giustizia. E verità e giustizia, oltre al loro valore intrinseco altissimo, sembrano un tema di estrema attualità, per contrastare anche le polemiche infinite e i falsi storici che, ciclicamente, ritornano. A me quel luogo è caro perché mi portava sempre mio nonno sin da piccola,in una sorta di pellegrinaggio. Mio nonno, fra l’altro, è uno degli ultimi reduci del bombardamento di San Lorenzo,e  mi portava sempre lì perché in quel bombardamento era morto un suo carissimo amico medico, partigiano combattente catturato a causa di una spia fascista. Da qui dobbiamo partire per capire che Paese siamo e che Paese vogliamo essere: dalla resistenza tenace su quella fossa comune – perché questo era- che grazie a donne come la moglia e la figlia del tenore Nicola Ugo Stame,  guidate  da Vera Simoni, e dal lavoro dell’anatomopatologo Attilio Ascarelli, ha restituito memoria e identità dei caduti, rendendole vive e fondamento della nostra repubblica’.

Memoria e identità che anche le università, come testimonia l’opera di ricerca, insegnamento e divulgazione di Michela Ponzani, devono contribuire a ricostruire e tramandare. Le più grandi università americane, tuttavia, e quindi del mondo, sono sotto attacco. ‘Gli Stati Uniti, continua la professoressa – e io ne sono stata testimone diretta-  sono sempre stati garanti della libertà d’espressione; perciò fa impressione vedere la repressione del dissenso e quasi l’azzeramento dei finanziamenti. Stiamo parlando dello Stato che vanta il maggior numero dei premi Nobel: da ciò si capisce l’entità del danno che la scienza subisce. Purtroppo, come testimonia il recente ‘Decreto Sicurezza’, anche da noi comincia a serpeggiare l’idea di repressione di ogni forma di dissenso. Per questo, compito dei docenti deve essere sempre di più quello di aprire le menti alla cultura e alla coscienza critica‘.

Una ricerca particolare, sorta in seno all’ università di Cagliari, vede la Repubblica Italiana nata, secondo la ‘dottrina della statualita’, per successive modifiche e ampliamenti,  dal Regno di Sardegna, infeudato nel 1297 da Bonifacio VIII. Chiediamo un parere autorevole alla professoressa: È una teoria che si conosce da tempo e che, purché non porti a chiusure locali, si può approfondire. Nell’università c’è sempre spazio per strade e ricerche nuove’.

Oggi è una giornata storica, quella dell’elezione papale di Robert Francis Prevost, Leone XIV. Durante la lunga conversazione con Michela Ponzani ancora non conoscevamo il nome del nuovo pastore della Chiesa, che giunge proprio dagli Stati Uniti di Trump, ma la professoressa ha ben chiara l’idea che si debba continuare a camminare sulla strada tracciata da papa Francesco: ‘Io vorrei che il nuovo papa faccia sì che la Chiesa sia sempre più accogliente, soprattutto verso gli ultimi: ho in mente la bellezza delle parole, lontane dal giudizio, di Bergoglio verso gli omosessuali. Non chiusa nella dottrina ma ferma nella condanna alla guerra e ai nazionalismi. Fedele al messaggio originale del vangelo, di amore universale’ .

‘Europe Matters’: se Democratici e centrosinistra sono in crisi negli Stati Uniti e nell’Unione

di Francesca Basso e Viviana Mazza, per il ‘Corriere della Sera’

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Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del ‘Corriere della Sera’ da Bruxelles e New York.

Il senatore «socialista democratico» indipendente del Vermont, Bernie Sanders, arriva alla manifestazione del primo Maggio davanti al Municipio di Philadelphia. La protesta è intitolata «For the Workers, Not the Billionaires May Day Rally» (Afp)

Il partito democratico negli Stati Uniti e il centrosinistra in Europa, fatta eccezione per alcuni Paesi come Spagna, Danimarca e Malta in cui i socialisti sono al governo, sono in crisi. Su entrambe le sponde dell’Atlantico viene rimproverato loro — semplificando — la stessa cosa: la cultura Woke, l’avere dimenticato le priorità del loro elettorato di riferimento, ovvero le fasce più deboli della popolazione, per concentrarsi sui diritti delle minoranze dando l’idea di essere partiti d’élite. 

In Europa la crisi ha colpito soprattutto le forze di centrosinistra in Francia e Germania, considerate pilastri del socialismo europeo.In Italia il Pd tiene anche se è all’opposizione, è sopra il 20% a livello nazionale, tuttavia non riesce a far pesare sufficientemente questo peso nel dibattito pubblico, perennemente diviso al suo interno tra riformisti e massimalisti. Al Parlamento europeo i socialisti sono il secondo gruppo, ma poiché non esiste più una maggioranza di centrosinistra alternativa alla «maggioranza Ursula» composta da popolari, socialisti e liberali, la capacità dell’S&D di condizionare l’agenda politica è venuta meno nella nuova legislatura a vantaggio del Ppe, che invece può allearsi con i Conservatori e riformisti (Ecr) e all’occorrenza anche con i Patrioti, benché nei loro confronti esista per il momento il «cordone sanitario» e rappresentino forze populiste che i popolari dicono di combattere.

La crisi del centrosinistra è tale che il presidente del Partito popolare europeo Manfred Weber, al termine del congresso del Ppe a Valencia, ha detto chiaramente che «il competitor principale non è più il centrosinistra ma sono le forze estremiste», ovvero l’estrema destra che in Europa è rappresentata dai partiti vicini a Trump, che sono sparpagliati tra l’Ecr, i Patrioti e l’Europa delle nazioni sovrane. La debolezza del partito democratico americano si trasmette anche al centrosinistra europeo, così come il successo di Trump sta dando benzina ai 

movimenti populisti di estrema destra nel Vecchio Continente.  

Negli Stati Uniti come in Europa i democratici e i partiti di centrosinistra sembrano faticare a comunicare efficacemente con l’elettorato. Scrive Rana Foroohar sul Financial Times che «i Democratici non possono comunicare efficacemente con il pubblico finché non hanno una posizione politica coerente. Al momento, non lo fanno, e questo perché non hanno ancora fatto la scelta cruciale tra populismo economico e una versione leggermente aggiornata del neoliberismo». Osserva Foroohar che «mentre alcuni, come Sanders, Murphy e la senatrice Elizabeth Warren, vogliono seguire la strada del populismo, la leadership del partito e la maggior parte della base dei donatori democratici sembrano voler tornare a una versione del neoliberismo dell’era Obama-Clinton». In Europa il ragionamento è più complesso, ci sono 27 Stati membri con specificità diverse. Ma il filo rosso che li accomuna sembra essere l’incapacità del centrosinistra di intercettare l’insoddisfazione e le paure più comuni: economia, immigrazione illegale, transizione verde, sicurezza. E le risposte fornite oscillano tra il populismo (ne sono espressione in Germania l’alleanza Bsw di Sahra Wagenknecht, in Francia La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon  e in Italia il M5S di Giuseppe Conte) e un riformismo percepito, da una parte del suo elettorato, come più attento al politicamente corretto che alle soluzioni concrete.

Qualche giorno fa il New York Times osservava nonostante la «sconfitta totale» avvenuta nel 2024 da parte dei Democratici, molti leader di partito hanno deciso di non dover apportare modifiche significative alle loro politiche o al loro messaggio. «Hanno invece optato per una spiegazione di comodo per la loro situazione. Questa spiegazione parte dall’idea che i Democratici siano stati semplicemente le sfortunate vittime dell’inflazione post-pandemica e che il loro partito sia più popolare di quanto sembri: se solo i Democratici riuscissero a comunicare meglio, in particolare sui social media e nei podcast, il partito andrebbe bene». Un elemento chiave di questa argomentazione — prosegue il New York Times — riguarda l’affluenza alle urne. «I leader del partito sostengono che la maggior parte degli americani preferisca ancora i Democratici, ma che l’apatia degli elettori abbia permesso a Trump di vincere. Secondo questa logica, i Democratici non devono preoccuparsi di riconquistare gli elettori di Trump e dovrebbero invece cercare di animare la naturale maggioranza liberale del Paese».

L’affluenza alle urne è un elemento chiave anche in Europa. Ma alle ultime elezioni in Germania, dove il partito di estrema destra Alternativa per la Germania rischiava di vincere, l’affluenza è stata del 84%: un record dal 1990, quando ci fu la riunificazione. Un argine temporaneo, i cristiano-democratici hanno vinto le elezioni mentre sono crollati i socialdemocratici, scesi con il 16,5% al minimo storico e l’estrema destra dell’AfD ha quasi raddoppiato i voti. In questi giorni secondo i sondaggi è addirittura davanti la Cdu. Anche in Europa la famiglia socialista fatica a cambiare le proprie strategie e messaggi ed è un problema per le forze di centrodestra europeiste.

Negli Usa i Democratici, scrive il New York Times, stanno vivendo una «forma di negazione che renderà più difficile al Partito Democratico vincere le elezioni future. Anche molti conservatori e repubblicani dovrebbero preoccuparsi del rifiuto democratico. Il Paese ha bisogno di due partiti politici sani. In particolare, ha bisogno di un Partito Democratico sano, vista la presa di potere del Partito Repubblicano da parte di Trump e il suo comportamento draconiano. Per frenare lui – e qualsiasi successore che continui le sue politiche – è necessario che i democratici analizzino con onestà i loro problemi».

Per capire cosa si sta muovendo nel campo democratico siamo andati ad ascoltare Bernie Sanders a Bethlehem in Pennsylvania, il più grande Stato in bilico e il primo sulla costa orientale ad essere toccato dal tour «Fighting Oligarchy». Ha attirato folle di oltre trentamila persone in città come Los Angeles e Denver. Questa è la città di «Bethlehem Steel», la celebre fabbrica da cui venne l’acciaio per l’Empire State Building e gli altri grattacieli, nonché per le navi della Seconda guerra mondiale, ma la fabbrica ha chiuso nel 2003 dopo anni di declino. Con le maniche di camicia arrotolate e il dito puntato, l’83enne senatore «socialista democratico» indipendente del Vermont, ha ripercorso i suoi «greatest hits»: «Quando l’1% possiede più ricchezza del 90%, quando chi ha i soldi controlla entrambi i partiti politici, gli americani vivono in un’oligarchia».

Il messaggio di Bernie non è cambiato, ma è cambiata la familiarità degli americani con il concetto di oligarchia, grazie a Trump e Elon Musk. Eppure sull’uso di questa stessa parola i democratici si sono divisi. Elissa Slotkin, senatrice del Michigan e star emergente del partito che a marzo ha dato la risposta ufficiale a Trump dopo il suo discorso al Congresso, dice che non bisognerebbe usare il termine oligarchia perché non funziona nell’«America di mezzo». Bernie ha risposto che «gli americani non sono così stupidi». Alcuni degli applausi più forti scoppiano quando il senatore dice che il partito democratico ha fallito nel difendere la classe operaia e che non basta sconfiggere Trump, ma bisogna «trasformare noi stessi»: «Non c’è ragione per cui nel Paese più ricco del mondo oltre il 60% delle persone sopravvive a stento con il salario mensile».

Nel suo comizio per celebrare i primi 100 giorni alla Casa Bianca, Trump a modo suo ha fatto un complimento a Sanders, mettendosi in competizione con lui per le dimensioni delle rispettive folle: «Bernie è probabilmente il meglio che hanno (i democrati ndr). Gli do credito perché è un lunatico ma è ancora piuttosto acuto». Ci sono cose nel linguaggio di Trump e di Sanders che si somigliano: parole come «fight», accuse ad entrambi i partiti di aver scelto accordi commerciali che hanno venduto la classe operaia, e anche Bernie non si risparmia qualche frecciata ai media. Ma la soluzione offerta è diversa: Sanders parla di solidarietà, di «non farsi dividere».

Molti, a sinistra, di questi tempi dicono che i comizi non servono a nulla. La gente che si è riunita a Bethlehem non sa esattamente cosa fare, ma vuole fare qualcosa: è quasi un’esperienza terapeutica. Sanno che Sanders non si ricandiderà più alla Casa Bianca; fuori si possono comprare le spillette «Aoc 2028». Ed è evidente che la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez sta raccogliendo la sua eredità di populismo economico e sarà il volto della sinistra progressista, ma questo non vuole dire che si candiderà alla presidenza nel 2028 (quando Trump dice adesso che non intende correre per un terzo mandato). AOC ha compiuto a ottobre i 35 anni necessari ma sarebbe considerata incredibilmente giovane; Kennedy ne aveva 43. «America I love you, but you’re freaking me out» (America ti amo ma mi stai spaventando) canta la band punk The Menzingers, che precede Sanders: la frase descrive l’umore di questa folla. 

La sfida ora per il centrosinistra su entrambe le sponde dell’Atlantico è trovare nuove idee che rassicurino e convincano gli elettori che il modello sociale che propongono è preferibile a quello populista. Come ricorda il New York Times, «quando i Democratici emergevano dal nulla in passato, spesso lo facevano con idee innovative. Hanno aggiornato la fiera tradizione democratica di migliorare la vita di tutti gli americani. Bill Clinton ha rifondato il partito all’inizio degli anni ‘90 e ha parlato di “mettere le persone al primo posto”. Nel 2008, Obama, Clinton e John Edwards hanno proposto piani entusiasmanti per migliorare l’assistenza sanitaria, ridurre le disuguaglianze e rallentare il cambiamento climatico. Questi candidati hanno fornito una leadership intellettuale». Ecco quello che manca al centrosinistra in questo momento negli Stati Uniti come in Europa

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Il racconto dal Cagliari:il tempo del raccolto non è ancora maturo

di Daniele Madau

XXXV Giornata Unipol Domus ore 15/ Cagliari-Udinese: 1-2( Zarraga 27mo; Zortea 35mo; Kristensens 67mo)

CAGLIARI (3-5-2): Caprile; Zappa, Palomino, Luperto; Zortea 72mo Felici), Makoumbou (68mo Deiola), Marin (68mo Gaetano), Adopo, Augello (73mo Obert); Piccoli, Luvumbo (73mo Coman). A disposizione: Ciocci, Sherri, Coman, Viola, Deiola, Prati, Jankto, Pavoletti, Obert, Pintus, Gaetano, Mutandwa, Felici. All. Nicola

UDINESE (3-5-1-1): Okoye; Kristensen, Bijol, Solet; Modesto (73mo Giannetti), Lovric (84mo Ekkelenkamp), Karlstrom, Zarraga (73mo Bravo) , Kamara; Atta; Davis(73mo Alexis).  A disposizione: Sava, Padelli, Sanchez, Palma, Pafundi, Bravo, Kabasele, Giannetti, Ekkelenkamp, Zemura, Pizarro. All. Runjaic.

Spettatori: 16.099

E poi, ci sono giornate come questa, in cui si scende per conquistare la salvezza, dopo un anno di difficoltà, momenti di crisi, rinascita, ritiri per ritrovare la forma e strigliate del presidente.

La primavera indica che si è alla fine del campionato, e giunge, inevitabilmente, dopo la semina, il momento della raccolta.

Si capisce che c’è ancora qualcosa di incompiuto, come durante tutto il campionato: il Cagliari non prende subito possesso del campo per attuare il dominio promesso e lascia l’iniziativa agli ospiti; ma, ormai, è secondario, conta il risultato,  che può garantire la salvezza già oggi.

Partita bloccata e timida, timorosa dei rossoblù, quando, invece, si sa che la fortuna premia gli audaci. La punizione è il gol di Zarraga, al 28mo, con incursione centrale e piatto millimetrico  fil di palo su assist da sinistra di Modesto.

Luvumbo, schierato in avanti con Piccoli, si incarica di mostrare il volto coraggioso dei padroni di casa, creando pericoli e scompiglio in area avversaria. Ma, di più, non c’è.

Eppure, arriva il pareggio, gesto benevolo della sorte al primo segnale di coraggio: lancio millimetrico- dalla propria metà campo- di Makoumbu per Zortea che, solo, controlla e batte Okoye. È una scintilla: dopo un’ incursione di Davis, infatti, il Cagliari conquista campo, e coraggio.

Campo che sembra non lasciare neanche all’inizio della seconda frazione, quando arriva il momento in cui ti devi rendere conto se il tempo è maturo, e puoi raccogliere.

L’Udinese, però, è una squadra che, da inizio stagione, ha sempre dimostrato personalità e sicurezza, e le prime occasioni del secondo tempo sono sue, precisamente di Davies,  Karlstrom e Zarraga). Passa il tempo, e il dominio bianconero diventa totale. Inevitabile il goal di Kristensens, anche se fortunoso, al 67mo sugli sviluppi di un calcio d’angolo.

Dopo le sostituzioni,  scatta il conto alla rovescia, segnato, all’inizio, dal tentativo di Palomino su punizione di Gaetano e, poi, da un tentativo di Piccoli.

Poi più nulla:il tempo del raccolto non era maturo.

Marzia Cilloccu, la terza donna a ricoprire il ruolo di Alter Nos: un’unione tra fede, famiglia e impegno civico

di Cristiana Meloni

Marzia Cilloccu è una figura di spicco nel panorama politico e culturale di Cagliari, conosciuta per il suo impegno nella comunità e per la passione che anima da sempre le sue attività istituzionali. Consigliera comunale per tre mandati, ha dedicato la sua carriera alla promozione dei valori civici, con un’attenzione particolare alle pari opportunità e alla valorizzazione della tradizione culturale sarda.

Nel 2025 ha ricevuto l’onore di essere nominata Alter Nos, un incarico di altissimo prestigio che, per la terza volta nella storia, viene affidato a una donna. Il ruolo dell’Alter Nos, centrale nella Festa di Sant’Efisio, rappresenta l’unione tra potere civile e spirituale: un tempo simbolo del monarca spagnolo, oggi è la voce del Comune e del popolo di Cagliari nei giorni in cui la città rinnova il suo storico voto al Santo.

Durante la festa, l’Alter Nos non ha solo una funzione istituzionale, ma anche un compito profondamente umano e simbolico: accogliere e ascoltare chi affronta difficoltà, offrendo vicinanza e sostegno nel nome della fede e delle istituzioni.

La nomina di Marzia Cilloccu non è solo un riconoscimento al suo percorso politico, ma anche un tributo al suo legame profondo e personale con la spiritualità e la tradizione di Sant’Efisio. La sua presenza rappresenta un importante segnale di inclusione e testimonia il ruolo sempre più centrale delle donne anche nei riti civili e religiosi di maggiore rilevanza.

La redazione de La Riflessione, nella persona di Cristiana Meloni, ha avuto il piacere di intervistarla per permettere ai nostri lettori di conoscerla più da vicino e vivere attraverso le sue parole l’intensità dei festeggiamenti in onore di Sant’Efisio.

Mio padre, che aveva una grande fede, diceva sempre che non bisogna mai chiedere troppo, ma ringraziare sempre per ciò che si ha, impegnandosi per ottenere ciò che si desidera. Con queste parole, Marzia ci introduce nel suo modo di vivere e affrontare la vita, un principio che guida la sua carriera, il suo impegno civico e, oggi, il suo ruolo come Alter Nos nella tradizione di Sant’Efisio. Un ruolo che, come ci racconta nell’intervista, è ricco di significato non solo a livello pubblico, ma anche personale, legato alla sua famiglia e alla sua fede.

Come ha reagito alla notizia della sua nomina ad Alter Nos e cosa rappresenta per lei questo ruolo?

Ho reagito con profonda commozione ed emozione, e con grande gratitudine nei confronti del Sindaco per avermi investito di questo importantissimo ruolo. Devo dire anche del mio gruppo, perché il percorso politico è molto importante, in quanto per arrivare ad essere stata votata per la terza volta ed essere consigliera comunale conditio sine qua non, non si può avere questa investitura, a parte gli anni cui ci sono le elezioni e, dunque, si opta per persone non elette. La tradizione vuole, dunque, che siano consiglieri e, dal 2019, consigliere oppure assessore. Questo è il ruolo che bisogna avere per essere rappresentanti al posto del sindaco durante queste giornate, che abbracciano un lungo periodo che va dal 25 aprile al 25 maggio.

I festeggiamenti, molti non lo sanno, richiedono una grande simbiosi con l’Arciconfraternita, che è depositaria del culto di Sant’Efisio. Mi sono sentita responsabile dal primo momento in cui sono stata nominata. Per me, come dico sempre, ogni passo che faccio – sarà la vicinanza con la Settimana Santa che si intreccia senza soluzione di continuità con questi festeggiamenti, per il santo più amato da tutta la Sardegna – ha un forte valore personale.

Questo ruolo ha, infatti, un grande valore per me, in quanto legato alla figura di mio nonno. Fin da bambina, grazie a mia mamma e ai miei genitori, mi è stato trasmesso quanto fosse importante questo Santo, invocato tanto dai laici quanto dai devoti. Mio nonno, per grande devozione, riuscì coraggiosamente a portare in processione la statua di Sant’Efisio anche durante i bombardamenti del 1943, e riuscì persino a filmare quell’impresa. Questo è un ricordo che ha per me un grande valore spirituale e personale, che mi riporta ai valori della famiglia, del coraggio, della speranza, della pace e della volontà di portare avanti le proprie imprese senza paura, rispettando sempre certi valori.

Ha anticipato una delle prossime domande relative al suo legame familiare con la Festa di Sant’Efisio. Potrebbe approfondire meglio questo aspetto?

Per me è un tutt’uno. Non esistono due domande, ma una sola. Quando mi ha chiesto “cosa ha provato”, c’è stato un rimando immediato a tutto questo. C’è una simbiosi naturale con tutti gli eventi legati a Sant’Efisio: il martirio, che è il momento più importante celebrato il 15 gennaio, ma anche le processioni che si fanno durante l’anno. Come sappiamo, lo scioglimento del voto avviene anche durante la Settimana Santa, il lunedì mattina alle 8 e il lunedì dell’Angelo.

Un altro momento di scioglimento del voto è il ringraziamento per aver allontanato le navi francesi durante l’assedio del 1793. Sant’Efisio è stato invocato da tutti noi, e io considero un miracolo anche solo le fortune che ho: la mia famiglia, i miei figli, le amicizie, e il fatto stesso di essere stata nominata. Sono piccoli miracoli! Non bisogna, a mio avviso, chiedere sempre grandi cose – ovviamente la salute e la pace – ma riconoscere anche quelle che ci avvicinano a Sant’Efisio. Lui compie davvero dei piccoli miracoli, unendoci ogni anno. Tutte le comunità arrivano per rendergli omaggio, ed è davvero uno sforzo immane. Io, che ho avuto anche la fortuna – lo dico sempre – di organizzare tutto questo, di essere stata nominata assessora, considero anche questo un piccolo miracolo. Sono tutte fortune che uno si guadagna con l’impegno, ma non sono mai scontate. La devozione per lui mi ha sempre accompagnata, anche nella mia fede vissuta tutto l’anno in vari modi. Tuttavia, Sant’Efisio è sempre stato al centro dei miei pensieri e delle mie riflessioni.

Quanto sarà orgoglioso suo nonno?

La prima cosa che ho fatto – l’ho detto anche nelle prime interviste – il giorno dopo la nomina, è stata andare immediatamente al cimitero di Bonaria, dove lui riposa. Sono andata da lui e poi anche da mio padre, al cimitero di San Michele. Il mio pellegrinaggio l’ho fatto! Mi vengono ancora i brividi, perché li sento molto vicini.

Tra l’altro, anche mia mamma in questo momento non sta molto bene, quindi non potrà essere fisicamente al mio fianco, ma sarà a casa a guardarmi e a sostenermi. Colgo, a proposito, l’occasione per ringraziare tutti i mezzi di comunicazione che organizzeranno le dirette e permetteranno a tante persone – come mia mamma – di partecipare anche a distanza. È un aspetto che abbiamo riscoperto durante il periodo del Covid. Credo che in quell’occasione le persone abbiano anche avuto la possibilità di scoprire le tante attività che si svolgono dal 1° al 4 maggio. Non si festeggia solo il 1°, ma ci sono diversi riti che avvicinano tutte le comunità dei vari comuni. Questo ci riporta anche al senso del pellegrinaggio, all’insegnamento dell’anno giubilare. Ricordando, dunque, la recente scomparsa del Santo Padre Francesco, possiamo cogliere l’occasione per avvicinarci a una spiritualità che dovrebbe accomunare tutti, nei valori evangelici che, alla fine, sono i valori di ogni giorno.

In un anno giubilare, come questo, che ci vede pellegrini di speranza, qual è il messaggio che Sant’Efisio riesce a trasmettere ai credenti ma anche ai laici?

Quello di camminare insieme. Di unirci nei pellegrinaggi, che possono essere sia spirituali che fisici, come faremo noi adesso nei quattro giorni della Festa. Ma ci sono anche piccoli pellegrinaggi interiori, spirituali. Il valore del pellegrinaggio sta proprio in questo: nel desiderio di camminare insieme, condividendo valori come la speranza, la pace, la pazienza, l’amicizia, la fratellanza. Valori che sono sempre attuali.

In un periodo di guerre – penso anche alle macerie che mio nonno ha documentato – tutto questo assume un significato ancora più forte. È davvero un monito, un impegno che dobbiamo assumerci con ancora maggiore convinzione. Tutto, in un certo senso, ha avuto un’accelerazione. Penso alle parole del Papa durante la Pasqua e alla sua scomparsa, il giorno dopo: eventi che ci hanno fatto riflettere ancora di più.

È, quindi, una grande responsabilità che io sento tutta. Perché vedo i volti delle persone, vedo il loro trasporto. Vedo anche persone che magari non frequento durante l’anno avvicinarsi ai riti religiosi, partecipare ai pellegrinaggi. Magari non entrano nelle chiese, ma il pellegrinaggio rimane un momento che tutti condividono: laici e fedeli.

Lei è la terza donna nella storia a ricoprire questo incarico. Sente una particolare responsabilità nel rappresentare anche il valore femminile nella tradizione?

Sì, assolutamente. C’era un desiderio, una speranza… e anche questo è stato un piccolo miracolo. Un’impresa che abbiamo raggiunto tutti insieme. Ricordiamoci che lo scioglimento del voto è un voto municipale, non dell’arcidiocesi – che, chiaramente, è al fianco della municipalità. Dunque, in realtà, la nomina dell’Alter Nos, che vive in simbiosi con la Guardianìa dal momento dell’investitura fino a tutti i giorni della Festa, avrebbe potuto essere al femminile già da tempo.

È stato invece un desiderio preciso del sindaco Zedda quello di voler condividere questa nomina con la Confraternita. I tempi in cui sono stata Assessora alle Pari Opportunità e molto vicina all’Arciconfraternita erano davvero maturi. In quegli anni c’è stato un dialogo, una condivisione di intenti che ha convinto il sindaco a nominare la prima donna.

Questo per me è un altro traguardo raggiunto dalle donne. Nella scorsa consiliatura ce n’è stata un’altra, e ora questa nuova nomina da parte del sindaco rappresenta un messaggio molto, molto importante per tutte le donne.

Quindi sì, sicuramente sento una grande responsabilità. Perché la prima nomina di una donna come Alter Nos è anche un messaggio chiaro. Come si suol dire: “a buon intenditor, poche parole”. La parità si dimostra con gli esempi, e gli esempi servono!

Anche in questo senso, nonostante ciascuno viva la propria devozione a Sant’Efisio in modo personale, penso che l’esempio debba essere comunicato e reso visibile. È davvero importante!

Quali strategie vede possibili per coinvolgere maggiormente le nuove generazioni nella tradizione della festa di Sant’Efisio?

Allora, io sono convinta di questo, anche perché sono stata contattata da studenti, ragazzi e ragazze, che studiano questo patrimonio immateriale riconoscendone davvero il valore per le nostre tradizioni. Al di là del suo significato religioso e spirituale, la Festa di Sant’Efisio ha la capacità di rappresentare, nei quattro giorni della celebrazione, tanti altri valori – tra cui quelli ambientali. Percorriamo infatti territori ricchi di biodiversità, a volte anche molto particolari. È un valore culturale straordinario!

Recentemente ho pubblicato un post insieme a dei ragazzi che mi sono venuti a trovare: sosterranno un esame di giornalismo incentrato proprio sulle tradizioni, mettendo in luce la Festa di Sant’Efisio e i valori che essa racchiude.

Il valore culturale della salvaguardia delle nostre tradizioni, del nostro patrimonio materiale e immateriale, è centrale. Avevamo anche candidato la Festa di Sant’Efisio – e lo scioglimento del voto – all’UNESCO. Siamo arrivati nella lista rappresentativa, a testimonianza del fatto che tutti i criteri richiesti sono stati riconosciuti.

Possedere un campionario così ricco delle nostre tradizioni, concentrato in una giornata e poi diluito nei quattro giorni successivi, è un’occasione unica: colori, suoni, musica, i carri agricoli (le traccas), la ramadura… tutto questo è un patrimonio immateriale da tutelare. E credo che avvicini molto i giovani, sia nello studio sia nella spiritualità.

Vedo tanti giovani, di ogni età, partecipare con entusiasmo, fare a gara per indossare un abito tradizionale e ballare la sera. L’anno scorso, ad esempio, si è sentita molto la mancanza dei balli: è davvero una festa per tutti. E anche se si arriva stanchi a sera, c’è una grande voglia di ballare in Piazza del Carmine.

Io, poi, ho la fortuna di indossare l’abito tradizionale: sono socia sostenitrice del gruppo folk di Villanova – l’unico gruppo di Cagliari – e non tolgo l’abito fino alla fine del 1° maggio. Mi sento una plurimiracolata!

Mio padre, che aveva una grande fede, diceva sempre che non bisogna mai chiedere troppo, ma ringraziare sempre per ciò che si ha, impegnandosi per ottenere ciò che si desidera.

Per concludere, qual è il momento più emozionante della Festa per lei?

Il momento che mi emoziona di più è sicuramente quello in cui ho la possibilità di stare vicino al Santo, quando arriva sotto il Municipio. È lì che si realizza il congiungimento tra il momento laico e quello religioso. È un’emozione che ho vissuto intensamente quando ero Assessora, indossando l’abito tradizionale, vivendo il pellegrinaggio, preparando la ramadura.

Credo che sarà davvero difficile trattenere la commozione quest’anno, nel ruolo di Alter Nos, mentre scorterò il cocchio e omaggerò il sindaco che mi ha nominata. Mi vengono i brividi solo a pensarci!

Un altro momento profondamente significativo è l’arrivo a Nora, nel luogo del martirio. Sono questi, per me, i due passaggi più toccanti della Festa. Non è un momento solo cagliaritano: è lì che si compie lo scioglimento del voto, e quest’anno io sarò la testimone di tutto questo, con un ruolo davvero particolare.

Sono i due momenti più intensi per una persona come me, che vive questa esperienza sia come devota sia come parte dell’amministrazione, immersa nei riti e in questo mondo così profondo e magico che ruota attorno a Sant’Efisio.

Marzia Cilloccu- Alter Nos- saluta la folla di fedeli durante la processione
I meravigliosi colori di Desulo durante la processione

‘Europe Matters’: Trump cala nei sondaggi, l’accordo con l’Ue sui dazi si avvicina?

di Francesca Basso e Viviana Mazza, per il ‘Corriere della Sera’

Benvenuti alla newsletter ‘Europe Matters’, che ci terrà compagnia settimanalmente: un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del ‘Corriere della Sera’ da Bruxelles e New York.

Trump e Melania ai funerali di papa Francesco

Il calo nei sondaggi del presidente Donald Trump lo spingerà a più miti consigli? Potrà essere un fattore che avvantaggia l’Unione europea nel suo negoziato sui dazi imposti da Washington ai beni prodotti nel Vecchio Continente? Troppo presto per dirlo. Intanto vediamo cosa sta accadendo.

Stasera in  Michigan,  Stato industriale «in bilico» che lo ha aiutato per la seconda volta a a vincere le elezioni lo scorso novembre, Donald Trump celebrerà i primi 100 giorni  alla Casa Bianca.  Qualche giorno fa la rivista Atlantic gli ha chiesto se percepisca  questo secondo mandato in modo diverso dal primo. Trump ha risposto mostrando ancora una volta quanto si senta insensibile a problemi che distruggerebbero chiunque altro. «La prima volta dovevo gestire il Paese e sopravvivere», ha detto riferendosi agli «imbroglioni» che lo avevano circondato (mentre adesso ha i suoi fedelissimi nel governo e la maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato).  «Adesso gestisco il Paese e il mondo», ha detto. «E mi diverto molto, considerato quel che faccio, che è roba seria». Dal 20 gennaio, la Casa Bianca è stata in attività frenetica, per dimostrare agli americani che il presidente sta realizzando le sue promesse elettorali. Oggi Trump  definirà i suoi primi 100 giorni quelli «di maggior successo nella storia di qualunque amministrazione americana», dirà che «centinaia di promesse sono già state mantenute, in particolare sul controllo dei confini e per porre  fine dell’inflazione».

I sondaggi

Gli americani non ne sono così sicuri, a giudicare dai  numerosi sondaggi realizzati nei giorni scorsi che mostrano un basso tasso di popolarità (secondo il Nytimes/Siena Poll al 42%; secondo Nbc  al 45%; secondo Fox, Gallup e Cnbc al 44%, il tasso più basso è quello del Washington Post/Ipsos/Abc al 39%). Per la maggior parte dei sondaggi, Trump va leggermente meglio che nello stesso periodo del suo primo mandato, ma è in discesa rispetto ai mesi  scorsi e al di sotto dei suoi predecessori  dalla Seconda guerra mondiale in poi. I repubblicani lo appoggiano ancora: dopotutto lo hanno rieletto dopo che alla fine del primo mandato il suo tasso di popolarità scese al 34%. Ed è tipico che un presidente registri un declino significativo di appoggio nei primi mesi di presidenza, scrive il New York Times:  nel caso di Trump è sceso un po’ più rapidamente rispetto a recenti predecessori (soprattutto dopo l’introduzione dei dazi);  non è una cosa senza precedenti, ma  sembra un avvertimento perché ha perso terreno sull’economia, una delle ragioni principali della sua rielezione, e anche se l’immigrazione resta il tema su cui è più forte, alcuni sondaggi registrato una leggera erosione anche qui.

130 ordini esecutivi

Trump ha firmato oltre 130 ordini esecutivi,  circa tre volte quelli di Biden, ma l’impatto in molti casi è ancora incerto. Nel suo primo giorno alla Casa Bianca per esempio ha dichiarato l’emergenza energetica e  la spinta alla produzione ma non promette risultati prima del prossimo anno (in campagna elettorale promise ai suoi elettori che guardando le bollette in 12 o 18 mesi avrebbero visto i costi dimezzati). Alcuni obiettivi sono in contrasto gli uni con gli altri: ha promesso di abbassare il costo della vita ma anche di imporre dazi, il che probabilmente porterà all’aumento dei prezzi.  Oltre 80 cause giudiziarie hanno colpito i suoi ordini esecutivi su immigrazione, politiche di genere e diversità e cambiamenti climatici. Secondo i critici Trump sta realizzando molte delle sue promesse elettorali, ma adesso gli elettori cominciano  a rendersi conto di quello che significherà per le loro vite quotidiane.  Le minacce di Trump di togliere miliardi di dollari alle istituzioni universitarie è legato alle promesse elettorali di combattere l’antisemitismo nei campus, opporsi ai programmi di diversità, equità e inclusione e cacciare studenti stranieri considerati antiamericani. Diverse università si sono piegate, ma Harvard si è opposta. Molti sono scesi in piazza dopo il silenzio dei primi mesi. Il partito democratico però ha poco da festeggiare: il 69% degli americani che dice che i democratici non capiscono i problemi della gente.  

Inflazione e dazi

Sull’economia, uno dei temi su cui Trump era più forte da candidato, da presidente sta registrando una perdita di consenso. Anche senza voler ascoltare la metà degli interpellati dal New York Times che dicono che l’economia è peggiorata sotto Trump, sia Nbc che Cnbc registrano che la sua approvazione è al 40% su questo tema (in particolare il 61% non approva la gestione dei dazi e il 54% si aspetta che peggioreranno le proprie finanze). L’inflazione si è ridotta: dopo essere arrivata al 9,1% nel 2022, era al 3% lo scorso gennaio, il mese in cui Trump si è insediato ed è scesa al 2,4% a marzo. «Abbiamo già risolto l’inflazione» ha proclamato Trump. Ma la Federal Reserve avverte che i dazi  porteranno probabilmente a prezzi più alti. La pressione ad ottenere risultati porta l’amministrazione  a predire una serie di accordi commerciali con Giappone, Sud Corea, Unione europea, che Trump punta a presentare come svolte straordinarie in linea con  il mito di maestro degli affari.

Immigrazione

Era la promessa centrale della campagna elettorale di Trump: controllare il confine. E su questo ci sono stati chiari progressi: il numero di persone che cercano di entrare illegalmente dal Messico è crollato nell’ultimo anno della presidenza di Biden, da  249.740 nel dicembre 2023 a 47.324 nel dicembre 2024. Sotto Trump  è sceso ad appena  8.346 a febbraio e 7.181 a marzo, il livello più basso da 60 anni. Ignorare le richieste d’asilo (un tema sotto esame dei tribunali) permette di espellere rapidamente i migranti. Nel frattempo i funzionari dell’immigrazione fanno arresti in tutto il Paese  e anche persone che si professano innocenti  sono stati espulsi senza processo perché accusati di essere membri di gang. Secondo il sondaggio di Fox, questo è l’unico tema su cui Trump ha consensi di più della metà degli interpellatiIl Wall Street Journal mostra che il 54% degli americani approva le espulsioni senza processo di sospetti membri di gang, ma ci sono alcuni segnali di disagio sulla revoca dei visti degli studenti stranieri o sull’espulsione di immigrati illegali che  hanno vissuto negli Usa per oltre 10 anni pagando le  tasse e non hanno precedenti penali.

L’efficienza governativa

Il dipartimento di Elon Musk,  che doveva ridurre la burocrazia federale, e ha dato accesso all’uomo più ricco del mondo a dati sensibili e voce in capitolo sui tagli ha portato da una parte  a uno choc della burocrazia federale, con l’esito di riuscire a cacciare migliaia di impiegati (75mila hanno accettato la buonuscita, decine di migliaia sono stati licenziali anche se alcuni reintegrati almeno temporaneamente dai tribunali). Ma non si sono materializzati i tagli notevoli ai costi, portando Musk a ridurre le aspettative da un trilione  a 150 miliardi (e non è chiaro se riuscirà). Dopo i problemi finanziari di  Tesla, Musk ha annunciato che si occuperà meno del governo federale da maggio. Non mancherà a molti: il 55% crede che abbia troppo potere secondo il Wall Street journal, anche tra chi è favorevole a gestire gli sprechi governativi.

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Dal funerale di Papa Francesco al conclave: un passaggio cruciale per la Chiesa

di Cristiana Meloni

Il 26 aprile 2025, sotto un cielo azzurro velato da leggere nuvole, migliaia di fedeli e oltre 150 delegazioni provenienti da tutto il mondo si sono riunite in Piazza San Pietro per rendere omaggio a Papa Francesco, scomparso la mattina del 21 aprile all’età di 88 anni.

Nonostante l’imponente afflusso di partecipanti, la piazza era avvolta da un profondo silenzio e da una commozione palpabile, segno di un popolo smarrito per la perdita di una guida spirituale che, nei suoi dodici anni di pontificato, aveva indicato con fervore il cammino della fraternità e della pace.

«Nonostante la sua finale fragilità e sofferenza, Francesco ha scelto di percorrere questa via di donazione fino all’ultimo giorno della sua vita terrena. Egli ha seguito le orme del suo Signore, il buon Pastore, che ha amato le sue pecore fino a dare per loro la sua stessa vita. E lo ha fatto con forza e serenità, vicino al suo gregge, la Chiesa di Dio».

Con queste parole, pronunciate durante l’omelia dal cardinale decano Giovanni Battista Re, si è rinnovata la testimonianza di quell’ideale evangelico di misericordia e servizio che Papa Francesco ha incarnato, riuscendo a toccare il cuore di uomini e donne di ogni fede, e perfino di chi non credeva. È innegabile, infatti, quanto sia stato una figura peculiare nel panorama ecclesiastico contemporaneo. Con uno stile pastorale diretto e spesso sorprendente, ha saputo rompere schemi consolidati, risultando “scomodo” per alcuni e “rivoluzionario” per altri.

Il suo pontificato ha restituito l’immagine di una Chiesa che, pur consapevole delle proprie fragilità, si impegna a raggiungere ogni persona, prendendosi cura dei bisogni di ciascuno senza mai voltarsi dall’altra parte. Una Chiesa capace di farsi compagna di cammino, sostegno nella prova, voce per chi non ne ha una. Nella sua celebre Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium — dedicata all’annuncio del Vangelo — ha dichiarato con schiettezza: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita nelle strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze». Parole che, con lui, hanno trovato concreta realizzazione, ma che, ancor prima, indicano una strada possibile da percorrere. Una strada che oggi appare più che mai necessaria, in un mondo lacerato da conflitti e divisioni, dove il dialogo e la ricerca della pace sembrano sfide ardue ma imprescindibili.

Proprio al termine della cerimonia funebre, la diplomazia internazionale si è mossa con passi incerti: l’incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky — entrambi presenti a Roma — testimonia quanto sia urgente e vitale ritrovare vie di riconciliazione e di speranza. Dinanzi alla fotografia, divenuta virale, dei due capi seduti uno di fronte all’altro nella penombra solenne della Basilica di San Pietro, c’è chi ha già parlato di “miracolo”. Ma forse, più che di un evento straordinario, si tratta di un segnale: un gesto simbolico che, pur nella sua brevità, ha riaperto uno spiraglio di dialogo, nel quale è impossibile non intravedere il riflesso dell’eredità lasciata dal Pontefice, che in diverse occasioni ha saputo aprirsi con coraggio e umiltà all’incontro con l’altro.

Ora che le spoglie di Papa Francesco riposeranno nella Basilica di Santa Maria Maggiore, cosa accadrà alla Chiesa?

Inizia uno dei momenti più segreti e affascinanti: il Conclave per l’elezione del nuovo Papa. Alla morte di ogni Pontefice si apre la cosiddetta “sede vacante”, e il governo della Chiesa passa temporaneamente al Collegio dei Cardinali, che ne terrà il timone in attesa del nuovo successore.

Per l’elezione, vengono convocati a Roma tutti i cardinali di età inferiore agli 80 anni, in qualità di elettori. Dall’esclamazione “Extra omnes”, nessun contatto con l’esterno sarà più permesso: inizia ufficialmente il Conclave. L’assemblea si riunisce nella Cappella Sistina, mentre i cardinali saranno ospitati presso la Domus Sanctae Marthae, con un percorso isolato per evitare ogni possibile comunicazione esterna.

I cardinali saranno chiamati a votare quattro volte al giorno: due votazioni al mattino e due al pomeriggio, finché non sarà raggiunta la maggioranza dei due terzi. Ogni cardinale scriverà il nome del candidato su una scheda, che, una volta raccolte, sarà bruciata. La combustione delle schede darà vita alla famosa fumata: bianca per l’elezione del Papa, nera per la non elezione. Teoricamente, può essere eletto qualunque uomo battezzato e celibe. Tuttavia, nella pratica, viene sempre scelto un cardinale.

Con l’inizio del Conclave, la Chiesa si prepara a scrivere un nuovo capitolo della sua storia, in un momento di grande transizione. Mentre i cardinali si riuniscono in preghiera, con il cuore e la mente rivolti al futuro, l’eredità di Papa Francesco resta viva. Il nuovo Papa, scelto dai porporati, avrà il compito di portare avanti una Chiesa in uscita, pronta a rispondere alle sfide del mondo con coraggio, misericordia e amore, proprio come ha fatto il suo predecessore.

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