Il racconto del Cagliari: l’ottima tenuta difensiva dei rossoblù ferma la Dea

                               

15/02/2025 Bergamo, Gewiss Stadium            25ma giornata di Serie A              Calcio d’inizio 15:00 Atalanta 0-0 Cagliari

di Francesco Floris

 

Immagine Sky

Pagelle 4-3-3 da sx a dx

Caprile: 7

Augello:6,5

Luperto: 7

Mina: 7,5

Zappa: 6

Makoumbou: 6,5

Deiola: 7-   ⇆  Marin 6

Adopo: 6,5

Felici: 5,5   ⇆  Coman 6+

Piccoli: 6    ⇆  Pavoletti s.v.

Zortea: 5,5

Gli uomini di Nicola tornano a Cagliari con un punto pesantissimo in chiave salvezza.

Il Cagliari sfida un’Atalanta stanca, reduce dalla battuta d’arresto in Champions League, contro il Club Brugge (partita finita 2-1 per la squadra belga), ma in cerca di riscatto, che però non arriva. Il Cagliari infatti, grazie ad una difesa efficace, nega ai Bergamaschi non solo la vittoria, ma anche situazioni offensive degne di nota. L’Atalanta, per 90’, non riesce mai ad impensierire veramente Caprile, se non in due occasioni: il gol annullato di Brescianini al 60’ e il tiro di Vlahovic’ all’88’. I Bergamaschi provano in ogni modo a segnare: cross, tiri da fuori, dribbling, ma è sempre la stessa storia. I due centrali cagliaritani non lasciano spazio al terzetto offensivo dell’Atalanta e il centrocampo, ben organizzato, impedisce l’impostazione nerazzurra. 

Nonostante la fase difensiva degli isolani sia stata ottima, quella offensiva è stata praticamente inesistente. Quando è stata ufficializzata la formazione, era quasi scontato che il Cagliari avrebbe giocato prudentemente, senza sbilanciarsi in attacco. Nicola decide di schierare un centrocampo a tre, di matrice puramente difensiva con: Makumbou, Adopo e Deiola. Come si può ben notare, manca un regista, uno che sappia smistare la palla come Viola o Gaetano (quest’ultimo infortunato). I rossoblù tirano solo una volta, con Deiola, tiro che non centra la porta di Carnesecchi. La squadra isolana ha comunque avuto delle occasioni per segnare, che però non sono state sfruttate a dovere. Zortea, per ben due volte, parte in contropiede quando la difesa atalantina è posizionata male, ma a causa di poca velocità e di imprecisioni non è riuscito a concretizzare le opportunità. L’allenatore rossoblù decide di cambiare assetto solo al 79’, quando sostituisce Deiola per Marin, mettendolo sulla trequarti, ma ormai è troppo tardi per organizzare soluzioni offensive importanti. 

Vista la condizione dei ragazzi di Gasperini e la grande quantità di riserve inserite in campo dal tecnico bergamasco, Nicola avrebbe potuto osare un pò di più, però è facile parlare dopo che i fatti sono già accaduti.

Da sottolineare la tenuta fisica di Zortea, Piccoli e Zappa. Questi hanno giocato tutte le partite di campionato (tranne Zortea, che ha saltato le prime tre giornate a causa di un infortunio) e nelle ultime uscite hanno risentito della stanchezza. Questi giocatori non hanno un sostituto valido perchè non è presente in squadra, come nel caso di Zappa, o perché non può rendere allo stesso livello, almeno secondo Nicola, come nel caso di Piccoli e Zortea. Per quanto riguarda Piccoli, si potrebbe far giocare Mutandwa, in modo tale da poterlo valorizzare in maniera ottimale; per quanto riguarda Zortea invece, si potrebbe utilizzare uno tra Coman e Luvumbo. La situazione di Zappa è la più preoccupante, in rosa infatti, non c’è un terzino destro pronto a sostituirlo e sarà necessario, molto probabilmente, ricorrere ai ragazzi della primavera. 

Nella prossima giornata di campionato, il Cagliari dovrà sfidare una Juventus che, durante il mercato invernale, si è rinforzata parecchio e i nuovi innesti come Kolo Muani (cinque gol in tre partite) hanno già lasciato il segno. Vedremo quindi se il tecnico piemontese opterà per un assetto tecnico conservativo, come quello visto contro l’Atalanta, o per uno offensivo per provare a fare il risultato contro una grande squadra, che all’andata, ha sofferto contro i rossoblù, non andando oltre l’ 1-1 finale.

Gli approfondimenti di ‘La Riflessione’ : i giovani e il mondo digitale

di Matteo Mereu, 25 anni, Laurea in Scienze della Comunicazione: attualmente lavora come segretario presso l’Università degli Studi di Cagliari

In questo articolo approfondirò il mondo della comunicazione giovanile, le varie forme di comunicazione e le dinamiche che queste innescano tra i giovani.

La gioventù odierna è completamente digitale, i ragazzi ormai utilizzano il cellulare per compiere quasi ogni operazione della loro vita (come se fosse un’estensione del loro corpo, un altro arto) e allo stesso tempo lo utilizzano sempre più di frequente mentre stanno facendo altro. Con questo voglio sottolineare che l’uso del cellulare in certi contesti ha assunto dei tratti morbosi, tanto da minare le capacità cognitive e di reazione dei giovani, andando ad incidere sulle scelte più importanti che la vita li chiama a compiere.

Non è un caso che sia fatto divieto di utilizzare i cellulari nella scuola primaria e nella scuola secondaria di primo grado, mentre alla scuola secondaria di secondo grado l’uso del dispositivo è vietato solamente durante le ore di lezione fatto salvo che lo si utilizzi per scopi didattici.

Credo che l’uso del cellulare a scuola sia un’importante fonte di distrazione, e pertanto sono d’accordo col divieto.

La comunicazione dei giovani negli ultimi 30 anni si è evoluta moltissimo in termini di velocità. La comunicazione istantanea, un tempo propria del linguaggio orale, dell’oralità (discorsi vis a vis, telefono), è entrata a pieno titolo anche nella corrispondenza scritta. Mentre un tempo per comunicare con una persona distante era necessario scriverle una lettera o inviarle una cartolina, adesso basta accendere il proprio smartphone ed entrare su WhatsApp, l’app di messaggistica più popolare al mondo e quella più usata dai giovani.

WhatsApp è stato nel tempo aggiornato, sono state aggiunte le videochiamate di gruppo e le condivisioni di brevi video, la caratteristica principale di WhatsApp è la comunicazione in diretta botta e risposta. Un rischio derivante dall’applicazione del bottone verde è dato dal fatto che la comunicazione solo scritta è sempre filtrata; perciò, non vedendo le espressioni dell’altra persona, risulta difficile comprendere, o cercare di comprendere, i suoi stati d’animo. 

Questo fa sì che la comunicazione via WhatsApp sia facilmente fraintendibile, spesso infatti possono nascere delle incomprensioni che derivano dal non avere il proprio interlocutore davanti, le emoticon non sono ovviamente in grado di trasmettere l’essenza delle emozioni che si provano, e inoltre anch’esse possono essere interpretate diversamente dall’altra persona. Con questo preambolo ovviamente non intendo dire che la comunicazione faccia a faccia non dia adito a fraintendimenti, i rapporti umani sono difficilissimi per natura, e tra i giovani lo sono ancora di più, in quanto entrano in gioco tutta una serie di dinamiche quali: la competizione, il voler apparire, la simpatia, l’antipatia ed emozioni come la vergogna, la timidezza, la rabbia, l’ansia e tanti altri.

Da un certo punto di vista si potrebbe definire anche la mia generazione una generazione digitale, in quanto con l’avvento del nuovo millennio la tecnologia ha fatto parecchi passi in avanti, soprattutto sul versante della telefonia e dei videogiochi. La generazione successiva alla mia è completamente digitale in quanto è nata con strumenti tecnologici all’avanguardia. Molti genitori in modo irresponsabile permettono l’uso del cellulare anche a bambini di pochi anni, ciò va ad incidere pesantemente sui giovani che diventeranno, l’esposizione al cellulare in bimbi così piccoli, infatti, atrofizza la struttura cerebrale proprio nei periodi in cui dovrebbe avere il massimo della plasticità al fine di permettere la formazione completa della persona di domani.

L’utilizzo massivo dei social network ha inoltre favorito la nascita di nuovi lavori quali l’influencer e il social media manager, il primo, o la prima, si occupa di creare contenuti per il grande pubblico che trasmette in diretta o in differita. Si potrebbe definire l’influencer come un’evoluzione dello youtuber, ossia il content creator (creatore di contenuti) per YouTube, la piattaforma video più famosa al mondo. Gli youtubers, figure ancora presenti nel contesto dei lavori multimediali, realizzano video afferenti alle tematiche più disparate e li caricano su YouTube, se riescono a riscuotere un certo grado di successo molte persone si iscriveranno al loro Canale, e di conseguenza il content creator, grazie ad una partnership con YouTube, dopo aver raggiunto un certo numero di iscritti, potrà iniziare a guadagnare dalle visualizzazioni che ricevono i suoi contenuti, che siano video lunghi oppure shorts. Video di 30-60 secondi che il colosso dei video ha ripreso dai Reels di Instagram, il quale a sua volta si è ispirato ai video di TikTok (social network basato sul video sharing che ha iniziato la sua ascesa nel 2016 raggiungendo il boom nel 2019 soprattutto tra gli adolescenti e i giovanissimi).

YouTube è quindi disposto a pagare i suoi partner con un alto livello di video sharing, ossia di visualizzazioni, in modo da aumentare gli ingressi sulla Piattaforma e di conseguenza i guadagni della stessa; la quale ha introdotto recentemente un abbonamento per ascoltare musica senza pubblicità (YouTube Music Premium, molto simile a Spotify, piattaforma musicale digitale che consente lo streaming, e quindi l’ascolto, on-demand di una miriade di brani). Anche Spotify è diffusissima tra i giovani e gli adolescenti, in quanto ti permette di ascoltare tantissimi brani, che selezioni da un catalogo in base ai tuoi gusti, senza pubblicità. Al contrario di YouTube Classic che trasmette alcuni secondi di pubblicità sulla maggior parte dei suoi video.

L’influencer non lavora con YouTube bensì attraverso i social, ed il social più gettonato dagli influencer è Instagram, social network che si basa principalmente sulla condivisione di foto. Instagram è nato come social di photo sharing, ossia condivisione di foto, per poi aggiungere anche i video in modo da rendere la piattaforma più accattivante, e soprattutto più interessante. Le piattaforme digitali sono continuamente in competizione per accaparrarsi più followers (seguaci) possibili, in modo da guadagnare di più attraverso le interazioni sui loro server. Come si può facilmente intuire il fine ultimo delle piattaforme digitali è sempre quello di guadagnare: si potrebbe dire che questo è lo scopo di ciascun professionista, certo, però ciò che contraddistingue le piattaforme digitali è proprio un accanimento quasi spasmodico nel voler guadagnare il più possibile quasi ad ogni costo. Facebook, che potrebbe essere definito il padre dei social network, è stato oggetto di sanzioni disciplinari per aver permesso, nel primo periodo della sua nascita, un accesso troppo facile ai minorenni, ossia una subscribe, un’iscrizione, quasi alla portata di tutti, per la quale serviva soltanto un indirizzo di posta elettronica, e non c’era nessun metodo di verifica dell’identità e dell’età anagrafica. In questo modo è stato dato uno strumento molto potente, come un social in grado di connetterti col mondo intero, a ragazzi, e spesso anche bambini, che non avevano gli strumenti per poterlo gestire. I social quindi, permettendo di iscriversi anche a bambini o adolescenti non ancora pronti, aumentano i propri follower ma allo stesso tempo tolgono tanto a bambini e ragazzi in termini di esperienze di vita e socialità. Il mondo dei social per un bambino può essere devastante, anche perché attraverso la piattaforma il bambino può accedere ad un’infinità di contenuti promossi dai vari guru del trading online, che se non utilizzati con criterio, e a volte anche se usati con criterio, possono portare ad investire e perdere grandi somme di denaro. Qualora un bambino dovesse avere accesso alle credenziali della carta di credito dei genitori, a motivo della loro trascuratezza nel custodire uno strumento così delicato, potrebbe facilmente sperperare tanti soldi col trading, inserendo le credenziali in siti fasulli oppure acquistando prodotti dal web, (anche se quest’ultima operazione necessita comunque della creazione di un account con posta elettronica e password). Ma in virtù di questo se il bambino in questione è un bambino già abituato all’utilizzo dei social allora potrà anche essere in grado di acquistare prodotti online, facendo perdere un sacco di soldi a mamma e papà. 

Il social media manager è invece da intendersi come un professionista che lavora con i social network per accrescere la visibilità di un’azienda o di un libero professionista, attraverso un lavoro di grafica. Crea una brand identity spendibile sul mercato digitale e utilizza i canali social per comunicare costantemente la presenza sul mercato del cliente. 

Noi giovani che abbiamo ereditato, grazie ai nostri genitori e ai nostri nonni, la libertà di comunicare le nostre idee e i nostri ideali, in questo mondo perlopiù fatto di apparenza, corriamo il rischio di farci intrappolare dal “consumismo comunicativo”.

Per concludere ci si augura che i giovani non cadano nella trappola che siano sempre pronti a tendere una mano reale all’altro e che usino le nuove tecnologie con umanità, ossia con il cuore.

L’autore, Matteo Mereu

Giubileo 2025: la speranza che non delude. Una conversazione con Mons. Giuseppe Baturi.

di Cristiana Meloni

Nella settimana in cui si festeggiano i cinque anni di “La riflessione politica”, Cristiana Meloni ha intervistato S.E.R. Mons. Giuseppe Andrea Salvatore Baturi, Arcivescovo di Cagliari dal 2020, per esplorare il significato profondo del Giubileo. Un evento centrale, proposto dalla Chiesa ogni 25 anni, che non è solo un momento di riflessione per chi intraprende un cammino di fede, ma anche una straordinaria rilevanza storica, sociale e culturale. Indetto da Papa Francesco, il Giubileo del 2025 è accompagnato dalla bolla Spes non confundit (La speranza non delude), presentata il 9 maggio 2024 durante la cerimonia di consegna nell’atrio della Basilica di San Pietro in Vaticano. In occasione del quinto anniversario della testata, oltre all’intervista scritta, verranno proposti anche contenuti video esclusivi sul nostro sito e sul profilo Instagram, per offrire una visione più completa di questa riflessione e per condividere con i nostri lettori un approfondimento visivo del tema.

Qual è il significato profondo del Giubileo per la Chiesa, la società e la vita quotidiana di ciascuno di noi?

Nel suo significato più profondo, il Giubileo è un invito a un cammino di conversione personale e di cambiamento. Ogni venticinque anni, secondo la tradizione, la Chiesa lo propone con alcune caratteristiche fondamentali: la richiesta di riconciliazione, il pellegrinaggio come simbolo e realtà dell’uomo in cammino, e gli atti di misericordia a favore dei fratelli più bisognosi. L’incontro vivo con Dio diventa così occasione di trasformazione personale, ecclesiale e sociale. In questo contesto si recupera anche l’antichissima esperienza del Giubileo del popolo d’Israele, che implicava una riflessione su Dio come colui che sollecita un cambiamento sociale, attraverso la liberazione degli schiavi, la remissione dei debiti e la ridistribuzione della terra. Questo significa che l’incontro con Dio non può non tradursi in una revisione dei rapporti umani all’interno della società, soprattutto in termini di liberazione di chi è oppresso.

Cosa ha significato per lei vivere in gioventù un Giubileo? C’è un parola, un momento, qualcosa che è rimasta nel suo cuore e che l’ha accompagnata per tutto il suo cammino?

Ricordo in particolare i Giubilei del 2000 e del 2016, dedicato alla Misericordia. Mi è rimasta impressa un’idea fondamentale: il tema della porta e l’azione di varcarla. Quando una porta si apre, compare una soglia, un invito a fare un passo in più verso la liberazione, la riappropriazione della vita, la condivisione con i fratelli. Quel momento di misericordia, segnato dall’attraversamento della porta – grande simbolo di Cristo – ha rappresentato per me l’urgenza di avanzare sempre, di non fermarsi mai. L’idea della porta è inoltre legata a quella del pellegrinaggio: un cammino che simboleggia la Chiesa, ma anche ogni persona che si scopre viandante. C’è sempre una meta, ci sono compagni di viaggio, c’è qualcosa da raggiungere, una ragione per continuare a camminare. Mai stanchi, mai fermi, ma sempre pronti a riprendere il cammino anche dopo un inciampo.

La fede, allora, come cammino che si fa con gli altri e la fede come porta, da attraversare sempre.

Soffermandoci in particolare sulla speranza – faro che illumina la Chiesa nel cammino giubilare – cos’è per lei la speranza? Come la si può trovare e custodire in una realtà fatta di sfide e ingiustizie?

La speranza è una dimensione che accomuna tutti e che permette di condividere con i fratelli, a prescindere dal credo, un aspetto fondamentale: il rapporto con il futuro. È un legame profondo con gli interrogativi più intimi che muovono il nostro cuore. La speranza, infatti, è attesa, è desiderio di un bene futuro.

È la ragione per cui si fa politica, si organizza la propria vita, ci si sposa, si accoglie una nuova vita, si fanno sacrifici per le persone che si amano. Senza speranza non si può amare, perché l’amore ha bisogno della certezza di un futuro, di un compimento. Credo che, nonostante i tragici errori della storia, questa attesa di un bene appartenga all’essenza più profonda dell’uomo.

Il Papa, parlando della speranza, la identifica con il desiderio di felicità. Chi non desidera la felicità? Ma cosa la dona davvero? In che modo la si può raggiungere? E come condividerla con gli altri? Senza saper riformulare così il tema della speranza, non è possibile nemmeno amare, perché l’amore esige desiderio e attesa di un bene che si può realizzare e che non delude.

Anche la politica, in questo senso, ha bisogno di speranza: ha bisogno di saper disporre le risorse presenti in funzione di una visione futura. Senza questo respiro, senza una prospettiva che sappia orientare e organizzare le forze attuali, la politica si riduce a mera gestione o semplice amministrazione del potere.

Il perdono e l’esperienza di misericordia, altri temi centrali del Giubileo, come si possono declinare nella nostra vita quotidiana e, in particolare, in quella di chi è ferito dagli eventi o dalla propria storia personale?

Il Papa ha avuto un’intuizione molto importante: ci chiede di trasformare i segni dei tempi in segni di speranza. Davanti alle piaghe del nostro tempo – pensiamo alla guerra, alla crisi ambientale, alla pesantezza del cuore che impedisce a tanti di amare e che spesso si trasforma in violenza verso gli altri – siamo chiamati a tramutare tutto questo in un cammino di speranza, attraverso opere di misericordia.

È fondamentale, però, individuare un difetto di fondo. Perché, ad esempio, tanti rapporti affettivi si trasformano in gabbie? Perché manca la speranza in un bene futuro, e tutto diventa preda di un possesso egoistico e violento. Perché spesso non siamo capaci di pensare alle generazioni future e tendiamo invece a consumare la terra e l’ambiente come se fossero di nostra esclusiva proprietà? Perché manca una visione adeguata del futuro e della nostra responsabilità verso gli altri.

Il perdono, allora, diventa la possibilità di ricominciare, di aprirsi a un futuro che custodisca la memoria del passato, ma senza esserne condizionati o oppressi. Questo è possibile solo in Dio, che fa nuove tutte le cose e permette un continuo ricominciamento.

Il pellegrinaggio, altro grande simbolo, ci insegna che questo non è realizzabile solo con la volontà del singolo o con uno sforzo ascetico. È possibile solo all’interno di un cammino paziente, in una richiesta di amicizia, nella Chiesa, con altri amici e compagni di viaggio, e attraverso un dono che possiamo solo domandare.

Pensando in particolare ai giovani, molti di loro oggi si trovano a fare i conti con ansia e depressione, proprio in quella fase della vita in cui sono chiamati a crescere e fiorire. Quale messaggio vorrebbe rivolgere a loro?

Questo è un segno drammatico della mancanza di speranza: il futuro appare come una minaccia, anziché una promessa. Per sperare, infatti, è necessario aver ricevuto la promessa di un bene più grande delle incertezze e delle difficoltà. Il Papa esorta a stare vicini ai giovani, ma questo richiede adulti capaci di condividere le loro speranze, di trasmettere ciò che vedono, di farsi compagni nei loro desideri.

Ai giovani direi: non abbiate paura dei vostri desideri! Pensate e desiderate cose grandi, cercate la vera felicità! La mancanza di speranza, infatti, può portare a un atteggiamento opposto: per soffrire di meno, si finisce per desiderare di meno, accontentandosi di cose ridotte. No! Non abbiate paura della speranza, né dei vostri desideri e delle vostre attese. Accettate di farvi accompagnare, di diventare figli, compagni di cammino di qualcuno nel cui volto, nelle cui parole e nei cui atteggiamenti possiate intravedere un bene da seguire, magari persino da invidiare.

Di recente è stato celebrato anche il Giubileo delle comunicazioni a Roma. Cosa direbbe ai giornalisti, che spesso si trovano a raccontare notizie in cui la speranza sembra soffocata? Come possono, nel loro lavoro, farsi strumenti e messaggeri di speranza senza rinunciare alla verità?

Attraverso l’incontro con testimoni, affinché la lettura dei fatti sia guidata anche dall’esperienza di uomini e donne di speranza. Italo Calvino, parlando dell’inferno, diceva che ci sono due modi per non soffrirne: uno è farne parte, adottandone le dinamiche di violenza e pregiudizio; l’altro è scorgere “ciò che inferno non è”, quei punti di luce e di speranza, e dare loro spazio e voce. Bisogna raccontare la vita nella sua drammaticità, ma anche saper riconoscere e testimoniare ciò che appartiene a dimensioni diverse: la riconciliazione, il perdono, la volontà di ricostruire un mondo nuovo, il rifiuto della violenza come strumento di affermazione di sé. Se guardiamo con attenzione, vediamo tanti segni di speranza, e il giornalista, nel raccontare la realtà, non deve aver paura di cercarli e di dar loro spazio.

Guardando al futuro cosa spera che questo Giubileo lasci in eredità alla Chiesa e al mondo intero?

Nutro diverse speranze. Anzitutto la capacità di dialogare con il desiderio di felicità di tutti gli uomini, perché il messaggio cristiano deve sapersi offrire al desiderio di felicità e di bene di ogni uomo. La Chiesa, dunque, leggendo questa speranza tormentata nel cuore degli uomini, deve imparare a farsi compagna di viaggio, del pellegrinaggio di ciascuno. Per quanto riguarda il tema del perdono, la riconciliazione, rappresenta la vera alternativa alla guerra: quella che viviamo nei rapporti personali, nel rapporto con noi stessi e anche tra popoli. La Chiesa, quale fattore di riconciliazione, deve saper promuovere l’amicizia, il riconoscimento reciproco, il cammino insieme come una vera forma di novità del mondo. Un altro desiderio è la capacità di entrare nella sofferenza degli uomini portando segni di misericordia e speranza, aiutandoli a non accomodarsi ma a rimettersi in cammino.

Viviamo in un’epoca in cui molte persone si sentono lontane dalla fede o disilluse della istituzioni religiose. Cosa direbbe a chi pensa che il Giubileo non lo riguardi?

Direi di guardarlo con attenzione e con speranza. Non lasciarsi toccare è già un segno di rinuncia, e la rinuncia non fa bene. Il tema della speranza riguarda tutti. Da un lato, quindi, è importante tornare a riflettere sui propri desideri e sulle proprie attese; dall’altro, provare a guardare – se non con curiosità, almeno con una certa attenzione – quelle luci che, magari, si intravedono anche nella nebbia del presente.

Il racconto del Cagliari: l’arte di saper cogliere l’attimo

di Daniele Madau

XXIV giornata Serie A- Unipol Domus/ Cagliari- Parma: 2-1 (58mo Adopo; 70mo Coman; 78mo Leoni)

La coreografia all’ingresso delle squadre

CAGLIARI (4-2-3-1): Caprile; Zappa, Mina, Luperto, Augello; Makoumbou (84 mo Marin), Adopo (84mo Deiola); Zortea, Viola (55mo Gaetano), Felici (67mo Coman); Piccoli (84mo Pavoletti).
All. Nicola.

PARMA (4-2-3-1): Suzuki; Delprato, Vogliacco, Leoni (9mo Holmquist), Valeri; Bernabé, Keita (57mo Hernani); Cancellieri (46mo Mann), Sohm, Camara (57mo Ondrjeca); Djuric (30mo Bonny).
All. Pecchia.

ARBITRO: Di Bello
AMMONITI:
ESPULSI:

SPETTATORI: 16154

Esistono,  in ogni situazione della vita di ognuno, momenti decisivi, da cogliere, poiché il tempo che normalmente scorre – kronos– diventi il tempo ‘opportuno’ , kairos.

Re Davide- Nicola- che nella sua prima conferenza stampa aveva citato Whitman, sicuramente conoscerà la differenza.  Ci sono partite da vincere, e Cagliari- Parma è una di queste. Nicola,perciò, presenta quella che, ormai,  può essere la sua formazione tipo, con Viola, autore della prima occasione cagliaritana dopo due minuti, ormai stabilmente al posto di Gaetano.

Se il campionato fosse finito prima dell’inizio della gara di oggi, il Parma sarebbe retrocesso: perciò il ‘kairos’ riguarda forse più i ducali: infatti, a Viola, rispondono con due occasioni , la seconda delle quali, con Camara, ad alto rischio per la difesa sarda. In genere, il Parma ha il predominio del gioco, mentre i padroni di casa ripartono, come nel caso del colpo di testa di Piccoli al 18mo e, soprattutto,  col tiro sul primo palo di Felici, da sinistra,  al 21mo. Ma se due indizi non fanno ancora una prova, col palo sul colpo di testa di Mina sul successivo angolo abbiamo la prova che la partita,  nonostante il nuovo tentativo di Camara, sta cambiando. 25 minuti e già tante emozioni: la più forte delle quali arriva ora, col portiere ducale Suzuki che si lascia, per un attimo, sfuggire la palla: ma non c’era nessuno in agguato.

Al 30mo, Zortea, uno dei più attesi dopo le ultime prestazioni impreziosite dai goal, calcia alto dal limite; poco dopo esce Djuric per infortunio: lo fa tra gli applausi, ed è bello sentirsi circondati da un pubblico sportivo. I bambini della ‘Curva Futura’ hanno avuto un bell’esempio.

Prima della fine del primo tempo sono chiari, ormai, i protagonisti principali delle due squadre: Viola per i padroni di casa – che al 35mo arriva a calciare rasoterra da centro area senza fortuna- e Camara per i ducali, a cui al 38mo annullano un goal per fuorigioco.

Al termine del primo tempo, qualche fischio, ad accompagnare l’uscita dei giocatori da un primo tempo equilibrato, in cui forse è mancato il mordente del ‘cogli l’attimo’, del ‘carpe diem’.

Nella pausa, qualche annotazione a margine: il 6 febbraio del 1987 nascevano gli Sconvolts, cuore storico, nel bene e nel male, del tifo cagliaritano, ancora pulsante. La loro coreografia per l’occorrenza  si è meritata il posto d’onore in questa cronaca.

L’inizio della ripresa è segnato da una serie di errori dei padroni di casa, una sorta di sfilacciamento, forse segno di nervosismo: il Parma, infatti, conquista campo e fallisce il colpo letale davanti alla porta con Bonny e Camara, che non riescono a colpire bene la palla, e Keita, che sfiora il palo. Crescono i fischi.

Tra questi, però, cominciano a volare sulla fasce Augello, Felici e Zortea: se il tempo opportuno fugge, come il vento, si deve solo correre; sulla fascia sinistra si invola Felici, il cui cross trova la testa di Adopo, leggermente deviata, a spiazzare Suzuki. 1-0. La gara non perde di intensità: capovolgimenti di fronte continui, viso aperto di chi vuole portare dalla propria parte il destino.

Eccolo, il destino, si presenta ai coraggiosi, ai giovani, ai puri: al 68mo, l’esordio in rossoblù del giovane neoacquisto Coman; due minuti dopo, proprio lui, raddoppia dopo uno scambio con Gaetano con uno splendido tiro dal limite. Senza timore, con sicurezza: il destino lo devi domare. Lo stadio esplode di gioia per questo ragazzo, arrivato, forse, tra i pregiudizi.

Durante la rincorsa del tempo, e del suo fluire rapido, bisogna soffrire: ecco, al 78mo, il perfetto colpo di testa di Leoni da calcio d’angolo. Difesa distratta e denti da stringere ancora, per quindici minuti.

Al fischio finale, una gioia liberatrice: è passato il tempo opportuno, e il Cagliari ha colto l’attimo. La salvezza è più vicina.

Le nuove frontiere dell’energia: le batterie al sale, tra Veneto, Sardegna e Dubai

L’azienda padovana Gefarm, che ha lanciato UNO e DUO, sistemi di accumulo al sale riciclabili ed ignifughi, ha trovato un partner a Dubai: nel triennio previsti progetti per installare molti megawatt anche in India e Egitto. Il Presidente, Giovanni Rocelli: “Mercato delle batterie in crescita, il sale è la risposta ai problemi dell’inquinamento: ora l’espansione anche in Italia”. Il reparto ricerca e sviluppo è in Sardegna, i partner di prodotto tra Svizzera e Italia


La fine dell’era del carbonio è prossima. I combustibili fossili inevitabilmente saranno sostituiti da quelli provenienti da fonti rinnovabile, sia perché finiranno sia perché non potremo permetterci ancora a lungo i livelli di inquinamento che causano. Nella svolta green in corso uno degli asset strategici saranno le batterie, ossia la possibilità di accumulare l’energia in eccesso e non immediatamente utilizzata dalla rete. Per questo, si stanno cercando soluzioni sempre più ecologiche per il mercato dello storage, secondo recenti analisi collegate alla matrice “McKinsey”, nel mondo varrà oltre i 150 miliardi fino al 2030.
In questo ecosistema economico opera GEFARM, start up nata nel 2021 ed incubata dal 2022 al Le Village by CA Triveneto con sede a Padova, fondata da  Alessandro Marcuzzi, manager con esperienze nei settori commerciale e del marketing e di ricerca prodotto in svariate aziende. La start up dalla sua nascita lavora assiduamente con l’obiettivo di creare dei sistemi di accumulo innovativi e in ottica green, rivolti sia al settore privato che a quello commerciale e industriale. 
La giovane azienda è arrivata ad un punto di svolta in questo inizio del 2025. Dopo aver ottenuto nel corso del 2024 oltre un milione di euro di finanziamenti grazie all’entrata nel capitale sociale della Holding GIO2 di proprietà del Presidente Giovanni Rocelli ed esser arrivata alla produzione dei primi lotti, adesso è in arrivo una nuova opportunità commerciale. È stata infatti aperta una nuova azienda, la GEFARM INVESTMENT LLC a Dubai con la partnership di ABWAB HOLDING LLC con l’obiettivo di diffondere la tecnologia italiana negli Emirati Arabi, all’interno di maxi progetti green che sono in corso di realizzo. 


“Il rapporto tra GEFARM e i nostri nuovi soci d’affari a Dubai è nato  grazie al dottor Sameh Salama  un consulente che opera nell’area da una quindicina d’anni”, spiega il Ceo di GEFARM, Alessandro Marcuzzi. “Abbiamo iniziato a ragionare attorno alla fattibilità di un singolo progetto, poi, dopo una serie di incontri da loro, abbiamo capito che c’era la possibilità di crescere assieme. Per noi è una sfida enorme, si tratta di svariati milioni di euro e di qualche centinaia di megawatt da installare, un cambio di paradigma reale sui temi dell’energia green”.
La partnership commerciale è nata sotto l’egida di Sua Altezza lo Sceicco Hasher Bin Maktoum Bin Juma Al Maktoum, grazie alla rete di dialogo internazionale che ha avuto come vertici il governo di Dubai, tra cui il Dipartimento dell’Economia e del Turismo, la Camera di Commercio di Dubai, la Direzione Generale della Residenza e degli Affari Esteri (GDRFA). A sostenere la partnership Karthik Balasubramanian, Partner e Family Wealth di ABWAB Holdings L.L.C., il Consigliere Dr. Sameh Salama e il team di Shangri-La Dubai su Sheikh Zayed Road, l’Horizon Club e Falak Tayyeb Platinum Government Services LLC Together.
“L’operatività a Dubai è già iniziata, stiamo entrando nei nostri nuovi uffici”, annuncia Giovanni Rocelli, Presidente di GEFARM. “La prima fase si concentrerà su una maxi opera nell’area di Dubai. Ma i nostri partner ci hanno assicurato l’interesse per progetti anche in India e Egitto sui quali stiamo lavorando. Siamo orgogliosi di trasportare il nostro know how italiano all’estero e aiutare la transizione verso un’economia sempre più green”.


Il modello di business di GE FARM è basato sullo sviluppo di nuovi sistemi di accumulo di energia basati sulla tecnologia innovativa delle batterie al cloruro di sodio e nichel prodotte dalla società svizzera HORIEN, partner della start up. GEFARM è partita dalle batterie e ha realizzato un ecosistema dedicato al mondo dell’accumulo con inverter e cabinet di proprietà, assemblati negli spazi produttivi in Friuli Venezia Giulia,  il centro ricerca e sviluppo è in Sardegna, mentre il quartier generale è a Padova in via Savelli.
“Ci impegniamo a plasmare un futuro sostenibile e innovativo”, precisano Marcuzzi e Rocelli. “A Dubai forniremo sistemi di accumulo di energia a batteria (BESS), tecnologie all’avanguardia per batterie a base di sale per uno stoccaggio efficiente e sostenibile dell’energia. Ma garantiremo anche il controllo della gestione dell’energia (EMC) con soluzioni avanzate di automazione degli edifici per ottimizzare l’efficienza energetica. Non solo, metteremo in campo anche sistemi di ricarica per veicoli elettrici caricar: soluzioni rivoluzionarie per l’infrastruttura dei veicoli elettrici. Questa impresa è in linea con la visione degli Emirati Arabi Uniti per un futuro più verde e sostenibile e siamo entusiasti di svolgere un ruolo fondamentale nel guidare questi progressi”.


La batteria al sale, peraltro, è sempre più al centro dell’attenzione di chi si occupa di energia perché non è sensibile agli sbalzi termici, ha una lunga vita ed è sufficiente portarla in discarica dove verrà considerata come un normalissimo rifiuto elettronico: non sono tossiche per l’uomo, sono riciclabili e non hanno il rischio di incendio. Il sale usato per le batterie segue un ciclo di estrazione classico che prevede l’evaporazione dell’acqua marina in vasche. Con l’utilizzo di batterie al cloruro di sodio/nichel, GEFARM si affida solo a processi che rispettano l’ambiente. In particolare, hanno una lunga durata (prevista sui vent’anni) e non hanno bisogno di manutenzione; la loro efficienza non cala con l’utilizzo (quindi non soffrono del cosiddetto effetto memoria). Sul fronte dei limiti, la batteria ha bisogno di 10-12 ore di warm up iniziale all’avviamento per arrivare alla temperatura interna operativa (260°C), prima di poter cominciare un nuovo processo di carica e scarica: per questo non è funzionale per ricariche veloci o utilizzi irregolari, come capita ad esempio con le automobili.


Oltre il soffitto di cristallo: la sfida della parità di genere nel mondo del lavoro

di Marta Meloni

Il termine Gender gap indica il divario tra il genere femminile e quello maschile nel mondo. Questo fenomeno ha effetti su molti ambiti sociali, tra cui educazione e istruzione, occupazione, retribuzione e rappresentanza politica. Non solo, ha implicazioni nel limitare le opportunità individuali delle donne ma, ha anche un impatto negativo sull’economia e sullo sviluppo sociale, tanto da rappresentare una sfida complessa e multi-sfaccettata che richiede interventi coordinati a livello locale, nazionale e globale da parte di governi, settore privato e società civile. L’argomento è stato approfondito dalla sottoscritta, Marta Meloni, laureanda in Scienze e Tecniche Psicologiche con orientamento economia e lavoro.

Il Gender gap nel mondo del lavoro rappresenta una delle sfide più significative e persistenti nel panorama socioeconomico contemporaneo. Nonostante i progressi compiuti in termini di diritti e opportunità, le disparità di genere continuano a manifestarsi in diverse forme, tra cui differenze salariali, accesso a posizioni di leadership e opportunità di carriera. Secondo il Global Gender Gap Index (GGGI)2024, a livello globale è stato raggiunto un livello di equità pari al 68,5%. Ciò significa che per raggiungere la parità di genere sono necessari ancora 134 anni superando di gran lunga l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile del 2030. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), evidenzia che il Gender pay gap, indice della disparità salariale per il quale, a livello globale, le donne tendono a guadagnare meno rispetto agli uomini, anche in condizioni di parità di ruolo e competenze, rappresenta una delle maggiori ingiustizie all’interno del mercato del lavoro. Inoltre è stato dimostrato che un maggiore coinvolgimento femminile comporterebbe un aumento significativo del PIL globale. Nella maggior parte degli Stati membri dell’Unione Europea, nel 2022, la retribuzione lorda delle donne era inferiore al 12,7% rispetto a quella degli uomini. Inoltre, i settori Stem, come tecnologia, ingegneria e finanza tendono ad avere una presenza maschile dominante.

Le donne sono spesso sottorappresentate in ruoli di leadership. Questo fenomeno di segregazione verticale è stato descritto dalla scrittrice americana Marlin Loden nel 1978 con la metafora “glass ceiling” o soffitto di cristallo, con l’intento di descrivere tutte quelle barriere invisibili, tutti quei pregiudizi taciuti, impliciti e radicati nella cultura ma al contempo tangibili e insormontabili  che ostacolano la donna nell’espressione delle sue potenzialità nel mondo del lavoro e tutti quegli stereotipi di genere che persistono anche nei processi di assunzione, promozione e valutazione avendo un impatto negativo sulle sue opportunità di carriera.

Il genere, differentemente dal concetto di sesso che si riferisce a una distinzione biologica e anatomica, riguarda l’identità e non è altro che la costruzione sociale e culturale dei ruoli, delle norme e delle aspettative associate all’essere maschio o femmina. Il patriarcato, termine che  deriva dal greco patriarkhēs, che significa letteralmente “la legge del padre”, è stato determinante nel plasmare i ruoli tradizionali, rafforzando l’idea che gli uomini fossero naturalmente più adatti a un ruolo di capofamiglia e a posizioni di leadership e che le donne fossero più inclini a occupazioni che richiedono cura e sostegno, generando degli stereotipi di genere che si riflettono ancora oggi in processi di educazione e socializzazione. Quale istituzione sociale avrebbe potuto assicurare la continuità di un sistema così strutturato, se non il matrimonio? Infatti, secondo il diritto romano, il termine matrimonio, derivante dalla parola latina matrimonium, letteralmente significa “doveri di madre” proprio per enfatizzare l’importanza della finalità procreativa all’interno dell’unione. Secondo uno studio pubblicato da Science nel 2017, nota e prestigiosa rivista scientifica, le bambine, a partire dai sei anni, all’inizio della loro carriera scolastica, cominciano a perdere fiducia in loro stesse e tendono a ritenersi meno intelligenti e brillanti rispetto ai loro coetanei maschietti a causa di un’acquisizione precoce di nozioni stereotipate, che ne influenza interessi e aspirazioni. Nell’infanzia, uno dei contesti più emblematici in cui emerge il Gender gap, è quello delle attività ludiche. Infatti, il gioco, strumento di apprendimento fondamentale per lo sviluppo cognitivo e sociale, riveste un ruolo cruciale nella formazione delle identità di genere. Giochi tipicamente commercializzati per maschi, come costruzioni, automobiline, robot, puzzle e altri ancora, facilitano l’acquisizione di capacità visuo-spaziali, logiche di problem-solving e competenze connesse a materie STEM. D’altro canto, bambole, set da cucina e peluche, definiti prettamente giochi per femmine, espongono a un apprendimento differenziato verso competenze relazionali e comunicative e abilità sociali associate a professioni legate alla cura e al servizio. Queste rappresentazioni influenzano profondamente i bambini contribuendo a consolidare ruoli di genere rigidi: assorbono totalmente questi messaggi culturali, iniziano a pensare, ad agire, a modellare il loro futuro e a impostare percorsi di carriera in base ad essi.

I dati statistici forniti dell’Unesco ne danno conferma. Attraverso il report 2022- 2023, viene dichiarato che solo un terzo delle donne a livello mondiale è laureato in materie STEM. Questo è ciò che viene tecnicamente definito “Gender dream gap” secondo cui, sin dall’infanzia condizionamenti socioculturali plasmano le aspirazioni di carriera delle donne, stroncando sogni e ambizioni.

Il Gender gap nel mondo del lavoro non è solo una questione di numeri o statistiche ma riguarda soprattutto vite, aspirazioni e potenzialità inespresse.

Abbracciando la diversità e l’inclusione, possiamo plasmare un futuro in cui ognuno ha la possibilità di brillare e di esprimere appieno il proprio talento a prescindere dal genere. In questo scenario ideale, le diversità non sarebbe solo un valore aggiunto, ma la norma.

‘Non sono ricattabile’: i perché non sembra essere una verità

di Daniele Madau

Excusatio non petita, accusatio manifesta, una scusa non richiesta è una manifesta accusa: la saggezza del mondo classico sembra ben adattarsi al videomessaggio in cui la presidente Meloni avvisa gli italiani di aver ricevuto una denuncia da un cittadino.’Non sono ricattabile’, infatti, ha detto in conclusione, con una sorta di excusatio non petita.

Ripercorriamo quanto successo: l’avvocato Li Gotti ha denunciato Giorgia Meloni e i ministri Nordio e Piantedosi per favoreggiamento e peculato nella vicenda Almasri, il torturatore libico rilasciato in patria con volo di Stato, a fronte di una richiesta di arresto della Corte Penale Internazionale. La procura che ha ricevuto la denuncia ha poi, come da procedura, trasmesso gli atti al tribunale dei ministri, ‘omessa ogni indagine’, cioè senza effettuare indagini.

La presidente, però, con una informazione non corretta non si sa quanto cosciente, ha parlato di ‘avviso di garanzia’; ed è stata solo la prima di una lunga serie di inesattezze, alcune anche paradossali, rasentanti, dispiace ammetterlo, il ridicolo: come quando ha definito Li Gotti uomo di sinistra. Omettendo il suo passato nel Movimento Sociale. In più, si potrebbe dire impunemente, lo ha anche accusato, davanti agli italiani,  di aver difeso i mafiosi, quando Li Gotti ha difeso i collaboratori di giustizia pentiti, quindi, piu’ precisamente,  contro la mafia.

Bisogna riflettere, con verità e durezza, quando è necessario. È dovere del giornalismo, come contropotere. È molto grave quanto successo, dovrebbe essere un punto di non ritorno nella coscienza degli italiani. Ma, come disse Flaiano, spesso, in Italia, la situazione è grave ma non è seria. Rasenta talvolta il ridicolo, come già detto. Se ne sono accorti, purtroppo,  in Libia, come da video dell’accoglienza trionfale in patria di Almasri tra gli sbeffeggi per gli italiani. Non del governo, non di Piantedosi e Meloni: degli italiani.  Di noi che facciamo sacrifici, paghiamo le tasse, lavoriamo ogni giorno per quel po’ di serenità nostra e dei nostri cari. Sbeffeggiati perché il ministro degli interni ha liberato un terrorista in quanto era ‘di estrema pericolosità ‘, con un ossimoro così palese da lasciare come stupefatti davanti a questa sorta di incompetenza. Perché la presidente del consiglio, dopo aver ripetuto piu’ volte che non avrebbe lasciato tregua ai trafficanti di uomini, è costretta a liberarne uno, mentre 40 migranti venivano portati, quasi contemporaneamente, in Albania.  Questo perché, contrariamente a quanto ripetuto- senza l’efficacia della prima volta- sembra, purtroppo, ricattabile: se non avesse consegnato Almasri, sarebbero aumentati i migranti dalla Libia. Questo è,  propriamente,  un ricatto. Ciò accade quando si stabiliscono accordi con soggetti, e Stati, che non riconoscono il diritto. È capitato anche con altri governi, ma sembra la prima volta con un quadro ricamato di inesattezze. Quella sulla ricattabilita’ è, infatti, solo l’ultima di una serie: dirette, forse coscienti, quasi senza pudore. Il governo perde stabilità, trascinato da incompetenza e inesattezze, e quindi malcelato imbarazzo. È doveroso scorgerlo e ammetterlo.

I rappresentanti  politici che hanno sempre legittimamente parlato, come parte del loro patrimonio politico- e continuano a farlo nei videomessaggi-  di onore, testa alta, dovere, legalità, prima gli italiani, dovrebbero essere i primi a testimoniarlo, risparmiarci umiliazioni e inesattezze, se non vogliono rasentare il ridicolo. Vale per ogni partito e programma politico, è doveroso ricordarlo, e il giornalismo deve sempre essere pronto a mettere in pratica la preziosa arte della riflessione con chiunque, senza fomentare toni troppo forti. Anche ammettendo che, ormai, il ridicolo sembra una categoria politica. E noi, non da ora, purtroppo, ci stiamo abituando a situazioni gravi ma non serie.

‘Un piano, quello condotto dal regime hitleriano, che in Italia trovò anche la complicità di quello fascista’: il messaggio della presidente Meloni per la ‘Giornata della memoria’

dalla redazione dell’Unione Sarda

«Ottant’anni fa l’orrore della Shoah si è mostrato al mondo in tutta la sua terrificante forza. Il 27 gennaio 1945 i cancelli di Auschwitz sono stati abbattuti, e insieme ad essi è crollato anche quel muro che impediva di vedere chiaramente l’abominio del piano nazista di persecuzione e di sterminio del popolo ebraico. Uomini, donne, bambini e anziani strappati dalle loro case, costretti a lasciare tutto, portati nei campi di sterminio e uccisi solo perché di religione ebraica. Un piano la cui premeditata ferocia fa della Shoah una tragedia che non ha paragoni nella storia. Un piano, quello condotto dal regime hitleriano, che in Italia trovò anche la complicità di quello fascista, attraverso l’infamia delle leggi razziali e il coinvolgimento nei rastrellamenti e nelle deportazioni».

È il messaggio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione del Giorno della Memoria e dell’ottantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz.

Quello della Shoah, prosegue la premier, fu «un abisso a cui si contrappose il coraggio di tanti Giusti, che non esitarono a disobbedire e a rischiare la propria stessa vita per salvare quella di migliaia di innocenti».

Ancora: «Oggi celebriamo il Giorno della Memoria della Shoah, ricordiamo i nomi e i cognomi delle vittime e rinnoviamo la memoria di quei fatti, anche attraverso la testimonianza dei sopravvissuti e dei loro discendenti. Testimoni viventi di una pagina orribile del nostro passato, ai quali rendiamo ancora una volta il nostro ringraziamento. Perché, se oggi conosciamo ciò che è accaduto, lo dobbiamo soprattutto a loro».

Il racconto del Cagliari: prestazione incolore dei rossoblù, la doppietta di Adams stende il Cagliari

di Francesco Floris

Foto Corriere della Sera

Francesco Floris, giovane studente appassionato di giornalismo sportivo, ha seguito per ‘La Riflessione’ la gara di venerdì del Cagliari

Torino, Stadio Olimpico, 22ma giornata di serie A- 20:45 /Torino Cagliari : 2-0 (6, 61mo Adams)

Pagelle del Cagliari (da sx a dx) 4-2-3-1, poi 4-4-2

Caprile: 7,5

Obert: 4         ⇆     Augello 5

Luperto: 5-

Mina: 5 

Zappa: 4

Deiola: 4,5      ⇆   Adopo 5,5

Marin: 4          ⇆   Makoumbou 5

Felici: 4

Gaetano:5      ⇆   Pavoletti 6

Zortea: 4,5

Piccoli: 5        ⇆   Lapadula 6

La squadra di Nicola esce sconfitta dal capoluogo piemontese dopo una prestazione che lascia parecchio a desiderare. Sin dai primi minuti della partita si capisce che sarà una giornata no per i giocatori del Cagliari. Dopo soli sei minuti di gioco arriva il gol dei granata, da parte dello scozzese Adams, gol che,viziato dalla deviazione della traversa, è giunto meritatamente, viste le continue occasioni avute dai torinesi per passare in vantaggio. Rete subita a causa di una difesa posizionata male e di una squadra lenta a rientrare, nel provare a difendersi dal contropiede, che ha portato il Torino al gol.

Per tutta la durata del primo tempo il Cagliari è costantemente in affanno: passaggi sbagliati, stop errati e lentezza generale della squadra. E’ un susseguirsi continuo di questi eventi, che sembrano non voler finire mai, solo il duplice fischio dell’arbitro, che sancisce la fine del primo tempo, mette fine a questa agonia.

Il secondo tempo non è tanto meglio: gli errori compiuti nel primo tempo si ripetono anche nella seconda frazione di gioco e Nicola decide di cambiare addirittura quattro giocatori al 58’. 

Entrano: Pavoletti, Adopo, Makumbou e Augello. La situazione peggiora dopo appena tre minuti, quando Adams firma la doppietta, dopo un intervento scomposto di Karamoh su Luperto, che l’arbitro giudica regolare. Dopo il secondo gol, la partita per i cagliaritani non migliora di molto, sbagliano meno passaggi, è vero, ma non  riescono a superare la metà campo avversaria. Al 76’ Nicola inserisce Lapadula al posto di Piccoli; si passa così da un 4-2-3-1 ad un 4-4-2. L’intenzione del mister è quella di puntare tutto sui cross degli esterni, ma la situazione è sempre la stessa. Le prime “occasioni” da gol arrivano addirittura all’80’, quando Augello riesce a mettere qualche pallone in area per Pavoletti, che però è ben marcato e non riesce a trovare mai l’incornata vincente.

La mediana composta da Marin e Deiola ha dimostrato di non essere assolutamente adatta a giocare dal primo minuto. I due “mediani,” per 58’ minuti, non creano praticamente nulla. Girano a vuoto nella parte centrale del campo, senza creare gioco e inserimenti in fase di possesso palla; durante la fase difensiva sembrano due pesci fuor d’acqua e  perdono continuamente l’uomo, faticano a rientrare in tempo. La partita con il Lecce, per Marin e Deiola, è stata un caso e ritengo sia giusto che in mediana giochino sempre Adopo e Makumbou, che da quando ricoprono questo ruolo hanno sempre svolto il loro compito in maniera discreta.

Anche Felici delude, e non poco. L’esterno rossoblù non riesce mai a scartare l’uomo, come ci ha abituato nelle ultime uscite, non trova mai lo spazio per un cross e sbaglia un infinità di passaggi. Non a caso il passaggio sbagliato, che ha portato in vantaggio i granata, è stato effettuato da Felici.

Protagonisti in negativo anche i due terzini Zappa e Obert. I due esterni bassi, per l’intera durata della partita, non riescono a gestire la velocità degli esterni torinesi e vengono continuamente scartati, concedendo molti cross alla squadra di Vanoli.

Solo Caprile è stato capace di offrire una buona prestazione.

L’estremo difensore ha confermato, ancora una volta, di essere un portiere affidabile e coraggioso nelle uscite. Il portiere dei sardi è assolutamente incolpevole delle reti segnate dal Torino, ritengo che se non ci fosse stato Caprile in porta, probabilmente, il Cagliari avrebbe incassato più segnature.

In questa partita abbiamo visto il Cagliari peggiore della stagione. Una squadra che non riesce a creare gioco, che corre a vuoto, che non riesce a verticalizzare, che non lotta e che si arrende. Il Cagliari però non è questo. Il Cagliari ci ha abituato a lottare fino all’ultimo e a provare di tutto pur di non uscire dal rettangolo verde sconfitto. 

Penso che questa partita sia stata solo un caso e sono convinto che domenica prossima, a Cagliari, contro la Lazio, vedremo una squadra diversa, che ha voglia di vincere e fare risultato.

Naturalmente il match contro la Lazio non sarà facile, ma questo non deve scoraggiare gli uomini di Nicola. I ragazzi ci hanno abituato a prestazioni eccellenti contro squadre dall’altissimo livello tecnico, come contro il Milan, la Juventus, la Fiorentina, l’Atalanta e la Roma.

L’informazione nell’era digitale: strumento di libertà o disuguaglianza?

di Cristiana Meloni

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca come 47° presidente degli Stati Uniti segna un nuovo capitolo nella politica americana e globale. Al centro del suo discorso di insediamento, temi come la libertà di espressione, l’energia e la politica internazionale si intrecciano con il ruolo sempre più cruciale delle piattaforme digitali. Con la partecipazione di Mark Zuckerberg ed Elon Musk, protagonisti del mondo tecnologico, si apre un dibattito sulle potenzialità e i rischi dei social network, strumenti che promettono connessione ma nascondono insidie legate a manipolazione e controllo.

Il 20 gennaio Donald Trump ha fatto il suo ritorno alla Casa Bianca, assumendo ufficialmente l’incarico di 47° presidente degli Stati Uniti. La cerimonia di insediamento, tenutasi all’interno del Campidoglio a Washington D.C., si è svolta davanti a circa 700 persone, una partecipazione contenuta a causa delle condizioni meteorologiche avverse.

Nel suo primo discorso presidenziale, Trump ha delineato una serie di ordini esecutivi che plasmeranno la sua agenda politica nei prossimi anni. Tra le priorità, la difesa della libertà di parola, con l’obiettivo di porre fine a quella che ha definito come “censura governativa”, un riferimento velato ma diretto alla moderazione dei contenuti sui social media. Il neo-presidente ha anche affrontato il tema dell’energia, dichiarando l’urgenza di proclamare uno stato di emergenza energetica per potenziare la produzione petrolifera nazionale. A ciò si aggiunge la decisione di ritirare gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, marcando un allontanamento dalle politiche climatiche globali. 

Per quanto riguarda la politica estera, Trump ha citato il conflitto tra Israele e Hamas, suggerendo un approccio più deciso e, parallelamente, ha menzionato un ambizioso piano per la colonizzazione di Marte, che secondo lui rappresenterebbe una nuova frontiera per l’America. Non meno controversa è stata la promessa di revocare le politiche di diversità, equità e inclusione adottate dal suo predecessore Joe Biden, ripristinando il riconoscimento ufficiale di soli due generi, maschile e femminile. In chiusura, ha ribadito l’intenzione di rafforzare la posizione degli Stati Uniti come potenza leader mondiale, dichiarando: non bisogna credere che qualcosa sia impossibile da fare in America.

Tra le personalità presenti alla cerimonia di insediamento spiccano due figure di rilievo del mondo tecnologico e imprenditoriale: Mark Zuckerberg ed Elon Musk. Zuckerberg, celebre informatico e imprenditore statunitense, è noto per essere il cofondatore di Facebook e dal 2004 presidente e amministratore di Meta Inc., azienda che continua a plasmare il panorama digitale globale. Al suo fianco, Elon Musk, amministratore delegato di Tesla e figura chiave dell’innovazione tecnologica, che ricopre anche il ruolo di cofondatore di OpenAI, oltre a essere proprietario e presidente di X.

Negli ultimi giorni, numerosi articoli hanno analizzato la loro presenza all’evento, sollevando questioni importanti. La loro partecipazione ha suscitato grande interesse, soprattutto in relazione alle critiche legate alla gestione delle loro piattaforme. Se da un lato le tecnologie digitali hanno reso le notizie immediatamente accessibili, aprendo nuovi spazi di dibattito, dall’altro hanno sollevato sfide complesse legate alla manipolazione delle notizie e a una crescente disinformazione. Tale aspetto è ancora più vero se si tiene in considerazione lo stretto legame che intercorre tra politica e tecnologia. Un legame che si manifesta spesso in dinamiche poco trasparenti, dove il confine tra le due sfere si fa sempre più labile. La rete ha, infatti, trasformato la politica in un fenomeno mediatico, influenzando le campagne elettorali e amplificando ideali che, in alcuni casi, non rispettano i principi democratici. 

La presenza e l’entusiasmo di Zuckerberg e Musk assumono un significato particolarmente controverso, soprattutto alla luce di uno dei temi centrali del discorso di Trump. Il neo-presidente ha annunciato che non vi sarà più alcun controllo sulle notizie condivise, proclamando una difesa della libertà di espressione e di parola. Sebbene questa dichiarazione possa inizialmente sembrare una tutela di uno dei diritti fondamentali dell’individuo, essa nasconde delle implicazioni più complesse. La nazione più potente al mondo si trova ora sotto la guida di una figura politica che, in passato, non sempre ha dato prova di oggettività e lealtà nella divulgazione delle informazioni, ed è affiancata da alcuni tra i più influenti attori dei media globali. Questo connubio tra un leader controverso e i magnati dell’informazione solleva importanti interrogativi su come la verità possa essere in realtà espressione di “pochi”, di chi in fondo detiene il controllo.

Una realtà inquietante che rischia di annullare i principi fondanti dei social network. Questi, infatti, nascono con l’intento di offrire a ciascuno la possibilità di far sentire la propria voce, creando spazi di confronto e connessione aperti a tutti. Lungi dal sostituire le relazioni umane reali, dovrebbero rappresentare uno strumento complementare, capace di rendere l’uomo più libero, più consapevole e in grado di ampliare i propri orizzonti.

Tuttavia, questa libertà non può e non deve essere esercitata a discapito degli altri. Al contrario, deve scaturire da una saggezza che si esprime con rispetto, orientandosi verso il dialogo e la costruzione di ponti. Anche se ciascuno è chiamato a esprimere la propria opinione, l’obiettivo finale dovrebbe essere quello di creare un’unica voce collettiva, capace di perseguire il bene comune.

Nel loro potenziale più elevato, i social media riescono proprio in questo: dare voce a chi altrimenti ne sarebbe privo, denunciare ingiustizie e discriminazioni, e favorire il dibattito su temi cruciali per la società. Affinché ciò avvenga, però, è essenziale che l’espressione personale si orienti verso un obiettivo condiviso, dove il bene collettivo prevale sugli interessi individuali o di parte. Purtroppo, questi presupposti sembrano venire meno con la politica di Trump, che, nella sua ricerca di una libertà senza freni, rischia di svuotare i social della loro funzione di dialogo costruttivo e inclusivo, promuovendo piuttosto una narrazione unilaterale e polarizzante.

In conclusione, sorgono spontanei alcuni interrogativi: i social rendono l’uomo davvero parte attiva nella costruzione di una società più equa e moderna, o lo trasformano in un elemento passivo, simile a un burattino che crede di muoversi liberamente, mentre in realtà sono altri a tirare i fili? E ancora, l’idea di Trump secondo cui “non bisogna credere che qualcosa sia impossibile da fare in America” può essere applicata anche al mondo digitale? Siamo davvero in grado di trasformare queste piattaforme in strumenti che promuovano libertà, inclusione e progresso, o resteranno vincolate agli interessi di pochi, alimentando divisioni e disuguaglianze?

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