Le fiamme del mondo

di Daniele Madau

Come un incendio, le fiamme dei conflitti stanno bruciando il mondo, con il nuovo- devastante- innesco dell’attacco in Iran e della reazione iraniana nel Golfo. Mentre scrivo, arriva la notizia anche della morte dell’ex presidente Ahmadinejad- dopo quella di Khamenei e altri esponenti di spicco del regime- e l’annuncio della scelta della nuova guida suprema in pochi giorni, fatto che renderebbe impossibile una svolta anti teocratica in Iran.

Non e’ il caso di citare nuovamente l’immagine della terza guerra mondiale a pezzi di papa Francesco, ma non e’ possibile non restare sgomenti e impauriti davanti al parallelo tra l’immagine di oggi di un mondo in fiamme e l’immagine del mondo come era solo pochi anni fa, nel 2020, gli anni del Covid.

Trump perdeva le elezioni per lasciare il posto a Biden, Netanyahu era accerchiato dai suoi guai giudiziari, Navalny, all’inizio del 2021, tornava in Russia per sfidare Putin. Come nelle tragedie greche, la storia lasciava intravedere spiragli positivi che poi, pero’, sarebbero sfociati in tragedia.

Si’, perche’ Trump lasciava con lo strascico dell’assalto a Capitol Hill, Navalny si avviava al martirio, Netanyahu ha potuto formare, poi, un governo di destra estrema. Nel 2022, in Iran, moriva Mahsa Amini.

Sono le persone che fanno la storia, non e’ mai il contrario. E in questi ultimi anni, le persone a capo di Stati o governi di rilevanza geopolitica sono governanti portati alle fiamme della guerra, come nuovi Nerone. E’ molto pericoloso, perche’ gli anticorpi possono essere fragili. L’Europa -dai confini ucraini occidentali al Portogallo- e’ ancora un’ oasi indenne dalla guerra, ma non lo e’ stata dai dazi e da minacce varie. Nonostante tutte le accuse, l’Europa resta un miracolo del multilateralismo, soprattutto se si confronta- mutatis mutandis – con l ‘Onu che, ultimamente, ha potuto solo avallare il board of peace in Palestina e pronunciarsi con Guterres in un accorato appello in riferimento all’attacco israelo-statunitense a Teheran:’ Da questa mattina ho condannato i massicci attacchi militari degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, e ho anche condannato i successivi attacchi dell’Iran che violano la sovranità e l’integrità territoriale di Bahrein, Iraq, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Stiamo assistendo a una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. L’azione militare implica il rischio di scatenare una catena di eventi che nessuno può controllare, nella regione più instabile del mondo”. 

Ha ragione, il rischio e’ altissimo. Sono gli uomini a prendere le decisioni, come volonta’ nella liberta’ che l’uomo ha di decidere il corso degli eventi. Cosa ci possiamo aspettare da Trump e Netanyhau, alleati di ferro? Gia’ dagli accordi di Abramo – proprio del 2020, uno degli ultimi atti di Trump- era chiara la loro alleanza con gli Stati del Golfo per isolare l’Iran. I tentativi di dialogo dei giorni scorsi col regime teocratico sembrano, ora, solo di facciata, come le rassicurazioni di Putin prima di invadere l’Ucraina, in perfetto stile machiavellico. Un tiranno e’ caduto, e’ stato ucciso,  ma non sembra- come accadde invece con  quelli nazifascisti che sono stati sconfitti in nome della liberta’ – possa nascere, in una zona del mondo di bellezza millenaria come l’Iran, anche la bellezza della pace e dei diritti. Dove sono passate le fiamme, passa molto tempo prima che ricresca la vita.

L’Europa a mani vuote nel quinto anniversario della guerra in Ucraina

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Il premier spagnolo Pedro Sánchez, il presidente finlandese Alexander Stubb e la premier danese Mette Frederiksen durante un panel alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco il 14 febbraio 2026 (Epa)

Kiev entra nel quinto anno di guerra e il timore a Bruxelles è che i sentimenti di sostegno all’Ucraina — se mai sono stati intensi — si affievoliscano e le opinioni pubbliche si distraggano. Per questo oggi la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa, insieme a un nutrito gruppo di leader Ue, sono in visita ufficiale a Kiev. Inoltre il Parlamento europeo oggi si riunisce in un’assemblea plenaria straordinaria convocata dalla presidente Roberta Metsola, durante la quale si collegherà il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Iniziative nobili, ma l’Ue si presenta a Kiev a mani vuote proprio nel momento politicamente più delicato, con gli Stati Uniti che chiaramente si stanno disimpegnando dal punto di vista finanziario e militare nonostante la pace non sia a portata di mano. Ormai da quando Donald Trump è alla Casa Bianca lo sforzo finanziario è praticamente sulle spalle dell’Europa e a tendere lo sarà anche il sostegno militare nonostante l’Unione speri nella collaborazione degli Usa.

La riunione di oggi a Kiev della Coalizione dei Volenterosi serve a ribadire l’impegno dei 35 Paesi partecipanti a fianco dell’Ucraina: l’obiettivo è creare le condizioni per una pace solida e duratura che garantisca la sicurezza di Kiev e dell’Europa. I leader lavorano per fornire all’Ucraina solide garanzie di sicurezza ma senza il contributo statunitense le soluzioni sembrano castelli di carta. Intanto però l’Europa, nel suo complesso, ha finora dato quasi 200 miliardi di aiuti a Kiev ed è pronta a parole a fare di più salvo poi essere smentita nei fatti come sta accadendo per il prestito da 90 miliardi. Le celebrazioni di oggi mettono in evidenza con forza, dunque, i limiti dell’azione europea: ieri i ministri degli Esteri dei Ventisette non sono riusciti ad approvare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca per il veto di Budapest e Bratislava che pretendono che prima sia ripristinato l’oleodotto  Druzhba, danneggiato dai russi il mese scorso, per tornare a ricevere il petrolio a basso costo (Ungheria e Slovacchia godono di esenzioni dalle regole e dalle sanzioni Ue). Ma von der Leyen e Costa non hanno nemmeno l’assegno da 90 miliardi — in realtà sono previste più tranche — del prestito concordato dai leader Ue in dicembre perché l’Ungheria ha messo il veto: serve l’unanimità per modificare le regole del bilancio Ue affinché Bruxelles possa finanziare un Paese terzo. Per gli altri Ventisei questa intesa era implicita nell’accordo di dicembre ma Budapest non la pensa così. Il leader Viktor Orbán si conferma spina nel fianco dell’Ue. Prima di iniziare il viaggio per Kiev António Costa,in una lettera scritta, ha invitato «con forza» Orbán a rispettare i patti, visto che il prestito per Kiev è frutto di un accordo all’unanimità.

Costa ha avvertito che così viene meno il principio di leale collaborazione tra Paesi. Il leader magiaro ha risposto accusando Bruxelles e Kiev di «ingerenze» nel voto ungherese. «Mi auguro che l’Ungheria cambi idea. Mi auguro che si possa arrivare a una soluzione che permetta all’Europa di aiutare un Paese che è stato attaccato e che noi continuiamo a difendere, cioè difendere la libertà», ha commentato ieri a margine del Consiglio Affari esteri il ministro Antonio Tajani, aggiungendo che «questo non significa che non vogliamo la pace, anzi, siamo fortemente impegnati per costruire la pace. L’Italia è assolutamente favorevole sia alle sanzioni contro i russi sia al dialogo». «Speriamo che dopo le elezioni si arrivi a una soluzione» ha detto il ministro riferendosi all’appuntamento elettorale in Ungheria che si svolgerà il 12 aprile e per il quale la premier Giorgia Meloni ha fatto campagna a favore di Orbán, accettando di apparire in un video con leader dell’estrema destra europea tra cui Alice Weidel di Alternativa per la Germania (AfD). Aprile però potrebbe essere troppo tardi perché Kiev ha bisogno dei soldi entro marzo altrimenti rischia il default.

Orbán è in campagna elettorale e usa in modo strumentale la sua opposizione a Bruxelles e a Kiev. Del resto per la prima volta da quando è al potere, i sondaggi non danno Orbán in testa. Il leader magiaro ha chiesto e ottenuto anche l’endorsement degli Stati Uniti. Il segretario di Stato Usa Marco Rubio, dopo aver partecipato alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco, si è recato a Budapest e Bratislava. «Per quanto possa essere amaro riconoscerlo, Bruxelles e i principali Paesi europei si stanno preparando a una guerra contro la Russia», ha attaccato Orbán, aggiungendo che «le conseguenze saranno imprevedibili, ma è facile capire che l’Ungheria non può che perdere in un conflitto del genere, come dimostra chiaramente la nostra esperienza militare storica». Ma Budapest sta anche bloccando l’iter di adesione dell’Ucraina all’Ue non consentendo di aprire il primo capitolo negoziale. E su questo c’è chi spera che possa giocare a favore la moral suasion di Trump, che tra i punti del piano di pace ha contemplato su richiesta di Kiev anche l’ingresso dell’Ucraina all’Ue.

Le notizie dai comunicati stampa: Presidenza della Repubblica, Presidenza del Consiglio, Regione Sardegna, Cagliari Calcio

Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al Presidente della Confederazione Generale Italiana dei Trasporti e della Logistica, Carlo De Ruvo
«L’80° anniversario di costituzione della Confederazione Generale Italiana dei
Trasporti e della Logistica rappresenta un significativo traguardo per un settore che
si colloca fra i protagonisti della crescita economica della Repubblica.
La forte interdipendenza dei mercati fa dei trasporti e della logistica pilastri
essenziali del sistema economico e del benessere internazionale.
Le imprese che ambiscono valorizzare i loro prodotti trovano nell’apertura dei
mercati l’ambito nel quale sviluppare le loro attività e, in essi, la gestione della
logistica gioca un ruolo un ruolo fondamentale.
La spina dorsale rappresentata dal sistema dei trasporti e della logistica è un assetto
prezioso per la vita della nostra comunità: ne abbiamo avuto testimonianza durante
l’emergenza sanitaria da COVID-19, quando ha saputo garantire approvvigionamenti
e commerci sul Territorio nazionale.
CONFETRA ha promosso, in tutti questi decenni, un efficace processo di
ammodernamento del sistema dei trasporti delle merci, con un’elevata capacità di
adattamento ai repentini e veloci cambiamenti del commercio globale, con attenzione
agli standard di tutela ambientale.
Nel rivolgere il più cordiale augurio a tutti gli intervenuti in questa celebrazione,
invio a tutte le imprese aderenti e ai lavoratori che in esse operano, il più sentito
apprezzamento per l’attività svolta».
Roma, 26 febbraio 2026

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del 160°
anniversario della nascita di Benedetto Croce, ha rilasciato la seguente
dichiarazione:

«Benedetto Croce, intellettuale di primo piano del panorama culturale mondiale e
figura politica italiana di grande rilievo, è stato un maestro, le cui ricerche hanno
abbracciato molteplici discipline del sapere umanistico, dall’arte alla filosofia, dalla
critica letteraria alla storiografia, tramandando un’inesauribile fonte di conoscenza.
Per Croce, la componente culturale era elemento imprescindibile per l’arricchimento
della società e un bene da tutelare e diffondere per il progresso collettivo. La
“religione della libertà”, evidenziata nella sua “Storia d’Europa nel secolo
decimonono” ispirò tutta la sua azione.
Senatore del Regno d’Italia, fu Ministro della Pubblica Istruzione, promuovendo
provvedimenti volti a garantire la qualità del sistema scolastico e a salvaguardia del
patrimonio artistico e paesaggistico del Paese.
Nel 1925 fu autore del Manifesto degli scrittori, professionisti e pubblicisti che si
opposero al Manifesto degli intellettuali del fascismo: Croce condusse una tenace
azione di contrasto all’ideologia fascista, opponendosi, anche al Senato, alle leggi
liberticide del regime.
Protagonista nel processo di transizione istituzionale, fu Ministro senza portafoglio
nei Governi Badoglio e Bonomi, per essere, successivamente, eletto all’Assemblea
Costituente della Repubblica, apportando un prezioso contributo al processo di
rinascita di un’Italia attraversata dai drammi del conflitto bellico mondiale, e
partecipando alla costruzione di un ordinamento democratico avanzato, basato sul
rispetto delle libertà fondamentali.
Nel 160° anniversario della sua nascita, la Repubblica rende omaggio alla sua
figura».

Roma, 25 febbraio 2026

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto nel pomeriggio al
Quirinale una delegazione dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti guidata dal
presidente Carlo Bartoli che ha consegnato al Capo dello Stato un dossier sui
giornalisti minacciati.

Roma, 24 febbraio 2026

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Sindaco del Comune
di Limbiate, Antonio Domenico Romeo e alla famiglia dell’Ambasciatore Luca
Attanasio, il seguente messaggio
:
«L’iniziativa per commemorare il quinto anniversario della cruenta scomparsa
dell’Ambasciatore Luca Attanasio, del Carabiniere Scelto Vittorio Iacovacci e
dell’autista Mustapha Milambo richiama a riaffermare, con profonda commozione, la
più sentita vicinanza della Repubblica ai familiari delle vittime e all’intera comunità.
Nel drammatico scenario di crisi che ancora funesta la Repubblica Democratica del
Congo, il ricordo dell’Ambasciatore Attanasio e della sua missione resta quanto mai
esemplare. La sua dedizione incarna i nobili ideali dell’Italia repubblicana che
guarda al continente africano con spirito di cooperazione e sentimenti di umanità.
Il valore dell’impegno quotidiano dei servitori della Repubblica Italiana che, con
coraggio e senso del dovere, operano in territori segnati da instabilità e pericoli, si
ripropone nella figura di Luca Attanasio e di quanti erano con lui.
Le manifestazioni promosse dal Comune di Limbiate rappresentano un giusto tributo
a chi è caduto nell’adempimento del dovere.
Nell’esprimere gratitudine agli organizzatori e a quanti sono oggi presenti, sono certo
che il sacrificio dell’Ambasciatore Attanasio e di chi lo accompagnava rimarrà
patrimonio vivo della memoria collettiva di ciascuno».

Roma, 22 febbraio 2026

Presidenza del Consiglio- CONSIGLIO DEI MINISTRI – 26 FEBBRAIO 2026

Il Consiglio dei ministri si è riunito giovedì 26 febbraio 2026, alle ore 11.37 a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del Presidente Giorgia Meloni. Segretario, il Sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano.

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TESTO UNICO DELLE FINANZE – SISTEMA SANZIONATORIO

Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti, ha approvato, in esame preliminare, un decreto legislativo che, in attuazione della delega di cui all’articolo 19 bis della legge 5 marzo 2024, n. 21 (legge di riforma dei mercati dei capitali), introduce norme per la riforma organica e il riordino del sistema sanzionatorio e di tutte le procedure sanzionatorie recati dal Testo Unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 (Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria – TUF).

Il provvedimento è volto a rafforzare l’efficienza e l’efficacia del sistema sanzionatorio amministrativo in materia di mercati finanziari, individuando e selezionando le condotte illecite in base alla loro effettiva gravità, incrementando le garanzie per i soggetti destinatari dei procedimenti e perseguendo l’obiettivo di deflazionare il contenzioso, a beneficio dell’attività delle Autorità di vigilanza e del mercato.

Di seguito i principali contenuti.

  • Entità delle sanzioni: il decreto rimodula i limiti edittali per garantire una maggiore aderenza alla gravità delle violazioni, che riguardano principalmente l’inosservanza degli obblighi di trasparenza, la corretta prestazione dei servizi di investimento e le comunicazioni prescritte per le società quotate. Per le violazioni degli obblighi in materia di intermediazione e dei doveri degli emittenti commesse da società ed enti, le sanzioni amministrative pecuniarie variano da un minimo di cinquemila euro fino a dieci milioni di euro o fino al cinque per cento del fatturato totale annuo qualora tale importo sia superiore a dieci milioni. Per le persone fisiche che svolgono funzioni di amministrazione, direzione o controllo, le sanzioni per le medesime inosservanze sono comprese tra un minimo di cinquemila euro e un massimo di due milioni di euro. Nel caso di società quotate che omettono le comunicazioni prescritte, la sanzione minima è elevata a diecimila euro.
  • Istituto dell’applicazione concordata della sanzione (settlement): si introduce la facoltà per i soggetti destinatari di una contestazione di proporre all’Autorità di vigilanza un accordo per definire il procedimento. Tale istituto prevede una riduzione della sanzione pecuniaria pari a un terzo, a fronte dell’impegno del soggetto a rimuovere le conseguenze della violazione e a indennizzare gli investitori.
  • Flessibilità delle sanzioni interdittive: si introduce una maggiore discrezionalità per le Autorità nell’applicazione delle sanzioni interdittive (come la sospensione dall’esercizio di funzioni), che potranno essere modulate o omesse in base alle specificità del caso concreto, evitando automatismi sanzionatori eccessivi.
  • Criteri di rilevanza dell’illecito: viene attribuita alle Autorità (Commissione nazionale per le società e la borsa – CONSOB, Banca d’Italia) la facoltà di non avviare il procedimento sanzionatorio per condotte che non abbiano inciso sulla trasparenza del mercato o arrecato danno agli investitori. In tali casi, le Autorità possono procedere con una comunicazione di richiamo, favorendo un approccio basato sulla reale offensività della condotta.
  • Revisione del procedimento sanzionatorio: Si introduce una disciplina del procedimento sanzionatorio ad applicazione generalizzata a tutte le sanzioni del TUF. La riforma assicura il rispetto dei principi del contraddittorio, della piena conoscenza degli atti istruttori, della distinzione tra funzioni istruttorie e decisorie, della celerità e certezza dei termini.
  • Confisca del profitto: l’istituto della confisca viene mantenuto ma circoscritto al solo profitto effettivamente derivato dalla violazione, eliminando il riferimento al “prodotto” in coerenza con i rilievi della giurisprudenza costituzionale. È introdotta la facoltà per la CONSOB di disporre la confisca tramite ingiunzione di pagamento ed è prevista la possibilità di confisca per equivalente su beni di valore corrispondente al profitto qualora il destinatario non possieda somme liquide sufficienti.
  • Collaborazione tra Autorità: resta fermo l’obbligo di coordinamento e scambio di informazioni tra la Banca d’Italia e la CONSOB per assicurare l’unitarietà dell’azione di vigilanza e l’efficacia delle procedure.
  • Tutela delle segnalazioni (whistleblowing): si confermano le tutele per i soggetti che segnalano violazioni all’interno degli enti, garantendo la riservatezza dell’identità e la protezione contro possibili misure ritorsive.

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CONFERIMENTO DELLA CITTADINANZA ITALIANA

Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’interno Matteo Piantedosi, vista la richiesta di attivazione della procedura di concessione della cittadinanza italiana avanzata dal Ministro per lo sport e i giovani Andrea Abodi e in considerazione del parere favorevole del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Antonio Tajani, ha deliberato di proporre al Presidente della Repubblica il conferimento della cittadinanza italiana, per meriti speciali, al sig. Amelio Castro Grueso, atleta paralimpico, di nazionalità colombiana.

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LEGGI REGIONALI

Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per gli affari regionali e le autonomie Roberto Calderoli, ha esaminato ventiquattro leggi delle regioni e delle province autonome e ha quindi deliberato di non impugnare:

  1. la legge della Regione Lazio n. 20 del 31/12/2025, recante “Legge di stabilità regionale 2026”;
  2. la legge della Provincia autonoma di Bolzano n. 19 del 22/12/2025, recante “Disposizioni collegate alla legge di stabilità provinciale per l’anno 2026”;
  3. la legge della Regione Emilia-Romagna n. 12 del 29/12/2025, recante “Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione 2026-2028 (Legge di stabilità regionale 2026)”;
  4. la legge della Provincia autonoma di Trento n. 10 del 29/12/2025, recante “Legge collegata alla manovra di bilancio provinciale 2026”; 
  5. la legge della Provincia autonoma di Trento n. 12 del 29/12/2025, recante “Bilancio di previsione della Provincia autonoma di Trento per gli esercizi finanziari 2026 – 2028” 
  6. la legge della Regione Valle d’Aosta n. 29 del 23/12/2025, recante “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste (Legge di stabilità regionale per il triennio 2026/2028). Modificazioni di leggi regionali”; 
  7. la legge della Regione Basilicata n. 57 del 30/12/2025, recante “Collegato alla legge di stabilità regionale 2025”;
  8. la legge della Regione Lombardia n. 19 del 29/12/2025, recante “Disposizioni per l’attuazione della programmazione economico-finanziaria regionale, ai sensi dell’art. 9 ter della l.r. 31 marzo 1978, n. 34 (Norme sulle procedure della programmazione, sul bilancio e sulla contabilità della Regione) – Collegato 2026”;
  9. la legge della Regione Friuli-Venezia Giulia n. 18 del 29/12/2025, recante “Legge collegata alla manovra di bilancio 2026-2028”; 
  10. la legge della Regione Friuli-Venezia Giulia n. 19 del 29/12/2025, recante “Legge di stabilità 2026”;
  11. la legge della Regione Liguria n. 19 del 24/12/2025, recante “Legge di stabilità della Regione Liguria per l’anno finanziario 2026 (Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione 2026-2028)”; 
  12. la legge della Regione Liguria n. 20 del 24/12/2025, recante “Disposizioni collegate alla legge di stabilità della Regione Liguria per l’anno finanziario 2026 (Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione 2026-2028)”; 
  13. la legge della Regione Liguria n. 21 del 24/12/2025, recante “Bilancio di previsione della Regione Liguria per gli anni finanziari 2026-2028”;
  14. la legge della Regione Toscana n. 61 del 29/12/2025, recante “Legge di stabilità per l’anno 2026”;
  15. la legge della Regione Toscana n. 62 del 29/12/2025, recante “Disposizioni di carattere finanziario. Collegato alla legge di stabilità per l’anno 2026”; 
  16. la legge della Regione Toscana n. 63 del 29/12/2025, recante “Bilancio di previsione finanziario 2026-2028”; 
  17. la legge della Regione Umbria n. 10 del 30/12/2025, recante “Disposizioni per la formazione del Bilancio di previsione 2026-2028 della Regione Umbria (Legge di stabilità regionale 2026)”;
  18. la legge della Regione Umbria n. 11 del 30/12/2025, recante “Bilancio di previsione della Regione Umbria 2026-2028”
  19. la legge della Regione Lazio n. 21 del 31/12/2025, recante “Bilancio di previsione finanziario della Regione Lazio 2026-2028”;
  20. la legge della Regione Lombardia n. 20 del 30/12/2025, recante “Legge di stabilità 2026-2028”:
  21. la legge della Regione Lombardia n. 21 del 31/12/2025, recante “Bilancio di previsione 2026-2028”;
  22. la legge della Regione Marche n. 25 del 30/12/2025, recante “Disposizioni per la formazione del bilancio 2026/2028 della Regione Marche (Legge di stabilità 2026)”;
  23. la legge della Regione Marche n. 26 del 30/12/2025, recante “Bilancio di previsione 2026/2028”;
  24. la deliberazione legislativa statutaria della Regione Calabria del 29/01/2026, recante “Modifiche ed integrazioni alla Legge regionale 19 ottobre 2004, n. 25 (Statuto della Regione Calabria)”.

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Il Consiglio dei ministri è terminato alle ore 11.51.

Regione Sardegna. 18 milioni ai comuni per la gestione autonoma delle reti idriche. L’assessore Piu: “Un contributo concreto con cui finanziare la manutenzione straordinaria con fondi extra bilancio comunale”

Cagliari, 25 febbraio 2026 – È stata autorizzata, per ciascuno degli anni 2026, 2027 e 2028, la spesa di 6 milioni di euro, per il finanziamento di interventi di manutenzione straordinaria delle reti del sistema idrico integrato non gestite da Abbanoa. Il via libera è arrivato con l’approvazione in Consiglio regionale della legge di stabilità 2026 e il voto favorevole all’articolo 9, comma 13. “Un contributo concreto, atteso dal 2022 – spiega l’assessore dei Lavori pubblici Antonio Piu, che ha illustrato il finanziamento nel corso della conferenza stampa di stamane – ora i sindaci potranno gestire le spese di manutenzione straordinaria delle reti idriche autonome con soldi regionali, sgravando così i bilanci comunali”.

L’intervento in finanziaria riguarda 403.904 metri di rete e coinvolge i 23 comuni interessati dalla Gestione autonoma del servizio idrico (Gasi): Aggius, Anela, Arzana, Bessude, Bonarcado, Bottida, Bultei, Burgos, Cheremule, Esporlatu, Fluminimaggiore, Gadoni, Lotzorai, Modolo, Nuxis, Olzai, Paulilatino, San Vero Milis, Santu Lussurgiu, Seui, Tertenia, Teulada, Villagrande Strisaili.

“La disposizione normativa – aggiunge Piu – prevede il finanziamento di interventi strutturali urgenti di manutenzione straordinaria delle opere appartenenti al Servizio Idrico Integrato gestito dalle Amministrazioni locali che non aderiscono ad Abbanoa. Si tratta di investimenti necessari a mantenere e garantire l’erogazione del servizio. L’approvazione di questa spesa – sottolinea l’assessore – è un passaggio importante che riconosce nei fatti pari diritti e doveri alla risorsa gestita dai comuni”.

Nel 2022 arriva il riconoscimento per gli Enti locali che chiedevano di gestire autonomamente il servizio, da parte dell’Ente di Governo d’ambito della Sardegna (EGAS), chiamato a verificare per ciascuno di essi la sussistenza dei requisiti previsti dalla normativa nazionale. I comuni possono ottenere la salvaguardia e la tutela della gestione idrica autonoma se si tratta di comuni montani con meno di mille abitanti oppure quando un comune disponga contemporaneamente dell’approvvigionamento da fonti qualitativamente pregiate, di sorgenti ricadenti in parchi naturali o aree protette o in siti individuati come beni paesaggistici, dell’utilizzo efficiente della risorsa e della tutela del corpo idrico.

“Da allora i comuni, che hanno ottenuto il riconoscimento – sottolinea Piu – hanno dovuto gestire le loro reti con risorse del bilancio comunale, ora, con l’approvazione in finanziaria, hanno a disposizione fondi regionali programmati per il triennio con cui possono efficientare la risorsa che, come sappiamo, è diventata sempre più preziosa”.

La dotazione finanziaria complessiva approvata è stata oggetto di valutazione dell’Ente di Governo d’ambito della Sardegna (EGAS) che sovraintende la gestione del Servizio idrico integrato.

Regione Sardegna. Sanità, inaugurati al Brotzu di Cagliari il nuovo OBI del Pronto soccorso e il servizio di Aferesi. Todde: “Investiamo per ampliare le cure innovative a sempre più giovani sardi”. Marcias: “Miglioriamo l’assistenza nell’emergenza-urgenza”

Cagliari, 21 febbraio 2026 – La Presidente della Regione ed assessora ad interim della Sanità, Alessandra Todde, ha inaugurato questa mattina il nuovo OBI (Osservazione Breve Intensiva del Pronto Soccorso) e il nuovo servizio di Aferesi. Accompagnata dal direttore generale dell’ARNAS “G. Brotzu”, Maurizio Marcias, dal direttore del Pronto Soccorso, Fabrizio Polo, dalla direttrice del Centro di Immunoematologia e Trasfusionale, Giulia Fadda, e dai capi dipartimento e dai direttori di struttura, la Presidente ha visitato le nuove strutture del “San Michele” di Cagliari.

“Con l’attivazione dell’OBI e il potenziamento del Servizio di Aferesi rafforziamo in modo concreto la rete dell’emergenza-urgenza, riducendo i tempi di attesa dei ricoveri e, quindi, la pressione sui reparti. Inoltre, con il Servizio di Aferesi investiamo sulle strutture logistiche moderne per ampliare l’uso delle terapie più innovative a sempre più giovani sardi”, ha dichiarato la Presidente Alessandra Todde, che poi ha aggiunto: “È un risultato importante che coniuga appropriatezza organizzativa, qualità clinica e diritto alla cura. Ci avviciniamo a un obiettivo impensabile fino a poco tempo fa: evitare ai giovani pazienti talassemici di effettuare trasfusioni periodiche”.

“L’OBI rappresenta un tassello strategico nella riorganizzazione dei percorsi di emergenza-urgenza: consente una gestione più efficiente dei tempi di attesa dei ricoveri, riduce la pressione sui reparti di degenza e aumenta la sicurezza clinica, grazie a un monitoraggio strutturato e multidisciplinare. Parallelamente, il potenziamento del Servizio di Aferesi consolida il ruolo dell’Azienda nell’ambito delle terapie ad alta complessità, dalla plasmaferesi terapeutica alla raccolta di cellule staminali per CAR-T e terapia genica. Si tratta di investimenti mirati che qualificano ulteriormente la nostra offerta assistenziale, riducono la mobilità sanitaria e rafforzano la capacità del sistema regionale di garantire prestazioni di alta specialità ai cittadini sardi”, ha dichiarato il direttore generale del Brotzu, Maurizio Marcias.

Gli interventi, avviati nel dicembre 2024, hanno comportato un investimento complessivo di circa un milione di euro e rafforzano in modo significativo l’offerta assistenziale del principale centro ospedaliero regionale.

Il nuovo OBI (Osservazione Breve Intensiva), afferente al Pronto Soccorso diretto da Fabrizio Polo, dispone attualmente di sei posti letto, con un ulteriore incremento previsto nei prossimi mesi. La struttura consente di sottoporre i pazienti a un periodo di osservazione clinica monitorata, evitando ricoveri impropri. In questo modo è possibile seguire l’evoluzione del quadro clinico senza interessare i reparti di degenza o l’area di emergenza-urgenza. L’OBI rappresenta uno strumento organizzativo fondamentale per migliorare l’appropriatezza dei ricoveri, ottimizzare la gestione dei flussi e garantire maggiore qualità e sicurezza delle cure.

Il rinnovato Servizio di Aferesi, afferente al Centro di Immunoematologia e Trasfusionale diretto da Giulia Fadda, è stato adeguato agli standard assistenziali più avanzati e rafforza un’attività strategica a livello regionale. Tre le principali linee operative:

  • Scambio plasmatico (plasmaferesi terapeutica) per pazienti con patologie ematologiche e neurologiche;
  • Produzione di cellule staminali per terapie CAR-T;
  • Raccolta di cellule staminali per percorsi di terapia genica, in particolare per i pazienti talassemici.

Nel caso della terapia genica, le cellule staminali vengono prelevate in Sardegna, inviate in centri altamente specializzati negli Stati Uniti (California) o in Scozia (Roslin, vicino a Edimburgo), dove vengono ingegnerizzate e successivamente reinfuse nel paziente. Il trattamento può determinare una regressione della malattia fino all’interruzione delle trasfusioni, configurandosi, nei fatti, come un percorso di guarigione.

Il servizio è strategico soprattutto per i giovani pazienti sardi affetti da talassemia, in particolare fino ai 35 anni, e consente di incrementare l’attività terapeutica evitando la mobilità sanitaria. Sono già due i primi pazienti giovani sottoposti a raccolta di cellule staminali per terapia genica, uno proveniente da Ozieri e uno da Carbonia. Ulteriori trattamenti sono già calendarizzati.

Il rinnovamento delle due strutture consolida il ruolo dell’Azienda come centro di riferimento regionale per l’alta specialità.

Con l’attivazione del nuovo OBI e il potenziamento del Centro di Aferesi, si rafforza il sistema sanitario sardo compie un ulteriore passo avanti nel miglioramento del sistema di emergenza-urgenza e nelle terapie avanzate, rafforzando la capacità del sistema di offrire risposte tempestive e innovative ai bisogni di salute dei cittadini.

Cagliari Calcio.Comunicato ufficiale sulla vendita delle quote societarie.

Cagliari Calcio rende noto che l’azionista di controllo Fluorsid Group ha perfezionato la cessione di un’ulteriore quota azionaria pari al 29% del capitale sociale a favore di un gruppo di investitori americani riconducibile a Maurizio Fiori e Prashant Gupta. A seguito del completamento dell’operazione, la partecipazione detenuta dai nuovi partner raggiunge il 49% del capitale sociale del Club, rafforzando la propria minoranza qualificata.

L’operazione si inserisce nel percorso di crescita e sviluppo strategico intrapreso dalla Società e consolida una partnership fondata su una visione industriale condivisa. La collaborazione è orientata a sostenere il progetto del nuovo stadio e il rafforzamento strutturale, patrimoniale e organizzativo del Cagliari Calcio, in un quadro di piena continuità gestionale. 

La Costituzione: una bibbia laica su cui riflettere e agire, da tutelare e custodire

di Daniele Madau

La Costituzione italiana è spesso citata, osannata, chiamata in causa, giudicata antiquata, in alcune parti, o sempre modernissima. A volte definita ‘la più bella del mondo’, spesso sottoposta a tentativi di revisione.

E’ un buon segno, vuol dire che è conosciuta dalla popolazione, tenuta a mente e a cuore; vuol dire che vive nelle aule scolastiche nelle ore di Educazione Civica, negli articoli dei giornali, oltre che nelle aule parlamentari e in quelle dei tribunali.

E’ il caso, quindi, di approfondire alcuni aspetti di questa carta fondamentale: una carta d’identità che ci qualifica come italiani, nata dall’accordo tra tutti i moventi antifascisti e garantista, basata sulle libertà fondamentali della persona, e su un sistema di pesi e contrappesi al fine di una equilibrata divisione dei poteri a tutela dei cittadini.

L’articolo 11 del nostro testo fondamentale recita: ‘L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo’.

Meuccio Ruini, nella relazione che accompagna il progetto della Costituzione, sottolinea che la Costituzione permette una riduzione della propria sovranità, in condizione di reciprocità, al fine di promuovere la solidarietà e la pace tra i popoli. Viene sottolineato, inoltre, l’interesse dello Stato italiano nel rispettare i valori internazionali.

E’ in base a quest’articolo, quindi, che l’Italia si è costituita solo come paese osservatrice nel cosidetto ‘Board of peace’ per la Palestina; questo in quanto tale consesso non rispecchia la condizione di reciprocità, in base anche a quanto – secondo alcune autorevoli fonti- il Quirinale avrebbe fatto notare.

Nei giorni scorsi, Sergio Mattarella ha presieduto, per la prima volta in undici anni, il Consiglio Superiore della Magistratura, per difenderlo da attacchi di ‘altri poteri’ e per contribuire a un raffreddamento dei toni in previsione del referendum costituzionale sulla magistratura. Nei giorni precedenti, infatti, da ambo le parti – magistratura e politica- si erano levate voci francamente stridenti e contrarie a un clima di sereno confronto: una parte accusava l’altra di procedure ‘paramafiose’, l’altra rispondeva con il Si al referendum come proprio dei malviventi.

Riportiamo, quindi, gli articoli costituzionali riferiti al CSM, con un po’ di tecnicismo, ma al fine di avere un quadro chiaro.

L’art. 87, comma decimo, e l’art. 104, comma secondo, della Costituzione attribuiscono al Presidente della Repubblica la Presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).

Il CSM  è organo di amministrazione della giurisdizione e di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati ordinari. Ha rilevanza costituzionale in quanto espressamente previsto dalla Costituzione, che ne delinea la composizione (art. 104) e i compiti (art. 105). Esso adotta tutti i provvedimenti che incidono sullo status dei magistrati (dall’assunzione mediante concorso pubblico, alle procedure di assegnazione e trasferimento, alle promozioni, fino alla cessazione dal servizio). Provvede inoltre al reclutamento e alla gestione dell’attività dei magistrati onorari. Ha infine il compito di giudicare le condotte disciplinarmente rilevanti tenute dai magistrati. Quest’ultima competenza gli è attribuita dalla legge n. 195 del 1958 che  regola, in via generale, la costituzione e le competenze del Consiglio stesso.

Perché siano garantite al massimo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura dal potere legislativo e da quello esecutivo,  il Consiglio Superiore è presieduto dal Presidente della Repubblica che ne è membro di diritto al pari del Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione e del Procuratore Generale presso la stessa Corte.

Proprio in riferimento al referendum del 22 e 23 marzo-principalemte dedicato alla separazione delle carriere dei magistrati- chiariamo perché sarà possibile una revisione costituzionale, in caso passasse. La Costituzione italiana è rigida. Questo vuol dire che è modificabile- ma non nei suoi articoli fondamentali- solo con un lungo processo legislativo.

L’articolo 138 afferma che ‘Le leggi di revisione della Costituzione- cioè quelle tese a modificarla – e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti’.

Sempre riferendoci alla cronaca di questi giorni, che si tinge di tragedia, vorrei concludere con l’articolo sul diritto alla salute. Abbiamo assistito in questi giorni, con sgomento, al progressivo spegnimento della vita del piccolo Domenico. Siamo rimasti basiti davanti alla catena, davvero inspiegabile -perché ha avuto i tratti dell’assurdo, e su cui la magistratura dovrà fare chiarezza- di errori.

Nel sentirci umanamenti partecipi – come intera nazione- al lutto della famiglia, non possiamo che pensare a che questo non avvenga più, sostenendo sempre più il sistema sanitario nazionale che, nonostante questo dramma, garantisce i trapiani gratuitamente, permettendo, così, nella maggior parte dei casi, letteralmente, che nuove vite possano crescere, sognare, realizzare un progetto.

Articolo 32: ‘La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti’.

Questo articolo, successivamente, è stato integrato nel migliore dei modi, rendendo l’accesso alle cure gratuite universali.

E questo è, forse, uno dei passi più belli di un testo che ci dovrebbe accompagnare ogni giorno, come un testo sacro, su cui riflettere e in base al quale agire, per una vita da cittadini responsabili e, come previsto dall’articolo 4 (La Repubblica promuove le condizioni che rendono effettivo il diritto al lavoro, inteso come strumento di realizzazione personale e contributo al progresso sociale), felici e realizzati.

Crans Montana: una riflessione sui fatti

di Francesco Mereu (Liceo Classico ‘Siotto’ di Cagliari)

La scuola, in un contesto sociale così complesso, tenta di rinnovarsi e di rimanere fedele alla sua natura di luogo fondamentale di educazione, cultura, crescita, formazione. ‘La Riflessione’ ha sempre dedicato particolare attenzione ai giovani e al mondo scolastico e, per aiutare gli studenti e le studentesse nella loro opera di riflessione e approfondimento, continua a pubblicare gli articoli della redazione del giornale scolastico del Liceo Classico ‘Siotto’ di Cagliari, ‘Il Siottino’. Nella riflessione che segue, ci si interroga sui fatti di Crans Montana, mentre proseguono le indagini

Quello che è successo la notte di capodanno a Crans Montana,
in Svizzera, non ci ha lasciati s i c u r a m e n t e i n d i f f e r e n t i , soprattutto perché le vittime erano ragazze e ragazzi della nostra età, con vite e sogni come i nostri. Questo articolo non vuole essere semplicemente un racconto dei fatti avvenuti o un attacco ai presunti responsabili, come abbiamo visto in quasi tutti i servizi e articoli al riguardo e che hanno raccontato un fatto di cronaca nera che dopo un po’ sarebbe finito nel dimenticatoio, senza lasciarci altro se non rabbia e dispiacere per le vittime, i feriti e le loro famiglie.
Quello che voglio esprimere è una riflessione su come questa situazione, così come tante altre tragedie, non sia qualcosa di lontano da noi, che sì ci turba e ci fa pensare, ma non ci riguarda in prima persona: quello che è successo in Svizzera avrebbe
potuto coinvolgere davvero chiunque, persino me o voi.
Vorrei dunque trasmettervi la necessità di non rimanere spaventati e inermi al sentire una notizia del genere e di porci invece delle domande riguardo a ciò che accade.
Di fronte a un tale accadimento, emerge senza dubbio la forte e
pressante evidenza del fatto che non siamo padroni fino in fondo
della nostra esistenza; per questo l’uomo ha bisogno di costruirsi certezze e progetti riguardo la realtà, proprio perché non è prevedibile, non dipende totalmente da noi e perciò le uniche cose a cui possiamo ancorarci per poter avere almeno un’apparenza di stabilità sembrano coprire tutto l’orizzonte della nostra vita (ognuno di noi può dire cosa). Spesso non siamo scossi profondamente da queste notizie perché abbiamo paura di entrare in campi misteriosi e domande che non sono sotto il nostro controllo, come il senso della vita, della morte, del dolore, e quindi anche il senso di una tragedia così grande. Questo perché la vita è fragile, queste certezze sono frangibili e
non rispondono in maniera esauriente alla domanda infinita dell’uomo, che caratterizza
l’intera esistenza, portando al riconoscere che la vita non è in
mano a nessuno di noi, e quindi donata. Ecco perché non ha senso soffermarsi troppo a
lungo su questioni meramente t e c n i c h e , r i g u a r d a n t i l a
s i c u r e z z a o i l m o d o di svilupparsi di un incendio ( s i c u r a m e n t e
i m p o r t a n t i a n c h ’ e s s i p e r sensibilizzare riguardo temi simili ed essere più preparati in casi analoghi a questo), come se fosse una scappatoia per non
riflettere troppo e non pensare eccessivamente a temi che ci toccano più nel profondo, per paura di rimanere paralizzati davanti a domande brucianti e sicuramente scomode, ma necessarie per poter prendere sul serio la propria vita, non semplicemente per stare più attenti solo in caso di incendio, ma nella vita di tutti i giorni.

Per questo la tragedia di Crans- Montana non può lasciarci indifferenti: se non apre a questi interrogativi di senso, rischia di essere etichettata come l’ennesimo caso di cronaca nera.
Deve invece ricordarci che la vita è imprevedibile e diventa quindi ancora più urgente chiedersi per che cosa si sta vivendo, senza rimandare questa ardente domanda del cuore, ma vivendola nella quotidianità insieme, come centro di ogni nostra azione.

Gli europei sono «dannatamente felici»? Ecco perché le critiche degli Usa non convincono tutti

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

Il premier spagnolo Pedro Sánchez, il presidente finlandese Alexander Stubb e la premier danese Mette Frederiksen durante un panel alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco il 14 febbraio 2026 (Epa)

«Non condivido l’argomentazione secondo cui stiamo andando male. In realtà sono dannatamente felice». Lo dice con convinzione e argomentazioni il presidente della Finlandia Alexander Stubb, un passato da ironman e un presente da triatleta da podio (terzo posto assoluto la scorsa estate in una gara di triathlon), compagno di golf del presidente degli Stati Uniti Donald Trump (Stubb è anche ex membro della nazionale finlandese di golf). Non proprio un «nemico» degli americani. Il presidente finlandese ha partecipato a un panel alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco intitolato «Alla pari? Rafforzare le fondamenta della sicurezza transatlantica». Accanto a lui la premier danese Mette Frederiksen, il premier spagnolo Pedro Sánchez e il senatore Usa Christopher A. Coons, membro della Commissione per le relazioni estere del Senato degli Stati Uniti.

Alla Conferenza di Monaco il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha apparentemente teso un ramoscello d’ulivo agli «amici europei» dopo il duro attacco sferrato un anno fa (e ripetuto in più occasioni) dal vicepresidente JD Vance. Ma nella sostanza Rubio ha confermato le politiche trumpiane e le critiche all’Europa seppure con toni diversi. Non ha definito gli europei «scrocconi» e ha riconfermato l’alleanza transatlantica: «Per noi Usa ed Europa sono fatti per stare insieme». Ma quello che allontana le due sponde dell’Atlantico è la risposta alla domanda che Rubio ha posto agli alleati: «Che cosa stiamo esattamente difendendo?». Qui le cose si complicano. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha pubblicato su Foreign Affairs un intervento il giorno stesso del suo discorso alla Conferenza di Monaco, che ha segnato un punto di svolta nel modo di concepire le relazioni transatlantiche con la certificazione di una «frattura» che impone la costruzione di un’Europa forte e sovrana, in linea con quanto espresso lo stesso giorno dal presidente francese Emmanuel Macron.

Il cancelliere tedesco non liquida però gli Stati Uniti.  «La Germania vuole stabilire un nuovo partenariato transatlantico — ha scritto Merz —. La scomoda verità è che si è aperta una frattura tra Europa e Stati Uniti. La guerra culturale condotta dal movimento Maga non è nostra. Non crediamo nei dazi e nel protezionismo, ma nel libero scambio. Sosteniamo gli accordi globali sul clima e l’Organizzazione mondiale della Sanità perché siamo convinti che possiamo risolvere le sfide globali solo insieme. Il partenariato transatlantico ha perso la sua evidenza, quindi se vogliamo che abbia un futuro, dobbiamo ristabilirlo. Le sue nuove fondamenta non devono essere esoteriche, ma basate sul reciproco riconoscimento che Europa e Stati Uniti sono più forti insieme».

Stubb è il presidente del «Paese più felice al mondo». La Finlandia è in cima alla classifica dal 2018. E il secondo Paese più felice al mondo è la Danimarca di Mette Frederiksen. Una bel tandem nel panel. «Sono molto felice», ha detto Stubb spiegando che quando ascolta «il discorso, specialmente degli economisti che considerano il Pil puro come l’unico parametro di riferimento, penso che noi che proveniamo dai Paesi nordici apprezziamo le società del welfare, che sono una combinazione di economie di mercato aperte e chiare reti di sicurezza. E se guardo il nostro coefficiente di Gini (misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza, ndr), se guardo tutte le misure dei dati internazionali, quali sono i cinque Paesi nella top 10, che si tratti di giustizia, di corruzione, di apertura, di welfare, di ambiente, di media aperti, di uguaglianza di genere, sono i Paesi nordici. Quindi non condivido l’argomentazione secondo cui stiamo andando male (è l’argomentazione di Trump e del mondo Maga, ndr). In realtà sono dannatamente felice».

Una rondine non fa primavera ma complessivamente l’Unione europea rappresenta ancora un’isola felice pur con le sue contraddizioni e differenze tra Stato e Stato. La Spagna è al 38esimo posto nella classifica, l’Italia al 40esimo (gli Usa al 24esimo), anche se scherzando Sánchez ha detto che il suo è il terzo Paese al mondo più felice accanto a Finlandia e Danimarca. In realtà il terzo è l’Islanda, il quarto la Svezia e il quinto l’Olanda. I tre leader non sono stati d’accordo su tutto. Ovviamente a dividerli sono state le spese per la difesa.  Frederiksen e Stubb hanno contestato la contrarietà di Sánchez a portare al 5% del Pil la spesa per la difesa. Un tetto che per la premier danese non solo non è eccessivo ma non è abbastanza ambizioso. Per ora i Nordici riescono a tenere assieme difesa e welfare. Per i Paesi del Sud Europa con un alto debito pubblico è più complicato.
 
Per capire perché Stubb è «dannatamente felice», può essere utile citare le parole pronunciate dal premier belga Bart De Wever, un nazionalista fiammingo, al World Economic Forum di Davos qualche settimana fa: «Le persone vogliono entrare nell’Unione europea. Nessuno vuole entrare in Cina. Nessuno, tra i vicini degli Stati Uniti, dice: vogliamo entrare negli Stati Uniti. Nessuno lo vuole. Vogliono entrare nell’Unione europea perché abbiamo rispetto. Abbiamo lo Stato di diritto. E parliamo a bassa voce». Le statistiche sono dalla parte dell’Unione europea. In estrema sintesi: aspettativa di vita, accesso alla sanità e all’educazione, libertà civili come quella di manifestare (i fatti di Minneapolis non possono essere derubricati a un episodio ma sono ormai lo stile della casa). Eppure nell’Unione europea soffia il vento populista dell’insoddisfazione, alimentato talvolta più dalla percezione che dai fatti. Gonfiato anche dalla narrativa americana di un’Europa incapace di proteggere gli interessi dei propri cittadini: «Abbiamo aperto i nostri confini a un’ondata incontrollata di migrazione di massa — ha detto Rubio riferendosi all’Occidente —, che ha minacciato la nostra società e la nostra cultura». Il Segretario di Stato Usa, lasciata Monaco, è poi volato dai suoi alleati Maga nell’Est Europa, prima in Slovacchia da Robert Fico e poi in Ungheria da Viktor Orbán, che sta cercando di risalire nei sondaggi in vista delle elezioni di aprile. 

La contro-narrativa che difende lo stile di vita europeo, come lo chiama la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, non è abbastanza convincente.  Eppure quando si tratta di scegliere con chi stare, c’è chi non ha dubbi. «Il popolo groenlandese è stato molto chiaro: non vuole diventare americano», ha spiegato la premier danese Mette Frederiksen durante il panel, ricordando che le mire del presidente Trump su Nuuk «purtroppo non sono cambiate».  

  


Il racconto del Cagliari: dalle vette olimpiche agli inferi

di Daniele Madau

Unipol Domus, XXV Giornata/ Cagliari-Lecce:0-2 (64mo Gandelman; 75mo Ramadani)

Cagliari (4-2-3-1): Caprile; Zappa (57mo Mazzitelli), Zé Pedro, Mina, Obert (75mo Trepy); Adopo, I. Sulemana; Palestra, S. Esposito, Idrissi; Pavoletti (57mo Kılıçsoy).
In panchina: Sherri, Ciocci, Mazzitelli, Kılıçsoy, Juan Rodríguez, Raterink, Albarracín, Dossena, Liteta, Mendy, Trepy, Cogoni.
Allenatore: Fabio Pisacane.

Lecce (4-2-3-1): Falcone; Veiga, Tiago Gabriel, Gaspar, Gallo; Ramadani, L. Coulibaly; Pierotti (85mo Siebert), Gandelman (85mo Ngom), Sottil (80mo Ndaba); Cheddira (80mo Stulic).
In panchina: Früchtl, Samooja, Ndaba, Siebert, Sala, Fofana, Štulić, N’Dri, Helgason, Jean, Marchwiński, Ngom, Kovač.
Allenatore: Eusebio Di Francesco

Spettatori: 16133

All’ Unipol Domus ci accolgono i ragazzi con le zeppole, in una serata che, se non fosse per il mestrale- compagno immancabile delle serate cagliaritane- sarebbe tiepida, quasi primaverile.

E’ un periodo in cui lo sport, tra splendori olimpici e misere sceneggiate calcistiche, riempie le nostre giornate, cosi’ Cagliari- Lecce rischia di passare in secondo piano, mentre e’ vitale per entrambe. Per il Cagliari, per acquisire quasi definitivamente il diritto alla serenita’ olimpica della serie A, il Lecce per continuare a restare aggrappato a quel monte Olimpo della massima serie, mentre in basso si spalanca l’abisso degli inferi.

E sara’ la visione di questo abisso ma, dopo 30 minuti di totale assenza di segnali di vita, e’ il Lecce a ravvivare la gara, schiacciando i rossublu’ in area con azioni ripetute, che la difesa dei padroni di casa ha faticato a respingere.

Cosi’, il Cagliari si risveglia, rinuncia alla sua olimpica serenita’, torna tra i mortali, e, in serie, scaglia tre frecce apollinee, quasi letali, due con Zappa e una con Sulemana: ma non portano l’epidemia nell’esercito leccese.

Finisce il primo tempo, con la sensazione che la tregua sia stata violata e che il secondo tempo sara’ combattuto.

Nume tutelare della linea di porta, come Giano, divinita’ degli inizi e degli ingressi, Caprile salva la porta di casa, proprio all’inizio del secondo tempo.

Uscio violato, pero’, al 64mo, da Gandelmann, che vola a vette altissime, su cross dell’ex Sottil, per il colpo di testa dello 0-1.

Il Cagliari prova a reagire, ma manca l’ ossigeno che rifornisca l’attacco, sotto forma di palle fornite da un centrocampo stranamente asfittico. Il colpo di testa di Obert al 70mo e’ frutto del caso, in un Cagliari in cui anche Palestra fatica a ritrovare le sue ali da Ermes.

Cosi’, al 75mo raddoppia Ramadani, con un destro senza pretese dalla sinistra, che passa sotto la pancia di Caprile: gli dei hanno abbandonato il Cagliari.

Trepy, neoentrato in attacco, sembra avere la hybris per andare contro il destino rossoblu’ gia’ scritto, ma non riesce nell’impresa. E, cosi’, il destino si compie, con uno 0-2 inaspettato.

Tra gare olimpiche e miti greci, pero’, permetteteci di finire con la divina per eccellenza di questi giochi, che puo’ insegnare- anche ai rossoblu’- a capire come gli inferi del dolore e la risalita per la vetta olimpica non siano solo per gli dei, ma anche per gli uomini. E da li’ su la vista, e’ la piu’ bella che ci sia.

Federica Brignone

Cento anni di Grazia

di Daniele Madau

Grazia Deledda
Mattarella a Nuoro

In occasione dell’apertura dell’anno deleddiano, nel quale ricorre il centenario dell’assegnazione del premio Nobel alla grande scrittrice nuorese, Sergio Mattarella e’ stato ospite a Nuoro, dove ha tenuto il discorso inaugurale. Cosi’ si e’ espresso il Presidente:  ‘Quello che posso esprimere è la riconoscenza che un lettore può sempre coltivare, manifestare nei confronti di Grazia Deledda.

Quest’estate, nelle due settimane di vacanza che mi erano consentite, ho portato con me in montagna alcuni libri da leggere, alcuni recenti, altri da rileggere. Tra questi, due di Grazia Deledda: “Il vecchio della montagna” e “Canne al vento”. Li avevo letti da giovane studente – il che vuol dire molti decenni addietro – e ho ritrovato le medesime emozioni, le stesse impressioni che allora avevo registrato, trovandone conferma della modernità – vorrei aggiungere della perenne modernità dell’opera di Grazia Deledda – e una riconoscenza che, chiunque abbia letto le sue opere, non può che coltivare, avvertire.

Ed è una riconoscenza che questa mattina è stata sottolineata dagli interventi che abbiamo ascoltato, dall’iniziativa del Sindaco, dall’apertura dell’anno deleddiano.

Io vorrei esprimere un apprezzamento per l’iniziativa e anche il ringraziamento al Sindaco per avermi invitato a essere presente quest’oggi, in questa apertura di anno deleddiano, ringraziando molto per quanto viene fatto per sottolineare l’immenso contributo fornito alla cultura italiana da questa Regione e, segnatamente, da Grazia Deledda.

Prima di tornare nel continente, come diciamo noi tutti isolani, non potevo non esprimere con grande calore, con grande convinzione, l’apprezzamento per quanto fornisce questa città, questa Regione al nostro Paese.

È un momento importante nella vita del mondo, non sempre chiaro, non sempre ordinato, ma il contributo che le nostre regioni, segnatamente questa Regione, forniscono alla vita nazionale è un contributo indispensabile per affrontare tutti i problemi e le emergenze che si presentano’. Il Presidente, nelle sue parole, ha sottolineato, cosi’, la modernita’ di Grazia Deledda, un aspetto ancora da esplorare a fondo.


Il 10 dicembre 1927 accadde, nel mondo della cultura, un piccola rivoluzione. Quel giorno venne conferito il premio Nobel per Letteratura del 1926 a un’ autrice sarda, Grazia Deledda, «per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano». Deledda è stata la prima, e finora unica, donna italiana a vincere il premio Nobel per la Letteratura e la seconda donna in assoluto, dopo la svedese Selma Lagerlof.
Grazia, però, nata a Nuoro nel 1871, alle rivoluzioni e ai primati era già abituata. Dopo aver frequentato le scuole elementari fino alla classe quarta, continuò gli studi da autodidatta, seguita prima privatamente dal professor Pietro Ganga, docente di lettere italiane, latine e greche, che parlava francese, tedesco, portoghese, spagnolo; poi proseguì la sua formazione esclusivamente da sola, sviluppando un particolare amore per la letteratura greca.
Nel 1887, a soli sedici anni, vide pubblicati i suoi primi racconti, Sangue sardo e Remigia Helder; nel 1909, invece, dopo i grandi successi dei suoi scritti a cavallo del novecento e dopo essersi trasferita a Roma, Grazia Deledda  vide il suo nome comparire come candidata al collegio di Nuoro della Camera dei Deputati per il Partito Radicale Italiano. Non solo si trattava della prima volta che una donna veniva candidata, ma, soprattutto, questo avveniva quando ancora le donne in Italia non potevano votare, malgrado la questione fosse oggetto di sempre più vivo dibattito pubblico. La portata di questa rivoluzione si può cogliere, ad esempio, da un articolo apparso su ‘La Tribuna’ a firma di Giuseppe Piazza, il quale dubitava che la scrittrice potesse avere qualità adatte al ruolo in quanto “anziché un’adeguata preparazione per presieder domani una qualche Commissione di bilancio ha impiegato la sua vita in due cose, a scriver romanzi e a partorire degli ottimi figliuoli… Due cose delle quali l’ultima soprattutto è troppo grande per darle tempo e volontà di essere femminista e «deputata»”.
Ma cosa si raccontava in quegli scritti apparsi tra il 1887 e il 1909, di così grande da far sì che dal rione Santu Pedru di Nuoro si trovasse a Roma, conosciuta a livello internazionale, e candidata al Parlamento italiano?
Si raccontava di ciò che di più grande possa esistere, l’umanità e la sua profondità, il suo abisso di libertà e colpa, la sua inesauribile speranza di bene, vita, amore, giustizia e l’eterna lotta con la realtà per conquistarli. Per indagare queste tematiche cosi’ alte, fece spesso riferimento al mondo biblico.
Quante volte Grazia si sara’ soffermata, a esempio, sul salmo 63? Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso. Ma Dio li colpisce con le sue frecce: all’improvviso essi sono feriti, la loro stessa lingua li farà cadere; chiunque, al vederli, scuoterà il capo. Allora tutti saranno presi da timore, annunzieranno le opere di Dio e capiranno ciò che egli ha fatto. Il giusto gioirà nel Signore e riporrà in lui la sua speranza, i retti di cuore ne trarranno gloria.
Ne siamo certi, tante. Conosceva a fondo, infatti, la Bibbia. Il mondo arcano, pastorale e misterioso che racconta, infatti, aveva una profonda cultura biblica, trasmessa oralmente e incarnata quotidianamente tra le fatiche delle vita. Grazia, in virtù dei suoi studi, leggeva i testi sacri, e riconosceva nelle fiere e nobili figure della società sarda, dall’anziano carico di anni e saggezza ai giovani brucianti di desiderio, quelle dei testi biblici, che sono, per ogni tempo, modelli e simboli esemplari. La profondità del suo animo, quindi, diventava più profonda nella lettura sacra, e cresceva in poesia alla visione, e poi al ricordo, dei paesaggi sardi, silenziosi e immensi. Le protagoniste di ‘Canne al vento’, il capolavoro riconosciuto di Grazia, scritto più avanti- nel 1913 – e che, col suo successo, ha aperto la strada al Nobel, hanno nomi biblici: Ruth, Noemi ed Ester; molti titoli di novelle e romanzi rimandano a Dio, ai Vangeli o ai luoghi di culto, come  ‘Il Dio dei viventi’ , ‘Il cieco di Gerico’, ‘La Chiesa della Solitudine’ .
Anche, però, testi che apparentemente non sembrano essere direttamente riferibili alla fede, risultano, poi, esserne impregnati a fondo. A esempio valga, tra i tanti, la conclusione di ‘La bambina rubata’, una struggente novella su una bambina figlia di una violenza: ‘ La morte stessa della bambina mi aiutava nella speranza di vivere. Dio me l’aveva tolta per misericordia, non per vendetta, e mi aveva ridonato la voce per difendermi davanti agli uomini: da lui ero già assolto e ribenedetto’.
Queste parole, di un testo tutto sommato considerato secondario, illuminano tutto il rapporto tra la fede e la poetica di Grazia, tra la sua scrittura e il mistero della vita. Non può esistere, infatti, l’una senza l’altro. Per alcuni critici, questo è stato un limite, soprattutto in anni di ateismo militante anche in ambito letterario. Potremmo parlare di questione di punti di vista. Sicuramente, per Grazia Deledda, il vero foglio su cui scrivere è stato l’animo umano, sede di una lotta perenne tra il male e il bene, che ha come conquista la libertà umana e come giudice un Dio grande come i paesaggi sardi, bello e terribile come la natura del nuorese ma, soprattutto, misericordioso. Se la società giudica e impone certi comportamenti, Dio perdona sempre. Certo, il perdono arriva al termine di un lento e faticoso cammino, ma questo è il senso della vita di ogni uomo. E’ profondamente sbagliato, quindi, il pregiudizio letterario che vuole le pagine di Grazia Deledda intrise di un fatalismo derivante dall’ arretrata  situazione della società sarda. Tutt’altro. L’immutabile panorama sardo, il quale, mentre scriveva da Roma, faceva da sfondo alle sue storia, è la scenografia delle immutabili domande sull’uomo, fatto che rende le suo opere, precisamente, dei classici . Se ora, quindi, la riteniamo distante dalla nostra sensibilità, è perché la contemporaneità ha smesso di farsi le domande più grandi, come quelle che interrogano l’origine del male e del bene, da dove venga la forza misteriosa dell’amore, e quale sia la sorgente dell’uguaglianza di fronte al dolore tra tutti, poveri e ricchi, uomini e donne, banditi e aristocratici. Grazie, scandagliando questi grandi abissi, si ritrovava appieno nella grande letteratura decadente europea, soprattutto russa, da Dostoevskij a Tolstoj, da lei amati profondamente. Il ‘900 stava perdendo i punti di riferimento, tra guerre e relativismi: nessuno ha saputo indagare l’angoscia della domanda di senso più di lei.
Grazia, però, è andata ben oltre, in terreni non ancora studiati al meglio dalla critica. I suoi tratti di verismo scandalizzavano e interrogavano il futuro, anche della Chiesa. In romanzi indimenticabili come ‘Elias Portolu’ o ‘La madre’,  ci racconta di amori proibiti dalla società, anche di sacerdoti o futuri tali, che non hanno nulla di peccato, se non quello di voler obbedire a sé stessi. Leggendo le pagine, sentiamo lo stesso smarrimento di Dante davanti a Paolo e Francesca; mentre la Chiesa, ancora oggi, si trova a riflettere sul celibato sacerdotale. In ‘Dopo il divorzio’, del 1902, Grazia anticipa di più di settant’anni la legge sul divorzio, immaginandola già operativa. Lo fa da profonda credente. Le sue eroine sono madri, donne col cancro al seno (‘La Chiesa della solitudine’, 1930, quando il cancro era un argomento sconosciuto e quasi impronunciabile), innamorate di banditi o sacerdoti; oppure, per tornare a ‘La bambina rubata’, uomini autori di violenze sulle donne, che riconoscono il male compiuto, e son pronti a pagarlo per un alto ideale di giustizia. Ma, soprattutto, sono figli di Dio, a cui anelano speranzosi perché ne intravedono la bellezza nel creato e nel fremito misterioso di ogni suo respiro. A noi, dopo tutti questi anni, resta la Grazia di una scrittura forte, passionale, profonda e con una scintilla divina, come la vera vita.

«Gli europei hanno capito che è possibile resistere a Trump?»: il dibattito tra gli esperti americani dopo la Groenlandia

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Fiona Hill, ex consigliera di politica estera di Trump nel primo mandato

Fino a che punto l’Europa ha cambiato approccio nei confronti degli Stati Uniti dopo il caso Groenlandia è un tema dibattuto dagli esperti di politica estera americani. Ovviamente lo è anche in Europa, perché la marcia indietro del presidente Trump non ha permesso di mettere davvero alla prova i ventisette Stati membri. Ma una cosa vanno ripetendo i diplomatici europei: «Nel momento in cui Trump ha minacciato dazi aggiuntivi su alcuni Paesi europei per le esercitazioni compiute in Groenlandia da uno sparuto numero di militari, è stato chiaro che non si trattava solo di tariffe e di commercio ma si trattava piuttosto della sovranità di uno Stato membro e dunque dovevamo essere molto uniti». Le parole sono più o meno queste, pronunciate dai diplomatici sia di grandi Paesi sia di Paesi più piccoli dell’Unione. La sovranità nazionale e quella europea si sono rinsaldate e hanno imposto una reazione ferma, non senza traumi per i Paesi con una forte tradizione transatlantica.

Tuttavia, i Ventisette non hanno ancora definito del tutto la loro strategia e i messaggi restano talvolta contraddittori. La rivoluzione Trump sta imponendo all’Unione europea un ripensamento su tutti i settori se vuole raggiungere l’indipendenza strategica e questa è la parte più difficile. Un primo test sarà il ritiro dei leader Ue di giovedì al castello di Alden Biesen per discutere di competitività. Dunque è particolarmente interessante la lettura che viene data Oltreoceano alla presunta svolta europea.

Abbiamo seguito una tavola rotonda presso il Brooklings Institution, uno dei più prestigiosi think tank di Washington: c’erano Fiona Hill, ex consigliera del primo mandato di Trump (è tornata di recente di attualità una sua affermazione passata: ovvero che nel 2019 la Russia indicò agli Usa che avrebbe potuto rinunciare all’appoggio per Maduro in cambio del via libera sull’Ucraina), Philip Gordon e Thomas Wright, ex consiglieri dell’amministrazione Biden, e Constanze Stelzenmüller, esperta di rapporti tra Europa e Stati Uniti. Tutti a quattro naturalmente sono profondamente critici dell’attuale politica estera Usa per quanto riguarda i rapporti transatlantici, ma l’aspetto più interessante è la loro percezione di quale possa essere la risposta europea.

Quando il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance l’anno scorso prese parola alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco e criticò duramente i politici europei sull’immigrazione e la libertà di espressione, il suo discorso lasciò sotto choc il pubblico e segnò l’inizio dei dubbi sui rapporti transatlantici che ci hanno accompagnato per tutto l’anno fino  all’escalation con il «caso Groenlandia». Alla Conferenza di Monaco, che inizia questo venerdì,non è atteso stavolta Vance, ma il segretario di Stato Marco Rubio insieme a una delegazione del Congresso. Gordon ha menzionato come, agli occhi degli europei, Rubio venga visto come più rassicurante rispetto a Vance o Witkoff e come il responsabile delle correzioni di rotta nel piano di pace per l’Ucraina (rispetto alla prima versione nettamente pro-russa), ma Stelzenmüller ha ricordato che è dal dipartimento di Stato, guidato proprio da Rubio, che è stata messa nero su bianco la recente strategia di sicurezza nazionale che riguarda anche l’alleanza con l’Europa.

Gordon crede che nei giorni scorsi sia cambiato qualcosa, non solo rispetto al primo mandato di Trump, quando i leader europei «pensavano che si potesse andare avanti comunque, che c’erano adulti nella stanza, che Trump non sarebbe durato per sempre» ma anche rispetto al primo anno del secondo mandato in cui «hanno cercato quanto più possibile di credere che Trump alla fine appoggerà l’Europa, l’Ucraina e la Nato, al punto di accettare un accordo commerciale sbilanciato pur di tenere a bordo gli Stati Uniti». «Con la Groenlandia si è oltrepassata la linea — ha detto l’ex assistente di Biden e consigliere di sicurezza nazionale della vicepresidente Kamala Harris — e anche se Trump a Davos ha fatto marcia indietro sull’idea dell’uso della forza per prendersela, non si può dimenticare quello che è successo e tornare a tre settimane prima.Penso che gli europei abbiano concluso che qualcosa è cambiato in modo fondamentale e Carney (il premier canadese nel suo ormai celebre discorso,ndr) lo ha articolato nel modo migliore». Sulla Groenlandia, Hill ha notato che a spingere Trump ad una marcia indietro c’è stato anche il fatto che tra i repubblicani al Congresso non c’era alcun entusiasmo per un’annessione o un’invasione. Stelzenmüller ha invece accennato al fatto che non ha aiutato a dissuadere Trump l’incontro con il segretario generale della Nato Mark Rutte nello Studio Ovale: l’anno scorso aveva definito la Groenlandia un problema nazionale, anziché un problema dell’alleanza atlantica. Ma per Gordon la marcia indietro di Trump è stata dettata soprattutto dai rischi per i mercati, legati alle possibili misure europee. A suo parere, «gli europei hanno scoperto di non essere disposti a cedere, hanno capito che è possibile resistere.Quindi entriamo in un territorio nuovo». 

Hill ha osservato che anche i fatti di politica interna americana pesano nell’opinione degli europei. L’uccisione a Minneapolis di due cittadini americani che si opponevano alle retate degli agenti federali anti-immigrazione «mostra come gli Stati Uniti, che parlano di libertà di espressione in altri Paesi, stanno facendo cose piuttosto terribili, comportandosi come i Paesi che hanno criticato. Questo è uno choc per molti europei».

Stelzenmüller, in un suo recente viaggio in Europa, ha preso nota del fatto che tutti i meccanismi con cui gli europei pensavano di poter rispondere a Trump sono crollati: a suo parere, hanno capito che devono muoversi più in fretta per sviluppare una propria deterrenza e indipendenza strategica e anche i tedeschi che in passato erano più restii all’integrazione adesso stanno cambiando tono sul rapporto Draghi. In un incontro con i leader europei, un alleato Usa le ha detto: «Stavamo pianificando di garantire la sicurezza europea senza gli Stati Uniti… Ma se dovessimo pianificare di garantirla contro gli Stati Uniti?».

Non crede però in una vera svolta imminente da parte degli europei Thomas Wright, che era assistente speciale di Biden e direttore per la pianificazione strategica del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca: in controtendenza con alcuni colleghi, ha sostenuto che «i governi europei stanno ancora seguendo la strategia dell’anno scorso, cioè farsi in quattro per cercare di accontentare il presidente Trump, in gran parte perché sono terrorizzati dalla minaccia russa, non hanno un piano B e hanno paura di quello che potrebbe fare Trump in caso di escalation. Dopo la Groenlandia, penso che sappiano bene che devono mostrare di avere una spina dorsale, se Trump va troppo oltre, anche se non lo dicono troppo apertamente. Cercano di comunicare le loro linee rosse, ma penso che per lo più cerchino di continuare a indicare pubblicamente che è tutto a posto — il che dimostra quanto sia negativa la situazione dietro le quinte».

Ad una domanda su quali leader europei stiano gestendo Trump nel modo migliore, Hill ha replicato che i leader scandinavi e baltici con il loro approccio «tranquillo e disciplinato possono essere molto efficaci», mentre Gordon ha osservato che «l’appeasement di cui è diventato un simbolo Rutte, oppure Meloni e il finlandese Stubb che cercano di dialogare… sono approcci che non funzionano. L’idea che questi rapporti personali possano tradursi in concessioni politiche non sembra si stia realizzando… sulla base di quanto accaduto finora. I rapporti possono garantirti un incontro con Trump che non esploda come quello con Zelensky, ma non concessioni durature».

Gli esperti del Brookings Institution hanno sottolineato anche le implicazioni di tutto ciò per l’Ucraina. Gordon, in particolare, ha messo in dubbio l’affidabilità di garanzie di sicurezza statunitensi per Kiev. «Vengono definite garanzie di sicurezza tipo-Nato, ma in quel caso c’è un trattato ratificato dal Senato americano, ci sono truppe schierate in postazioni avanzate, ci sono ottant’anni di credibilità. In questo caso la garanzia sarebbe basata semplicemente sulla promessa di appoggio da parte di Trump».

Prima di creare l’Europa, bisogna pensarla

di Leonardo Armas (IIIB del Liceo Classico ‘Siotto’ di Cagliari)

La scuola, in un contesto sociale così complesso, tenta di rinnovarsi e di rimanere fedele alla sua natura di luogo fondamentale di educazione, cultura, crescita, formazione. ‘La Riflessione’ ha sempre dedicato particolare attenzione ai giovani e al mondo scolastico e, per continuare a rispondere a questa complessità sociale, inaugura una nuova rubrica, ‘La finestra su Bruxelles’, dedicata all’Unione Europea, orizzonte dei ragazzi di oggi. Realizzata dai responsabili della redazione del giornale scolastico del Liceo Classico ‘Siotto’ di Cagliari, inserito in un più generale progetto sul giornalismo, è un ulteriore spazio dedicato agli studenti e alle studentesse, per offrire loro uno strumento di analisi critica della realtà e di successiva ‘Riflessione’

‘La finestra su Bruxelles’ -2
Presentiamo questa rubrica digitale dove proporremo il ricordo di personaggi storici e di temi alla base dell’ Unione Europea

𝑷𝒓𝒊𝒎𝒂 𝒅𝒊 𝒄𝒓𝒆𝒂𝒓𝒍𝒂, 𝒍’ 𝑬𝒖𝒓𝒐𝒑𝒂 𝒃𝒊𝒔𝒐𝒈𝒏𝒂 𝒑𝒆𝒏𝒔𝒂𝒓𝒍𝒂- Carlo Sforza

Carlo Sforza

Chi era 𝑪𝒂𝒓𝒍𝒐 𝑺𝒇𝒐𝒓𝒛𝒂 (1872-1952)?
Carlo Sforza è stato uno dei più importanti diplomatici del secolo scorso di tutta l’ Europa. Di tradizione mazziniana e repubblicana, è stato Senatore del Regno d’ Italia e anche ministro sotto Giolitti.
Nel Dopoguerra diviene Presidente della Consulta Nazionale (organo camerale che precedette le elezioni del 1946), Ministro degli esteri sotto De Gasperi e anche per il “coordinamento del politiche comunitarie”. Infine, membro del PRI (Partito Repubblicano Italiano) con cui fu eletto Senatore.

𝑪𝒐𝒎𝒆 𝒇𝒂𝒓𝒆 𝒍’ 𝑬𝒖𝒓𝒐𝒑𝒂
Il 18/7/1948, fresco di nomina al Ministero degli esteri, Sforza tenne un fermo discorso sull’ Europa a Perugia.
Rispetto alle altre nazioni, la posizione italiana sulla futura Europa era ancora da sviluppare.
Ci pensa proprio Carlo Sforza a rompere il ghiaccio ed avviare una vera linea. Forte delle idee del Mazzini e del Cavour, li riprende e critica li oppositori che consideravano utopico il loro pensiero europeo.
Altro punto fondamentale è toccato dal rapporto che dovranno avere le nazioni con la futura organizzazione: “ognuno di questi piccoli stati d’ Europa rinunzi ad una parte della propria sovranità”. Sforza ci vuole ricordare che per costruire questo tipo organizzazione gli stati dovranno costruire diplomazie efficaci anche per colmare le possibili posizioni distinte. Questo passaggio è ancora oggi fondamentale, il discorso legge il presente dell’ UE, dove alcuni stati come l’Ungheria di Orban preferiscono fare solo i propri interessi statali. Sforza non vuole negare la Patria, ma semplicemente non vuole farla diventare un pretesto di nazionalismo o suprematismo nei confronti degli altri membri. Altrimenti viene meno tutto il resto del discorso fatto: libertà economica, sociale, di movimento (considerava i visti e i passaporti dei veleni) e culturale. De Gasperi lo riprenderà ( lo trovate nel post prima puntata). Il discorso servirà da catalizzatore per la nascita del Consiglio d’Europa 1949.

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