Portatrice di vero spirito olimpico

di Oleandro Iannone*

Come anticipato, ‘La Riflessione’ ritorna, in maniera più puntuale e approfondita, sulle discussioni sorte intorno a Imane Khelif, vincitrice della medagli d’oro a Parigi 2024 nel pugilato donne 66kg. Il punto di vista non può che essere quello del rispetto, dell’inclusione, dello sforzo di comprensione, come da tradizione del nostro giornale

“Lo scopo del Movimento Olimpico è contribuire alla costruzione di un mondo pacifico e migliore, tramite l’educazione dei giovani attraverso lo sport, praticato senza discriminazione di qualsiasi tipo e nello spirito Olimpico, che richiede comprensione reciproca, amicizia, solidarietà e fair play” 

Questo proposito, che rappresenta l’essenza dei giochi, e che è riportato sul sito ufficiale delle olimpiadi, purtroppo non viene sempre rispettato.

C’è stato infatti un episodio diventato particolarmente noto, che ha visto protagoniste due pugili: Imane Khelif, algerina, e Angela Carini, italiana. Nell’incontro con l’algerina la pugile italiana si è ritirata dopo 46 secondi, assicurando la vittoria all’avversaria. Angela Carini ha poi affermato di aver ricevuto un pugno al naso che l’ha costretta al ritiro. 

Prima ancora dell’incontro si era diffusa la notizia, rivelatasi falsa e transfobica, che Imane Khelif fosse una donna trans, e che quindi avendo caratteristiche biologiche maschili era ingiusto farla competere con le donne. Questa notizia è stata giustificata ricorrendo a delle analisi non specificate che l’IBA (International Boxing Association) avrebbe condotto sull’atleta algerina e su un’altra atleta, la taiwanese Lin Yu Ting, impedendo loro di continuare a partecipare ai mondiali del 2023. Per l’IOC ( International Olympic Committee) invece le due atlete rispettano perfettamente il regolamento, e infatti entrambe erano presenti anche durante le olimpiadi del 2021. 

La diffusione di notizie false,si sa, è un fenomeno dannoso, in particolare quando a diffondere tali notizie sono persone influenti o addirittura membri delle istituzioni o dei governi. La ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella, ha condiviso un post sul suo profilo Facebook dove ha affermato, riferendosi ad Angela Carini, che l’atleta italiana sia stata “vittima di un ideologia che colpisce lei e con lei tutte le donne”, escludendo, in questo modo,

Imane Khelif dall’essere donna anch’essa. Questa presunta “ideologia”, come a molti piace definirla, non colpisce le donne, ma al contrario, mira a colpire una visione patriarcale del mondo: è giusto considerare chi è  favorevole a condurre test invasivi sui corpi delle donne, quando hanno successo, quando sono forti, come qualcuno che vuole difendere i diritti delle donne? Perché una donna non deve essere più considerata tale, anche in assenza di prove, quando raggiunge risultati che invece sarebbero celebrati se al suo posto ci fosse un uomo?  Ciò che invece ha effettivamente impatto sulla parità di genere negli sport è la stigmatizzazione di atlete che praticano sport definiti maschili, gli abusi sessuali a cui le atlete sono esposte, le pressioni sociali su come i corpi delle donne dovrebbero essere e la disparità di guadagno.

La diffusione di questo tipo di notizie hanno alimentato la transfobia, fenomeno che si basa sull’odio per coloro che non si conformano alle aspettative sociali di genere.

Questo fenomeno non colpisce solo le persone trans (ovvero le persone il cui genere non corrisponde a quello assegnato alla nascita) ma anche le persone cis  (ovvero le persone il cui genere corrisponde a quello assegnato alla nascita), proprio perché pone sotto esame chiunque, ma in particolar modo le donne, che non rientri nella visione esclusivamente binaria e sessista di uomo “forte” e di  donna “debole”. Questa visione oltre ad essere misogina è anche scorretta, sia biologicamente che socialmente, dato che né il sesso né il genere sono esclusivamente binari. Però ancora oggi le identità che non rientrano nel binarismo, sia di genere che sessuali, vengono considerate devianze da correggere. Per questo molte persone intersex (ovvero le persone nate con caratteristiche biologiche che non rientrano nella rappresentazione binaria di maschile e femminile) hanno subito alla nascita, soprattutto in passato, interventi chirurgici invasivi, che non sono esenti da conseguenze fisiche e psicologiche, per farle rientrare nella visione binaria del corpo maschile o femminile. Detto ciò, la definizione di persona “intersex”, nonostante l’atleta algerina sia stata definita tale da molti, non è per lei appropriata , dato che non ci sono prove attendibili  a riguardo e dato che  la stessa atleta non si è mai definita “intersex”: ha detto di essere donna, senza aggiungere altro.

Nel caso di Imane Khelif, persona razzializzata, la transfobia è stata sostenuta dal razzismo: le persone l’hanno giudicata perché la sua apparenza e la sua forza non sono in linea con quella della donna bianca ideale. Può darsi che abbia caratteristiche fisiche, oltre che un’ottima preparazione, che la rendono una pugile particolarmente brava. Ma i vantaggi biologici fanno parte degli sport e, negli uomini, vengono celebrati. Come nel caso di Michael Phelps, dotato di proporzioni corporee e capacità polmonari che lo hanno fatto eccellere nel nuoto.

Nonostante l’ondata d’odio nei suoi confronti, Imane Khelif ha continuato a combattere e ha vinto la medaglia d’oro. Ha poi  annunciato che denuncerà per cyber bullismo “chi ha avviato questa campagna misogina, razzista e sessista” e “chi ha alimentato questo linciaggio digitale”.  Il suo coraggio e la sua perseveranza ci dimostrano che è necessario agire contro l’odio e che niente ci deve impedire di costruire un mondo pacifico e migliore. La sua partecipazione alle Olimpiadi è stata criticata, ma proprio lei è stata portatrice del vero spirito olimpico.

*Neodiplomato al Liceo Classico ‘Siotto Pintor’ di Cagliari

Storia e curiosità delle Olimpiadi /3

di Daniele Madau

Mentre va in scena la cerimonia di chiusura, il terzo e ultimo appuntamento con l’approfondimento sui Giochi Olimpici

Dopo la fine delle Olimpiadi antiche, la memoria rimase viva tanto che, dal ‘700 in poi, in tanti modi, si cercò di riproporle. La scoperta delle rovine dell’antica Olimpia, insieme alla sconfitta della Francia nella guerra franco-prussiana(1870-1871), spinsero il barone Pierre De Cubertin a cercare un modo per migliorare la preparazione fisica dei suoi connazionali e per avvicinare – tramite lo sport – le nazioni. Ecco, allora, che nel 1894, per l’anniversario dell’Unione francese degli sport atletici, su sua proposta, si decise di rilanciare le Olimpiadi: fu fondato il Cio (Comitato Olimpico Internazionale) e si scelse Atene, per omaggiare la Grecia, come sede delle prime Olimpiadi dell’era moderna. Da allora – compresa Parigi 2024 – si son disputate 33 edizioni, conteggiando anche quelle non disputate per motivi bellici, nel 1916, nel 1940 e nel 1944. Nell’edizione che si sta concludendo, ci sono state 32 discipline, 4 delle quali (breakdance, il surf, l’arrampicata e lo skateboard) presenti per la prima volta.

Gli Stati Uniti sono il paese con più medaglie olimpiche in assoluto, poco meno di 3000, mentre l’Italia è al sesto posto, con quasi 800. Proprio quella parigina, per la nostra Nazione, è stata un’edizione indimenticabile: il maggior numero di medaglie, 40 come a Tokyo 2021, ma con due ori in più. Il maggior numero di ori lo abbiamo conquistato a Los Angeles nel 1984: 14.

E ora, ricordiamo i momenti memorabili, parte della nostra memoria comune e della storia mondiale, che hanno avuto le edizioni olimpiche come palcoscenico e scenografia.

A Berlino 1936, appare per la prima volta la fiaccola olimpica: Hitler ha ottenuto i Giochi, fondamentali per manifestare la superiorità ariana della Germania nazista. Ebbene, Owens – atleta nero – vinse quattro medaglie d’oro: i 100 m piani, il salto in lungo, i 200 m piani e la staffetta 4×100 m, dimostrando una sua stupefacente superiorità. Erede di schiavi afroamericani dell’Alabama, non ebbe, però, la meritata ricompensa in patria, dove sembra lavorò come inserviente, senza incidere sull’emarginazione dei neri. Durante i giorni berlinesi,però, successe qualcosa di meravigliosamente olimpico tra lui e Luz Long: a voi – se questi giochi vi hanno lasciato il desiderio di continuare a farvi accompagnare dallo sport – il bellissimo compito di scoprire di cosa si tratti.

A Città del Messico, il 12 ottobre 1968 sarebbero stati inaugurati i diciannovesimi Giochi Olimpici, a ben 2.134 metri di altitudine, in un Paese governato stabilmente dagli anni Trenta dal Partido revolucionario institucional . Da mesi il Messico è scosso dall’ondata contestataria guidata dal Consejo nacional de huelga (Consiglio nazionale di protesta) degli studenti democratici dell’Universidad Autónoma de México (Unam) che intendono portare alla ribalta le loro rivendicazioni sociali: «No queremos Olimpiadas»; non volevano Olimpiadi ma riforme.

Nel pomeriggio del 2 ottobre migliaia di manifestanti coperti dagli striscioni con il volto di Che Guevara confluiscono pacificamente nella grande Plaza de las Tres Culturas, che rappresenta un luogo simbolico per i messicani in quanto riunisce le tre culture del Paese: quella azteca, quella spagnola, quella moderna.

La piazza viene subito circondata da quattro parti da camion e autoblindo. I camion si sono aperti e dei soldati si sono buttati giù sparando.

Lo sappiamo con precisione dalla testimonianza di Oriana Fallaci, che ha seguito le proteste, e sarà operata d’urgenza a seguito delle ferite riportate.

Furono uccisi circa 300 manifestanti ma il presidente del Comitato olimpico internazionale, Avery Brundage, assicurò che le Olimpiadi sono «una vera oasi in un mondo tormentato», garantendo lo svolgimento regolare dal 12 al 17 ottobre dei XIX Giochi Olimpici. Furono i Giochi dei pugni in alto di Smith e Carlos.

Gli anni ’80 furono quelli dei boicottagi: il caso più noto è quello delle Olimpiadi di Mosca del 1980, boicottate in primis dagli Usa e complessivamente da 65 nazioni (tra cui Canada, Israele, Giappone, Cina e Germania Ovest), per protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan del dicembre 1979; l’Urss trionfò nel medagliere, con un record ancora oggi imbattuto di 195 medaglie vinte (di cui 80 d’oro). Mosca mise in atto la propria rappresaglia quattro anni più tardi, con il boicottaggio delle Olimpiadi di Los Angeles 1984.

In totale 14 nazioni del blocco sovietico (tra cui la Germania Est) non parteciparono all’evento sportivo in risposta ai “sentimenti sciovinisti e isteria anti-sovietica” degli Stati Uniti. L’impatto fu, però, limitato: i Giochi di Los Angeles videro la presenza di atleti da 140 Paesi – tra cui la Cina, per la prima volta a un evento olimpico dal 1952 – e furono un successo sul piano del ritorno economico, mentre gli Stati Uniti trionfarono con 83 ori.

A questo proposito, le Olimpiadi Invernali di Pechino 2022 sono state segnate da un boicottaggio particolare degli Stati Uniti, che non ha inviato il personale diplomatico e non gli atleti, in reazione alle violazioni dei diritti umani commesse dalla Cina ai danni dell’etnia uigura.

Tantissime potrebbero essere le curiosità e le storie da raccontare: perché i Giochi sono un universo nell’universo, una narrazione interminabile che si alimenta di elementi introvabili altrove: pensiamo a Dorando Pietri, Phelps, Carl Lewis, Muhammad Alì, la tragedia di Monaco ’72. Potrei parlare dei cinque cerchi, degli altri simboli, delle città, ma torniamo a Parigi. Forse la ricorderemo per le proposte di matrimonio in diretta, per il coraggio di Nathalie Moellhausen, per la Senna, per le polemiche sulle pugili, per i capi di Stato bagnati, per l’Ultima Cena

Potrei continuare all’infinito, perché stiamo parlando di sport, persone, cuori, emozioni, coraggio; siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni, soprattutto alle Olimpiadi: “Citius, Altius, Fortius – Communiter”, “Più veloce, più alto, più forte – Insieme” (Motto ufficiale delle Olimpiadi)

Una questione di sopravvivenza

di Cristiana Meloni

La ‘Riflessione’ ha sempre ritenuto un dovere quello di porre al centro dell’attenzione dei lettori le violenze contro le donne e di genere, al fine di rispondere a una missione civile propria dell’informazione, oltre che di ogni cittadino e di ogni persona, quella di promuovere il rispetto e la legalità. Questo dovere è apparso più urgente negli ultimi giorni, caratterizzati da notizie – le quali rimandano a crimini che ci accompagnano sempre ma dei quali, al contrario, non sempre abbiamo notizie- di violenze verso le donne che hanno interessato ambiti tradizionalmente considerati educativi o di maturazione. Ambienti di lavoro, di sport, scolastici, familiari, ecclesiastici. Questi ultimi hanno avuto come vittime anche ragazzi. Ogni violenza è un crimine e ogni luogo deve poter essere ritenuto sano e rispettoso; e se è vero, e quasi superficiale ricordarlo, che gran parte dei responsabili degli ambienti citati non è violenta, quando questi drammi riguardano, quasi capillarmente, educatori, allenatori, insegnanti, datori di lavoro, sacerdoti, l’interrogativo e l’emergenza acquisiscono una connotazione in più, che ci porta a riflettere su tutta la società e sugli elementi che essa sceglie come adulti responsabili. La strada da percorrere deve essere saldamente basata su alcuni pilastri: l’educazione sul rispetto che parta dai più piccoli, la sensibilizzazione continua, l’intervento delle istituzioni e delle forze dell’ordine non appena arrivi una denuncia con misure adeguate e, non ultima, la necessità di non restare in silenzio e subire, di far fronte comune davanti alle violenze. Come testimonia il coraggio di Stefania Secci.

Nel dizionario della lingua italiana, la necessità è definita come “un’esigenza o un bisogno che deve essere soddisfatto per il benessere o la sopravvivenza”.

E di sopravvivenza si tratta quando si parla di violenza sulle donne e dell’importanza di denunciare.

I dati forniti dall’Istat sono allarmanti: il 31,5% delle donne di età compresa tra 16 e 70 anni – ovvero circa 6 milioni 788 mila – ha subito, nel corso della propria vita, una forma di violenza fisica o sessuale. Di queste, il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subito violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, mentre il 5,4% (1 milione 157 mila) ha vissuto le forme più gravi di violenza sessuale, tra cui lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).

Percentuali che raccontano storie di vite graffiate e spezzate, di grida soffocate e di paure paralizzanti che cercano inutilmente di nascondere i lividi dietro un velo di fondotinta. Le statistiche rivelano un problema radicato e diffuso che attraversa vari ambiti della vita quotidiana, dalla famiglia alla scuola, dal mondo del lavoro allo sport, a realtà di vario genere.

Una vera e propria pandemia per la quale sembra non esistere un vaccino risolutivo.

“Ho passato ore al telefono con le altre ragazze, piangevamo insieme. Le ho prese sotto la mia ala, spiegando che solo denunciando avremmo potuto fermare una persona pericolosa. Hanno trovato in me una figura di riferimento e insieme ce l’abbiamo fatta”. Queste le parole della giovane giornalista, attivista e modella cagliaritana, Stefania Secci, che nel mese di luglio ha accusato Paolo Ferrante – titolare della MIA Models Italian Accademy di Corneliano d’Alba (Cuneo) – di violenze sessuali.

“Non è mai colpa delle vittime. Denunciate sempre!”, prosegue la vittima durante le varie interviste delle ultime settimane. Un grido che, ancora una volta, ribadisce la necessità di denunciare, quale primo strumento di sopravvivenza. Il coraggio di Stefania è solo l’ultimo esempio di una lunga lista di donne che, come lei, hanno chiesto giustizia rendendo pubblica una macabra realtà che troppo spesso viene taciuta e giustificata. Tuttavia, vi è un’altra lista di donne – una molto più lunga – che rimane prigioniera della paura. Per molte di loro, infatti, le ritorsioni e le minacce, il timore di non essere credute o di essere stigmatizzate, rappresentano fattori determinanti che impediscono di trovare il coraggio per denunciare.

Ma è fondamentale rompere questo silenzio!

Le istituzioni devono fare di più per proteggere le vittime e garantire a chi denuncia un valido supporto in tutte le fasi. Le campagne di sensibilizzazione devono continuare a promuovere il messaggio che la violenza contro le donne non può essere tollerata e che denunciare è un atto di forza e non di debolezza. È necessario fare tutto il possibile per combattere un male che annienta la dignità e la libertà femminile: oggettificate, denigrate, considerate alla stregua di “strumenti di piacere” da prendere quando e come si vuole per soddisfare un bisogno perverso o sulle quali far prevalere la propria forza. Tutte devono poter alzare la loro voce, come ha fatto Stefania Secci, per dare coraggio e speranza a chiunque viva situazioni simili.

Ciononostante, non si tratta di una questione che riguarda solo le donne. Tutta la società deve essere coinvolta in una lotta che non fa distinzioni di genere ma, unita, combatte tali soprusi e brutalità in nome di una giustizia capace di stare, realmente, dalla parte delle vittime. Ogni denuncia, testimonianza, atto di solidarietà e vicinanza è capace di fare la differenza all’interno di un percorso lungo e difficile, ma necessario per una società in cui le donne possano vivere senza paura. L’impegno deve essere, allora, costante e collettivo, capace di promuovere una cultura del rispetto e della parità. Le istituzioni, la scuola, i media, e ogni singolo cittadino hanno il dovere di contribuire a questo cambiamento, affinché il coraggio di Stefania e di tante altre donne non sia vano.

Storia e curiosità delle Olimpiadi /2.

di Daniele Madau

Continua l’approfondimento sui Giochi Olimpici, una storia che ci lega a un passato di 2800 anni fa

Gli ultimi giorni dei Giochi di Parigi sono stati caraterizzati da gare che hanno suscitato – nel migliore dei casi – riflessioni sull’inclusività e la correttezza delle gare; nel peggiore dei casi, da polemiche. Abbiamo tutti negli occhi le lacrime della pugile Angela Carini, dopo i primi colpi di Imane Khelif. Lasciamo la riflessione approfondita, tipica del nostro giornale, ad un altro momento, per ora ricordiamo solo che l’atleta algerina è donna a tutti gli effetti, caratterizzata dall’essere ‘intersex’ , e cioè da una condizione che provoca una produzione anomala di androgeni (ormoni maschili)- compreso il testosterone- nel corpo femminile. E’, comunque, un bene che ci sia una discussione di questo tenore, segno -positivo- dei tempi. In antichità, infatti, il problema non era assolutamente contemplato. La partecipazione era riservata a greci liberi che potessero vantare antenati greci. La necessità di dedicare molto tempo agli allenamenti comportava che solo i membri delle classi più facoltose potessero prendere in considerazione di partecipare. Venivano esclusi dalla partecipazione gli schiavi, gli stranieri, gli assassini, i sacrileghi e le donne, secondo una mentalità e un uso sociale tipico della Grecia arcaica e classica.

I Giochi, nel corso dei secoli, persero gradualmente importanza con l’aumentare dell’influenza romana in Grecia e con la decadenza della cutura, e del potere, dell’ ellenismo arcaico- classico. Cominciarono e non trovare più spazio i valori aristocratici del passato, dell’eccellenza e dell’agonismo come ricerca della virtù , mentre sorsero problemi di corruzione, di sicurezza e ordine pubblico.

Questo aspetto non è venuto meno, se ripensiamo ai disordini e alla risse tra gli atleti che hanno caratterizzato, pochi giorni fa, il calcio: nell’incontro Argentina- Francia, infatti, vecchie ruggini legate al presunto razzismo dei sudamericani nei confronti dei neri francesi, dopo essere state covate per anni, sono esplose a fine gara.

E’ quasi impossibile, infatti, slegare ogni aspetto extra- sportivo dalla manifestazione: l’utopia, a cui bisogna sempre tendere, è quella di far sì che ogni conflitto, se non resta fuori dal terreno di gara, proprio lì, si riappiani.

L’avvento del cristianesimo, poi, portava ai propri fedeli, e al mondo, un altro tipo di gara. San Paolo, infatti, si esprime così: ‘ Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.  Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione ‘. Questo modo di esprimersi riflette, indirettamente, l’importanza delle gare nel mondo classico, traslandole, chiaramente, su di un altro livello. Proprio in quegli anni Nerone, come auriga, vinse la corsa dei carri dei Giochi Olimpici, con seri dubbi sulla correttezza della gara.

Quando il cristianesimo divenne la religione ufficiale dell’Impero romano, i vescovi e gli scrittori cristiani mostrarono la loro netta avversione per ogni celebrazione pagana e la loro forte repulsione nei confronti dell’agonismo. I Padri della Chiesa in numerosi scritti esortano i cristiani a resistere allla tentazione di partecipare o assistere ai ‘ludi’ agonali: sant’Agostino, a esempio, deprecò con toni aspri gli spettacoli atletici. Fu così che nel 393 d.C., anche in seguito alla strage di Tessalonica, dietro l’influenza del vescovo di Milano, l’imperatore Teodosio li vietò, ponendo fine a una storia durata più di 1 000 anni. Cosa era successo ? Nel 390 Teodosio, imperatore romano, aveva ordinato di massacrare la popolazione di Tessalonica, dopo che questa si era ribellata. I Tessalonicesi avevano infatti ucciso Buterico, il comandante goto della guarnigione romana, per aver arrestato un famoso auriga e vietato i giochi. Teodosio ordinò allora di organizzare una nuova corsa, durante la quale venne dato l’ordine di massacrare la popolazione. Il vescovo Ambrogio gli chiese allora di chiedere pubblicamente perdono, cosa che l’imperatore fece (infatti si era battezzato qualche anno prima, credendo di essere in punto di morte, durante una dura malattia). Teodosio, che aveva già emanato l’editto di Tessalonica (con il quale, nel 380 d.C., il Cristianesimo divenne religione ufficiale dell’impero), da allora inasprì le condizioni per i pagani, attraverso gli editti teodosiani, che chiudevano definitivamente i templi pagani e proibivano ogni forma di culto pagano, equiparando i sacrifici alla lesa maestà. Ad Alessandria i cristiani, guidati dal vescovo Teofilo, ne approfittano per distruggere il Serapeo, parte pubblica della monumentale biblioteca. Allo stesso modo finirono per sempre i giochi olimpici, ritornati, in tempi più vicini a noi, alla fine dell’Ottocento.

2/ Continua…

Storia e curiosità delle Olimpiadi

di Daniele Madau

Da questa settimana, cominciate venerdì 26 – con la sfarzosa cerimonia d’inaugurazione-le XXXIII Olimpiadi dell’era moderna, ‘La Riflessione’, coi suoi ‘Approfondimenti’, inizia una serie di articoli sulla storia e le curiosità olimpiche, affinché i lettori possano avere uno strumento in più per conoscere l’evento che, più di ogni altro, unisce tutta l’umanità.

Ottima è l’acqua,
l’oro come fuoco acceso
nella notte sfolgora sull’esaltante
ricchezza:
se i premi aneli
a cantare, o mio cuore,
astro splendente di giorno
non cercare più caldo
del sole nel vuoto cielo
né gara più alta d’Olimpia celebriamo,
onde l’inno glorioso incorona
con pensieri di poeti: che gridino
il figlio di Kronos, giunti alla ricca

beata dimora di Ierone!

È l’apertura dell’Olimpica I, «il più bello fra tutti i canti», come di essa scriveva Luciano sei secoli dopo la sua composizione. E’ di Pindaro, quello dei ‘voli pindarici’, composto nel 476, per Ierone I, tiranno di Siracusa, che vinse a Olimpia – la sede di agoni più importante e prestigiosa – la gara con il corsiero. Cantava il vincitore del primo concorso olimpico dopo le guerre persiane e risplende in tutta la sua bellezza. Questo è solo un assaggio di cosa rappresentassero, nell’antichità, le Olimpiadi. I primi giochi olimpici si svolsero nel 776 a.C., chiaramente a Olimpia, dove era presente una grande statua in onore di Zeus (nel canto indicato come ‘il figlio di Kronos’) e, all’inizio, dopo un breve periodo in cui era presente solo la corsa, vi si tenevano competizioni di pugilato, lotta e pentathlon. Ecco perchè il plurale. Al singolare, invece, ‘Olimpiade’ indica il periodo di quattro anni che intercorre tra un’edizione e l’altra. Ora, si deve immaginare uno scenario del genere, al quale, forse, non abbiamo mai pensato, di una bellezza difficilmente descrivibile: una zona sacra, con lo stadio di Olimpia e gli edifici religiosi sullo sfondo, un coro danzante, con l’accompagnamento della musica, una folla esultante e il canto – tecnicamente un ‘epinicio’, cioè ‘scritto per la vittoria’- che si eleva. Gli edifici religiosi, tra l’altro, non dobbiamo pensarli bianchi – che è eredità del neoclassicismo – ma coloratissimi e sfarzosi.

Dal 776 a.C. in poi, i Giochi divennero lentamente sempre più importanti in tutta la Grecia antica, diventando anche il punto d’inizio dei loro calendari, raggiungendo l’apice nel VI-V secolo a.C.

Così importanti che, come sappiamo, nei cinque giorni di competizioni, vigeva la tregua olimpica, cioè dalle guerre; questa è stata recentemente chiesta da papa Francesco in occasione dei giochi di Parigi; tuttavia dal 1992 il CIO – Comitato Olimpico Internazionale- in occasione di ogni edizione delle Olimpiadi chiede ufficialmente alla comunità internazionale (con il supporto dell’ Onu) di osservare la tregua olimpica.

(1- Continua…)

Renato Zero si veste da sogno in Sardegna: e a noi, l’illusione di bimbi che giocano agli eroi

di Daniele Madau

‘La Riflessione’ era presente al ritorno in Sardegna di Renato Zero dopo 26 anni. Un grande evento che non ha deluso le attese

Il conto alla rovescia – che precede ogni esibizione di Renato Zero – accompagna sempre verso qualcosa di grande: tre, due, uno…Zero e Renato esce puntuale, dopo 26 anni dall’ultima volta a Cagliari, con uno degli incipit più belli della storia della canzone italiana, quello di ‘La favola mia’: Ogni giorno racconto la favola mia, la racconto ogni giorno chiunque tu sia, e mi vesto di sogno per darti se vuoi, l’illusione di un bimbo che gioca agli eroi. Queste luci impazzite si accendono e tu, cambi faccia ogni sera ma sei sempre tu, sei quell’uomo che viene a cercare l’oblio, la poesia che ti vendo, di cui sono il Dio.

La magia del palco, dell’orchestra, del circo musicale è una grande allegoria, che Fellini, a esempio, amava tantissimo e riproponeva nelle sue pellicole. Per Renato Zero è un carrozzone. L’artista finge di essere quello cantato dalle sue canzoni, e il pubblico finge di credere che ogni parola sia rivolta a lui. E nella finzione la realtà svanisce e si fonde nella rappresentazione sulla scena, ogni barriera crolla e ognuno vive la sua vita più vera proprio perchè quel momento è falso, è solo una rappresentazione. Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente. Così Pessoa. Così tutti noi al concerto di Renato Zero, che intitola una sua canzone ‘Svegliatevi poeti’ – proposta all’inizio della seconda parte – e, lui, che sembra prediligere l’essere un Pierrot, innamorato della luna (che campeggia sugli schermi giganti) o Charlie Chaplin.

E’ vero, ha sempre avuto qualcosa dell’uno e dell’altro, degli innamorati di amore puro, senza chiedere niente in cambio. Ma, Renato, è stato anche un ribelle, e perciò un artista nel senso pieno della parola, a cui possono guardare Achille Lauro o Big Mama, riscoprendone le stesse rivendicazioni. Come Vasco Rossi ha rischiato l’isolamento e ora è osannato ma, più di Vasco, può essere ancora in sintonia con le nuove generazioni, perché -prima di loro – ha rivendicato l’essere accettati per quello che si è, per come ci si sente, per i sentimenti che ognuno prova verso le persone che lui sceglie. Senza dover temere il giudizio, per come ci si veste, per quello che si prova, per quello che si è.

Pochi artisti possono permettersi di proporre una scaletta di altissimo livello, senza cedimenti di testo o musica, e anche, a 73 anni, di esibizione scenica (a parte un leggero calo di voce: ma questa è la garanzia che fosse tutto dal vivo): La favola mia, Niente trucco stasera, Cercami, Amico, Inventi, La pace sia con te, Magari, A braccia aperte, Spiagge, Figaro, Svegliatevi poeti, Nei giardini che nessuna sa, Più su, Il cielo, I migliori anni della nostra vita. Oltre al medley, con altri successi. Da lasciare a bocca aperta, vero riassunto di più di cinquant’anni di carriera, sempre un po’ ai margini, mai veramente accettato dalla critica d’élite, forse troppo legata allo schema del cantautorato tradizionale italiano: non credo abbia mai ricevuto un premio Tenco, eppure i suoi testi hanno quella caratteristica rarissima, propria dell’arte vera: la combinazione tra profondità, bellezza e semplicità. L’importante, però, è che abbia toccato tante vite, come testimonia la serata di Pula.

Dalle canzoni in scaletta emerge un messaggio chiaro, che ha attraversato tutta la sua produzione: l’amicizia come forza salvifica e vitale (forse ‘Amico’ è stato il momento più intenso), l’importanza di amare anche senza essere ricambiati, la fede – nonostante tutto – in Dio, non un giudice ma una luce presente negli occhi delle persone che si incontrano ogni giorno, l’antitesi corpo-anima, tutta a favora della seconda, l’importanza della poesia quotidiana come salvezza, il rispetto per ogni vita.

Andare a un concerto Zero è una possibilità che si spera di avere ancora, a dispetto dell’età di Renato, perché offre tutto: spettacolo, bravura e maestria, e un grande messaggio. Proprio per questo ci si augura che la prossima volta ci sia un luogo ancora più grande ad accoglierlo, che tutti – soprattutto quelli più ai margini, cantati nelle sue canzoni – abbiano la possibilità di accedervi e godere dell’arte, come è giusto che sia. L’arte vera, quella che regala poesia e ci fa fingere di essere poeti, mentre lo siamo davvero.

La corrispondenza d’amorosi sensi

di Daniele Madau

Non so se ciò che scriverò vale anche per voi – e sarebbe bello parlarne – ma ho dei modelli, diventati cari e familiari, anche se mai conosciuti personalmente, a cui guardo, a cui mi rivolgo -anche nei momenti di difficoltà -e di cui sento la vicinanza. Sono persone che non ci sono più e, per questo, la loro assenza è una presenza più grande, che ha voce nello spirito, che riguarda il cuore e che credi di vedere nella luce. Delle stelle e del sole; della notte e del giorno. Del resto, la luce è lo spirito, visto che è composta di fotoni, che non hanno peso, hanno massa pari a zero, ma sono, esistono, li vediamo.

Come per i familiari più vicini, queste persone hanno segnato la mia vita, in meglio, e per questo ho fatto una promessa: parlerò di loro, finché potrò, soprattutto ai ragazzi e alle ragazze. Proverò a vivere come loro, rispettando il mio essere particolare, se avrò forza, capacità, coraggio.

Uno di loro era Paolo Borsellino.

Il 19 luglio 1992, 32 anni fa, moriva davanti alla casa della madre, in via D’Amelio, dilaniato dal tritolo: aveva solo 52 anni. Con lui Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, che al momento dell’esplosione stava parcheggiando una delle auto della scorta. 43 anni, 24 anni, 22 anni, 31 anni, 27 anni le età delle vittime.

Ricordo benissimo quel giorno, ero al mare, come tanti italiani, come anche Paolo la mattina, prima di recarsi dalla madre per accompagnarla a una visita medica; io, di anni, ne avevo 14. Quel giorno, ho fatto la promessa. L’ho fatta perché la mafia non poteva vincere, l’ho fatta perché ero solo un ragazzo, l’ho fatta perché volevo costruire un futuro, l’ho fatta per vendicare – col bene possibile che avrei potuto fare, a tutti, in ogni tempo e in ogni luogo- la loro morte. L’ho fatta perché l’esistenza di tutti noi vale il bene per tutti. E non mi son più dimenticato di loro, particolarmente di Paolo, e di Emanuela, la mia conterranea. Sono sardo, sono un uomo di parola. E ho continuato a parlarne, e ancora lo farò.

Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote è negli umani;
e spesso per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi. Foscolo, e prima di lui i Greci, hanno ragione; lo possiamo sentire quotidianamente: se pensiamo a una persona cara scomparsa, basta questo e l’assenza dalla vita è subito presenza nel pensiero. Nel cuore. Nello spirito. Nella luce. Celeste dote è negli umani.

A Paolo Borsellino chiedo il suo trattare con umanità tutti, anche i mafiosi, il suo senso dello Stato e del lavoro, il suo amore per la famiglia e per l’Italia, per la giustizia. La sua fede. Il non piegare mai la testa e il non voltarsi mai dall’altra parte. L’accettazione del destino, se questo vuol dire compiere il proprio dovere.

Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote è negli umani;
e spesso per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi.

E allora penso anche a Cavallo Pazzo, che vide i bianchi profanare le sue terre e massacrare la sua gente, e decise di dare la vita per il suo popolo, gli Oglala Lakota. Hoka Hey! È un buon giorno per morire! era il suo grido di battaglia. Morì solo, in una prigione, tradito, a 37 anni. A lui chiedo il suo coraggio. A San Francesco, un po’ della sua umiltà. A Fabrizio De André un po’ della sua poesia nel guardare la vita, e il desiderio di prestare attenzione agli ultimi. A Don Pino Puglisi, la serenità davanti alle cose più brutte, come lui dimostrò davanti ai suoi assassini: ‘Vi aspettavo’. A Massimo Troisi di tirarmi su nei momenti di malinconia o tristezza, con la sua simpatia. A Martin Luther King il suo desiderio di non arrendersi e di lottare per i diritti. A Gigi Riva, il suo amore per la Sardegna. C’è poi una persona, a cui chiedevo consigli per gli articoli e i libri sulla storia della musica, uno dei più grandi giornalisti musicali: Ernesto Assante. Ci ha lasciato da poco. Lui l’ho conosciuto, ricordo il suo sorriso. E basta quello.

E spesso per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi: è proprio così, ma per Paolo, Emanuela, Giovanni, forse è meglio usare le parole dei ragazzi e delle ragazze di Palermo, che non hanno dimenticato il loro grande esempio e che, ne son sicuro, come me guardano a Paolo come un familiare, un amico, un modello: ‘Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe’

‘Fanpage’: la responsabilità della parola e il decadimento della società

di Cristiana Meloni

L’avanzata delle destre: questo è stato l’argomento per eccellenza delle ultime settimane. Dall’elezioni europee, infatti, sino a quelle amministrative di Francia e Gran Bretagna, più che mai, l’Europa ha visto contrapporsi le forze conservatrici alle altre, in una sorta di resa dei conti sul futuro del mondo a noi più vicino. Ma ci sono Paesi in cui la destra è già al governo – come l’Italia – e in cui i giovani militanti del più forte partito di governo sembrano rappresentarne la parte peggiore. E in cui, inoltre, come testimonianto dal caso di Rainews 24 – che sembra aver marginalizzato la vittoria degli oppositori di Le Pen in Francia- il giornalismo del servizio pubblico non è libero. ‘Fanpage’, con la sua inchiesta sotto copertura sulla Gioventù Nazionale, ha suscitato un dibattito sul rapporto tra il diritto di informazione e il diritto d’opinione, tra il dovere di far conoscere e il diritto alla riservatezza. ‘La Riflessione’, col suo stile, si inserisce in questa tematiche che tocca uno strumento che, da millenni, caratterizza il vivere in società dell’umanità evoluta: la parola e il suo potere

Una notizia dovrebbe saper trasmettere un messaggio chiaro e oggettivo, con l’obiettivo di contribuire al bene comune. Tuttavia, “dire la verità” su ciò che avviene nell’ombra comporta sempre un prezzo da pagare. Da questo punto di vista, Fanpage è sicuramente uno dei fenomeni di inchiesta giornalistica più discussi in Italia – negli ultimi anni e, in particolar modo, nell’ultimo periodo – che si è visto servire parecchi conti salati.
Il celebre sito di informazione e approfondimento è nato nel 2010 dall’idea di due giovani imprenditori napoletani, Gianluca Cozzolino e Gianluca Orsini. L’intento iniziale era creare una piattaforma che sapesse sfruttare appieno le potenzialità del web e dei social media per raggiungere un vasto bacino d’utenza. A partire dai semplici contenuti di intrattenimento, Fanpage è passato gradualmente a includere notizie di attualità, politica, economia e cultura. Si ricordano, a titolo esemplificativo, alcune delle inchieste più famose come: lo scandolo “Lobby Nera”- riguardante una serie di rapporti e accordi tra politici di destra e di estrema destra – “Soldi sporchi” – sulla gestione dei fondi pubblici e del riciclaggio di denaro – e “Rifiuti Connection” relativa alla questione dei rifiuti in Campania.


Protagonisti in prima linea sono giornalisti giovani e dinamici provenienti da diverse realtà del settore, del marketing e della comunicazione digitale. La loro eterogeneità ha sicuramente rappresentato, fin da subito, una chiave di successo vincente. Ciononostante, luci e ombre avvolgono il loro operato, sollevando non pochi dubbi, da parte di una buona fetta dell’opinione pubblica, sulla correttezza e sull’integrità dei metodi utilizzati. Insulti antisemiti, razzisti, saluti romani ed esaltazione del nazismo hanno dato avvio nelle recenti settimane a una feroce inchiesta contro Gioventù nazionale, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia che ha collaborato con i massimi dirigenti del partito di Giorgia Meloni. Effetti dirompenti ottenuti dal lavoro investigativo di Fanpage sono state le dimissioni di Flaminia Pace, membro della Commissione affari europei e cooperazione del Consiglio nazionale e una conseguente, nonché aspettata, presa di distanza a catena del partito da parte di: Giovanni Donzelli, deputato e responsabile dell’organizzazione Fratelli d’Italia e Chiara Colosimo, presidente della Commissione Antimafia.


A questo punto, sono tanti i fronti di riflessione e dibattito che sorgono spontaneamente. A partire da una certo modo di fare giornalismo alla constatazione di una realtà che sembra retrocedere e scadere in gesti e affermazioni inopportuni e ingiustificabili da parte di chi rappresenta, nientepopodimeno, il presente e il futuro del nostro paese.
Ma in un contesto tanto complesso quanto a tratti indecifrabile come quello attuale, qual è il ruolo che gioca l’informazione? Quali le sue ricadute? La parola in tutte le sue forme (scritta, orale, detta e taciuta) ha sempre posseduto il potere di influenzare, persuadere, costruire ponti o muri. In una società moderna e avanzata sotto tanti punti di vista, gli aggiornatissimi mezzi di comunicazione permettono di abbattere ogni tipo di distanza geografica, linguistica e culturale.


Chiunque può accedere facilmente alle ultime notizie e chiunque ha il potere di diffonderle in pochi secondi. Tuttavia, la parola ha un’origine e un obiettivo. Essa attinge da un bagaglio di conoscenze personali, da una visione specifica della realtà e da una certa consapevolezza che ne denota la natura benigna o maligna e il suo contenuto esplicito e implicito. Da ciò si può dedurre, pertanto, il grado di responsabilità di chi comunica e in che modo. Un’ inchiesta giornalistica ben condotta, da un punto di vista professionale ed etico, e un’organizzazione che dona voce ai giovani del nostro paese facendoli promotori di un certo tipo di messaggio, possiedono un potenziale comunicativo altissimo. La sfida risiede, allora, nel modo in cui lo si utilizza. Perché è diventato, infatti, necessario utilizzare metodi di inchiesta, secondo alcuni, di dubbia moralità per fare luce sugli eventi? Perché nel 2024 la storia non sembra aver messo un punto a determinati capitoli? Le risposte sono tante e spronano, certamente, riflessioni che se ben condotte e con un intento costruttivo non possono che apportate un cambiamento positivo.

L’Esame di Maturità e il nostro essere umani, fatti di pensieri ed emozioni

di Letizia Cannas

‘La Riflessione’ continua a incontrare gli studenti e le studentesse, e a rivevere con loro l’Esame di Stato appena concluso. A riflettere sulla propria Maturità, oggi, è Letizia, di una quinta del Liceo Siotto di Cagliari, che ci racconta i giorni dell’esame, giunti al termine del periodo più bello e ricco della vita, di un percorso fatto di gioia, sorrisi e, come sempre e ovunque, di alti e bassi. Concludiamo oggi il viaggio nell’universo dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, che hanno affrontato un momento che ricorderanno per tutta la vita.

L’Esame di Maturità ha sempre rappresentato una delle tappe più importanti, se non fondamentali, nella vita di tutti o quasi gli studenti italiani. Ma di cosa si tratta? Mi chiamo Letizia Cannas, ho 19 anni e vengo da un paesino vicino a Cagliari, città in cui ho frequentato la mia fantastica scuola, il Liceo Classico Siotto, per il quale mi sento di scrivere un ringraziamento per la meravigliosa e stimolante esperienza e opportunità che mi ha offerto in questi ultimi 5 anni. È stato senza dubbio il periodo più bello e ricco della mia vita. Un percorso fatto di gioia, sorrisi e, come sempre e ovunque, di alti e bassi. Ma non cambierei nulla di tutto ciò. Ho “imparato ad imparare” cosa voglia dire stare con persone totalmente diverse da me, a rapportarmi formalmente (e non) con adulti e “superiori” e sono cresciuta, in tutti i sensi.

Credo che la Maturità sia il coronamento di questi anni, il momento tanto temuto quanto atteso per dimostrare chi siamo e cosa valiamo…e no, non parlo del voto, quello è ciò che in fin dei conti meno importa e influisce nella vita di ognuno di noi. Parlo dell’esperienza, delle emozioni, delle paure, delle gioie, degli obiettivi e dei traguardi. Parlo del supporto tra compagni e amici, dell’aiuto, delle parole d’incoraggiamento rivolte a chi magari, un giorno, è meno motivato di altri. Parlo di chi ti sta accanto e ti sprona a dare sempre di più, perché vuole vederti affrontare e terminare al meglio questa esperienza, al di là del risultato finale.

L’Esame di Stato è composto da tre prove, due scritte e una orale. L’obiettivo principale e finale è quello di dimostrare le proprie competenze e conoscenze secondo una visione interdisciplinare, tramite la prima prova di Italiano (un’analisi e comprensione del testo, un testo argomentativo o un testo espositivo), in cui sbizzarrirsi e lasciare la nostra mente e la nostra anima libere di esprimersi, e tramite la temutissima seconda prova, che per il Liceo Classico quest’anno ha riguardato uno dei colossi della lingua, letteratura e cultura greca, Platone! Ciò che più spaventa ogni studente, dall’alba dei tempi degli Esami di Stato, è però il famoso “orale”, probabilmente perché ad ascoltarci sostenere il nostro colloquio è una commissione di professori in parte esterna.La paura degli studenti è spesso quella di essere giudicati, di non essere apprezzati o di non dare abbastanza o tanto quanto vorrebbero, temendo di essere criticati e fatti a pezzi per questo. C’è, infatti, chi vive questa esperienza come un evento traumatico, una situazione sgradevole da cui non si impara nulla e che si vorrebbe soltanto dimenticare e chi, invece, ne farà tesoro per sempre. Si chiama “Esame di Maturità”, infatti, non solo per la competenza maturata nel collegare le varie discipline tra loro e trovare degli spunti e delle riflessioni indipendentemente dall’argomento proposto, ma anche e soprattutto perché si tratta della fine di un percorso di crescita.

Da tredicenni e quattordicenni, pieni di vita, gioia e paure, si entra pian piano a far parte della società adulta, che spaventa tanto quanto l’esame stesso, e quest’ultimo è il primo vero passo verso la vita vera. Si tratta di vera e propria maturità, non come voti e numeri, ma come donne e uomini che si addentrano in un mondo nuovo, più consapevoli delle proprie potenzialità e più forti, ed è questo il vero senso di tutto ciò. Non parlerò mai della preparazione degli esami come il “momento migliore della mia vita”, non per ora almeno. E non dirò neanche ai prossimi maturandi la celebre frase «l’esame di maturità è la cosa più semplice del mondo ». Questo perché non si tratta soltanto di studio, ma di ambizione, voglia di fare bene, sentimenti, angosce e paura, paura di fallire. Siamo esseri umani e siamo fatti di pensieri ed emozioni, e l’Esame di Maturità è un modo per provarlo.

Il racconto del Cagliari. Nicola: ‘Nel cuore, avevo il sogno di allenare il Cagliari’

di Daniele Madau

Pawaga, in Tanzania, dove opera una missione di Cagliari

Oggi, dalla mattina presto, è stata una giornata rossoblù. Mi sveglio con le foto inviate da un amico, che passa le sue ferie in Tanzania, a dare una mano a una missione cattolica cagliaritana. Vedo i bambini, i tramonti e un campo da calcio, con lo scudetto del nostro Cagliari e la maglia rossoblù. Il calcio come gioia per tutti, soprattutto per gli ultimi, i più piccoli…

Poi, a metà mattina, il campo è quello della Unipol Domus, nel suo ventre, la sala stampa: anche lì, il nuovo mister, Davide Nicola, parla di Dio, di umanità, di desideri nel cuore, della fatica e dell’impegno, di rispetto umano, di una città, di un’isola e di una gente che ha sempre voluto conoscere. Come inizio, non c’è male: soprattutto quando cita Walt Withman e l’Attimo Fuggente, a me particolarmente caro: ‘Voglio contribuire con un mio verso alla storia di questa squadra’. Conscio di essermi lasciato andare a facili entusiasmi, per me, in quel momento, tutto sarebbe potuto finire. E invece tutto inizia, compreso il nostro racconto.

E allora via con gli obiettivi (salvezza), moduli (si vedrà), comportamento in trasferta (il punto debole dell’anno scorso: si vedrà), campagna acquisti (tutto programmato da giorni, anche quando il nuovo allenatore non era ufficiale: a breve l’annuncio degli acquisti), giocatori in scadenza, al rientro dal prestito o dalla posizione non sicura (porte aperte, con riserva, a Viola, Marin, Lapadula).

Tutto come sempre, in una ripetitività bella perché è quella dello sport che accompagna la nostra vita, e, come nella vita, ogni anno può essere occasione di crescita, di nuove meraviglie o disperazioni. La lotta non deve mai mancare (ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!), perché è nella lotta che nasce la poesia: quella sofferta, quella che, poi, lacerato il cuore, rinasce in gioia.

O me o vita!
Domande come queste mi perseguitano.
Infiniti cortei di infedeli,
città gremite di stolti,
che v’è di nuovo in tutto questo?
O me o vita!
Risposta:
Che tu sei qui,
che la vita esiste e l’identità,
che il potente spettacolo continua
e che tu puoi contribuire con un verso”.

Quale sarà il tuo verso?

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