L’Esame di Maturità: sentirsi incredibilmente se stesso

di Oleandro Iannone

‘La Riflessione’ continua a incontrare e a dare voce agli studenti, soprattutto quando ciò su cui si parla è la scuola. A riflettere sul proprio Esame di Maturità è Oleandro, di una quinta del Liceo Siotto di Cagliari: le aspettative, le prove, le emozioni e le lacrime per la scoperta dei propri valori. Un viaggio nell’universo dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, che hanno affrontato un momento che ricorderanno per tutta la vita.

Quest’anno ho affrontato la maturità. Le mie aspettative erano sicuramente diverse rispetto a ciò che ho vissuto e rispetto al ricordo che porterò con me. Pensavo infatti che la maturità fosse un qualcosa di piazzato lì, alla fine dell’anno, giusto per far sfoggiare nelle prove le abilità acquisite durante gli anni di studio, o per dare il colpo finale agli studenti già terribilmente affaticati dall’intero anno. Pensavo fosse qualcosa di impersonale e freddo. Semplicemente l’ennesimo obbiettivo da superare, in cui era impossibile far trasparire la propria identità, sia perché il tempo dedicatoci sarebbe stato breve sia perché non tutti i professori sarebbero stati interni, quindi cosa ne dovevano sapere di noi?… Ma pensavo male, perché a dire il vero quest’ esperienza non è stata alienante, anzi, mi ha fatto sentire incredibilmente me stesso.

Proprio perché inizialmente avevo questa visione della maturità, la prima prova, quella di italiano, a primo impatto, non è stata un’esperienza piacevole. Ho iniziato a scrivere puntando al superamento dell’obbiettivo, ma ciò mi ha fatto avere un crollo appena l’adrenalina ha iniziato a calare e con essa anche il flusso di idee, a quel punto ho pensato che non avrei raggiunto l’obbiettivo che mi era stato dato e l’ho finita a scrivere mentre piangevo dalla disperazione.

Ma una volta finito, mi sono calmato, ci ho riflettuto e ho realizzato che la traccia che avevo scelto mi era piaciuta davvero e che credevo in ciò che avevo scritto. Ho scelto la traccia tratta da un brano di Rita Levi Montalcini, che chiedeva di riflettere sul significato,nella società contemporanea, di un “elogio dell’imperfezione”. Ho trattato di questioni per me importanti come capitalismo e disabilità, e ho concluso affermando che l’elogio dell’imperfezione, nella società contemporanea capitalista, è un concetto rivoluzionario che libera dall’oppressione. Senza questa occasione probabilmente non avrei potuto sviluppare una tale riflessione.

Il momento più emotivamente intenso è stato durante l’orale. Mi è stato dato come spunto da cui partire un testo tratto dal manifesto del partito comunista di Marx ed Engels,che mi è particolarmente caro. Ho deciso poi di parlare dei totalitarismi per poi trattare dell’imperialismo. Quindi ho scelto di citare una frase tratta dall’Agricola di Tacito, pronunciata da Calgaco, capo dei Caledoni, prima di combattere contro i romani in Bretannia. La citazione, che ho cercato di recitare il più chiaramente possibile, probabilmente non riuscendoci, dato che a metà frase la mia voce era già spezzata dalle lacrime, dovute alla sua grande attualità, è la seguente: “rubare,massacrare,rapinare, lo chiamano con falsi nomi impero, e là dove fanno il deserto lo chiamano pace”. Ormai stavo piangendo apertamente, quando l’ho ripetuta, modificandola, per passare a parlare di educazione civica: “rubare, massacrare, rapinare, lo chiamano con falsi nomi democrazia, e là dove fanno il deserto lo chiamano difesa”. Questo è quello che sta attualmente succedendo in Palestina. 

È stato importante per me concludere questo percorso esponendo i valori in cui credo, e nonostante sia stato imbarazzante piangere davanti alla commissione, averlo fatto mi ha ricordato di come sia necessario esporsi quando si tratta di questioni di questa importanza e mettere un po’ di se stessi in cio che si fa. Questo esame di maturità mi ha dato ulteriore coraggio per continuare a portare avanti i miei valori.

La giustizia riparativa in Italia: ragioni, prospettive e potenzialità di una giustizia più ‘giusta’

di Francesca Madau e Daniele Madau

I recenti, drammatici, omicidi, femminicidi e infanticidi, le uccisioni dei genitori e le violenze, di cui abbiamo notizia ogni giorno, ci interrogano sulla società in cui viviamo, che tutti insieme contribuiamo a costruire. Ogni nostro gesto ha una ricaduta sulla vita della nostra comunità, del nostro prossimo, del nostro concittadino. Ancora di più, un gesto violento, un reato, un’azione volta a danneggiare qualcuno, creano una ferita nel tessuto sociale, e nella vita delle persone che lo compongono, che una giustizia basata sul sistema carcerario non riescono a risanare. L’idea di ‘risanare una ferita’ – al contrario – è alla base della ‘giustizia riparativa’, prevista dalla Riforma Cartabia. ‘La Riflessione’ , considerate la profondità dell’argomento e la grande valenza sociale che lo contraddistingue, si è fatto promotore di un progetto-approfondimento che ha coinvolto il Master di Criminologia dell’Università E – Campus , che ha curato un articolo di presentazione del tema, il Liceo Classico Siotto di Cagliari – che ha attivato un progetto dal titolo ‘Fabrizio De André e la giustizia riparativa’, contraddistinto dall’analisi di alcune canzoni del cantautore da parte degli studenti, e l’ex magistrato Gherardo Colombo che -in una nostra intervista – ha evidenziato i tratti essenziali della giustizia riparativa. Di seguito trovate tutti i documenti dell’approfondimento che, nella volontà della ‘Riflessione’ e di tutti coloro che hanno collaborato, vuole essere di servizio alla comunità dei lettori e di tutti i cittadini.

In data 30 dicembre 2022 è entrata in vigore la riforma Cartabia, prevista dal decreto legislativo 150 del 2022: sarebbe dovuto entrare in vigore il 1° novembre 2022 ma, modificando particolarmente la normativa processuale penale e introducendo l’istituto della giustizia riparativa, ha necessitato di essere oltremodo attenzionato facendo posticipare la data di attuazione.

La “giustizia riparativa”, prevista con gli articoli dal 42 al 67, è definita come qualsiasi procedimento che permette alla vittima e all’autore del reato di partecipare attivamente, se vi acconsentono liberamente, alla risoluzione delle questioni risultanti dal reato con l’aiuto di un terzo imparziale.

Noi vogliamo partire da una sfida. Solitamente il decreto legislativo viene introdotto o evidenziando la potenziale innovazione della Riforma Cartabia o evidenziando il grande fallimento in cui è inciampata l’Italia nel dare attuazione alle molteplici disposizioni presenti in ambito europeo e internazionale.

Noi vogliamo provare ad ricondurre la giustizia riparativa ai principi fondamenti della nostra Repubblica, ai diritti e doveri dei cittadini e ai rapporti civili, prendendo quindi ispirazione dall’art. 3 della Costituzione, cardine indiscusso del principio dell’indiscriminazione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

La giustizia riparativa si trova nella difficile e delicata posizione di far superare la conflittualità formatasi in seguito alla commissione del crimine da parte del reo, colpevole di aver disatteso una previsione sociale storicamente condivisa; nel rigoroso e intransigente sistema di giustizia penale, si cerca di conciliare le posizioni dell’autore del reato, nel suo percorso di redenzione, e la posizione della vittima in tutte le sue sfaccettature, in passato per lo più fantasma e succube di un meccanismo contorto incapace di ascoltare.

All’interno della giustizia riparativa il danno non è solo una questione meramente ‘economica’, cioè di far corrispondere una pena a una colpa, ma implica soprattutto la comprensione della sofferenza psicologica e fisica che ha subito la vittima.

A differenza della giustizia penale, dove a un reato si risponde con una pena, con la giustizia riparativa non si punta a imporre una punizione, ma si lavora per riparare al danno conseguente al reato.

Lavorando con strumenti dialogici si cerca di far venir fuori qual è il vissuto delle vittime, qual è la loro narrazione del reato. La giustizia riparativa quindi permettendo allo Stato di assolvere pienamente il compito di rimuovere gli ostacoli che portano ad una disuguaglianza dei cittadini, impedendo lo sviluppo della persona umana e la pari dignità sociale e ottempererebbe anche ad un altro principio cardine, cioè l’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Sottolineiamo come il citato art. 27 sia un risultato, nei fatti, così tanto generico da essere senza dubbio uno dei punti storicamente più soggetto ad interpretazione sia in dottrina che in giurisprudenza.

Nostro dovere è però sottolineare come alcune sentenze della Corte Costituzionale, nell’ammettere e confermare l’idea della pena come deterrente dal compiere reati, preventiva e punitiva, chiarisca i limiti della funzione rieducativa, ponendola per così dire ai margini, nel senso di tenerla costantemente in considerazione ma nei limiti delle funzionalità tradizionali; pertanto non può essere intesa in maniera esclusiva ma sempre in compartecipazione.

Il programma di giustizia riparativa è emotivamente molto impegnativo. È molto più semplice subire una pena, perché questa non richiede nessuna collaborazione, bensì un atteggiamento passivo. Un percorso di giustizia riparativa, invece, significa raccontarsi, cercare di spiegare perché si è fatto qualcosa, chiedere scusa, avere la capacità di alzare lo sguardo sulla sofferenza dell’altro. Quindi è emotivamente molto impegnativo.

La giustizia riparativa presenta una dimensione originaria, e uno spessore giuridico-operativo, che portano a concepirla come un paradigma di giustizia a sé stante, culturalmente e metodologicamente autonomo, contenutisticamente innovativo, spendibile in ogni stato e grado del procedimento e volto a rinnovare alla radice l’approccio e la risposta al crimine.

Nostro compito è provare a far attecchire la cultura della riparazione in un terreno che è poco adatto ad accoglierla. La chiave potrebbe essere nel formare e sensibilizzare tutte le persone che hanno un contatto con le vittime, partendo dalle prime perché la giustizia riparativa inizi subito: infatti, si può avviare il percorso quando una vittima si rivolge a un ufficiale di polizia giudiziaria o quando viene sentita da un magistrato.

In ogni caso, è necessario un linguaggio adatto ad accogliere la sofferenza.

La giustizia riparativa inizia lì, quando le persone sono trattate con rispetto e dignità rispettando il dolore.

In Italia, in attesa della concreta attuazione, si possono prevedere da ora gli ostacoli di natura logistica, organizzativa e di reperimento del personale. Esistono, tuttavia, già eccezioni pregevoli. Il Centro di giustizia riparativa della Regione Autonoma Trentino-Alto Adige, infatti, è stato istituito nel 2004 sulla base della competenza regionale in materia di supporto all’attività dei Giudici di pace1. Il centro ha due sedi, una a Trento e una a Bolzano, e si occupa di mediazione penale e costruzione di percorsi di giustizia riparativa nel procedimento penale minorile, nel procedimento penale davanti al giudice di pace, nella messa alla prova per imputati adulti e durante l’esecuzione penale, su richiesta dell’autorità giudiziaria, dei servizi sociali del Dipartimento di giustizia minorile e di comunità. Il servizio di mediazione è gratuito ed è possibile accedervi attraverso una richiesta del Giudice di pace, una richiesta dell’Ufficio di servizio sociale per minorenni o della procura della Repubblica presso il tribunale dei minorenni, dell’ufficio di esecuzione penale esterna o contattando direttamente uno dei due centri regionali anche attraverso il proprio legale. A Bolzano, operano mediatrici che alla loro attività quotidiana affiancano quella di divulgazione, soprattutto nelle scuole, con incontri di grande intensità emotiva. Accanto a loro, sia fisicamente che negli appuntamenti in streaming, ci sono spesso persone che raccontano le loro esperienza. Tra queste, ci sono Claudia Francardi eIrene Sisi, loro malgrado protagoniste di una vicenda straziante. Nella notte fra il 24 e il 25 aprile 2011, quattro ragazzi di ritorno da una festa, vicino a Grosseto, vennero fermati per un controllo da una pattuglia di carabinieri. La reazione di uno dei giovani, Matteo Gorelli, unico maggiorenne del gruppo, fu feroce: colpì con un bastone l’appuntato Antonio Santarelli, capopattuglia, mentre controllava i documenti. Santarelli entrò in coma per le lesioni riportate e morì tredici mesi dopo. L’altro militare, invece, il carabiniere scelto Domenico Marino, perse un occhio. Matteo fuggì, ma venne catturato, arrestato e poi condannato. Un giorno Irene, la mamma di Matteo, ha scritto una lettera a Claudia, moglie di Antonio Santarelli, senza nessun intento di cercare vie di fuga per il figlio. Anzi Irene è partita proprio dal dire che per quello che aveva fatto suo figlio lei si sentiva responsabile. E da lì è nato un percorso che Irene e Claudia stanno facendo insieme, dopo aver dato vita ad un’associazione di volontariato.

In ultimo, si devono segnalare le attività di divulgazione di ex magistrati, come Gherardo Colombo, che ha lasciato la magistratura proprio per dedicarsi alla promozione di strumenti alternativi al carcere per lo sconto di una pena, in nome della promozione della dignità di ogni persona e della valorizzazione di procedure che possano avvicinare il colpevole e la vittima per far sì che, da una colpa, possa nascere qualcosa di nuovo, capace di risanare le ferite che un evento delittuoso può infliggere a tutte le parti in causa. Il magistrato che ha indagato sulla P2 e su ‘Tangentopoli’, si è reso disponibile ad arricchire il nostro approfondimento sulla giustizia riparativa: l’articolo che, perciò, troverete a completare il nostro focus, è il resoconto di una lunga intervista, in cui ha raccontato la sua esperienza e in cui ritroviamo tutte le sue competenze sull’argomento.

1 Alcuni numeri del Trentino- Alto Adige, in riferimento alla giustizia riparativa: le richieste di mediazioni penali pervenute dagli uffici locali dei Giudici di pace, durante il 2022, sono state solo 15: Trento 4, Tione 3, Cavalese 2, Borgo Valsugana 2, Silandro 2, Rovereto 1, Merano 1. Otto mediazioni si sono concluse, entro il 2022. Metà non sono risultate effettuabili. Le richieste di programmi di giustizia riparativa arrivate dal tribunale dei minori di Trento, durante il 2022, sono state 51 (di cui 7 provenienti dalla Procura e i restanti dall’Ufficio di Servizio Sociale per Minorenni), e hanno coinvolto 162 soggetti. A Bolzano, le segnalazioni da parte dell’Ufficio esecuzione penale esterna di Bolzano per l’avvio di percorsi di mediazione o giustizia riparativa nell’ambito della messa alla prova sono state 28 e hanno coinvolto un totale di 61 persone, imputati e vittime di reati.

Intervista a Gherardo Colombo:Il desiderio di giustizia non deve essere scisso dal riconoscimento della dignità e della libertà di ogni persona

Gherardo Colombo

di Francesca Madau e Daniele Madau

Dottor Colombo, come si colloca la giustizia riparativa all’interno dei valori della nostra Costituzione? Perché si è reso necessario trovare un nuovo approccio, riparativo, al sistema giudiziario e penale italiano?

Bisogna pensare al fatto che la Costituzione ha sempre tenuto in grande considerazione il riconoscimento della dignità della persona, anche quando questa trasgredisce una legge. Nella nostra Costituzione è stata abolita la pena di morte, viene punita ogni violenza sulle persone sottoposte a restrizione di libertà, è stabilito che ‘le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato’; prevede, inoltre, amnistia, indulto e grazia. Possiamo citare la prefazione di Luigi Manconi al mio libro ‘Il perdono responsabile’: ‘Attraverso tali istituti di mediazione, si esprime quell’esigenza di non intendere la giustizia penale rigidamente, affinché abbia un’adeguata attenzione alla distanza, a volte incolmabile, che può intercorrere tra «la vita e le regole» (per riprendere il titolo di un bel libro di Stefano Rodotà). Tra questi criteri, la clemenza assume un ruolo centrale in virtù della sua capacità di non considerare solo la mera legalità e di rendere l’applicazione della regola, nel caso concreto, conforme a giustizia. È significativo, in questo senso, che i provvedimenti «di clemenza» previsti dalla Costituzione siano funzionali a garantire soprattutto il ‘senso di umanità, cui devono ispirarsi tutte le pene» (Corte Cost., sentenza 200/2006, a proposito della grazia). Tutto questo ispira gli istituti che infrangono la cieca consequenzialità reato-sanzione obbedendo rigidamente, in maniera astratta, alla legge’. Si guardino anche precedenti normative, come il nuovo ordinamento penitenziario del 1975 e la legge Gozzini del 1986, che difendono la dignità della persona e istituiscono permessi e diminuzioni per i carcerati che hanno mostrato una condotta regolare e non mostrano pericolosità.

A livello teorico o di filosofia del diritto, come può convivere la giustizia riparativa con un, si presume legittimo, desiderio di giustizia ‘giusta’? C’è il rischio che venga meno la forza della pena di scoraggiare da commettere un reato?

Il desiderio di giustizia non deve essere scisso dal riconoscimento della dignità e della libertà- strettamente legata alla dignità- di ogni persona. Nel corso della storia dell’uomo, la giustizia si è emancipata dalla vendetta senza limiti la quale, per esempio nell’Antico Testamento, compariva in Genesi, 4:23, ma è rimasta ancorata alla legge del taglione, ‘occhio per occhio, dente perdente’, retributiva, perché retribuisce il male con il male. Già nel ‘Discorso della montagna’ di Gesù, però, e in generale in tutto il Nuovo Testamento, questa visione è stata oltrepassata. La riflessione che, direttamente o indirettamente, ne è scaturita, ha portato pensatori come Beccaria, a fine Settecento, a rifiutare le forme più disumane di pena, aprendo la strada al pensiero moderno. Le due guerre, poi, hanno fatto vedere in modo drammatico come la dignità della persona potesse essere calpestata per il solo fatto di far parte di un determinato gruppo. Da lì, la Costituzione italiana e la ‘Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo’ ribadiscono l’assoluto valore della dignità umana. Per quanto riguarda la forza della pena nello scoraggiare dal commettere reati, una lunghissima serie di dati e statistiche, che si possono trovare nel mio volume già citato, dimostrano che non è la paura della pena – neanche quella capitale – a trattenere dal trasgredire, ma la condivisione delle regole: non ci si uccide l’uno con l’altro perché si pensa che non sia una bella cosa farlo, non perché si teme la prigione.

Sappiamo come nei paesi in cui è stata introdotta prima che in Italia, a esempio in Irlanda, i casi di giustizia riparativa riguardino reati penali che, per quanto riprovevoli e violenti (crudeltà e abbandono degli animali; aggressione che causa danni, incendio doloso; stupro, violenze sessuali), non sono paragonabili, per esempio, al caso accaduto in Italia di Carol Maltesi, il cui colpevole ha chiesto l’accesso alla giustizia riparativa. Come poter prendere spunto dalla modalità irlandese, in Italia, per i reati più efferati?

Anche i reati più efferati hanno bisogno di un’opera di umanizzazione del diritto e del processo penale. Quest’idea di umanizzazione ha fondato le varie pratiche di giustizia riparativa (o ristorativa) che, sempre più, si son diffuse in tanti ordinamenti . Avviate negli anni ’80 , sono, tuttavia, caratterizzate dall’essere ancora gracili, eppure potenzialmente capaci di risarcire la vittima o comunque – nel caso di ‘reati senza vittima’ – di reintegrare il bene leso dal reato, con una sorta di riparazione indiretta della collettività, in funzione anche sostitutiva di pene tradizionali. Contrariamente a quel che si potrebbe supporre, alla mediazione si ricorreva e si può ricorrere anche per reati particolarmente gravi, anche in questo caso come sistema alternativo alla sanzione tradizionale, per far sì che la vittima si sentisse riparata del male subito, e il responsabile diventasse consapevole del male fatto, e perciò evitasse di commetterlo in futuro.

Nel Regno Unito sono stati resi noti questi dati: “La giustizia riparativa ha portato a una riduzione del 14% del tasso di recidiva. L’85% delle vittime è soddisfatto dell’incontro faccia a faccia con il proprio aggressore e il 78% lo consiglierebbe ad altre persone nella stessa situazione. Il 62% delle vittime ritiene che la giustizia riparativa le abbia fatte sentire meglio dopo un episodio di reato, mentre solo il 2% ritiene che le abbia fatte sentire peggio. Per ogni £ 1 spesa per organizzare un incontro faccia a faccia, £ 8 sono state risparmiate attraverso la riduzione della recidiva.”  Tali dati potranno mai essere un obiettivo realistico in Italia?

A partire dagli anni ‘90, prima a Torino, e poi in altre sedi come Milano, Bari, Trento, si è iniziato a creare centri di mediazione e la magistratura minorilecompetente ha inviato loro casi da trattare. L’applicazione della giustizia riparativa avveniva però a livello “artigianale”, non essendo previsto uno specifico istituto, sicché vi si ricorreva adattando il percorso previsto da altri strumenti, come per esempio la messa alla prova. Oggi la Riforma Cartabia non è ancora entrata in vigore, ed è molto difficile fare previsioni sugli sviluppi futuri.

Abbiamo sofferto molto, come italiani, per le stragi e i reati di mafia: cosa pensa della mediazione riparativa per i collaboratori di giustizia? Esiste un rischio strumentalizzazione?

Esiste ovunque il rischio, in qualsiasi attività, come del resto nel sistema penale tradizionale: l’importante è tenerne conto ed evitare che questo capiti.
Addirittura, al di fuori della giustizia riparativa, la strumentalizzazione è ammessa: se io collaboro, posso godere di particolari benefici penali e penitenziari e del sostegno economico per me e per i miei familiari, a prescindere dallo stato d’animo con cui prenda questa decisione


Grazie davvero della preziosa collaborazione, la quale ha dato un valore aggiunto a tutto il progetto.

Liceo Classico ‘Siotto Pintor’ di Cagliari – ‘Fabrizio De André e la giustizia riparativa

‘Geordie’ di Fabrizio De André

Il brano preso in esame, Geordie, è una canzone d’autore composta da Fabrizio De
André nel 1969 e compresa nell’album “Nuvole barocche”.
Per elaborare questo testo, De Andrè fa riferimento ad una ballata della tradizione
britannica risalente al XVI secolo. Si ipotizza fosse un conte condannato per alto
tradimento con l’accusa di ribellione e successivamente liberato grazie ad un riscatto
effettuato dalla sua famiglia aristocratica.
All’interno della canzone, Geordie appare come un giovane dalle origini aristocrati-
che, come si può evincere dalla frase “Impiccheranno Geordie con una corda d’oro”,
perché la corda d’oro veniva riservata ai ceti elevati.
Ciò che caratterizza maggiormente il significato della canzone è l’utilizzo di una for-
ma di giustizia contraddittoria o “ingiusta”.
Il reato di cui Geordie si macchia è il furto che lui compie spinto da necessità in
quanto la società del tempo non gli riconosceva/forniva gli strumenti con i quali
avrebbe potuto riscattarsi in modo onesto.
Un altro aspetto ingiusto è costituito dal fatto che la pena venga giudicata con
eccessiva severità prevedendo per lui la morte in cui però gli viene riconosciuto un
privilegio legato alle sue origini che ad un’altra persona che aveva commesso lo
stesso reato ma appartenente ad un classe sociale differente non sarebbe stato
riconosciuto.

Amelia M., Elisabetta M., Ester R., Gabriele F., Chiara M., Dalila P., Tommaso M.

Il Pescatore di Fabrizio De André

“Il Pescatore” di De Andrè, narra la vicenda di un assassino che, scappando dai
gendarmi, si ritrova a chiedere affamato da mangiare ad un pescatore.
La figura del pescatore è centrale in quanto rappresenta un modello corretto di uma-
nità, come si evince da alcuni versi in seguito alla richiesta di cibo dell’assassino:
“Non si guardò neppure intorno/Ma versò il vino e spezzò il pane/Per chi diceva ho
sete e ho fame”. Il pescatore non ha pregiudizi nei confronti dell’assassino, come di solito accade anche nella contemporaneità, ma si rende disponibile con il prossimo
gratuitamente, empatizzando con i suoi bisogni.
Secondo una visione antica, da noi condivisa, il pescatore è paragonato a Gesù
Cristo, visti i tratti similari ed il carattere, disposto a dispensare amore anche agli as-
sassini proprio come Cristo.
Anche nel finale, alla domanda dei gendarmi, il pescatore non risponde, non
compie neanche un gesto. Resta assopito. In questo atteggiamento c’è una scelta
fortissima, una rottura dello schema comune per cui l’assassino va punito. Il
pescatore disobbedisce a quello schema, non ne vuole essere parte.

Virginia C., Michele D., Alessia S., Mattia P., Gabriele L., Sofia M., Davide P.

Satnam Singh, ‘Ogni morte d’uomo mi diminuisce’

di Cristiana Meloni

Disegno di Satnam Singh tratto dal sito ‘mowmag.com’

Forse solo la poesia, come ha sempre cercato di fare, può trasfigurare la tragedia di Satnam Singh. Renderlo vittima eterna del sopruso sugli ultimi ma anche eternarlo, affinché – pensando a lui – non capitino più queste barbarie e sia, finalmente, scolpito nei nostri cuori come ‘Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’Umanità

Satnam Singh era un giovane uomo indiano di 31 anni, sopranominato Navi. Satnam Singh era arrivato tre anni fa in Italia con la moglie Alisha, detta Sony, dall’India. Satnam Singh era un contadino che riceveva una paga di 4-5 euro l’ora. Satnam Singh è stato abbandonato in strada, agonizzante, dopo che un macchinario avvolgiplastica – dell’azienda agricola dove lavorava senza un regolare contratto a Borgo Santa Maria (nelle campagne della Provincia di Latina) – gli aveva tranciato nettamente il braccio destro. L’arto violentemente amputato è stato, successivamente, deposto in una cassetta di frutta accanto a Satnam Singh. Satnam Singh è deceduto il 19 luglio all’ospedale San Camillo di Roma dopo un ricovero in prognosi riservata, necessario a cause delle condizioni gravissime in cui versava. Il suo datore di lavoro Antonello Lovato, 38 anni, è attualmente indagato per violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro, omissione di soccorso e omicidio colposo.

Satnam Singh. Nome volutamente ripetuto non per ridondanza sintattica ma per “ridondanza mnemonica”. Satnam Singh, infatti, non deve essere l’ennesimo di una lunga lista di vittime decedute sul posto di lavoro. Satnam Singh era un uomo la cui dignità come essere umano – ancora prima di lavoratore – è stata lesa, tranciata come quel braccio e buttata via in una banale cesta di frutta. In una società moderna e aperta a qualsiasi voglia innovazione come la nostra viene naturale chiedersi come sia possibile che si retroceda nel rispetto e nella tutela dei diritti fondamentali dell’essere umano, quali basi fondanti del vivere insieme civilmente. Qui non siamo solo di fronte a un grave incidente sul lavoro, cosa già di per sé allarmante ed evitabile – ha affermato Hardeep Kaur, segretaria generale Flai Cgil di Frosinone e Latina – qui siamo davanti alla barbarie dello sfruttamento, che calpesta le vite delle persone, la dignità, la salute e ogni regola di civiltà. Infatti, se da una parte la notizia pubblicata e discussa dalle più famose testate giornalistiche sembrerebbe di primo acchito divulgare un ulteriore decesso sul luogo di lavoro, il resoconto delle condizioni a cui sottostava Satnam Singh (e come lui tanti altri senza nome) denuncia delle vere e proprie barbarie vissute il più delle volte, da parte delle vittime, in una silenziosa rassegnazione. Saremmo, infatti, a conoscenza della storia di Satnam Singh se non avesse perso la vita in condizioni così
tragiche?

L’ingiusta e drammatica fine di Satnam Singh è avvenuta, per una triste casualità, durante la settimana in cui si celebra la giornata mondiale del rifugiato. Tema complesso e ampio quest’ultimo, dove l’oggetto di discussione non sono percentuali e/o statistiche ma vite umane: uomini, donne, bambini, famiglie intere costrette a scappare dalla propria terra alla ricerca di un posto sicuro dove poter vivere dignitosamente e avere delle opportunità. La storia di Satnam Singh, in quest’ottica, non può che farci riflettere di conseguenza su un altro dei temi principali, quello dell’accoglienza, che la nostra società riserva nei confronti delle migliaia di profughi che ogni anno raggiungono le coste della penisola italiana. Un giudizio lapidario arriva, a tale proposito, dalla stessa vedova disperata di Singh, Alisha, la quale ha affermato: L’Italia non è un Paese buono. Poche ma “semplici” parole che esprimono il dolore e la delusione provata da una giovane donna dinanzi alla tragedia che ha sconvolto per sempre la sua vita. Non sono, infatti, i grandi monologhi a fare la differenza o a scuotere le coscienze. Questi, benché certamente necessari, richiedono di essere accompagnati da atti concreti, visibili e trasparenti capaci di chiamare in causa tutti. Il bene di un paese si costruisce, infatti, lottando per il bene dei singoli attraverso atti di cura e umanità in cui ciascuno è responsabile dell’altro.


Nessun uomo è un’isola recitava, a riguardo, la poesia del noto poeta cinquecentesco, John Donne, divenuta celebre nel corso dei secoli grazie ad autori come Ernest Hemingway e Thomas Merton. Si tratta di una metafora dall’efficace forza rappresentativa che si presenta come una verità sociologica e antropologica ritenuta, ormai, al pari di un assioma scientifico. Come non poter cogliere nelle parole di Donne una perfetta descrizione dell’oggi frammentario e individualistico? Siamo un mondo globalizzato che vive in solitudine.

Ogni morte d’uomo mi diminuisce, prosegue ancora la poesia. La morte di un essere umano – la morte di Satnam Singh – è un evento che investe una dimensione maggiore che non si può comprendere (e neanche accettare) solo come individui ma interpella l’intera “specie umana”, intessuta da legami indissolubili che parlano di relazioni concrete. Assumere lo sguardo dell’altro amplia i nostri orizzonti, ci libera dalle prigioni del nostro egoismo, permettendoci di superare l’indifferenza e la sordità del nostro tempo, poiché: ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto […] e io partecipo all’Umanità.

Si riporta il testo integrale, come semplice tributo a Satnam Singh:
Nessun uomo è un’isola,
completo in sé stesso;
Ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.

Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare,
la Terra ne sarebbe diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una magione amica o la tua stessa casa.

Ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana:
Essa suona per te.

(Nessun uomo è un’isola, di John Donne)

Gli approfondimenti di ‘La Riflessione’: i giovani non sono il futuro, ma il presente

di Alberto Piras

Una delle missioni di ‘La Riflessione’ , difficile ma necessaria, è far sì che, dalle riflessioni degli autori, si instauri un dibattito, una nuova riflessione, questa volta collettiva. Il nostro sogno sarebbe che i lettori si sentissero parte di questa riflessione collettiva, ritrovando un sentimento di partecipazione matura, meditata, responsabile, coscienziosa, rispettosa, attiva ed etica che sembra soccombere rispetto al dibattito non mediato, aggressivo, poco profondo dei ‘social media’ . Alberto Piras risponde alla ‘La riflessione’ di approfondimento di Cristiana Meloni, che ricercava le cause alla distanza tra i giovani e il mondo adulto, in particolar modo quello politico

Partiamo dalla storia personale dei giovani e meno giovani per poter interpretare la forma di disagio che colpisce l’esistenza in questa società.
Non farei distinzioni di età ma guarderei il problema da un punto di vista grandangolare.
Se proviamo infatti a considerare le attuali forme di malessere esistenziali che producono devianza, emarginazione, esse hanno origini remote spesso difficili da individuare, e probabilmente celate sotto vissuti esistenziali difficili, segnati da sofferenze, sgomento, insoddisfazione.
Le vittime di questo risultato, nella nostra società, sono tutti i giovani e i meno giovani e forse anche anziani che non hanno avuto l’ opportunità di “crescere” quando avrebbero potuto, a causa di un insieme di valori che la società non ha saputo testimoniare loro.
Il frutto di questo processo sono tutti quei sentimenti negativi, protratti nel tempo, che
conducono inevitabilmente, per chi ne è vittima, all’isolamento, all’insopportabilità del
vivere, al vuoto esistenziale, alle mancate risposte: chi soni, che ci faccio qui?
Ci troviamo difronte ad una carenza comunicativa che parte da un silenzio tra generazioni e di cui non si riesce a definire i veri confini.
I giovani soffocano nel silenzio ciò che non va e così il loro diventa un mondo
impenetrabile che li accompagna pericolosamente agli stadi successivi della loro vita,
spesse volte senza speranza di discontinuità.
Ho aperto con queste considerazioni perché da adulto avanzato ho purtroppo anch’io
vissuto queste criticità che mi hanno creato ovviamente tutti quei problemi ai quali
abbiamo accennato. Il tempo vissuto sin ora mi ha fortunatamente concesso di essere
riconoscente all’opportunità che mi è stata donata dalla mia fede, che mi ha concesso di
iniziare un percorso nel quale i punti di riferimento, da meno giovane a più anziano, non sono mancati. Le luce pian piano ha vinto le tenebre.
Sono del parere che sia corretto affermare: “I giovani non sono il futuro, ma che “i giovani sono il presente” , come ha indicato Papa Francesco.
Aggiungerei, se posso permettermi, di esprimere anche un desiderio : “I meno giovani e gli anziani siano testimoni con i giovani nel presente per una società più umana che
consideri gli altri fratelli”.

Gli approfondimenti di ‘La Riflessione’: adulti e giovani, due mondi da riavvicinare

Cristiana Meloni, redattrice di ‘La Riflessione’ e responsabile nazionale della comunicazione e dei social nella realtà francescana è impegnata in prima persona nell’accompagnare i giovani verso il dialogo col mondo adulto e verso un nuovo protagonismo

di Cristiana Meloni (cristianameloni.94@gmail.com)

Una delle missioni di ‘La Riflessione’ , difficile ma necessaria, è far sì che, dalle riflessioni degli autori, si instauri un dibattito, una nuova riflessione, questa volta collettiva. Il nostro sogno sarebbe che i lettori si sentissero parte di questa riflessione collettiva, ritrovando un sentimento di partecipazione matura, meditata, responsabile, coscienziosa, rispettosa, attiva ed etica che sembra soccombere rispetto al dibattito non mediato, aggressivo, poco profondo dei ‘social media’ . La riflessione di approfondimento di Cristiana Meloni – laureata magistrale in Filologia moderna, responsabile nazionale della comunicazione e dei social nella realtà francescana e redattrice del nostro giornale – riprende e scava a fondo due tematiche appena trattate nelle nostre pagine, fondamentali per il nostro futuro e il nostro presente: la distanza tra il mondo adulto e il mondo dei giovani e le ricadute che questa distanza provoca; prima tra tutte la diffidenza e il senso di solitudine dei ragazzi, che si manifesta nel disimpegno e nell’astensionismo, come testimoniato dalle recenti elezioni europee. Tutti dovremmo sentirci coinvolti, in quanto responsabili del nostro presente e del nostro futuro, di noi stessi e di chi abbiamo a fianco: tutti siamo o siamo stati giovani; tutti siamo o saremo adulti. Perciò desideriamo e sogniamo ogni tipo di partecipazione dei lettori: commenti come veri e propri articoli, che rispecchino il nostro stile, da inviare sia nelle apposite sezioni sia agli indirizzi email. Il mondo giovanile, con la sua complessità, ci interroga particolarmente: proviamo a dare delle risposte, riflettendo insieme.

“Rispetto allo scenario in cui ci muoviamo, i giovani si sentono fuori posto. Disorientati, se non estranei a un mondo che non possono comprendere, e di cui non condividono andamento e comportamenti. […] In una società così dinamica, come quella di oggi, vi è ancor più bisogno dei giovani. Delle speranze che coltivano. Della loro capacità di cogliere il nuovo”.

La sera del 31 dicembre 2023, nel suo annuale discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha descritto con tali parole la condizione e i sentimenti che accomunano la maggior parte dei giovani di oggi. In una realtà sempre più dinamica e articolata, infatti, le nuove generazioni sembrano non riuscire a trovare “il loro posto nel mondo”, secondo un comune modo di dire. A tal proposito, si rivelano ancora più attuali le teorie del celebre studioso Edgar Morin – filosofo e sociologo parigino – il quale, riflettendo sul concetto di complessità applicata alle scienze umane e all’educazione, ha ampliato la semanticità di tale assunto. In effetti, la sfida più grande che ci ritroviamo a dover affrontare oggi non risiede tanto in un vano tentativo di semplificazione della realtà quanto nell’impresa (eroica, potremo dire) di valorizzazione di tale complessità. Il suddetto aspetto non caratterizza esclusivamente una società ma è, anzitutto, peculiarità imprescindibile e innegabile del singolo individuo. L’uomo è la summa di più parti – mente, corpo, anima – interconnesse e in equilibrio tra loro: una “complessità armoniosa” tanto affascinante quanto inspiegabile che si relaziona in continuazione con un alter che sta fuori di sé.   

Dalla breve premessa si può, allora, in parte comprendere la sensazione di disorientamento vissuta dal mondo giovanile dinanzi alle sfide del presente. A riguardo di ciò, un dato particolarmente indicativo di tale aspetto, si riscontra nella percentuale di astensionismo alle recenti elezioni europee del 8-9 giugno. Perché i giovani non votano? Non è una domanda. È “La domanda”. Molteplici possono essere le risposte che solitamente vengono fornite in modo sommario e intuitivo: disinteresse nei confronti della politica, mediocre conoscenza di tale realtà nonché incapacità di elaborare e pensare il presente come l’esito di un processo storico-culturale (con annessa responsabilità all’istituzione scolastica e/o alle famiglie di origine), diffidenza nei confronti della società e nelle istituzione poste al governo, utilizzo di una comunicazione artificiosa (la politica viene spesso comunicata attraverso linguaggi e canali che non sono coinvolgenti e pienamente comprensibili dai giovani), e così via. 

Tutte le risposte elencate, a titolo esemplificativo, non sono sbagliate ma non sono neanche del tutto corrette. La verità risiede in un insieme di fattori complessi come complessa, si è detto, è la società e l’individuo in primis. Ciononostante, a mio avviso, le cause principali, che possono condurre un giovane a non votare, affondano le loro radici in un sentimento di sfiducia in sé stessi e in chi dovrebbe prendersi cura di loro. Votare non è semplicemente apporre una croce su una preferenza ma è esprimere il proprio parere, le proprie idee con coraggio e convinzione, e per farlo è necessario credere in quegli ideali, lottare per essi e diventarne responsabili. Diventano, a questo punto, indispensabili figure che si fanno portavoce di un sentire che non è astratto o un “banale capriccio” ma è legittimo, reale, concreto, umano, palpabile. Non demagoghi bensì modelli ispiratori e carismatici che sappiano contagiare positivamente con esempi di lealtà, coraggio e libertà. Con eccessiva frequenza invece, i giovani faticano a riconoscere nelle istituzioni politiche delle guide e dinanzi ai loro bisogni e desideri, non si sentono ascoltati e/o valorizzati. Il senso di impotenza generato dall’errata convinzione di non poter fare la differenza è sintomatico di una realtà attualissima nella quale è venuto meno, ormai, quel legame di appartenenza che ha sempre rappresentato nel corso della storia, un forte incentivo. 

I giovani non sono il futuro, bisogna correggere questa espressione, i giovani sono l’adesso. Affermava con insistenza Papa Francesco nel 2021, in occasione del progetto internazionale “Programmando per la Pace”. Si è chiamati, allora, ad essere i protagonisti delle proprie scelte e a riscoprirne il valore e l’importanza. In questa prospettiva, fare il bene di una società vuol dire fare, prima di tutto, il bene dei singoli: è da essi che inizia il cambiamento. Il diritto al voto è una forma preziosissima di libertà e di espressione personale e mai nessuno dovrebbe rinunciarci. La domanda “perché i giovani non votano?” andrebbe, a mio avviso, riformulata diversamente in: perché i giovani hanno smesso di credere in un loro diritto? Perché non riconoscono il valore e la dignità delle loro idee? Perché accettano che altri scelgano al loro posto? E da tali quesiti cercare, con urgenza, delle soluzioni che coinvolgano i giovani stessi in prima linea, per permettere loro di riscoprirsi parte attiva e indispensabile di un mondo in cui non sono “collaterali” ma fondamentali, preziosi e, soprattutto, decisivi!

La scuola è finita, viva la scuola!

di Daniele Madau

Cosa sta capitando agli insegnanti in questi giorni? Si sentono discussioni, provenienti dalle aule abitate – per una volta – solo da docenti, si vedono passare nervosi e preoccupati nei corridoi, che cominciano a essere sistemati per le prove della maturità, li vedi sommersi da adempimenti burocratici; ti parlano di pensieri, anche notturni, ricorrenti, caratterizzati da numeri, medie, debiti, condotte, educazione civica, competenze, verbali.

E’ normale, sono solo gli scrutini, tramite i quali si dovrebbe rendere merito all’impegno degli studenti durante l’anno, e anche al lavoro degli insegnanti stessi. E’ bella questa nervosa concitazione, questa preoccupazione sollecita, questo pensare incessante all’anno vissuto dalle studentesse e dagli studenti. Tutti sappiamo che – benchè la legittima docimologia e la rigida valutazione tipicamente anglossassone, verso cui stiamo andando, premano – nessun numero potrà mai inquadrare un cuore, un’anima, una testa, due braccia, soprattutto se giovani. Però -lo vedo – gli insegnanti, quasi tutti, ci provano e tentano affannosamente di far stare insieme tutto: le valutazioni con l’impegno, le assenze con la costanza nei compiti a casa, la partecipazione in classe con la situazione di partenza di ogni ragazzo e ragazza. Spesso ci riescono, qualche volta sbagliano: è umano.

Soprattutto lo fanno in un contesto difficile, in cui la gratificazione non sarà né economica né di carriera: solo in un grazie degli studenti – che spesso arriva- o delle famiglie. Soprattutto, però, ma questo vale per tutti i lavori, nella coscienza di aver fatto bene il proprio dovere. In più, tuttavia, e a differenza delle altre professioni, con l’idea di aver seminato per il futuro, per il mondo che verrà, di aver alimentato la speranza giovane. Allora, mentre anche io percorro quei corridoi stranamente privi di adolescenti dalla moda un po’ trasandata, dal parlare un po’ sboccato, dall’andatura insicura- impegnati come sono nell’inviare l’ennesimo vocale – ma dalla luminosa bellezza di tutto ciò che è germoglio, primizia, aurora, potenza, futuro, giovinezza, fragilità, speranza, lasciatemelo dire, con sfacciata partigianeria, ai miei colleghi, agli studenti, a tutto il personale scolastico: la scuola è finita, viva la scuola!

La cartina del clima politico per orientarsi dopo le elezioni: dove c’è la burrasca, dove il clima variabile, dove il sereno

di Daniele Madau

Si nota una vera nube nera, foriera di tempeste future, nube tossica: l’astensionismo. Una cittadinanza disinteressata a chi la governa è indice di poca cura di sè, della propria comunità, del proprio futuro. Si cercano spesso le colpe, ma le colpe son di tutti

Da oggi, piano piano, usciremo dalla sbornia di dati, sigle politiche, commenti, analisi -compresa questa -, promesse, slogan. E’ tutta umanità, è la democrazia: fortunatamente possiamo ancora sperimentarla. Si tornerà alla quotidianità in tutti i comuni e regioni in cui si è votato, in tutta l’Italia e in tutti gli Stati europei in cui ci si è espressi. Anche se, in Italia, un po’ di aria da campagna elettorale si respira sempre, come se facesse parte, all’interno del clima mediterraneo-europeo, del nostro microclima: ‘Italia, abitanti 60.000.000 ca., clima continentale-mediterraneo, tipicamente europeo, microclima caratterizzato da forti perturbazioni da campagna elettorale perenne…’

La metafora climatica mi sembra pertinente: del resto, la politica è quel sistema bio-ecologico che permette la nostra vita in comunità e che dovrebbe assicurarci il benessere, se non la felicità: se funziona male, ne soffriamo. Il punto è che, come per il nostro pianeta, anche la politica che ci circonda, in cui siamo immersi, ha bisogno della nostra cura.

Ecco perché – in questa particolare analisi della cartina del tempo politico – parliamo di situazione variabile per la tornata elettorale appena conclusa. L’astensionismo è una vera nube nera, foriera di tempeste future, nube tossica: una cittadinanza disinteressata a chi la governa è indice di poca cura di sè, della propria comunità, del proprio futuro. Si cercano spesso le colpe, ma le colpe son di tutti; anche se, chi deve dare l’esempio, ne ha forse in misura maggiore. Se l’esempio è la volgarità, la lotta senza esclusione di colpi, la miopia verso il futuro e un certo menefreghismo, l’astensionismo è quasi un miracolo al posto della rivolta popolare, che ci auguriamo non arrivi mai. Ma se io cittadino non ricevo un buon esempio, non posso voltarmi dall’altra parte, alzare le mani, arrendermi al quieto – ma cattivo – vivere. La nostra quotidianità è preziosa, non dovremmo scordarlo mai. Dov’è finita l’indignazione? Dov’è finita la partecipazione?Dov’è l’amore per la cosa pubblica che, prima di tutto, è mia, ma non ‘cosa nostra’, in senso criminale. Il 49% di votanti è una sconfitta bruciante, che infliggiamo prima di tutto a noi stessi.

Un po’ più di sereno lo troviamo nelle percentuali dei partiti e delle coalizioni: il primo partito di governo ha tenuto, anzi ha aumentato la sua percentuale rispetto alle politiche, anche se non il numero assoluto di voti. Anche se le europee sono spesso terreno di trionfi effimeri (si pensi al 41% di Renzi nel 2014: esattamente dieci anni dopo, l’ex Presidente del Consiglio, con Emma Bonino, Calenda, Cateno De Luca, Santoro e Bandecchi, non ha superato la soglia di sbarramento del 4%) la tenuta della prima forza di governo è un segnale di stabilità di clima rilevante, per le borse (quella di Parigi è crollata), agli occhi dell’Europa stessa, per la politica interna, che non risentirà di fibrillazioni e scossoni caretteristici di un certo micro-clima, di cui sopra. Come invece è successo in Francia, in cui, con una decisione che sembra molto di pancia e irrazionalità, Macron ha annunciato lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale e le elezioni legislative per il 30 giugno. Questo è quello che capita nelle forme di governo presidenziali, semipresidenziali o con una figura forte in generale; fino a ora, da noi non sarebbe potuto accadere: teniamolo a mente quando voteremo per il referendum sulla riforma costituzionale del premierato.

La causa di questo temporale, con tratti di burrasca, in Francia, è stata la grande affermazione di Le Pen, che fa il paio con il notevole risultato della destra in Germania. Si allarga, quindi, la cappa grigia dell’estremismo che, semplicemente, va contro i valori fondativi europei, quali accoglienza, collaborazione, libero mercato e libertà di movimento, solidarietà. L’Italia ha già vissuto tutto questo, da laboratorio socio-politico-cultuale qual è, e sembra viva una fase di assestamento, come dimostra il risultato della Lega che, sì, ha tenuto grazie al poco presentabile generale Vannacci, ma i cui toni non sono conciliabili con l’idea che, nonostante tutto, in Italia abbiamo ancora dell’Europa, del sogno europeo di De Gasperi, di Altiero Spinelli e di Ernesto Rossi.

Riproponendo quei valori fondativi- il lavoro, il riformismo, i diritti personali e sociali, l’avversione alle oppressioni pseudo dittatoriali – hanno ottenuto un risultato lusinghiero e gratificante il Partito Democratico e Alleanza Verdi Sinistra, all’interno della quale è stata eletta Ilaria Salis: immagine simbolo, anche se controversa, della lotta agli pseudoregimi.

Un ultimo dato europeo, a cui prestare un’attenzione particolare; tra gli studenti fuori sede italiani, in gran parte al di sotto dei trant’anni, il primo partito è proprio Alleanza Verdi-Sinistra: e questa è forse la responsabilità più grande e difficile, non tradire la responsabilità dei giovani, del futuro.

Nelle elezioni amministrative, infine, in attesa dei ballottaggi, si nota una sostanziale parità tra i due principali schieramenti, con una tendenza al miglioramento climatico per il centro-sinistra, che incassa risultati significativi, come il 60% di Massimo Zedda a Cagliari per il terzo mandato e la vittoria in un paese simbolo come Pontida di una sua lista civica: il neo sindaco ha 28 anni. C’è ancora futuro per la nostra democrazia, per rubare il fortunato titolo, ormai citatissimo, di Paola Cortellesi.

Due mondi che si scontrano

di Alberto Piras

Una delle finalità di ‘La Riflessione’ è far sì che i lettori abbiano voce, si sentano partecipi della riflessione collettiva. Ospitiamo, quindi, non solo commenti ma veri e propri articoli di attualità,  che rispecchino il nostro stile. Il mondo giovanile, con la sua complessità, ci interroga particolarmente: Alberto Piras riflette su quale debba essere il comportamento ‘adulto’ degli adulti, per incarnare la guida che i giovani ricercano. Pubblichiamo volentieri il suo intervento.

Una società nella quale i giovani crescono plagiando le negatività del mondo degli adulti produrrà solo adulti immaturi.
E’ da tempo che questo processo domina la nostra società.
Si potrà cambiarlo solo ripartendo dagli adulti, facendo sì che riscoprano il loro ruolo di educatori assumendosi le responsabilità che loro competono.
Il processo del cambiamento non può che iniziare dall’alto perché è dall’alto che si può dare la giusta testimonianza.
È dalla testimonianza vera, onesta, leale, priva di egoismi, di ideologie, che la nostra società può rinascere.
Quel disagio giovanile di cui si parla tanto oggi scaturisce proprio dal disagio del mondo degli adulti che sono cresciuti rinunciando a compier scelte, perché privi di punti di riferimento, accettando che in questa società tutto sia permesso e concesso, una società che accetta di fare solo una scelta: quella di non avere norme morali in comune.
Una società nella quale ognuno ha la sua morale; una società nella quale ognuno pensa solo al suo interesse personale, una società dove l’amore, la pace, sono solo parole nelle bocche di tutti ma non risiedono nei nostri cuori.
Questa nostra società ha bisogno di essere attraversata da una nuova cultura nella quale ognuno consideri l’altro fratello; nella quale si riacquisti il rispetto reciproco; nella quale la testimonianza vera, quella che nasce dal cuore, possa agire per il bene comune.
Abbiamo bisogno di padri, madri, nonni, educatori, politici che non vivano nel            << paese dei balocchi >> che ha trasformato Pinocchio in un asino, ma che si rimbocchino le maniche ed esercitino i ruoli che la società ha dato loro per trasmettere responsabilmente quella testimonianza vera, profonda, altruistica, che non attende compensi se nasce dal cuore e si irradia con amore.
Forse così i giovani non diverranno vecchi restando giovani.

Il racconto del Cagliari: tutto è compiuto, ma non svegliateci

di Daniele Madau

Claudio Ranieri, e il ‘mister’ con la nipotina, durante l’ultima gara con la Fiorentina. Foto: ‘Corriere dello Sport’

«Il fiore perfetto è una cosa rara. Se si trascorresse la vita a cercarne uno, non sarebbe una vita sprecata». Così Kasumoto, nell’ Ultimo Samurai . La perfezione in ogni cosa. Ecco la filosofia samurai, la ricerca della perfezione. Così è stata la vicenda umana e sportiva di Ranieri al Cagliari: perfetta, di una perfezione ricercata. Non certo per la frenesia del successo ad ogni costo, in stile ‘vincere è l’unica cosa che conta’ . Quella è intelligenza artificiale, finanza esasperata. La ricerca della perfezione, invece, con i successi, le cadute, le crisi, le rinascite. Dal 1988 al 2024, tutto si è ricomposto nella forma più perfetta, il cerchio, che racchiude il senso della vita, l’alternarsi ciclico delle stagioni, il mistero del tempo, l’andata e il ritorno verso un luogo diventato del cuore; e lì trovare il fiore perfetto, con stelo di umanità e fiori di promozioni e salvezze. Come già insegnava Omero che, nella ‘ringkomposition’ -‘ricomposizione ad anello’ -, dava un sigillo di perfezione ai poemi.

Le dure leggi dell’alternanza in tribuna stampa non mi hanno permesso di essere alla stadio, ieri; ma Leopardi parlava della lontananza come capacità di rendere più poetici un suono, un’immagine, un evento. E, allora, svegliatevi poeti, andate a Milano, ma anche a Bologna e Bergamo e, infine, a Cagliari. Troverete una comunità, quella dello sport e dello stadio, che sa riconoscere valori e meriti, crede negli sforzi atletici come come sforzi di riscatto, sublimazione, lealtà; che accoglie e respinge, si affeziona e pretende: come ogni comunità. O, forse, come era una comunità: perché quella degli stadi è una delle poche rimaste. Troverete, quindi, ciò che cercate: sentimenti d’umanità, l’autenticità ormai ristretta negli spalti, in una vera fede – quella sportiva – che quando diventà fedeltà non cieca verso qualcosa in cui si crede o in cui si spera, è vera poesia. O qualcuno in cui si crede: questo è stato Ranieri. L’anno scorso, noi tutti – o quasi – abbiamo, nuovamente, spalancato la porta della città a chi a Cagliari aveva iniziato a conoscere gli splendori del calcio dalla panchina, sicuri che qualcosa sarebbe accaduto. Sicuri come si crede ai sogni, alle speranze. Siamo, così, tutti saliti nella fregata del nostro ‘mister and commander’ , come l’ho sempre chiamato, e abbiamo respirato i meriti umani che si fanno meriti sportivi. Come per tutti i maestri, questo insegnamento vale per la vita. Così, la sconfitta nell’ultima di campionato, come quella con la Lazio, da cui è partito il riscatto, o come tutte le altre, è come il filo d’oro che ripara le crepe delle ceramiche giapponesi, che avranno vita migliore delle precedenti. L’importante è che si cresca tutti insieme, come equipaggio di una nave o come una squadra di calcio.

Personalmente, ricorderò le conferenze stampa, in cui il clima, anche durante la tempesta, non era da tempesta, e in cui salutava sempre i presenti a uno a uno, perché l’attenzione personale è segno di sensibilità: anche qui, come per i veri maestri, l’insegnamento vale per la vita.

Il Cagliari sarà ancora in Serie A e Ranieri non sarà più il suo allenatore: il bello e la fatica della vita, come quando ci si sveglia la mattina. Ma non svegliateci, ancora per un po’: solo nei sogni, c’è solo il bello della vita.

Il tempo delle donne: Geppi Cucciari a Cagliari

di Daniele Madau

Arricchiamo di un nuovo capitolo la rubrica del ‘Tempo delle donne’, in cui ci lasciamo interrogare, e spesso conquistare, da tematiche e personaggi femminili. Spesso straordinarie. Sabato, a Cagliari, è andata in scena una fuoriclasse amatissima: Geppi Cucciari

Perfetta lo è, come – d’altra parte- dovrebbero sentirsi tutte le donne, considerando la loro unicità, a partire da quella capacità, sembra scientificamente provata, di saper gestire, ed equilibrare, l’emisfero della razionalità con quello dei sentimenti. Perfetta lo è perchè tutto il pubblico è rimasto conquistato dalla sua abilità di recitare, senza soste e con un copione spesso ostico, un monologo puro: senza alcune tipo di scenografia-se non di luci e musica -, senza un leggio, senza nessun altro in scena. Del resto, lei è dolcemente debordante nel suo essere Geppi Cucciari, simpaticamente tirannica nel prendersi tutto lo spazio dei palcoscenici che calca, coscientemente unica nel panorama atistico italiano che, storicamente, ha sempre avuto donne di comicità, e bravura, straordinarie: da Franca Valeri, ad Anna Mazzamauro, a Teresa Mannino.

Parliamo di Geppi Cucciari, andata in scena – in un fine settimana ‘sardo’ tra la sua Macomer e Cagliari- al ‘Massimo’ del capoluogo cagliaritano, dove ha rappresentato ‘Perfetta’, spettacolo di successo scritto per lei dal, compianto, Mattia Torre.

Varie le prospettive di approccio allo spettacolo, tenute insieme dal genere della comicità pura ma riflessiva, perché trae spunto dalla quotidianità, dai pregi, dai difetti, dalle paure, dai gesti irrazionali di ciascuno di noi, col fine ultimo di avere uno sguardo di comprensione – se non di affetto – per tutti.

Per la tematica trattata, dunque, ci si potrebbe approcciare allo spettacolo con un sentimento comico da ‘Femmine contro maschi’ che, comunque, inteso come una variante di guerra tra i sessi e circondato di leggerezza, non sarebbe del tutto fuori luogo.

Questa voltà, però, si tocca un qualcosa che, per millenni, dalla comparsa del genere umano sulla terra, è sfociato nel magico, nel religioso, nell’artistico, nel mistero, nella violenza, nell’abuso, nella discriminazione, nella sessualizzazione: il corpo delle donne, nella sua fisicià biologica. Ed è una liberazione approciarsi ad esso con la comicità che, mentre ci fa sorridere, o ridere pienamente, ci insegna qualcosa. Allora è meglio chiamarla ‘umorismo’, secondo la lezione di Pirandello.

Ci insegna qualcosa perché ce ne parla biologicamente ma, soprattutto, negli effetti che il tempo del corpo delle donne ha sul loro umore, sulle loro forze, sui loro stati d’animo, sui loro desideri, sogni, progetti, sentimenti. Ogni giorno del mese, senza soste. Inevitabilmente, come per ogni rapporto umano e per ogni ambito, la conoscenza di chi ci sta vicino aiuta la comprensione e, quindi, la convivenza.

C’è un momento, nel monologo, in cui Geppi Cucciari recita, in maniera appassionata ma con un finale pienamente comico, l’elogio delle cinquantenni: è forse il momento più importante della serata, semplicemente perché è vero. E’ la verità fa sempre riflettere.

La sceneggiatura è stata scritta da Mattia Torre, prematuramente scomparso: l’idea è sicuramente originale, accattivante, vincente, con la particolarità dell’altro sesso che scrive, con sensibilità, di ciò che di più femminile posssa esistere. Tuttavia, la mascolinità dell’autore, può essere anche un limite perché Geppi, a nostro parere, può scirvere anche qualcosa di meglio, di più comico e di più riflessivo insieme. Non a caso, in alcuni momenti è sembrata un po’ costretta, pur avendo tutto lo spazio e il tempo della pièce a disposizione: oltre a un, naturale, miglioramento progressivo della dizione e della performance col passare dei minuti, si ha avuto la sensazione che qualcosa scritto da lei – che è una fuoriclasse- su questo tema, magari con uno spettacolo più articolato e più lungo, sarebbe stato ancora più travolgente.

Il pubblico della sua terra le ha, comunque e giustamente, regalato un’ovazione, già anticipata dal ‘tutto esaurito’ di tutte le serate.

C’è stato un momento, fino a poco tempo fa, in cui Geppi aveva decine di proposte da ogni ambito televisivo e lei, professionista che non conosce stanchezza, si dedicava a tutto; ora, le è stata tolta la conduzione della serata dei ‘David’ per il cinema e del premio Strega. Non so se, anche questo, sia dovuto al cambiamento della maggioranza politica che, come ben sappiamo, arriva a decidere anche della conduzione dei programmi: mi sarebbe piaciuto chiederglielo, ma non c’è stata occasione. Di sicuro una lezione sul corpo, e sul carattere, delle donne, spiegata da Geppi con la sua comicità, è da segnare tra quelle cose da non perdere.

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