La nostra Liberazione, da vivere insieme

di Daniele Madau

Il clima politico, alla vigilia del 25 aprile, non è sereno: è una caratteristica della storia sociale e politica italiana, anche se in questo periodo si può condividere con altre realtà del panorama internazionale, come la Francia.

I campi d’azione scelti dal governo in carica come prioritari per la sua iniziativa – è necessario dirlo – hanno contribuito a esesperare gli animi, insiema a certe dichiarazioni dei suoi esponenti politici e all’individuazione di alcuni argomenti forti eternamente, ormai, riproposti all’opinione pubblica come caratterizzanti.

Andando in disordine, tra disegni e decreti legge -proposti e approvati- si passa da Cutro, a quello sulla concorrenza, a quello sull’ecobonus, sui nuovi ‘docenti tutor’ nella scuola, sull’uso della lingua italiana nell’amministrazione pubblica, a quello sul reddito di cittadinanza, sull riconoscimento dei figli delle coppie omogenitoriali, alla tutela del ‘marchio italiano’.

Tutti interventi tanto caratterizzati ideologicamente -come, entro certi limiti, è giusto – quanto superficiali, poco strutturali e lungimiranti.

Come spesso accade, manca il disegno a lungo termine, l’idea di futuro e di società.

Il nostro dibattito politico si concentra sul destino della coppia Renzi-Calenda e sulle vignette satiriche: sgradevoli, non condivisibili ma, pur sempre, vignette.

Su parole di disarmante non senso, come ‘sostituzione etnica’ e ‘made in Italy’.

Prevale il riflesso pavloviano dell’attaccare l’opposizione e i precedenti governi rispetto ai valori, alle idee e al coraggio di metterle in gioco.

Tutto questo mentre, dal giorno dell’insediamento del Parlamento, si è giocato con il 25 aprile, attendendo al varco onorevoli, ministri, il Presidente del Senato, con la collaborazione di tutti, esponenti dell’opposizione, giornalisti, opinionisti.

Il 25 aprile èstato, in primis, il giorno in cui la popolazione italiana si è sollevata e si è liberata da un’occupazione. Anche se può sembrare azzardato, per un momento, lasciamo da parte fascismo e antifascismo: dapprima, infatti, dobbiamo considerare il fatto di essere stati oppressi, soggetti al volere degli oppressori sulla nostra vita e sulla nostra morte e, quindi, schiavi.

Su questo ci si dovrebbe trovare tutti uniti, sul concetto fondante di ogni vita umana: la libertà.

Ognuno, poi, lo vivrà, anche politicamente, secondo le proprie inclinazioni.

I partiti di centro-destra hanno, come concetti cardine, il liberismo e il liberalismo: perché, quindi, non promuovere, senza riserve né indugi, la Festa della Liberazione?

Uniti, con le proprie bandiere, di ogni partito costituzionalmente possibile, magari davanti al Quirinale, simbolo della Repubblica, dell’unità sopra ogni divisione, dell’interesse di tutti senza particolarismi, della Nazione, dell’Italia, del valore dell’europeismo. Questo desidererei per i rappresentanti politici, in quanto nostri rappresentanti.

Magari con la Costituzione in mano, che non avrà il termine antifascismo al suo interno ma che, anche solo cronologicamente, viene dopo il fascismo e incarna il valore di libertà e liberazione.

La Festa della Liberazione: la festa di ognuno di noi, contro la nostra paura, da vivere insieme, per gustarne il vero senso e valore.

La Riflessione Politica incontra il deputato di Fratelli d’Italia Lorenzo Malagola

di Daniele Madau

Lorenzo Malagola è parlamentare, e segretario della Commissione lavoro, di Fratelli d’Italia. Ha ricoperto l’incarico di segretario generale della Fondazione De Gasperi. È stato, inoltre, capo della segreteria tecnica del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, del Vice Presidente del Consiglio dei Ministri ed è stato Consigliere del Ministro dell’Interno. Con lui, membro del partito di maggioranza dell’ attuale Parlamento, portiamo avanti la nostra riflessione sull’attualità politica.


Onorevole la sua formazione e la sua posizione politica sembrano essere connotate da una visione improntata alla fede: è credente?

Sì sono credente; cerco di testimoniare la mia fede nell’impegno politico, secondo anche l’esempio di Alcide De Gasperi. Cerco di avere una visione di fede che abbia al centro la persona e che si concretizzi nel servizio secondo, appunto, la centralità dell’uomo.

Da poco la sua segretaria, e Presidente del Consiglio, presentando l’ultimo libro di Antonio Spadaro, ha rinnovato la sua stima e ammirazione nei confronti di Papa Francesco: quale è il suo giudizio su Papa Bergoglio dopo 10 anni di pontificato?

Il mio giudizio non può che essere positivo, essendo stato papa Francesco una guida e un maestro soprattutto nell’indicare le periferie esistenziali come ambito privilegiato di evangelizzazione

L’ attualità ci interpella e ora le devo porre una serie di riflessioni, ben sapendo che ognuna meriterebbe tanto tempo. Quale è la sua posizione sulla guerra in Ucraina, sul dramma di Cutro e sul dramma migratorio in generale, sulla riforma fiscale in lavorazione, sui diritti di genere e sul riconoscimento dei bambini di coppie omogenitoriali, sulla scuola e sulla sanità pubblica e sul reddito di cittadinanza?

Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, noi sosteniamo convintamente i diritti del popolo ucraino come anche i testimoniano i risultati dei voti in Parlamento, a esempio, sull’invio delle armi. Tuttavia riteniamo che la Russia non debba essere umiliata e debba essere sempre un’ interlocutrice per poter arrivare finalmente alla pace. Quello che è successo a Cutro è un dramma e non si deve ripetere. Nel particolare sappiamo che lo Stato italiano si è comportato correttamente e non si possono riscontrare mancanze nei soccorsi. Ciò che è necessario è che manchino le condizioni che affinché ci sia la necessità di partire dagli Stati del Nord Africa, portando degli aiuti significativi in quei territori: anche su questo è esemplare il magistero di Papa Francesco. Ritengo sia necessario avviare un lavoro di cooperazione che coinvolga tutto il Mediterraneo e le istituzioni europee. Per quanto riguarda la riforma fiscale e il reddito di cittadinanza, ritengo che vada salvaguardato e valorizzato il lavoro, intorno al quale si costruisce il concetto di dignità umana. In riferimento al riconoscimento di bambini di coppie omogenitoriali, il vero problema riguarda il cosiddetto, con un’espressione brutale, ‘utero in affitto’, pratica che va assolutamente condannata e che lede la dignità umana, concetto che già più volte abbiamo abbiamo ricordato in questa intervista come fondamento di ogni azione legislativa. Per quanto riguarda la scuola e la sanità pubblica, io credo nel principio di sussidiarietà, in base al quale ciò che è privato concorre nei servizi essenziali con lo Stato: a volte, anzi, riesce ad arrivare prima dello Stato e perciò va sostenuto, riconoscendone l’estrema importanza

La sua storia sembra parlare di obiettivi raggiunti attraverso lo studio, la formazione politica fin dalla gioventù e l’impegno: come considera la vita da parlamentare? Un privilegio? Qual è la sua posizione nei confronti di un limite ai man dati parlamentari? Sarebbe più semplice così viverli come servizio: è d’accordo?

Essere parlamentare è un privilegio che vivo come servizio nei confronti di tutti gli italiani, essendo in Parlamento per loro, come loro rappresentante. Non sono, tuttavia, d’accordo sul limite dei mandati: sarebbe una scorciatoia e si lederebbe la volontà popolare. Ritengo necessaria, invece, una formazione politica che garantisca la professionalità dei parlamentari.

Come possono l’impresa, l’ imprenditoria e il mercato tutelare, anzi, avere come fratelli prediletti i poveri e gli ultimi, come i migranti, i senza lavoro, gli abbandonati e gli oppressi?

Io vengo da una famiglia certamente non ricca. Ricordo come mio padre, nella sua attività, davvero avesse attenzione e cura per gli ultimi. Anche in questo caso, ritengo che il privato, l’impresa possano addirittura arrivare prima dello Stato alle persone meno abbienti e fare in modo che abbiano un lavoro, una dignità e un’ effettiva inclusione

Lei è stato segretario della Fondazione De Gasperi che, come eredità del grande statista, promuove i valori di democrazia, centralità della persona umana, Unione Europea e giustizia sociale. Sono valori preziosi, fondanti della nostra idea di convivenza: sente più la fatica o più la bellezza nel cercare di incarnarli quotidianamente nella vita e nella e nella politica?

Sento di sicuro la fatica ma è più la bellezza che vivo nel portare avanti questi valori propri di De Gasperi e della Fondazione. Del resto la politica è fatta di questo, fatica e bellezza ma devo dire che vivo di più la bellezza. Sento la responsabilità, certo, ma anche l’orgoglio di provare a incarnare quotidianamente questi bellissimi valori e concetti fondanti della nostra civiltà

Incontro con Ernesto Assante: Battisti, Sanremo, Baglioni e la musica tra pubblico e privato

di Daniele Madau

Ernesto, grazie, come sempre, della tua disponibilità, unica per parlare di musica. Cominciamo con un tuo giudizio sul recente Festival di Sanremo

E’ stato il festival dell’imprevisto, dove, come una partita di calcio, non sapevi cosa sarebbe potuto capitare: Rosa Chemical, Fedez, Chiara Ferragni, Gianluca Grignani. Tutto questo ha fatto sì che avesse un grandissimo successo, grazie anche alla capacità di Amdeus di essere di supporto e favorire questi momenti imprevisti.

E’ appena usciti il tuo libro su Battisti che – in questi giorni – avrebbe compiuto ottanta anni. Forse il personaggio più celebre della musica leggera italiana di cui, però, non esisteva bibliografia: tu hai colmato questa lacuna

Sì, lacuna dovuta ai due momenti della sua carriera: quella caratterizzata dalla collaborazione con Mogol e quella caratterizzata da altre collaborazioni, come con Panella, e dall’elettronica. Questo ha fatto sì che fosse poco inquadrabile, soprattutto dopo la decisione di sparire dalle scene.

Battisti, aggiungerei anche Baglioni, che ha recentemente ricevuto la targa Tenco, alfiere del sentimento privato in un momento, tra gli anni ’60 e ’70, in cui la canzone doveva essere politicizzata?

Sì, anche se alcuni distinguo. A esempio, Battisti, nei suoi testi, ha indagato il rapporto dell’uomo con la donna, in un periodo di imperante femminismo. Quindi, approfondendo i testi, c’è un lato pubblico anche in Battisti. Detto questo, quando si parla di amore, di sentimenti, si toccano le nostre corde più profonde: quindi, cosa ci sarebbe di più pubblico, di più comune a tutti noi? Per Baglioni, è giusto che sia stato rivalutato, anche se non si può dimenticare come nel 1972, quando Battisti cantava ‘Pensieri e Parole’, Baglioni cantava della ‘maglietta fina’…

Battisti è stato subordinato a Mogol?

No, erano una testa con due menti: una dedicata alla musica, l’altra alle parole…

L’Italia di oggi…….e di ieri


di Marco Marini


Oggi, domenica 26 febbraio 2023, si vota in oltre 5.500 seggi in tutta Italia, per la nomina del Segretario Nazionale del Partito Democratico (PD). Si può votare presso le sedi del partito, presso i Comuni e nei gazebo allestiti nelle varie città. Stasera si conoscerà chi sostituirà il segretario uscente Enrico Letta. In Sardegna sono candidati Piero Comandini e Giuseppe Meloni, per la segreteria regionale, che si rifanno entrambi alla candidatura nazionale di Stefano Bonaccini Non sarà un compito facile traghettare il partito dalla recente sconfitta alle elezioni nazionali del 22 settembre scorso, ad una nuova idea che riavvicini la gente al “rappresentante” del centro-sinistra.Perché, permettetemi un pensiero che ho riscontrato in molte persone simpatizzanti o meno della sinistra, non ha vinto la Destra ma ha perso proprio la sinistra. Uso il termine Destra nella stessa misura in cui questa parte dell’Italia definisce gli avversari: la Sinistra, evocando chissà quali oscure minacce. Ma che si mettano l’anima in pace il Muro di Berlino è crollato nel 1989. Le Brigate Rosse sono state sconfitte, ecc. ecc. Poi però ci si allarma per un presunto pericolo per l’ordine pubblico, proveniente dall’ala anarchico-insurrezionale, termine gradito alla stampa. Per carità se si usa la violenza questa va condannata e punita dove ci siano gli estremi. Ma spesso anche la Magistratura che dovrebbe essere la terza forza dello Stato, si lascia andare a considerazioni che poco hanno a che fare con la Giustizia. Ma essendo uomini, sbagliano anche loro, in buona fede. Come molti altri professionisti, manager, medici etc. Che però, pagano di persona. Ma rimaniamo sul piano dei ragionamenti dell’uomo della strada, come ci piace definirci e come spesso abbiamo ricordato in altri scritti in questo blog. Sono passati poco più di cinque mesi dalle elezioni del 22 settembre 2022, che ha visto assegnare l’incarico di Primo Ministro a Giorgia Meloni. Superando qualche malumore nella destra, ma è Lei che determinata ha ottenuto quello che aveva chiesto ai suoi “alleati”. Come giudicare questo periodo ? E’ difficile, perché non tutto va secondo le previsioni del programma politico. Ma questo, secondo me, non è uno scandalo. O meglio basta essere un poco attenti alle faccende mondiali, per capire che, per esempio, non potevamo veder risolto il problema energetico cosi’ su due piedi, indipendentemente dal conflitto russo-ucraino, ma perché legato a logiche economiche che vanno oltre le capacità del nostro paese che dipende dalle risorse estere. Certo fa un certo effetto vedere il Presidente del Senato , la seconda carica dello Stato, mostrare a casa sua il busto di Mussolini. Ognuno è libero di avere ciò che vuole a casa propria. Non va bene quando ci si esprime e ci si comporta come persone fedeli a quella ideologia. Il ministro dell’Istruzione stigmatizza l’opinione del Preside che ha visto un assalto “fascista” di fronte alla propria scuola, dichiarando che il suo è stato un comportamento ideologico ? No Signor Ministro, esiste una Legge dello Stato che vieta le manifestazione fasciste o fatte nel nome di quel regime. Invece che lasciare ai libri di storia questo triste passato, lo si difende in qual misura. E forse lo si giustifica. In occasione del 75° anniversario della Liberazione, il presentatore di una trasmissione in ricordo dell’evento, Fabio Fazio, disse che si poteva non essere d’accordo con la celebrazione, ma bisognava ricordare che grazie a questa liberazione, oggi siamo liberi di NON ESSERE D’ACCORDO. Da parte della sinistra è stato sventolato lo spauracchio del ritorno del fascismo. Non siamo convinti che ciò accadrà. Ma la libertà è un dono che va conservato con impegno e tenacia. E’ un dovere come quando si rispettano le regole del lavoro, si rispetta la Natura e soprattutto le altre persone. E’ un dovere, se si trasgredisce però, non esiste una punizione se non morale. Ci piace rifarci alla Storia, con la S maiuscola, senza avere una fede incrollabile in essa. Le fedi laiche, spesso sono state più deleterie di quelle religiose, si veda l’est europeo e l’Asia. Sono usciti recentemente alcuni libri che in occasione del centenario della marcia su Roma, avvenuta il 28 ottobre 1922, che ricordo fu una manifestazione armata eversiva, organizzata dal Partito Nazionale Fascista (PNF), volta al colpo di Stato con l’obiettivo di favorire l’ascesa di Benito Mussolini alla guida del governo in Italia. Migliaia di fascisti si diressero verso la capitale minacciando la presa del potere con la violenza.
La manifestazione ebbe termine il 30 ottobre, quando il re Vittorio Emanuele III incaricò Mussolini di formare un nuovo governo. La marcia su Roma fu propagandata negli anni successivi come il prologo della «rivoluzione fascista» e il suo anniversario divenne il punto di riferimento per il conto degli anni secondo l’era fascista, hanno evidenziato in maniera sintetica le malefatte del Regime. O meglio le BUGIE dello stesso (i treni non arrivavano in orario, il ruolo delle donne relegate a fattrici ed eliminate dalla vita pubblica etc. etc.). Non fu solo questo. Qualche giorno fa in occasione dell’80° anniversario dei bombardamenti su Cagliari, si è ribadito che il fascismo (Mussolini) non si fidava della Germania. Ma forse era vero il contrario. Conosciamo persone e amici che in maniera lungimirante hanno cercato di raccogliere le testimonianze di parenti che hanno vissuto la Guerra.
1) In Grecia se non fosse intervenuto Hitler, i Greci ci avrebbero inflitto una tale sconfitta che non possiamo immaginare quali sarebbero state le conseguenze.
2) Siamo arrivati in guerra impreparati e Mussolini lo sapeva benissimo, ma non voleva perdere i vantaggi di una Guerra Lampo che vide la Germania dominare l’Europa. Forse pensava di essere un novello Cavour che mandò i bersaglieri in Crimea per potersi sedere al tavolo dei vincitori e chiedere attenzione sulla creazione di una Stato Italiano Unitario. Per questo aveva bisogno di un certo numero di morti.
3) Come si può ricordare con piacere un regime che ha fatto della violenza il suo programma politico, contro una minaccia bolscevica che stentava ad espandersi. Si pensi che durante la Repubblica di Weimar la Germania aveva quasi del tutto ripagato i debiti di guerra (la prima) ai vincitori, Francia ed Inghilterra che miravano al carbone del bacino della Ruhr.
4) Abbiamo partecipato alla guerra di Spagna, dove un governo legalmente eletto venne rovesciato dall’esercito di Franco coadiuvato da Hitler e Mussolini. Abbiamo conosciuto dei volontari italiani, il cui entusiasmo veniva sbandierato dal regime, ma che in realtà avrebbero usufruito di un doppio stipendio, per andare a combattere.
5) Non furono solo i tedeschi a distruggere Gernika (Guernica) ma anche gli italiani a Durango, entrambi non erano obiettivi strategici ma furono “usate” come prova per le capacità distruttive delle due aviazioni che avrebbero adottato nell’imminente secondo conflitto mondiale.
6) Non solo i nazisti usarono i campi di concentramento, ma anche gli italiani in Jugoslavia per esempio ed un Lager a Nocra in Eritrea sul Mar Rosso. Per non parlare della Risera di San Sabba a Trieste che anche se gestita dai nazisti era formalmente in territorio della Repubblica di Salò. Si pensi, tra l’altro, che il supervisore della Risiera fu l’ufficiale delle SS Odilo Globočnik, triestino di nascita.
7) Il Regime usò il gas contro la popolazione in Abissinia. L’Iprite con oltre 2500 bombe tra il 1935 e il 1939. L’uso dei gas in guerra venne bandito nel 1928, e fu firmato da quasi tutte le nazione (escluso gli Stati Uniti). La responsabilità italiana va ascritta a Mussolini, Badoglio e Graziani. Esistono numerosi telegrammi del duce in merito. Mentre il primo sappiamo aver fatto una fine poco dignitosa, il secondo è morto a casa sua come il terzo invece di finire in galera per crimini di guerra.
8) Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, i fratelli Rosselli sono alcune delle vittime della barbarie fascista, l’unica arma a loro disposizione era il pensiero critico non le pistole o i manganelli o l’olio di ricino usati dal regime.
9) Il duce scappò con i soldi della banca d’Italia e con il famoso carteggio Mussolini-Churchill, almeno cosi’ si dice. Ne più ne meno di un qualsiasi mariuolo.
10) Avrà anche fatto cose buone, imitate dal Fuhrer, quali la militarizzazione della Società italiana, dalla culla al fucile, dove le donne avrebbero dovuto dare alla Patria 8 milioni di baionette. Oggi paghiamo ancora i danni provocati dal fascismo in Europa. Però esisteva il Sabato Fascista dove tutti per partecipare alle adunate non andavano a scuola o a lavoro, oppure le colonie dove i ragazzi venivano inviati per esercitare attività fisica con altri coetanei.
11) Ricordiamo le leggi razziali del 1938, che impressionarono lo stesso Hitler, che non colpirono solo gli ebrei, ma soprattutto crearono una netta demarcazione con le popolazioni delle colonie, almeno questo era l’intento del regime. Qui’ accomunerei la figura dell’imbelle re d’Italia a Mussolini. Vorrei ricordare che la scelta di Mussolini quale capo del governo era appannaggio del Re, ma non la sua destituzione nel 1943. Diciamo quindi che grazie alla monarchia il fascismo è nato nella “legalità” e si è concluso nell’”illegalità”.
La cronaca annovera molti fatti, dove persone violente, commettono reati spesso mortali, richiamandosi a quell’ideologia. Perché affascina il concetto del Superuomo, distorcendo il pensiero di Nietzsche, dove l’essere o la razza superiore deve prevaricare su quella più debole al fine di lasciare i più forti a dominare la terra. Come succede in natura. Non penso che i vari picchiatori facessero questi ragionamenti nel momento delle loro nefandezze ma in sintesi forse banale questo facevano, si consideravano onnipotenti. Non sappiamo se ora in carcere si siano ricreduti.
Alla trasmissione Carta Bianca di Bianca Berlinguer, l’opinionista Mauro Corona, ha affermato che se la Meloni avesse costruito l’Ospedale Pediatrico di Misurina, in provincia di Belluno, lui l’avrebbe votata. Nulla di strano anche qui. Qualche anno fa in fila ad una cassa di un supermercato a Cagliari, una signora di una certa età elogiava l’ex Cavaliere che prometteva mari e monti anche ai pensionati, ricordiamo il famoso milione di posti di lavoro?, (andiamo a vedere con quali contratti…..), ebbene la cassiera sorrideva, e mi disse, da simpatizzante di sinistra, che la suddetta signora era una delle prime iscritte al P.C.I. in Sardegna. Ora la gente non vive e si nutre di ideologia ma vuole concretezza nelle cose. Basti ricordare che la classe operaia negli Stati Uniti aveva votato in massa per Donald Trump, rappresentante di quel capitalismo sfrontato, che toglie ai poveri per dare ai ricchi…… Trovo fastidioso che i politici, anche locali, vadano in televisione e dicano “bisognerebbe fare questo bisognerebbe fare quest’altro” come se le decisioni spettassero ad altri, ma allora perché sono stati eletti, e quando falliscono danno le colpe sempre agli altri, nel tipico modus operandi italiano. O peggio vanno a elencare ciò che hanno fatto, strade, ospedali, piste ciclabili, e vorrebbero l’applauso? Tanto vale festeggiare il netturbino o il professore che svolgono il loro lavoro in condizioni forse più disagevoli rispetto ai politici. (esempio il problema energetico della produzioni dell’alluminio a Portovesme è stato sollevato dalle società proprietarie americane almeno 35 anni fa, e oggi se ne parla ancora).Speriamo che il PD sia lungimirante e valuti che la Società, sia italiana che mondiale, è notevolmente cambiata. Perché sembra che il partito non se ne sia accorto……

Il dramma della guerra civile in Siria

di Marco Marini

“Ricordare il passato serve per il futuro, così non ripeterai gli stessi errori: ne inventerai di nuovi.” (Groucho Marx)

“Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”, diceva il politico e filosofo britannico Edmund Burke, già nella seconda metà del ‘700. Una frase che, incisa in trenta lingue diverse, campeggia su un monumento collocato nel campo di concentramento di Dachau, un monito che non può lasciare indifferenti.  Abbiamo voluto avvicinare questi due aforismi, il primo dell’esponente di un trio di comici americani in voga dagli anni venti alla fine degli anni quaranta e protagonisti di un film comico “La Guerra Lampo dei Fratelli Marx” del 1933. L’altra appartiene al filosofo e politico britannico del ‘700. Due frasi che sembrano profetiche anche se espresse in contesti e spiriti diversi. Ma, visto che il 24 febbraio prossimo, scade il primo anniversario della guerra russo-ucraina, sono quanto mai attuali. In questi giorni si sono ricordati gli ottanta anni dei bombardamenti su Cagliari da parte degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, esattamente dal 17 febbraio 1943. Proprio lo scorso 17 febbraio 2023, presso la sede dell’Istituto Salesiano Don Bosco a Cagliari, il Direttore e docente Don Michelangelo Dessi’ ha ricordato che nel mondo attualmente si svolgono oltre 63 conflitti. Con migliaia di morti, feriti e soprattutto profughi,  che l’O.N.U. valuta essere intorno ai 240 milioni. Si immagini di arginare una ondata di persone che si muovono da una terra ad un’altra, e ditemi come si può fermare, se non cambiando radicalmente le realtà sociali e politiche di questo mondo. Per non parlare della crisi alimentare e dell’acqua che scarseggia, che incrementa questi spostamenti verso luoghi meno angusti. Mi permetto di ricordare che negli anni sessanta, prima della guerra cosiddetta dei sei giorni, nel 1967 tra Israele e i vicini arabi, La Giordania deviò il fiume Yarmuk affluente del Giordano, che oggi non esiste più, privando Israele dell’acqua nella sua regione settentrionale la Galilea.

 A proposito di conflitti in medio e vicino oriente, dopo il primo scontro con i paesi arabi, conclusosi con un cessate il fuoco nel 1949, l’unica nazione che NON lo firmò fu l’Iraq, dove non esisteva ancora il politico Saddam Hussein. Quindi in teoria Israele è ancora in guerra con L’Iraq, o ciò che ne è rimasto dopo la “liberazione”. In questo contesto di guerre, aggravato dal recente terremoto in Turchia e Siria e di cui abbiamo parlato nel recente scritto di qualche giorno fa, si inserisce il dramma della guerra civile in Siria. La Siria (o As-Siria secondo la grammatica araba che elimina la “L” dell’articolo determinativo/indeterminativo AL, raddoppiando la prima lettera delle parole che iniziano son la S, la D, la T, perdonate queste reminiscenze universitarie), ottenne l’indipendenza dalla Francia nel 1946 alla fine della seconda guerra mondiale. Da quel momento il travagliato paese ha visto l’alternarsi di molti governi fino al 1963 quando il partito Panarabo Ba’ath prese il potere con un colpo di stato. Il suo leader Salah Jadid tentò di dare un impronta socialista al regime e filo-sovietica. Dopo la sconfitta nel 1967, durante la guerra  con Israele, ci fu un ulteriore colpo di stato “correttivo” e sali’ al potere Hafiz al Assad che eletto poi Presidente della Repubblica in modo plebiscitario nel 1971 e più volte riconfermato, instaurò un regime dittatoriale diventando il punto di riferimento per il radicalismo arabo soprattutto in funzione anti-israeliana ed anti-americana, sostenendo molti gruppi terroristici palestinesi. Dopo il conflitto del 1973 contro Israele, dove quest’ultima mantenne il controllo sulle altura del Golan occupate nel 1967, cercò di partecipare alla fondazione della Federazione delle Repubbliche Arabe con Libia ed Egitto. Nel 1976 intervenne nel conflitto in Libano occupando il confine meridionale e Beirut, contro sia Israele che l’OLP di Arafat che considerava suo avversario. Nella guerra Iran-Iraq prese posizione a favore dello Stato Islamico iraniano, attirando sulla Siria le ire di molti paesi arabi che vedevano in Khomeini una minaccia per i loro poteri. Paradossalmente Assad dovette affrontare proprio l’integralismo islamico dei Fratelli Musulmani, che ricordo uccisero il presidente egiziano Sadat nel 1981, e che volevano combattere l’impronta laica del regime siriano. L’Iniziativa venne stroncata da Assad con una violenta repressione culminata nel massacro di 30.000 persone ad Hama nel 1982. Nel 1990 ci fu un certo riavvicinamento con l’occidente in occasione dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, entrando a far parte della coalizione internazionale sotto il comando statunitense. Questo rapporto si incrinò dopo gli attentati a New York dell’11 settembre 2001. Hafiz al Assad era morto nel 2000 e gli era succeduto il figlio ed erede designato Bashar Al Assad, che si schierò contro l’intervento americano in Iraq. Nel 2004 i Curdi insorsero nel nord del paese e la Siria, accusata di essere coinvolta nell’omicidio del Primo Ministro libanese Rafiq Hariri, nel 2005 ritirò le proprie truppe dal sud del Libano. A partire dal 2011 tutta la Siria venne coinvolta da manifestazioni popolari che chiedevano una maggiore apertura verso le libertà individuali dei cittadini. (La famosa Primavera Araba che seguiva alle proteste in Tunisia, Egitto e Libia). L’opposizione del governo siriano a queste richieste portò i manifestanti a chiedere la caduta del regime. Le forze governative risposero alle manifestazioni con una violenta repressione, in particolare servendosi dell’aiuto delle milizie degli Shabiha (civili armati che attaccavano i dimostranti, come i basiji iraniani); la conseguente resistenza da parte di vari membri dell’opposizione siriana portò alla formazione di un movimento insurrezionale, l’Esercito siriano libero (ESL), composto da molti disertori dell’esercito regolare. L’ESL, dopo mesi di combattimenti conquistò varie zone della Siria, tra cui buona parte della città di Aleppo. L’aviazione siriana iniziò sin da subito a sferrare attacchi aerei alle zone di cui aveva perso il controllo  , causando numerose vittime civili. Con l’avanzarsi della guerra civile vari gruppi armati iniziarono a inserirsi nel conflitto, fra cui i più influenti furono le milizie curde dell’YPG e i miliziani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL/ISIS). La presenza di quest’ultima organizzazione, a causa delle sue attività terroristiche, determinò l’intervento internazionale in Siria, come parte della guerra al terrorismo: in tale ambito, la Russia intervenne a favore del governo di al-Asad, mentre una coalizione a guida statunitense fornì sostegno alle milizie curde dell’YPG. L’esercito siriano, indebolito notevolmente dai combattimenti, riprese vigore grazie al supporto russo, quello di Hezbollah e di altre milizie sciite straniere, in particolare iraniane e irachene: grazie all’intervento dell’aviazione russa a fianco di quella siriana, il governo di al-Asad poté riprendere il controllo dei più grandi centri abitati della Siria.

La guerra suddivise il paese in quattro aree principali: quella sud-occidentale controllata dal governo, quella nord-occidentale dai ribelli avanzati grazie all’intervento turco in funzione anti-curda, quella nord-orientale sotto il controllo dei curdi dell’YPG, quella sud-orientale sotto il controllo dello Stato Islamico. Soltanto nella Siria occidentale rimasero alcune aree sotto il controllo dell’Esercito siriano libero.

Nel giugno 2014 si tennero le prime elezioni presidenziali multipartitiche dopo mezzo secolo di regime ba’thista, svoltesi però nelle sole zone effettivamente controllate dalle truppe del governo siriano; le elezioni riconfermarono al-Asad nel suo incarico. Benché osservatori provenienti da alcuni Stati abbiano sostenuto la regolarità della consultazione, gli studiosi considerano le elezioni del giugno 2014 come non democratiche e fraudolente, e con risultati fabbricati a tavolino.

Gli organi dirigenti del Partito Ba’th e lo stesso presidente appartengono alla comunità religiosa alawita, una branca dello sciismo che è tuttavia minoritaria in Siria, e per questo motivo l’Iran sciita è intervenuto a protezione del governo siriano: combattenti iraniani sono presenti a fianco delle forze armate siriane per mantenere al potere il governo. Insieme a sciiti provenienti da Iraq e Afganistan. Il fronte dei ribelli è sostenuto principalmente dalla Turchia e dai paesi sunniti del Golfo, in particolare Arabia Saudita e Qatar che mirano a contrastare la presenza sciita in Medio Oriente. In ambito ONU si è verificata una profonda spaccatura tra Stati Uniti, Francia e Regno Unito, che hanno espresso sostegno ai ribelli, e Cina e Russia, che invece sostengono il governo siriano sia in ambito diplomatico sia in quello militare. Le organizzazioni internazionali hanno accusato le forze governative e i miliziani Shabiha di usare i civili come scudi umani, di puntare intenzionalmente le armi su di loro , di adottare la tattica della terra bruciata e di eseguire omicidi di massa; i ribelli antigovernativi sono stati accusati di violazioni dei diritti umani tra cui torture, sequestri, detenzioni illecite ed esecuzioni di soldati e civili. L’accezione “guerra civile” per descrivere il conflitto in atto è stata usata il 15 luglio 2012 dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, che ha definito la crisi siriana un «conflitto armato non internazionale». I Rifugiati della guerra civile siriana, sono cittadini Siriani scappati dalla guerra  alla Turchia, Libano, Giordania, Iraq o dentro Siria nelle zone liberate dalle forze governative di Bashar al-Assad. I diritti umani sono sempre stati poveri in Siria da quando vi è stato il colpo di stato di Bashar al-Assad, tuttavia i primi rifugiati siriani scapparono dal loro paese nel maggio 2011, a seguito dell’intensificarsi degli scontri tra l’opposizione, ormai divenuta armata, e l’esercito siriano. I rifugiati cominciarono a essere già una dozzina di migliaia nel 2011 , per salire poi a quasi tre quarti di milione nel 2012 e a un milione e mezzo nel 2013. Attualmente si stimano che vi siano circa 5,5 milioni di profughi dal paese levantino. Il primo paese per numero di rifugiati è la Turchia, tuttavia una parte minoritaria ma comunque significativa di questi profughi ha come obiettivo l’Europa e i suoi paesi più avanzati economicamente. Ciò non ha potuto che aggravare la delicata crisi dei migranti. Nel settembre 2015 il Consiglio Giustizia e Affari interni dell’Unione europea ha votato per ridistribuire più di 100.000 migranti precedentemente concentrati in Grecia. Questa proposta è stata tuttavia stigmatizzata e rigettata dai paesi del Gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), nonché dalla Romania, paesi con amministrazioni ostili a massicci flussi migratori in entrata. Sebbene la qualità della vita dei profughi che riesce a stabilizzarsi nei paesi che li accolgono sia generalmente migliore dei loro compatrioti in Siria, non di rado subiscono discriminazioni e, talvolta, violenze. Nel 2019 dopo il suicidio di un bimbo siriano in Turchia a causa delle continue vessazioni dei bulli per le sue origini la comunità siriana in tal paese ha protestato per evidenziare un razzismo anti-siriano più o meno diffuso tollerato dalle autorità locali. Buona parte di loro sopravvive tramite aiuti forniti da organizzazioni internazionali quali la FAO, L’UNHCR, l’OCHA, il Programma alimentare mondiale, l’Organizzazione mondiale della sanità e altre agenzie nazionali nonché ONG. La siccità più intensa mai registrata in Siria è durata dal 2006 al 2011 e ha provocato una diffusa diminuzione della produzione agricola, di conseguenza si è verificato un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e una migrazione di massa delle famiglie di agricoltori verso i centri urbani per fuggire dalla carestia. Le città destinazione della migrazione erano già gravate dall’afflusso di circa 1,5 milioni di rifugiati dalla guerra in Iraq. La siccità viene collegata al riscaldamento globale antropogenico.  Un’adeguata fornitura d’acqua continua a essere un problema importante per larghe aree del Paese ed è spesso l’obiettivo delle azioni militari. Questo conflitto “interno” ha visto l’aiuto di organizzazioni criminali, da ambo le parti sia per il contrabbando di beni o denaro all’interno della Siria, causato dalle sanzioni economiche internazionali, ma anche per le armi vendute dai paesi confinanti. A causa dei salari ridotti i gruppi paramilitari di Assad sono dediti ai rapimenti e al furto di proprietà civili. Sulla popolazione inerme sono state adoperate armi che vanno dai gas sarin al cloro alle bombe russe termo bariche o a vuoto che “può cancellare un’area di 200 x 500 mq con una sola salva”. Quindi la guerra civile è usata come nelle altre per testare i nuovi armamenti. Per non parlare dei danni al patrimonio culturale. Nel 2014 l’UNESCO ha elencato tutti e sei i siti Patrimonio dell’umanità della Siria nell’elenco di quelli in pericolo, tuttavia all’epoca non era possibile una valutazione diretta dei danni da essi subiti. Era noto che la Città Vecchia di Aleppo era stata gravemente danneggiata durante le battaglie combattute all’interno del distretto, mentre Palmira e il Krak dei Cavalieri avevano subito solo lievi danni. Gli scavi illegali avrebbero danneggiato centinaia di antichità siriane. Molti reperti, tra cui alcuni provenienti dal sito di Palmira, sarebbero stati trafugati o trasferiti preventivamente nei Paesi confinanti. Tre musei archeologici nazionali sarebbero stati saccheggiati. Nel 2014 e 2015, in seguito all’ascesa dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, diversi siti in Siria sono stati distrutti dal gruppo come parte di una deliberata distruzione di siti di patrimonio culturale. A Palmira il gruppo distrusse molte statue antiche, il tempio di Baalshamin, il tempio di Bel, molte tombe tra cui la Torre di Elahbel e parte dell’arco monumentale. Il castello di Palmira del XIII secolo è stato ampiamente danneggiato durante la ritirata dell’ISIS a seguito dell’offensiva governativa su Palmira del marzo 2016. L’ISIS ha anche distrutto antiche statue a Raqqa e numerose chiese, tra cui la Chiesa armena per il genocidio di Deir el-Zor. Nel marzo 2015, la guerra aveva colpito 290 siti culturali, ne aveva gravemente danneggiati 104 e completamente distrutti 24. Cinque dei sei siti di patrimoni dell’umanità riconosciuti dall’UNESCO in Siria erano stati danneggiati. Un gruppo chiamato Syrian Archaeological Heritage Under Threat ha monitorato e registrato i danni della guerra nel tentativo di creare un elenco di siti danneggiati e di ottenere un sostegno globale per la protezione e la conservazione dei siti archeologici siriani. Nel gennaio 2018, gli attacchi aerei turchi hanno gravemente danneggiato un antico tempio neo-ittita nella regione curda di Afrin della Siria. Esso fu costruito dagli Aramei nel primo millennio a.C. Dal 2011 al 2019, secondo osservatori siriani, oltre 120 chiese sarebbero state danneggiate o demolite nel corso dei combattimenti.

La Mezzaluna Fertile, è una regione storica del Medio Oriente. L’antica Mezzaluna Fertile comprendeva anche l’attuale Siria. L’espressione “Mezzaluna Fertile” (Fertile Crescent) fu ideata negli anni venti del Novecento dall’archeologo James Henry Breasted dell’Università di Chicago . Questa regione viene spesso definita come la “culla della civiltà” grazie alla sua straordinaria importanza nella storia umana dal Neolitico all’età del bronzo e del ferro. Fu nelle valli fertili dei quattro grandi fiumi della regione (Nilo, Giordano, Tigri ed Eufrate) che si svilupparono le prime civiltà agricole e le prime grandi formazioni statali dell’antichità. I Sumeri, in particolare, ritenuti i rappresentanti della prima civiltà stanziale della storia, fiorirono in Mesopotamia (V millennio a.C.).

E’ scritto nel Talmud di Babilonia (testo Sacro dell’ebraismo): “Chi salva una vita salva il mondo intero”. Pensate che nel Sacro Corano, (5:32) si afferma che “Chiunque uccida un uomo sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità”. Più o meno lo stesso significato. Parole provenienti proprio dalle culture dei paesi del medio e vicino oriente, ma che suonano stonate, alla luce di quello ché abbiamo visto, anche nel recente sisma. Perché, secondo l’università di Uppsala (Svezia), dove esiste il Dipartimento sulla Pace e sui Conflitti, la guerra è tornata prepotentemente in auge nella risoluzione delle varie controversie e conflitti. Si è registrato un incremento della internazionalizzazione delle guerre, dalla fine della seconda guerra mondiale, dove i conflitti non finiscono mai e anzi ne generano di nuovi. Non solo le superpotenze ma anche nazioni più piccole intervengono per interessi geo-politici, appoggiando ora il governo ora le fazioni armate e qualche volta entrambi. Consci di questa situazione anche nazioni più piccole di U.S.A., Cina e Russia, vogliono dotarsi di armi nucleari, con scenari che definire apocalittici sembra un eufemismo. Meditiamo Gente meditiamo.

Terremoto tra Cospito, Sanremo e Zelensky

di Marco Marini


Il terremoto in Turchia e Siria, è stato un evento calamitoso verificatosi nella notte fra il 5 e il 6 febbraio 2023, alle 4,17 ora locale, cogliendo la popolazione nel sonno, principalmente per mezzo di due forti scosse che hanno colpito l’area meridionale della Turchia, nonché le regioni settentrionali della Siria. Un primo terremoto, con ipocentro a circa 17,9 km di profondità ed epicentro a 34 km a nord-ovest della città di Gaziantep (a circa 90 km dal confine con la Siria), nonché a 26 km ad ovest di Nurdağı, ha registrato una magnitudo di 7,8 Mww, venendo seguito da decine di altre scosse di assestamento. Si parla di circa 120 scosse di assestamento. Successivamente, una nuova scossa, con magnitudo di 7,5 Mww ed epicentro localizzato a 4 km a sud della città di Ekinözü, ha colpito soprattutto il territorio della provincia di Kahramanmaraş. Al momento della redazione di queste note, sono state già registrate oltre 40.000 vittime e circa 85.000 feriti. Migliaia gli sfollati. Cifre destinate, probabilmente, ad aumentare, secondo fonti O.N.U. Dobbiamo rilevare che, già dal 9 febbraio, a tre giorni dal sisma, l’evento cominciava a trovare meno spazio nei quotidiani e nei telegiornali, per passare ad altre notizie, indicate nell’incipit di questo testo, se non per aggiornare il numero dei morti e dei feriti. Si badi bene che questa è una situazione normale, diciamo cosi’, le persone dopo la guerra nel centro Europa e la pandemia, dopo un breve momento di sgomento e solidarietà verso le vittime, preferiscono pensare ad altro. Misurare gli effetti devastanti di un terremoto è abbastanza difficile, si è passati dalla “Scala Mercalli” che indicava gli effetti del sisma alla rilevazione del Fisico e Sismologo Richter che ha introdotto il concetto di MAGNITUDO. I limiti del primo sistema sono dovuti alla presenza o meno dei danni agli edifici, immaginatevi misurare il sisma nel deserto. Il secondo elaborato nel 1935, è una misura della grandezza relativa fra terremoti e non una stima reale della reale grandezza dei terremoti. Anche questo metodo ha un difetto, è valido solo se la distanza rilevata dal sismografo rientra entro le 600 miglia dalla stazione che ha registrato l’evento. Per questo sono state introdotte altre scale che vanno dal Magnitudo di Volume, al Magnitudo Superficiale e a quello di Durata. Quest’ultimo fa parte dei parametri adottati dalla Protezione Civile e riguarda terremoti piccoli e locali che si basa appunto, sulla dell’evento. Si afferma che l’Anatolia si sia spostata di tre metri ! Ma solo i satelliti potranno dare un’idea precisa del movimento della Faglia Est Anatolica. La potenza di energia rilasciata è pari a trentadue atomiche lanciate su Hiroshima, mille volte più potente del terremoto ad Amatrice del 2016. L’evento sismico peggiore dal 1939 in Turchia secondo quanto dichiarato dal Presidente Erdogan, che ha assunto il coordinamento dei primi soccorsi, una task force di oltre 2400 squadre con 9000 uomini e donne. Ma non bastano ed ha quindi sollecitato ufficialmente la Nato, di cui la Turchia fa parte, ad inviare medici e ospedali da campo. Questo nonostante ci sia stata la mobilitazione da tutto il mondo. Nella città di Gaziantep, che ha avuto il maggior numero di morti anche a causa della presenza dei campi profughi dei siriani in fuga dalla guerra civile che insanguina quelle zone del Medioriente dal marzo del 2011, ci sono circa 500.000 siriani, su un totale di 3.500.000 di profughi ospitati in Turchia da Erdogan. Ricordiamo sfuggiti ai bombardamenti di Assad, sostenuto da Russia e Iran. L’area interessata dal sisma è di circa seicento kmq, percepito da novanta milioni di persone. Avvertito nell’area est del Mediterraneo, Cipro, Israele, Egitto. E’ stato diramato un allarme Tsunami per il Mediterraneo, poi fortunatamente rientrato. Il mastodontico castello di Gaziantep, che da quasi duemila anni svettava sull’altipiano sito nella parte più occidentale dell’Anatolia sud-orientale della Turchia proteggendo la città nata sulle ceneri dell’antica Antiochia ad Taurum, non esiste più. Il terremoto devastante che nella notte ha colpito il Paese, provocando migliaia di morti, lo ha letteralmente spazzato via. Una perdita enorme dal punto di vista culturale perché il monumento, patrimonio dell’Unesco, era antichissimo. La prima costruzione, infatti, risale addirittura agli ittiti che edificarono un osservatorio militare migliaia di anni fa (tracce di insediamenti portano le lancette del tempo indietro di 6000 anni rispetto a noi), anche se furono i romani a realizzare in quel luogo la prima vera fortezza tra il II e III secolo dopo Cristo. Colpita duramente la città di Aleppo, in Siria, che si vanta essere la città più antica del mondo. Sono state colpite soprattutto le arterie stradali, cosa che ha reso difficile ai soccorsi raggiungere i luoghi del disastro. Si pensi che il sisma è stato percepito perfino in Groenlandia. La gente rientrava nelle case per sfuggire al freddo ed è stata sorpresa dalle scosse successive. Si dice che la tragedia abbia unito Turchia e Siria, che non hanno rapporti diplomatici. In campo ci sono Russi e Ucraini, mentre Israele offre aiuto alla “nemica” Siria. Colpita la zona di Idlib in Turchia, che ospita 2 milioni di profughi siriani, dove manca perfino l’acqua negli ospedali, zone colpite da epidemie di colera. Ma prima di queste scosse di terremoto l’oblio è calato sulla popolazione siriana sotto il regime di Bashar (Bassar) Assad, dove ci sono 7 milioni di sfollati interni, 14 milioni di persone che hanno bisogno di aiuto umanitario e 6 milioni di persone in emergenza abitativa a causa delle distruzioni causate dalla guerra. L’area colpita dal sima, dal punto di vista geopolitico, è a maggioranza cura, popolazione apertamente ostile ad Erdogan che andrà alle prossime elezioni entro il giugno di quest’anno. La lezione del sisma del 1999 e che aveva catapultato il partito del presidente AKP (Partito per la Giustizia e per lo sviluppo) verso il potere, non è servita, ora Erdogan teme non solo di perdere le elezioni ma anche di una rivolta popolare. Qualcuno si chiede se gli aiuti “umanitari” avranno in futuro una contropartita. La Russia alleata di Assad nella guerra civile, ma che strizza l’occhio ad Erdogan, diciamo nemico di Assad. Israele che aiuta la Siria. Nell’area ci sono due importanti gasdotti che interessano la Grecia per esempio. Paese che ha un conto in sospeso con la Turchia per la questione di Cipro. Aiuti importanti dal punto di vista umanitario ma anche,ripeto, geopolitici. Poteva essere fatto qualcosa che non è stato fatto? In futuro queste relazioni politiche potranno portare un beneficio di pace all’area e al mondo ? Non lo sappiamo. Certo che una Siria che subisce le sanzioni a causa del regime di Assad, che non vede aiuti concreti, che ora arrivano in Turchia, che vede il proprio territorio in guerra con Russi, americani che hanno 3 basi militari, Iraniani alleati di Assad, Israele che bombarda un giorno si e l’altro pure quelle zone, l’ISIS che ha devastato quella nazione fino a poco tempo fa, come potrà risollevarsi………

Paradosso Socratico e Shoah

di Marco Marini

“Io so di non sapere” il famoso detto attribuito a Socrate e pervenutoci attraverso Platone, è ritenuto il fondamento del pensiero del filosofo greco, perché basato su un’ignoranza intesa come consapevolezza di non conoscenza definitiva, che diventa però movente fondamentale del desiderio di conoscere. In questo ruolo, gioca una parte fondamentale la Scuola. Qualche giorno fa in una trasmissione televisiva, credo fosse Report, si è parlato della scuola Finlandese. Questa Nazione è passata da un criterio selettivo, diciamo alla tedesca, che l’ha condotta nel giro di una generazione, ad non avere più nè dirigenti industriali nè politici tali da condurre il Paese stesso. Dopo una riforma che ha visto non solo aumentare il reddito del corpo insegnante, ma creare un percorso scolastico che prevedesse anche scuole professionali dove si potessero inserire quei giovani che non ambivano al proseguo nella carriera accademica ed a ruoli diciamo dirigenziali. Cosi’ la Nokia, importante e conosciuta azienda nel settore delle telecomunicazioni, ha potuto avere è tornata ad essere diretta da finlandesi piuttosto che dirigenti tedeschi che venivano pagati profumatamente e che lasciavano l’incarico dopo pochi anni. La Scuola avrebbe seguito passo per passo la crescita dei giovani finlandesi. Oggi sentiamo parlare di selezione, di sprone alle giovani generazioni magari umiliando il giovane se il rendimento non fosse adeguato agli sforzi. Ora è un punto di vista condivisibile o meno e lo consideriamo più una battuta che una seria programmazione. La Regione Autonoma della Sardegna pubblicizza in questi giorni proprio dei corsi professionali per creare un futuro lavorativo ai nostri giovani. A Sassari è stata data notizia dell’interessamento di una nota casa automobilistica giapponese di cui non si poteva fare il nome, ma che nel logo del personale chiaramente faceva riferimento alla Toyota, che ha fornito a titolo di comodato d’uso gratuito, un mezzo ibrido sulla quale l’IPSIA se non erro avrebbe fatto studiare i propri studenti. Acquisendo conoscenze all’avanguardia sulla nuova frontiera tecnologica dei mezzi del futuro, e non solo visto che attraverso la struttura aziendale i giovani avrebbero pubblicizzato il proprio curriculum-vitae, e ponendosi sul mercato del lavoro non appena conseguita l’abilitazione. Va bene e cosa centra questo con la Shoah ? Sempre la scuola ed i suoi studenti svolgono un ruolo importante sull’argomento. Ieri a Cagliari presso la Fondazione Siotto in Castello Via dei Genovesi, è stato inaugurato il cosiddetto Giardino dei Giusti, sulla falsa riga di ciò che esiste allo Yad Vashem, il Museo del Ricordo della Shoah a Gerusalemme. Sono state applicate ad una parete 7 lapidi di altrettanti sardi che si sono prodigati nel salvare gli Ebrei dalla persecuzione nazi-fascista. Ebbene oltre a varie organizzazioni che si occupano dell’argomento, il lavoro di ricerca principale è stato effettuato dagli studenti di alcuni istituti sardi. Quindi la conoscenza è importante per non ricadere negli obbrobri accaduti nel secolo appena trascorso ed in quello appena iniziato. Ma è difficile portarla avanti, questa conoscenza. Un po’ per pigrizia, un po’ per stanchezza come citava Liliana Segre in questi giorni. Ma anche perché siamo saturi di stereotipi sui vari argomenti. Per carità, come disse una psicologa conosciuta a Fiuggi durante un corso di riqualificazione professionale, “..é sulla palude della nostra vita che ci creiamo degli stereotipi che permettano di restare a galla..” più o meno diceva cosi’. Giusto, ma se questi stereotipi ci portano ai vari genocidi, allora c’è da preoccuparsi. Si pensi che durante l’inizio delle persecuzioni anti ebraiche della seconda guerra mondiale, un ebreo di Salonicco riusci’ a sfuggire ad un rastrellamento in Austria se non erro, torno nella sua comunità in Grecia ed avvisò del pericolo imminente. Nessuno gli credette, addirittura lo internarono. Oggi non esiste più la comunità ebraica di Salonicco. Ma come si sarebbe potuto credere ad una storia simile, che , forse giustificata dall’odio razziale, si sarebbe quasi accettata normalmente, certo non dalla comunità ebraica. Perché proprio dalla scuola si è cominciato a inculcare nei giovani quell’odio scaturito poi nelle leggi razziali sia in Germania che in Italia, che hanno portato alle tragiche conseguenze che conosciamo e che ricordiamo il 27 gennaio. Ma questo basta per lasciarci tranquilli, se non almeno nelle coscienze ?. Non ne sono sicuro. Abbiamo conosciuto e conosciamo molte persone che consideriamo buone e intelligenti, ma che sembra esprimano delle considerazioni a mio parere discutibili. Come quel sacerdote che mi disse che se esisteva un antisemitismo ciò significava che prima c’è stato un semitismo (?). O quell’amica che citando un fatto raccontato dal, o al, marito, ricordava una signora EBREA, in provincia di Cagliari che non avrebbe mai fatto sposare la propria figlia a un non ebreo, cosa normale in una certa mentalità italiana, mogli e buoi dei paesi tuoi si dice. I matrimoni misti nella comunità ebraica mondiale è attestata sopra il 50% , soprattutto fuori da Israele. O quella persona che frequentando un gruppo folkloristico incontrò degli ebrei di un altro gruppo che, dopo essere usciti dal bagno lasciarono un odore sgradevole ???. Gli altri invece lasciano un profumo di rose, scusate per l’argomento. O quel signore che dopo un viaggio in Terra Santa criticò l’ostentazione degli ebrei per le ricchezze, perché andavano in giro mettendosi l’oro addosso, mi fece vedere le foto e riconobbi le donne beduine che girano con un bracciale d’ro, tutte le loro ricchezze, tenuto alle caviglie come coloro che si incontrano per le strade in Tunisia. Agli ebrei era proibito indossare ori e gioielli sia durante il regno dei Re Cattolici Ferdinando di Castiglia ed Isabella di Aragona sia durante il nazi-fascismo dove vennero depredati dai governi. Ricordiamo i 50 kg d’oro richiesti da Kappler alla comunità ebraica di Roma, non bastarono e vennero aiutati da cristiani e perfino dalla Chiesa. Ma non servi’ ad evitare la via per Auschwitz. O quel dirigente della pubblica amministrazione che affermò che solo gli ebrei ricchi si salvarono. E cosa c’è di strano, raramente nella storia se non per casi sporadici, si sono viste comunità che si aiutano e si salvano vicendevolmente. Ma la famiglia di Otto Frank, padre di Anne, allora ? A cui il governo degli Stati Uniti negò più volte il visto di ingresso in quel paese ? Gli Ebrei hanno cultura perché hanno i soldi, dice qualcuno, e allora gli arabi coi petrodollari avrebbero dovuto guidare il mondo o risolvere definitivamente per esempio il problema dei fratelli in Palestina, ma sembra preferiscano accordarsi con Israele ed il mondo occidentale in genere. O quell’amico che considera fastidioso lasciar intravedere i boccoli dei capelli dal Bozik il tipico cappello degli ebrei ortodossi, cosa prevista dalla Bibbia e seguita anche dai musulmani, insieme alla crescita della barba, ma non si dice nulla del turbante colorato dei Sikh. O quell’altro amico che affermava che se non ci fossero stati gli esperimenti sulle cavie umane nei campi di concentramento oggi non avremmo saputo nulla su certe malattie. Infatti tutte le cavie erano “volontarie”. O infine quel sacerdote in una Chiesa a Cagliari che durante un’omelia si scagliò contro la città di Gerusalemme in quanto fortificata. E allora Babilonia ? La Città Santa per le tre religioni è stata fondata nel secondo secolo avanti Cristo.  O quel simpatico barista romano che aveva l’attività vicino al mio ufficio, quando mi ha sentito parlare del mio interesse per il vicino oriente, in genere, lui si irrigidi’ invitandomi a parlare col padre dei problemi avuti con gli ebrei. Chiesi quali fossero questi problemi e mi accorsi che la sua diciamo ostilità era indiretta ma non mi ha specificato un fatto. O quel conoscente di cultura medio alta, autore di un testo su Roma antica studiato presso l’università di Cagliari che al sentirmi parlare dei miei interesse, che ribadisco riguardano tutte le culture del vicino oriente, Islam eccetera, mi disse che la Sardegna non c’entrava nulla con gli ebrei. Si era dimenticato dei quindici secoli circa passati nella nostra Isola. Sono affermazioni fatte in buona fede, non ritengo siano generate da un odio verso il popolo ebraico, ma tant’è che ancora oggi si chiede alle vittime di giustificarsi. Magari scopriremo le vere cause dell’antisemitismo e spereremo di ricordarci della Shoah in maniera più consapevole e proficua perché abbiamo risolto il problema. Meditiamo gente meditiamo.

27 Gennaio 2023, Giornata della Memoria

di Marco Marini

In pace i figli seppelliscono i padri, in guerra sono sono i padri a seppellire i figl (Erodoto)

Anche quest’anno si celebra la giornata che ricorda la Shoah, lo sterminio degli Ebrei in Europa. E non solo degli ebrei, ma anche degli omosessuali, dei portatori di handicap, dei professanti altre religioni, delle donne.Un’ atrocità, che da sola dovrebbe far capire l’aberrazione della Shoah, riguarda i bambini mandati subito a morire nelle camere a gas o negli esperimenti del Dottor (?) Mengele. Quali erano le loro colpe? O forse erano inutili per lo sforzo bellico tedesco? Ancora oggi sono le vittime principali di tutte le guerre recenti,alla quale assistiamo ormai indifferenti e con qualche fastidio, forse. Qualche, macellaio permettetemi, pensa che è meglio non preoccuparsi delle conseguenze della loro morte, anzi si eviterà che in futuro qualcuno di questi possa vendicarsi, se dovesse sopravvivere.Lo scrittore ebreo di Venezia, Riccardo Calimani, ha recentemente affermato che il Giorno della Memoria è importante se resta la giornata dei mille perché senza risposta e lo sarà ancora se riguarderà tutti gli stermini.La senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah, ha espresso la sua preoccupazione sull’epilogo che potrebbe accadere a questo ricordo. Si ridurrebbe ad una riga nei libri di storia.Ha notato una certa stanchezza nelle persone sullo sterminio degli Ebrei, e questo si nota quando si prende in parola sull’argomento.Ma le iniziative proseguono, presso l’Università degli Studi di Cagliari si è ricordata la cacciata dei professori Israeliti dall’insegnamento e si continuano a cercare coloro che hanno aiutato gli ebrei a salvarsi, i cosidetti Giusti Fra le Nazioni, ricordati presso lo Yad Vashem a Gerusalemme. Alcuni dei quali erano sardi.Questo fa ben sperare che la memoria non vada persa, ma le perplessità restano.Molti intellettuali contestano l’unicità della Shoah, evidenziando che la Storia umana ne è piena. E’ vero tutto ciò. Si pensi che l’intellettuale e politico Plinio, dirà a proposito della Guerra in Gallia “Humani Generis Iniuria” cioè CRIMINI CONTRO L’UMANITA’, per la prima volta nella Storia per rimarcare la crudeltà di quella guerra. E cosi’ ne vari spazi e nei vari tempi, della Storia.

Sul piano etico, violenza terrore e stragi sono tutte uguali, non c’è distinguo, non si tratta di numeri ne di totalitarismi più o meno cattivi, URSS, CINA, Ruanda, ex Jugoslavia, Cambogia, crimini infami.

 PERO’ per la Shoah mai un popolo, in quanto tale, é stato braccato in mezzo mondo, deportato e quasi completamente sterminato solo perché legato ad una Religione – Cultura – Tradizione.

Lo scopo preciso era l’eliminazione di un qualsiasi dopoguerra per l’avversario, nessuna da catechizzare, nessun esilio, semplicemente perché non era previsto alcun sopravvissuto.

Questo sembra avvalorare l’idea che dalla Storia non abbiamo imparato nulla. Basta guardare ciò che succede nel centro dell’Europa. Una guerra che ha scatenato contrapposizioni violente dal punto di vista verbale, investimenti in strumenti di guerra che non vedevamo da decenni. Dubbi su chi ha ragione e torto, giustificazioni sull’intervento dell’invasore e il diritto dell’invaso a difendersi. Da una parte il Gruppo Wagner e dall’altra il Gruppo Azov entrambi filonazisti e accusati di crimini di guerra. Come se in guerra esistessero delle regole tipo Monopoli o Gioco dell’oca…..

Ancora oggi manifestazioni sportive degenerano in scontri fisici tra tifoserie che inneggiano, spesso a Hitler, cioè a colui che ha fatto della violenza la propria ideologia. Quando il principe Harry si vesti’ come una SS, ci fu grande scandalo in Gran Bretagna, perché ancora si ricorda ciò che il dittatore nazista ha fatto a quella nazione. Per carità a carnevale ognuno può vestirsi come vuole, ma ricordiamo che il nazismo è cominciato con le marce dei ragazzini vestiti in divisa e gagliardetti, come se fossero dei boy scout, non me ne vogliano i seguaci di Baden-Powell. Poi un po’ più grandicelli sono andati a rastrellare ebrei e partigiani nell’est europeo, dopo aver bruciato libri, non graditi al regime, distrutto sinagoghe ecc.

Quello che mi fa riflettere e preoccupare, è che questa civilissima Europa, patria dell’Illuminismo della Ragione è altrettanto genitrice di stermini e devastazioni, spesso effettuate nel nome di questa o quella Idea se non addirittura in nome di Dio (Blasfemia). Abbiamo ridotto in schiavitù l’America del Sud, L’Africa e cercato di imporci in Asia, senza riuscirci.

Allora, forse non dovremmo meravigliarci se 78 anni fa abbiamo scoperto l’orrore della Shoah.

Ha ragione Calimani, dobbiamo dare risposte ai mille perché. Conosciamo Chi, Dove, Quando, Che cosa,

la famosa regola delle 5 W dello stile giornalistico anglosassone (Who ? Where? When? What?) ma resta

forse, quella domanda fondamentale alla quale non abbiamo dato una risposta significativa:

WHI ? Perché ?

Ma per fortuna, se cosi’ si può chiamare, camminando per le vie di alcune città come Roma o Ferrara o Firenze o Monaco di Baviera, a ricordarci ciò che è avvenuto, vengono incorporate, nel selciato stradale delle città, davanti alle ultime abitazioni delle vittime di deportazioni, dei blocchi in pietra ricoperti da una piastra di ottone posta sulla faccia superiore. Un’iniziativa dell’artista tedesco Gunter Demnig per lasciare nel tessuto urbanistico delle città una memoria diffusa per ricordare i cittadini europei deportati nei campi di sterminio nazisti. Sono le cosiddette PIETRE D’INCIAMPO

Hanno arrestato il re. Roberto Saviano racconta Matteo Messina Denaro

di Roberto Saviano

Hanno arrestato il re. Cosa Nostra, l’unica fra le organizzazioni criminali, continua a mantenere una struttura piramidale, mentre le altre si costituiscono come confederazioni, non hanno un unico sovrano. Riina è morto in carcere da re. Provenzano, in tutti i suoi anni di latitanza, operava da monarca ma formalmente era viceré.

Matteo Messina Denaro, ovvero il vertice di Cosa Nostra, l’ultimo membro di una mafia che appartiene al passato, alla vecchia generazione, le cui scelte sanguinarie hanno letteralmente consumato il potere dell’organizzazione. Classe 1962, Matteo Messina Denaro è figlio di un uomo d’onore; viene «combinato» mafioso giovanissimo, ed è stato protagonista dell’ascesa dell’organizzazione più feroce e mediatica che il crimine organizzato abbia conosciuto nell’Europa occidentale: la mafia corleonese.

I corleonesi cominciano una vera e propria rivoluzione mafiosa, fanno la guerra ai palermitani in nome della purezza dei princìpi mafiosi: Bontade e Inzerillo stanno trasformando Cosa Nostra — secondo la loro visione — in una sorta di formazione politica, al servizio dei potentati politici, che decide gli omicidi autonomamente senza discuterne con tutte le famiglie, esautorando sostanzialmente il ruolo della Commissione; i corleonesi vogliono combatterli, giustificano il loro colpo di stato difendendo l’importanza della collegialità delle decisioni e il ritorno alle regole d’onore che vogliono l’organizzazione in posizione dominante rispetto la politica.

In realtà quest’operazione è soltanto di facciata, perché, esattamente come capita in ogni colpo di stato, una volta ottenuto il potere, i corleonesi accetteranno soltanto la presenza delle famiglie loro alleate e cancelleranno tutte le altre. È proprio qui che Matteo Messina Denaro prende spazio: condivide con la Cupola di Cosa Nostra, ma soprattutto con Riina, Madonia, Bagarella, la necessità di spendere tutto il capitale violento che hanno.

Le esecuzioni sono il metodo più veloce per imporre il proprio potere, anche se poi altrettanto velocemente il potere ottenuto in questo modo va perso, proprio in nome della stessa violenza. Messina Denaro è uno dei preferiti di Riina perché ha testa e violenza, non vuole essere un uomo d’onore pronto a scappare dinanzi alle decisioni difficili una volta ottenuta una vita agiata e una rispettabilità. Non ha una vocazione politica come Bontade o affarista come Buscetta.

Messina Denaro ha estro organizzativo è un soldato, obbedisce alla regola mafiosa senza discutere, partecipa al commando che nel 1992 uccide Antonella Bonomo, incinta di tre mesi, strangolata perché moglie del boss Vincenzo Milazzo che aveva osato iniziare a criticare il troppo sangue sparso. Il suo essere incinta condanna Antonella Bonomo, se avesse partorito un maschio avrebbe cercato di vendicare il sangue del padre.


Prima che l’organizzazione decidesse di minacciare lo Stato non era mai accaduto, quando aveva ucciso giudici, giornalisti, che si arrivasse al terrorismo, all’esplosione di bombe in strada com’è successo in via Fauro e davanti alla Basilica di San Giovanni Laterano e alla chiesa di San Giorgio al Velabro a Roma, in via dei Georgofili a Firenze, in via Palestro a Milano.

Messina Denaro è convinto che sia l’unica strada, l’unica capace di mandare allo Stato un messaggio chiaro: o arretrate, e permettete all’organizzazione e ai suoi affari di andare avanti e soprattutto mantenete la parola, ( i voti che Cosa Nostra vi ha procurato) oppure non avrete pace.

Le bombe hanno lo scopo di terrorizzare, di far cadere di volta in volta le maggioranze politiche sotto la pressione degli attentati. Questa è la linea di Messina Denaro, a farla entrare in crisi saranno solo i pentiti. La Barbera, Di Maggio, Di Matteo: sono uomini d’onore, quindi assassini convinti di appartenere a un’organizzazione che permette loro di crescere economicamente, che ha dato loro dei codici, ma non avrebbero mai immaginato un’evoluzione fatta di bombe, di stragi non riescono a seguire questi ordini e cominciano a collaborare con lo Stato.

La risposta di Messina Denaro e i vertici di Cosa Nostra è feroce, sequestrano il figlio di Santino Di Matteo, Giuseppe.

Brusca, Bagarella, Graviano, si presentano al maneggio dove il bambino va a lezione di equitazione, si identificano come poliziotti del nucleo operativo protezione pentiti, gli dicono che l’avrebbero portato dal padre. Il bambino si cambia subito, è contento di rivedere suo padre e invece verrà sequestrato.

In genere non si uccidono i parenti dei pentiti perché significa sostenere le dichiarazioni di veridicità di quel pentito. Si cerca di intervenire quando il pentito non ha ancora detto tutto, o di smentirlo in tribunale, senza toccare la sua famiglia. Ma in questo caso, Matteo Messina Denaro non vuole semplicemente che Santino fermi la sua collaborazione, ma che ritratti.

È un messaggio importante da far arrivare a tutti: anche se parlate, vi costringerò a rimangiarvi tutto. E così, prima passano in rassegna i parenti di Santino Di Matteo, che però sono uomini d’onore che hanno preso distanza da lui, anche la moglie, quindi tutte persone intoccabili secondo il codice di Cosa Nostra. Ma, quando si parla di codice, è bene capire che è una finzione, un paravento messo a coprire gli atti più violenti considerandoli oltre il perimetro consentito. E la violenza mafiosa non ha mai perimetri.

Rapiscono un bambino (rinnegando la regola che non si toccano donne e bambini né si uccide una persona dinanzi a suo figlio) lo tengono nascosto per due anni, lo tengono legato, lo vessano. Gli dicono subito che è in quelle condizioni perché il padre ha parlato, quel «crastu», non vale niente. Il bambino comincia a odiare il padre per averlo spinto in quelle condizioni, mandano sue fotografie al nonno e alla madre.

Il padre cercherà, di nascosto dalla polizia, di andare a recuperarlo lui stesso insieme ad altri pentiti, ma non ritratta; non potrebbe nemmeno farlo, con tutti i dettagli che ha fornito ritrattare non avrebbe salvato né lui, né suo figlio. Giuseppe verrà strangolato l’11 gennaio 1996 e sciolto nell’acido, dopo una detenzione di 779 giorni: il sequestro più lungo nella storia dei rapimenti italiani, e tutto questo l’ha permesso Messina Denaro.

Il suo legame con la politica è dimostrato in molte parti della sua vita, ad esempio quando i suoi uomini, nel 2006, si incontrano in un’autofficina nel trapanese, dove scelgono la posizione politica sulla quale spingere: «Se vincono i comunisti ce ne dobbiamo andare», dicono. E viene chiesto l’appoggio elettorale a Berlusconi. Il politico di riferimento, però, è Antonio D’Alì, erede della famiglia che aveva fondato la Banca Sicula di Trapani, la più importante banca privata siciliana, fondatore di Forza Italia e sottosegretario del ministro dell’Interno dal 2001 al 2006.

Quello con D’Alì è un rapporto antico: i Messina Denaro ne gestivano le terre della sua famiglia, il padre e il nonno ne erano fattori. D’Alì è stato sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa fino al 2016, quando era stata decisa l’assoluzione in appello. Ma nel 2018, i giudici della sezione misure di prevenzione segnalano che si tratta di una figura a disposizione di Matteo Messina Denaro e di Salvatore Riina. D’Alì viene condannato a 6 anni per concorso in associazione mafiosa ed ora in carcere. Viene condannato il 14 dicembre scorso, la data va pesata perché circa un mese dopo Messina Denaro viene arrestato .

U «Siccu» questo il soprannome di Messina Denaro ha sempre saputo tenere i rapporti con la politica e con l’impresa e conserva la caratteristica principale per un capo: da un lato la spietatezza militare, dall’altro la capacità economica.

Del resto, viene scoperto che riciclava denaro reinvestendolo nei supermercati Despar, un marchio in franchising: i supermercati sono fonte di distribuzione del lavoro sul territorio e di assistenza tramite gli apparati di sconti sui prodotti per la casa e sul cibo; ha una capacità imprenditoriale all’avanguardia, che lo porta a investire anche nel gioco d’azzardo e nei parchi eolici.

Per comprendere la quantità di denaro, in una sola operazione nel 2007 la Dia sequestra a Giuseppe Grigoli, un imprenditore vicino considerato prestanome di Messina Denaro, 700 milioni di euro in immobili e negozi di abbigliamento e preziosi. E parliamo di una sola, singola operazione. Nel 2010 la DIA sequestra beni per 1,5 miliardi di euro a Nicastri ritenuto prestanome del boss e che investiva nell’energia eolica.

Nel 2012 vengono sequestrati altri 1. 5 miliardi di euro legati agli investimenti turistici. Non devono stupire i trent’anni di latitanza, perché in realtà Matteo Messina Denaro non è stato davvero cercato per circa vent’anni per arrestare un capo c’è bisogno di un investimento vero, che è avvenuto solo recentemente. Accadde lo stesso per Provenzano, arrestato dopo quarantatré anni di latitanza, in verità cercato per davvero da molto meno tempo. Come tutti i capi, non si spostano mai dal loro territorio , per due ragioni. La prima: il loro territorio è sicuro.

Spostarsi all’estero garantisce l’anonimato, ma non la sicurezza. Non puoi sapere se qualcuno ti vende o se qualcuno inizia a entrare nel quartiere a pedinarti o a chiedere informazioni, non verrai mai avvertito, non sai di chi puoi fidarti. Il proprio territorio, invece, è una garanzia: se qualcuno ti tradisce, sa che verrà punito insieme alla sua famiglia, qualsiasi informazione ti arriva in tempo e cambi luogo.

L’altra questione è legata alla gestione: se vai via, devi costruire un viceré, che prima o poi diventerà re. Messina Denaro viene dalla tradizione che ancora perseguitava le parole. Discende dalla Cosa Nostra che non ha ancora compreso che non puoi impedire di citare l’organizzazione o di criticare i capi; quella di Matteo Messina Denaro era una Cosa Nostra in cui non potevi pronunciare, non potevi insultare, in cui si veniva puniti per una parola. In questo contesto cresce Matteo Messina Denaro, e con lui finisce la mafia stragista definitivamente. Se lui si pentisse, molte cose potremmo conoscere, ma meno di quante ci aspettiamo.

I boss, oggi, sono molto potenti, a fronte di uno Stato fragilissimo. I capi negli ultimi 10 anni quando hanno parlato, non sembrano (almeno ad oggi) aver detto tutto quello che sanno, ma sono consapevoli che allo Stato basta poco. La politica vuole lo scalpo da esibire nel circo mediatico basta un risultato qualsiasi per gridare alla sconfitta della mafia o al grande arresto anche se, a conti fatti, non arrivano grandi rivelazioni. E questo i boss lo sanno. Se anche si dovesse pentire, non direbbe tutto quello che sa. Si parla davvero a uno Stato che sta davvero combattendo le organizzazioni criminali, e non è il nostro caso. Tra qualche giorno l’economia mafiosa sarà dimenticata e dimenticando che rimane l’economia più forte del paese.

(dal ‘Corriere della Sera’ del 17 gennaio 2023)

Vito Mancuso: ‘Signore, ti amo’, le ultime parole di Ratzinger, sono state coerenti con la sua vita

di Daniele Madau

Per parlare della grande figura del Papa emerito, nel giorno del suo funerale, ho incontrato il teologo, filosofo e scrittore Vito Mancuso, studioso sempre attento, aperto e disponibile.

Il suo gesto di dimissioni ha parlato più di ogni parola: la grandezza della sua umiltà, in quell’occasione, è stato un insegnamento che resterà nella storia. E’ necessario, però, approfondire ancora la figura di Joseph Ratzinger, e, per questo, approfitto della riflessione di Vito Mancuso, partendo proprio dalle ultime parole, pronunciate in fin di vita, come un testamento.

Da un punto di vista emozionale ed empatico, cosa pensa delle ultime parole di Ratzinger, così come ci sono state riferite?

Penso che corrispondano pienamente a una vita vissuta nella dedizione, e siano del tutto coerenti con la sua figura, che non ho potuto conoscere direttamente ma per come l’ho percepita

Il pensiero di Ratzinger è stato caratterizzato dalla lotta al relativismo, così presente nella filosofia moderna, penso, a esempio, al ‘pensiero debole’ : qual è la sua posizione a riguardo, da teologo e filosofo?

Il relativismo è caratterizzato dal dominio assoluto del proprio pensiero, senza limiti; al contrario, l’assolutismo pone un assoluto all’esterno di noi, al quale dobbiamo sacrificare ogni cosa di noi e tutto noi stessi. Io propongo invece l’essere relazione. O meglio, dentro di noi, nella nostra coscienza, dobbiamo essere assolutisti, cioè non scendere a compromessi e scegliere il bello e il giusto, la legalità, l’onestà, la correttezza. All’esterno di noi, però, nei rapporti, nell’etica, dobbiamo relazionarci e trovare un punto d’incontro tra tutti, su cui fondare il diritto, che sarà unico ma frutto di un incontro tra le varie esigenze.

Unanimemente papa Ratzinger è stato giudicato un fine teologo. Quali sono i cardini peculiari, più rilevanti, della sua teologia?

La sua opera più importante, a mio parere, è ‘Introduzione al Cristianesimo’, del 1968, in cui tenta di armonizzare la fede e la ragione: intesa, però, non con la ragione analitica che scompone e analizza, ma con il ‘logos’ greco, quello che dal caos porta al ‘cosmos’, cioè all’ordine e alla bellezza. Nelle ultime opere, invece, ho trovato qualche contraddizione, soprattutto laddove afferma che il Gesù dei Vangeli è, in tutto e per tutto, quello storico. Poi però ha affermato che alcune parti del Vangelo non sono storiche, come la terribile affermazione ‘il suo sangue ricada su noi e i nostri figli’-dell’episodio con Barabba – che ha dato origine all’accusa di deicidio verso gli ebrei: in queste affermazioni ho notato una caduta rispetto alle posizioni precedenti.

E’ stato un conservatore? Penso alla sua posizione sulle donne, che ha richimato sempre alla devozione alla famiglia, quasi come vocazione

Sì, è stato un conservatore, è questo ha creato una divisione tra suoi fautori e coloro che non concordavano. Come, del resto, capita per questo ideale di donna; anche tra le donne stesse c’è chi si rispecchia e chi no: l’importante è seguire la propria sensibilità e capire, nell’insegnamento di Ratzinger, che c’è una forte componente conservatrice.

Lei è stato molto legato al cardinal Martini, che è stato indicato tra i ‘papabili’ proprio nelle elezioni che, poi, avrebbero portato Benedetto e Francesco al pontificato. Quale strada avrebbe preso la Chiesa con lui?

Martini era uno studioso che non avrebbe mai tradito la verità della Scrittura per un dogma o un insegnamento puramente teorico o non basato, appunto, sulle Scritture. Per questo, credo che sarebbe stata una Chiesa libera nell’insegnamento, affidata a studiosi preparati e seri, dei quali molti sarebbero stati laici.

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