Un ragazzo su quattro vittima di bullismo: più colpito chi è percepito come diverso

Comunicato stampa PK COMMUNICATION

Fondazione Foresta, il nuovo report svela il ritratto degli adolescenti italiani tra corpo, emozioni e identità. Più di uno studente su quattro ha sperimentato episodi di bullismo o cyberbullismo.  L’indagine su 5.849 studenti delle scuole superiori fotografa differenze di genere, abitudini e fragilità e sarà presentata a Padova il prossimo 17 ottobre. Il professor Carlo Foresta: “Il bullismo è uno specchio del disagio giovanile: dietro le prepotenze spesso si nasconde fragilità, bisogno di riconoscimento o assenza di punti di riferimento adulti”

La Fondazione Foresta ETS, punto di riferimento nella ricerca sulla salute e sul benessere giovanile, presenta il report 2025, un’analisi approfondita che ha coinvolto 5.849 studenti delle scuole superiori italiane principalmente delle province del Nord-Est.
Il quadro che emerge dall’analisi dei questionari restituisce un allarme preoccupante: più di uno studente su quattro è vittima di atti di bullismo o cyberbullismo. Si notano differenze significative per sesso e caratteristiche personali. Le femmine risultano più frequentemente vittime, i maschi più frequentemente autori. Il profilo delle vittime restituisce una fotografia di vulnerabilità emotiva e fisica. Tra i ragazzi vittime si osserva una maggiore prevalenza di sovrappeso/obesità rispetto ai coetanei non vittimizzati (26% vs 15%); tra le ragazze la differenza è più contenuta ma confermata (13% vs 7%).
Accanto ai fattori corporei, pesano diversità nell’orientamento sessuale e identità di genere. Tra le ragazze vittime la quota di chi si dichiara “completamente eterosessuale” è più bassa rispetto alle non vittime (57% vs 69%), mentre aumentano “perlopiù eterosessuale” (23% vs 19%), “bisessuale” (8% vs 5%) e “fluido” (8% vs 5%). Tra i maschi vittime scende la quota “completamente eterosessuale” (82% vs 90%) e crescono le minoranze (es. “omosessuale” 3% vs 1%, “fluido” 2% vs 1%). “Il bullismo colpisce soprattutto chi è percepito come diverso — per aspetto fisico, identità o modo di vivere l’affettività — trasformando la vulnerabilità in un bersaglio”, sottolinea Foresta.
Tra i segnali di disagio che accompagnano la vittimizzazione, emergono solitudine e sofferenza psicologica. Nel campione generale le ragazze dichiarano più spesso di sentirsi sole (quasi una su due tra le ragazze, uno su tre tra i ragazzi), quadro che si riflette in una maggiore percezione di isolamento nelle vittime. Sul fronte dei risvolti psicologici, la pratica di autolesionismo nel campione di studio è più di frequente nelle ragazze vittime di bullismo (21,1% vs 9,4% nei maschi), con indicazioni coerenti di maggiore ricorso a supporto psicologico nelle femmine (ha già usufruito o ne ha sentito il bisogno di supporto il 63,7% contro 32,6% dei maschi).
La figura del bullo, specie al maschile, si accompagna a una più alta propensione a condotte a rischio: si fuma di più (tra gli autori maschi la quota di non fumatori scende di oltre dieci punti rispetto ai non autori), si consumano più alcol e sostanze (solo circa un terzo dei bulli maschi dichiara astinenza), e si registra una maggiore esposizione a pornografia online e sexting.
“In alcune adolescenti il confine tra subire e agire è sottile: il dolore non elaborato può trasformarsi in rabbia”, commenta il professor Foresta. “Il quadro complessivo parla di un fenomeno a doppia faccia: le vittime — più spesso femmine — portano i segni della solitudine e del disagio, mentre gli autori — più spesso maschi — si distinguono per trasgressività e comportamenti a rischio, specialmente nell’ambiente digitale. Il contesto familiare non mostra fratture eclatanti, ma tra gli autori si intravede una minore coesione. Non esistono solo bulli e vittime: esistono adolescenti in difficoltà che usano la rete, il corpo o la violenza per esprimere ciò che non riescono a dire. Per le scuole e per le famiglie è un segnale d’allarme. Non bastano interventi punitivi: servono programmi di prevenzione che agiscano sull’empatia, sul rispetto e sulla gestione dei conflitti, integrando l’educazione digitale con il supporto psicologico. Serve un’alleanza educativa stabile tra scuola, famiglia e territorio: riconoscere presto i segnali, offrire ascolto, costruire reti di protezione e di responsabilità”.



SCHEDA DI APPROFONDIMENTO – L’INDAGINE DI FONDAZIONE FORESTA (SINTESI)


L’indagine nazionale della Fondazione Foresta Onlus, condotta su 5.849 studenti delle scuole superiori (64% ragazze e 36% ragazzi) con un’età media di 18 anni, mostra dati significativi sul benessere psicofisico e sui comportamenti a rischio tra gli adolescenti italiani. Più di un terzo delle ragazze (36,4%) e un quarto dei ragazzi (25,2%) dichiarano di essere state vittime di bullismo o cyberbullismo. Tra chi compie questi atti, la prevalenza è maschile: 17,8% dei ragazzi contro 7,9% delle ragazze. Il peso corporeo emerge come fattore associato alla vittimizzazione: tra i maschi vittime di bullismo, il 26% è in sovrappeso o obeso, rispetto al 15% dei coetanei non vittime; tra le ragazze, le percentuali sono 13% contro 7%. Il tema della solitudine è molto presente, soprattutto tra le ragazze, che nel 72% dei casi dichiarano di sentirsi spesso o talvolta sole, rispetto al 48,5% dei ragazzi. Il disagio psicologico si manifesta anche attraverso comportamenti autolesivi: una ragazza su cinque (21,1%) ammette di essersi fatta del male almeno una volta, contro il 9,4% dei maschi. Tra i comportamenti a rischio, il fumo e l’uso di sostanze stupefacenti risultano più diffusi tra gli autori di bullismo: il 60,5% dei ragazzi autori fuma, contro il 28,5% dei non autori, e il 65,4% fa uso di sostanze, rispetto al 48,4% delle vittime. Infine, la sessualità online rappresenta un ambito di forte esposizione: tra le ragazze, il 52% delle autrici e il 42,3% delle vittime dichiara di aver inviato immagini intime; tra i ragazzi, le percentuali sono rispettivamente 42% e 31%. Nel complesso, i dati descrivono un quadro in cui bullismo, isolamento e comportamenti a rischio si intrecciano, delineando due profili prevalenti: vittime più spesso femmine, segnate da fragilità emotiva e solitudine, e autori più spesso maschi, con maggiore tendenza a fumo, sostanze e impulsività.

I vertici del governo presentano la nuova legge di bilancio

Presentiamo, come servizio ai lettori, il video integrale della conferenza stampa di presentazione della legge di bilancio, approvata ieri dal  Consiglio dei Ministri e che ora sarà discussa in parlamento. Tra i punti rivendicati dal governo, l’attenzione alle famiglie, ai salari, alle imprese, al lavoro

La conferenza stampa dei vertici di governo per presentare la legge di bilancio

Gaza come il sud del Libano? La soluzione dei due Stati è morta oppure no? 

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

Trump a Sharm-el-Sheikh (Afp)

«Una nuova alba per l’intero Medio Oriente»: è quello che Trump ha promesso ieri nei suoi discorsi in Israele e in Egitto circondato dai leader della regione e dai leader europei. La ricostruzione della Striscia sarà un enorme progetto internazionale. Quanti soldi e quanti soldati saranno disposti a fornire i vari Paesi? (Gli americani inviano 200 soldati ma resteranno fuori da Gaza). Saranno in grado di mettere insieme un piano umanitario complessivo? Sarà un piano per trasformare la Striscia in una sorta di «Miami Beach», in una «Riviera di Gaza» piena di hotel, oppure di abitazioni per la popolazione palestinese? Queste domande restano aperte.

Il portavoce per gli Affari esteri della Commissione europea, Anouar El Anouni, ha detto che l’Ue ha un importante ruolo da giocare e che quindi dovrebbe «essere parte» del Consiglio di pace che si occuperà della gestione di Gaza secondo il piano di pace proposto da Trump. Il portavoce ha anche detto che l’Ue vorrebbe vedere un ruolo più prominente per l’Autorità Palestinese e passi più chiari verso un orizzonte politico per la statualità palestinese e la soluzione a due Stati basata sui principi approvati da una larga maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite. Concetti ribaditi dal presidente del Consiglio europeo António Costa nel suo intervento a Sharm el-Sheikh: è stato lui a rappresentare l’Ue in Egitto. La presidente della Commissione von der Leyen ieri invece era a Tirana. «Siamo pronti a partecipare al Consiglio internazionale di pace e a sostenere tutti i processi: governance di transizione, ripresa e ricostruzione», ha detto Costa ricordando che «l’Unione europea è il principale donatore umanitario dei palestinesi» e che ha stanziato «1,6 miliardi di euro a favore dell’Autorità palestinese per il periodo 2025-2027».  L’Ue continuerà a sostenere l’Autorità e «il suo programma di riforme, assicurando che Gaza faccia parte di uno stato democratico, libero dal terrorismo». 

Se una nuova alba sorgerà, dipenderà da numerose altre incognite. La vittoria diplomatica ottenuta da Trump è stata possibile grazie al fatto di rimandare i colloqui sui temi più difficili, come l’arsenale di Hamas, poiché le due parti non erano pronte ad un accordo completo, come ha detto in un’intervista con il New York Times il premier del Qatar.  Gli Stati Uniti hanno usato le leve che avevano a disposizione in un modo in cui Biden non aveva voluto o potuto fare (come il prestigio di Trump in Israele, la sua prontezza ad aiutare lo Stato ebraico a colpire i siti nucleari in Iran, il passo falso di Netanyahu nell’attaccare Hamas in Qatar); anche altri Paesi non volevano o non potevano fare qualcosa del genere. E questo ha fatto la differenza. Non è stato facile ottenere che il premier Netanyahu desse il suo assenso, ma era diventata una priorità per Trump. Trump è il politico internazionale più popolare in Israele e per Netanyahu sarebbe stato molto difficile dirgli di no. La cosa più sorprendente agli occhi di alcuni è che Trump sia riuscito anche a convincere Hamas a rinunciare alla propria unica leva negoziale: i 20 ostaggi ancora in vita. Ha aiutato il fatto che i miliziani fossero esausti: avevano perso il 90% delle loro capacità militari. E’ stato fondamentale il legame stretto con alleati come il Qatar, la Turchia, l’Egitto. 

Netanyahu in ogni suo discorso – sia all’Assemblea generale dell’Onu che ieri alla Knesset – si è detto contrario a uno Stato palestinese. Alcuni credono che le cose potrebbero cambiare dopo le elezioni del prossimo novembre, con un leader diverso in Israele.  Ci sono più motivi per essere ottimisti adesso, anche se ci sono ancora tanti motivi per cui il conflitto può riesplodere di nuovo. Tra i motivi di ottimismo c’è il fatto che l’appoggio internazionale per la mossa di Trump è forte. E lui vuole fortemente che questa vittoria non venga meno:  lo aiuta anche a ricevere una copertura giornalistica positiva in patria da parte di media normalmente ostili come il New York Times, Cnn e Msnbc. C’è grande appoggio negli Stati Uniti per questo accordo anche nonostante lo scetticismo di alcuni nello stesso partito repubblicano. 

Trump non ha parlato di soluzione dei due Stati, su cui invece insiste ancora l’Ue: il presidente Usa ha spiegato di non avere un’opinione in proposito e che questa decisione spetta ai leader della regione. Robert Malley e Hussein Agha – due storici ex negoziatori della pace tra Israele e i palestinesi – nel loro nuovo libro «Tomorrow is Yesterday» (domani è ieri) hanno scritto che la soluzione dei due Stati era diventata una scusa usata  per trent’anni per non trovare una vera soluzione. In una recente intervista con il Corriere poco prima della svolta di Trump in Medio Oriente, Malley – negoziatore negli anni dei presidenti democratici Clinton, Obama e Biden- affermava che la priorità in questo momento era fermare i massacri a Gaza. Ai suoi occhi il riconoscimento dello Stato palestinese da parte di alcuni Paesi europei, avvenuto a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, non era una soluzione: non perché fosse una ricompensa per Hamas, come argomentavano Netanyahu e Trump, ma perché l’ex diplomatico lo riteneva «sbagliato e pericoloso» in quanto basato su una diagnosi scorretta della natura del conflitto.

Il saggio dei due negoziatori offre anche uno sguardo nel futuro dopo l’accordo raggiunto grazie a Trump. Secondo Malley e Agha, non è solo Netanyahu a opporsi ad uno Stato palestinese: «La stragrande maggioranza dell’opinione pubblica in Israele – virtualmente ogni partito sionista nella Knesset con l’eccezione dei partiti arabi – è contraria a uno Stato palestinese». Che cosa risponderà la comunità internazionale – si chiede inoltre l’ex negoziatore americano – quando si tratterà di «affrontare le richieste dei 700.000 coloni ebrei in Cisgiordania o a Gerusalemme? E che cosa faranno per riconciliare le aspirazioni palestinesi alla giustizia, alla sovranità vera e significativa, e alla compensazione per quelle che considerano le ingiustizie del 1948? Come faranno a riconciliare queste  richieste con quelle israeliane?».

Forse, dice Malley, c’è stato un momento in cui la soluzione dei due Stati era possibile, ma poi è diventata qualcosa che veniva ripetuto indipendentemente dalle condizioni impossibili sul terreno e che di fatto ha perpetuato lo status quo. «Ha dato l’illusione ai palestinesi di poter bilanciare una relazione diseguale tra loro e gli israeliani. Ha sostenuto una Autorità palestinese inetta e che non li rappresentava.  Alla radice, il problema della soluzione dei due Stati è che è stata definita una partizione netta tra Israele e Palestina, una linea sulla mappa che li tenga separati, ma non era una soluzione che rispondeva ai bisogni, ai desideri, alle emozioni, alle aspirazioni né degli israeliani né dei palestinesi. Offriva una soluzione che non risolveva ciò che era al cuore del conflitto per entrambi: per i palestinesi la richiesta di giustizia e compensazione dopo la catastrofe del 1948 e dunque una vera autodeterminazione, sovranità, indipendenza. Ma la partizione netta in due Stati non garantisce il diritto di ritorno per i rifugiati, una vera autodeterminazione, né si rende conto di quanto accaduto nel 1948. Anche per gli israeliani la soluzione dei due Stati non risponde alle loro aspirazioni ad una piena sicurezza, piena supremazia e pieno riconoscimento se volete dello Stato ebraico. Non risponde al fatto che esistono da entrambi i lati aspettative sul controllo della totalità della terra dal fiume al mare. Era una idea disegnata sulla carta, nata in Gran Bretagna, all’Onu, concepita dall’esterno, ignorando l’interezza della Storia, come se il conflitto fosse iniziato nel 1967, quando sappiamo che è iniziato molto prima, come minimo nel 1948, e alcuni direbbero ancora prima, a cavallo del XX secolo. Israeliani e palestinesi l’avevano accettata ma senza mai esserne energizzati e mobilitati. Noi sosteniamo che c’è stato un momento in cui forse sarebbe stato possibile anche se miracoloso arrivare alla soluzione dei due Stati, ma poi è diventato impossibile».

Il libro di Malley e Agha suggerisce che «dobbiamo imparare da tutti gli elementi del conflitto israeliano e palestinese. Ci sono momenti nel passato in cui ebrei e arabi hanno convissuto più pacificamente e dovremmo vedere se ci sono modi in cui possono vivere l’uno accanto all’altro in modo più creativo». 

Secondo il politologo Ian Bremmer, intanto Gaza «somiglierà in futuro al sud del Libano. Israele manterrà un significativo controllo almeno di una zona cuscinetto (e forse di più) a Gaza  e continuerà ad essere coinvolta in attacchi militari quando ne vede l’opportunità. Ma i palestinesi non se ne andranno, la ricostruzione è possibile, e se per i Paesi del Golfo continuerà ad essere una priorità, la gente di Gaza avrà forse anche una opportunità territoriale nel lungo periodo». La normalizzazione tra Israele e i Paesi del Golfo finora è stata sempre condizionata al cammino verso lo Stato palestinese. Bisognerà vedere se resterà così nel lungo periodo.

Italia, Francia, Stati Uniti: mal comune…

di Daniele Madau

Merkel e Sarkozy sorridono a una domanda su Berlusconi (2011)

Sai che cosa diceva quel tale? In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù‘ (Orson Welles, Il terzo uomo)

A parte qualche inesattezza, quest’aforisma sembra sempre essere valido – del resto, parliamo del genio di Orson Welles- per riflettere sul nostro sistema politico e sulla nostra società,  che è specchio del nostro modo di vivere la politica.  La nostra Italia non è terra di apatia o, quantomeno, di sereno vissuto quotidiano socio-politico, ma penisola di perenne tensione, di perduranti lotte dialettiche, di disparità insostenibili ma incolmabili, di picchi e cadute, di drammi plateali, di genio e sregolatezza, bellezza e volgarità, di logos e caos, di pathos.

Molti ci definiscono un laboratorio, e forse, in questo, c’è un fondo di verità,  ma non si riesce a comprendere il perché. Berlusconi ha anticipato Trump per moltissimi punti di vista? Forse. E se sì,  perché? La Francia sta vivendo ciò che ha vissuto l’Italia quindici anni fa in così tanti aspetti da rimanere quasi increduli? È verosimile. E se, invece, è davvero così, perché?

Ricordiamo tutti i sorrisi di Merkel e Sarkozy (Consiglio d’Europa 2011) a una domanda su Berlusconi. Come contraltare- un anno dopo- ci furono le lacrime di Elsa Fornero in conferenza stampa, per annunciare le riforma delle pensioni.

Ecco la nostra maschera: Pierrot, che ride e piange alla luna. Pochi sanno che, anche Pierrot, nacque in Italia.Il suo nome, infatti, è un francesismo che deriva dal personaggio italiano della commedia dell’arte, Pedrolino, interpretato nella celebre Compagnia dei Gelosi da Giovanni Pellesini alla fine del Cinquecento. Il personaggio fu portato in Francia, dove entrò a far parte dei repertori delle Compagnie francesi con il nome di Pierrot. I francesi lo reinventarono e diedero nuova vita a questo personaggio adattandolo al gusto loro e poi del pubblico delle corti europee. Nella versione francese Pierrot perse le caratteristiche di astuzia e doppiezza proprie di quello italiano per diventare il mimo malinconico innamorato della luna. Doppiezza in Italia, malinconia in Francia: fa riflettere, pur senza dare troppo peso a evidenti suggestioni.

Elsa Fornero fu bersaglio facile e indifeso di accuse e attacchi barbari, maleducati, a dir poco stonati. Ma ora le pensioni son sotto controllo, con un governo che – senza alcun giudizio nel merito e, soprattutto, di parte- è stabile e, verosimilmente,  arriverà a fine legislatura. In Francia il governo non nasce perché non si vogliono accettare i 62 anni per le pensioni e perché non si può dar vita a un governo di unità nazionale, dato che Macron è esponente di parte, e non super partes come Napolitano con Monti.

Negli Stati Uniti, il culto della persona di Trump sta diventando abnorme, e perciò preoccupante. Chi non ricorda il culto della persona di Berlusconi? Così narcisistico, televisivo, divisivo, nazionalpopolare, italiano? Nanni Moretti, nel ‘Caimano’ mise in scena l’incendio del Palazzo di Giustiza a opera dei berlusconiani;  la realtà ci andò vicino: fu solo assediato per qualche ora, e si cantò l’inno sulla scalinata. Negli Stati Uniti, il nano sulla spalla del gigante- Trump- fece assalire Capitol Hill. Nasce tutto dell’Italia? Come il Rinascimento ma, anche, come i totalitarismi di destra nel ‘900? E se sì,  perché?

Ritornando, per concludere in leggerezza, al mondo cinematografico, il nuovo libro di Giovanni Floris, Asini che volano, propone l’ipotesi che prima ridevamo dei ‘cinepanettoni’, ora votiamo i personaggi che li popolavano (afferma, Floris, ricordando Lollobrigida: ‘ Ma un ministro che chiama l’amministratore delegato di FS per far fermare un treno e poter scendere alla fermata preferita, non è un tipico personaggio da ‘cinepanettone?’). E’ una tesi affascinante che, nuovamente, aggiunge mistero al nostro essere italiani, in bilico su un sorriso come su un rasoio, perché spesso quel sorriso diventa risata sbocciata e superficiale, più che strumento di comprensione, come per Pirandello.

Per Churchill gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre, e forse è vero anche questo. Ma, oltralpe e oltreoceano, si vive ciò che noi, forse, abbiamo già metabolizzato. E non si può neanche dire ‘mal comune, mezzo gaudio’, perché quel sorriso, affilato come un rasoio, lo abbiamo solo noi. Del resto, in quanto a sorrisi enigmatici, La gioconda è in Francia, ma è opera di un italiano.

Il trumpista Babis, la crisi in Francia, i voti di sfiducia a von der Leyen: nell’Ue sale il rischio caos (ma stavolta l’Italia non c’entra)

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ieri durante l’intervento in plenaria al Parlamento europeo a Strasburgo (Epa)

Frammenti di conversazione ieri su un treno per Strasburgo. Una signora anziana, belga, racconta di stare andando in visita al Parlamento europeo e manifesta preoccupazione per il destino della Francia, per l’incertezza politica che Parigi sta vivendo dopo le dimissioni di Sébastien Lecornue e per il grande consenso del Rassemblement national di Marine Le Pen. Il suo interlocutore si presenta come un funzionario danese del Consiglio dell’Ue, anche lui diretto a Strasburgo per la plenaria del Parlamento europeo: cerca di rassicurare la signora spiegandole che «la destra è al governo in Italia e che l’Italia di Meloni è uno dei Paesi più stabili d’Europa». Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe successo? È ancora vivo lo scambio di sorrisetti tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy quando durante una conferenza stampa a Bruxelles nel 2011 fu chiesto loro se l’allora premier Silvio Berlusconi li avesse rassicurati sui provvedimenti che avrebbe preso il governo italiano per far fronte alla crisi del debito. Un’umiliazione.

Adesso l’Italia non preoccupa più Bruxelles. Sono altre le fonti di ansia per la tenuta dell’Unione europea. Certamente Parigi, perché senza una Francia forte e con i conti in ordine il motore franco-tedesco che da sempre traina l’Unione europea è destinato a restare inceppato. Ora più che mai serve una leadership visionaria e determinata, ma all’orizzonte non si vede nulla. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è più solido rispetto al predecessore Olaf Scholz, però ha il fiato sul collo dell’estrema destra, non può permettersi fughe in avanti. L’incertezza che regna su Parigi inevitabilmente indebolisce il presidente francese Emmanuel Macron. Il premier spagnolo Pedro Sánchez è ormai isolato con le sue posizioni su difesa e immigrazione. La maggior parte dei leader preferisce sedere al tavolo di Giorgia Meloni quando si parla di migranti irregolari. Tuttavia la premier italiana non può essere definita una leader europeista in senso stretto, la nazione è il suo punto di partenza e d’arrivo, l’Ue un progetto sussidiario, la sovranità nazionale non si tocca. Tra i grandi Paesi resta la Polonia, dove però il premier Donald Tusk battaglia quotidianamente con il presidente nazionalista Karol Nawrocki

A complicare lo scenario sta contribuendo anche la Repubblica ceca, dove nel fine settimana ha vinto le elezioni parlamentari il partito populista Ano-Azione dei cittadini insoddisfatti di Andrej Babiš, il miliardario di 71 anni autoproclamatosi «Trumpista», che ha già governato a Praga tra il 2017 e il 2021. Ano al Parlamento europeo fa parte dei Patrioti, il gruppo di Fidesz di Orbán, del Rassemblement national di Le Pen e della Lega di Salvini. Ano ha battuto la coalizione del premier uscente Petr Fiala, conservatore filoeuropeista che siede nell’Ecr, lo stesso gruppo di Fratelli d’Italia e di Meloni. Fiala ha sempre difeso a spada tratta il sostegno all’Ucraina e quando l’Unione europea ha mostrato lentezza ha lanciato un’iniziativa internazionale per fornire a Kiev le munizioni di cui aveva disperatamente bisogno. Babiš ha fatto campagna elettorale criticando Fiala «per aver parlato solo della guerra in Ucraina per quattro anni» e ha promesso di tagliare gli aiuti militari a Zelensky. Al tavolo del Consiglio europeo stanno dunque aumentando i leader contrari al sostegno all’Ucraina: all’ungherese Orbán e allo slovacco Fico, si aggiungerebbe anche Babiš se sarà nominato primo ministro. Questo proprio nel momento in cui i Paesi Ue, di fronte al disimpegno degli Stati Uniti, sono chiamati a farsi carico del sostegno militare all’Ucraina e del nuovo «prestito di riparazione» basato sugli asset russi congelati, mettendo le garanzie necessarie e trasformando il rinnovo semestrale delle sanzioni da decisione all’unanimità a decisione a maggioranza qualificata. Un piano tutto ancora da discutere.

I «trumpisti» d’Europa si rafforzano nonostante la guerra dei dazi scatenata da Washington: riescono a incanalare il malcontento popolare a proprio favore e allo stesso ad alimentarlo. L’atteggiamento ambiguo di Trump nei confronti di Putin contribuisce inoltre a giustificare le posizioni filorusse dei Patrioti, il gruppo di Bardella, Orbán, Babiš e Salvini. A meno di tre mesi dal voto di luglio, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è di nuovo alla sbarra degli imputati al Parlamento europeo con due mozioni di sfiducia presentate dai Patrioti e dalla Sinistra e che saranno votate giovedì. Possibilità di successo scarso perché questa volta la «maggioranza Ursula», formata da popolari, socialisti e liberali, si è dichiarata fin da subito compatta a sostegno della presidente. Ma i mal di pancia in casa socialista e liberale non sono stati archiviati, la polvere è stata per ora messa sotto il tappeto. La conflittualità specie tra Ppe e S&D è palpabile. Von der Leyen nel suo intervento ieri in plenaria ha invitato gli eurodeputati a «unire le forze» per garantire «risultati concreti». E ha puntato il dito contro gli avversari dell’Europa che «non solo sono pronti a sfruttare qualsiasi divisione, ma la stanno addirittura fomentando attivamente». Il riferimento è alla Russia di Putin.

Le due mozioni di sfiducia contestano a von der Leyen l’accordo sui dazi Ue-Usa, il Mercosur, quella dei Patrioti anche «le politiche verdi sbagliate» e quella della Sinistra «l’inazione» di fronte alla tragedia a Gaza. Von der Leyen si è rivolta agli eurodeputati ancora indecisi promettendo l’impegno del Collegio dei commissari «in qualsiasi formato»  per trovare «risposte» con l’Eurocamera. Ma il Parlamento europeo si sta balcanizzando e quella capacità di sintesi e di mediazione che lo contraddistingueva dai Parlamenti nazionali, divisi al loro interno tra maggioranza e opposizione, sta lasciando il posto a una crescente polarizzazione che rende difficile i compromessi all’interno della «maggioranza Ursula»

Le tre istituzioni europee — Commissione, Consiglio e Parlamento — sono sotto pressione. I dossier sul tavolo dell’Ue sono tanti e delicati: difesa comune, competitività, transizione verde e digitale, intelligenza artificiale, sostegno all’Ucraina per arrivare alla pace, processo di pace in Palestina, lotta alle diseguaglianze. Il rischio per l’Unione di cadere nel caos e quindi nell’irrilevanza geopolitica è elevato. I leader europei non possono permettersi di navigare a vista. Fra due settimane ci sarà un nuovo summit Ue. Quello di una settimana fa a Copenaghen era informale. Dalle conclusioni si capirà se il senso di urgenza dichiarato è reale.

Alberto Trentini: un silenzioso Premio Nobel per la Pace

Alberto Trentini

di Daniele Madau

La Ong ‘Humanity and inclusion’, per cui lavorava Alberto Trentini, ha vinto il Nobel per la Pace nel 1997, per il loro lavoro contro le mine antiuomo. Siamo in periodo di Premio Nobel e si sentono varie candidature, anche auto-candidature, che rivelano un ego smisurato, in netto contrasto con l’atteggiamento di chi lavora per la pace in modo disinteressato, e perciò autentico.

Scrivo queste righe per mantenere vivo il suo volto, la sua storia, la sua situazione, la pressione verso i governi interessati -in primis il nostro – e per riflettere, secondo le richieste della madre, Armanda. Ma non è semplice trovare le parole.

Saper andare oltre l’interesse personale e favorire il bene, superando le logiche egoistiche ed economiche così naturali, forti, apparentemente invincibili, è un dono incommensurabile, così prezioso che nessun premio può bastare.

Questo faceva Alberto Trentini, in silenzio, seguendo il proprio cuore e la propria coscienza, in Paesi lontani, con i più fragili. Lontano da tutti, ma ben presente a sè stesso e alla povertà del mondo, alla sua coscienza e all’idea di bene, quest’utopia che, quando si vuole, è concretissima.

Noi lo abbiamo conosciuto solo perché è stato arrestato nella maniera più brutale possibile, mentre compiva il bene, che è il suo lavoro, senza accusa, senza una motivazione: come nel peggiore degli incubi, come nel ‘Processo’ di Kafka.

Altrimenti, non lo avremmo mai consciuto, noi avremmo mai saputo dei suoi passi, dei suoi gesti, delle sue mani tra i bisognosi di qualsiasi tipo di cura e di affetto.

Di quanti, allo stesso modo, non conosciamo nulla, eppure sono il respiro del mondo, quel soffio vitale che rende vivo – e non irrespirabile- il nostro pianeta, la nostra vita.

Lo so, lo stanno facendo tutti, ed è banale-ormai- proporre un Premio Nobel per la Pace: ma io lo voglio fare, perché non riguarda una persona o un’associazione, ma un gruppo di innamorati del bene, dell’amore, ed è l’amore che ama sè stesso, quanto di più alto si possa pensare. Per tutti loro che, silenziosamente, amano la vita e la povertà, e la curano, e la servono, io vorrei proporre il Premio Nobel per la Pace, senza che emerga un nome solo, perché, sono sicuro, al contrario di chi fa il proprio, loro non vorrebbero che si sapesse.

Le leggi scritte e le leggi non scritte

di Daniele Madau

Mani alzate dell’equipaggio di un’imbarcazione della Flotilla

Giornata di sciopero generale, forse legittimo, forse illegittimo; forse -date le motivazioni- legittimo pur essendo -secondo il Garante – illegittimo.

Le scuole sono vuote, le piazze piene. In Israele, gli attivisti sono trattenuti, in attesa di espulsione. A Gaza la popolazione subisce ancora l’azione offensiva israeliana; a livello internazionale, si attende la risposta di Hamas al piano di pace Trump-Netanyahu.

Siamo come col fiato sospeso in attesa di poter finalmente respirare, mentre questo fiato sospeso- nelle piazze – viene liberato con urla e grida di protesta. Il silenzio e la protesta, le mani alzate della Flotilla e la marcia dei manifestanti, il richiamo del Garante e il pensare ai diritti fondamentali, che vanno oltre le leggi scritte. Si chiamano leggi non scritte.

Lo sciopero è legittimo? Le acque davanti a Gaza sono acque territoriali israeliane? La Sumud Flotilla ha aiutato – e aiuterà- o no la popolazione, e la pace, a Gaza?

Credo che la riflessione debba essere un’altra, quella che da 2500 anni interroga la profondità dei cuori dell’Occidente, da quando una ragazza-Antigone-seppellì il proprio fratello Polinice, andando contro le leggi dello Stato e seguendo le leggi non scritte, quelle degli dei, quelle della pietà.

Ha pagato con la vita, col corpo. Quel corpo bagnato e arresosi – con le mani alzate della pace e della pietà – dei membri della Sumud, durante l’irruzione dell’Idf.

Quel corpo va oltre le leggi scritte e ci riporta a 2500 anni fa, quando – per le leggi non scritte dell’amore- fu seppellito il corpo di Polinice e, mentre siamo riportati a quel momento, abbiamo in cuore lo struggente desiderio di non vedere più corpi da seppellire, morti in guerra.

Muro di droni, scudo orientale, difesa aerea e spazio: l’Ue si prepara al 2030 per far fronte al disimpegno Usa. Il summit di Copenaghen 

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Un tratto di confine tra Estonia e Russia, vicino a Vinski (Ap

Partiamo da un dato di fatto: gli Stati Uniti non sono più disposti a farsi carico della difesa dell’Europa, a cominciare dal sostegno all’Ucraina nei confronti della quale Washington resterà un fornitore di armamenti ma a pagamento, benché stia ora valutando di venderle anche missili a lungo raggio Tomahawk. Questo ormai i Paesi Ue lo hanno ben chiaro. Domani a Copenaghen i leader dei Ventisette si riuniscono per discutere di difesa e di Kiev (sul tavolo anche l’uso degli asset russi congelati) in un contesto di grande tensione, dopo gli sconfinamenti recenti di jet e droni russi. Non sono attese decisioni dal summit perché è una riunione «informale», ospitata dalla Danimarca che ha la presidenza di turno dell’Ue.

Ma il confronto serve a preparare il terreno per il vertice di fine ottobre nel quale i leader daranno il loro sostegno politico al piano della Commissione per rafforzare la difesa europea entro il 2030. In mezzo ci sarà la ministeriale Difesa della Nato – il 15 ottobre – che contribuirà ulteriormente al dibattito e alla messa a fuoco delle capacità militari necessarie per costruire il pilastro europeo dell’Alleanza.

Il clima non è dei più distesi. Svezia e Francia hanno approvato l’invio in Danimarca di forze speciali anti-drone che affiancheranno le autorità locali in vista del summit e da ieri fino al 3 ottobre c’è un divieto totale di utilizzare qualunque drone civile. Copenaghen ha anche deciso di richiamare i riservisti. Secondo un’alta fonte europea «non è escluso» che le interferenze causate dai droni non identificati nello spazio aereo danese di questi giorni siano collegate all’organizzazione del Consiglio europeo informale di domani e al vertice della Comunità politica europea di giovedì. Secondo questa fonte potrebbe trattarsi di un’operazione di «pressione mentale» della Russia, tenuto conto degli argomenti sul tavolo.

La presidente Ursula von der Leyen ieri ha condiviso con gli Stati membri un documento che sarà alla base della discussione di domani e che parte dall’assunto che «un nuovo ordine internazionale si sta attualmente formando in un periodo di intensa competizione interstatale». La Commissione ha indicato quattro progetti-faro che saranno dettagliati nella road-map di fine mese: il «muro di droni», cioè un sistema multi-strato di capacità anti-drone interoperabili; lo scudo orientale, ovvero il rafforzamento delle frontiere orientali (terra, aria, mare); lo scudo di difesa aerea (proposto per la prima volta da Polonia e Grecia) e la protezione degli asset spaziali. Questi progetti, secondo la Commissione, hanno «il potenziale per diventare Progetti europei di difesa di interesse comune (EDPCI)», quindi per poter essere finanziati con i soldi comuni.

Bruxelles vuole evitare la percezione di un beneficio solo per i Paesi dell’Est e dunque nel documento si spiega che «i progetti faro hanno natura trasversale e implicano progressi paralleli in diverse aree di capacità e in settori che vanno oltre la difesa fondamentale. La protezione delle infrastrutture critiche, la gestione delle frontiere e la sicurezza interna saranno di particolare importanza».

Per aumentare il coordinamento con la Nato sulla standardizzazione e sulla pianificazione delle capacità, oggi il segretario generale Mark Rutte parteciperà alla riunione sulla sicurezza del Collegio dei Commissari. La difesa è competenza nazionale. E i grandi Paesi come Francia, Germania e Italia, che hanno mezzi e capacità, difendono questo ruolo. I Paesi Ue più piccoli, invece, vedono un’opportunità nel coordinamento da parte della Commissione in materia di difesa. Anche se la maggioranza guarda con scetticismo l’ipotesi di introdurre un semestre europeo della difesa, simile a quello per il coordinamento delle politiche economiche: le capitali vi vedono un approccio troppo burocratico e un’eccessiva invadenza della Commissione. Per trovare un punto di equilibrio, il presidente del Consiglio europeo António Costa ha proposto di discutere anche come garantire un controllo e un coordinamento politico efficienti e dunque come rafforzare in particolare il ruolo dei ministri della Difesa nel Consiglio. Tra le idee che stanno girando c’è anche quella di creare un Consiglio Difesa separato, ora rientra sotto il Consiglio Affari esteri, in modo che si riunisca ogni mese.

Con l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, sono 23 i Paesi Ue che ne fanno parte, pari a circa il 97% della popolazione europea. Pilastro europeo della Nato e difesa europea tendono quindi a sovrapporsi. Ma c’è una distinzione non banale da tenere a mente. La Nato con gli Stati membri ha la competenza militare, però la cassa per i progetti comuni resta in seno all’Unione. L’Alleanza è dotata di un bilancio limitato, sono gli Stati membri che investono in difesa e mettono a disposizione della Nato quanto serve. Dunque per dare una spinta all’industria della difesa europea servono i fondi Ue che sono in mano alla Commissione,  alla quale gli Stati membri hanno dato il compito di redigere una road map con le priorità operative.

L’inizio del documento è emblematico: «Ciò che l’Europa e i suoi Stati membri faranno per il resto di questo decennio — si legge — plasmerà la sicurezza del nostro continente per il resto di questo secolo. Entro il 2030, l’Europa necessita di una postura di difesa europea sufficientemente forte per dissuadere in modo credibile i suoi avversari, nonché per rispondere a qualsiasi aggressione». Il piano di von der Leyen individua nove aree critiche di capacità da colmare entro il 2030: difesa aerea e missilistica, artiglieria, mobilità militare, missili e munizioni, cyber e intelligenza artificiale, guerra elettronica, droni e anti-droni, combattimento terrestre, capacità marittime e abilitatori strategici. 

Gli Stati membri dovranno costituire coalizioni di capacità coordinate dall’Agenzia europea per la difesa, con il sostegno finanziario del nuovo strumento Safe, sottoscritto da 19 Paesi Ue: 150 miliardi di euro di prestiti congiunti, di cui 100 miliardi già destinati a Stati sul fronte orientale. Ma i Paesi dell’Est non vogliono solo prestiti, chiedono anche grants, ovvero finanziamenti a fondo perduto su cui per ora non sembra esserci molto margine di manovra.  Mentre nel prossimo bilancio pluriennale è previsto un fondo di 131 miliardi di euro per difesa e spazio.

Resta da vedere se gli Stati europei sapranno superare le rivalità. «Il complesso panorama delle minacce indica anche la necessità di agire insieme — scrive la Commissione — piuttosto che frammentare i nostri sforzi attraverso iniziative nazionali non coordinate. C’è quindi una chiara necessità di investire di più, investire insieme e investire europeo». Più facile a dirsi che a farsi, come dimostra il litigio di una settimana fa tra Francia e Germania sulnuovo aereo da combattimento di sesta generazione — Future Combat Air System (FCAS)— che Parigi e Berlino dovrebbero costruire insieme e ora messo in forse.

Il 29 settembre 1944: ripensare all’assurda violenza e ripensare il presente

di Daniele Madau

«La nostra pietà per loro significhi che tutti gli uomini e le donne sappiano vigilare perché mai più il nazifascismo risorga.»
(Lapide del cimitero di Casaglia)

Il 29 settembre 1944, all’alba, iniziò la strage di Marzabotto- Monte Sole, la più efferata strage nazifascista. Martiri civili, donne, bambini, sacerdoti sono caduti per la nostra libertà, in un territorio che aveva scelto quella libertà, la dignità, il coraggio di opporsi alle barbarie, l’eroismo di porsi al fianco dei partigiani. Fu la più grande strage dell’Europa occidentale. Oggi c’è solo il bosco, in quei luoghi, a custodire la memoria. In questi giorni di autoritarismi, nuove tirannie, violenze insensate, piu’ che mai la storia deve essere maestra e guida, per consentire alla mente e al cuore di orientarsi. Ripensare a quella violenza e ripensare al presente. Ma anche: ripensare all’assurda violenza è ripensare il presente, e far risuonare le parole di Calamandrei contro la viltà di ogni forza cieca che, ancora oggi, vuole sovvertire ogni legittimo diritto: ora e sempre, Resistenza!

Basti, per il ricordo, la secca cronaca. Riporto da Wikipedia. Dopo l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema avvenuta il 12 agosto 1944, inizia quella che viene ricordata come “la marcia della morte” che attraversando Versilia e Lunigiana giunse al Bolognese. Lo scopo era fare “terra bruciata” attorno alle formazioni partigiane nelle retrovie della linea gotica sterminando le popolazioni che le appoggiavano[8].

Nella zona circostante Monte Sole agiva con successo la brigata Stella Rossa che dalla posizione elevata ed impervia portava attacchi a strade e ferrovie che rifornivano il fronte. Già nel maggio del ’44 l’esercito tedesco aveva tentato un assalto ma era stato respinto come nei casi successivi durante l’estate. Così il feldmaresciallo Albert Kesselring decise di dare un duro colpo a questa organizzazione sterminando indiscriminatamente i civili e radendo al suolo i paesi circostanti. Già in precedenza Marzabotto aveva subito rappresaglie, ma mai così gravi come quella dell’autunno 1944.


Alcune vittime della strage
Capo dell’operazione fu nominato il maggiore[9] Walter Reder, comandante del 16º battaglione esplorante corazzato (Panzeraufklärungsabteilung) della 16. SS-Panzergrenadier-Division “Reichsführer-SS”, sospettato a suo tempo di essere uno tra gli assassini del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss. La mattina del 29 settembre, prima di muovere all’attacco dei partigiani, quattro reparti delle truppe naziste guidati da repubblichini, comprendenti sia SS che soldati della Wehrmacht, accerchiarono e rastrellarono una vasta area tra le valli del Setta e del Reno, utilizzando anche armamenti pesanti. «Quindi – ricorda lo scrittore bolognese Federico Zardi – dalle frazioni di Pànico, di Vado, di Quercia, di Grizzana, di Pioppe di Salvaro e della periferia del capoluogo le truppe si mossero all’assalto delle abitazioni, delle cascine, delle scuole», e fecero terra bruciata.

Nella frazione di Casaglia di Monte Sole la popolazione atterrita si rifugiò nella chiesa di Santa Maria Assunta, raccogliendosi in preghiera. Irruppero i tedeschi, uccidendo con una raffica di mitragliatrice il sacerdote, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani, rei di aver eseguito troppo lentamente l’ordine di uscire. Le altre persone, raccolte nel cimitero, furono mitragliate: 197 vittime, di 29 famiglie diverse tra le quali 52 bambini[10]. Fu l’inizio della strage: ogni località, ogni frazione, ogni casolare fu setacciato dai soldati nazisti e non fu risparmiato nessuno. Nella frazione di Caprara uccisero 107 persone, di cui 24 bambini. Poco lontano da Caprara i tedeschi individuarono diversi casolari da dove rastrellarono 282 persone, tra loro 58 bambini e due suore, uccise a colpi di mitra. Nella frazione di Cerpiano altre 49 persone, tra cui 24 donne e 19 bambini, subirono la stessa sorte[11][12]. Dal massacro si salvarono solo una maestra e due bambini. Altre 103 persone furono uccise dai tedeschi lungo la strada per la frazione di Creda. In quest’ultima furono uccise 81 persone, tra gli uomini (48) anche due sacerdoti. La violenza dell’eccidio fu inusitata: alcuni bambini furono gettati vivi tra le fiamme, dei neonati in braccio alle loro mamme furono decapitati e alla fine dell’inverno fu ritrovato sotto la neve il corpo decapitato del parroco Giovanni Fornasini.

Fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, dopo sei giorni di violenze, il numero delle vittime civili era spaventoso: circa 770 morti. Le voci che immediatamente cominciarono a circolare relative all’eccidio furono negate dalle autorità fasciste della zona e dalla stampa locale (Il Resto del Carlino)[13], indicandole come diffamatorie; solo dopo la Liberazione lentamente cominciò a delinearsi l’entità del massacro.

Europa e Stati Uniti nel nuovo mondo, saranno ancora alleati nel 2035? I tre scenari di Bruegel

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen (Afp)

Da qualsiasi lato si guardi l’attuale situazione, la soluzione suggerita per uscirne contiene sempre gli stessi elementi: «Se l’Unione europea vuole essere un attore che crea scenari piuttosto che semplicemente un attore che subisce gli scenari, come è attualmente — scrive il think tank Bruegel nel suo ultimo rapporto  — l’Europa deve lavorare per ottenere l’autonomia strategica in settori chiave quali la difesa, la tecnologia, la finanza e le materie prime critiche». Sono i temi su cui insiste anche Mario Draghi nei sui interventi ed appelli all’Ue e agli Stati membri affinché agiscano.

Il rapporto di Bruegel sui «Cambiamenti geopolitici e il loro impatto economico sull’Europa: rischi a breve termine, scenari a medio termine e scelte politiche», a firma di André Sapir, Jacob Funk Kirkegaard e Jeromin Zettelmeyer, è stato presentato sabato scorso alla riunione dei ministri finanziari dei Ventisette a Copenaghen. Gli Ecofin informali di solito sono ospitati dal Paese che ha la presidenza di turno dell’Unione europea e sono un’occasione per far discutere i ministri delle Finanze più liberamente non essendo previste decisioni trattandosi di riunioni appunto «informali». È tradizione che Bruegel, uno dei più autorevoli think tank brussellesi, presenti uno studio.

Ormai non c’è occasione che i politici e i legislatori non ribadiscano che il mondo che conoscevamo non esiste più. Ma come sarà il nuovo mondo facciamo ancora fatica a immaginarlo. Ci ha pensato Bruegel, che ha sviluppato tre scenari per il periodo 2030-2035 e li ha usati per delineare le implicazioni politiche per i prossimi cinque anni. 
A segnare un prima e un dopo è l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, che sta mettendo in discussione la relazione transatlantica come l’avevamo conosciuta finora. Gli Stati Uniti sembrano un po’ meno amici e meno alleati di un tempo. Ma anche la guerra scatenata dalla Russia nei confronti dell’Ucraina, così come il ruolo antagonista crescente della Cina stanno contribuendo a cambiare gli scenari in modo permanente.

Bruegel individua dei «pericoli plausibili a breve termine»: un crollo del mercato obbligazionario statunitense; un’escalation dell’aggressione militare russa contro l’Ucraina o direttamente contro l’Unione europea; una crisi fiscale innescata da una vittoria elettorale populista in un membro dell’area euro ad alto debito (ovvero in Francia); o uno choc commerciale innescato dalle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina e/o dalle azioni ostili della Cina nell’Asia orientale. 

I tre scenari di riferimento per il mondo nel 2035 sono tutti caratterizzati — scrive Bruegel — da una rivalità persistente tra Stati Uniti e Cina e da una maggiore multipolarità rispetto al passato.

Il primo scenario prevede un ulteriore ritiro o smantellamento della cooperazione internazionale, con il persistere del protezionismo negli Stati Uniti e la riduzione al minimo dei beni pubblici globali. È considerato il meno «auspicabile» per l’Unione e per il mondo, con frequenti conflitti e crescita ridotta.

Il secondo scenario prevede un ritorno alle divisioni in blocchi, con uno guidato dagli Stati Uniti, uno dalla Cina e un terzo composto da Paesi non allineati. Contempla due «varianti»: una di «decoupling» e una di «derisking». Nel caso di «decoupling», la rivalità geopolitica tra Stati Uniti e Cina è intensa e, dopo oltre un decennio di frammentazione economica (commercio, finanza, tecnologia) e politica, i due blocchi si ritroverebbero distaccati l’uno dall’altro non quanto durante la Guerra Fredda ma molto di più rispetto al 2025. Nella variante di «derisking», la competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina sarebbe un po’ meno intensa e i due blocchi rimarrebbero piuttosto interdipendenti. In questo contesto, scrivono i ricercatori, il posizionamento dell’Europa non sarebbe scontato: «La decisione di allinearsi con gli Stati Uniti o di scegliere il non-allineamento dipenderebbe dal modo in cui gli Usa si comporteranno, se da egemone benevolo o coercitivo, come ha fatto imponendo dazi del 15%».

Il terzo scenario, il più «auspicabile» per l’Unione europea secondo Bruegel, prevede un nuovo ordine multilaterale, con cooperazione internazionale per la fornitura di beni pubblici globali.

L’analisi di Bruegel arriva a «tre conclusioni principali».
La prima è che «l’impatto economico a breve termine in termini di crescita del Pil dell’attuale situazione geopolitica sembra relativamente modesto». Tuttavia non è un motivo sufficiente, spiega lo studio, per abbassare la guardia perché «pur non suggerendo che gli choc, tra cui la grande crisi finanziaria, la pandemia di Covid e la guerra in Ucraina, abbiano una causa comune, è necessario almeno riconoscere che questi choc hanno impatti economici e politici comuni sui Paesi europei (e su altre economie avanzate), di cui l’aumento della frammentazione politica e dei livelli di debito sono solo due indicatori».

La seconda conclusione è che vi sono «una serie di rischi al ribasso, derivanti dalla situazione negli Stati Uniti e altrove, che potrebbero aggravare la situazione nel prossimo anno o nei prossimi due anni e persino provocare una nuova crisi finanziaria». Inoltre i recenti sviluppi geopolitici comportano «importanti rischi a medio e lungo termine» per l’Europa. Dunque l’Unione europea deve prepararsi e per farlo «deve lavorare per ottenere l’autonomia strategica in settori chiave quali la difesa, la tecnologia, la finanza e le materie prime critiche».

Infine la terza conclusione è che «l’autonomia strategica non deve essere confusa con l’autosufficienza o il protezionismo. L’Europa è e deve rimanere un’economia e una società aperte. È anche e deve rimanere una società basata su regole e la paladina di un ordine internazionale basato su regole». E questa è la vera sfida per l’Unione europea e i suoi Stati membri perché «l’ordine passato, nato dalle ceneri della seconda guerra mondiale, è ora messo in discussione non solo dalla Cina e dalla Russia, ma anche dal suo fondatore, gli Stati Uniti». Ma soprattutto gli Usa «hanno rinunciato al loro ruolo di sostegno al sistema globale e l’altra superpotenza, la Cina, non è (ancora) in grado di assumere tale ruolo».  Per Bruegel spetta all’Europa collaborare con le coalizioni di paesi disponibili del Nord e del Sud del mondo per reinventare l’ordine multilaterale. Il punto di partenza di questo percorso sono il clima e il commercio. 

E se sul commercio i Paesi europei sono concordi sulla necessità di ampliare le alleanze, sulla battaglia per il clima invece ci sono divergenze. A parole tutti (o quasi) sono per obiettivi ambizioni e per la lotta al cambiamento climatico ma poi, quando si tratta di decidere, le cose di complicano. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, domani dovrà difendere le ambizioni climatiche dell’Europa a New York, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con in mano una «dichiarazione d’intenti», quindi non vincolante, sulla riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2035, dopo che giovedì scorso i ministri dell’Ambiente dei Ventisette sono riusciti ad approvare con estenuanti trattative solo un compromesso minimo. 

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