La Resistenza italiana, un movimento fondamentale per la liberazione dal nazifascismo, ma anche per la nostra libertà

di Giada Piras (Giovane studiosa della Resistenza)

A 80 anni dalla giornata del 25 aprile 1945, ricordiamo ciò che accadde dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. L’Italia, occupata dai nazi-fascisti, entrò in una fase devastante. L’8 settembre è considerato il giorno in cui iniziò la Resistenza, un movimento in cui giovani partigiani, civili, ex militari e moltissime donne scelsero di opporsi all’oppressione fascista. Mettendo a rischio la propria vita, combatterono per conquistare una libertà ottenuta con il sangue, il sacrificio, ma anche con la forza di un’idea condivisa: la volontà di riprendersi la vita e renderla degna di essere vissuta. Le azioni della Resistenza non furono solo militari, ma anche civili e culturali: stampa di giornali e volantini clandestini, sabotaggi, difesa della popolazione. La lotta partigiana univa tutti: uomini e donne, Nord e Sud, comunisti, socialisti, cattolici e liberali, accomunati dall’obiettivo di liberare l’Italia dall’oppressione nazi-fascista e rifondare il Paese.
Tra le fila della Resistenza troviamo due figure simboliche, esempi di coraggio e determinazione. Due donne, in egual modo madri della nostra libertà:
Irma Bandiera, bolognese, classe 1915, è una delle figure più emblematiche della Resistenza. Dopo l’armistizio, senza esitazione, si unì ai gappisti della divisione “Gianni Garibaldi”. Svolgeva un compito estremamente pericoloso: trasportava armi e messaggi, rischiando la vita ogni giorno.
Nel 1944 fu catturata dai fascisti a Bologna. Torturata per giorni nel tentativo di estorcere informazioni sui suoi compagni, Irma non parlò. I suoi ideali furono più forti della paura e del dolore. Fu uccisa il 14 agosto 1944 e il suo corpo martoriato fu lasciato per ore sulla strada, davanti alla casa dei suoi genitori. Quello che voleva essere un monito, divenne un simbolo. Quel gesto non intimorì la popolazione: al contrario, rafforzò lo spirito di ribellione. Ancora oggi, Irma è il simbolo del coraggio, della forza e del sacrificio. Con i suoi 29 anni e gli occhi pieni di libertà e speranza, contribuì in modo indelebile alla Liberazione.
Ada Gobetti fu un’altra figura simbolica della Resistenza. La tragica morte del marito Piero Gobetti durante l’esilio, non la fermò: Ada continuò il suo impegno politico e culturale anche sotto il regime. Dopo l’8 settembre, entrò nella Resistenza torinese come staffetta e dirigente dei Gruppi di Difesa della Donna, fondamentali per il coinvolgimento femminile nella lotta antifascista.
La sua voce risuona nei diari e negli articoli che scrisse, non solo durante la Resistenza ma anche nel dopoguerra. Dopo la Liberazione, contribuì alla ricostruzione democratica dell’Italia, divenendo una delle voci più autorevoli in tema di educazione dei bambini e di emancipazione femminile. Anche lei fu una madre della Repubblica, in senso profondo: voce della giustizia, dell’uguaglianza e della democrazia.
Dobbiamo ricordare che la Resistenza rappresenta le fondamenta della Costituzione italiana, del diritto di parola, del voto, della parità e di tutte le libertà di cui oggi godiamo. Tuttavia, spesso le diamo per scontate. Ci si dimentica che sono state conquistate con coraggio, sofferenza e sacrificio da parte di tanti giovani, che non dobbiamo dimenticare.
Il 25 Aprile non è solo un giorno in cui non si lavora o non si va a scuola. È una giornata commemorativa, per onorare il passato ma anche per ricordare che la libertà va custodita. Se oggi siamo liberi di esprimerci, anche in disaccordo, lo dobbiamo a quegli uomini e a quelle donne che hanno combattuto per tutti, anche per il loro nemico. Garantendo loro e a noi una libertà che non è un regalo, ma una conquista.

Il racconto del Cagliari: torna la notte, con i suoi incubi

di Daniele Madau

Serie A- XXXIII GIORNATA/ UNIPOL DOMUS: Cagliari-Fiorentina:1-2  (7mo Piccoli; 35mo Gosens; 47mo Bertran)

Cagliari (4-2-3-1): Caprile; Zappa, Mina (40mo Palomino), Luperto, Augello; Adopo(68mo Marin), Prati (68mo Makoumbou); Zortea (68mo Coman), Viola (58mo Gaetano), Luvumbo; Piccoli.
In panchina: Ciocci, Sherri, Coman, Marin, Palomino, Makoumbou, Pavoletti, Obert, Gaetano, Kingstone, Felici.
Allenatore: Davide Nicola.

Fiorentina (3-5-2): De Gea; Pongračić, Pablo Marí, L. Ranieri (80mo Comuzzo); Dodô, Mandragora  (80mo Folorunsho), Cataldi, Fagioli (62mo Richerdson), Gosens (62mo Parisi) Guðmundsson, Beltrán (85mo Zaniolo).
In panchina: P. Terracciano, Martinelli, Comuzzo, Zaniolo, Moreno, Richardson, Ndour, Adli, Parisi, Folorunsho.
Allenatore: Raffaele Palladino.

Spettatori: 15917

Il coraggio di pensare al calcio mentre a San Pietro c’è la fila per salutare papa Francesco lo dà proprio Bergoglio, di cui risuonano le parole, prima del minuto di silenzio, sul valore dello sport. E mentre ci apprestiamo a scrivere, il suo sorriso colorato del bianco e dell’azzurro argentino non ti abbandonano. Bonaria è poco distante dallo stadio e, tra i rumori del tifo, ti sembra di sentire quello dei caschetti dei minatori sul suolo durante l’incontro con Francesco.

Intanto l’inizio di gara non ti dà il tempo di respirare, perché Luvumbo s’invola subito sulla sinistra per servire al centro, De Gea- incredibile a dirsi- smanaccia malamente, e Piccoli segna a porta vuota. Segue il palo di Zortea- palo accarezzato a dire il vero- e il risveglio della Fiorentina, su cui sembra pesare molto l’assenza all’ultimo minuto di Kean: palo di Mandragora e azione pericolosa di Cataldi sulla fascia destra. Tutto questo in venti minuti.

E proprio mentre si prende un po’ di respiro, Gudmundsson si accentra dalla fascia sinistra in dribbling elegante, ma non riesce a superare l’ultima difesa, quella di Caprile.

Grazie a un mirabile lavoro di cucitura a centrocampo di Gudmundsson,  la Fiorentina sembra prendere campo e dominio, cosa che diviene certezza prima con un tiro alto di Mandragora,  poi con un pregevole esterno destro di Gosens, che trova il pareggio.

Il primo tempo si conclude con la sensazione che il pareggio sia un risultato da accogliere piacevolmente da parte dei rossoblù che, tuttavia,  proprio in chiusura, accarezzano l’idea di un rigore revocato subito, però, dal var.

Come quello del primo, anche l’inizio del secondo è travolgente: dopo due minuti Dodo, dalla fascia destra, serve per la testa di Beltran che, appoggiandosi su Zortea, trova l’elevazione e lo stacco per superare Caprile e trovare l’1-2.

La gara vive un momento di stanca, a cui si cerca di porre rimedio con le sostituzioni, ma è il Cagliari che dovrebbe osare, e, pur lungo tempo, non riesce.

Il risveglio si ha al 75mo, con tiro di  Marin da poco fuori area che sbuca davanti a De Gea, ma non lo sorprende.

Ma è un risveglio che non porta a rialzarsi, mentre il tempo passa e si avvicina la campana del 90mo.

La Fiorentina tiene campo, con autorevolezza: si vede che è in un ottimo stato di forma e il Cagliari, ancora, non si scuote, intorpidito. Zaniolo calcia da poizione defilata con forza, e Caprile respinge. Invece di rialzarsi, i rossoblù sembrano ripiombare in un sonno ricco d’incubi.  La gara finisce, torna il buio. Che l’incubo non sia il fantasma della serie B.

Laudato si’, mi’ Signore, per Francesco

di Daniele Madau

Una lavanda dei piedi di papa Francesco a dodici detenute

Come San Pietro, che non sentendosi degno di morire come Cristo, si fece crocifiggere a testa in giù, Francesco- da successore del primo papa- ci ha voluto lasciare il primo giorno dopo il triduo pasquale: il giorno dell’angelo- del messaggero che annuncia la lieta notizia- e delle donne, che raccolsero quell’annuncio.

È stato vero messaggero, della speranza celeste per gli ultimi della terra, da quelli che hanno udito la lieta novella della nascita di Gesù dalla schiera di angeli a Betlemme, alle Marie che il primo giorno dopo la Pasqua, investite dalla luce angelica e abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande,  corsero a dare l’annuncio ai discepoli.

Dopo la benedizione pasquale di ieri, impartita con fatica e tenacia, Francesco ci ha lasciato, per andare incontro alla sua Pasqua, al banchetto non dei principi ma degli storpi, dei malati e dei poveri, i veri invitati alle nozze.

Prima ancora, però, era andato in carcere, per il Giovedì Santo. E prima ancora era apparso senza papalina, con un poncho, per andare a pregare privatamente. Avevo suscitato perplessità e qualche dubbio di opportunità, questa immagine: ma Francesco aveva già lasciato le vesti papali per vestirsi del suo saio, per spogliarsi di tutto e andare incontro al Padre.

Francesco d’Assisi fu il santo dell’amore incondizionato alla Chiesa: alla Chiesa peccatrice e custode del Vangelo, alla Chiesa ricca e a quella degli ultimi emarginati, alla Chiesa traditrice e alla fedele sposa: scelse il nome di colui che, davanti alle rovine di quella che fu la comunità degli apostoli intorno a Pietro, scelse di non voltarle le spalle ma di ricostruirla dalle fondamenta. Così gli aveva ordinato il crocifisso di San Damiano.

Spesso papa Francesco aveva le maniche sollevate e il piglio di chi ha fretta; e tutti ci ricordiamo la sua valigetta nera, con gli ‘strumenti di lavoro’. Aveva fretta, doveva posare i mattoni, ricostruire la Chiesa. Anche a lui il crocifisso ha parlato. Non si spiegherebbero altrimenti la sua lavanda dei piedi a detenute e detenuti, l’abbandono del palazzo apostolico per vivere a ‘Casa Santa Marta’, l’apertura del Giubileo della Misericordia nella Repubblica Centraficana, l’attenzione alle donne, agli emarginati e ai migranti, la lotta alla corruzione e alle armi, la vita consacrata per la pace, l’amore a Maria, il desiderio incessante di preghiera, e lo stesso nome di Francesco, scelto per la prima volta da un pontefice.

E come San Francesco fu giullare e amante del canto e della musica, anche Bergoglio si lasciava, a volte, trasportare dalle gioie della vita, fonte di umile e casto piacere: il calcio, le arti, le battute scherzose.

Non si offenderà,allora, il poverello di Assisi, se aggiungiamo una strofa al suo Cantico, scritto tra sofferenze atroci, in attesa di lasciare questa vita:

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali, beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male.

E laudato si’, mi’ Signore, per nostro fratello,  papa Francesco

Cosa vuole Trump dall’Europa?

di Francesca Basso e Viviana Mazza, per il ‘Corriere della Sera’

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, che ci terrà compagnia settimanalmente: un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del ‘Corriere della Sera’ da Bruxelles e New York.

Il presidente Usa Donald Trump e premier Giorgia Meloni a Mar-a-Lago, Florida, il 4 gennaio 2025 (Epa/Filippo Attili/Palazzo Chigi)

Capire che cosa vuole Trump è fondamentale per l’Europa per poter negoziare con lui. Vuole abbattere le barriere commerciali? Oppure vuole una nuova economia americana autosufficiente e post-globalizzata? Secondo il politologo Ian Bremmer vuole soprattutto la seconda cosa. È come se due istinti combattessero in Trump: quello del deal-maker (che vuole fare accordi) e quello protezionista che ha avuto per 35 anni e che mira a smantellare il sistema del libero commercio.

Questo crea confusione anche in alcuni suoi consiglieri che sono stati incaricati di trattare: non necessariamente sono consapevoli di quali accordi siano accettabili per il presidente. Trump tra l’altro sente di non avere bisogno dei consigli del suo team economico, è circondato da persone che cercano di dirgli ciò che vuole sentirsi dire e se cercano di spingerlo in una direzione diversa lo fanno sommergendolo di elogi. In questo senso è positivo che la premier Meloni parli direttamente con il presidente Trump. Quando abbiamo chiesto a Teresa Ribera, la vicepresidente della Commissione Ue che lo scorso 2 aprile era a Washington di commentare le dichiarazioni che ci aveva appena fatto il ministro del Commercio Howard Lutnick in un’intervista, Ribera ha risposto che l’Unione vuole innanzitutto essere sicura dei contenuti, di quello che effettivamente dicono e vogliono gli americani. Come dire: ciò che chiede Lutnick fino a che punto riflette una decisione di Trump e in ogni caso fino a quando durerà quella decisione?

Ambasciatori e rappresentanti del Commercio di vari Paesi si telefonano e si mandano messaggini — scriveva nei giorni scorsi il Washington Post — per cercare di scambiarsi consigli e capire se abbia più senso vedersi assegnato il segretario del Tesoro oppure il segretario del Commercio per i negoziati.

Molti si preoccupano dell’istinto anti-democratico o cleptocratico di questa amministrazione — osserva Bremmer — ma è il caos secondo lui che può causare i peggiori danni strutturali agli Stati Uniti e al sistema globale. Trump prende le sue decisioni e pensa che tutti gli altri dovrebbero cedere perché alla fine dei conti gli altri «non hanno le carte». Si aspetta di portare tutti al tavolo dove può ottenere vittorie per gli Stati Uniti, perché sono il Paese più forte. Il problema è che le catene di approvvigionamento sono più complicate di quello che crede e gli Stati Uniti non possono negoziare accordi complessi con oltre 75 Paesi contemporaneamente.

I Paesi più piccoli e poveri stanno effettivamente cercando di capire quali concessioni possono fare per assicurarsi che gli Stati Uniti non superino il 10% di dazi. Il Regno Unito, il Brasile o l’Australia anche se sono in deficit della bilancia commerciale non chiederanno cambiamenti in nome degli scambi «equi» e non pensano di poter scendere al di sotto del 10%. Paesi come il Giappone e la Corea del Sud stanno proponendo di comprare molto più gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti, aumentare investimenti diretti specialmente nel settore automobilistico e nei data center e di rivalutare lo yen, nella speranza di convincere gli americani a ridurre le percentuali e portarle dal 24% verso il 10% (per le auto abbassare il 25% sarà più complicato). La Cina sarà l’osso più duro invece

Quanto a Bruxelles: l’idea potrebbe essere di azzerare i dazi reciproci sui beni industriali e di affrontare alcune delle lamentele di Trump sulle barriere non tariffarie (c’è già un tentativo europeo in corso di semplificare le regole). Bruxelles punta a offrire di acquistare più gas naturale liquefatto e equipaggiamento militare dagli americani e a coordinare le proprie politiche con quelle degli Stati Uniti in risposta all’eccesso di produzione cinese. L’Europa ha regole sui giganti di internet e restrizioni sulle importazioni di carne che gli americani vorrebbero cambiare ma che per l’Ue è difficile modificare perché rappresentano il modo europeo di rapportarsi sia al mondo digitale con la tutela della privacy e dei consumatori sia al settore agricolo, con standard elevati per la salute. È dunque difficile che un accordo possa essere raggiunto in 90 giorni, il periodo per il quale Trump ha sospeso i dazi «reciproci» o meglio, per quanto riguarda l’Unione europea, li ha abbassati dal 20% al 10%.

La visita a Washington ieri del commissario Ue al Commercio Maroš Šefcovic — la terza da quando si è insediata la nuova amministrazione Usa — non ha portato a grandi risultati come emerge dal suo post su X in cui dice che l’Ue rimane «costruttiva e pronta a raggiungere un accordo equo, che preveda anche la reciprocità attraverso la nostra offerta di zero dazisui beni industriali e il lavoro sulle barriere non tariffarie». Ma il raggiungimento dell’obiettivo «richiederà un significativo sforzo congiunto da entrambe le parti». L’offerta di dazi zero a zero (cioè sia da parte Ue che da parte Usa) sui beni industriali è stata messa sul tavolo dall’Unione europea il 19 febbraio scorso, prima ancora che entrassero in vigore le tariffe Usa su acciaio, alluminio e derivati.

A Bruxelles spiegano che il problema è l’imprevedibilità del presidente americano, che ancora ieri ha detto che «l’Unione europea deve venire al tavolo del negoziato e sta cercando di farlo», lamentandosi però che «l’Ue non compra i nostri prodotti, le nostre auto». Peccato che Bruxelles stia spingendo per una soluzione negoziata fin dal primo momento. «Non cambio idea, ma sono flessibile», ha voluto rimarcare Trump: «Non voglio danneggiare nessuno», ha aggiunto parlando della sua decisione di esentare dai dazi i prodotti elettronici provenienti dalla Cina. Per molti è stata un’inversione a U dopo i crolli in Borsa che ha causato.

Prevale l’attesa in un’atmosfera di grande incertezza. Giovedì la premier Meloni incontrerà a Washington il presidente Trump. Bruxelles guarda in modo pragmatico la missione italiana: è «positivo» che Meloni abbia un «rapporto diretto» con Trump, «più legami ci sono tra le due sponde dell’Atlantico, meglio è», ci ha detto la presidente von der Leyen in un’ intervista. Magari c’è più sospetto tra le capitali per la vicinanza politica evidente e dichiarata tra la premier e il presidente Usa, anche se in questo momento tutti vogliono mostrare sostegno e compattezza. Qualche frizione è emersa nei giorni scorsi con la Francia.

L’atteggiamento della Commissione è improntato al pragmatismo: «La presidente von der Leyen e la premier si sono tenute regolarmente in contatto, anche in relazione a questa missione e lo saranno anche prima della missione programmata», ha detto ieri la portavoce dell’esecutivo comunitario, che però poi ha aggiunto: «La politica commerciale è una nostra competenza esclusiva, ma la visita è molto gradita e strettamente coordinata».

Insomma, Meloni si potrà anche coordinare con Bruxelles ma non è titolare a negoziare e gli altri leader europei non le hanno dato questo compito, almeno per il momento, anche se riconoscono l’importanza della visita purché sia «mantenuta l’unità europea». L’Ue infatti è forte se negozia a 27 perché il suo mercato interno vale 450 milioni di abitanti, è il più grande al mondo e interessa a molti Paesi. Gli scambi commerciali dell’Unione europea con gli Stati Uniti rappresentano il 13% del totale e ora l’Ue è intenzionata a rafforzare l’87% restante. Però Meloni può fare da ponte con gli Stati Uniti e in questo momento è fondamentale.

Trump e von der Leyen non si sono ancora mai incontrati, la prima occasione sarà probabilmente il vertice Nato a L’Aia in giugno. Meloni è già stata anche a Mar-a-Lago a inizio gennaio e ora rivedrà Trump a Washington il 17 aprile, mentre accoglierà a Roma il suo vice Vance la prossima settimana, con buona pace del leader della Lega Salvini, che in tutti i modi sta cercando di costruire una relazione speciale con il numero due. Ma è Meloni ad avere il rapporto diretto con Trump e sarà sempre lei  a fare gli onori di casa con Vance. Quello che l’Italia può offrire agli Stati Uniti è limitato, ma nelle trattative anche la tattica è fondamentale.

Si ringrazia il ‘Corriere della Sera’, titolare di tutti i diritti, a cui si rimanda per l’iscrizione alla newsletter

Graziano Mesina: riflettendo sull’epilogo

di Gianni Loy *

‘La Riflessione’ ospita l’autorevole firma del Garante dei detenuti della Città Metropolitana di Cagliari, per riflettere sulla morte di Graziano Mesina e sul sistema giudiziario italiano

Non avrei voluto commentare la morte di Graziano Mesina,  per non rischiare di trovarmi tra i tanti coristi che oggi, alla sua morte, replicano un canto funebre già cantato, nel bene e nel male. 

Con la morte di Graziano Mesina, dopo aver completato  le ultime note di cronaca, consegniamo alla storia un altro eroe. Eroe “nostro” e non solo. Una storia complessa, dolorosa, triste, ancora da comprendere sino in fondo – probabilmente – eppure scritta con linguaggio epico.

Ricordo perfettamente quel marzo del 1968, quando fu arrestato, al termine del lungo primo tempo di latitanza, in una Sardegna martoriata da posti di blocco e tappezzata dai manifesti, taglie, che promettevano milioni di  ricompensa a chi avesse fornito aiuto per la sua cattura. L’estetica non era molto dissimile da quella che accompagnava le nostre serate al cinematografo – per chi se le ricorda – tra gli eroi western del mito americano che – sotto il travestimento dello spettacolo – sottilmente insinuavano che il genocidio dei nativi da parte dei coloni americani, fosse un evento quasi naturale.

L’epica ha bisogno di un eroe, e gli eroi son tutti giovani e belli, e se  la storia regge, a costruire un mito si fa in fretta. Da qualche anno, oltretutto, avevamo a disposizione anche un autorevole fondamento giuridico, il codice della vendetta barbaricina, una teoria che aveva trovato buona accoglienza tra gli intellettuali sardi, sebbene non fra tutti – e tra diffidenti mi piace ricordare Antonio Romagnino –. Aiutava  anch’essa a fondare il mito di una resistenza contro le forme di neocolonialismo che attentavano ai valori consuetudinari di un popolo, o di una sua parte, come la pastorizia. I Governi che si erano succeduti a Roma, sin dai primi decenni del secolo scorso, con il beneplacito delle autorità locali, avrebbero voluto estirpare la pastorizia, e la sua cultura, nella convinzione di poter così estirpare la piaga del banditismo, che non era fenomeno nuovo – visto che nell’agiografia locale già comparivano famosi banditi – ma che in quegli anni mostrava segni di particolare recrudescenza.

Ecco che, date queste premesse, nonché il risveglio un sentimento di ribellione antistatale, la nascita di gruppi indipendentisti, i tentativi – certi – di reclutare settori del banditismo nel vagheggiato progetto separatista e rivoluzionario  della  Sardegna – non si dimentichi Gian Giacomo Feltrinelli –, Graziano Messina possedeva un  physique du rôle particolarmente adatto.

Ricordo i bambini di Orgosolo che, dopo il suo arresto,  mitizzavano quel loro compaesano. Né so sé il cronista che – allora – raccoglieva le loro confidenze, abbia aggiunto qualcosa di suo. Certamente, però, l’idea che la  sua azione avesse a che fare con la resistenza di un popolo contro la pretesa neo-coloniale dello Stato – che già preparava il tentativo di  confisca del cumonale di Pratobello e l’industrializzazione, mancata, di Ottana – si è diffusa ed è stata acquisita – e con leggerezza, dall’opinione pubblica.  

Le persone anziane che oggi, dopo la sua morte, rispondono al corrispondente della Nuova Sardegna, potrebbero essere tra gli  alunni delle elementari che, quasi sessant’anni fa, eleggevano Grazianeddu  a loro leader.

C’entra ancora il codice barbaricino, quando il primo risponde: «Eh, tutto è successo da quando ha vendicato il fratello», e c’entra ancora il riconoscimento del valore, quando il secondo gli fa eco: «Non era un uomo cattivo». E sorge un dubbio, quando sulle pagine dell’Unione Sarda, qualche compaesano  afferma, sicuro di sè, che “per noi non era un bandito”. E c’entra il mito, quando la prime turiste che sbarcano nella Costa Smeralda, inseriscono tra i loro progetti quello di andare a fargli visita nel covile dove si nascondeva, o quando il mancato rientro in carcere dopo un permesso diventa una romantica “fuga d’amore”, o quando i turisti invocavano la grazia di poterlo incontrare. Chissà perché, magari solo per una foto ricordo da esibire dopo la vacanza.  

Poi un bel soprannome, ispirato alle sue “celebri” evasioni: la primula rossa, oggi declinato con l’aggiunga di una breve proposizione: la ex primula rossa.

Solo che Grazianeddu, non aveva proprio niente da spartire con quel nobile inglese – partorito nel 1905 dalla fantasia della baronessa Emma Oroczy –  che combatteva per tutt’altra causa: rischiava la vita per liberare i nobili francesi destinati alla ghigliottina da Robespierre, e aiutarli a trovare rifugio in Inghilterra, e al termine di ogni impresa abbandonava un biglietto da visita: “Scarlet Pimpernel”.

Non avrei voluto commentare il finale della storia di Graziano Mesina, complessa e intrigante,  per non rischiare di essere frainteso quando affermo che l’enfasi da sempre riservata alla sua storia, rischia – seppur involontariamente, spero – di farlo apparire come modello di reazione alla repressione e, quindi di legittimare le sue azioni. 

Che le Barbagie siano state oggetto di interventi repressivi del genere neocoloniale, è indiscutibile. Solo che il fenomeno del banditismo – peraltro risalente, ma acuitosi in quegli anni – non può semplicisticamente considerarsi una risposta politica e, tanto meno, una risposta giusta e opportuna. 

Regnava, probabilmente, l’idea di una “giustizia” che non era quella praticata dallo Stato con i suoi strumenti di repressione. Solo che il banditismo, seppure in presenza di qualche avance da parte dei nascenti movimenti politici rivoluzionari, non è stata, né avrebbe potuto essere, la risposta. 

All’interno di quella stessa cultura maturavano ben altri valori, in sintonia con le idee che si diffondevano nel resto del mondo, in sintonia con i valori di pace e di giustizia. Non isolazionismo ma collaborazione: pastori e studenti, uniti nella lotta. Nel  progettare la rivolta, decidevano di far tacere le armi, sceglievano lo strumento della non violenza, la  resistenza passiva. Contribuivano così, anche al ridimensionamento di uno stereotipo, quello della balentìa, dai confini così incerti da sconfinare, non di rado oltre i limiti del consentito. 

Di lì a poco il popolo di Orgosolo, a Pratobello, di fronte all’incredulità dei più, avrebbe sconfitto lo Stato.

Ciò che mi preoccupa è idea che attraverso l’enfasi, la leggenda, il mito, il modello rappresentato dalla vicenda umana di Graziano Mesina, possa rappresentare un modello, un valore positivo, soprattutto per i più giovani. Che possa avallare il principio, in rapido progresso, secondo cui quel che conta, in definitiva, sia il successo. Che chi raggiunga la notorietà, non importa in quale campo, nel bene e nel male, possa permettersi ogni cosa. 

Vale per un bandito, come vale per uno sportivo, un politico, un capo di Stato  o chicchessia. Non molto tempo fa, in occasione della morte di Diego Maradona, mi sono dovuto dissociare dal trionfalismo iperbolico che avrebbe voluto innalzarlo agli onori dell’altare, dichiarando di non essere disposto ad adorare quel Dio! (https://www.manifestosardo.org/non-adoro-quel-dio/)

 Perché, anche il quel caso, il fatto che Diego Maradona sia stato uno dei più grandi interpreti del gioco del pallone non consente di proporlo quale modello, soprattutto ai giovani. Il messaggio che passa con l’esaltazione – a volte persino fanatica – di chi, nel proprio campo, ha saputo primeggiare, è che il successo sia la chiave di tutto. Mi viene mente con quanta deferenza Luciano Lutring, “il solista del mitra”, ma ribattezzato anche, come tanti altri,  “il bandito gentiluomo”, veniva invitato ad esporre al pubblico la sua dottrina. 

Non credo, in definitiva, neppure  che l’abilità o il gesto generoso di chi si pone al di là della legge  possa compensare il disvalore del delitto.

C’è da tener conto, evidentemente, anche di altri fattori. Le esperienze di vita segnano profondamente, possono decidere la nostra sorte. A volte, mi chiedo quanto possa contare la fortuna. Mi torna spesso alla mente una vecchia canzone portata al successo da una giovanissima Joan Baez: There But For Fortune, scritta nel 1963 da un giovane, Phil Ochs, suicidatosi 10 anni dopo:  “Mostrami il detenuto – cantava – ed io ti mostrerò mille ragioni per cui è solo un caso se al posto suo non ci siam noi”. 

Sono consapevole del fatto che esiste un contesto, persino di non aver alcun merito personale se, almeno sino a questo momento, credo di aver camminato per la retta via. Per lo stesso motivo, non attribuisco colpa alcuna a quanti, per dirla con Orazio, hanno superato il limite “al di qua o al di là del quale non può risiedere il giusto”. Anzi, non di rado trovo giustificazioni: povertà, mancanza di istruzione, ambiente sfavorevole, e poi cerco di mettere in partica l’ammonizione di Francesco: chi siamo noi per giudicare? Lungi da me la semplificazione, manichea, secondo la quale dentro stanno i cattivi e fuori stanno i buoni. Mi capita di incontrare, al di là delle sbarre, splendide persone, e in libertà spregevoli individui. Insomma: non credo negli automatismi.  Chi ruba, rapina, o persino uccide, non è necessariamente una persona cattiva.  Così come chi si astiene dal furto o dal sequestro di persona, non vuol dire che sia una brava persona.

La dignità della persona, infine, prescinde del tutto dalle responsabilità e dalla colpa, tutti ne hanno diritto, indipendentemente da qualsiasi condizione, comportamento  o merito. 

Il diritto di Graziano Mesina ad un trattamento dignitoso nell’ora della morte è stato gravemente violato. È stato opportuno ricordarlo. Indipendentemente dalla condanna che gli era stata inflitta, egli era titolare del diritto – non solo etico – ad accomiatarsi da questo mondo in maniera dignitosa. Non solo – come ha commentato la garante dei detenuti – “non c’è stata pietà né senso di umanità” ma è stato violata  la norma che vieta ogni trattamento crudele, inumano o degradante. I tribunali internazionali, non da oggi, non risparmiano al sistema carcerario italiano l’accusa di  tortura  per violazione dell’art. 3 della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali.

Se fosse soltanto una vendetta di Stato nei confronti di Graziano Mesina, sarebbe un episodio riprovevole ma isolato. Ed invece si tratta di un sistema, cieco, che in dispregio di quanto proclamato dalla Carta costituzionale, non fa altro che inasprire le pene e renderle ancor più insopportabili, solo per offrire a incauti elettori una fragile illusione di sicurezza. Un accanimento contro i più fragili che, tutti insieme, dovremmo contrastare. 

In conclusione: non credo che il banditismo di Graziano  Mesina contenga alcun valore positivo,  e spero non diventi un’icona  della nostra terra.

Sulla tomba di quella persona depongo un fiore.

Gianni Loy, 78 anni, è stato un apprezzato professore ordinario di Diritto del lavoro nell’Università di Cagliari, dove ha diretto anche il Master in relazioni industriali. Nel 2024 è stato nominato Garante dei diritti dei detenuti della Città Metropolitana di Cagliari

‘Paura non è una parola che possa descrivere ciò che proviamo a Gaza’

Di Nour Elassy

Nour Elassy è una poetessa e scrittrice residente a Gaza.

8 aprile 2025

Le ultime tre settimane dalla fine del cessate il fuoco sono state una storia di orrore senza fine.

La settimana scorsa, durante un’altra notte di violenza, mia nipote di quasi quattro anni mi ha fatto una domanda che non dimenticherò mai.

“Se moriamo nel sonno… sentiremo comunque male?”

Non sapevo cosa rispondere.

Come si fa a dire a un bambino, che ha visto più morti che giorni, che morire nel sonno è compassionevole?

Così le ho detto: “No. Non credo. Ecco perché dovremmo addormentarci ora”.

Annuì silenziosamente e voltò il viso verso il muro.

Mi credette. Chiuse gli occhi.

Me ne stavo seduta al buio, ad ascoltare le bombe, chiedendomi quanti bambini venissero sepolti vivi proprio in fondo alla strada. Ho 12 nipoti. Tutti hanno meno di nove anni. Sono stati il ​​mio conforto e la mia gioia in questi tempi bui.

Ma io, come i loro genitori, faccio fatica ad aiutarli a dare un senso a ciò che sta accadendo intorno a noi. Abbiamo dovuto mentire loro tantissime volte. Spesso ci credevano, ma a volte sentivano nelle nostre voci o nei nostri sguardi che stava succedendo qualcosa di terrificante. Sentivano l’orrore nell’aria.

Nessun bambino dovrebbe mai subire una tale brutalità. Nessun genitore dovrebbe chiudersi nella disperazione, sapendo di non poter proteggere i propri figli.

Il mese scorso, il cessate il fuoco è terminato, e con esso, l’illusione di una tregua.

Quello che è seguito non è stata solo una ripresa della guerra, ma un passaggio a qualcosa di più brutale e implacabile.

Nel giro di tre settimane, Gaza è diventata un campo di fuoco, dove nessuno è al sicuro. Più di 1.400 uomini, donne e bambini sono stati Massacrati.

I Massacri quotidiani hanno distrutto quel che restava della nostra capacità di sperare.

Alcuni di questi impatti ci hanno colpito nel profondo.

Non solo emotivamente. Fisicamente. Proprio ieri, l’aria era satura di polvere e si sentiva l’odore del sangue a poche strade di distanza. L’esercito israeliano ha preso di mira Via al-Nakheel a Gaza, uccidendo 11 persone, tra cui cinque bambini.

Qualche giorno prima, alla scuola Dar al-Arqam, un luogo che aveva dato rifugio a famiglie sfollate, un attacco aereo israeliano ha ridotto le aule in cenere. Almeno 30 persone sono state uccise in pochi secondi, per lo più donne e bambini. Erano venuti lì in cerca di sicurezza, credendo che la bandiera blu delle Nazioni Unite li avrebbe protetti. Non è stato così. La scuola è a meno di 10 minuti da casa mia.

Lo stesso giorno, anche la vicina scuola Fahd è stata bombardata; tre persone sono state uccise.

Il giorno prima, c’era stata la notizia di una scena di orrore a Jabalia.

Un attacco aereo israeliano ha colpito una clinica gestita dall’UNRWA, dove si erano rifugiati dei civili. Testimoni oculari hanno descritto parti di corpi sparse per tutta la clinica. Bambini bruciati vivi. Un neonato decapitato. L’odore di carne bruciata soffocava i sopravvissuti. È stato un Massacro in un luogo destinato alla guarigione.

In mezzo a tutto questo, alcune zone di Gaza hanno ricevuto ordini di evacuazione.

Evacuare. Subito. Ma verso dove? Gaza non ha zone sicure. Il Nord è raso al suolo. Il Sud è bombardato.

Il mare è una prigione. Le strade sono trappole mortali.

Siamo rimasti.

Non perché siamo coraggiosi. È perché non abbiamo nessun altro posto dove andare.

Paura non è la parola giusta per descrivere ciò che proviamo a Gaza. La paura è gestibile. La paura può essere nominata.

Ciò che proviamo è un terrore soffocante e silenzioso che ti si annida nel petto e non se ne va mai.

È l’attimo tra il sibilo di un missile e l’impatto, quando ti chiedi se il tuo cuore si sia fermato.

È il lamento dei bambini che piangono da sotto le macerie. L’odore del sangue che si diffonde con il vento.

È la domanda che si è posta mia nipote.

Governi e politici stranieri lo chiamano un “conflitto”. Una “situazione complessa”. Una “tragedia”. Ma quello che stiamo vivendo non è complesso.

È un Massacro puro e semplice. Ciò che stiamo vivendo non è una tragedia. È un Crimine di Guerra.

Sono una scrittrice. Una giornalista. Ho passato mesi a scrivere, documentare, a gridare al mondo con le mie parole. Ho inviato dispacci. Ho raccontato storie che nessun altro avrebbe potuto raccontare. Eppure, così spesso, mi sento come se stessi urlando nel vuoto.

Eppure, continuo a scrivere. Perché anche se il mondo distoglie lo sguardo, non lascerò che la nostra verità rimanga inespressa. Perché credo che qualcuno stia ascoltando. Da qualche parte. Scrivo perché credo nell’Umanità, anche quando i governi le hanno voltato le spalle. Scrivo affinché, quando la storia verrà scritta, nessuno possa dire di non aver saputo.

Traduzione: La Zona Grigia

Fonte: https://www.aljazeera.com/opinions/2025/4/8/fear-is-not-a-word-that-can-describe-what-we-feel-in-gaza?

Gli approfondimenti di ‘La Riflessione’: 34 anni fa la tragedia del Moby Prince

Dal sitoAssociazione 10 Aprile – Familiari Vittime Moby Prince ONLUS

E’ il 10 aprile 1991 nella rada del porto di Livorno quando alle 22.25 il traghetto passeggeri “Moby Prince” della compagnia Navarma appena partito con direzione Olbia e la petroliera Agip Abruzzo all’ancora nella rada del porto entrano in collisione.
La prua del traghetto squarcia una delle cisterne del greggio trasportato e si scatena un incendio.
Nonostante la vicinanza al Porto l’incendio fuori controllo provoca ingenti danni sia alla petroliera che al traghetto.
Tutte e 30 le persone di equipaggio a bordo della petroliera non riportano danni fisici.
Tragico è il bilancio sul traghetto Moby Prince: delle 141 persone a bordo, 65 membri dell’equipaggio e 76 passeggeri vi è un solo superstite.
Nel più grave incidente della marineria italiana muoiono 140 persone.
Porto di Livorno, mercoledì 10 aprile 1991. Sono da poco passate le 21 quando la telecamera di Angelo Canu, agente di polizia penitenziaria di 28 anni, sta riprendendo la moglie e le loro due bambine all’interno del bar di prua della nave traghetto “Moby Prince”, l’ammiraglia della flotta “NAVARMA Lines” che meno di un’ora dopo dovrebbe lasciare la banchina Calata Carrara numero 55 e portarli ad Olbia in Sardegna.
Sara, 5 anni, si muove agilmente tra i tavoli del salone bar e si avvicina al papà incuriosita da quel nuovo “giocattolo” appena acquistato dalla famiglia. Ilenia invece, la sorellina più piccola di appena 15 mesi, se ne sta tranquilla  in braccio alla mamma Alessandra Giglio. Sono partiti poco prima da Pisa, dove Angelo lavora,  per andare a trovare i nonni, a Burgos, provincia di Sassari. Per Ilenia sarà la prima volta ed anche la piccola Sara non vede l’ora di iniziare questa avventura. Seduti ai tavoli vicini al loro, ci sono altri passeggeri. C’è chi è intento a fumare, chi a sorseggiare una bibita, chi ad osservare le immagini trasmesse dal monitor della televisione. Ma nel complesso il bar non è per nulla affollato. La “Moby Prince” è una bella nave, in grado di accogliere 1590 persone e di trasportare comodamente nel suo vano garage che la percorre da poppa a prua 360 autoveicoli. Nel labirinto di cabine al suo interno, trovano posto una discoteca, due boutique per lo shopping, un ristorante, un self-service, sala videogames e due sale con poltrone reclinabili per chi preferisce una sistemazione più economica rispetto alle cabine. Ma in quella che sarà la sua traversata numero 19 nella stagione, lascerà Livorno per un viaggio di una decina di ore con non più di una settantina di passeggeri ed una trentina di mezzi. I marinai sul ponte auto, non hanno molto da affannarsi. Il carico è davvero scarso rispetto ai ritmi a cui devono sottostare nei periodi di punta. Giusto un solo camion, messo nella corsia centrale a prua che trasporta un piccolo yacht cabinato di 8 metri in vetroresina. Lo stanno traghettando in Sardegna l’autista Alberto Bisbocci ed il suo titolare Erminio Gnerre che, parcheggiato il mezzo, si dirigono al self-service per consumare la cena. Passeggiando per i saloni notano una piccola coda di persone in fila davanti all’ufficio del commissario di bordo, Umberto Bartolozzi, in attesa di ricevere le chiavi delle proprie cabine o informazioni riguardo la traversata. Tra questi passeggeri ci sono una giovane coppia in viaggio di nozze, Bruno Fratini di 34 anni e Giuseppina Granatelli di 27, a cui è stata assegnata la cabina numero 148 e l’altra giovanissima coppia di sposi, Diego Cesari ed Anna Difendenti di Lodi che hanno scelto le bellissime spiagge di Palau come meta per la loro luna di miele. A chiudere la coda, tre giovani amici valtellinesi Carlo Ferrini, Sergio Belintende e Giorgio Gianoli. I tre giovani amici vanno in Sardegna a godersi le immersioni nelle cristalline acque dell’isola con le loro attrezzature da sub che hanno lasciato sul loro fuoristrada bianco parcheggiato lungo la paratia di dritta del garage laterale. Tiziana Ciriotti, 22 enne hostess di bordo, consegna loro la chiave della cabina 112.  A bordo si respira un’aria rilassata, quell’aria di festa che accompagna ogni partenza di un traghetto verso le vacanze. Che accompagna anche chi, come Giovanni Filippeddu e la moglie Maria, sta rientrando a casa ad Arzachena dopo una visita al figlio che frequenta l’università in Toscana. O ancora il carabiniere Gianfranco Campus,  ed il collega Raimondo Vidili che rientrano rispettivamente a Bonarcado e a Birori per una breve licenza. Proprio a Birori, centro di poco più di mille abitanti in provincia di Oristano,  un lieto evento sta portando altri nove passeggeri. Sabato infatti,  il rappresentante di commercio Pino Cossu, 32 anni, sposerà  Claudia Saccaro una giovane trevigiana. I due,  già sposati civilmente,  hanno deciso di suggellare la loro unione con il rito religioso e  alla cerimonia hanno invitato i parenti della sposa che vivono in continente: Ernesto Saccaro la moglie e il figlio Ivan che sono i genitori ed il fratello della sposa, due cognati, la madrina, una sorella, la zia e perfino la nonna Maria Marcon di 85 anni. A trasportare quella fetta di civiltà che si sposterà sulle onde del mar Tirreno,  In plancia di comando,  c’é il Comandante Ugo Chessa, 54 anni sardo anche se nativo di La Spezia,  pronto ad impartire gli ordini. Chessa è un vero lupo di mare,  famiglia di marinai, con alle spalle ogni tipo di esperienza in mare. Dalle navigazioni oceaniche di lungo corso, a quelli con mari agitati e nebbie fittissime del Nord Europa. Senza dimenticare quella come comandante del megapanfilo “Nabila” del miliardario Kasshogi. Ma è ormai da qualche anno che, per stare più vicino alla moglie Maria Giulia ed ai due figli Angelo, medico chirurgo, e Luchino gastroenterologo, ha preferito scegliere le più comode rotte mediterranee e di breve durata. E’ entrato così alla “Navarma Lines”, dell’armatore Achille Onorato e del figlio Vincenzo. Da 5 anni percorre la tratta Livorno-Olbia, per la flotta della Balena Blu di cui è  stato anche comandante d’armamento.
Quella sera è  accompagnato nella traversata dalla moglie, Maria Giulia Ghezzani, 57 anni nativa di Vicopisano.
Quando ormai mancano pochi minuti alla partenza, nel salone principale della nave, il Salone “De Lux”, la videocamera di Angelo Canu riprende proprio di fronte al bancone della Reception, una scena dolcissima che rapisce l’attenzione di tutti: Sara coi capelli castani legati in una coda di cavallo lunga fino alle spalle, un grosso colletto bianco sulla maglia rossa scuro ed il visino furbo, gioca con Ilenia, appena un cucciolo di poco più di un anno che  cammina in modo goffo e incerto e con un ingombrante fiocco rosa che le sosta buffamente sulla testa stimolando le risate della madre ed il divertimento della sorella maggiore che si fa seguire ed imitare, agitando le braccia e muovendo il bacino al ritmo di “Quando, quando, quando”, già attempata canzone trasmessa in quel momento dagli altoparlanti di bordo. Il padre la sta filmando con la sua telecamera dicendole di continuare a ballare, e lei, tutta contenta e per nulla affaticata, così fa.
Esattamente due ponti più in alto, nella plancia di comando, è appena entrato il Comandante Federico Sgherri. E’ salito sul traghetto pochi minuti prima via terra, dal portellone di poppa. Sgherri è uno dei piloti del porto di Livorno in servizio quella notte e a lui spetterà il compito di coadiuvare il Comandante Chessa nelle manovre di partenza che permetteranno al traghetto di staccarsi dalla Calata Carrara e di evoluire in uscita dal Bacino Firenze. La “Moby Prince”  potrà così iniziare il suo solito viaggio notturno verso il porto dell’Isola Bianca. Insieme ai due Comandanti, sul Ponte, il personale che sarà impegnato nella manovra è già presente al proprio posto. Il timoniere Aniello Padula porge una tazza di caffè appena fatto ai  Comandanti mentre sull’aletta di sinistra aspettano l’autorizzazione dell’ufficiale che si trova a poppa, l’ufficiale radio Giovanni Battista Campus comunica, microfono alla mano, con l’Avvisatore Marittimo in servizio quella notte che è Romeo Ricci. A poppa, il 1 ufficiale Giuseppe Sciacca,  accertatosi che tutti i passeggeri in zona sono saliti a bordo, può far chiudere il portellone.
L’ordine che tutto è pronto per la partenza arriva poco dopo. Alle 22.03 Chessa e Sgherri lo ricevono via radio, chiedono i comandi alla sala macchine, e dopo averli ottenuti iniziano a manovrare.
L’attenzione dei due è come ogni sera, massima, ancor più  perché sanno che usciti dal Bacino Firenze,  incroceranno il Comandante Giuseppe Muzio, l’altro pilota in servizio quella notte, che sta eseguendo la manovra in ingresso del piccolo mercantile “Atlantic Horizon”.
Nonostante ciò tutto si svolge regolarmente, il “Moby Prince” si presenta alla Vegliaia (la diga a protezione dell’imboccatura sud del porto di Livorno) alle 22.12.  “Arrivederci a domani Comandante” – con l’abituale stretta di mano, Federico Sgherri saluta il Comandante Chessa ed il personale di plancia della nave. Lo accompagna il giovanotto di coperta Giovanni d’Antonio. I due lasciano il ponte di comando e si dirigono al garage attraversando i saloni della nave. A bordo Sgherri lascia le consuete attività tra le quali alcuni giovani che stanno  sistemando i sacchi a pelo per la notte ed alcune persone che chiedono al commissario di bordo una cabina. Poi raggiunto il garage e salutato D’Antonio, Sgherri salta sulla pilotina e si dirige insieme al marinaio  Renzo Cavallini, nuovamente verso Livorno con la radio accesa sul canale 16 VHF (il canale internazionale di chiamata e di soccorso in mare). Ha così modo di sentire un ufficiale del “Moby Prince” chiamare Compamare Livorno (la Capitaneria di Porto) per comunicare i dati di partenza – Compamare Livorno Compamare Livorno Moby Prince – alle 22.14.33.
Proprio lì a pochi metri di distanza, l’Avvisatore Marittimo Romeo Ricci, dopo averne segnato sul registro l’orario di uscita alle 22.14 ascolta anche lui la stessa comunicazioni tra la “Moby Prince” e  la sala operativa della Capitaneria di Porto. La nave passeggeri non ottiene subito risposta ed è costretta a richiamare una seconda volta fin quando l’operatore non risponde – Chi chiama Compamare Livorno? – Buonasera Moby Prince, Moby Prince – Avanti Moby Prince, canale 13 – Tredici – l’ultima parola pronunciata sul 16 dall’ufficiale di guardia del traghetto prima di spostarsi sul canale di lavoro per fornire alla Capitaneria i dati di partenza.
Il “Moby Prince” lascia Livorno con a bordo 66 marittimi, 75 passeggeri e 31 tra vetture al seguito e mezzi commerciali, almeno per quanto ufficialmente riferito dall’Autorità Marittima.
Mentre il traghetto sta uscendo dal porto, sul piazzale prospiciente il mare vicino al porticciolo di San Leopoldo, due ufficiali dell’ Accademia Navale, Paolo Thermes e Roger Olivieri, prima di rientrare nei loro rispettivi alloggi, vengono attratti da uno strano fenomeno. Quella notte ferme all’ancora nella rada del porto, ci sono diverse navi. Almeno cinque di queste sono navi militarizzate NATO cariche di armamenti e munizioni, appena rientrate dal Golfo Persico. Poi è presente un mercantile che trasporta granaglie, diversi pescherecci intenti a battute di pesca, una gasiera norvegese ed infine due  grosse petroliere italiane della Snam.
Ancorate  lungo il porto da Nord verso Sud, è la nave più a sud di tutte che colpisce l’attenzione dei due guardiamarina dell’Accademia Navali. Sono circa le 22.15 e questa grossa nave comincia ad essere interessata da un qualcosa di anomalo anche per chi, come loro, essendo ufficiali istruttori dell’Accademia, ha confidenza con le cose di mare.
La grande nave infatti, inizia apparentemente ad essere avvolta da una sorta di nuvola biancastra. I due notano subito questo fenomeno perché quella è l’unica imbarcazione ad essere coinvolta al punto tale da rimanere oscurata come da un black-out. Thermes e Olivieri nel mentre vedono uscire dal porto anche la nave traghetto “Moby Prince” che ha già doppiato la Vegliaia, pronta ad impostare la rotta per l’uscita dalla rada. Il traghetto è completamente illuminato a giorno, e grazie al tipo dell’illuminazione i due riconoscono la nave passeggeri in servizio di linea.
Dal lungomare della Rotonda anche il signor Luciano Massetti vede il traghetto in uscita dal porto regolarmente illuminato.
In quegli stessi minuti, il mozzo della “Moby Prince”, Alessio Bertrand, fa il suo ingresso in plancia comando portando con sé il vassoio con i panini per il personale in servizio di guardia. Lì, secondo le sue testimonianze, trova oltre al Comandante, il primo ufficiale Giuseppe Sciacca ed il marinaio di guardia Aniello Padula.
Consegnati la colazione, Alessio ha finito con quell’operazione il suo servizio giornaliero, e può così  tornare in saletta equipaggio per assistere alla tv, ai minuti finali della partita della Juventus.
Thermes e Olivieri intanto,  si spostano dal lungomare fino a raggiungere le loro rispettive stanze,  un tratto di strada di poco più di un minuto;  poi quando si riaffacciano per scrutare l’evoluzione della situazione da loro prima osservata in mare, rimangono stupiti da ciò che l’orizzonte presenta loro.  La grossa nave che era ormeggiata più a Sud di tutte e che era protagonista solo pochi minuti prima del fenomeno (che poi si scoprirà essere la Moto Cisterna “Agip Abruzzo”), è completamente sparita alla vista, e adesso i due, non riescono neanche più a scorgere la nave passeggeri che poco prima era uscita dal porto. Ma le stranezze non sono finite, perché laddove fino ad alcuni minuti prima erano visibili  le luci della  nave cisterna, ora è tutto completamente buio e fanno capolino  dei bagliori giallo-rosso-arancio.
Alle 22.20, sulla traccia audio del canale 16, viene registrata la frase: “The passenger ship, the pass…”, un riferimento ad una nave passeggeri, poi dalle 22.22.20 una stessa frase fino alle 22.23.14:  “Livorno Radio Livorno Radio da Moby Prince Moby Prince” ma stavolta con una  qualità dell’audio piuttosto bassa.
A fare queste ultime chiamate è l’ufficiale marconista della nave, Giovanni Battista Campus; il traghetto sta facendo una richiesta di traffico commerciale, in pratica chiede alla stazione radiocostiera di Livorno Radio PT la linea per effettuare una telefonata ad un fornitore.
Da Livorno Radio risponde l’operatore di turno Giancarlo Savelli:  “Oh Moby Prince da Livorno proviamo canale 61 ma si sente debolissimo eh!” -“Sei uno vado” – la risposta di Campus.  Poi, a detta di Savelli, si passa sul canale di lavoro e l’audio del Moby arriva meglio. Il dialogo tra i due prosegue,  Campus fornisce il numero a Savelli che lo chiama ma nessuno risponde e cosi i due si accordano per riprovare caso mai più tardi.
Secondo  le dichiarazioni di Savelli il dialogo sul canale di lavoro dura circa un minuto o  un minuto e mezzo.
Alle 22.25.03 mentre quindi Campus si congeda da Livorno Radio, sul canale 16 si sente la frase : “Chi è quella nave?” poi dopo, nulla.
A due miglia e mezzo dal porto di Livorno sta avvenendo la più grave tragedia della marineria italiana in tempo di pace. La “Moby Prince” sta entrando in collisione con la superpetroliera italiana “Agip Abruzzo”, un gigante di 280 metri carico di 82.000 tonnellate di greggio crudo tipo Iranian-Light.
Sono le 22.25 di quella notte e sulle due navi scoppia l’inferno. Il boato è forte come un terremoto, viene udito in tutta la nave e lo stridore delle lamiere delle due navi che si accartocciano l’una sull’altra mette i brividi.
Al marconista Giovanbattista Campus viene immediatamente dato l’ordine dal comandante Chessa di lanciare l’SOS, ordine che Campus esegue all’istante e viene registrato alle 22.25.27: “May-day May-day May-day!Moby Prince Moby Prince May-day May-day May-day Moby Prince siamo in collisione…” -poi un disturbo copre le parole di Campus ma dopo qualche secondo si riesce ancora a capire la frase:  “siamo in collisione prendiamo fuoco…siamo entrati in collisione prendiamo fuoco!”.
Ma sul canale 16, né terra con Compamare e Livorno Radio  né le altre navi in rada o in navigazione nei dintorni, sembrano accorgersi del drammatico appello nonostante siano perfettamente udibili il nome del traghetto ed il may-day ripetuti per tre volte come da procedura.
Il petrolio fuoriesce dallo squarcio sulla fiancata destra della “Agip Abruzzo” e si riversa sulla nave-passeggeri. Le due navi sono avvinghiate ed il Comandante Chessa giustamente, non dà l’ordine di macchine indietro perché sa che la situazione potrebbe peggiorare. Per qualche motivo però, dopo alcuni minuti,  le due navi iniziano a staccarsi. Le lamiere continuano a sfregare tra loro provocando scintille che innescano il greggio e per il traghetto passeggeri, che inizia i suoi tragici giri andando alla deriva in fiamme, comincia la fine.
Il fuoco si sviluppa all’interno del garage, da prua verso poppa e dal basso verso l’alto; il mozzo Bertrand scende sul ponte auto a poppa insieme ad altri compagni, ma vista la situazione decide di tornare su nella zona dei saloni, passando per le cabine dei passeggeri che corrono avanti ed indietro spaventati.
Il traghetto ha sfondato la settima delle ventuno cisterne della petroliera penetrando per diversi metri sul lato destro della “Agip Abruzzo” sotto il castello. La prima delle cisterne non in zavorra.
Sulla “Abruzzo” il comandante Renato Superina cerca immediatamente di affrontare l’emergenza e contrastare l’incendio. Superina chiede al direttore di macchina Marco Pompilio  se è possibile salpare con urgenza e Pompilio risponde di sì.
Sul canale 16 alle 22.26.09 irrompe una voce concitata :  “Capitaneria di Porto..Capitaneria Capitaneria.. Capitaneria!” – la voce affannata da bordo della “Agip Abruzzo” e alle 22.26.26:  – “Capitaneria di Porto di Livorno avanti pure canale 13” – “Qui è l’Agip Abruzzo!” poi l’Avvisatore Marittimo –  “Attenzione Compamare Compamare Livorno Avvisatore” – “Avanti Avvisatore canale 10” – e nella confusione torna nuovamente la voce concitatissima della petroliera: – “Capitaneria Agip Abruzzo!” – “Agip Abruzzo da Genova Radio” – “Siamo incendiati siamo incendiati c’è venuta una nave addosso! Presto presto elicotteri qualcheduno!!!”
La richiesta di assistenza della petroliera è affannata e confusionaria, ma ancor più confusionaria è nei minuti iniziali la risposta della centrale operativa della Capitaneria di Porto di Livorno.
Sui cieli toscani il volo Alitalia Roma-Pisa AZ 1102 è in fase di avvicinamento alla città di destinazione e a bordo il passeggero Roberto Cini mentre cerca di scorgere l’Elba illuminata vede uno spettacolo molto diverso: un punto di fuoco piuttosto considerevole e altri intorno più piccoli. Il comandante dell’aereo Enzo Bertolini osserva lo stesso spettacolo e avvisa il controllo aereo di Pisa.
A casa dell’armatore Nello D’Alesio, il figlio Antonio, vede un bagliore e chiama il padre ed il fratello; poi accende VHF e videocamera ed inizia a filmare.
In Capitaneria, il marinaio di leva Gianluigi Spartano prova a capire cosa stia accadendo ad una manciata di chilometri da lui; alla radio arrivano anche l’altro marinaio di leva Giuseppe Berlino ed il sottufficiale di guardia Antonio Fuggetti.
Nello d’Alesio avvisa il suo vicino di casa Tito Neri, armatore dei rimorchiatori del porto di Livorno, di preparare subito degli equipaggi pronti ad uscire; è chiaro ormai a tutti che qualcosa di grave sta avvenendo di fronte ai loro occhi ma nelle Autorità competenti a farla da padrone è ancora  la confusione testimoniata dalle comunicazioni sul canale 16:  – “Compamare Compamare Livorno Compamare Livorno da Agip Abruzzo incendio a bordo incendio a bordo!” – “Agip Abruzzo da Compamare Livorno cambio!” – “Incendio a bordo da Agip Abruzzo incendio a bordo chiediamo subito assistenza!”- “Dove vi trovate voi che chiamate incendio a bordo qui è Compamare Viareggio cambio” – “In rada in rada a Livorno in rada a Livorno in rada a Livorno, Livorno ci vede e ci vede con gli occhi! Incendio a bordo!” – poi un’altra stazione radio, probabilmente l’atra nave della stessa compagnia presente in rada quella notte, la “Agip Napoli”, interviene con un esplicito:  – “Che fai Livorno dormi!!!” e di nuovo – “Compamare Livorno Compamare Livorno!!!” – “Ricevuto Agip Abruzzo siamo già informati e stiamo provvedendo”.
Alle 22.31, il Comandante Vito Cannavina della “Agip Napoli”, accortosi dell’ impreparazione con cui hanno reagito in Capitaneria di Porto, sei minuti dopo le prime richieste via radio specifica in modo tale che non ci dovrebbero essere più molti dubbi su quanto stia avvenendo nel tratto di mare di loro competenza e sulla necessità urgente di un intervento di soccorso: – “Compamare Livorno Agip Napoli, la Abruzzo si è incendiata probabilmente ha la nave in collisione che gli è andata addosso ed è in rada a Livorno, bisogna fare uscire immediatamente i mezzi antincendio!” .
Cannavina è chiaro: c’è un grosso incendio sulla “Agip Abruzzo” causato da una collisione con un ‘altra nave e sono necessari al più presto tutti i mezzi antincendio.
Poco dopo un ulteriore dialogo tra “Agip Abruzzo” e Capitaneria di Porto ribadisce ulteriormente la situazione: “Allora noi la nave che ci è venuta addosso non vediamo né nome né niente voi a che punto siete?” – “Ho fatto uscire i vigili del fuoco e sto cercando di fare uscire i pompieri i rimorchiatori di assistenza sto cercando di fare uscire” – “Eh guardi che l’incendio è grosso eh!”- “Ricevuto ma chi è la nave incendiata?” – “Eh qua adesso è un macello!” – “ Bene ho capito Abruzzi d’accordo” – “Sembra una bettolina quella che ci è venuta addosso!”.
A pronunciare quest’ultima frase è il marconista della petroliera, Imperio Recanatini. Ormai non può che essere chiaro che i mezzi coinvolti sono due, ma l’informazione nuova che giunge direttamente da bordo della “Agip Abruzzo” è che l’altro natante, dovrebbe essere una bettolina. Una di quelle bettolina che, a Livorno, sono di proprietà della famiglia d’Alesio. “Una bettolina? Ma allora è la nostra!!!” – è il commento allarmato che infatti uno dei due figli fa dopo aver sentito la comunicazione di Recanatini.
Escono i primi rimorchiatori e la motovedetta CP 232 ma, appena fuori dal porto, si imbattono in un autentico muro di fumo.
Il “Moby Prince” intanto, vaga in fiamme senza che nessuno se ne preoccupi. Nemmeno Livorno Radio, che dopo aver avvisato la Capitaneria dell’incidente alla petroliera, alle 22.26.58, un minuto e mezzo circa dopo il may-day dal traghetto, l’aveva chiamata con l’operatore Giancarlo Savelli ma senza ottenere risposta lasciando nella traccia audio un interrogativo che, a chi lo ascolta, ancora oggi mette i brividi: – “Moby Prince da Livorno mi ricevi?”. Silenzio, nessuna risposta. Da un minuto e più  si è appena scatenato l’inferno in quella rada, su quel canale radio una petroliera ferma sotto i loro occhi urla di essere in fiamme colpita da un’altra nave, e a nessuno viene il sospetto che quella mancata risposta al contatto radio della “Moby Prince” (ultima nave partita poco prima dal porto, ed unica ad essere ufficialmente in navigazione proprio in quel tratto di mare oltre alla “Car Express” in arrivo, che però ha già comunicato con l’Avvisatore Marittimo sul canale di lavoro e quindi dando “segni di vita”), possa suonare anomala. Questa, in ordine di tempo, è la prima avvisaglia di quel che si scoprirà in conseguenza della tragedia di quella notte:  un’organizzazione a dir poco approssimativa ed una gestione pessima, per la sicurezza del traffico marittimo e della salvaguardia della vita umana, in quel tratto di mare da parte delle Autorità e degli enti competenti a Livorno all’epoca. Infatti,  sarà solo una triste conferma scoprire che, a quei tempi,  chi ormeggiava in rada non era obbligato a fornire le coordinate precise del suo punto di fonda ma solo genericamente indicare in che zona della stessa ancorasse. O ancora accorgersi di come, alle navi in partenza da Livorno, comprese quelle di linea come la “Moby Prince”, durante le chiamate radio relative ai dati di partenza effettuate con Compamare Livorno, la Capitaneria di Porto non chiedesse (come era ed è tuttora buona norma fare), le condizioni meteo compresa la visibilità in zona, o la rotta e la velocità con cui si stava impostando l’uscita dalla rada (prova ne è che l’Autorità marittima fornì ufficialmente solo ed esclusivamente come dati di partenza riferiti dalla “Moby Prince”, i dati commerciali. Nessun dato sulle condizioni meteo o sulla navigazione). Mancanza di elementi importantissimi che saranno protagonisti nei 22 anni di indagine su questa tragedia, ma che sono determinanti in negativo, già nella notte stessa. La mancanza di semplici informazioni infatti, genera fin da subito una confusione mai vista che, unita ad un coordinamento dei soccorsi inesistente, trasforma quella bella notte di primavera, nella pagina più nera della storia della Marina Mercantile italiana, e, per le circostanze in cui è avvenuta,  nella notte più nera anche nella storia del corpo delle Capitanerie di Porto.
Confusione che domina sulle tracce audio del canale 16,  perché quando fuori dal porto un’intera flotta di mezzi di soccorso sta concretamente cercando di dirigersi verso la moto-cisterna in fiamme senza un reale controllo, e nonostante siano passati più di venti minuti dal momento della collisione, ancora non si riesce a capire dove andare a cercare quel bestione illuminato dall’incendio come certifica questo dialogo delle 22.48.19: – “Volevamo sapere se è possibile avere le coordinate Loran della barca dell’Agip che sta prendendo fuoco” – chiedono dalla motovedetta 446 dei vigili del fuoco e la risposta dalla centrale operativa della Capitaneria di  Livorno: – “No negativo non le abbiamo le coordinate Loran” – “Siamo i vigili del fuoco volevamo sapere se è possibile avere le coordinate Loran della nave che sta in…bruciando” – e dalla petroliera con voce concitata il marconista Recanatini replica stizzito: –“Mah!Eh…Vigili del fuoco non vedete l’incendio non lo vedete c’è nebbia? Non lo so noi qua siamo pieni di fiamme! Noi eravamo all’ancora, all’ancora  al massimo un miglio e mezzo due miglia dall’entrata del porto di Livorno!”
Sulla nave del comandante Superina l’incendio sta assumendo proporzioni quasi incontrollabili, l’equipaggio sta cercando di affrontare l’emergenza in attesa di soccorsi che tardano inspiegabilmente ad arrivare, nonostante la vicinanza dal porto, motivo che porta il marconista a fare cenno alla nebbia con tono stizzito.
A Livorno, a casa Campi, Giulia sta osservando dalla finestra il cielo stellato poi, come tanti livornesi quella notte, colpita dai bagliori e pensando che sia la Gorgona in fiamme chiama la madre Marcella Bini. Le due osservano l’incendio e, vedendo le fiamme troppo vicine alla costa, capiscono che è in realtà  una nave a bruciare; poi sopra la sagoma nera della “Agip Abruzzo” vedono apparire quello che loro sono sicurissime essere un elicottero.
Come loro anche tre paracadutisti che dal lungomare di Ardenza stanno assistendo all’immane disastro. Marcella e la figlia Giulia non si scompongono più di tanto perché pensano che finalmente siano arrivati i soccorsi ma, poi, il velivolo complice il denso fumo che sta avvolgendo la zona, sembra sparire nel nulla.
Alle 22.49.39 di quella terribile notte, una strana comunicazione radio in inglese viene registrata sul canale 16: – “This is Theresa, this is Theresa to ship one in Livorno ancorage, I am moving out I am moving out, breaking station…” – che tradotto significa – “Questa è Theresa, questa è Theresa a Nave Uno in rada a Livorno, sto andando via, sto andando via, passo e chiudo…”
Chi è questa nave che si identifica in “Theresa” e che non è nei registri del porto? A chi si rivolge quando chiama “…questa è Theresa A NAVE UNO…”?. Inizia così uno dei capitoli scomodi di questa vicenda da sempre totalmente ignorato dalle Autorità inquirenti e Giudiziarie ma, come vedremo più avanti, oggi alcune delle domande “scomode”  di quella notte, possono finalmente trovare risposte.
Le richieste si fanno più concitate:  – “Venite subito! La pelle è mica la vostra!” –   e nel mentre che il suo equipaggio si interroga su cosa abbia innescato quell’inferno (tutti sono sicuri della collisione e alla sua domanda sull’accaduto il primo ufficiale di macchina Antonio Cannarella si sente rispondere: “è un passeggeri che è in fiamme e c’è venuto addosso”) il comandante Renato Superina capisce di non poter più combattere l’incendio e decide di lanciare un razzo per farsi individuare assumendo toni sempre più drammatici:
“La nave che ci è venuta addosso è incendiata anche lei però non lo so dove si trova, non lo so state attenti che non scambiate lei per noi!”.
Sulla motovedetta CP 250 sale il responsabile di quel tratto di mare, e teoricamente anche di quel soccorso in atto, il comandante del porto Sergio Albanese.
Finalmente dopo aver visto i razzi, alle 23.05, quaranta minuti dopo la collisione, i primi mezzi arrivano sottobordo alla “Agip Abruzzo” e cominciano a spruzzare acqua e schiumogeno sulle fiamme che invadono il lato di dritta del castello di poppa.
Il comandante Superina, constatata  l’impossibilità di rimanere a bordo, organizza l’allontanamento degli uomini dalla nave e nel mentre la motovedetta CP232 comunica con la centrale operativa: – “No dicevo noi siamo sottobordo a debita distanza sul lato sinistro della nave in fiamme e niente rimaniamo su questa zona in attesa di disposizioni perché intanto mi dicevano che la bettolina non corrono rischi e pertanto…” – risposta da Compamare: –  “232 chi è sta bettolina interrogativo cambio” – silenzio poi di nuovo Compamare:- “232 ripeto avete notizie su chi sia questa bettolina interrogativo cambio”- “ Ma negativo son, vedo un’altra navetta sempre più avanti con, in fiamme ho sentito parlare di bettolina probabilmente è la bettolina che è andata addosso alla nave ecco!”. In quella notte di orrore e confusione, la gestione del soccorso è talmente assurda che anche quando individuano l’altra nave avvolta dalle fiamme, alla deriva, la lasciano ancora al suo destino, perché gira voce che intanto non corrano rischi.
L’equipaggio della cisterna sale su una lancia e abbandona la nave intorno alle 23.40 ed è allora che, in maniera quasi spettrale, la seconda nave spunta dalla coltre di fumo che avvolge la zona. E’ alla deriva in circolo ed il momento del suo ritrovamento, viene vissuto così:  – “Insomma Franco fai attenzione che c’è la nave vedrai che sicuramente è abbandonata e sta facendo giri su se stessa capito! Eh… e l’è tutta in fiamme non vor…si sta avvicinando ancora una volta alla Agip Abruzzo quindi fai attenzione Franco guardati in giro perché c’è, ora dovesti vedere sulla tua sinistra una nave tutta quanta in fiamme” -il primo rimorchiatore nell’avvisare gli altri: –“La vedo la vedo la vedo si vede la corrente la porta qua!”.
Nonostante sia quasi passata un’ora e mezza, la seconda nave ha un abbrivio di circa 5 nodi; gli ormeggiatori del porto con la loro piccola barca e la motovedetta CP232 si avvicinano: – “Avvisatore Avvisatore da Ormeggiatori rischio è per noi questa è senza nessuno e va a giro da sè!”.  La CP232 compie due giri intorno alla nave e al secondo passaggio sulle ringhiere del ponte di poppa le luci illuminano un uomo. E’ il giovane mozzo, Alessio Bertrand, di Ercolano Si trova appeso alla ringhiera del parapetto a poppa dritta, ha fischiato, ha chiamato aiuto, ma non era giunto nessuno fino a quel momento. Poi dal mare, una voce gli grida di buttarsi, lo chiama. Ma la paura lo blocca, perché può finire risucchiato dalle eliche, o sbattere sul ponte e morire lì. Quando si decide, si lascia andare e dopo aver perso per un attimo i sensi, si risveglia sulla barca degli ormeggiatori del porto. Scalcia, è agitato: – “CP uomo a mare! S’è buttato da poppa della nave ci siamo sopra…CP siamo alla tua sinistra punta sulla nave per favore che c’è altra gente che ci dice questo naufrago che abbiamo raccolto!” – e dalla lancia della “Agip Abruzzo”:  – “Come?” – “Abbiamo raccolto un naufrago dice che c’è ancora persone sulla nave” – “Non c’è nessuno sulla nave l’abbiamo…ci stiamo allontanando per sicurezza cambio” – “Sto parlando della nave che ha fatto la collisione in collisione” – “Non l’ho vista! Non so dov’è! non so dove si trova!”. Poi gli ormeggiatori, provano a fare un po’ di chiarezza comunicando con l’Avvisatore Marittimo: –“Non c’è più nessuno uno lo abbiamo raccolto la nave sta andando noi la stiamo seguendo aspettando che qualcuno si butti. Quella va quella è una bomba vagante!” –“Sta andando??!!!Sai mica dirmi il nome della nave?”- “Dalla struttura mi pare un traghetto mi pare però non ti so dire di più!”
L’ormeggiatore Mauro Valli chiede al naufrago che nave siano e la risposta  gela il sangue. Valli ed il collega Walter Mattei si guardano, poi alla radio con voce disperata: – “La nave è la Moby Prince Moby Prince!”. Sono le 23.45.33. “Attenzione Compamare gli ormeggiatori riferiscono che è la Moby Prince!” – “E’ la Moby Prince per cui ha fatto operazioni commerciali c’è un sacco di gente sopra! Sono 50 passeggeri mi dicono! CP mi stai ascoltando? Compamare Compamare Avvisatore qualcuno mi deve rispondere oh!che ti è successo?”
Ma ancora una volta, è il silenzio, stavolta quello dei responsabili dell’operazione di soccorso, ad essere protagonista.
Il naufrago dalla piccola imbarcazione degli ormeggiatori viene trasferito sulla motovedetta CP232 mentre comincia  a prendere forma l’immane dimensione della  tragedia. Il panico è chiaro negli stessi soccorritori come si evince dalle parole degli ormeggiatori: – “Capo Manganiello (nostromo della Capitaneria di Porto, imbarcato sul rimorchiatore Tito Neri Secondo, nda) la nave del Moby Prince non riusciamo più a trovare nessuno non si butta nessuno noi gli stiamo dietro eh!” – “Va bene avete comunicato con il Moby Prince s’è fatto vivo qualcuno?”– “Negativo abbiamo affiancato la nave sottovento ma nessuno risponde!”– “Va bene Moby Prince Moby Prince da Tito Neri II°”. Silenzio. Poi Capo Manganiello comunica con la centrale operativa: – “Avete i dati del Moby Prince con quanti passeggeri era partito da Livorno?” – “ Negativo negativo non sono ancora riuscito a farlo ora ci guardo” – e ancora una volta sono i due ormeggiatori a provare a mettere un po di chiarezza:  – “Abbiamo raccolto un naufrago ha detto 50 passeggeri!”–  Compamare:  – “ Ha detto 50 passeggeri raccolti? Chiedo conferma” – “No hanno raccolto un naufrago e dovrebbe avere a bordo, l’ho ricevuto ci…cinquanta passeggeri” – “Va bene ricevuto…Moby Prince Moby Prince Moby Prince da Compamare Livorno!”– “Ormeggiatori da Capo Manganiello”– “Avanti Capo Manganiello” – “ Siete sempre in zona? C’è mica qualche altro naufrago?” – “Capo Manganiello abbiamo anche la motovedetta viae…vicina, nelle vicinanze stiamo perlustrando io non trovo nessuno “ – “Dunque il naufrago eh…ha dichiarato se si sono buttati altri oppure no?”  – “ Il naufrago ha detto sono tutti morti bruciati!”.
Proprio mentre l’equipaggio della “Agip Abruzzo” è ormai in salvo, si scopre l’identità della seconda nave coinvolta: un traghetto carico di passeggeri. Ma nonostante questo, come risulta dal brogliaccio di bordo del rimorchiatore “Tito Neri” e come si evince dalle registrazioni radio del canale 16, i mezzi di soccorso invece di dirigersi anche sulla “Moby Prince” , vengono dirottati tutti sulla “Agip Abruzzo” ad esclusione della barca degli ormeggiatori e di un solo rimorchiatore, quello del Comandante Sergio Mazzoni.
Il “Moby Prince”, si sta dirigendo in acque pericolose e rischia l’incaglio; così Mazzoni, fa prendere una scala e manda a bordo del traghetto un marinaio per incappellare un cavo ad una bitta a poppa della nave.
La prima persona a salire a bordo del traghetto dopo la collisione, è intorno alle 02.00 della notte, il marinaio Gianni Veneruso che sale laddove poco prima, si era gettato Alessio Bertrand. Veneruso tocca lo scafo a mani nude, è tutt’altro che incandescente; così, senza protezioni o tute antincendio, prende coraggio e sale. Non ci sono fiamme. Incappella il cavo alla bitta di poppa e poi vuole andare a dare un’occhiata nei saloni ma gli viene ordinato di tornare sul rimorchiatore per non correre pericoli.
All’alba si alzano i primi elicotteri che osservano il corpo di una persona esanime a braccia aperte sul ponte.
Alle 10.02 del giorno 11, il mare restituisce la prima vittima. E’ il barista della discoteca della “Moby Prince”. L’uomo non è morto a causa dell’incendio ma annegando nel mare pieno di petrolio. E’ riuscito a gettarsi in mare ed il suo orologio si è fermando sulle ore 06, 20 del mattino del giorno 11. Meno di quattro ore prima del ritrovamento. Ma otto ore dopo la collisione nell ‘ora in cui, presumibilmente, quest’uomo mai raggiunto dalle fiamme,  si è gettato in mare, senza che nessuno se ne accorgesse.
La notte del 10 aprile 1991, la notte entrata nella storia per la più grave tragedia della marineria mercantile italiana, è accaduto anche questo.

Postilla dell’undici giugno 2025, di Luchino Chessa, figlio del comandante Chessa

Lettera al Presidente della Repubblica Mattarella

Gentilissimo Presidente Mattarella,
oggi per me è un giorno particolare, è l’anniversario della morte di mio fratello Angelo, con cui ho condiviso le battaglie per la verità e giustizia del Moby Prince. Angelo se n’è andato tre anni fa, prima della fine della seconda commissione parlamentare di inchiesta, ed era fiducioso in una svolta positiva. Da un anno lavora la terza commissione presieduta dall’Onorevole Pietro Pittalis. Ci sono tanti progressi e la verità sta scaturendo, dopo le verità di comodo scaturite nelle aule dei tribunali fino al 2010. Noi familiari abbiamo rispetto per le istituzioni e siamo convinti che alla fine di tutto si riesca ad avere almeno una verità storica., ma non so se avremo la giustizia. Gentilissimo Presidente Le ho già mandato molte mail in questi ultimi quattro anni per chiederLe un suo intervento in presenza in occasione dell’anniversario che cade come ogni anni il 10 aprile, ma i suoi collaboratori mi hanno sempre detto che era impegnato in altre attività. Ho mandato di recente una mail per chiedere la Sua disponibilità per il prossimo anniversario del 2026. Spero vivamente nella Sua disponibilità. Nel frattempo Le chiedo se sia possibile avere un incontro con i familiari delle vittime presso il Quirinale. Siamo cittadini normali e abbiamo bisogno del sostegno delle istituzioni in cui crediamo fermamente.
Un caro saluto

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Il paradosso dei paradossi

di Daniele Madau

Come ci insegna Pirandello, la riflessione ha molto a che fare con l’umorismo in quanto, questo, è una chiave per comprendere e scardinare la realtà. La nostra sezione ‘occhiolino ‘ vorrebbe avere questo fine, pur essendo consapevoli della difficoltà di raggiungerlo: ‘ridere è una cosa seria’, afferma una sentenza di non univoca attribuzione.

I colmi, o i paradossi, rappresentano una parte di notevole fortuna dell’umorismo in quanto, dalle barzellette alla filosofia, sono stati un genere molto praticato.

Ahinoi, da un po’ di tempo anche la politica ne offre parecchi, è questo è già un colmo di per sé.

Tantissimi, a esempio, ne hanno offerto i vari raduni e congressi politici dell’ultimo fine settimana. Prendiamo quello della Lega, il partito ‘sovranista’ per eccellenza. È girato come primo titolo di vari TG ( e anche questo è un altro paradosso, dati i contenuti) parte di un intervento di Salvini che, infervorato, diceva: ‘ Il vero problema delle imprese italiane è a Bruxelles, è lì che bisogna intervenire con la sega elettrica di Milei’. E già aveva detto il 6 marzo: ‘ I dazi possono far bene alle nostre imprese’

Quindi, l’Europa è il vero problema delle imprese italiane, pur avendoci assegnato 220 miliardi di euro che fatichiamo a spendere. L’esempio, per il pacifista Salvini, è un uomo che brandisce una motosega. E poi, da sovranista, afferma che i dazi possono far bene alle nostre imprese. Le tasse messe, da un altro sovranista, sui nostri prodotti, quindi, fanno bene ai nostri prodotti, dicono i sovranisti. E qui cominciamo a perderci. Anche perché i sovranisti, di per sé, non possono avere interessi in comune, facendo solo i loro. O forse, essendo simili, si appoggiano a prescindere, soprassedendo sui contenuti: tanto, chi si prende la briga di verificarne la coerenza?

Oppure sono solo giri di parole (gli ‘Amici miei’ userebbero un altro termine…) per non farci capire niente. Mi sembra la soluzione più plausibile, in tutta questa vicenda da paradosso dei sovranisti, sovrano dei paradossi, colmo dei colmi, paradosso dei paradossi.

Incontro con Ascanio Celestini, in scena in Sardegna: abbracciare, con San Francesco, i lebbrosi di oggi

di Daniele Madau

Ascanio Celestini

L’incontro di oggi è con uno dei massimi uomini di cultura del panorama italiano. A domanda se si sente erede del Nobel Dario Fo, col suo ‘teatro di narrazione’, risponde che i suoi maestri sono stati gli ultimi.  A essi si pone a fianco, per portarli, tramite la scena, dove non si ascoltano le loro voci e non si vedono i loro volti: Ascanio Celestini.  In tournée in tutta Italia, e in Sardegna sotto le insegne del CeDAC, con “Rumba”, ovvero “L’asino e il bue del presepe di San Francesco nel parcheggio del supermercato”, è in cartellone mercoledì 2 aprile alle 20.30 al Teatro Massimo di Cagliari e giovedì 3 aprile alle 21 all’AMA / Auditorium Multidisciplinare di Arzachena.

Conquistato anche lui, pur ateo, come milioni di persone nei secoli, dal povero di Assisi,  come altri artisti porta in scena San Francesco, con un punto di vista, però, originale e provocatorio. In una moderna favola, infatti, poetica e surreale, si parte per un viaggio alla riscoperta della figura del Santo di Assisi, mistico e rivoluzionario, con un originale spettacolo di narrazione con musica e voce.

Tra uno sguardo al cielo e alle stelle, «così tante che non si possono contare» e uno sguardo sulla terra con i suoi splendori e le sue miserie, le ingiustizie e le discriminazioni, Ascanio Celestini racconta le vicende travagliate ma anche i desideri e i sogni degli ultimi e dei diseredati, provando a reinventare un presepe nel parcheggio di un supermercato, dove accanto ai barboni che chiedono l’elemosina e ai facchini africani, appaiono personaggi come «Giobbe, magazziniere analfabeta, la Signora delle Slot, ex prostituta che s’è ricomprata la libertà e lo zingaro che ha cominciato a fumare a otto anni…».

Nella sua “Rumba”, Ascanio Celestini, tra i massimi esponenti del Teatro di Narrazione, veste i panni di un novello contastorie coinvolgendo il pubblico e trasportandolo idealmente nel paesino di Greccio, dove San Francesco creò il suo presepe vivente, in una sacra rappresentazione della Natività: la pièce che completa la trilogia iniziata con “Laika” e “Pueblo” racconta le vite degli ultimi e dei diseredati, gli “invisibili” delle nostre città.

Come hai avvicinato la figura di San Francesco, da studioso, da fedele o da artista?

Da fedele certamente no, sono ateo. Del resto, non credo sia indispensabile, per la scelta che sta alla base della vita di Francesco, credere: gli ultimi sono ultimi per tutti. L’idea che per cercare di capire gli essere umani sia necessario partire dagli ultimi penso possa essere condivisa da chiunque cerchi di scrivere qualcosa sugli esseri umani.

Francesco, il santo Giullare per eccellenza, che è stato, più degli altri, ispirazione degli artisti: come mai? Quale novità pensi di aver apportato nella tua trasfigurazione artistica del ‘povero di Assisi’?

Io non credo di portare una novità. Hai ricordato questa scelta di Francesco di essere un giullare, sia per gli uomini che per Dio: lui ad esempio sceglie di parlare una lingua che sia comprensibile per tutti; cent’anni prima di Dante scrive in volgare, quello che poi abbiamo chiamato italiano. Quando ho cominciato a lavorare attorno a questo spettacolo, a me questa sembrava una cosa straordinaria: cioè, cercare di parlare una lingua che sia comprensibile a tutti senza porsi il problema  degli intellettuali dell’epoca. Essere giullare era anche questo,  parlare alle persone e non alle gerarchie, sia quella della chiesa sia quella della cultura

  

Posto che la tua carriera sarà ancora lunga, hai una scuola, stai coltivando eredi, come puoi esserlo di Dario Fo?

No. Io ho imparato da persone che non hanno una voce su Wikipedia: si chiamano Annamaria,per esempio, o mia nonna, mia madre, mio padre. Perciò, per valorizzare una cultura che è subalterna, bisogna cercare di farlo, per esempio, in famiglia, al di fuori dalla cultura ufficiale, se no inevitabilmente poi si sporca e diventa qualche altra cosa

Avresti potuto fare arte ugualmente senza raccontare gli ultimi?

Direi proprio di no. Io ho seguito ciò che mi è stato detto una volta in maniera molto chiara, quando andai a intervistare Sisto Quaranta, uno dei tanti deportati del 17 aprile 1944 dal Quadraro che è la Borgata dove è nato mio padre. Di questo rastrellamento se n’è parlato poco, non è certamente uno degli eventi più importanti della Seconda Guerra Mondiale: gli storici ne hanno trattato negli anni ottanta e novanta. Quando andai a fare questa intervista, gli chiesi come mai se ne sapesse così poco: mi aspettavo una risposta come altre che abbiamo sempre sentito, e cioè: ‘avevo paura di non essere creduto’. Invece Sisito rispose: ‘ma io ne ho sempre parlato tanto nella mia vita, ma sono elettricista e tra noi non c’erano i poeti -mi ha detto -o i registi del cinema.  Per cui il mio lavoro è questo: se si rompe il rubinetto, chiamo l’idraulico; io, invece, riparo le storie, restauro la memoria. Quando faccio questo, la memoria non sarà della famiglia Elkhan o Agnelli, perché loro hanno il loro ufficio stampa: io raccolgo le storie di quelli che fanno altri mesteri nella vita e che non scrivono.

Cosa sta succedendo alla cultura italiana? Dov’è la passione per la parola che fa sorridere e pensare, che educa e provoca? Penso che i danni che sta causando il libero uso della volgarità e della falsità in politica siano enormi. Il tuo teatro è di resistenza, in questo senso?

Per esempio prestando proprio attenzione alle parole: non alle nostre o alle nostre traduzioni di altre parole, ma alle parole degli stranieri, così da conoscere il loro mondo, affinché si possa creare una convivenza o, se non altro, si possa aprire una porta per la conoscenza di questo mondo e per la convivenza. Non dobbiamo mai far dire agli altri quello che vorremmo dire noi, ma dobbiamo sempre usare le parole degli altri: a esempio, noi sappiamo come si dice buongiorno, buonasera, ciao, come stai, buon appetito, nelle lingue dei poveri?

Le storie che racconterai sono tutte frutto di fantasia o le hai potute toccare con mano?

Ho cominciato a lavorare a questo spettacolo nel 2012, quando alle 6:00 del mattino ho partecipato a un’assemblea di facchini in un magazzino della logistica: spostavano pacchi o, meglio, come si dice, li movimentavano. Ho cominciato in quel momento a segnarmi le loro storie: quante poi, effettivamente, siano finite in ‘Rumba’ e negli altri due spettacoli che formano una sorta di trilogia, effettivamente non ti saprei dire. Alcune sono anche finite in un libro, ‘Poveri Cristi’. Io cerco sempre di partire da quello che dicono le altre persone, prendo continuamente appunti, e così nascono le mie storie.

Cosa dovrà provare, alla fine dello spettacolo, uno spettatore per farti sentire appagato?

Io credo che, se lo spettacolo funziona, entrambi, sia io sia gli spettatori, debbano immaginare qualcosa che non c’è lì sul palco. I personaggi io non li interpreto, lo spettatore se li deve immaginare. Io spero che lo spettatore veda un parcheggio tutto pieno di persone, cioè che veda i personaggi e non veda me

Torniamo, per chiudere, a Francesco: quali momenti della sua vita ti hanno colpito di più?

Soprattutto due, molto famosi: il primo è quando lui abbraccia il lebbroso. Il lebbroso c’è ancora, insomma. Anche se non abbiamo la fortuna o la sfortuna di incontrare qualcuno con la lebbra, il lebbroso è colui che da fastidio, è ‘amaro’ come direbbe appunto Francesco. Questo episodio rappresenta un aspetto fondamentale nella sua scelta di dover seguire gli ultimi; e ribadisco: non i penultimi o i terz’ultimi, proprio gli ultimi. E poi il momento in cui lui si accorge di essere a capo di una ‘multinazionale’, come dice Alessandro Barbero. Lui, a quel punto, è pieno di dubbi e magari pensa di aver sbagliato tutto o comunque pensa di non aver saputo realizzare una cosa che apparteneva a lui. Qui manifesta tutta la sua umanità, ed ecco perché, a parere mio, già tutto questa umanità è bellissima anche senza la trascendenza.

Grazie.

Il nuovo concetto di ‘remigrazione’

di Oleandro Iannone

“Questo crea un precedente davvero terrificante, se lasciamo che ciò accada e non facciamo resistenza” così afferma, riferendosi all’arresto di Mahmoud Khalil, studente Palestinese della Columbia University, una delle tante manifestanti che sono scese in piazza per protestare contro i provvedimenti del governo degli Stati Uniti.

Sabato 8 Marzo agenti dell’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement) hanno arrestato, senza alcun mandato, Mahmoud Khalil presso il suo appartamento a New York, davanti a sua moglie, incinta di otto mesi. Mahmoud Khalil, essendo in possesso di una green card, è legalmente un residente permanente: nonostante questo è stato portato in un centro di detenzione gestito dall’ICE. Nel testo dell’ appello fatto da Amnesty International che chiede la sua scarcerazione viene detto che Mahmoud Khalil non è accusato di alcun reato. Mahmoud Khalil risulta quindi un prigioniero politico, come lui stesso si è definito nella dichiarazione che ha dato tramite telefono al quotidiano “The Guardian” dal centro di detenzione.

Pochi giorni dopo l’arresto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato su Truth Social, piattaforma social di sua proprietà, che “questo è il primo arresto di molti che avverranno”; ha poi proseguito scrivendo che molte altre persone che studiano alla Columbia e in altre Università hanno partecipato ad attività che ha definito “antisemite” e “anti-americane”, e che coloro che sono “simpatizzanti dei terroristi” subiranno la deportazione. Inoltre l’addetta stampa della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato che il Segretario di Stato può revocare una green card nel caso in cui chi la possiede sia ostile alla politica estera e all’interesse per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Giorni dopo l’arresto, lunedì 24 marzo, l’amministrazione statunitense ha accusato Mahmoud Khalil di non aver dichiarato alcuni suoi incarichi lavorativi nella domanda per ottenere la green card, il permesso di soggiorno permanente. Per esempio avrebbe omesso di aver lavorato per l’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi, e per l’ufficio della Siria all’ambasciata britannica di Beirut, in Libano. 

Si sta diffondendo il dubbio che questa possa essere una narrazione per

legittimare la partecipazione degli Stati Uniti nell’attacco che Israele sta compiendo verso il popolo palestinese.

Mahmoud Khalil, sempre secondo Amnesty International, sarebbe, infatti, detenuto non perché abbia compiuto dei crimini, né perché non abbia documenti in regola, ma perché ha esercitato il diritto di protesta per denunciare una violazione di diritti umani. La volontà di deportarlo, sfruttando il suo essere palestinese, e quindi “straniero”, associando alle sue attività termini come “filoterroristiche” e “anti-americane”, oltre all’essere propaganda per giustificare la partecipazione degli Stati Uniti nell’attacco dei palestine

si è alla base della narrazione della “remigrazione”, termine che recentemente si è diffuso negli ambienti di destra ed estrema destra negli Stati Uniti e in Europa.

La “remigrazione” è un concetto politico identitario che si riferisce alla deportazione delle persone razzializzate con background migratorio, indipendentemente dal possesso della cittadinanza, perché ritenute non “assimilate”. E’ vista come soluzione alla “Teoria della Grande Sostituzione”, una teoria del complotto sviluppata da Renaud Camus, secondo la quale la popolazione bianca europea stia venendo demograficamente e culturalmente sostituita da popoli non bianchi, specialmente provenienti da paesi a maggioranza musulmana, attraverso migrazioni di massa, crescita demografica e un calo delle nascite degli europei bianchi.

 Durante la campagna elettorale, l’allora candidato presidente Trump, in un post su X, ha scritto che come presidente avrebbe fatto tornare i “migranti clandestini di Kamala” nei loro paesi d’origine, specificando che questa azione è anche nota come “remigrazione”. 

Mentre in Europa il termine ha assunto particolare notorietà durante le elezioni federali tedesche, in quanto parte della campagna elettorale di AfD. In Italia il primo politico ad usarlo è stato Alessandro Corbetta, capogruppo Lega in Regione Lombardia, che in un post pubblicato su Facebook il 3 gennaio esprime la necessità di parlare di “remigrazione” anche in Italia, spiegando poi che per “remigrazione” si intende “rimpatriare non solo clandestini e criminali, ma anche gli stranieri che scelgono di non volersi integrare”. Ma cosa può o vuole significare esattamente essere “integrati”? Sempre in Italia se ne è parlato anche in parlamento: il deputato leghista Rossano Sasso ha affermato che “a chi odia l’Italia” e “a certi delinquenti” bisogna dire che “per loro l’unica soluzione è la remigrazione”. Ma l’obbiettivo della “remigrazione” è effettivamente risolvere un problema?

Queste affermazioni sono seguite alle denunce per violenza sessuale e ai video di insulti verso la polizia e allo stato italiano che hanno visto come protagonisti dei ragazzi con background migratorio durante i festeggiamenti di capodanno in piazza Duomo a Milano. Dopo la diffusione del termine, il più convinto proponente della “remigrazione”, l’estremista di destra Martin Sellner, ha accolto l’arrivo della sua proposta anche in Italia.

Malgrado in alcune delle occasioni per le quali viene proposta ci siano delle problematiche da risolvere, la “remigrazione” si configura sempre come una discriminazione. La provenienza di una persona non può essere individuata come “origine” del problema: tutte le persone sono capaci di nuocere, e per risolvere una problematica sociale si deve direttamente agire sul sistema che permette , quando non incentiva, il perpetuarsi dei comportamenti nocivi.

Se poi si considera che, come avvenuto nel caso di Mahmoud Khalil, la volontà di deportare una persona può essere motivata dalla mancata conformità alla linea politica oppressiva del governo del paese in cui la persona risiede, si nota che l’unico problema al quale la “remigrazione” cerca di rispondere è la repressione del dissenso, e che, essere “integrati”, secondo questa logica, significa essere conformi al volere di chi è al potere.

Negli Stati Uniti si è iniziato a discutere prima di remigrazione come soluzione al “problema dei migranti clandestini”, definiti come pericolosi , proprio come se n’è discusso in Europa. Adesso l’amministrazione Trump vuole deportare anche le persone con background migratorio, pur provviste di documenti regolari, che si mobilitano contro le sue politiche oppressive e, nel caso dell’arresto di Mahmoud Khalil, contro le politiche di supporto al genocidio ai danni del popolo palestinese. Si stanno già moltiplicando i casi di arresto di persone con background migratorio che hanno espresso dissenso verso il genocidio dei palestinesi compiuto da Israele con la partecipazione degli Stati Uniti.  

Le persone con background migratorio risultano essere le prime a cadere nel domino di tale sistema repressivo ma, a seguire, altre misure repressive vengono indirizzate a tutte le persone le cui opinioni non sono conformi al volere di chi è al potere.

Attraverso il suo profilo X, la Casa Bianca ha annunciato che l’amministrazione Trump ha cancellato 400 milioni di dollari di sovvenzioni federali alla Columbia University a causa della sua “mancata tutela degli studenti ebrei da molestie antisemite”, parole che sono in linea con il volere del governo di equiparare l’anti-sionismo con l’antisemitismo e che sono funzionali a giustificare le azioni repressive verso coloro che protestano per la Palestina . 

Successivamente, al fine di avere nuovamente accesso alle sovvenzioni governative, il profilo X della Columbia University ha comunicato di aver emesso sanzioni quali sospensioni, espulsioni e ritiri temporanei delle lauree delle persone frequentanti l’università che hanno partecipato all’occupazione per protestare contro il genocidio del popolo palestinese. Di fatto il “non essere conformi” diventa dunque applicabile non solo a persone con background migratorio, che rischiano di essere deportate, ma a tutte le persone.

Le proteste che si stanno diffondendo negli Stati Uniti dimostrano che esiste un’opposizione verso i provvedimenti che minacciano la libertà di protesta, che Mahmoud Khalil ha esercitato per denunciare il genocidio del popolo palestinese.

Lo stessa opposizione è presente in Italia verso il Disegno Di Legge cosiddetto “sicurezza”, e verso il raduno internazionale sulla remigrazione, il “Remigration Summit”, che potrebbe svolgersi a Milano, come proposto dai sostenitori della “remigrazione”.

Questa opposizione è la prova che la repressione viene vista con ostilità dalle persone, anche quando viene commercializzata come misura per il mantenimento della “sicurezza”.

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