La risposta è nel vento

di Daniele Madau

How many roads must a man walk down, before you call him a man? The answer, my friend, is blowin’ in the wind

Versi celeberrimi di un premio Nobel, ormai classici, perché contengono un messaggio per ogni tempo. Cerchiamola, allora, nel vento la risposta. A quale domanda? Al perché la Sardegna abbia messo in atto una mobilitazione di massa contro la transizione energetica, rifacendosi, addirittura, alle lotte di Pratobello contro le servitù militari degli anni ’60, che coinvolsero uomini, donne, bambini, anziani.

L’apice della movimentazione di massa è stata l’estate scorsa, ma ho aspettato quasi un anno a scriverne, perché volevo avere un’idea chiara. Poi, su Rai 3 hanno trasmesso ‘Presa diretta’, dedicato a questo, e ho visto la mia gente, i miei corregionali, trascinati in un vortice di irrazionalità, notizie presentate in maniera contraddittoria, assenza di guide esperte. L’effetto è stato di compatimento e rabbia, per chi si definisce popolo ma non riesce a diventare ‘adulto’, per seguire la metafora di Dylan (‘Quante strade deve percorrere un uomo, prima di chiamarlo uomo? La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento).

Le risposte, a mio parere, son tre: 1) Pochi si son presi il tempo, l’accortezza- assecondando il desiderio di andare a fondo, laddove ci fosse- e l’onestà di informarsi, provare a studiare e a chiedere agli esperti 2) I media- i più importanti a livello regionale – hanno dato prova di ciò che non dovrebbero fare, usando il loro potere per prese di posizione estremiste e di parte. E così si è arrivati a violenze e sabotaggi. Tutti hanno diritto a esprimere la propria posizione, ma la ricchezza di una riflessione profonda e non urlata è, ancora, poco conosciuta. Una sola foto può orientare l’opinione, come quella scelta per questo articolo, che mette in risalto il fumo delle centrali a carbone 3) La politica e l’università sono stati assenti, se non travolti anch’essi dalla fiumana dell’ irrazionalità,  lasciando un vuoto di disorientamento colmato dai più abili e forti.

Veniamo allo stato delle cose: la Sardegna ha ancora due delle sette centrali a carbone attive in Italia e, chiaramente,  le più alte emissioni di Co2 della nazione; le bollette continuano a impazzire verso l’alto, infierendo su una delle popolazioni più povere d’Europa; la transizione energetica, nell’isola col più bel clima d’Italia- di cui andiamo fieri- è,  di fatto, bloccata.

La posizione di chi scrive credo sia, in parte, emersa, e potrei continuare a presentarla sfruttando altri testi bellissimi,  da ‘Eppure il vento soffia ancora’ , di Bertoli, al ‘ frate vento’ di San Francesco. Ma non è questo il cuore dell’articolo, non il pensiero di chi scrive. Il cuore dell’articolo è per la gente,  le persone comuni, tradite da chi non compie il proprio mestiere o dovere. Siamo l’isola di Gramsci, e quanto sarebbe bello informare e lasciare liberi o, meglio, informare per lasciare liberi. ‘La Riflessione Politica ‘ avrà sempre questo bellissimo scopo di vita, coi suoi pochi mezzi, e lascerà sempre voce a chi ne condividerà la missione.

Cinque anni dopo

di Cristiana Meloni

“Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni”, disse Frodo.

“Anch’io”, annuì Gandalf, “e così tutti coloro che vivono per vedere tempi come questi. Ma non spetta a noi decidere. Possiamo solo decidere cosa fare con il tempo che ci viene dato.”

(Il Signore degli Anelli)

Era la notte tra il 18 e il 19 marzo 2020. Un corteo di camion militari attraversava le strade deserte e silenziose di Bergamo, trasportando le bare di chi non ce l’aveva fatta. I cimiteri e i forni crematori erano al collasso, incapaci di sostenere l’ondata di morte che la pandemia da SARS-CoV-2 aveva scatenato. Quel mondo che si credeva padrone degli eventi, in grado di gestire ogni imprevisto, quella notte si scoprì fragile e indifeso. Le bare di legno, allineate una accanto all’altra, tutte uguali all’apparenza, appartenevano a persone che non avevano potuto ricevere un ultimo saluto: padri, madri, figli, nonni, nipoti. Uomini e donne falciati senza un addio. 

A scuola abbiamo sfogliato, sottolineato e studiato innumerevoli capitoli di storia, sempre nel ruolo di spettatori. Crisi, guerre, catastrofi, epidemie, rivoluzioni: eventi lontani, da analizzare e ricordare. Poi, all’improvviso, siamo diventati i protagonisti di una delle pagine più tragiche, una che mai avremmo voluto scrivere.

Il Covid non è stato solo una pandemia, ma una cesura storica, una frattura netta tra un “prima” e un “dopo”. A distanza di cinque anni, la domanda è ancora lì, forte ed esigente: cosa abbiamo davvero imparato?

Il virus è scomparso dai titoli di giornale, ma le cicatrici restano evidenti: ingenti perdite umane, aziende chiuse, sogni infranti, un debito pubblico alle stelle. La sanità porta ancora i segni di una crisi senza precedenti, mentre il sistema economico, scolastico e finanziario fatica a riprendersi.

Abbiamo conosciuto il meglio e il peggio di noi stessi. Nei primi giorni, la solidarietà ci ha uniti di fronte a un destino comune; abbiamo visto il coraggio di medici, infermieri e di chiunque abbia sacrificato sé stesso per gli altri. Ma abbiamo visto anche la paura, l’egoismo e una disinformazione che si diffondeva veloce quanto il virus stesso. Abbiamo accettato restrizioni che mai avremmo immaginato possibili, adattandoci a una realtà fatta di distanze, certificazioni e schermi.

Eppure, oggi la memoria collettiva sembra già sbiadita. Spinta dal desiderio di voltare pagina, rischia di cancellare troppo in fretta le lezioni che ogni crisi porta con sé. Ma la storia insegna che dimenticare è il primo passo per ripetere gli stessi errori. Eventi di tale portata fanno tremare le fondamenta di un mondo in cui ci illudiamo di camminare sicuri e spensierati, mettendo a nudo ingiustizie sociali e fragilità sistemiche che per troppo tempo abbiamo ignorato. Non basta andare avanti come se nulla fosse accaduto: il vero nemico, oggi, è l’indifferenza. La stessa di chi nega l’Olocausto, di chi minimizza il dramma dei migranti nel Mediterraneo, di chi distoglie lo sguardo dalle macerie di Gaza, di Kiev, di ogni luogo dove la sofferenza viene taciuta. L’indifferenza di chi, dopo la pandemia, sceglie di dimenticare invece di imparare.

Sam: <<Lo so. È tutto sbagliato. Noi non dovremmo nemmeno essere qui. Ma ci siamo. È come nelle grandi storie, padron Frodo. Quelle che contano davvero. Erano piene di oscurità e pericoli, e a volte non volevi sapere il finale. Perché come poteva esserci un finale allegro? Come poteva il mondo tornare com’era dopo che erano successe tante cose brutte? Ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest’ombra. Anche l’oscurità deve passare. Arriverà un nuovo giorno. E quando il sole splenderà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, anche se eri troppo piccolo per capire il perché. Ma credo, padron Frodo, di capire, ora. Adesso so. Le persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l’hanno fatto. Andavano avanti, perché loro erano aggrappate a qualcosa >>.

Frodo: << Noi a cosa siamo aggrappati, Sam? >>.

Sam: << C’è del buono in questo mondo, padron Frodo. È giusto combattere per questo>>.

Il racconto del Cagliari: un discreto Cagliari non basta per fermare la Roma

di Francesco Floris

 

16/03/2025 Roma, Stadio Olimpico             29ma giornata di Serie A               Calcio d’inizio: 16:00 Roma 1-0 Cagliari

Pagelle (3-5-1-1 da sx a dx)

Caprile:6

Luperto: 6

Mina: 6

Palomino: 6,5

Obert: 6 ⇄  Augello: 6+ (64’)

Deiola: 6+ ⇄ Pavoletti s.v (80’) [si passa ad un 3-4-1-2]

Prati. 7 ⇄  Makoumbou: 6 (64’)

Adopo: 5,5 ⇄ Marin 5 (74’)

Zortea: 6+

Viola: 4 ⇆  Mutandwa: 5,5 (64’)

Piccoli:7

La prima frazione della partita è stata la fotocopia delle ultime uscite del Cagliari: difesa a oltranza e poche idee in attacco. Il secondo tempo, invece, ci ha regalato un Cagliari più vivace, una squadra che, finalmente, è riuscita a trovare qualche soluzione in attacco.

Nonostante i rossoblù siano usciti sconfitti dall’Olimpico, è giusto sottolineare il passo in avanti compiuto dai giocatori. Ci si augura che la prestazione dei sardi sia soltanto l’antipasto di quello che la squadra potrà  offrire in futuro.

Il Cagliari si presenta a Roma con una formazione inedita: 3-5-1-1, con Obert come quinto centrocampista a sinistra e con Prati, finalmente, al centro dei cinque. 

Nel primo tempo, però, vediamo maggiormente il 5-3-2, con gli esterni che rimangono prevalentemente nella propria metà campo a difendere.

Nel secondo tempo  gli esterni si staccano definitivamente dalla linea difensiva, cominciano a partecipare alle azioni d’attacco e a pressare. Al 52’ Piccoli tira al volo a pochi metri dalla porta di Svilar, che con un riflesso felino, devia la palla e salva la Roma. 

Al 62’ però arriva la beffa: Paredes crossa dalla bandierina, la palla rimbalza sulla schiena di Deiola e arriva sui piedi dell’attaccante ucraino, che non sbaglia. Quello dell’attaccante romano è stato il primo e unico tiro in porta della squadra di Ranieri.

Nicola, subito dopo aver subito il gol, inserisce  Mutandwa, Makoumbou e Augello. Dopo soli tre minuti Piccoli è ancora protagonista con una conclusione in diagonale, che Svilar para allungandosi, compiendo il secondo miracolo della giornata. 

Da questo momento in poi la partita si frammenta, si gioca poco a causa di infortuni, falli e sostituzioni. Da sottolineare l’atteggiamento poco corretto dei giocatori di Ranieri, che dopo il gol di Dovbyk hanno cominciato a perdere tempo, buttandosi a terra e battendo tardi falli laterali, punizioni e rinvii dal fondo. Non ci si aspettava un comportamento così antisportivo da una squadra allenata da un signore come Ranieri. L’arbitro, inoltre, assegna generosamente calci di punizione in favore dei giallorossi. 

Al 95’ Ndika colpisce Mina in area di rigore, l’arbitro non si accorge dell’episodio e si continua a giocare senza l’intervento del var.

ùLa partita finisce tra le polemiche, ma poco importa perché il risultato non si può cambiare.

 I giocatori cagliaritani hanno comunque, nel complesso,  offerto una buona prestazione Buona  la performance di Prati, che effettua passaggi precisi e verticalizza in maniera ottimale. Bene anche Piccoli, che si impegna a far salire la squadra e trova più volte il tiro. 

Male invece Viola, che sembra essere un pesce fuor d’acqua: passaggi imprecisi, lento e macchinoso in ogni situazione.

Il risultato non premia l’impegno da parte dei sardi, ma è comunque una buona base da cui ripartire in vista delle prossime giornate.

Nel prossimo turno di campionato il Cagliari affronterà il Monza, prima però c’è la pausa per le nazionali.

Questa pausa deve essere sfruttata in maniera intelligente da parte di Nicola e il suo staff per capire come procedere da qui fino alla fine del campionato, che si concluderà il 25 maggio. La partita contro il Monza è una sfida salvezza, nonostante gli attuali 11 punti che separano la squadra brianzola da quella sarda. E’ necessaria la massima concentrazione, soprattutto in queste sfide dal che potrebbe sembrare scontato ma che invece possono riservare brutte sorprese.

‘La buona novella’ di Neri Marcorè: la poesia di un messaggio d’amore eterno

di Daniele Madau

Neri Marcorè ha interpretato, al Teatro Massimo di Cagliari, per la stagione della grande prosa del benemerito circuito Cedac Sardegna, “La Buona Novella” di Fabrizio De André, nella versione teatrale del celebre concept album del cantautore genovese

In una scenografia, come i quadri di De Chirico, quasi metafisica, in cui ci sono spazi ben precisi per la narrazione orale e la poesia cantata- perché per millenni la poesia, le predicazioni, i poemi sono stati sempre orali – e per la musica – quasi tutta eseguita da donne – si racconta di Gesù. Troviamo- sparsi- rose, piante che germogliano, croci e fantasmi che scendono dal cielo, cieli stellati, fiori che galleggiano sull’acqua. Non sempre ogni simbolo è chiaro, ma la rosa rossa rimanda al sangue della passione, all’amore, ed è uno dei fiori citati da Fabrizio De André nei suoi testi.

Sì, perché questo spettacolo è tratto dalla produzione di Fabrizio De André, fonte d’ispirazione come poche per ogni genere di arte. Più il tempo ci allontana dalla sua morte, più la sua opera viene letta, ascoltata, approfondita, riutilizzata, studiata, rieseguita. Segno dei tempi, affamati di autorevolezza, poesia, voci critiche profonde e segnate dal fumo della sigaretta, segno di inquietudine pensosa, come quella di Faber.

Neri Marcorè, che ha già portato in scena ‘Quello che non ho’, questa volta ha scelto ‘La buona novella’, album – più precisamente concept album – del 1970. La grandezza del sentire di una persona, la testimoniano le sue scelte, lo dice anche il vangelo: ‘un albero lo vedi dai suoi frutti’ . Nel 1970 l’Italia, appena svegliata dal sonno del benessere dalla drammatica sveglia di Piazza Fontana, si incamminava verso gli anni di piombo: presentare agli italiani il messaggio di vita donata di Gesù significava, allora, prendere una posizione che pochi avrebbero fatta loro, quella dell’amore contro la violenza. Anche la Chiesa, in quegli anni, avrebbe potuto fare di più, e invece tradì il Concilio Vaticano II e, più che a seminare speranza tra i terrorismi rossi e neri, si dedicò al controllo della sessulità e dei valori ‘non negoziabili’.

Grande merito, allora, al poliedrico artista, e uomo di cultura attento, per aver ripresentato il capolavoro dell’artista ligure, ispirato alla figura del Nazareno, da lui definito «il più grande rivoluzionario di tutti i tempi» e portatore di un messaggio di eguaglianza e fraternità universale.

La Buona Novella” è diventato, così, come da presentazione, ” un’Opera da Camera sulla storia di Gesù tratta dai Vangeli apocrifi, in cui si alternano narrazione e canzoni, in un’allegoria della rivolta giovanile degli Anni Sessanta, messa a confronto con le istanze spirituali ma anche con la chiara presa di posizione «contro gli abusi del potere e contro i soprusi dell’autorità» del figlio del falegname, il predicatore della Galilea considerato dai suoi discepoli il Figlio di Dio”.

Partiamo, allora, dalle parole di Fabrizio De André durante un concerto al Teatro Brancaccio (nel 1998) quando, nel presentare l’album, lo spiegava come «una allegoria che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazareth e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi».

La Buona Novella” , infatti, ripercorre la storia di colui che i fedeli hanno riconosciuto come Dio, vincitore della morte, atteso dai profeti e nel cui nome tanto, di bene e di male è stato fatto. Ma De André cercava altro: una narrazione non ufficiale, in cui trovare ciò che i vangeli canonici non raccontavano nei ‘vangeli apocrifi’. L’infanzia di Maria, il suo passare biologico dall’infanzia alla giovinezza, il suo essere oggetto di una lotteria, il suo matrimonio con un vecchio già carico di figli. E questo nuovo figlio di cui non vuole riconoscere la divinità ma, come estremo gesto di fratellanza, solo l’umanità, persa sulla croce alla stregua dei ladroni.

Neri Marcorè, riprendendo ancora il comunicato stampa, riprende tutta questa tematica altissima “affrontando temi complessi e attuali in una drammaturgia sonora raffinatissima, conservando il mistero su una figura carismatica, fulcro del pensiero e della civiltà occidentale, il cui messaggio potente e troppo spesso inascoltato o travisato ancora oggi scuote le coscienze e mette a nudo contraddizioni e paradossi, ingiustizie e ipocrisia della società”.

Già questo varrebbe la serata, e infatti Neri Marcorè non aggiunge tanto di altro. La scelta della seconda narratrice e delle musiciste, e cantanti, donne, rispecchia uno dei punti di vista dell’album più originali, quello di Maria.

La scenografia essenziale, invece, vuole riprendere “la teatralità, molto vicina ad una Sacra Rappresentazione arcaica e laica. Una sorta di installazione mobile che rimanda simbolicamente a luoghi e sentimenti, reinterpretandoli poeticamente quasi in forma allegorica”.

Così, l’interprete, spiega la sua scelta: «“La Buona Novella” è un’opera polifonica che mediante metafora e allegoria parla dell’arroganza del potere, il quale mal digerisce gli uomini troppo liberi di pensiero, intralcio per l’esercizio del potere stesso, sia esso famigliare, religioso o politico. La spiritualità, intrinseca nel momento in cui si parla di Gesù e della Madonna, è però qui contemplata nella sua dimensione terrena, laddove “il più grande rivoluzionario della Storia” resta prima di tutto un uomo, con una fisicità che non lo rende diverso dai suoi simili. Eppure, nonostante i suoi limiti, ogni essere umano può compiere imprese straordinarie e dar vita a nuovi corsi ogni volta che non si pone al primo posto ma si mette al servizio di un bene superiore, collettivo».  

«Ora compito di un artista credo sia anche quello di commentare gli avvenimenti del suo tempo usando però gli strumenti dell’arte: l’allegoria, la metafora, il paragone. Io osservando la lotta studentesca e le sue istanze, quelle giuste e sensate, ho parlato di un’altra lotta sostenuta da un uomo 2000 anni prima che aveva obiettivi analoghi» – sosteneva Fabrizio De André (La Repubblica, 1999) –. «(…) il culmine etico della Buona novella sta nel Testamento di Tito. Il ladrone buono confuta, uno per uno, tutti e dieci i comandamenti mettendo in evidenza la contraddizione tra le leggi emanate dalle classi al potere per proprio comodo, e le difficoltà di attenervisi da parte di chi il potere lo deve solo subire, e osserva quelle leggi, quando le osserva, solo per scongiurare la minaccio della repressione. La buona novella, a parere mio fu allora un album, un discorso assolutamente moderno e per certi aspetti lo è ancora oggi”.

Quanti possibili approfondimenti si aprono, di diversi livelli e tematiche; e, quando questo accade, vuol dire che l’arte non solo è viva, ma ha ancora spazio nei nostri cuori per germogliare. O, almeno, l’arte vera.

A fine spettacolo, poco più di un’ora mentre si vorrebbe bloccare il tempo, dopo anche qualche incursione ironica e dopo aver visto le capacità da attore di Marcorè (che, a una sedia, ha fatto fare di tutto), il pubblico dedica l’ovazione: non è questo che dà la misura della bellezza o no dell’opera; perché, ormai, il pubblico non critica più.

La bellezza dell’opera sta nel sentire il tuo cuore travolto dall’arte, che avvolge di poesia un messaggio d’amore eterno.

Incontro con Benedetta Tobagi: riscoprire ‘la resistenza delle donne’

di Daniele Madau

Benedetta Tobagi

Benedetta Tobagi, figlia di Walter Tobagi- giornalista ucciso dalle Brigate XXVIII marzo nel 1980- è laureata in filosofia e dottoressa di ricerca all’Università di Bristol. Si èdedicata a produzioni radiofoniche e, cone storica e giornalista, si è dedicata al novecento italiano. Incontra gli studenti, per il progetto ‘Lo struzzo a scuola’, a cui presenta il saggio ‘La resistenza delle donne

Quale messaggio, di questo saggio, vorrebbe arrivasse alle nuove generazioni?

Partecipo con grande entusiasmo al progetto  ‘Lo struzzo a scuola’ di Einaudi che è, propriamente, un percorso di lettura per gli studenti degli ultimi anni, grazie al quale, anche dal saggio ‘La resistenza delle donne’, i ragazzi e le ragazze possano attingere quello che maggiormente sentono. È un discorso che vale per tutto ciò di cui mi occupo, e cioè  la storia degli anni settanta negli aspetti politici e sociali, legati soprattutto al terrorismo.  Ho studiato queste cose per 15 anni e mi piace provare a trasmetterrle perché avverto molta ‘fame’ di questo tipo di informazioni.  Anagraficamente potrei essere una zia non giovanissima di questi ragazzi e vorrei invitarli a soffermarsi, per esempio, su un aspetto particolare che è presente nel libro, cioè guardare alle emergenze del loro tempo, nel senso di vedere chi viene oppresso e schiacciato e capire da chi viene realizzato questo.

Il saggio ha vinto il premio Campiello, grazie alla qualità della prosa, oltre che del contenuto. Da dove nasce il suo stile?

Io da sempre scrivo saggistica come  narrativa non fiction, in cui le opere hanno uno scopo informativo o divulgativo. Non mirano quindi a intrattenere il lettore, come fa il romanzo, ma piuttosto puntano a insegnargli qualcosa, a trasmettergli, appunto, un messaggio e non narrazioni frutto dell’immaginazione dell’autore. Riportando fatti realmente accaduti, nella narrativa non-fiction l’autore non si inventa nulla ma presenta la sua storia così come è realmente avvenuta, magari facendo uso di tecniche narrative coinvolgenti per rendere la sequenza più accattivante.

Esiste da tantissimi anni e io noto sempre come all’estero sia molto più normalizzata. La dimensione storica, con questa modalità, non preclude la possibilità di un coinvolgimento e permettere di spaziare nelle dimensioni di riflessione, toccando aspetti umani.

Leggendo il testo a scuola, temevo che i ragazzi, gli studenti maschi, non si sentissero coinvolti: mi sbagliavo. Questo significa che loro,che dovrebbero essere i principali destinatari delle tematiche sul rispetto, stanno recependo il messaggio? Se così,  è merito anche di questo libro?

Il libro non era rivolto a loro in maniera esclusiva. Il tema è raccontare e dare il giusto spazio e peso alle battaglie femminili,  che si inseriscono in un quadro più grande. Però questo spazio ancora non c’è,  il messaggio fatica a passare: ci sono vari motivi a monte, riassunti nel termine ‘patriarcato’, che indica un sistema di potere, valoriale e simbolico molto pervasivo. Si è cercato di agire, per contrastarlo, sul piano materiale e formale delle leggi ma anche sul piano dell’immaginario. Per quanto riguarda ‘La resistenza delle donne’ vi è un dato storico imprescindibile: una tipologia bellica come quella della guerriglia delle azioni partigiane, senza le donne non sarebbe stata possibile; mi meraviglio, quindi, che i libri di storia non ne parlino.

Ai ragazzi ha colpito molto la figura di Ida D’Este

Sì, lei nel 1953 scrive ‘La croce sulla schiena’. È cattolica, eppure, in maniera sorprendente, dimostra come il corpo della donna possa essere strumentalizzato per una violenza non solo fisica ma anche psicologica. Lei, poi, ha creato un elenco di tutte le cose che doveva saper fare una staffetta partigiana: è un elenco che colpisce sempre molto (saper andare in bicicletta,  saper guidare un camion, saper tacere…) e, a dirla tutta, fa anche un po’ sorridere, pensando anche alle cose più assurde presenti nell’elenco. Lei, tramite la letteratura, ha saputo creare uno ‘spazio delle donne’ di cui, a causa del monologo ‘patriarcale’ nell’ambito letterario, c’era davvero bisogno.

Il capitolo ‘Morire da vive’ è quello che, personalmente, mi ha colpito di più. L’uso dello stupro per infierire sulle donne

Morire da vive, secondo anche quanto scritto da Ingeborg Bachmann, significa voler annientare l’essere umano, soprattutto,  in questo caso, tramite l’uso sistematico dello stupro. Non dovremmo banalizzare l’idea di resilienza, da certi traumi è possibile che non ci si riprenda. In altri casi è possibile riappropriarsi della propria vita, ma bisogna sempre fare i conti con i solchi e con delle ferite che non si cancellano. È stato devastante quanto compiuto dai soldati alleati nelle ‘marocchinate’ ,nella seconda guerra mondiale, quando le truppe dell’esercito del Marocco francese hanno, col permesso dei comandi, compiuto stupri di massa, eppure se ne è saputo sempre poco. Lo stupro di massa è un’arma in più contro la donna, che può essere non solo uccisa, arrestata o picchiata, ma anche stuprata.

Il racconto del Cagliari: la gara senza nervi d’acciaio

di Daniele Madau

XXVIII Giornata Serie A Unipol Domus /Cagliari-Genoa: 1-1 (18mo Viola,46mo Cornet)

CAGLIARI (4-2-3-1): Caprile; Zappa, Mina, Luperto, Obert (77mo Pavoletti); Deiola(77mo Adopo), Makoumbou (60mo Prati); Zortea, Viola ( 60mo Gaetano), Coman (31mo Augello); Piccoli. All.: Nicola.

GENOA (4-2-3-1): Leali; Norton-Cuffy (46mo Zanoli), De Winter, Vasquez, Martin; Frendrup, Badelj (52mo Masini); Ekhator (66mo Matturro), Miretti, Cornet (74mo Malinovskyi); Ekuban (52mo Pinamonti). All.: Vieira.

Spettatori: 15.700

Settimana turbolenta, qualche rimostranza della società dopo la sconfitta di Bologna, il ritiro e,  per la gara col Genoa, una formazione in parte nuova, tendente più al 5-3-2 che al classico 4-2-3-1. Eppure, il Cagliari ha tre punti in più dell’anno scorso, e  al fischio d’inizio, in zona salvezza.

Questione di carattere che è mancato e di poca applicazione: la società, allora, ha cortesemente indicato il rimedio, che già a inizio campionato era servito a dare una scossa: ritiro ad Asseminello.

La capacità di concentrazione acquisita durante i giorni al centro sportivo viene subito posta in essere, perché il Cagliari non rischia niente nel primo tempo, in cui produce, invece, un goal annullato, un palo di Coman – costretto a uscire al 31mo- e, soprattutto,  il goal di Viola, in scivolata da appena dentro l’area, dopo una bellissima azione in verticale, su assist di Piccoli.

L’inizio della ripresa, però, testimonia un repentino calo di concentrazione: Ekuban, sulla sinistra, sfila dietro Augello, serve agevolmente dentro l’area per il goal del pareggio- un comodo piatto- di Cornet.

La squadra rossoblù di casa entra in un turbine di confusione, nervosismo e paura, nemici mortali in una sfida salvezza, quando, invece, sarebbero necessari nervi saldi e lucidità.

Il Genoa avanza, avanza sino a conquistare il campo e il gioco, mentre lo stadio prima si ammotolisce, poi, dopo un’occasionissima di De Winter (di testa, solo, davanti a Caprile: di poco a lato) comincia a fischiare.

Il tempo scorre inesorabilmente, senza che Nicola, neanche coi cambi, inverta la rotta. Si va incontro alla tempesta, tra gli scogli delle ultime 10 giornate: sarà necessario, adesso sì, avere nervi d’acciaio.

Cosa direbbe dell’America di oggi colei che ci fece scoprire la letteratura americana, Fernanda Pivano?

di Alfredo Franchini

Riceviamo e pubblichiamo con  molto piacere una riflessione di Alfredo Franchini, giornalista, saggista, cultore di De André, di cui è stato amico intimo, testimone e custode, di momenti di vita. Con questo contributo  arricchisce  lo scambio inaugurato con l’editoriale di ieri sul rapporto – in relazione allo scenario internazionale- tra valori europei e nuova politica trumpiana, raccontandoci il punto di vista di una grande conoscitrice della cultura americana

Le stelle della bandiera americana si sono arrugginite e oggi mi chiedo che cosa direbbe Fernanda Pivano, la ragazza che fu amica di tutti i poeti della beat generation e che io ho avuto la fortuna di conoscere alla fine degli anni Settanta. Lei amava la poesia di Fabrizio De André ma in quegli anni frequentava i poeti americani, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Bob Dylan, e manteneva viva la memoria di Ernest Hemingway con cui ebbe lunghi trasporti d’amicizia. Quando la conobbi lei aveva 61 anni e una storia alle spalle segnata da Cesare Pavese, da cui prese il genio della letteratura, e da Hemingway per il quale, prima di diventarne amica, aveva tradotto un libro e per questa colpa finì direttamente in carcere. C’era, infatti, il veto del ministero della cultura fascista di occuparsi degli scrittori americani; una norma che non le impedì di tradurre, sia pure di nascosto, l’Antologia di Spoon River, pubblicata da Einaudi con un titolo che indicava una esse appuntata, un trucco escogitato da Pavese, per tramutare Spoon River in un santo. Insomma, Fernanda aveva capito che al di là dell’oceano c’era un mondo diverso e l’America voleva dire libertà. La conobbi quando De André aveva pubblicato da poco Rimini ma qui non parlerò del rapporto tra la Nanda e Fabrizio iniziato con la pubblicazione di “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, ma della sua e della nostra America.
Parlando con Nanda capii subito una cosa: noi in quel periodo ritenevamo che l’America fosse un nemico per il tipo di governo e per le mire imperialiste – del resto l’eco del golpe in Cile non era così lontana – ma allo stesso tempo riconoscevamo i sogni di un popolo, l’Utopia, il melting pot delle razze in rivolta. Fu Fernanda Pivano a spiegarmi che versi come quelli di Dylan, “quante strade deve percorrere un uomo prima di poterlo chiamare un uomo” oppure “quante morti ci vorranno prima che si sappia che troppi sono morti” erano dei grandi versi in assoluto e che cosa significavano per milioni di giovani di tutto il mondo. Ascoltando Dylan tanti giovani iniziarono a giudicare: forse il caso Watergate non sarebbe scoppiato se gli americani non fossero stati abituati a riflettere da quella cospirazione di libri e di suoni. Si susseguirono i raduni passati alla storia, come quello del Parco Lambro a Milano, una Woodstock in minore, irruppero i jeans, la liberazione sessuale, gli spinelli e i giovani di tutto il mondo sognarono un mondo diverso, magari aiutati dalle traduzioni di Kerouac fatte dalla Pivano. Da quella poesia americana tradotta da Nanda scaturì la proposta di una via d’uscita dal consumismo, la proposta di nuovi modi di vivere senza potere. La voce di quei giovani diventò un urlo di dissenso nei confronti delle amministrazioni americane. Qualche anno dopo, Nanda che peraltro era astemia e lontana da ogni droga, mi disse che fu l’avvento dell’LSD a cambiare la scena americana e a tramutare i giovani del dissenso in piccoli borghesi. Era stato l’inizio dell’eclisse dell’Utopia. Oggi le stelle americane sono arrugginite in fondo all’Oceano. Siamo tornati agli anni in cui l’America era un nemico e non sappiamo se ci saranno altri Kerouac e altri Ginsberg a indicarci la nuova strada.

Bentornata, Europa!

di Daniele Madau

Un giorno di tanti secoli fa, su una spiaggia di Sidone, in Libano, una bellissima ragazza giocava con le sue amiche. Era figlia di Agenore e Telefassa. Era mattina e l’incanto della natura rallegrava i cuori. La meraviglia, però, durò poco, perché la ragazza venne rapita e, dopo un lungo e penoso viaggio, portata a Creta, dove subì violenza.

La ragazza si chiamava Europa, il rapitore Zeus.

Ce lo racconta Erodoto, il ‘padre della storia’ , che vuole spiegare le origini ancestrali dello scontro tra greci e barbari-persiani. I rapimenti reciproci di fanciulle porteranno, poi, alle cause più recenti e verosimili degli scontri che culmineranno con le guerre persiane. Tramite dialoghi sulla saggezza e sulla felicità,  riflessioni sul senso della vita e sugli dei, condanna del denaro e della superbia, pur senza mai avere sentimenti di superiorità o razzisti, Erodoto comincia a delineare quei valori ‘occidentali’ di libertà, democrazia e misura a cui, più che mai, oggi dovremmo guardare come a un’ancora di salvezza, un barlume di luce, una brezza nella desolata calura.

Come per l’atto brutale di un rapimento, l’Europa nasce tra i conflitti, come utopia e tensione verso una convivenza di libere molteplicità, nella pace dei diritti e dell’uguaglianza, sotto la tutela delle leggi e in una prosperità misurata- non abnorme- tale da poter accogliere chi ha bisogno.

Proprio l’estrema attenzione verso le leggi e le molteplicità ha creato qualche intoppo burocratico e qualche attrito all’interno dei 27 Stati che, occorre ricordarlo, hanno aderito volontariamente all’Unione Europea .

Ora, però, questi difetti, naturalmente, passano in secondo piano, davanti al nuovo compito di baluardo che l’Europa sta cercando di assumere, pur con tutte le difficoltà.

L’aver difeso l’Ucraina e il diritto internazionale sino a oggi, davanti alle prove di forza delle nuove superbie e violenze americane e russe, è una rinfrancante – e forse inaspettata – prova che quei valori ancora vivono. Il tentativo degli Stati storici fondatori, insieme alla Gran Bretagna, di cercare vie di pace senza abbandonare l’Ucraina è necessario, corretto, coraggioso e utopistico, nel senso migliore del termine. C’è ancora speranza, c’è vita e futuro in questo dare il bentornato all’Europa.

E, dobbiamo dirlo, l’Italia, pur con tutte le fragilità e i dubbi dei tre maggiori leader – Meloni, Schlein e Conte- , non ha indietreggiato. Anche perché in prima fila c’è sempre stato il suo Presidente della Repubblica, Sergio  Mattarella. I suoi discorsi a Marsiglia e in Montenegro, coraggiosi e lucidi, sono il manifesto più bello e in purezza dei valori europei: nati con Erodoto e ancora vivi.

Un Cagliari pauroso si fa rimontare dalla doppietta di Orsolini

di Francesco Floris

Foto Ansa

02/03/2025 Bologna, Stadio Renato Dall’Ara

27ma giornata di Serie A Calcio d’inizio 15:00

Bologna 2-1 Cagliari

Pagelle (4-4-2 da sx a dx): Caprile: 7 Obert: 6,5 ⇆ Felici 3,5 (45’)Luperto: 6,5Mina: 6 Zappa:5+Augello: 6,5Adopo: 5,5 ⇆ Marin 4,5 (67’)Makoumbou: 6,5 ⇆ Viola s.v (84’) Zortea: 5 ⇆ Gaetano s.v (76’)Piccoli: 7,5Luvumbo: 6 ⇆ Coman 5 (67’) 

“Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”. Così diceva Don Abbondio nel capitolo XXV de “I Promessi Sposi” e il Cagliari ha dimostrato, ancora una volta, la verità di questa frase. La squadra rossoblù perde la seconda partita consecutiva in campionato e la zona retrocessione dista solo tre punti ormai.Abbiamo assistito all’ennesimo Cagliari chiuso in difesa e proprio come contro la Juventus, questa soluzione non ha pagato. Nicola schiera un 4-4-2 difensivo senza ali offensive, senza nessun regista e con Luvumbo schierato seconda punta al fianco di Piccoli. Una squadra che punta a difendere il pareggio ad ogni costo. Il gioco dei sardi è semplice: difesa a oltranza e palla lunga e pedalare. Durante la partita la squadra cagliaritana non ha la minima intenzione di attaccare; solo quando il Bologna pareggia il Cagliari decide di attaccare, ma senza successo.Soltanto un’azione individuale di Piccoli permette ai sardi di portarsi in vantaggio al 22’. L’attaccante bergamasco corre con il pallone da metà campo fino all’area di rigore, qui passa la sfera ad Augello; il terzino sinistro crossa e Piccoli segna, portando così i cagliaritani momentaneamente in vantaggio. Bisogna comunque fare i complimenti alla difesa rossoblù, che per 45’, fa impazzire i bolognesi: tutte le loro azioni offensive nel primo tempo terminano infatti, o con un tiro o con un cross sbagliato. La situazione però cambia quando Italiano e Nicola, prima dell’inizio del secondo tempo, adoperano le prime sostituzioni. Italiano manda in campo Cambiaghi, Ferguson e Odgaard; Nicola invece fa entrare Felici al posto di Obert ammonito.Dopo pochi secondi dall’inizio della ripresa, Felici travolge Cambiaghi in area di rigore. Per l’arbitro non ci sono dubbi e assegna la massima punizione, che Orsolini non sbaglia. Bastano otto minuti agli emiliani per trovare il gol del vantaggio: cross di Cambiaghi dalla fascia sinistra, Augello si addormenta e Orsolini ringrazia.Il resto della partita è un tormento. Nicola durante il secondo tempo opera altri cambi mettendo in campo: Coman, Marin, Gaetano e Viola, ma è tutto inutile.I rossoblù giocano atrocemente: cross imprecisi, passaggi sbagliati, squadra lenta, macchinosa e priva di idee. Dal 59’ al 94’ il Cagliari riesce a tirare una sola volta, tiro che non inquadra neanche la porta.Si conclude così una partita giocata per pareggiare, l’ennesima. Da sottolineare come il Cagliari, quando subisce un gol giocando conservativamente, non riesce a reagire. Sembra che i sardi non si preparino a scenari di questo genere. Il Cagliari giocherà venerdì contro il Genoa all’Unipol Domus, nella speranza di uscire da questa partita almeno con un pareggio, anche se una vittoria darebbe morale e migliorerebbe la situazione in classifica degli uomini di Nicola. Mancano solo undici giornate al termine del campionato. In questa fase è indispensabile sbagliare il meno possibile, perché anche un singolo errore, può portare verso la retrocessione.

Il Cantico delle Creature nella musica di Massimo Donno

di Massimo Donno

Continuano le celebrazioni per gli 800 anni del Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi. In questo percorso La Riflessione inserisce il nuovo progetto discografico del cantautore Massimo Donno, “La spada e l’incanto”, un album che riprende il componimento e lo traduce in musica e parole per il nostro tempo, intrecciando spiritualità , tematiche sociali e sonorità  del Mediterraneo. Un viaggio tra poesia e impegno, tra radici e nuove prospettive.

Di questo straordinario componimento e della sua attualità abbiamo precedentemente riflettuto insieme  attraverso gli approfondimenti di Cristiana Meloni a cui rimandiamo i lettori: https://lariflessionepolitica.politics.blog/2025/01/17/una-lode-che-supera-il-tempo/ e https://lariflessionepolitica.politics.blog/2025/02/11/giubileo-2025-la-speranza-che-non-delude-una-conversazione-con-mons-giuseppe-baturi/

Mi chiamo Massimo Donno, sono un cantautore salentino, di Corigliano d’Otranto, per l’esattezza. Ho vissuto diversi anni a Roma, poi a Bologna, prima di decidere di ricominciare dalla mia terra, dalla mia campagna, dal mio mare. Ho realizzato cinque lavori discografici, nell’arco di dodici anni. Anni di studio, di incontri, di numerosi viaggi ed altrettanti ritorni a casa. Ed è proprio questo che mi ha portato ad appassionarmi al tema del viaggio, della restanza, dell’attesa. In particolare nei miei due album “Partenze” (Visage Music, 2012) e “Lontano” (SquiLibri Editore, 2022), racconto il viaggio, la migrazione contemporanea, il senso di attesa di chi resta, il senso di inadeguatezza che spesso vive chi lascia la propria terra per giungere in un luogo del tutto nuovo, che porta al confronto con i propri schemi valoriali, con il proprio modo di concepire il tempo, la vita, le radici. Ed è partendo da questi presupposti che sono arrivato ad appassionarmi ad una figura che mi ha sfiorato … e cambiato la vita! Parlo di San Francesco D’Assisi, il giullare, il matto, il piccolo grande uomo coraggioso e sfrontato che ha preso di petto l’ostracismo della famiglia, la riluttanza nei suoi confronti da parte del potere costituito e ne ha fatto incanto, ne ha fatto magia. Ho deciso, verso la fine del 2022, che avrei iniziato un vero e proprio percorso di studi sulla sua figura, ed in particolare sul Cantico delle Creature. L’album che sarà pubblicato nella prossima primavera si intitolerà “La spada e l’incanto”. 

“La spada e l’incanto” è una rilettura del Cantico delle Creature, o meglio riscrittura, in forma canzone. È, innanzitutto un omaggio a questo componimento che nel 2025 compie ottocento anni. Questo lavoro riporta all’epoca contemporanea una serie di temi che sono fondamentali come l’ambiente, il rapporto tra gli esseri umani, tra l’uomo e la natura. Si parla di relazioni, di connessioni, di lavoro ed immigrazione, di guerra, di tempo, di solitudine ed isolamento. Si parla di ambiente e territorio, di rispetto degli stessi, di amore e protezione verso la natura. Si dà voce al Santo rivoluzionario in una cornice che non è quella del 1200 ma è il nostro vissuto quotidiano, la nostra epoca, fatta di sconfinata bellezza da un lato, ma anche di tante piaghe dall’altro. 

Una riflessione nella direzione di voler sia omaggiare una delle prime forme di poesia ad ottocento anni dalla sua scrittura, ma anche di riportare al centro delle nostre esistenze la bellezza della natura, istanza da vivere consapevolmente e da custodire. Ed è qui che risiede, a mio avviso, il senso dell’essere cristiano oggi: Essere, partecipare e comprendereQuesti tre principi sono alla base delle relazioni sociali, delle interazioni tra individuo ed ambiente. La cristianità che intendo io va vissuta con le mani, con gli sguardi, camminando ed andando incontro alle mille falle che troviamo sul sentiero della vita. Significa vivere consapevolmente le carezze e gli spintoni, essere riconoscenti per entrambi, perché in entrambi risiede il significato del rispecchiarsi nella figura di Gesù Cristo. Come Francesco, sequela Christi. Francesco, ad esempio, ha vissuto con coerenza ogni aspetto che descrive ed esalta nel Cantico. La sua non è scrittura astratta ma comunione con il circostante, descrizione serena e coerente di ogni istanza vissuta, di ogni essere vivente, piante e animali, con i quali entra in relazione e che considera tessere di questo meraviglioso e divino mosaico. Francesco si ispira al mondo e non ad un singolo e limitato territorio: il cantico è frutto di tutto l’orizzonte spirituale e della gioia incontenibile del santo dei poveri, amante della poesia, della musica. 

Il Cantico, nel mio album, viene diviso per capitoli, nei quali vado a sviluppare quelli che sono i punti nevralgici della composizione poetica. Per ogni capitolo nasce una canzone, una riflessione a sé stante ma indissolubilmente legata all’intero tessuto poetico-narrativo del Cantico. Si parlerà di “fratello sole”, di “luna e stelle”, dell’acqua ed il fuoco, del perdono, della morte corporale, ma anche della vita di San Francesco, della relazione con la madre e con il padre, di eros e thanatos, dei viaggi in Oriente, della miseria, anche politica e culturale, dell’Occidente. 

Le sonorità di questo disco si rifanno al Mediterraneo, pur avendo talvolta un’ossatura armonica e melodica lontana dai suoi linguaggi tipici. Spazia dal sound balcanico all’Africa Occidentale per tornare al Sud Italia. Sostanzialmente è un disco acustico con un uso discreto anche dell’elettronica e di strumenti elettrici come la chitarra. La matrice etnica viene esaltata attraverso l’utilizzo di strumenti tradizionali di varie aree: bongos, tabla, Kalimba, organetto, marimba, ecc. Mi auguro che questo lavoro possa avvicinare le persone a quella divina consapevolezza verso il creato, alla Madre Terra, per viverla, amarla, rispettarla e, soprattutto, nutrirla di rispetto ed amore. 

Biografia dell’autore

Cantautore, musicista. Si divide da diversi anni tra scrittura e canzone d’autore, tra progetti inediti e teatro.  Realizza il suo primo album solista nel 2013, edito da Ululati/Lupo Editore e distribuito da Messaggerie Musicali, dal titolo “Amore e Marchette”, ottenendo ottime recensioni e calcando palchi in tutta Italia. Diverse le collaborazioni tra teatro e musica, da Alberto Bertoli a Luciano Melchionna, da Juan Carlos “Flaco” Biondini a Mirko Menna, da Giuseppe Cederna a Luciano Biondini, da Maurizio Geri a Riccardo Tesi con il quale realizza “Partenze”, album uscito nella primavera del 2015 per Visage Music, distribuito da Materiali Sonori in Italia, da Galileo in Germania, da Xango Music in Benelux. A settembre 2015 i giurati del Premio Tenco inseriscono Partenze nella rosa dei migliori 49 album italiani dell’anno. Nel giugno 2017 pubblica un nuovo lavoro, libro e CD, dal titolo “Viva il Re!” (Squilibri Editore-Visage Music). Il libro contiene una serie di interviste e di scritti relativi al mondo delle bande, con importanti contributi di Livio Minafra, Pino Minafra, Rita Botto, Battista Lena, ecc. Il cd racchiude nove tracce, di cui due inedite e sette tratte dai primi due album, riscritte e rilette con un ensemble bandistico di venti elementi, diretti da Emanuele Coluccia, con il prezioso contributo di Gabriele Mirabassi e Lucilla Galeazzi. Il disco risulta, per Smemoranda.it, uno dei migliori album indie del 2017 mentre l’autorevole Giornale della Musica lo colloca nelle migliori 20 uscite di world music, sempre del 2017. Nel 2018/2019 porta in tour, in Europa ed in Italia, il disco “Viva il Re!”, accompagnato dall’organettista Alessandro D’Alessandro. Il tour ha toccato numerose città italiane ed europee come Milano, Roma, Torino, Bordeaux, Valencia, Bruxelles, Lussemburgo, ecc. Ad aprile del 2018 riceve il Premio Civilia Salento, per la diffusione della musica d’autore su tutto il territorio nazionale.  A settembre 2019 riceve il Premio Castrovillari d’Autore, premiato dalla giuria composta dai cantautori Gatto Panceri e Mariella Nava e dal giornalista RAI Michele Neri. Ad ottobre 2019 rientra tra gli artisti che omaggiano il cantautore Gianni Siviero, nella compilation edita da Squilibri Editore (Io credevo – Le canzoni di Gianni Siviero), in intesa con Sergio Secondiano Sacchi del Club Tenco – Premio Tenco, insieme a Roberto Vecchioni, Sergio Cammariere, Mimmo Locasciulli, Petra Magoni, ecc. album che vince la Targa Tenco, nel 2020,come miglior album a progetto. Nel 2021 scrive un brano per I musici di Francesco Guccini (Biondini, Bandini, Tempera, Marangolo, ecc.) composizione che farà parte di un disco che gli stessi musicisti del cantautore emiliano pubblicheranno nel 2022. A giugno 2022 pubblica per SquiLibri Editore il suo quarto album, Lontano: il disco contiene importanti collaborazioni, da Daniele Sepe a Flaco Biondini, da Mariella Nava a Musica Nuda (Ferruccio Spinetti e Petra Magoni), Nabil Bey (Radiodervish), Redi Hasa, Marco Bardoscia, Rachele Andrioli, Alessia Tondo, ecc. Tra i vincitori, nell’edizione 2023, del Premio Lunezia, categoria Autore di testi, con la canzone “Vieni con me”, tratta dall’album Lontano.Riceve, nel 2024, importanti riconoscimenti nell’ambito della canzone d’autore come il Premio Botteghe D’Autore, il Premio George Brassens, ecc. A dicembre 2024 vince il Premio Lunezia per la canzone Terra, nella categoria Canzoni sostenibili. A novembre 2024 è tra gli ospiti del festival “La grande bellezza” a Zurigo, uno dei più importanti festival in Europa dedicati alla canzone d’autore italiana, con la direzione artistica di Pippo Pollina. Sempre nello stesso periodo, nello Studio 2 della Radio Televisione Svizzera Italiana (RTSI), omaggia il cantautore Gianmaria Testa, insieme all’attore Giuseppe Cederna, al fisarmonicista Luciano Biondini ed alla moglie del compianto cantautore piemontese Paola Farinetti in uno spettacolo dal titolo “In viaggio con Testa”. Nello spettacolo, avente come filo rosso il tema del viaggio, sono state riproposte alcune canzoni di Donno e di Testa, intermezzate dalla recitazione dello stesso Cederna. In uscita nel 2025 il nuovo lavoro discografico dal titolo “La spada e l’incanto”, concept ispirato al “Cantico delle Creature” di San Francesco D’Assisi, con la produzione artistica di Riccardo Tesi.

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