C+S Architects completa la scuola dell’Infanzia “Arca di Noè”: un padiglione prezioso e trasparente immerso nel parco di Villa Paglia ad Alzano Lombardo

Completata dopo 5 anni, immersa nel parco storico di Villa Paglia e all’avanguardia per l’innovazione spaziale e per la sostenibilità energetica, la nuova scuola dell’infanzia Arca di Noè nel comune di Alzano Lombardo, disegnata da C+S Architects con la collaborazione dello studio Capitanio Architetti, è radicata nel territorio ma anche nella storia del design italiano. Maria Alessandra Segantini: “È un progetto innovativo di concepire gli spazi, una forma di abbattimento dei muri che, attraverso la trasparenza e l’intervisibilità, privilegia la socializzazione, la creatività dei bambini e dei loro insegnanti coinvolgendo anche le famiglie e la comunità.”

Il 7 gennaio 2025, 125 bambini di Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo, entrano per la prima volta nella nuova scuola dell’infanzia ‘Arca di Noè’: un padiglione prezioso rivestito in mosaico di vetro bianco e serramenti in bronzo, scandito da una serie di shed in copertura e immerso nel parco storico di Villa Paglia. L’intervento, il cui costo è pari a 5,5 milioni di euro, finanziati da Regione Lombardia, Gse, Fondazione Cariplo e dal Comune di Alzano Lombardo si sviluppa su porzione di circa 3.380 mq del complesso di Villa Paglia e del suo parco vincolati entrambi dalla Soprintendenza ai BBAA ed estesi su una superficie di 15.865 mq.

A firmare il progetto è lo studio C+S ARCHITECTS di Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini, con uffici a Treviso e Londra, in collaborazione con lo studio Capitanio di Bergamo (coordinamento locale, direzione lavori, sicurezza e computi), e con la consulenza strutturale dello studio Myallonier, impiantistica dello studio MCZ, acustica di Andrea Breviario e geologica dello studio Castaldia.

Cappai e Segantini lavorano da più di vent’anni su progetti di edilizia scolastica. Le loro scuole sono conosciute a livello internazionale, sono state utilizzate come best-practice per scrivere le linee guida del MIUR e sono state esposte alla 15° Biennale di Architettura di Venezia con l’installazione EDUcare nel 2016

Scrivono Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini: “In qualità di architetti e ricercatori, riconosciamo alle scuole un importante ruolo di politico – dal greco polis, comunità – allo spazio della scuola. Sono spazi pubblici che costruiscono comunità. Ci piace pensare alle nostre scuole come Piazze dei Piccoli Centri Urbani.  Il centro infanzia di Alzano Lombardo è per noi un’occasione per tradurre una parte dell’eredità di quel territorio e trasformarlo in una risorsa per la comunità. La trasformazione del parco di Villa Paglia è una di queste eredità che si trasforma in potenzialità, alla scala urbana, alla scala architettonica e alla scala dell’esperienza fisica dei cittadini. Abbiamo concepito questo edificio scolastico immaginando la possibilità di realizzare uno spazio che possa essere usato da tutta la comunità, in tempi diversi e vissuto dagli studenti, dai docenti e dai ragazzi come un grande polo culturale trasparente e aperto che stimola la curiosità e lo scambio di esperienze e conoscenze”.

L’area dove sorge la nuova scuola ha una superficie di 3.380 mq. ed era l’area “degli orti” di Villa Paglia a nord del giardino ornamentale, da cui è separata ad ovest, da un pergolato costituito da una doppia fila di colonne in graniglia di cemento. A nord e ad est è delimitata da alti muri parte in pietra e parte in calcestruzzo che la separano rispettivamente da via Montelungo e da una proprietà privata. Altimetricamente è articolata su più livelli, con un dislivello medio di circa mt 3,50, separati da un muro di contenimento in ciottoli di fiume. 

In continuità con i muri di contenimento in sassi che disegnano la continuità tra le diverse quote del paesaggio della Val Seriana, il progetto fa propria la regola topografica della costruzione di muri di contenimento – il DNA del luogo – innestando, sull’ingresso da Via Montelungo, un nuovo muro in cemento armato pigmentato di rosso e disattivato con inerti a vista per creare continuità e armonia con il paesaggio circostante. In corrispondenza dell’ingresso, il muro diventa spazio per alloggiare i contatori, ma anche tessitura con la recinzione metallica che segue le pieghe della strada e un cancello rosso con il logo della nuova scuola. All’arrivo, da via Montelungo, della scuola si vedono solo gli shed di copertura, omaggio al glorioso passato industriale di Alzano, che suggeriscono la metafora della scuola come ‘fabbrica del sapere’. Un passato industriale che ha reso famosa Alzano Lombardo per il cemento bianco che ancora oggi si chiama ‘bianco Alzano’: un colore che definisce l’identità della nuova scuola, che gli architetti vogliono rivestita in tessere bianche di mosaico di vetro. Un dettaglio che è anche un omaggio ai Maestri dell’architettura Italiana del Dopoguerra.    

Il muro di cemento rosso disattivato incide il paesaggio trasformandosi in una rampa-gioco che i bambini riconosceranno come identità della loro scuola. Una rampa, che è anche seduta dove sono incise le figure degli animali del famoso puzzle che Enzo Mari ha disegnato per Danese nel 1957.

“Le domeniche, sopra un tavolino davanti al camino, la mamma e la nonna sparpagliavano gli animali di Enzo Mari e io e mia sorella giocavamo a ricostruire il puzzle. Amavo quel gioco, amavo toccare il legno, amavo vedere come tutti i pezzi componevano un insieme dove tutte le figure si abbracciavano… il calore di quel momento era custodito da qualche parte nella memoria per riaffiorare quando ho iniziato a pensare alla scuola di Alzano… volevo che ogni bambino provasse quel calore nella mia scuola… quell’idea di stare insieme, quel piacere di giocare imparando. Per questo ho proposto al team di incidere quegli animali lungo il percorso che conduce alla scuola, come se la scuola diventasse un’arca di Noè che salva il mondo… e dove tutti, animali, bambini, piante si abbracciano”, così l’architetto Maria Alessandra Segantini racconta l’incipit del progetto.

Durante il percorso, la scuola comincia a comparire tra le faglie della rampa, che, alla quota di ingresso diventa spazio: l’ippopotamo ospita il deposito passeggini e tricicli, il maiale e il toro diventano l’areazione della centrale termica. È un tema delicato quello di questo progetto, sta sulla soglia tra architettura e paesaggio e viene sviluppato facendo conversare il volume del muro rosso grezzo della rampa incisa degli animali con un prezioso volume trasparente in tessere di mosaico di vetro bianco e grandi vetrate riquadrate da una struttura sottile in bronzo, che riflette il gioco colorato dei bambini e, allo stesso tempo, il paesaggio e il cambio delle stagioni del giardino secolare.

E qui le facciate in mosaico di vetro bianco fanno il contraltare prezioso al paesaggio del muro colorato: i due materiali si incontrano a terra in una linea precisa: da un lato il cemento rosso grezzo scopato ai piedi del muro che cambia colore e diventa Levocel a grana fine bianco ai piedi della facciata di mosaico. Quest’ultima, costruita con tessere di 14 mm lavorate in sezione, si accende di sfumature sempre diverse in ogni momento del giorno e della sera, giocando con le ombre e i riflessi delle luci e del paesaggio. 

Nonostante si sviluppi su un unico livello, la scuola esplode all’interno in altezza grazie a una sezione complessa che raccoglie la luce non solo dalle grandi vetrate della facciata, ma anche dalla copertura a shed, memoria della vocazione industriale dell’area bergamasca, che permane come identità di questa terra e che contribuirà a consolidarsi nell’esperienza dei bambini, trasformandosi in eredità futura.

Il layout della scuola è tripartito. La flessibilità è l’elemento determinante del progetto. Nonostante sia stato dato un nome a tutti gli ambienti, il salone centrale e le relazioni con le ali laterali permettono di utilizzare gli spazi in molteplici modi e inventare metodi speciali per fare didattica, permettendo agli insegnanti di esprimere al massimo la propria creatività a vantaggio dell’educazione dei piccoli: tutti gli spazi si possono trasformare facilmente in laboratori per l’arte, spazi per attività digitali e teatrali, palestrine, spazi per il teatro. La stessa flessibilità permette l’utilizzo della scuola da parte della comunità anche oltre l’orario scolastico, grazie alla presenza del grande salone vuoto centrale che fa scorrere il verde del parco in tutte le direzioni attraverso le vetrate che ne delimitano lo spazio.

Il salone è spazio centrale di distribuzione ma anche spazio multifunzionale, spazio delle potenzialità, dell’invenzione di eventi speciali. Due corti interne scavano l’edificio come ‘stanze speciali a cielo aperto’ permettendo anche ai più piccoli di stare all’aperto il più possibile senza pericoli, essendo pavimentate con un tappeto antishock morbido e popolato dagli stessi animali di Mari, colorati. Lo spazio centrale esplode in altezza scandito da una sequenza di lucernari a shed impostati a 240 cm che portano la luce anche nelle zone più interne della scuola: una luce indiretta, diffusa, che fa da contraltare alla luminosità delle vetrate e delle corti. 

Dall’ingresso, la trasparenza delle corti permette di traguardare il giardino sul lato opposto. 

La scelta dei materiali è delicata: affida al legno i punti di contatto tra i bambini e lo spazio e favorisce l’intervisibilità tra tutti gli ambienti della scuola. Grande attenzione è stata posta all’utilizzo di materiali per garantire un’ottima acustica in ogni spazio.

“Abbiamo disegnato uno ‘spazio delle potenzialità’, dove ogni ambiente può essere trasformato dalla creatività degli insegnanti o della comunità che vi ruota intorno. Tutti gli spazi di distribuzione sono generosi e possono essere trasformati in ‘spazi per attività speciali’ anche in orario extra-scolastico. In questo modo la scuola diventa un epicentro per la comunità e ne rafforza l’identità”-scrive Carlo Cappai.

Sul lato ovest si aprono le 6 sezioni della scuola che si affacciano su parco di Villa Paglia con i suoi alberi secolari e il pergolato storico, mentre verso il salone una porta a vetri e una grande vetrata raccontano lo scorrere della vita in ogni sezione. Il pavimento in linoleum bianco, steso sull’intera superficie della scuola (inclusi i servizi igienici), è inciso in ogni aula da un animale con un colore diverso, lo stesso colore utilizzato per le piastrelle di ceramica lucida del corrispondente bagno della sezione.

Ogni aula è attrezzata con una armadiatura fissa che si estende per tutta la sua lunghezza della sezione, mentre sul lato opposto gli stessi animali di Mari, questa volta in multistrato, diventano attrezzature didattiche e giochi a grande scala disegnati ad hoc.

Ogni aula ha un’uscita diretta verso il porticato esterno, che rende omaggio al dettaglio di Terragni per l’asilo Sant’Elia di Como con una scansione di pilastri metallici su cui sono montate tende esterne che si avvicinano alla facciata senza toccarla. Sul sistema di pilastri staccati è anche inclusa l’illuminazione esterna della scuola.

Sul lato opposto alle aule si trovano la palestra, l’infermeria, le aule insegnanti, la cucina con ingresso separato.

Opposto all’ingresso è invece il generoso spazio della mensa che si apre sul giardino e le aree giochi, due grandi cerchi in tappeto antishock colorato su cui di nuovo sono incise le sagome degli animali.

Anche lo spazio della mensa è scandito dalla sequenza degli shed con una luce calda e diffusa che contrasta con la luce che, al tramonto, entra dalle grandi vetrate che affacciano sul giardino.

Grazie all’utilizzo di energie alternative, l’edificio raggiunge i più alti livelli di efficienza energetica rappresentando per la comunità di Alzano Lombardo il primo edificio pubblico classificato NZEB (Nearly Zero Energy Building).

Dichiara il Sindaco Bertocchi: “Il progetto è nato dalla consapevolezza che la vecchia scuola della Busa, costruita negli Anni Cinquanta, non poteva essere efficientata e resa antisismica con risultati soddisfacenti e così la scelta è stata la demolizione e ricostruzione della scuola in un ambito diverso, con una migliore esposizione solare e climatica e una posizione più centrale rispetto alla città, al fine di facilitare l’accessibilità e la prossimità ai servizi pubblici favorendo la didattica. 

È un edificio costruito per essere sicuro, funzionale e altamente performante e che raccoglie tutte le migliori tecnologie oggi disponibili. Una scuola pensata e progettata per favorire nuovi modelli di apprendimento, ospitandoli in un luogo accogliente e flessibile.”

Concludono Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini: “L’esperienza di questo progetto ci ha dato l’occasione di conoscere un territorio ricco di memoria antica e recente e, grazie alla collaborazione con lo studio Capitanio e con l’impresa Perico, che bene hanno saputo tradurre per noi le esigenze della comunità e del territorio e con cui abbiamo lavorato in grande sintonia, abbiamo seminato un’altra scuola restituendo ai cittadini di Alzano una parte di paesaggio oggi intercluso. Siamo onorati di aver lavorato con la comunità di Alzano per prenderci cura delle preziose risorse storiche, artistiche e di paesaggio e restituirle agli abitanti attraverso i bambini”. 

CREDITI

Cliente: Comune di Alzano Lombardo

Progetto e direzione artistica: Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini, C+S ARCHITECTS,

PM: Maria Alessandra Segantini con Tommaso Iaiza, Stefano Di Daniel, C+S ARCHITECTS

Coordinamento locale, Direzione Lavori, Sicurezza, Computi: Remo Capitanio, con Alberto Valtulini e Marina Brambati, STUDIO CAPITANIO ARCHITETTI 

Strutture: Sergio Myallonier, Myallonier Ingegneria srl

Impianti: Enrico Zambonelli, Loris Doneda, MCZ Ingegneria srl

Acustica: Andrea Breviario

Geologia, geotecnica, Giulio Mazzoleni, CASTALDIA

Fotografie: Alessandra Bello, Maria Alessandra Segantini

Costruzione: Impresa Perico, Giacomo Algisi, Enrico Signorelli, Andrea Persico

Altre aziende:

Serramenti: Kreal, Lecco

Rivestimento in mosaico di vetro: Mosaico+

Arredi fissi: Falegnameria Fadel, Treviso

Pavimenti: Vaneton srl, Modena

Illuminazione: Glip srl, Treviso

Il racconto del Cagliari: la ricerca della bellezza

di Daniele Madau

Unipol Domus, XXI giornata serie A/ Cagliari- Lecce: 4- 1(42mo Pierotti, 60mo Gaetano, 65mo Luperto, 79mo Zortea, 84mo Obert)

CAGLIARI (4-4-1-1): Caprile 5.5; Zappa 6, Mina 6.5, Luperto 6.5, Obert 7, Zortea 6.5, Makoumbou 6 (Marin 54mo, 7), Adopo6 (Deiola 54mo, 7), Felici 6 (Augello 73mo, 7); Viola 6(Gaetano 54mo, 7); Piccoli 6. All. Nicola.

In panchina: Iliev, Sherri, Augello, Lapadula, Deiola, Prati, Marin, Jankto, Wieteska, Palomino, Pavoletti, Azzi, Gaetano, Kingstone.

LECCE (4-3-3): Falcone; Guilbert, Baschirotto, Jean, Dorgu; Coulibaly (Karlsson), Pierret, Helgason (Ramadani 63mo); Pierotti (Bonifazi 56mo), Krstovic (Rebic 63mo), Tete Morente. All. Giampaolo.

Arbitro: Sacchi /Assistenti: Perrotti- Dei Giudici/ Quarto ufficiale: Aureliano/ Var: Serra- Mazzoleni

Espulsi: Rebic 72mo

Spettatori: 16.306

Immagine: Calcioweb Puglia
I palazzi di S.Elia dietro lo stadio

Sulla destra della tribuna stampa, oltre la Curva Futura- cuore del tifo rossoblu’ insieme alla Curva Nord- , si intravedono i palazzi di S. Elia: storicamente,  uno dei quartieri più a rischio povertà e criminalità di Cagliari.  È lì che ho lasciato la macchina,  in un parcheggio libero per il quale ho dovuto dare qualche moneta a un signore del posto, per controllarla.

Tutt’intorno, ancora, il degrado: una città che, tramite uno sport di così grande impatto come il calcio,  non è riuscita ad affrancare S.Elia e la sua gente da un destino di strade non asfaltate e grigiore di cemento.

Ho deciso, allora, prima ancora di entrare allo stadio, il titolo dell’articolo.

Del resto, la bellezza dovrebbe essere dappertutto, come un diritto: dal raggio di sole che, smentendo le previsioni, ferisce di luce il terreno dell’Unipol, all’interpretazione di gioco delle due squadre che- nelle intenzioni degli allenatori- dovrebbero conquistare il campo e offrire sprazzi di bel gioco.

Sono entrambi in piedi, gli allenatori, con Giampaolo che, forse per rendere omaggio al più celebre allenatore pugliese,  Oronzo Cana’, sembra più agitato del solito.

Dopo 15 minuti di equilibrio- con un tiro da ottima posizione di Krstovic che – scoordinato- tira inevitabilmente alto, il Cagliari prende il controllo. Felici, Adopo e Luperto minacciano la porta pugliese, prima di un nuovo tentativo di Krstovic e di due nuovi tentativi, entrambi in acrobazia -testa e tacco- di Piccoli e Luperto.

Bellezza può anche essere la salvezza: è questo che si giocano le squadre e, per farlo, il Cagliari recupera Mina e preferisce Viola a Gaetano.

La linea di difesa rossoblu’ è alta ma il dominio non è completo: così al 42mo, su contropiede e cambio di gioco rasoterra da sinistra a destra, Pierotti- sempre con un rasoterra dal limite- prende in contropiede Caprile e, per l’incontenibile gioia dei tifosi ospiti, porta in vantaggio il Lecce. Poco prima a Viola era stato annullato un goal per una spalla in fuorigioco: e sì che la regola dovrebbe cambiare, ma sarà sempre troppo tardi…

Nel secondo tempo, Marin, subentrato, prova a prendere subito la regia del film cagliaritano, per cambiare il finale. Piccoli, però,  interpreta male la parte e, di testa, tira a lato.

Magnifici interpreti, invece, del pareggio sono Deiola e Gaetano: tacco del primo e pallonetto- a tu per tu col portiere- del secondo. Gran classe, inaspettata. Trama in crescendo: Deiola, da lontanissimo, costringe in angolo il portiere avversario e, sugli sviluppi, Luperto, con un tocco impercettibile e forse involontario, capovolge il risultato. Sarà stato voluto? Resterà un mistero della sceneggiatura.  Per re Davide e per il pubblico- che pure ha pagato il biglietto- il film potrebbe finire qui, ma lo spettacolo deve andare avanti, anche perché il meglio deve ancora venire, sempre tinto di rossublu’. Al 72mo viene espulso Rebic, al 78mo Augello calcia a lato di poco, all’80mo Zortea, in odore di nazionale, incorna per il 3-1.

Soprattutto,  però,  all’84mo Obert segna un goal che neanche Messi…esageriamo, ma è bello questo finale da sogno, da salvezza, da festa. Da grande bellezza.

Una Lode che supera il tempo

di Cristiana Meloni

Da oltre 800 anni, Francesco d’Assisi continua a parlare al cuore dell’umanità, ispirando generazioni con il suo messaggio di umiltà, bellezza e fraternità universale. La sua figura, ancora oggi oggetto di studi, ammirazione e dibattiti, attraversa i secoli senza perdere né forza né rilevanza. Lo testimoniano le innumerevoli mostre, trasmissioni televisive, rappresentazioni teatrali e libri che ne celebrano la figura. In occasione dell’ottavo centenario del Cantico delle Creature, anche La Riflessione si unisce a questa memoria con un contributo che ne approfondisce la straordinaria attualità.

Scriveva Dante Alighieri nel XI Canto del Paradiso che “nacque al mondo un sole” (v. 50). Quale immagine poetica migliore per rendere omaggio a Francesco d’Assisi, figura centrale della spiritualità cristiana e della storia culturale e umana del nostro Paese. Egli fu un uomo rivoluzionario e straordinariamente moderno, capace di guardare con lucidità e senza pregiudizi un’epoca segnata da violenza, sopraffazioni e disprezzo per i più deboli, quale fu il XIII secolo. Questo periodo, infatti, era attraversato da grandi contraddizioni: da un lato, l’Europa viveva un’importante espansione economica e urbana, con l’Italia al centro di intensi scambi commerciali e culturali. Dall’altro, la Chiesa, pur detenendo un immenso potere spirituale e temporale, si trovava a fare i conti con fenomeni di corruzione e “politicizzazione”, che compromettevano il legame con le esigenze più autentiche dei fedeli. In questo contesto di tensione e crisi, Francesco divenne portatore di un messaggio controcorrente, basato sull’umiltà, sulla povertà e sul ritorno alla purezza evangelica. La sua testimonianza rispondeva con forza al bisogno di rinnovamento spirituale e sociale, offrendo un’alternativa concreta al declino di valori che segnava il secolo. 

Proprio in queste ultime settimane si sono aperte le celebrazioni per l’ottavo centenario del Cantico delle Creature, l’opera più famosa e studiata del santo di Assisi. Secondo le fonti biografiche, venne composta in una fredda mattina di primavera del 1225, mentre si trovava a San Damiano, gravemente provato da una malattia agli occhi che lo rese cieco. Le sue condizioni erano tali che perfino un solo raggio di sole gli causava un dolore insopportabile. Eppure, così si apre il testo: 

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu Te mentovare.

Questo importante anniversario rappresenta, dunque, un’occasione preziosa per riflettere ancora oggi sull’eredità spirituale e letteraria di Francesco, il quale, a distanza di secoli, continua ad ispirare intere generazioni di uomini e donne. Infatti, nonostante la quantità ingente di studi e scritti, la sua voce non smette di aprire interessanti e profondi spazi di riflessione, sorprendentemente attuali.

Laudato sie, mi' Signore. cu, tucte le Tue creature,
spetialmente messer lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te Altissimo, porta significatione.

Uno dei suoi aspetti più affascinanti risiede, senza dubbio, nel non appartenere esclusivamente a chi professa un credo, ma nell’essere davvero quel “fratello di tutti”, disponibile a un dialogo rispettoso e inclusivo che supera ogni barriera: dalle religiose alle culturali e sociali. Questa visione universale si riflette pienamente nel Cantico, dove ogni elemento del creato viene percepito come parte di una grande fraternità. Le creature non sono semplicemente oggetti da contemplare, ma manifestazioni del divino, fratelli e sorelle che condividono con l’uomo e la donna il dono dell’esistenza. 

Laudato si', mi' Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si', mi' Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.

Il creato – dal sole alla luna, dalle stelle al fuoco e all’acqua – è un dono prezioso da cui si riceve “sustentamento” continuo. Questo legame profondo con la natura richiama con urgenza la crisi ecologica attuale, invitando a riscoprire un rapporto di responsabilità verso l’ambiente. Non si è padroni del creato, ma custodi, chiamati a preservare e rispettare ciò che è stato affidato all’umanità. Riconoscere quanto si dipenda dai doni di “sora nostra matre Terra” e quanto essa necessiti di cure è una consapevolezza che richiede un impegno concreto, rivolto non solo al presente, ma anche alle generazioni future.

Laudato si', mi' Signore, per sor'Aqua,
la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si', mi' Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

La profondità del testo risiede, inoltre, in uno sguardo che va oltre la superficie, capace di non lasciarsi sopraffare dalla durezza della vita e di scorgere bellezza e luce anche nei momenti di dolore e sofferenza. Lo sguardo di Francesco non è quello di chi si sottrae alla realtà, ma di chi la accoglie in tutta la sua complessità, senza giudicarla ma abbracciandola. I versi del componimento si traducono così in gesti concreti, incontri significativi, scelte coraggiose e in un continuo cammino verso l’altro. Il santo di Assisi è, infatti, l’uomo dell’azione: non si limita a contemplare o a lodare, ma agisce. La sua è una fede che si incarna nel quotidiano, che osa mettersi in gioco per costruire ponti e lottare per il bene difficile contro il male facile.

Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructu con coloriti flori et herba.

Il celebre incontro con il sultano Malik al-Kamil, durante la Quinta Crociata, è emblematico di questo sguardo profetico. Il gesto audace rappresenta un’alternativa di pace in un contesto di guerra interminabile e infruttuosa. Attraverso il dialogo con coloro che venivano considerati “infedeli”, Francesco traccia un percorso nuovo, una strada di comprensione e riconciliazione, da percorrere con fiducia.

Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke 'l sosteranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano, incoronati.

In questo senso, anche la scelta del volgare rispetto al latino assume un significato profondo: non è una semplice preferenza linguistica, ma un atto di apertura e inclusività. Francesco desidera che il suo messaggio sia comprensibile e accessibile a tutti, affinché ciascuno, indipendentemente dalla propria condizione sociale, possa sentirsi parte di una fraternità universale.

Laudato si', mi' Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male.

Il componimento si chiude con un invito alla lode persino per la morte, chiamata affettuosamente “sora”. Una scelta che può sembrare paradossale o persino inquietante, ma che racchiude un messaggio importante e profondamente umano: accettare la fragilità dell’esistenza è ciò che conferisce valore e autenticità a ogni istante della vita. Questa consapevolezza non annulla il dolore, ma lo trasfigura, rendendo eterno ciò che si vive e lasciando un segno capace di sopravvivere al tempo e alla storia.

Forse non è un caso, dunque, che le prime pagine della nostra letteratura si aprano con un inno di lode. Francesco, nel suo Cantico, sembra voler ricordare ancora che, nonostante le ferite e le difficoltà che attraversano ogni epoca, è sempre la bellezza a sopravvivere. Una bellezza che diventa un faro e illumina il cammino di ciascuno, verso qualcosa di più grande.

Laudate e benedicete mi' Signore et rengratiate
e serviateli cu, grande humilitate.

Che tu abbia un corpo

di Daniele Madau

Nel XVIII secolo, il giurista inglese Blackstone fu il primo a citare l’impiego del principio giuridico dell’habeacorpus già nel 1305. Tale principio è garanzia dell’irrevocabilita’ dei diritti fondamentali – dovuti dal fatto di possedere un corpo- di coloro che sono in stato di detenzione. È la base della giurisdizione moderna e delle democrazie.

Nasce nel periodo e nell’ambito delle monarchie, di cui vuole limitare il potere, perché non diventi assoluto. Il potere assoluto è solo quello delle leggi, a cui si sottoposero coscientemente, pena la vita, anche Socrate e Gesù.

Tale principio fu un ponte verso l’umanesimo e la modernità in generale ed è talmente fondante da essere sempre oggetto di riflessione,  anche ai giorni nostri.

È nel patrimonio politico del centro destra il concetto di sicurezza, per cui tutti noi rinunciamo a una parte delle libertà personali,  per vivere in serenità e, appunto, sicurezza.

Anche questo concetto, però,  non deve diventare assoluto e ledere libertà e diritti personali fondamentali,  quali quelli dell’integrità psicofisica della nostra persona. Lo Stato, lungi dal promulgare leggi che possano ledere tali diritti dovrebbe essere garante di queste libertà fondamentali: e, questo, soprattutto con le forze dell’ordine.  Noi non dobbiamo temere le forze dell’ordine, dobbiamo avvertirle sempre come custodi dei nostri diritti fondamentali, dalla nostra parte.

I ministri, etimologicamente servitori, e il potere politico in genere, ha il dovere, perciò, di mostrare equità nell’indicare, promuovere e valorizzare il rispetto verso l’autorità e le forze dell’ordine, così come quello di pretendere dalle stesse il mantenimento del principio dell’habeas corpus.

I decreti sicurezza, la nuova normativa del codice della strada, il linguaggio -che sia quello di Meloni, Salvini o dei carabinieri che inseguivano Ramy – per non parlare, poi, di comportamenti criminali passati come quelli contro Stefano Cucchi, nascondono- chi più,  chiaramente,  chi meno- il rischio, sempre presente, che quel principio fondamentale sia disatteso: sarebbe un rischio grave, da non sottovalutare.

Tutto questo non giustifica le violenze delle proteste di Roma, anzi: chi lotta per i diritti lo dovrebbe sempre fare pacificamente,  con la forza delle leggi, sul principio dell‘ habeas corpus. Tali inaccettabili violenze, tuttavia, le avrei definite ‘gravissime’ e non ‘ignobili’, termine violento della malavita.

Anzi, avrei sottoscritto – e presentato ai contestatori-  quanto detto dal padre di Ramy: ‘non accettiamo le violenze, vogliamo solo giustizia’

La promozione del rispetto, anche nel 2025

di Oleandro Iannone

L’enciclopedia Treccani ha indicato come parola dell’anno del 2024 ‘rispetto’ e, il 2025, non può che cominciare con una riflessione su un tema così rilevante e delicato, a partire dalla stretta attualità. ‘La Riflessione ‘ non ha mai avuto timore a schierarsi per il rispetto dei diritti della persona e a favorire il dialogo e la presentazione di punti di vista diversi, nell’ottica di un arricchimento reciproco e costante. Oleandro Iannone, in questo editoriale, torna su tematiche care: il rispetto, i diritti e i concetti di patriarcato, così presenti nel dibattito attuale, a cui vuole dare un contributo. Nello stile del nostro giornale, di rispetto di ogni posizione possa portare alla riflessione: come da titolo, e missione, della nostra testata.

Quando veniamo a conoscenza di un atto di oppressione non possiamo diventare complici non riconoscendo l’esistenza e il funzionamento del sistema che fa prosperare questi atti.

Il 2025 si apre con un’aggressione omofoba avvenuta a Roma, proprio durante la notte del 31.

 Stephano e matteo stavano andando a festeggiare il capodanno, ma per la strada si sono ritrovati vittime di insulti omofobi, scagliati da un gruppo di giovani ragazzi dal balcone di un palazzo. La coppia ha ignorato gli insulti, però durante il rientro, passando per la stessa strada, ha ricevuto dagli stessi ragazzi insulti ancora più pesanti e la minaccia: “adesso scendo e vi meno”, ha detto uno dei giovani ragazzi del gruppo. Matteo, a quel punto, risponde: “nessuno vuole litigare, non roviniamoci la serata”. Ma il gruppo li raggiunge. Inizia il pestaggio. Stephano cade a terra. Lo prendono a calci e a pugni e gli sputano addosso, mentre gli insulti continuano. Matteo vuole difendere Stephano: urla al gruppo che stava filmando e che avrebbe consegnato tutto alla polizia,alcuni ragazzi scappano, sotto minaccia dei rimanenti Matteo si vede costretto a cancellare il video. Questi poi se ne vanno. I residenti scendono per intervenire, ma ormai il pestaggio era già avvenuto.

Matteo prova a chiamare un’ambulanza, la polizia, ma nessuno “può” soccorrerli, si recano autonomamente al pronto soccorso, dove Stephano riceve una prognosi di 25 giorni. Quando Stephano viene intervistato, condivide la paura di poter incontrare nuovamente quei ragazzi, e dice di non riuscire a superare lo choc: quella notte poteva rimanere là, per terra, e non alzarsi più. Ciò che più gli fa male è accorgersi che, dopo l’aggressione, sta inconsciamente allontanando il suo ragazzo. Afferma che nessuno deve avere paura di amare. 

La coppia ha scelto di sporgere denuncia. Le istituzioni locali hanno promesso interventi immediati. Nel mentre c’è stato un presidio, molto partecipato, il 4 gennaio in zona Malatesta, a Roma, in cui erano presenti anche Stephano e Matteo.

Lo stesso giorno del presidio avviene un’altra aggressione omofoba sempre a Roma.

Nel 2024 l’Italia è stata tra i 9 Paesi dei 27 dell’Unione Europea che non hanno firmato la dichiarazione per la promozione delle politiche europee a favore delle comunità LGBTQIA+, preparata in occasione della giornata internazionale contro l’omobilesbotransfobia. La ministra della natalità e della famiglia Roccella afferma a riguardo che non sarebbe stato firmato nulla che riguardi la negazione dell’identità maschile e femminile, e che la sinistra usa l’omofobia per arrivare al “gender”. Sempre durante lo scorso anno fu annunciata, dalla ministra dell’Università e della Ricerca Bernini, un’ispezione negli atenei di Sassari e Roma Tre , perché secondo il deputato della Lega Rossano Sasso, sarebbero state diffuse, da parte di chi insegna, “l’ideologia gender” e le “teorie queer” tra gli studenti.

Come si può riflettere su questi avvenimenti per capire le dinamiche dell’aggressione subita da Stephano e Matteo? Bisogna analizzare i meccanismi che collegano ruoli di genere e omobilesbotransfobia: chi sente necessario difendere il binarismo di genere agirebbe contro l’omofobia?

La società in cui viviamo si struttura come un patriarcato, ovvero un sistema sociale in cui viene associato valore maggiore al concetto di “uomo” rispetto a quello di “donna”. Nella società patriarcale alle persone viene assegnato un genere fin dalla nascita: “maschio” o “femmina”, escludendo l’esistenza delle persone intersex. In base a ciò si costruiscono norme sociali che considerano appropriate certe caratteristiche rispetto ad altre per i “maschi” e per le “femmine”. Il patriarcato, infatti, per perpetuarsi, caratterizza il genere in maniera rigida: gli elementi che vengono associati al genere maschile non possono essere associati al genere femminile e viceversa. Questo crea il fenomeno del binarismo di genere.

Il genere maschile nel patriarcato è definibile come soggetto, quello femminile come oggetto. In questo modo si costruisce una gerarchia dove il maschile domina il femminile. La mascolinità patriarcale si afferma mantenendo in uno stato di subordinazione la femminilità. Opprimendo quindi coloro che sono definite “donne” ma anche gli “uomini sbagliati”che non si conformano al modo patriarcale di essere uomini. Per questo la mascolinità patriarcale prevede la violenza verso le coppie gay: l’uomo che rompe la rigidità di genere è un pericolo per il patriarcato, quindi l’uomo patriarcale per difendere il sistema che gli conferisce autorità non può concepire e sopportare un modo di essere diverso dal suo. Lo stesso meccanismo usato per difendere il patriarcato è osservabile nella violenza sulle donne: una donna che non rispetta il modo patriarcale di essere donna è pericolosa per il sistema e va depotenziata con ogni mezzo possibile, come testimonia l’elevatissimo numero di femminicidi nel nostro paese.

Partecipando ai ruoli di genere rigidi tipici del modello patriarcale tutte le persone possono essere complici del sistema, allo stesso tempo subendoli tutte le persone possono essere vittime. Nel patriarcato il genere è il modo in cui le gerarchie sociali si perpetuano. Uscire da ogni forma di binarismo, che sia quello su cui si struttura il genere, il sesso o l’orientamento sessuoaffettivo, permetterebbe di uscire dall’oppressione patriarcale e,di conseguenza, impedirebbe l’avvenimento delle aggressioni omofobe come quelle recentemente avvenute e garantirebbe alla popolazione LGBTQIA+ di poter vivere in una società più sicura.

Il nuovo anno e il sogno dell’umanità

di Daniele Madau

L’editoriale di auguri di ‘La Riflessione ‘

Come augurare ai lettori di ‘La Riflessione’ il buon anno? Semplicemente, nel nostro stile, con una riflessione.

Non esiste data più solenne, più simbolica, più sacra dell’inizio dell’anno, in ogni parte e in ogni cultura del mondo. E ogni parte e ogni cultura del mondo hanno qualcosa in comune: già questo è il primo dato su cui riflettere e, forse, il più rilevante.

Siamo tutti uomini e donne, simili nella carne e nel sangue, nell’anima, nel cuore e nella mente. E tutti desideriamo le stesse cose, aneliamo tutti alla speranza che ogni nuovo anno ci riporti a quella età dell’oro, a quel tempo paradisiaco il cui ricordo è iscritto nella nostra memoria collettiva di abitanti del pianeta terra.

Questo ci svelano i miti, le religioni e le culture, che ci conoscono meglio di noi stessi, che penetrano il segreto d’ogni uomo e di ogni donna apparsi dall’inizio dei tempi.

La pace è ciò che caratterizzava quell’età dell’oro che, ognuno, si augura di ritrovare a ogni anno, a ogni – per chi segue il calendario solare inaugurato da Gregorio XIII- gennaio.

Gennaio deriva dal dio romano Giano, il deus deorum.

Giano presiede infatti a tutti gli inizi e i passaggi e le soglie, materiali e immateriali, come le soglie delle case, le porte (ancora oggi, in sardo, la porta è ianna), i passaggi coperti e quelli sovrastati da un arco, ma anche l’inizio di una nuova impresa, della vita umana, della vita economica, del tempo storico e di quello mitico, della religione, degli dèi stessi, del mondo, dell’umanità, della civiltà, delle istituzioni.

Nella sua riforma del calendario, Numa dedicò a Giano il primo mese successivo al solstizio d’inverno, gennaio,  che, con Giulio Cesare, divenne il primo dell’anno.

Una delle caratteristiche più singolari di Giano sta nella sua rappresentazione come di un dio bicefalo, da cui l’appellativo di Giano bifronte: perché,  essendo sempre sul limite, guarda indietro e avanti; rappresenta i nostri buoni propositi d’inizio anno, il nostro prezioso riflettere su noi stessi.

Giano regnò su Roma, in un tempo caratterizzato da onestà, abbondanza, pace. In tempo di pace, successivamente,  il tempio di Giano veniva chiuso, perché non c’era più bisogno del suo soccorso durante le guerre.

Dal 1968, da Paolo VI, per il mondo cristiano il primo gennaio è la giornata mondiale della pace, oltre che la solennità di Maria, madre di Dio, che guida l’umanità alla pace, accogliendo il saluto dell’angelo : ‘Non temere…’

Nei calendari lunari, il sentimento è il medesimo. In Cina, Il primo giorno del nuovo anno è dedicato all’accoglienza e al benvenuto delle divinità benigne del Cielo e della Terra.

 Dal 2 al 4 ottobre si ha l’inizio del mese di Tishrei, secondo il calendario lunare ebraico, che apre un periodo di riflessione, pentimento e rinnovamento spirituale, che culmina nel solenne Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione.

Nella religione dei Nativi Americani, le divinità erano gli “spiriti”, presenti dappertutto in natura. E tra alcune nazioni, il primo mese del calendario lunare si chiamava proprio ‘La luna degli spiriti’.

Allora, un proposito immenso quanto a noi vicino, irrealizzabile quanto necessario, sembra interrogare ogni cuore: che ognuno di noi contribuisca, per la sua parte, a realizzare il sogno di tutta l’umanità. La pace.

Il racconto del Cagliari: si è dato tutto, ma quel tutto sembra pochissimo.

di Daniele Madau

Foto della detentrice dei diritti Ansa

Unipol Domus, 18ma giornata/ CAGLIARI – INTER 0-3 (0-0)

CAGLIARI (4-3-2-1): Scuffet; Zappa, Mina (46′ Wieteska), Luperto, Obert (59′ Marin); Zortea, Gaetano (59′ Pavoletti), Augello; Adopo, Makoumbou (72′ Viola); Piccoli (84′ Felici).  . All.Nicola.

INTER(3-5-2): Sommer; Bisseck, De Vrij, Bastoni; Dumfries, Barella (73′ Zielinski), Calhanoglu (79′ Asllani), Mkhitaryan (79′ Frattesi), Dimarco (73′ Carlos Augusto); Thuram (79′ Taremi), Lautaro. All. Inzaghi.

ARBITRO: Daniele Doveri (Roma 1).

GOL: 54′ Bastoni (I), 70′ Lautaro (I), 78′ rig. Calhanoglu (I).

ASSIST: 54′ e 70′ Barella (I).

SPETTATORI: 16.500- Tutto esaurito

Non è semplice scrivere di Cagliari- Inter dopo aver visto, trasmesso un paio di sere fa in tv, il film ‘Nel nostro cielo un rombo di tuono’. Su Riva. Sul Cagliari dello scudetto. Sulla Sardegna. Ma, soprattutto,  su un mondo che non c’è più e di cui, forse, son rimasti solo i retaggi peggiori, anche nel calcio.

Ho iniziato a scrivere al 70mo, quando Barella,  il grande ex, esce, fischiato: forse negli epici anni ’70 non sarebbe successo, perché i campioni si rispettavano o, forse, perché un giovane campione sardo non avrebbe lasciato Cagliari.

Si era sul 2-0, reti, nella prima parte del secondo tempo, di Bastoni e Lautaro, il redivivo. Poco dopo, il 3-0, su rigore di Chalanoglu. La sensazione è quella di un qualcosa di atteso e inevitabile,  nonostante si viva di speranze e di nostalgie di miracoli, spesso visti dagli spettatori durante la carriera di re Davide Nicola, che ha un passato taumaturgico.

In questa tiepida notte tra Natale e Capodanno,  tuttavia, tutto è prosaico per noi sardi in riva allo stagno di Molentargius: la poesia è in tribuna, dove siede Zola, e il desiderio di riscatto dall’Inter degli industriali, che solo per il gusto di non vedere Riva alla Juve aveva comprato il Cagliari con sprezzante sfoggio di denaro,  resta strozzato in gola.

Appeso a un primo tempo coraggioso, ordinato e benaugurante; agonizzante, però,  davanti ai primi colpi di classe degli avversari,  che potevano permettersi di sbagliare da un metro dalla linea di porta con Lautaro: ‘matador’ che, come scritto, poco dopo avrebbe ritrovato il goal dopo un mese e mezzo.

Sino alla resa finale, inevitabile, data la sproporzione in campo.

Come ripartire? Forse dal mercato,  che deve colmare lacune in ogni reparto. Dal carattere, perché ci ricordavamo un Cagliari abituato a lottare sino alla fine. Dall’allenatore? Ai dirigenti cagliaritani l’ardua sentenza.

Finisce tra i fischi, con la sensazione di aver dato tutto e che quel tutto sia pochissimo. Si contesta. Sarebbe successo nei tempi epici, quelli che ora vediamo solo nei film? Forse no ma, se ora siamo ancora qui,  è grazie a ciò che abbiamo costruito allora. È tempo di prosa e fango: torneranno i prati, tornerà la poesia?

Un po’ di Natale, per conoscerlo meglio

di Daniele Madau

il ‘Tondo Doni’ di Michelangelo
Jasmine, 10 anni, salvata in mare dopo due giorni alla deriva

Quando si dice – per sottolineare il paradosso – che Gesù non è nato né il 25 dicembre né nell’anno zero, si dice la verità: in effetti, poche informazioni precise si possono avere di un evento accaduto in un paese sperduto di una remota parte del mondo, allora non ancora del tutto sottomesso a Roma. Stiamo davvero parlando di una delle ‘periferie’ che, come accade ancora oggi, non aveva né storici ufficiali né uffici stampa. Inoltre, stiamo parlando di un’umile coppia di genitori, che non apparteneva a nessuno dei ceti privilegiati. La data del 25 dicembre, allora, è frutto di ciò che viene chiamato ‘sincretismo religioso’, definizione che indica l’appropriazione da parte di una religione di elementi propri di altri credi: nell’antica Roma il 25 dicembre veniva festeggiato Mitra, il dio del sole invincibile (sol invictus). Quando però l’imperatore Costantino, intorno al 330 d.C., si convertì al cristianesimo, il 25 dicembre si incominciò a festeggiare non più il “Natalis solis” ma il “Natalis Christi”. Siamo subito dopo il solstizio d’inverno, in cui il sole si riappropria, piano piano, del suo potere sulle tenebre e l’oscurità: se pensiamo alle mille luci del nostro Natale, allora, possiamo capire quale significato di speranza e di vita si celi dietro questa simbologia di luci che, per la tradizione cristiana, è incarnata in un bambino nato povero, in una periferia. Per quanto riguarda la data, gli studiosi generalmente indicano la nascita di Gesù tra il 7 e il 4 a.C. Secondo la maggior parte degli storici, infatti, Erode sarebbe morto nel 4 a.C., anche se vi sono state in passato, e vi sono anche oggi, ripetute proposte di altre date.

La datazione tradizionale risale al monaco Dionigi il Piccolo, nel VI secolo. Questa datazione si discosta, comunque, solo di uno o due anni da quella fornita dai Padri della Chiesa sin dal II-III secolo. Stiamo parlando, dunque, di una tradizione davvero millenaria, bimillenaria, sulla quale non è opportuno ragionare di date, a meno che non lo si faccia di professione o non si abbiano curiosità erudite. Lo stesso discorso vale per il racconto della Natività che, dopo gli elementi forniti da Matteo e Luca – gli evangelisti della Natività stessa -, si è arricchito dei dettagli dei vangeli apocrifi, ricchi di particolari perché nati proprio per sopperire a quella mancanza. Mancanza comprensibile, dato che i testi più antichi del Nuovo Testamento risalgono a circa il 50 d.C. e in cui non vi era traccia di bue, asino e del numero dei magi. Circa millecento anni dopo, San Francesco, poco prima di morire, realizzò a Greccio il primo presepe della storia, per rivivere la povertà in cui nacque Gesù.

In quei testi si parlava, per la prima volta in ambito religioso, di un Dio che diventava uomo, nascendo da una ragazza ebrea e non perdendo nulla della sua divinità. Erano già esistite divinità che avevano assunto forma umana, ed esisteva già il monoteismo. Ma nessuno aveva mai parlato dell’unico Dio che, nascendo da una donna, come tutti noi, condividesse la condizione umana.

E allora, forse, si può aspettare il Natale riflettendo su questo: che la nascita è qualcosa che ci accomuna tutti e tutti rende vicini e fratelli, vicini e sorelle. Laicamente, tutti siamo nati e venuti al mondo, col pianto e avvertendo il freddo, come già cantava Leopardi. Dopo aver riflettuto su questo, sarebbe bello il silenzio, un altro dei simboli del Natale: il silenzio di un cielo d’inverno, limpido e terso, in cui le luci delle stelle risaltano di più.

Qust’anno, il 24 dicembre – domani – si aprirà la porta santa del giubileo a San Pietro, esattamente 725 anni dopo la prima apertura, quella di Bonifacio VIII che, venendo incontro alle innumerevoli richieste e alla forti pressioni dei pellegrini i quali – non potendo più recarsi a Gerusalemme – andavano a Roma, concesse un anno di remissione dei peccati e di estinzione di ogni pena. Il giubileo ha radici nell’Antico Testamento, dove il libro del Levitico (25:8-13) descrive un periodo di liberazione e grazia, celebrato ogni 50 anni. In quel tempo, che si apriva al suono di un corno di capra (yobel), i debiti venivano cancellati, gli schiavi liberati e le terre restituite ai proprietari originari.

Il 26 dicembre, però, si aprirà anche una porta santa in carcere, il luogo in cui i debiti si pagano per poter ritornare liberi ed essere accolti nuovamente dalla società, rinnovati.

E’ un’altra immagine simbolica e forte, di ogni nostro debito, errore, colpa o senso di colpa, che non dovrebbe mai avere l’ultima parola. Neanche la colpa terribile, di una società intera, di aver lasciato una bambina di 10 anni -Jasmine – in balìa del mare d’inverno per due interi giorni, prima di essere salvata dai soccorritori delle Ong. E’ una nuova Natività, questa, perché Jasmine si è salvata e ha avuto accanto un uomo e una donna che l’hanno accudita, in una sacra famiglia più bella di quella di Michelangelo. Che bel Natale, quello in cui una bambina migrante, salvatasi miracolosamente, è un nuovo segno di speranza.

Oltre il silenzio

di una ragazza che sa che non smetterà mai di lottare

E’ passato quasi un mese dal 25 novembre ma le luci non devono abbassarsi sulle violenze, fisiche e psicologiche, che ancora un numero inaccettabile di donne subisce. Per questo – come sempre ha fatto, con orgoglio, ‘La Riflessione’ – riceviamo e pubblichiamo volentieri questa testimonianza di una giovane donna, che sa che non smetterà mai di lottare.

Sono donna, credo che questo lo vediate tutti, ma sapete anche cos’è normale che io senta, subisca, veda in quanto donna? Io so com’è la mente di un uomo, so cos’è normale che succeda a una donna in famiglia. Nessuno ne parla, si sa da sempre, i fratelli e i padri sono gelosi, cercano di tenere le loro figlie in delle teche di vetro, lontane dagli uomini sbagliati, da quello che si sa essere un mondo sbagliato per noi donne. Tante volte mi vestivo bene, volevo solo sentirmi bella ma ogni volta venivo messa in ridicolo: “Ma dove credi di andare vestita così?”. Oppure ricevevo minacce: “Tu non ti vesti così, non ci pensare nemmeno. La gente che ti vede per strada cosa penserà?”. Per tanto tempo l’ho vista come una cosa fatta contro di me, forse i miei fratelli o mio padre non mi trovavano bella ed ero davvero ridicola. Col tempo ho iniziato a nascondermi, non mi truccavo mai, indossavo abiti che mi lasciavano indefinita, camminavo per strada a testa bassa con il timore di poter essere giudicata. Guardavo la bellezza come un pericolo: ‘se mi mettessi quel vestito corto la gente cosa penserebbe? Se mi fossi messa quel rossetto mi avrebbero guardato con disgusto?’ Ma col tempo ho capito, i miei fratelli hanno sempre guardato le belle ragazze ma sapevano anche i rischi che quelle ragazze correvano, sapevano qual’era il prezzo della consapevolezza di essere belle e il desiderio di essere viste, di essere libere in un mondo che conosce solo figlie rinchiuse e madri terrorizzate. Senza accorgermene ero stata rinchiusa in una gabbia mascherata da vestiti larghi e commenti denigratori, ero stata rinchiusa per gelosia e desiderio di possesso, una cosa che per il semplice fatto di essere donna è normale. Ho conosciuto altre ragazze che come me erano state messe in gabbia dalle loro famiglie, una di queste si chiamava Federica. Federica vive a Cagliari con la sua famiglia ed è la sorella maggiore di tre, è una brava ragazza, prende voti alti e ascolta sempre i suoi genitori. Il tempo passa e Federica diventa una bella ragazza, qualche ragazzo le fa la corte e le chiede di uscire, il padre di Federica non glielo permette, alza la voce e diche che Federica deve stare a casa a badare ai suoi fratelli. Federica obbedisce anche se non lo trova giusto, tuttavia il suo sguardo rimane puntato sulla finestra, vuole uscire. Federica insiste, dice che questo ragazzo che ha conosciuto le piace tanto e ci tiene ad uscire, il padre alza sempre di più la voce e senza neanche pensarci tira uno schiaffo sul bel visino di Federica. Lei cade a terra e coi suoi occhi pieni di lacrime guarda suo padre, perché lo aveva fatto?. Federica si accarezza la guancia, da quel giorno inizia a vivere una vita segreta, che la sua famiglia non conosce, esce la sera sgattaiolando dalla finestra e va a dormire sognando il giorno in cui se ne potrà andare. Quel giorno finalmente arriva, suo padre non è d’accordo ma ormai può già assaporare la libertà e non lo ascolta, si fa aiutare dalle sue amiche per prendere le sue cose e va via di casa. Certe notti le passa ripensando a quanto suo padre le avesse fatto del male, rinchiudendola in casa e soffocando le sue necessità con le urla o le mani, suo padre con la scusa di proteggerla la stava soffocando con le sbarre di una cella che la schiacciavano ogni giorno di più. Il tempo cura ogni ferita e adesso Federica è laureata in medicina e fa l’anestesista, da poco è diventata anche mamma di una bambina. Federica non è più una ragazza, ma ricorda il peso di essere nata donna in un mondo come il nostro, vede negli occhi di sua figlia la possibilità di cambiare, di darle quella libertà e spensieratezza che lei non ha mai avuto. Insegna a sua figlia di non spaventarsi mai davanti alle urla di un uomo, che la sua bellezza deve essere mostrata come un quadro in un museo e non rinchiusa come dei soldi in cassaforte. La sua libertà non deve essere commentata o discussa da nessuno. Certi uomini la temeranno, altri la guarderanno con disprezzo, ci sarà anche chi la guarderà con amore e desiderio, una sola cosa non cambierà, nessuno tra questi la avrà in possesso come un trofeo o un animale da circo, non sarà costretta a concedersi a nessuno se non lo vorrà, non sarà una brava moglie ma una grande donna. Federica ha insegnato tanto a sua figlia, lo so bene, perché sono io sua figlia. Come mia madre vivrò la mia vita libera, non lascerò più che nessun uomo mi metta dentro quella gabbia, ad oggi vado dove voglio e mi vesto come più mi piace, certi mi guardano storto e mi criticano bisbigliando ingiurie alle mie spalle. Ma che le offese siano alle mie spalle o mi vengano urlate in piena faccia, mi vedrete ancora con quella gonna e quei tacchi. Se per il fatto di essere libera sono una poco di buono, una pazza o poco raccomandabile allora vi do ragione, sono matta da legare, sono la donna meno affidabile di tutte e sono forse la donna che vale meno. Eppure sarò sempre libera, sarò sobria e appariscente, sarò libera di amare un uomo per tutta la vita, sarò libera di amarne cento. Se un giorno un uomo mi ucciderà perché sono libera sappiate che io non guarderò i giornali, non ascolterò i media o cosa dice la gente, anche il mio corpo privo di anima saprà che io non ho sbagliato amando. Ricordatevi che avrò lottato fino alla fine, e anche se arriverò ad avere tutti i capelli bianchi io non sarò una vittima, vivrò in un mondo di uomini e donne liberi, non in un mondo di padri, fratelli, cugini, mariti, amici che calpestano le donne e le rinchiudono. Uscirò sempre da quella gabbia a costo di rovinarmi lo smalto, di squarciarmi gli abiti e tagliarmi le mie bianche mani, e farei lo stesso per liberare ogni madre, figlia, sorella, cugina, amica. Perché non vivremo più zittite e messe da parte, ci alzeremo ogni volta e faremo sentire la nostra voce, prima di essere mogli siamo donne.

Il racconto del Cagliari: tra Davide e Golia, questa volta passa la dea Atalanta.  E corre verso lo scudetto.

di Daniele Madau

Carnesecchi vola su Piccoli- foto Eurosport

XVI giornata, Unipol Domus/CAGLIARI-ATALANTA 0-1

Cagliari (4-3-2-1): Sherri 6; Zappa 6, Mina 7, Luperto 6.5, Augello 6 (71’ Obert); Makoumbou 6 (77’ R. Marin), Adopo 6, Deiola 6.5 (71’ Gaetano); Zortea 5.5(77’ Pavoletti), Luvumbo 5.5 (52’ Felici); Piccoli 6. All.: Nicola.

Atalanta (3-4-2-1): Carnesecchi; Kossounou, Hien (46’ Djimsiti), Kolasinac; Bellanova, Pasalic (64’ Samardzic), Ederson (64’ Zaniolo), Ruggeri; Brescianini (46’ De Roon), De Ketelaere; Retegui (46’ Lookman). All.: Gasperini.

Arbitro: Luca Pairetto di Nichelino.

Gol: 66’ Zaniolo (A).

Assist: Bellanova (A, 0-1).

Note – Recupero: 2+4. Ammoniti: Luperto, De Roon, Augello, Zaniolo, Obert, Kolasinac.

Nella sfida tra la dea Atalanta e il re Davide, poteva finire pari o, addirittura, poteva vincere il piccolo Davide, in una variante della sfida contro Golia. Ma se è vero – come ha detto Fonseca- che giocare col Cagliari è più difficile che giocare contro il Real Madrid, l’Atalanta -pur avendo vinto, mentre aveva perso proprio con il Real Madrid tre giorni fa,- questa vittoria l’ha sudata. I bergamaschi, infatti, sono sembrati meno propositivi, meno oppressivi e meno dinamici del solito, pur tenendo sempre la squadra alta; mentre i rossoblu, soprattutto nel primo tempo e nell’arrembante finale di partita, hanno occupato bene la metà campo avversaria, tenendo stretti i reparti e a volte anche provando a verticalizzare e a sorprendere alle spalle gli avversari. Per entrambe le squadre le occasioni si sono avute nel primo tempo, inaugurate da Brescianini e poi, in serie, tutte per i padroni di casa che, in tre circostanze di seguito, hanno tirato addosso al portiere da distanza molto ravvicinata; oppure è il portiere che è stato particolarmente bravo a chiudere la porta: punti di vista. Quando, invece, puoi inserire dalla panchina  Zaniolo e Lookman, non è più questione di punti di vista ma di risorse che solo una squadra che lotta per lo scudetto può tenere nella riserva aurea della panchina. Il primo, infatti, segna di piatto su traversone dalla destra, su l’unica vera disattenzione della difesa; il secondo, sull’altra fascia, semina il panico e i suoi avversari come in una discesa di supergigante e con il suo classico tiro a rientrare sul primo palo quel palo lo colpisce, per poi vedere il pallone percorrere la linea di porta e uscire. Escono allo scoperto tutti i tifosi lombardi presenti in tribuna, che è sempre un bel melting pot, un crogiuolo di provenienza  diverse e tifo diverso, dato che dietro di me i più accaniti tifosi sembrano proprio di origine napoletana, e tifano Cagliari, nonostante la tradizionale rivalità tra i rossoblu’ e i partenopei. Ci sono anche tanti bambini tifosi del dell’Atalanta che, mentre tifano i loro beniamini, guardano alla curva Futura, piena di bambini delle elementari che tifano il Cagliari e, si vede, che vorrebbero stare con loro: sarebbe bello, sarebbe davvero un bell’ esperimento vedere le due piccole tifoserie insieme, mentre i quattro minuti di recupero svaniscono e l’Atalanta ha la certezza di restare in testa alla classifica e conquista la dodicesima vittoria: per dire, ne ha sei in più della Juve. E, se, come si dice sempre, lo scudetto passa anche per queste vittorie un po’ sporche, furbe e poco meritate, la dea – o, meglio, l’eroina- Atalanta quest’anno potrebbe davvero concludere la sua corsa non con un matrimonio col suo pretendente ma con uno scudetto

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