Esiste una bellissima canzone di De Gregori, tra le meno conosciute, il cui titolo è ‘Deriva’: è una canzone d’amore, in cui il protagonista è soggetto a una deriva d’amore, dolce, come il naufragare di Leopardi.
Più prosaicamente, e, soprattutto, in maniera terribilmente più preoccupante, stiamo scorgendo una minaccia di deriva verso un attacco nucleare, stando alla nuova disciplina sul nucleare presentata da Putin. Essa ne prevede l’uso anche a fronte di attacco con armi convenzionali e di attacco alla Bielorussia.
Questo, evidentemente, in risposta a eventuali attacchi sul territorio russo con armi fornite all’Ucraina da paesi terzi.
L’argomento è estremamente delicato, divide gli schieramenti politici, interroga le coscienze. È necessario un equilibrio, che può fare appello alle leggi internazionali, al buon senso ma anche a un approccio pratico, che abbia come obiettivo una pace duratura, giusta e senza ulteriori minacce.
Le leggi internazionali innanzitutto prevedono una proporzionalità nella difesa da un attacco, vero o presunto. Prevedono che sia inviolabile l’integrità di un territorio e il diritto alla difesa in quanto, è chiaro, non può prevalere la legge del più forte: equivalerebbe a tornare indietro di secoli, prima dello stato di diritto, delle convenzioni e delle organizzazioni internazionali.
Ora, la situazione in Ucraina presenta delle caratteristiche che, alla luce di quanto scritto, possono essere decifrate teoricamente. O forse anche concretamente.
Si può minacciare un inasprimento nucleare davanti a un possibile attacco non nucleare?E questo attacco sarebbe conseguenza di un altro attacco?Si ha diritto alla difesa se invasi? Bisognerebbe rispondere avendo un quadro completo, privo di sovrastrutture, aderente alla realtà dei fatti. È in ballo l’idea- storicamente realizzatasi- di stato di diritto, di rispetto delle convenzioni internazionali, di sovranità e autodeterminazione dei popoli, di diritto alla pace senza minacce.
La risposta è nel vento, con Dylan, e ognuno troverà la sua tra le foglie: ma non può essere una risposta che non contempli le guerre mondiali, i totalitarismi, la devastazione nucleare. E faccia tornare il mondo in balìa della legge del più forte.
‘Sotto lo stesso cuore’ : a Cagliari, una serata di solidarietà e sensibilizzazione verso la donazione di midollo osseo
Qualche giorno fa una persona amica mi rimproverava del fatto che nei miei articoli si parla di situazioni tristi. E come posso darle torto. A mia giustificazione, e sottolineo che né i giornali né i telegiornali ci parlano di storie allegre anzi, tra guerre alluvioni, crisi idriche ed inflazione mondiale c’è proprio poco da stare allegri. Spero di riuscirci adesso. Nella splendida cornice del Lazzaretto di Sant’Elia a Cagliari, ieri sera si è svolto l’evento “Sotto lo stesso cuore, Musica e Solidarietà” organizzato dall’A.D.M.O Sardegna, che ha visto la partecipazione di artisti sardi quali Almamediterranea, Ambra Pintore,Davide Zanda, Stefania Secci, Fabrizio Lai, Ivana Mascia, TCK e poi:
Dr.Colpa
Fenix
Gabriel Lima Ferrera
Luca Tramatzu
Massimo Cau (La Contrabbanda)
Matteo Siddi (Gesù di Cagliari)
RadioQueen
RAMC
Luna Melis
Maria Laura Orrù
Cos’è l’ A.D.M.O. ? E’ l’Associazione Donatori di Midollo Osseo, che sensibilizza la popolazione ad iscriversi al Registro Italiano Donatori Midollo Osseo (internazionalmente conosciuto come IMBDR, Italian Bone Marrow Donor Registry), a Cagliari si trova presso il Binaghi. La raccolta del midollo osseo serve a curare la leucemia e le neoplasie del sangue. In particolare la donazione avviene tramite il prelievo di cellule staminali ematopoietiche, cellule che hanno la capacità di differenziarsi e produrre le cellule che costituiscono il sangue. Sebbene la probabilità di trovare un donatore “geneticamente” compatibile sia molto più elevata tra consanguinei che tra sconosciuti, la tipizzazione tissutale di un gran numero di potenziali donatori rende possibile il successo della ricerca della compatibilità anche con persone prive di legami di parentela. Una volta accertata la compatibilità del donatore con un paziente ricevente il prelievo può avvenire in due modi: – prelievo di sangue midollare dalla creste iliache superiori; – raccolta dal sangue delle cellule staminali ematopoietiche attraverso separazione. La scelta del metodo di donazione dipende dalle necessità del paziente e dalla disponibilità del donatore. Le cellule staminali sono prelevate direttamente dal midollo osseo rosso nella cresta dell’ileo, sotto anestesia locale o totale. Le cellule staminali possono, in alternativa, anche essere prelevate dal sangue venoso, similarmente alla donazione di sangue piastrine. Durante il prelievo, la componente cellulare che interessa viene isolata mediante aferesi (tecnica che in medicina rimuove dal sangue una o più delle sue componenti) e successivamente viene raccolta in una sacca apposita, mentre il resto del sangue viene reinfuso. Poiché il sangue periferico, di norma, non contiene sufficienti quantità di cellule staminali emopoietiche per un trapianto, è necessario, prima del prelievo, incrementare il loro numero: a tal fine si somministra un fattore di crescita, il G-CSF, normalmente prodotto dall’organismo, che ha la proprietà di accelerare la proliferazione delle cellule staminali e di facilitarne il passaggio nel sangue periferico. Nei neonati si possono prelevare le cellule staminali dal cordone ombelicale. Ecco quali sono i requisiti per diventare donatore; – Avere un’età compresa tra i 18 e i 35 anni. – Avere un peso corporeo di almeno 50 kg. – Godere di buona salute. – La disponibilità del donatore rimane valida fino al compimento dei 55 anni. Alcune patologie escludono il donatore quali aritmie maligne , gravi alterazioni della pressione arteriosa, alcune patologie del sistema respiratorio e del sistema nervoso e neoplasie. La Presidentessa dell’ADMO Sardegna Dottoressa Adriana Vacca, nel presentare l’associazione e le sue finalità benefiche ha raccontato una sua esperienza con un piccolo paziente che alla domanda sul suo stato di saluto questo piccolo ma grande uomo ha risposto “…..mi sento come un mare in tempesta e sono in attesa di una scialuppa…” da qui il titolo dell’articolo. Sono poi state chiamate sul palco alcuni donatori e donatrici che hanno raccontato in breve la loro esperienza, perché sono diventati/diventate donatori/donatrici, come si sono informate come sono state contattate dall’associazione e dal registro come sono state seguite e visitate costantemente come ha sottolineato un donatore, il processo non doloroso del prelievo delle staminali.. Le prime due Roberta e Chiara sono state presentate come degli “supereroi” e quello che hanno sottolineato i presentatori é stato il loro sorriso. Roberta ha sottolineato l’amore che ha ricevuto durante tutto il trattamento da parte dei medici ed infermieri, che ora considera la propria famiglia. Ha ribadito che il donare a qualcuno, come lei ha fatto, in realtà è stato fare un dono a se stessi. Roberta ha donato il sangue del cordone ombelicale della figlia. Ecco alcuni dati (NB la Sardegna):
Ci sono memorie e ricordi, anche sportivi, che fanno parte del patrimonio di una Nazione, che contribuiscono a rinnovare i miti di quella Nazione stessa. Chi non ricorda Italia ’90, quando siamo stati tutti trascinati e ammaliati dalla semplice bellezza di un sogno? Conquistare un mondiale in casa, era quel sogno semplice; e Schillaci è stato colui che ce lo ha ha avvicinato, con le caratteristiche dell’eroe fiabesco: umile e di famiglia povera, ma coraggioso.
La fiaba, però, è diventata più una favola che, a volte, ha il finale amaro e una morale, che deve essere di insegnamento. Noi non sappiamo quale sia l’insegnamento della morte prematura di Totò ma, visti i sinceri applausi dell’Unipol Stadium al minuto di silenzio, sappiamo che la sua avventura eroica a Italia ’90 insegna che si può sognare. Ed è tanto.
C’è la poesia e c’è la prosa. Abbiamo assaporato un po’ di poesia, poi c’è la prosa: e i primi 15 minuti del Cagliari ( con le novità Zortea e Makoumbou) sono molto prosaici, di una sintassi impaurita, su – tra l’altro- un foglio sgualcito ( il campo, non in perfette condizioni).
L’Empoli conquista subito terreno e, solo al 17mo, il Cagliari si affaccia nell’area toscana con un’azione per la testa di Piccoli.
Il resto sa di approssimazione e fatica, a conquistare il campo e il gioco- come da progetto- o a contenere e ripartire. Ma in casa, con una diretta concorrente e dopo due sconfitte, non si può contenere. O, come minimo, bisognerebbe avere un’idea.
Invece, al 32mo, Colombo riceve una palla che, nella trequarti, passa tranquillamente tra Makoumbou e Marin e si invola a battere Scuffet in uscita. Duro colpo, ma non inaspettato.
I rossoblu’ – finalmente scossi- provano allora a velocizzare l’azione, a mostrare più atletismo e a finalizzare. Prima Luvumbu e poi, soprattutto, Deiola hanno una buona occasione davanti a Vasquez. Segnali di vita, niente di più.
Cambio audace a inizio ripresa, con Pavoletti al posto di Makoumbou, a provare a dare peso e carisma.
Ma prima che il Cagliari possa soltanto realizzare che il secondo tempo è iniziato, cambio di gioco da sinistra a destra del versante offensivo dell’Empoli, cross in area ed Esposito ha il tempo e la libertà di tirare due volte e trovare il goal, dopo un dribbling a rientrare, sul secondo tentativo.
Il modulo di Nicola passa al 3 4 1 2, al 3 4 2 1 e, alla fine, proverà anche il 3 4 3. Infatti entrano anche Azzi e Viola e, con la spinta del pubblico, cresce anche la pressione. Sulla fascia sinistra Pavoletti e lo stesso Azzi non c’entrano la porta ma danno, almeno, un senso di continuità.
Ultimi 15 minuti: per un fuorigioco di Colombo viene annullato il 3-0 all’Empoli ed entra Lapadula, in un clima nel pubblico ormai infuocato e incattivito che accompagna la gara verso la sua fine.
Abbiamo parlato di poesia e prosa, fiaba e favola ma è la mitologia il genere che è portatore dei significati più profondi: possiamo, allora, parlare di Nemesi, la vendetta, per Nicola. Vendetta che arriva, come spesso capita, dal suo recente passato, quello dell’Empoli, che ha giocato una gara maiuscola e autorevole, fino a rasentare l’umiliazione.
L’umiliazione, però, non esiste se si ha la consapevolezza di aver dato tutto, il massimo, di aver lottato. Ecco, quella consapevolezza non sembra esserci, tanto da portare i giocatori a chiedere scusa – a fine gara- sotto la Curva Nord. Un gesto rischioso e, forse, superfluo, anche perché la squadra viene sonoramente fischiata e offesa. A completare un quadro che, dopo la letteratura, ci porta al cinema: umiliati e offesi
“Inviati Speciali” è la nuova sezione del nostro giornale, creata per dare voce e visibilità a chi, troppo spesso, rimane ai margini del racconto quotidiano. In questo spazio esploreremo le storie di persone con disabilità e di coloro che vivono situazioni di fragilità, con l’obiettivo di promuovere l’inclusione, l’equità e la giustizia sociale. La redazione di “La Riflessione Politica” crede, infatti, fermamente che ogni testimonianza sia una preziosa occasione per comprendere, riflettere e agire, contribuendo a costruire una società in cui ognuno è chiamato a fare la propria parte.
A seguire, la storia di Alessandro Pretta, un giovane di 26 anni con disabilità visiva dalla nascita, che affronta le sfide della vita con determinazione e passione. Studente di filosofia all’università, Alessandro è un esempio di resilienza e impegno nel superare le barriere, grazie all’uso di tecnologie assistive innovative. Il suo racconto esplora, dettagliatamente, come la tecnologia stia aprendo nuove opportunità professionali alle persone con disabilità visiva. Tuttavia, il cammino verso una piena inclusione è ancora lungo e richiede un cambiamento di mentalità che, come sottolinea Alessandro, veda le persone non vedenti “non come lavoratori da includere per obbligo, ma come risorse preziose che, se valorizzate correttamente, possono arricchire qualsiasi ambiente lavorativo”.
Nel 2024, il panorama lavorativo per le persone con disabilità visiva sta vivendo una trasformazione senza precedenti. Come persona che è cieca dalla nascita a causa di un distacco della retina del prematuro, ho vissuto in prima persona questo cambiamento rivoluzionario. Mi chiamo Alessandro Pretta, nato il 28 giugno 1998, e vorrei condividere la mia esperienza in questo nuovo mondo di inclusione e tecnologia.
Durante il mio stage all’Ospedale Brotzu, ho avuto modo di confrontarmi con le dinamiche reali del mondo del lavoro. Collaborando con il team dell’ufficio centralinisti, abbiamo riscontrato sia i progressi che le sfide ancora presenti nell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità visiva. Nonostante l’impegno e la dedizione del team, spesso ci siamo scontrati con barriere che andavano oltre la semplice accessibilità tecnologica, toccando aspetti culturali e organizzativi. Sin dai miei anni al liceo classico e poi durante gli studi in filosofia all’Università di Cagliari, ho sempre nutrito un profondo desiderio di conoscenza e crescita personale. La mia cecità non è mai stata un ostacolo insormontabile, ma certamente ha reso il percorso più impegnativo, motivandomi a dare il massimo. Ho incontrato difficoltà nel terminare i miei studi universitari, ma la mia determinazione a realizzarmi come persona in ambito professionale non è mai venuta meno. Il mio obiettivo è laurearmi in filosofia nel più breve tempo possibile e puntare a nuove opportunità lavorative, come nel settore in espansione del coaching.
Penso che le tecnologie assistive, come i lettori di schermo e i software di riconoscimento ottico dei caratteri (OCR), abbiano rivoluzionato il modo in cui noi ciechi o ipovedenti interagiamo con l’ambiente di lavoro e di studio. Prima, leggere documenti o utilizzare applicazioni specifiche richiedeva assistenza costante. Oggi, con dispositivi avanzati, possiamo svolgere mansioni in maniera autonoma, riducendo la dipendenza dagli altri e aumentando la nostra produttività. Questo non solo migliora la qualità del lavoro, ma ci permette di essere parte attiva e integrante del team, contribuendo al successo dei progetti a cui partecipiamo. Un ruolo cruciale in questo cambiamento lo giocano le recenti modifiche legislative, come l’aggiornamento delle linee guida dell’Equal Employment Opportunity Commission (EEOC), che mirano a garantire una maggiore inclusione lavorativa per le persone con disabilità visiva. A tal proposito, la mia idea è che queste linee guida riconoscano finalmente l’importanza della tecnologia assistiva nel facilitare l’accesso al lavoro, spingendo i datori di lavoro a investire in strumenti capaci di rendere l’ambiente più accessibile. Questo cambiamento normativo non è solo un obbligo legale, ma rappresenta un invito a ripensare il concetto stesso di inclusione, mettendo al centro l’autonomia e l’efficacia dei lavoratori.
Un altro aspetto rilevante delle nuove linee guida è l’attenzione posta sulla tecnologia mobile. Le applicazioni per smartphone con funzionalità di assistenza integrata, come la lettura vocale dei testi o la navigazione GPS, stanno giocando un ruolo sempre più centrale nella nostra vita quotidiana. Ad esempio, il mio cane guida Voodoo, un labrador beige dai modi gentili e dal passo sicuro, mi accompagna nelle mie esplorazioni di Cagliari e oltre. Grazie alle app di navigazione, posso muovermi con maggiore autonomia, integrando l’assistenza di Voodoo con le indicazioni vocali del GPS. Questa sinergia tra tecnologia e sistemi di orientamento e mobilità tradizionali mi permette di vivere la città in modo più indipendente e sicuro.
Le nuove tecnologie non solo migliorano l’accesso all’occupazione, ma stanno cambiando anche le dinamiche all’interno degli ambienti lavorativi stessi. In passato, adattarsi a un nuovo ambiente di lavoro o apprendere nuovi strumenti poteva essere una sfida notevole. Oggi, grazie a dispositivi più avanzati e a una maggiore attenzione alla formazione, l’inclusione è più fluida e naturale. Possiamo interagire con i colleghi, partecipare attivamente alle discussioni e contribuire in modo significativo alle decisioni aziendali.
Gli strumenti raccomandati includono dispositivi come lettori di schermo avanzati, che trasformano in formato audio o braille il contenuto visivo di un computer. Software OCR, capaci di convertire testi stampati in formati accessibili, rappresentano un altro pilastro fondamentale per l’inclusione. Grazie a questi strumenti, documenti cartacei che prima costituivano un ostacolo diventano ora facilmente interpretabili e gestibili. In molti contesti lavorativi, questi strumenti si stanno diffondendo rapidamente, migliorando l’efficienza e riducendo il tempo necessario per completare determinate attività. D’altro canto, i posti di lavoro spesso non sono ancora pienamente accessibili. Le barriere architettoniche rimangono un ostacolo reale e tangibile tutt’oggi. In Italia, siamo ancora alle prese con contesti lavorativi che non favoriscono l’inclusione. Laddove c’è un impegno concreto per abbattere queste barriere, il contesto favorisce la competitività nel mondo del lavoro anche per noi che abbiamo una disabilità. Penso che lavorare su inclusione e accessibilità, spesso travisata come pratica secondaria e troppo dispendiosa, si dimostri invece il modo più efficace per consentire non solo la parità tra tutti i lavoratori, ma soprattutto una semplificazione del lavoro per tutti, maggiore coesione tra colleghi e più produttività nel mercato.
Per quanto riguarda la situazione in Italia, la mia esperienza mi porta a riflettere su come, nonostante le tecnologie moderne abbiano rivoluzionato il mondo del lavoro, consentendo a noi ciechi di accedere a un’ampia gamma di strumenti e risorse digitali, persista una mentalità arretrata che ancora limita fortemente le nostre opportunità professionali. Ho sperimentato personalmente questo problema nel mio percorso per trovare un lavoro. Spesso mi sono trovato di fronte a porte chiuse, nonostante le mie qualifiche e la mia determinazione. Ho ricevuto rifiuti sia nel mondo del lavoro come centralinista, una professione che ho visto morire lentamente durante il mio tirocinio, sia nel tentativo di intraprendere il telelavoro. Durante l’esperienza di tirocinio, ho notato una scarsità di motivazione e di opportunità per una effettiva crescita professionale. La professione del centralinista sta scomparendo, e quando anche questa opportunità non sarà più fonte di guadagno e una porta per accedere a una carriera più appagante, cosa faremo?
Ci sono paesi in Europa in cui prima si valutano le potenzialità e le competenze sul lavoro, poi i limiti oggettivi che una disabilità eventualmente comporta, e infine si adattano le mansioni. Penso che l’Italia dovrebbe seguire questo esempio. Manca un vero cambiamento culturale che riconosca le competenze e le capacità delle persone con disabilità visiva in una vasta gamma di professioni. Il problema non risiede tanto nella mancanza di risorse tecnologiche, quanto piuttosto nella carenza di informazione e formazione sia per i datori di lavoro sia per il personale di selezione. Questi pregiudizi iniziali non solo limitano le opportunità di assunzione, ma influenzano profondamente anche il nostro percorso di carriera. Anche quando riusciamo a superare la barriera dell’assunzione, incontriamo difficoltà enormi nell’avanzare professionalmente, essendo raramente considerati per promozioni o ruoli di responsabilità.
Le aziende italiane, purtroppo, non investono abbastanza nella formazione del proprio personale rispetto alla gestione della disabilità. Non c’è abbastanza consapevolezza delle tecnologie disponibili, né delle modalità per integrare efficacemente lavoratori con disabilità visiva nei processi aziendali. Questo fa sì che, anche quando un cieco o ipovedente riesce a entrare nel mondo del lavoro, spesso si ritrova isolato o non pienamente integrato. La mancanza di supporto, sia tecnologico che formativo, porta alla frustrazione e al sottoutilizzo delle nostre competenze.
Un altro aspetto problematico è l’assenza di percorsi di carriera definiti per le persone con disabilità visiva. Troppo spesso, un lavoratore non vedente si trova bloccato in una posizione iniziale, senza alcuna prospettiva di crescita o di sviluppo professionale. Questa staticità deriva principalmente dalla convinzione che la disabilità limiti inevitabilmente le possibilità di assumere ruoli più complessi o di leadership. È un pregiudizio che penalizza gravemente noi ciechi, impedendoci di dimostrare il nostro valore e di contribuire in modo significativo al successo dell’azienda. Il problema è presente anche nel settore pubblico, dove esistono leggi che dovrebbero garantire una maggiore inclusione, l’atteggiamento nei confronti delle persone con disabilità visiva resta arretrato. Le politiche di assunzione raramente vanno oltre il minimo richiesto dalla legge, e spesso veniamo inseriti in ruoli che non sfruttano appieno le nostre capacità. C’è una mancanza di visione e di strategia a lungo termine per valorizzare questo importante segmento della forza lavoro.
Per superare questa situazione, penso che sia necessario un cambiamento di mentalità profondo e strutturale. La formazione, sia a livello scolastico che professionale, deve essere orientata a mostrare le infinite possibilità che la tecnologia offre oggi a noi ciechi. Le aziende devono essere sensibilizzate sull’importanza di abbandonare gli stereotipi e di valutare i candidati sulla base delle loro reali competenze e qualifiche, e non sulla base di una disabilità visiva. Come persona che ha esplorato molteplici correnti di pensiero e ha confrontato le grandi domande dell’esistenza umana attraverso lo studio della filosofia, so che il talento non ha limiti visivi e che il successo professionale non dovrebbe avere barriere di accesso.
Inoltre, è fondamentale investire in campagne di sensibilizzazione che mostrino esempi concreti di successo di lavoratori con disabilità visiva in settori nuovi e innovativi. Solo così si potrà abbattere il pregiudizio che ancora ci confina a pochi ruoli standardizzati. Il futuro del lavoro per noi ciechi deve essere vario e dinamico, così come lo è per chiunque altro. In definitiva, l’Italia ha ancora molta strada da fare per abbracciare appieno le potenzialità dei lavoratori con disabilità visiva. Le tecnologie ci sono, le leggi ci sono, ma è la mentalità che deve cambiare. Una mentalità che veda il cieco non come un lavoratore da includere per obbligo, ma come una risorsa preziosa che, se valorizzata correttamente, può arricchire qualsiasi ambiente lavorativo.
C’è aria di cambiamento ad Asseminello, come si nota dai lavori in corso all’ingresso, scenografie del passaggio dei calciatori alla fine dell’allenamento, nelle loro belle macchine: beata gioventù; del resto, anche i gladiatori dell’antica Roma erano vere e proprie star.
Innanzitutto il nome corretto del centro ora è ‘Crai Center’ (ahi, l’inglese imperante…), secondariamente re Davide Nicola, al contrario del ‘Mister and commander’ Ranieri – di cui erano proverbiali le risposte quasi lapidarie -, parla molto, e si prodiga in spiegazioni tecniche.
I concetti che emergono sono quelli della difficoltà della gara e della forza dell’avversario, insieme alla necessità di cercare, comunque, di imporre il proprio gioco: è su questo che sta lavorando, da luglio, Nicola.
Il mister, poi, confida di esser ben a conoscenza di quanto, questa gara, sia storicamente sentita da tutto l’ambiente e si dichiara rispettoso della storia del club. Le tensioni vissute durante la partita saranno, purtroppo, conferma di questa rivalità, che trascende i confini sportivi per diventare miseria.
In chiusura di conferenza, l’evento inaspettato e piacevole di una disputa lessicale: ‘Per vincere – dice il tecnico – ci vorrà…trovate un termine sardo per tradurre cazzima o garra ‘
A maggioranza la sala stampa vota balentìa, pur con tutti i distinguo del caso.
La gara
Unipol Domus, IV giornata di Seria A CAGLIARI-NAPOLI 0-4
Marcatori: 18′ Di Lorenzo (N), 66′ Kvaratskhelia (N), 70′ Lukaku (N), 93′ Buongiorno (N)
Galeano (‘Splendori e miserie del gioco del calcio’), e tanti altri scrittori, hanno letterarizzato il calcio, innalzandolo a sublimazione della vita, più che a una sua metafora. Quando vedi le porte sul terreno verde, però, non puoi non pensare alla insensata durezza della vita stessa, perché senti il cuore che sobbalza alla realizzazione del fatto che, il giorno prima, un bambino di 9 anni, Gioele, è stato schiacciato da una piccola porta, di un piccolo campo di periferia a Sassari, non verde ma color asfalto.
Intanto si ricorda Cesare Poli, del Cagliari dello scudetto: quella sì, vera sublimazione di una vita isolana. Poi si inizia.
Il primo tempo è diviso in due da uno spartiacque, un qualcosa che emerge dal passato: la violenza e la tensione, causate- al 25′- da un reciproco lancio di fumogeni da parte delle tifoserie. Mentre i bambini della ‘Curva Futura’, dopo un primo smarrimento, cercano di far sentire nuovamente le loro squillanti voci, vengono sommersi dai petardi. Splendori e miserie. Poco prima di questa follia, al 18′ , il goal del Napoli, avanti alla prima conclusione a rete. Su appoggio di Lukaku, Di Lorenzo calcia del limite dell’area. La sfortunata deviazione di Mina è decisiva per battere Scuffet.
I rossoblù, per tutta la prima frazione, non riscono a imporre, come da auspicio, il proprio gioco e sembrano, come in passato, prediligere le ripartenze, per sfruttare Luvumbo: proprio la punta sarda risulta tra i migliori della prima parte, insieme a Lukaku, Kvara e Mina. Il primo tempo, tuttavia, si conclude con un grande intervento del portiere azzurro Meret che devia un colpo di testa di Piccoli su calcio d’angolo di Augello.
Fumogeni e petardi durante il primo tempo di Cagliari – Napoli (foto Mediaset)
Il secondo tempo ha ancora come colonna sonora i petardi, mentre in tribuna tifosi del Cagliari e del Napoli convivono tranquillamente, come in un anticipo di Paradiso: splendori e miserie del calcio.
Il Cagliari, intanto, riesce a conquistare campo, facendo arretrare i partenopei: con un po’ più di fortuna e precisione, che si devono accompagnare alla balentìa, il paraggio sarebbe potuto essere realtà: prima una doppia occasione, con Meret che si esalta sul colpo di testa di Luperto e Luvumbo che sulla ribattuta calcia a lato. Poi, al 55′ , conto ancora aperto di Marin con la traversa, con la palla che colpisce il legno da trenta metri, dopo la deviazione, ancora una volta decisiva, di Meret.
Ma il tramonto infuocato di Cagliari mette in rilievo, invece del paraggio, la statura degli avversari, che si avvalgono di veri campioni: al 66′ Kvaratskhelia, su imbucata di Lukaku, si invola verso Scuffet e non sbaglia; al 70′ è invece Kvaratskhelia che, dopo un madornale errore di Scuffet, porge l’assist al colpo da biliardo di Lukaku.
Nel vortice delle sostituzioni, pensi che una qualche amicizia sportiva tra i padroni e gli ospiti sembra essere impossibile, se l’ex Simeone viene sonoramente fischiato all’ingresso senza un apparente motivo, se non quello di essere ex ed essere del Napoli. O forse ci sarà, tanti sono i motivi della storica rivalità…
Mentre si spera nel goal della bandiera dei rossoblù, al 93′ arriva la quarta rete degli ospiti firmata da Buongiorno, che segna con un colpo di testa su assist di Neres.
Scendono i titoli di coda, accompagnati dai ricordi di una musica brutta, inascoltabile: i petardi, le tensioni, i tifosi partenopei che urlano di pecore e Serie B. Ancora le pecore?Incredibile. E insieme a tutto questo, i numeri che si fanno duri: 0-4, 1 punto in tre partite in casa, un solo goal all’attivo, 6 subiti; penultima posizione con due punti, ottenuti nelle prime due giornate e seguiti da due sconfitte
Ma poi senti che i bambini, anche sullo 0-4, non hanno smesso di incitare: miserie e splendori del calcio.
Il calendario bizantino, seguendo quello agricolo, iniziava a settembre: tradizione che è continuata in Sardegna, come dimostra il nome in sardo di Cabudanni (caput anni) per il nono mese dell’anno.
Mentre la raccolta del grano si conclude e le giornate si accorciano, anticipando i colori dell’autunno e accompagnate da un vento che porta profumi più freschi, il tempo del lavoro e della fatica- il tempo della nostra quotidianità- bussa inesorabile, a sostituire il tempo del riposo, della festa, della condivisione, della compagnia. Ed è proprio quest’ultimo, ricordiamolo, il tempo sacro mentre quello del lavoro, antropologicamente, è tempo di condanna, di espiazione, di fatica che nobilita ed eleva.
Di nuovo a faticare, quindi, in attesa del nuovo tempo della pace e del riposo. E allora, che sia un anno in cui ognuno di noi possa di nuovo credere in qualcosa che, oggettivamente, ci sarà, arriverà: ma con attese diverse. Il futuro.
Sant’Agostino e Petrarca percepivano il tempo come stato dell’anima, curvandolo su noi stessi, non rendendolo più assoluto: prima di Einstein l’hanno inteso come relativo. Relativo a me, al mio cuore e alla mia anima.
La percezione di futuro di un precario è diversa da quella di un amministratore delegato. Quella di un novantenne da quella di un quindicenne. Quella della Svezia da quella della Palestina.
E l’Italia? L’Italia… dipende da noi e da chi deleghiamo a governarci.
Si apre il nuovo anno scolastico mentre si chiude quello con meno nascite in assoluto: come riuscire a percepire il futuro?
Il debito pubblico continua ad aumentare, così come i prezzi e i costi della nostra quotidianità e ferialita’, del tempo della fatica.
Eppure, noi dobbiamo credere nel futuro, perché siamo uomini e donne e, senza speranza, la nostra anima si appassisce come le foglie. Anzi, dobbiamo credere nel diritto alla felicità, come da emendamento alla Costituzione americana.
E allora, crediamo anche nella scuola che spalanca le porte e fa squillare le campanelle in questi giorni, crediamo nella cultura e nel merito. Di più, pretendiamo il merito, il rispetto delle leggi, la gentilezza, la disponibilità. Pretendiamo che si paghino le tasse, con la gradualità e proporzionalità che la nostra Costituzione prevede. Perché è da qui che poi, come il grano prima del nuovo anno agricolo, cresceranno ospedali, infrastrutture, scuole, sicurezza, lavoro e, quindi, figli e futuro. Tutto tornerebbe, come nella ciclicità sacra del tempo. ‘Siamo noi questo piatto di grano’ canta De Gregori in ‘La storia’.
Ma possiamo andare oltre, possiamo toccare territori inesplorati, ucronie. In questi giorni esce il libro di Carrère ‘Ucronia’, appunto. Letteralmente significa ‘tempo che non esiste’ : nel testo l’autore si chiede cosa sarebbe successo se Napoleone non fosse stato sconfitto o Pilato non avesse condannato Gesù.
Cosa succederebbe se tutti pagassero le tasse, se scegliessimo- andando tutti a votare- con accuratezza i nostri governatori, se tutti usassero una coscienza civica, se tutti rispettassero l’ambiente? La risposta la sappiamo: più servizi, più opportunità, più futuro. Una ucronia che dipende solo da noi
‘La Riflessione’ , da sempre, ha ritenuto essere una sua finalità prioritaria quella di sensibilizzare, e di far riflettere, sulle violenze di genere e di dare voce e spazio a testimonianze che possano spingere le vittime alla consapevolezza, alla ribellione e alla denuncia. Riceviamo volentieri e pubblichiamo, quindi, la testimonianza di Erika sul suo passato e sul suo impegno
Una frase che sento spesso è: “La vita mica è così facile”. Lo sento spesso da uomini e donne che magari vivono un momento difficile o che stanno vivendo dei piccoli attimi di sconforto, come se tutti gli altri non avessero problemi da risolvere. Di sicuro a tutte queste persone posso solo dire che in realtà ognuno di noi porta una croce bella pesante: la differenza sta nel modo di portarla avendo forza e coraggio. La mia vita mi ha dato diversi calci in bocca e altre volte è sembrata più un altalena che non si fermava mai, andando così veloce che mi sentivo male, pronta per vomitare. Ma la prima lezione l’ho ricevuta da piccola quando mio padre non faceva altro che picchiare mia madre. Ricordo ancora il giorno in cui mi spaccò la testa perché avevo deciso di fermarlo. Non potevo continuare a guardare mio padre che picchiava mia madre incinta della mia sorellina. Dal mio angolo dietro la porta ricordo di come prima aveva iniziato con mia madre, di come aveva buttato a terra mia nonna che aveva cercato di fermarlo e la vidi cadere sotto i suoi pugni. Avevo 5 anni, avevo paura di quella figura che sovrastava mia madre, ma sapevo che lì c’era anche la mia sorellina ancora non nata. Mi buttai su di lui e cercai di bloccargli le gambe, sentì che mi prendeva di peso e mi tirava via, nel farlo sbattei la testa nello spigolo del tavolo di marmo e fu lì che si fermò. Ricordo poco del dopo, ma ricordo bene che finalmente mia madre poteva denunciarlo e mandarlo via. Quel mostro era un maresciallo dei carabinieri, per nostra disgrazia in Sicilia si pensava che un carabiniere poteva fare quello che voleva, anche i suoi colleghi sapevano ma nessuno disse mai nulla. Ma quando toccò a me non fu protetto più da nessuno, picchiare una bambina era inconcepibile e finalmente mia madre potè mandar via quel mostro. Un mostro le cui uniche parole che mi risuonano ancora sono: “Io non ti ho mai voluta e nemmeno ti voglio bene”. Mio padre, o meglio colui che mi ha dato solo metà DNA, per me non è stato altro che un mostro, l’uomo nero che tormentava mia madre e che ha tormentato spesso i miei incubi. Un Freddy Krugher che entrava nei miei incubi terrorizzandomi. Da quel momento in poi la vita cambiò, ma come spesso capita ci sono storie che si ripetono. Noi esseri umani siamo un esempio di come la storia piuttosto che insegnarci a non commettere gli stessi errori spesso invece ci spinga a ricommetterli. A 18 anni decisi di andare a studiare a Pavia, due anni dopo conobbi quello che divenne il mio compagno. Dopo un anno di fidanzamento, durante il quale sembrava essere il principe azzurro, mi chiese di andare a vivere insieme e accettai: forse se fossi stata più attenta mi sarei accorta di alcuni segnali o semplicemente volevo essere amata. Poco dopo la convivenza ebbe iniziò il mio incubo, un nuovo Freddy Krugher. Non cominciò subito e forse per questo sperai che non continuasse. Il primo schiaffo mi fece girare la testa, semplicemente stavo ridendo con dei suoi amici e decisi di fumare, ricordo ancora di come mi distrusse ogni sigaretta davanti a loro e quando mi alzai perché non volevo dargli l’ultima sigaretta mi arrivo uno schiaffo così forte che non sentivo altro che un ronzio. In quell’ istante mi disse subito scusa, che era stato un momento, ma ciò che mi lasciava senza parole e bloccata era che nessuno dei presenti disse qualcosa. Mi sedetti, non riuscivo a parlare, sentivo solo una gran rabbia. Non potevo credere che ciò che era successo a mia madre stesse succedendo a me. Ero sbagliata? Cosa avevo fatto? Perché non reagivo? Erano le domande che mi tormentavano. Quello fu il primo di altri schiaffi; uno degli episodi che mi porterò a vita fu quello di uno schiaffo così forte che sentivo il sapore di ferro in bocca, mi disse “Scusa non volevo ma perché continui a farmi arrabbiare? Lo sai che certe cose mi fanno innervosire. Se tu smetti non ti alzerò mai più un dito” Restai ferma e feci un cenno con il capo, ormai i lividi c’erano, e la mia paura di dire qualcosa di sbagliato cresceva dentro di me, al punto di dire scusa per qualsiasi cosa anche se mi alzava solo la voce. Mi sentivo così inerme, sola, abbandonata, e l’unico conforto era quello della cagnolina che avevo preso anche se lui non voleva, lei è stata la mia salvezza. Ma il momento di rottura, il momento in cui ritrovai la forza che avevo avuto da piccola fu il giorno in cui rientrando da lavoro lo trovai a letto con una mia collega di Università. Presi tutto e li buttai fuori, ebbi il tempo di prendere le chiavi per richiudere la porta ma non vi riuscì, con una spinta era riuscito a rientrare. Fu in quel momento che pensai che era finita per me, 15 soli secondi e tutto cambiò. I miei 15 secondi mi permisero di non avere più paura. Gli dissi di andarsene e lo spinsi contro la porta per farlo uscire, ed è lì che ricordo il pugno alla pancia e la mia piccola cucciola che si era messa in mezzo per difendermi. Era come rivedere me da piccola mi rialzai e difesi me e lei. Il calcio sulla coscia mi buttò nuovamente a terra per un attimo pensavo che si fosse rotta, quando non mi rialzai lui scappò, penso che avesse capito ciò che aveva fatto ma finalmente era fuori dalla mia vita. Ad oggi dopo 14 anni e dopo appositi controlli quel giorno fu il giorno in cui persi il 30% della sensibilità della mia gamba, ma la mia piccola pulce mi aiutò a camminare, mangiare, e riprendere in mano la mia vita. Adesso collaboro come volontaria per donne che vengono maltrattate o che rischiano la loro vita, e dopo i due master in Criminologia penale e Neuropsicologia ho iniziato ad aiutare donne e bambini che vivono quello che ho vissuto io. Diventare una volontaria, aiutare chi ne ha bisogno è diventato il mio obiettivo soprattutto perché adesso sono finalmente forte.
THE PRIDE TO BE CURVY
Quante donne si guardano allo specchio e non vedono altro che un corpo in cui non si sentono al loro agio arrivando quasi ad odiarlo? Sono tante, questa è la verità, ed io ero così, o meglio lo sono stata, arrivando a guardarmi e al non riconoscermi in quel corpo. Chi mi vede nelle foto, o chi mi segue su Instagram, non sa come faccia a sentirmi a mio agio anche se la mia taglia non è una 40. Sarò sincera: sono ben lontana da quella taglia e adesso ci rido anche su: mi vien chiesto come io mi senta a mio agio con un corpo formoso e con le mie curve morbide; dico così perché c’è chi mi ha detto che dovrei dimagrire in quanto non sono formosa ma grassa. Ed ecco che, come spesso capita, c’è chi crede di poter scrivere tutto quello che vuole basandosi su quelli che si possono reputare “aspetti standard e giusti”. Il mio non è un inno all’essere in sovrappeso, ma è un inno alla gioia di accettare il proprio corpo seguendo un regime alimentare più sano con attività fisica, stando bene attenti a quello che sto scrivendo: c’è chi, leggendo questo articolo, potrebbe fraintendermi. Ciò che porto avanti negli ultimi anni è un pensiero che possa aiutare noi donne nel guardarci allo specchio senza arrivare a pensare che il proprio corpo faccia schifo. Anche io ho iniziato ad odiarmi, non sapevo più come fare ad accettarmi, e da lì a poco ho intrapreso una strada molto più comune di quello che si possa pensare… quella della bulimia. E da quel momento un mostro iniziò a mangiarmi da dentro: credo che sia la parola giusta da usare. Ero riuscita a dimagrire, ero diventata quella a cui tanto aspiravo, ma questo mi è costato molto di più di quello che si possa pensare. Il cibo per me era diventato il mio nemico, non avevo potere o controllo, e l’unica cosa da fare era buttare via quel nemico da dentro il mio corpo. Solo quando capii che la gola mi bruciava così tanto da non poter più inghiottire nemmeno l’acqua, quello è stato il momento in cui ho capito di dover chiedere aiuto. Ad oggi non sono magra, né un peso forma, sono quella che sono: una donna che ha capito che la bellezza non è essere magre ma essere in normopeso, una donna in salute, che si guarda allo specchio e riesce a piacersi un po’ di più. Dal momento che ho capito questo, molte cose sono cambiate. Sicuramente il mio rapporto cibo-corpo-specchio è ancora altalenante, ma sicuramente ci sto mettendo tutta me stessa nel fare in modo di non cadere in quel buco. Perché siamo sincere, c’è chi combatte contro l’alcool o contro le droghe, ma anche i disturbi alimentari come la bulimia e l’anoressia sono delle dipendenze con cui combattere per non ricascarci. Forse è per questo che ho iniziato il mio percorso da modella curvy e sto portando avanti il pensiero del body positivity.
Ma voglio anche che si possa spiegare bene cosa significa modella curvy. Noi Curvy siamo quelle donne che non si sentono obbligate a portare taglie estreme come una 38 o una 40, ma donne che portano la 48 o la 50 con fierezza e orgoglio. Noi donne che siamo riuscite a far parte del mondo della moda e sentirci belle come non mai. Essere una donna Curvy non è così facile, perché si diventa anche portavoce di quello che si avvicina non solo ad una filosofia ma anche una responsabilità che riguarda l’approccio positivo con il proprio corpo e ad una maggiore consapevolezza del proprio corpo. Ciò che vorrei far comprendere è che l’aspetto fisico non è l’unica cosa che conta… Il mio obiettivo è quello di far capire alle donne che vestono le taglie forti che la bellezza non appartiene soltanto a chi ha un corpo magro e snello. Quando parlo di curvy o body positive è quello di comunicare alle donne di amarsi anche se hanno qualche chilo in più, donne che finalmente riescono a rappresentare la bellezza vera e autentica, quella di chi ha un corpo normale e non perfetto. La chiave per consentire tutto ciò è mettere in risalto ogni forma e curva che si possiede, gli aspetti che rendono uniche e speciali ogni donna. Non nascondete le lentiggini, i nei o le parti del corpo più formose, ma al contrario dovete metterli in risalto senza alcuna vergogna. Siate sempre fiere di Voi. Fiere di ogni vostro aspetto, anche quando verrà il giorno in cui vi sentirete a disagio, guardatevi allo specchio e siate fiere di ogni vostra smagliatura, del chiletto in più sui fianchi. Ricordatevi: la bellezza non si pesa su una bilancia, su un paio di pantaloni che entrano o no. La vera bellezza sta nelle nostre forme tonde, spigolose, o quadrate, ed è quello di Amarsi e prendersi cura di sé stesse. Questo significa essere belle ed è questa che va considerata come la bellezza di una vera Donna.
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Si sta avvicinando il rientro nelle aule e, come sempre, in questo momento la scuola è sulla bocca di tutti: lo ‘ius scholae’ , l’inclusione dei bambini stranieri, le difficoltà nel reperire i docenti supplenti e i dirigenti scolastici, e le stesse aule che son sempre più vuote, a causa dell’ ‘inverno demografico’. Noi abbiamo deciso di inaugurare il nuovo anno scolastico con un incontro e con un racconto che racchiude i bambini, l’inclusione e, forse, anche lo ‘ius scholae’ – inteso come capacità della cultura di unire mondi, e cittadinanze, lontane. Ma, in più, fa riflettere sul senso dell’uso del nostro tempo, quello dell’estate che stiamo lasciando, a volte così sprecato.
Ci sono vari modi di passare un’estate: dai più tradizionali ai più trasgressivi. Io non so a quale categoria ascrivere quello di cui ci parlerà Giuseppe, l’interlocutore del nostro incontro di oggi: forse, potremmo semplicemente definirlo ‘bello’.
E, infatti, ci racconta subito di aver partecipato al ‘festival della bellezza’: con le scenografie naturali della culla dell’umanità, l’Africa, i colori degli abiti della domenica alla messa dei fedeli della Tanzania, i sorrisi e l’affetto senza riserve dei bambini.
Giuseppe Lillus è un insegnante di sostegno, neo immesso in ruolo, e ha scelto di dedicare parte della sua estate a una missione, quella di don Carlo Rotondo, della diocesi di Cagliari, volta a portare supporto, strutture (compreso il campo da calcio a undici, col sostegno del Cagliari Calcio) e aiuto alla popolazione dello Stato sud orientale del continente africano.
‘Conoscevo l’attività di don Carlo tramite l’associazione Amicidella missione e, quest’anno, ho deciso di partire: alla mia domanda su come potessi aiutare o come mi dovessi preparare, don Carlo ha risposto: devi solo portare te stesso. E così è stato, e ho ricevuto molto di più di quanto immaginassi: qualcosa di travolgente e indimenticabile; non doni, infatti, tanto quanto ricevi, che è molto di più’, inizia a raccontare Giuseppe.
Credo che poche cose possano far riflettere – scopo del nostro giornale – come la scelta di lasciare il mondo occidentale coi suoi privilegi – nel periodo in cui più ci si dedica all’oblio e alla rilassatezza- per andare verso un mondo che l’Occidente ha sfruttato e sfregiato; andare non a dimenticare e a riposarsi, quindi, ma a cercare un incontro e, forse, un altro tipo di riposo.
‘Tutto nasce dal mio cammino di fede, che alimenta il mio quotidiano; sarei voluto già partire in passato, in Amazzonia, nella missione di un altro sacerdote sardo, Don Gabriele Casu ma, alla fine, ho dovuto rinunciare. Questo, nel 2024, è stato il momento giusto, questa era la mia chiamata: e, nemmeno per un attimo, ho pensato di rinunciare. Sarei dovuto partire solo, senza conoscere bene l’inglese, per non parlare dello swahili: questo, in effetti, mi intimoriva un po’. Ma ho pensato ‘Bwana’ – in africano significa ‘Signore’- e, affidandomi a Lui, mi son buttato. E, così, ho trovato un compagno di viaggio, un seminarista sardo, con cui ho superato lo ‘stargate’ e sono arrivato nella dimensione africana. Prima a Dar El salaam e, poi, l’avventura vera e propria, sino al villaggio di Pawaga. Mi son subito sentito accolto e circondato di attenzioni, anche nelle piccole cose: pur essendo un ‘musungu’, infatti, un uomo bianco, sono stato subito considerato uno di loro, e, questa, è una loro caratteristica, che noi, forse, stiamo perdendo. Così come mi ha sorpreso la loro capacità di includere: quando i bambini giocavano, avevano sempre un’attenzione particolare per i loro compagni particolari, down o con una disabilità intellettuale o fisica. Questo, per il mio lavoro, è stato di grande aiuto ‘ .
Ma altre cose stiamo perdendo o non abbiamo ancora trovato. Allora mettiamo in chiaro le cose e smontiamo qualche pregiudizio. La Tanzania è una repubblica, la cui presidente è donna: una modernità assoluta, e sorprendente. Dal racconto di Giuseppe emerge, poi, una serenità di vita dovuta a un approccio sereno alla vita stessa, che rende noi poveri, almeno da un punto di vista relazionale. Da questo lato, paradossalmente- ma non tanto – la speranza è che la Tanzania si occidentalizzi il più tardi possibile, e non perda la sua gioia, la sua serenità e la sua semplicità.
Semplicità che poi, però, diventa vera povertà di infrastrutture, servizi e risorse. Ecco, allora, la missione.
‘Io partecipavo alla vita missionaria, ogni giorno, in modo diverso. A volte stavo coi bambini, a scuola o durante le visite mediche, a volte nel consultorio, dove possono recarsi donne di ogni religione: cattoliche, mussulmane, animiste. Si agisce sia da un punto di vista strutturale sia culturale: vorremmo far sì, infatti, che gli abitanti acquisiscano competenze, per realizzare i propri progetti. I momenti più belli, però, sono stati quando abbiamo visitato gli ammalati: vedere come ti accoglievano, lusingati perché tu ti eri degnato di andare da loro, è qualcosa che non dimenticherò’.
Il racconto prosegue, e diventa come un quadro: i cieli stellati, il fiume che scorre a Pawaga, che dà vita al villaggio; la savana, coi suoi tramonti, le sue albe e i suoi baobab: da leggenda, alberi superbi che hanno perso la chioma.
E i balli, la musica, gli animali delle riserve, i sorrisi e l’amore incondizionato dei bambini: ‘il festival della bellezza’, capace – secondo Giuseppe – di sanare le ferite dell’umanità moderna e occidentale: ‘Consiglierei a tutti un’esperienza rigenerante in Africa anche se, poi, è difficile rientrare e sopportare la nostalgia, il ‘mal d’Africa’, il senso di distacco dal vero paradiso’.
È strano, mentre scrivo, provo anch’io nostalgia di questo mondo, pur non essendoci stato: è uno degli effetti di questa meravigliosa esperienza, e di questo racconto.
Penso a un aneddoto di Giuseppe sui masai, i pastori africani: se si accorgevano che stavi scattando una foto, si spostavano, perché pensano che le foto rubino l’anima. E noi, sempre dietro, a perderci l’anima, alle immagini, alle apparenze, alle schiavitù social.
Allora, prima di perdere definitivamente l’anima penso che anche io, prima o poi, dovrò andare. E Giuseppe? Forse anche lui tornerà: ‘Ho scoperto, con immensa gioia, che potrei contribuire, da un punto di vista professionale, e non solo da volontario, allo sviluppo del sistema d’istruzione. Non nego che mi piacerebbe dedicarmi a questo’
E a chi non piacerebbe? Il cielo stellato, le persone semplici, il sorriso dei bambini a scuola. Un paradiso, in cui ritrovare l’anima.
P.S. : ‘Dany, sarebbe bello concludere l’articolo con una frase come Mungu ni upendo(Dio é amore) ‘. Ecco fatto, Giuseppe: sì, penso anche io che sarebbe bello…
COMO(4-4-2): Reina; Iovine, Dossena (88mo Goldaniga, Barba, Moreno; Strefezza, Braunoder, Mazzitelli, Da Cunha (Paz 58mo); Cutrone, Belotti (Cerri 58mo). All. Fabregas.
A disposizione: Audero, Vigorito, Sala, Goldaniga, Gabrielloni, Al-Tameemi, Fadera, Cerri, Sergi Roberto, Perrone, Engelhardt, Nico Paz.
ARBITRO: Marco Di Bello della sezione di Brindisi
1^ ASSISTENTE: Scarpa
2^ ASSISTENTE: Cipriani
4^ UOMO: Bonacina
Spettatori: 16.365
Ammoniti: 42mo Moreno;
Dicevamo, nello scorso racconto, di re Davide, sovrano, guerriero, condottiero, seduttore biblico, autore, secondo la tradizione, di gran parte dei Salmi.
Superfluo ricordare come il racconto più noto che lo vede protagonista riguardi la disfida con il gigante Golia, alla fine soccombente.
Ora succede che davanti al nostro re Davide Nicola, giunga Fabregas, gigante non di stazza ma di storia, da calciatore professionista, tra Barcellona e Arsenal; allenatore subito bravo e fortunato, avendo trovato, in riva al Lago di Como – tra le vie coi nomi dei protagonisti dei ‘Promessi Sposi’- una società ricca e ambiziosa, capace di portare, in campagna acquisti, un ex-Real come Varane: infortunatosi, però, dopo soli venti secondi dal suo esordio e oggi, quindi, assente. Scherzi della storia.
La disfida tra i due eroi, Davide e Fabregas, assume i colori e la carne dei ventidue in campo, con i rossoblu’ ordinati nell’elastico 3 5 2/ 4 4 2 e capaci, nella prima mezz’ora, di un netto predominio , spinti dalle folate in arrivo dalle fasce e dalla solita intraprendenza di Luvumbu, a cui va ascritta la prima vera occasione intorno al quindicesimo: movimento a rientrare con tiro, deviato in angolo dall’eterno Reina, sul primo palo. Ah, se Luvumbo fosse meno fumoso, meno lamentoso e più concreto! Ma non è lecito chiedere troppo e, del resto, c’è sempre tempo…
Chiude il quadro un efficace lavoro di Marin e Prati,a sancire una superiorità che, al 35mo, porta ad un’azione di Azzi praticamente identica a quella di Luvumbo, soltanto, finita a lato. Non pervenuto il Como che, pure, è la stessa squadra che in precampionato ha battuto nettamente l’esercito di re Davide.
Così, è quasi consequenziale l’1-0 del Cagliari, con un’azione corale, forse stile tiki-taka di fabregasiana memoria: Augello,Prati,Luperto e colpo di testa, da vero opportunista, di Piccoli che, a sua volta, aveva ricevuto un assist di testa dall’ex-Empoli, fedelissimo del re.
L’inizio del secondo tempo, come da copione, vede la reazione dei comaschi: Cutrone prima tenta il ‘tiro a giro’ poi, su assist dell’ex ingrato Dossena, sotto porta devia in rete sotto la traversa: difesa colpevole.
Il centrocampo del Cagliari si inceppa, e bisogna tornare sulle fasce, da cui, a destra, Azzi serve Zappa che, al contrario di Cutrone, non è pronto sotto porta.
Le sostituzioni – con ovazione per Lapadula- sembrano non cambiare le sorti dei rossoblu’, col Como, a tratti, arrembante e impertinente.
Con Lapadula aumentano, però, le veritcalizzazioni e, in una di queste, per poco Reina non subisce un autogol, di quelli classici, clamorosi.
Arriva l’assalto finale, sempre affidato, in gran parte, alle verticalizzazioni per Lapadula, sino ai 6 minuti di recupero.
Il Como però, ormai, ha il pieno controllo. L’ex Cerri – tra i fischi dei suoi vecchi tifosi- svirgola davanti a Scuffet, da dove aveva segnato Cutrone e, subito dopo, spostato più al centro, non riesce a trovare la deviazione vincente.
Si chiude con un po’ di sofferenza e, così, il pareggio arriva come una liberazione. Anticipo della sofferenza del campionato? Se così fosse, nessun problema: ci siamo abituati.
Non è semplice scrivere un articolo di questa natura, di questo tenore: perché bisogna scrivere della bellezza, della forza della vita, della capacità del bene di irrigare, e seminare, i terreni dei cuori aridi e abbandonati, e renderli nuovamente fertili, dal raccolto abbondante oltre misura. Come parlare di un miracolo, dell’inspiegabile o irrazionale; e poi, misurarsi con sé stessi, col proprio coraggio e con quanto si è disposti a credere al bene e alle nuove forme di giustizia: perché se uno tocca con mano quello che possono creare, allora deve comportarsi di conseguenza, e mettere in gioco- per il bene – anche la propria vita.
Sabato 24 agosto, nella comunità di recupero ‘Il Samaritano’, ad Arborea in provincia di Oristano, si è tenuto uno degli ultimi incontri del festival letterario ‘Propagazioni’: con Pino Tilocca, hanno dialogato Agnese Moro e Franco Bonisoli.
Agnese Moro e Franco Bonisoli sono la figlia di Aldo Moro, ucciso nel 1978 dalle Brigate Rosse, e il membro della direzione strategica e del comitato esecutivo delle stesse BR, che, nell’agguato di via Fani, fa parte del gruppo di fuoco, travestito da aviere e armato di un mitra.
Agnese Moro e Franco Bonisoli – prima in silenzio, poi davanti a tutta l’Italia- dopo 22 anni di carcere di Franco, hanno deciso di dialogare, ascoltarsi, incontrare il perdono e, poi, l’affetto, in un percorso di ‘giustizia riparativa’, che, a vari livelli – come testimoniato dagli approfondimenti del nostro giornale- sta trovando accoglienza in Italia.
Alla fine di questo percorso, c’è l’amicizia, come dono di rinascita, come vera riparazione dalla follia di cui si è avuto coscienza: e il simbolo esteriore e tangibile di questo ristoro e di questa resurrezione sono i sorrisi e le battute che si scambiano, le parole che ci condividono, che nascono da una forte consapevolezza del male visto e vissuto, e dall’irreparabile che ne è scaturito.
‘Nessuno mi restituirà mio padre e la mia giovinezza’; ma, a queste parole di Agnese, ne succedono subito altre, diverse e opposte, come a neutralizzarle o a chiarirle meglio. Chiama Franco Bonisoli e Adriana Faranda – anch’essa ex brigatista- ‘i miei cari’ . Afferma, convinta, che, dopo i 22 anni di carcere, Franco non doveva più niente a nessuno, tanto meno a lei. Poi, i momenti più intensi: quasi grida che del dolore di un carcerato non se ne fa niente e che, tutto ciò che desidera, è che si applichi il dettame della Costituzione sul reinserimento sociale di un condannato.
Franco non riesce a parlare bene: l’emozione glielo impedisce. Piange durante tutti gli interventi e, per questo, il silenzio, anche di queste righe, sarebbe la scelta migliore.
Anche lui, però, ha un momento in cui parla in maniera più concitata: quando afferma di esser iniziato a cambiare quando ha percepito un’ umanità nuova intorno a lui, presentata da parole nuove: quelle del cappellano del carcere e del cardinal Martini, che lo chiamavano ‘fratello’. Prima, la durezza del carcere, aveva solo rafforzato le sue convinzioni e la sua, di durezza.
Ecco il chiavistello, ecco l’arcano svelato che, in realtà, è sempre sotto i nostri occhi: quando la società, lo Stato e le persone, che li compongono, hanno la forza, l’autorevolezza e il coraggio di cercare vie nuove, una via nuova si apre. È il senso intrinseco delle vita, che vuole crescere.
Di tante nuove vie qualcuna si perderà nuovamente; ma sarà sempre la logica della vita, che prevede sempre un margine, data la fragilità dei nostri cuori.
Quando l’incontro finisce, si ha la sensazione di aver assistito a qualcosa di assolutamente nuovo, dovuto forse all’ eccezionalità dei due protagonisti, capace di far provare un senso di crescita, maturazione e di respiro del cuore. Un senso di gioia. Una cosa rara, sempre, ma soprattutto in un periodo come questo, di solitudini e privazioni di speranza.
Anche questo, allora, è uno degli effetti della ‘giustizia riparativa’, quello di coinvolgere tutti e, in tutti, far passare il filo d’oro del Kintsugi, quello dorato che ripara le crepe.
Cosa sarebbe successo se, al contrario, tutto fosse rimasto in carcere, dietro le sbarre, consumato dal, e nel, dolore?