Il racconto del Cagliari: che siano nuvole, e tuoni, passeggeri…

di Daniele Madau

Il nuovo acquisto del Cagliari, e autore del goal rossoblù, Gaetano. Immagine ‘Eurosport’

CAGLIARI-LAZIO 1-3CAGLIARI (3-5-1-1): Scuffet; Zappa, Mina (74′ Wieteska), Obert (63′ Augello); Nandez, Deiola (c), Makoumbou, Gaetano, Azzi (45′ Dossena); Viola (45′ Luvumbo); Lapadula (74′ Pavoletti). Allenatore: Ranieri. LAZIO (4-3-3): Provedel; Marusic, Gila, Romagnoli, Hysaj; Guendouzi, Cataldi (78′ Kamada), Luis Alberto (62′ Vecino); Felipe Anderson, Immobile (c) (62′ Castellanos), Isaksen (84′ Pedro). Allenatore: Sarri. ARBITRO: Marco DI BELLO. GOL: 26′ Deiola (AG), 49′ Immobile, 51′ Luvumbo, 65′ Felipe Anderson. ASSIST: 51′ Luvumbo. AMMONITI: 45’+1′ Immobile per fallo su Mina, 52′ Makoumbou per fallo ai danni di Mario Gila, 62′ Romagnoli per fallo ai danni di Lapadula, 90+3′ Vecino per fallo su Wieteska. ESPULSI: Aresti 90’ NOTE: recupero +1′, +5′. SPETTATORI: 16.155

C’è la cronaca, anche sostanziosa (dopo un’incursione di Azzi che faceva ben sperare, al 6′ su lancio di Isaksen, Immobile calcia e impegna Scuffet. Al 26′ l’autogoal del Cagliari, con Azzi e Deiola che si guardano, dopo aver causato il vantaggio della Lazio, neanche avessero visto il balletto di Jhon Travolta sul ‘Ballo del qua qua’: scusate l’ironia sulle papere… C’è il raddoppio al 49’di Immobile, su respinta di Scuffet, che trova il 200esimo centro in Serie A. C’è il goal da fuori aerea, 51′, di Gaetano, molto bello, che dà nuovo entusiamo al Cagliari, protagonista di due occasioni successive; ci sono, infine, i titoli di coda sulla gara, esclusivamente bianco-azzurre: Felipe Anderson segna la rete del 3-1 al 65′, con deviazione; e, all’ 85′ , il palo di Kamada con azione quasi identica: incursione da destra, accentramento e rasoterra sull’angolo destro); e c’è il contesto che, se non è tutto, racconta molto.

Innanzitutto la pioggia, che lascia molti tifosi a casa. Speri sia la pioggia di Manzoni, dei ‘Promessi sposi’, che porti via la peste e la paura: ma la pioggia significa anche nuvole e tuoni, che si addensano e si fanno sentire, e capisci che è periodo di maltempo.
Le nuvole riguardano il clima uggioso, il cattivo umore della squadra, immalinconita, e del pubblico che, per la prima volta, fischia gli errori e si lascia andare a critiche scoperte a fine primo tempo. I tuoni, una volta privati di ‘Rombo di Tuono’, sono quelli del presidente nella conferenza stampa di fine gara – ‘C’è qualche giocatore che non sta dando quello che potrebbe dare’ – e di Ranieri, sempre a fine gara ( ‘ Se sono io il problema, sono pronto ad andare via’, sembra abbia detto ai giocatori).

C’è anche lo spiraglio nell’angolo del cielo, il sereno che prova a fare capolino: la Curva Nord che non abbandona la squadra, i cui cori si mischiano a quelli, sempre belli e positivi, della ‘Curva Futura’ (a proposito di tifo, in tribuna non mancano quelli laziali: che bella la convivenza, è un anticipo di paradiso!); la pronta integrazione (anche troppa: ‘Non sei Messi, lascia quella palla!’, gli urlano…) con conseguente euro-goal, di Gaetano; l’appoggio incondizionato di Giulini a Ranieri (‘Se retrocederemo, sarà con lui’); i quindici minuti di reazione del Cagliari dopo il momentaneo 1-2 (avessero paraggiato, i rossoblù, sarebbe saltato in area lo stadio). Ci sono la grinta e la fatica di Nandez. C’è il tentativo di comandare la difesa di Mina.

C’è anche la fredda analisi: forse cambiare così spesso formazione e modulo- come è capitato in queste ultime settimane, con scelte di formazione risultate azzardate – non paga e, forse, testimonia il momento di incertezza che vive la squadra. C’è la paura che si concretizza in una difesa che, soprattutto ai fianchi, sembra lasciar entrare tutti e c’è il fortino, la ‘Unipol Domus’, sotto assedio delle squadre avversarie. Ci sono le dirette avversaria per non retrocedere che, quasi tutte, non vogliono mollare.

La tempesta è da mettere in conto quando, alla fine della traversata, l’approdo è la salvezza: se davvero la scelta sarà quella di tenere il ‘mister and commander’ sino alla fine e di affondare con lui, il romanzo di Ranieri nel Cagliari sarà ugualmente compiuto, con una nota di amaro romanticismo. Se, invece, si paleserà l’ennesima impresa, sarà l’effetto dei rombi di queste nuvole, di questi tuoni, che, speriamo, siano passeggeri, la tempesta prima della quiete: e noi di rombi, di tuoni, di rombo di tuono, ce ne intendiamo…

Il racconto del Cagliari: la conferenza stampa di Ranieri e le piccole, grandi, emozioni dello sport

di Daniele Madau

Ranieri nella conferenza stampa di presentazione di Roma- Cagliari

Consiglio a tutti di fare una visita al centro sportivo del Cagliari, ad Assemini, ribattezzato ‘Asseminello’ sul modello di Milanello.

È poco fuori la 130, superata Assemini; si arriva con una traversa che lascia l’asfalto per ritrovare un po’ di natura. È molto curato, frequentato anche dai ragazzi delle giovanili e, chiaramente, fornito di campi da calcio intervallati da inserti di prati verdi . C’è anche una piscina, coperta in inverno. È un luogo silenziosissimo e, perciò, come un’oasi, un po’ fuori dal tempo e dallo spazio vissuto dei problemi quotidiani di ognuno. È, in fin dei conti, un luogo che ti lascia un po’ di pace. Anche grazie alle atmosfere delle conferenze stampa, sempre molto serene, cortesi, nonostante la difficile situazione di classifica del Cagliari. È un piccolo idillio e si capisce perché, spesso, i giocatori trovino in questo contesto la loro dimensione: Riva…

La conferenza stampa prima della gara dell’Olimpico con la Roma non può non avere come oggetto, più che la partita stessa – tra l’altro difficilissima e fondamentale- il passato di Ranieri, che a Roma sfiorò uno scudetto da profeta in patria ( è nato a Roma, quartiere Testaccio, se non ricordo male) e che a Roma ritroverà, come allenatore, il suo allievo DDR, Daniele De Rossi. Per ben due volte i colleghi chiedono di parlare delle emozioni per questo ritorno ma il mister si smarca: è troppo importante concentrarsi sui suoi ragazzi, prevedendo qualche strigliata durante la gara ( vedere le puntate precedenti su Ranieri- padre). Sono domande normali, e giuste: lo sport, e il calcio, vive di emozioni, e le veicola. In fin dei conti, a tutti noi, interessa questo: il calcio, il Cagliari, che ci spreme il cuore e, mentre aspettiamo una inaspettata vittoria all’Olimpico, ci emozioniamo anche per Ranieri che torna nella sua città.

Ma, di Ranieri, si conosce poco il lato tenace, da combattente, da sergente di ferro. È questo che servirà per salvarci ed per questo che lavora il nostro comandante che, qui, dopo averlo chiamato father and commander, battezzo mister and commander: sì, sto citando Gianni Brera (scusate l’ardire) che, dopo una doppietta di Riva in Inter- Cagliari, scrisse: ‘70000 persone hanno applaudito il numero 11 del Cagliari che, qui, ribattezzo Rombo di tuono’. L’aveva già definito in un altro modo, forse più efficace: tripallico

Per tentare l’impresa, il Cagliari potrà contare sui nuovi acquisti: il colombiano Mina, che ha già conquistato tutti col suo entusiasmo (ha detto: ‘È la Roma a dover avere paura’), e l’italiano, ex Napoli, Gaetano. Acquisti definiti ottimi dalla stampa specializzata.

Con loro il Cagliari, che nelle prossime quattro partite affronterà Roma, Lazio e Napoli, dovrà combattere con la forza della disperazione, sino all’ultimo, pensando che un punto conquistato con le grandi varrà doppio, cosciente del fatto che, in difficoltà, i rossoblù tirano fuori risorse inaspettate. Questa riflessione del mister era la risposta alla mia domanda (‘ Quale atteggiamento dovrà avere la squadra nell’affrontare questo ciclo terribile?) e, oltre alla sincerità di Ranieri, mi piace l’idea di questa lotta sino alla fine. In fondo, è un’altra di quelle emozioni per cui seguiamo lo sport.

Da Berlusconi a Bandecchi: quando ritroveremo il nostro amor proprio?

di Daniele Madau

Per il nostro calendario civile è periodo di tante e importanti ricorrenze, ognuna con una valenza particolare, da analizzare sotto aspetti diversi. Dobbiamo partire dalla ricorrenza di domani, Giornata della Memoria, figlia della decisione dell’ONU presa nel 2005, che ricorda l’ingresso dell’armata rossa nel campo di sterminio di Auschwitz, che di conseguenza fa memoria del genocidio ebraico. Ma dobbiamo anche ricordare che, ieri, tutta Italia si è stretta nuovamente nel ricordo di Regeni, ucciso otto anni fa, la cui vicenda, così drammatica, aspetta ancora l’esito giudiziario, per il quale il tribunale italiano sta intraprendendo nuove e coraggiose strade, sottoponendo a giudizio in contumacia i possibili responsabili egiziani. Si ricorda in questi giorni anche il trentennale della famigerata, per alcuni, storica per altri, discesa in campo (il campo politico, si intende) di Silvio Berlusconi. Ricordo un po’ più umile, meno conosciuto e per questo meno riportato in questi giorni, è quello di cui parlerò al termine. Dunque, 30 anni fa, il video che tutti conosciamo, in cui Silvio Berlusconi definiva ‘ il paese che amo’ l’Italia, con una ‘captatio benevolentiae’ introduttiva alla sua dichiarazione di presentarsi alle successive elezioni politiche, faceva irruzione nelle nostre case. La figura di Berlusconi e il suo operato politico sono state oggetto di analisi in molteplici campi: brevemente, qui, analizzeremo solo l’aspetto comunicativo della politica: se ne avverte l’urgenza, in quanto la comunicazione politica ha intrapreso strade difficilmente immaginabili anche dai più pessimisti osservatori. Ho in mente il sindaco di Terni Bandecchi che, in maniera spregiudicata oltre che volgare oltre che offensiva oltre che maleducata, continua la sua attività politica. Non si contano più gli attacchi alle opposizioni, non si contano più le espressioni violente. Cosa vuol dimostrare Bandecchi? Anzi, mi sembra doveroso chiedermi come si permetta, Bandecchi. Infatti, come possiamo permettere che, in una città italiana, un sindaco si esprima in questi termini? Tranne le opportune, se non minime e indispensabili, repliche di alcuni politici, di alcuni giornalisti e di parte dell’opinione pubblica, subito dopo i suoi alti ed educativi interventi, torna il silenzio complice. Tutto perdona, tutto accetta la popolazione italiana; anzi, siamo più sinceri: tutto perdoniamo e tutto accettiamo. In nome di cosa? Come è possibile che, da un rappresentante dell’istituzioni, non ci sentiamo sviliti, umiliati, offesi, oltre che non rappresentati, da chi afferma, sapendo di cogliere nel segno della nostra insipienza, di essere spontaneo e popolare. A questi modi, poi, aggiunge anche una certa violenza fisica in fin dei conti, anche quella, accettata. Chiediamocelo, se abbiamo un po’ di amor proprio, interroghiamoci: come siamo arrivati a questo? Come si può permettere questo agire, serenamente non condannato socialmente, a una persona che, aggiungo oltre a quanto già scritto, sventola i suoi successi economici con irrisione e, per questo, può affermare che andrà presto al posto del Presidente del Consiglio? Una cosa conseguenza dell’altra, quindi. Senza timore, senza cultura, senza intelligenza emotiva, ma anche senza intelligenza in senso stretto. Sconterà tutto questo alle prossime elezioni? Forse è più onesto pensare che ne trarrà giovamento. Non c’è niente di più dannoso, non c’è niente di più pericoloso dell’auto svilimento, che deriva dall’accettare il fatto che gli altri ci possano considerare come oggetto cosciente delle loro bassezze, come pacifiche vittime di una loro presunta forza, non come cittadini. Umiliati oppressi e offesi, soprattutto nella parte più a rischio di discriminazioni, quali le donne e i meno abbienti. Vorrei parlare direttamente a Bandecchi, ma non vorrei dargli troppo importanza. Vorrei davvero aspettare che la vita gli facesse capire la sua ignoranza ma la vita non è un’entità astratta: la vita va dove vogliamo noi, soprattutto in forza dell’essere cittadini con i nostri diritti. Gran parte di quello che sta accadendo nella comunicazione politica, e quindi nella politica in senso stretto, è proprio dovuto al rapporto di forza tra comunicazione e agire politico, col secondo subordinato al primo. Ritornando a trenta anni fa, forse la comunicazione peggiore nasce da quella videocassetta, da quella ‘discesa in campo’, da quelle parole così suadenti, così misurate ma forse così poco sentite di Berlusconi. Perché, poi, son seguite offese contro gli avversari politici, gli omosessuali, contro le donne, che nell’oscurità delle ville utilizzava (verbo usato dal suo avvocato) per il proprio piacimento. Prima della celeberrima discesa in campo, esisteva la cosiddetta prima Repubblica: 50 anni di dolorosa alternanza, tra trionfi e cadute, alta e bassa politica, nobili gesti e oscuri tradimenti, in cui però i partiti raramente si insultavano: al massimo combattevano con la nobile arte della parola. Pensiamo che, al contrario del parlamento inglese- in cui le postazioni dei membri sono contrapposte faccia a faccia- il nostro Parlamento è fatto ad anfiteatro, curvo, circolare, proprio per dare l’idea visiva della non contrapposizione, nonostante tutto. E nonostante il dominio della comunicazione, nonostante l’imperativo di vincere a discapito dell’avversario, che esiste da sempre, da quando esiste la politica stessa, bisogna sforzarsi di continuare a credere che il vero uomo politico lavora per il bene dei cittadini. Facendo questo potrà essere sconfitto nel corso della sua attività ma, quando il tempo lo permetterà, sarà sempre ricordato come un benefattore. Ricordato, ricordare. Ripartiamo da qui, da come abbiamo iniziato, ricordando. È sempre bello presentare l’etimologia di un verbo: ‘ricordare’, cioè riportare al cuore (cor, cordis in latino). Dovrei chiudere riportando al cuore una persona che è stata poco considerata, pur essendoci stato qualche giorno fa un suo anniversario, l’anniversario della sua uccisione da parte delle Brigate Rosse: Guido Rossa, operaio in fabbrica. La fabbrica, il possibile terreno fertile delle Brigate Rosse e dei terroristi stessi, che hanno trovato in lui un ostacolo. Per questo ha pagato con la vita. Queste sono parole sue e, quindi, poco consumate, perché poco è stato ricordato; perciò ancora più belle da tenere nel cuore e quindi da ricordare: ‘La vita vale se ci sono gli altri, giù in mezzo agli uomini, a lottare con loro’. Guido Rossa, operaio, ucciso dalle BR il 24 gennaio 1979

Grazie. Con te la nostra storia è diventata mito

di Daniele Madau

Quando si studia un mito, nel suo senso profondo oltre il solo aspetto narrativo, si analizzano i valori simbolici e si ricercano eventuali origine storiche. Dal mito alla storia, alla quotidianità.

Con te abbiamo vissuto, sentendocene partecipi, l’avventura contraria: dalla quotidianità, dalla storia, al mito.

A mio parere, sbaglia chi relega il calcio, e lo sport, a eventi marginali, per il popolo o, al contrario, per i privilegiati: lo è forse la poesia? Lo è forse la letteratura, lo è forse l’arte? E poi il popolo siamo noi, che ci avviciniamo all’arte come elemento essenziale e misterioso di bellezza della vita che, in fin dei conti, ci eleva e ci fa andare oltre il tempo. Anche quando quell’arte è lo sport. Quanto, il mondo classico, ha cantato, glorificato, mitizzato lo sport, gli ‘agoni’ ? Cito solo un autore, Pindaro, che noi ricordiamo quando citiamo il ‘volo pindarico’. Tu, tra i pochissimi della storia dello sport moderno, hai avuto questo privilegio, di passare realmente- nessuno, dallo sportivo più semplice allo studioso più serio, oserebbe affermare il contrario – dalla storia al mito.

Non volendolo, lo so; o forse con l’aspirazione di ricercare quei beni che rendono immortali, ma solo perché ci si crede: non il vello d’oro, quindi, o il Santo Graal, ma la coerenza e il rispetto. Qui sta l’immortalità, nel ricercare il più alto valore dei mortali. Non, quindi, il senso di riscatto da problematiche economico sociali infantili di Maradona, Messi, Tyson, Cassius Clay, Pelé, Agassi. Non una ricerca della perfezione maniacale come Coppi, Senna, Borg, ma – come si insegna ai ragazzi, anche a quelli che hanno frequentato e frequentano la tua scuola calcio- lo sport come strumento per crescere e per far intravedere orizzonti nuovi, più grandi. Storceranno il naso gli antropologi o gli studiosi che non condividono l’idea delle tue imprese come il riscatto di un popolo: i sardi sono, infatti, ancora più poveri, meno numerosi e meno rilevanti di altri. Ma il riscatto dipende dal popolo stesso: tu hai semplicemente indicato la via. Non hai vissuto i lutti adolescenziali come motivo per un frenetico desiderio di rivalsa contro le ingiustizie della vita; ma li hai interiorizzati e superati con la compostezza e la dignità quotidiana che, quando scendevi in campo, si aggiungevano al coraggio, alla tempra di condottiero naturale e al talento, da subito maturo, di chi ha già sofferto. Questo era il tuo ambito, il tuo posto, la tua vita. E la tua gente: i sardi, che hanno mitizzato, tra i giganti di Monte Prama, sportivi come pugilatori e arcieri, ma solo dopo la morte. Prima ne rispettavano le virtù, come con te. La tua Itaca era qui, in Sardegna, con noi e, tu, il nostro vero Ulisse. Forse di più: perché Ulisse non perse mai il desiderio di viaggiare e tu, invece, che non volevi viaggiare verso la Sardegna, l’hai scelta come approdo definitivo per non partire più, sino all’ultimo battito del cuore. Non so perché ho scritto direttamente a te: non era previsto e, come sempre, temo di aver scritto cose complicate. Ma è venuto spontaneo, naturale, dal cuore.

Il racconto del Cagliari. Conferenza stampa di Ranieri in vista della partita col Frosinone: ‘Dobbiamo continuare a lottare’. Con una certezza: il ‘mister’.

di Daniele Madau

Ranieri in conferenza stampa

La conferenza stampa è sempre un bel momento, soprattutto quando la giornata è tiepida, quasi primaverile, anche se le previsioni preannunciano pioggia a breve.

Non è un bel periodo per la Sardegna, terreno di scontro di interessi politici che hanno a che fare col più antico partito italiano, il Psd’az, da sempre rapprentato dai quattro mori, di origine catalana. Ma qui si parla di calcio, e i quattro mori significano il Cagliari.

E allora si sente ancora l’entusiasmo della vittoria col Bologna e dei tre risultati utili consecutivi. Ranieri, più che mai una guida sicura, si fregia anche del titolo di ‘padre’, assegnatogli dell’eroe dell’ultima gara, Petagna: ‘ma io sono un padre comprensivo, si, ma finché lavorano sodo’.

In più, Ranieri presenta metafore classiche come ‘la barca in mezzo alla tempesta’ e cioè la squadra che attraversa il campionato.

Una delle tappe è la sfida di domenica con il Frosinone che,anche quando è in svantaggio, attacca sempre e ha spirito propositivo. Servirà tutta l’attenzione e l’aggressività necessaria,quindi, per tentare il sorpasso in classifica: il Frosinone è, infatti, lì, a un punto, mentre prima dell’epica (sempre in termini classici…) sfida dell’andata, era avanti di 9: ‘Ma- commenta il mister- è acqua passata.

Avanti con la prossima attraversata e col prossimo porto, dunque, quello di Frosinone e con, ancora di più, una grande certezza: quella di Ranieri, non master and commander ma father and commander.

Il racconto del Cagliari: nella sfida tra rossoblù, oggi i colori di ‘Casteddu’ hanno brillato di più

di Daniele Madau

Nella gara di questo pomeriggio all’Unipol Domus, la squadra di Ranieri vince per 2-1 contro il Bologna, centrando un’importantissima vittoria.

I colori di Cagliari e del Cagliari sono il rosso e il blu, che rimandano al rosso del Piemonte e all’azzurro dei Savoia e sembra che costituiscano la bandiera della città dal 1847, anno della ‘perfetta fusione’. Perciò, anche sentimentalmente, è difficile incontrare squadre rossoblù, com’è il Bologna, che tra l’altro è la vera rivelazione del campionato. È stata una settimana rossoblu, se si pensa anche a ‘Faber’ Fabrizio De André, morto l’11 gennaio di 25 anni fa, grande appassionato del Genoa, ricordato proiettando la sua immagine sullo schermo dello stadio dei grifoni. Il Bologna però, in una Unipol Domus come sempre esaurita e con la curva Futura questa volta risonante delle voci dei bambini della primaria, al rientro dalle vacanze, si presenta con solo le strisce trasversali in rossoblù e il resto in bianco, e si spera possa davvero andare in bianco. Prima dell’ingresso delle squadre ecco l’inno Tifo Cagliari e bo’ – con questo bo’ davvero molto cagliaritano, per non dire casteddaio- ad accompagnare l’inizio della partita, che è equilibrato e giocato soprattutto a centrocampo. Il Cagliari ha grandi problemi a causa delle assenze in attacco ma riesce ad avere una buona occasione all’ inizio con Viola, mentre il Bologna mette subito in mostra il talento di Orsolini che, sulla fascia destra, prova a trovare l’angolo lontano con un ‘tiro a giro”. Poi, la scivolata sfortunata di Augello gli permette di battere Scuffet in uscita sul primo palo. Dopo un’altra occasione di Orsolini dalla stessa posizione, fermata da Scuffet, il Cagliari, che non ha arretrato, in perfetto stile di gioco di Ranieri pareggia: lancio col contagiri dal centro della difesa per Petagna, che aggira il portiere e porta il Cagliari sull’1-1. Lo stadio accompagna nell’ esultanza Petagna, che si è sbloccato, oltre ad aver fatto, come sempre, da perno dell’attacco, da boa e oggi da centravanti. Finisce il primo tempo e, dalla mia postazione un po’ defilata (anche oggi qualche problema con gli accrediti: non mi trovo proprio nella zona della stampa, ma questo a considerare le cose con positività e spirito, per così dire, francescano può essere un vantaggio, perché si può vivere maggiormente lo stadio e guardare tutte le persone che ti sono a fianco) vedo la mascotte del Cagliari, che non conoscevo. È il pulcino rosa di fenicottero Pully, che si avvicina alla Tribuna Futura tra l’entusiasmo dei bambini. E assisto a un altro rosa: quello del tramonto che scende in questa meravigliosa Città del Sole che è Cagliari in un pomeriggio tiepido. Per il secondo tempo, Azzi, come prevedibile, sostituisce Augello e pensi che i pericoli portati da Orsolini siano finiti. Invece il primo tiro è proprio di Orsolini, sempre da posizione defilata. Azzi, a poco a poco, si prende la fascia sinistra e, proprio da sinistra, ancora Petagna, che si avvia a diventare protagonista della gara, batte l’angolo da cui, dopo una ribattuta della difesa e un nuovo cross, scaturisce un autogol di Calafiori che porta il Cagliari in vantaggio. I rossoblù di casa crescono, adesso, in sicurezza e padronanza del gioco; tuttavia c’è ancora da soffrire, manco a dirlo a causa di Orsolini dalla sua posizione preferita e, più o meno della stessa posizione, per un compagno che, a causa della mia defilatezza (vedere sopra…) non riesco a riconoscere: scusate…Precarietà che mi impedisce di vedere anche chi, all’89°, spedisce alto dal centro dell’area cagliaritana, per l’ultima azione rilevante della gara. Dopo cinque minuti trascorsi in difesa, infatti, con una prestazione ordinata, coriacea e autorevole, e nonostante le difficoltà di formazione, il Cagliari centra una importantissima vittoria. Grazie alla quale i rossoblù di casa superano nuovamente il Verona, in questa altalena avvincente e pericolosa, e si tengono ancora fuori dalle ultime tre posizioni della classifica. Nella sfida tra rossoblù, quelli di Casteddu, questa volta, hanno brillato di più.

25 anni senza Fabrizio De André: ‘Sopra le tombe d’altri mondi nascono fiori che non so’

di Daniele Madau

Sopra le tombe d’altri mondi nascono fiori che non so ma conosco bene quei boccioli
di campo che qualcuno ha lasciato sulla soglia della cappella De André nel cimitero
monumentale di Staglieno. Piacevano a Fabrizio come tutte le piante che vedeva
spuntare all’improvviso nella sua campagna. Quei fiori sono stesi accanto agli
omaggi portati dai suoi appassionati: ci sono sigarette, fiammiferi, un gagliardetto del
Genoa club e persino la fotografia di un fratello d’arte, Charles Baudelaire; l’ha
prelevata nel cimitero di Montparnasse a Parigi un giornalista della televisione per
celebrare la parentela tra l’autore dei Fiori del male e il poeta di Via del Campo.
Cammino nel mastodontico museo di scultura a cielo aperto che è Staglieno e
attraverso un’enorme galleria di statue del 1800. Sono sculture che parlano col
linguaggio delle forme restituendoci la vita delle famiglie genovesi: banchieri,
armatori, ricchi commercianti ma anche personaggi tipici della città e poi un pezzo
della storia d’Italia con la tomba di Giuseppe Mazzini e dei caduti per la patria.
Superando questi monumenti, tra i fioriti viali, si arriva al Campo 22 davanti alla
Cappella della famiglia De André che non ha niente dello sfarzo degli altri mausolei:
ecco le lapidi di Fabrizio e Mauro con i loro genitori, quella di Puny, moglie di
Fabrizio e madre di Cristiano. Ora sono tutti lì, riuniti nel silenzio assoluto dove
l’occhio si perde nella natura del bosco. Nessuno sfarzo, un monumento discreto e
sobrio proprio come furono in vita i De André.

Questa è una parte delle pagine dedicate alla tomba di Fabrizio, Faber, De André dal giornalista e scrittore, ma soprattutto amico intimo e fidato, Alfredo Franchini, tratta dal libro ‘Qui giace un poeta’, edito nel 2020 dalla casa editrice Jimenez. Le note che hanno accompagnato la pubblicazione parlano di un testo composto da ‘Oltre cinquanta autori italiani e stranieri – tra scrittori, artisti, editori, giornalisti, librai e blogger –accomunati dalla passione per i viaggi sulle tombe di poeti e romanzieri. Tombe sfarzose, come quella di Oscar Wilde, o semplici lapidi in un prato, come quelle di Jack Kerouac e James Joyce, tombe ospitate in cimiteri celebri – il Père-Lachaise di Parigi o l’acattolico di Roma – oppure nascoste in mezzo a monti desertici, coperte dal segreto di un monastero, come quella di Javsandamba Zanabazar, artista e poeta mongolo, in patria venerato come un santo. Tombe che raccolgono ossa e ceneri, niente di più, ma che sono spesso meta di trascinanti pellegrinaggi. Perché, quando si ama visceralmente un poeta o uno scrittore ormai morto e sepolto, non bastano le parole che ha lasciato, non sono sufficienti i diari, le lettere, le biografie e le autobiografie. Quando si ama qualcuno che non c’è più, arriva sempre il giorno in cui si fa irresistibile il desiderio di “vederlo ancora una volta”, andare a trovarlo dove giace per sempre. Cosa si prova – quali emozioni, ricordi, riflessioni scattano – quando ci si trova di fronte alla tomba di un artista amato? Che storia c’è, dietro quella lapide? E che storia c’è, dietro quel pellegrinaggio? Di questo scrivono gli autori coinvolti: hanno compiuto il loro pellegrinaggio e ce lo hanno raccontato. Massimiliano Governi sulla tomba di Sandro Onofri, Daniele Mencarelli sulle tracce di Camillo Sbarbaro, Barry Gifford tra i cimiteri di Parigi e Venezia, Matteo Trevisani in ricordo di Giordano Bruno, Giovanni Dozzini in cerca di Elio Vittorini, Tyler Keevil tra le brughiere gallesi con Dylan Thomas, Nicola Manuppelli sulle tracce di William Butler Yeats e molti altri ancora.

Alcuni di loro hanno scelto di descrivere che fine abbiano fatto, post mortem, alcune coppie celebri della letteratura, altri si sono avventurati anche tra tombe di personaggi che, nel loro ambito e a loro modo, potevano definirsi poetici. Insieme compongono un mosaico di pellegrinaggi letterari su tombe di poeti, scrittori e artisti, per parlare, attraverso la morte, della vita e
dell’arte ‘.

Sono trascorsi esattamente 25 anni dalla morte di Fabrizio (11 gennaio 1999), e noi siamo ancora qui, a riflettere sulle sue poesie e sulle sue parole, tra le quali la morte ha avuto un posto particolare. Qualcuno lo ha fatto proprio davanti alla sua tomba. La morte, nelle sue canzoni, era un momento di rivelazione, in cui coloro che hanno amato avrebbero ricevuto quanto hanno meritato, a prescindere dalla loro situazione in vita, economica, affettiva, di ceto sociale, di luogo di nascita.

Non era la ‘sorella morte’ di Francesco, dato che, secondo le parole sue, ‘gli avrebbe dato la sua buona dose di paura’ ma era una fiera avversaria da affrontare con coraggio e una buona dose di ironia; ma, soprattutto, con il carico d’amore con cui ci si è riempito il cuore durante la vita.

In gennaio, come Faber, se ne è andato, qualche giorno fa, anche Gianfranco Reverberi, compositore, produtore e grande innovatore della musica italiana. Me ne ha dato notizia lo stesso Alfredo, che ha concluso il suo comunicato con una bella immagine poetica, di ‘catasterizzazione’: e, cioè, quel fenomento della mitologia per cui una persona diventa una stella, o una costellazione: ‘Oggi, Gianfranco, va a cenare tra le stelle con Ciampi, Faber e Tenco’. Stella tra le stelle, aggiungo, a trascorrere l’immortalità con una compagnia di ottima musica, e alta poesia.

La conferenza stampa di Giorgia Meloni: “C’è qualcuno, in questa nazione, che vuole dirmi cosa fare, ma io ho la responsabilità e io decido”

di Daniele Madau

Giorgia Meloni in conferenza stampa

Questo è il passaggio più forte e significativo della lunga conferenza stampa – tre ore consecutive, senza pause – di Giorgia Meloni, definita di ‘inizio anno’, dato il duplice rinvio, piuttosto che, tradizionalmente, di ‘fine anno’.

Rispondendo a Gaia Tortora, su possibili influenze lobbistiche nei confronti del governo, la presidente ha risposto con toni duri, mentre in precedenza la sua modalità nel rispondere non è stata mai sopra le righe; tranne, forse, quando risponde ad accuse di familismo.

Alla figlia di Enzo Tortora, giornalista di La7, ha risposto in questo modo:

Io penso che qualcuno in questa nazione abbia pensato di poter dare le carte. In alcuni casi penso che in uno Stato normale non debbano esserci questi condizionamenti. L’ho visto accadere. Non mi chieda di essere più precisa di questo. L’ho visto accadere. Vedo degli attacchi, vedo anche chi pensa che ti spaventerà e se non fai quello che spera o che vuole. Non sono una persona che si spaventa facilmente. Credo che lo stiano capendo in parecchi. Preferisco cento volte andare a casa“, ha affermato la presidente del Consiglio.

E ha aggiunto: “Ci sono quelli che pensano che possono indirizzare le scelte. Se io faccio il presidente del Consiglio le faccio io perché io sono quella che si assume la responsabilità“.

Invitata da Tommaso Ciriaco di Republica a tornare sull’argomento con più chiarezza e a palesare i nomi, non ha voluto aggiungere altro.
La conferenza stampa inizia – giusto dieci minuti di ritardo – con il messaggio del Presidente dell’Ordine dei Giornalisti che denuncia il tantativo di limitare la libertà di stampa, a causa di una legge in discussione in Senato che vieterebbe di entrare nei particolari di un rinvio a giudizio.

Iniziano poi le domande di circa cinquanta giornalisti accreditati, che, come prevedibile, hanno toccato tutti gli argomenti sensibili, di stretta attualità e di tematiche più generali.

Entrare nel merito di tutti gli aspetti è impossibile ma si può riflettere su quelli più inportanti e quelli di contorno.

Giorgia Meloni non ha mostrato stanchezza sino a venti minuti prima della conclusione, quando, a microfono aperto, si è lasciata sfuggire un ‘Sto a morì ragà!’, per poi aggiungere: ‘Si è sentito, vero? Scusate ma sto cominciando ad avere svarioni!’ .

Fino a quel momento si è sforzata di rispondere in maniera precisa e pertinente.

Sulla affermazione della senatrice Lavinia Mennuni, a esempio, sull’essere cool delle madri ha risposto dichiarando che la sua attività è rivolta alla costruzione di strumenti che permettano alle madri di non rinunciare al lavoro, dopo aver chiarito di non essere d’accordo sull’aspirazione a diventare madri.

Da un punto di vista economico, ha delineato un programma di non aumento delle tasse e di tagli alla spesa pubblica, difendendo la scelta di dare un’alternativa alle banche rispetto alla tassa sugli extraprofitti.

In riferimento ai rilievi del Presidente della Repubblica sulle licenze degli ambulanti e degli stabilimenti belneari, ha assicurato che ne terrà conto: e, del resto, non potrebbe fare altrimenti.

Vuole tenere il punto sui risultati del governo, rivendicando più volte quanto realizzato rispetto ai governi precedenti; in particolar modo si accalora, sforzandosi di essere persuasiva ed efficace, sulla ‘madre di tutte le riforme’: il premierato.

Inevitabili, e attese, le parole sul deputato Pozzolo e su Verdini, padre e figlio: ‘Per Pozzolo, sarò rigida, una volta chiarita la vicenda. Per ora, ho deciso la sospensione dal partito e il deferimento ai probi viri, come da statuto. Per Verdini, i fatti contestati risalgono a quando era in carica il precedente governo. Salvini non deve riferire al Parlamento, perché non è in alcun modo chiamato in causa’.

Sulla politica estera, rimarca fortemente il sostegno all’Ucraina mentre, sul Medio Oriente, difende la posizione equilibrata dell’Italia, invitando Israele a non infierire sulla popolazione civile ma denunciando i crimini di Hamas. Il dialogo con i Paesi Arabi, per la presidente, è fondamentale.

La conferenza stampa, così, si avvia alla conclusione ma non senza un ultimo colpo di scena: proprio dopo la domanda sulla politica estera, Giorgia Meloni esclama: ‘Ragà, io devo andà in bagno!’, ed esce quasi di corsa prima delle tre domande finali.

Ci si avvia, così, alla conclusione di un incontro con la stampa preceduto da tante attese: attese in parte deluse e in parte soddisfatte.

Indubbiamente Giorgia Meloni ha cercato di rispondere a tutto senza dare l’idea di voler eludere o di essere in difficolta. Allo stesso momento, però, la conferenza stampa di una Presidente del Consiglio è per forza di parte, e questo si è notato particolarmente: in un’occasione, inoltre -quella della conferenza stampa – in cui non è ammesso il diritto di replica.

Resta un po’ di smarrimento per il tenore e la postura, alle quali ormai ci ha abituato: molto alla mano, quasi con l’ostentazione dell’accento romano, il lessico e il tono spesso confidenziale, l’abitudine di attaccare direttamente i partiti avversari, soprattutto PD e 5Stelle. Poco istituzionale? Direi di sì: un po’ di eleganza in più non farebbe male, in senso di rispetto per tutti. Aspetto secondario rispetto alle tematiche di merito, sicuramente più importanti? Certamente. Ma una cosa non escluderebbe l’altra.

In ultimo, le assenze. Inaccettabili quella della domanda sulla sanità, come anche sulle riforme scolastiche in cantiere. Speriamo siano oggetto della prossima conferenza che, speriamo anche questo, dati i precedenti, non si faccia attendere troppo.

I cattivi esempi della politica di fine anno

di Daniele Madau

La fine del 2023 coincide quasi con il primo anno di governo di centrodestra e, quindi, si presta più che mai a un resoconto. L’anno si chiude con la manovra di bilancio, tra luci e ombre: certamente con l’aspetto favorevole del rinnovo del taglio del cuneo fiscale e la semplificazione degli scaglioni IRPEF, ma con una mancanza di visione strategica e di lungimiranza. Intanto, ha suscitato scalpore la dichiarazione della senatrice di Fratelli d’Italia Menjuni sull’essere cool del fare i figli e dell’essere madre. Quando non si sa come iniziare un testo o si vuole prendere uno spunto, si cerca la definizione di un termine nel dizionario: è una procedura abusata ma per un termine inglese può essere utile.

Leggo, infatti: ‘nel linguaggio giovanile, che riscuote approvazione o suscita meraviglia, alla moda, fantastico. Nel linguaggio giovanile, appunto.

Stiamo assistendo a uno scadimento della politica a più livelli, tra i quali va annoverati il linguaggio, che è sempre specchio del pensiero e del sentire: se c’è un aggettivo che non userei per la maternità è cool.

Questo insistere su tematiche identitarie, per il governo, con una superficialità sbalorditiva, non è una novità: tutti abbiamo in mente vari strafalcioni, con protagonista, spesso, Lollobrigida.

La maternità, però, è un tema così delicato, profondo, attinente alla sfera personale che chiamarla cool, con un anglismo tanto inutile quanto, forse, ridicolo, che la mancanza di tatto, politico ma anche del buon senso, è più grave.

Nel frattempo, torna alla ribalta Verdini, un condannato a cui, purtroppo, abbiamo ceduto alcune chiavi delle stanze politiche più importanti.

L’anno si concluderà, oggi, col discorso di Mattarella: e sarà aria pulita in un ambiente saturo. Questi cattivi esempi, però, si spera ci rendano più consapevoli e portino anche l’elettorato, nelle prossime elezioni, a scegliere i rappresentanti che, quell’aria politica, non la insozzino di superficialità o corruzione.

Il racconto del Cagliari. Mister Ranieri: ‘Ho una squadra fantastica’

di Daniele Madau

Claudio Ranieri in conferenza stampa

Nonostante l’ultima, e velenosa, sconfitta col Verona, l’atmosfera è sempre serena, come il bel tempo che accompagna Cagliari in questi giorni. La conferenza stampa, poi, si tiene a Palazzo Tirso, uno dei nuovi hotel di Cagliari, belli e quasi lussuosi. L’aria sembra primaverile e, pensando ai cambiamenti climatici, forse non è una buona notizia: ma sono così cagliaritane queste vacanze di Natale col sole al posto della neve, e il profumo del mare – che arriva dal porto lì davanti – al posto dell’odore di fumo e camino.

Si inizia in anticipo sull’orario previsto, con più spazio, quindi, per le domande: che sono tante, vista l’importanza della gara. Si affronterà, sabato 30, l’Empoli penultima in classifica, in una nuova sfida salvezza.

Per questo l’ultimo allenamento è stato visto da 500 tifosi, carichi di entusiasmo: ‘Ho una squadra fantastica, e i tifosi lo sanno, ecco perché, nonostante la classifica, c’è questo entusiasmo’.

Ranieri elogia sempre la sua squadra (‘Prima o poi i risultati arriveranno, continuando con questo impegno e questa determinazione’) e, da prassi, anche gli avversari (‘Hanno Caputo e gli altri in attaco, e son sicuro che ci faranno soffrire e impensieranno Scuffet).

Avevo la statistica: 5% di percentuale realizzativa e 10 goal all’attivo, l’attacco meno prolifico della serie A; così la domanda è naturale: ‘Mister, sarà la volta della porta inviolata?’

Sì, dico proprio così, pronto anche alle critiche: detesto usare cleen sheet; questa volta, però – a causa, forse, di una domanda un po’ banale – la risposta è secca e un po’ laconica: ‘Speriamo…’

Speriamo: si potrebbe continuare, così, con questa serenità – magari accompagnata da questo clima (ma prima o poi l’inverno dovrà arrivare) -, con questo entusiasmo e con i brindisi che accompagnano, alla conclusione, queste conferenze stampa di fine anno …(Continua con la cronaca della gara, dal vivo, e della conferenza stampa post-partita di domani 30 dicembre)

La gara

Fare il giornalista-insegnante può non essere facile: qualche problema sugli accrediti e la tribuna stampa la vedo un po’ da lontano ma,almeno, ho il campo davanti. L’atmosfera è notevole, lo stadio è pieno: si sente l’importanza dell’incontro. L’inizio è favorevole all’Empoli, che ha una grande occasione ma, piano piano, il Cagliari prende campo e si fa vedere soprattutto con le corse di Azzi sulla fascia sinistra; Lapadula e Pavoletti, tuttavia, non si fanno vedere.I

Intanto, la modernità: ordini le bibite da un’applicazione e, delle ragazze dall’aria indaffarata e un po’ smarrita, le consegnano al posto.

Alla mia sinistra, la bella idea della ‘Curva futura’ questa domenica non presenta bambini ma solo adulti.

Partita sporca, rischiamo un’esplosione e il Cagliari non gira.

Arriva la ripresa, e succede un po’ di tutto: Luvumbo, entrato al posto di Lapadula, sembra suonare la carica, e Pavoletti ha subito un’occasione; Viola segna su punizione ma il Var annulla; lo stesso Viola sbaglia un rigore e Petagna un goal al 94mo.

Finisce la gara e il pubblico applaude, forse benevolo visto il periodo di festività, i giocatori.

Post-gara

Sia Ranieri sia Azzi, infatti, ringraziano il pubblico stesso che, in effetti, ha creato un’atmosfera davvero da battaglia sportiva: anche Andreazzoli afferma di essere rimasto colpito.

Ranieri afferma che lotteranno sino alla fine e si riprenderanno, nel girone di ritorno, i punti persi in quello d’andata.

Dopo la Coppa Italia di mercoledì 2, infatti, con la gara di Lecce si chiuderà un girone d’andata complesso e vissuto sempre ai margini della zona retrocessione.

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