Il tempo delle donne: Elly Schlein a Cagliari

di Daniele Madau

Oggi ricorre la ‘Giornata internazionale contro la violenza sulle donne’. In queste ultime settimane, abbiamo vissuto momenti drammatici, seguendo col fiato sospeso la scomparsa di due ragazzi: purtroppo le tracce di sangue di Giulia lasciate da Filippo Turetta ci hanno, dopo un primo momento di speranza, subito fatto riprendere violentemente coscienza dello stillicidio, un femminicidio ogni tre giorni, della vita delle donne.

Da questo terreno insanguinato è nata, però, l’unica risposta che poteva nascere dalla classe politica; anche se da una classe politica sempre più smarrita e nonostante qualche polemica, quasi inevitabilmente, abbia fatto da corollario: quello di due donne che si sono cercate e si sono unite per far approvare subito, nell’ambito del ‘codice rosso’, un giro di vite sulle pene previste e a tutela delle vittime. Sto parlando di Giorgia Meloni e Elly Schlein. Proprio Elly Schlein è stata ospite, ieri, della ‘Festa dell’Unità’ di Cagliari. Nel breve video che accompagna l’articolo, presenta la criticità che interessa il mondo sanitario e ospedaliero: a tutt’oggi, in attesa dei corsi nelle scuole, e insieme alla forze dell’ordine, l’unico presidio che può difendere e curare un corpo malato o ferito. Tramite i consultori potrebbe anche fornire un centro d’ascolto e di prevenzione: anche se sappiamo quanto sia clamorosamente assente, nei territori, la presenza di questi centri. Assenza che, nella società civile, non è certo l’unica.Assenze: terreno su cui crescono le violenze.

La semplice verità

di Daniele Madau

Purtroppo, non ci ricordiamo più quanto siano importanti, in politica, la verità, la trasparenza, l’impegno a realizzare le promesse, la serietà. È un enorme male italiano- questa ignavia nei confronti dei decisori politici- che non ha eguali nelle democrazie avanzate.

Guardiamo alla proposta di legge costituzionale sul, cosiddetto, premierato: nasce come reazione ai governi tecnici che, soprattutto quello del 2011/2012, sono stati voluti, e a cui è stata data la fiducia, dai partiti stessi, compresi quelli ora al governo.

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Il ministero dell’immigrazione, Enea, Giorgia Meloni e Rama

di Daniele Madau

E’ di questi giorni la notizia dell’accordo tra Albania e Italia, per la creazione di un centro per richiedenti asilo fuori dai nostri confini nazionali, e precisamente in territorio albanese; ma in tutto dipendente, e alle spese, dell’Italia. Sembra che l’accordo sia stato raggiunto quest’estate, quando la presidente Meloni, senza apparenti motivazioni, si è recata in visita privata dal premier Rama.

Risulta non semplice capire il perché, la scelta, la motivazione di questa decisione, che entrambi gli stipulatori presentano con orgoglio: la prima, come a sottolineare che il ‘problema’ viene in qualche modo spostato, delocalizzato fuori dall’Italia, con il sospiro di sollievo che potrebbe derivarne al governo e alla maggioranza. Il secondo, come a rimarcare la stretta amicizia tra Italia e Albania, data la sua affermazione sul fatto che tante nazioni avevano avanzato la stessa proposta ma solo all’Italia sia stata fatta la concessione.

Ricordiamo che il premier inglese Sunak ha provato – a quanto sembra due volte – a portare avanti la stessa procedura, sostituendo l’Albania con il Rwanda, ma è stato bloccato, in patria, per ragioni umanitarie.

Cerco di ragionare obiettivamente e freddamente, anche se, avendo a che fare con persone in carne e ossa, non è semplice. Può giovare ricordare che, nel ‘600, proprio l’atto ‘Habeas corpus’ inglese ha tracciato una strada di diritti alla persona, alla quale si veniva riconosciuto di ‘avere un corpo’, portatore, appunto, di diritti inalienabili.

Vorrei, però, spostare l’obiettivo al futuro dell’Italia. La soluzione, complessa, quasi inestricabile, a parere di chi scrive, non può che essere una, sulla quale non ho mai trovato traccia nell’opinione pubblica. E, cioè, la creazione di un ministero, con relativo ministro, dell’immigrazione e dell’emigrazione, che assuma su di sè le funzioni che ora sono divise in vari ministeri, e che sappia controllare, organizzare, gestire l’ineluttabile flusso migratorio. Non servirebbe – come ci dimostra la posizione della Turchia, che riceve soltanto aiuti economici nella gestione dei flussi – neanche l’aiuto attivo dell’Europa, che ancora fa sentire la nostra solitudine. Avremmo bisogno, infatti, di sostegno economico per trovare tutte le risorse, soprattutto umane e di infrastrutture, per gestire, finalmente, in maniera lungimirante, progettuale e di prospettiva il fenomento migratorio; il quale, se risulta necessariamente complesso e non arginabile, potrebbe concorrere a regalare un futuro migliore all’Italia, come tante grandi nazioni, frutto di ‘melting pot’ dimostrano, a partire da Roma: nata dal profugo Enea.

‘Io capitano’ : lo sguardo sognatore di Seydou è quello in cui si identificano tutti gli adolescenti

di Nicoletta Perra

Nicoletta è una studentessa di seconda Liceo Classico, di Cagliari, che, con i suoi compagni, ha potuto visionare, e riflettere, sul film di Matteo Garrone ‘Io capitano’. Ringraziandola per il suo contributo, pubblichiamo la sua attenta recensione

La migrazione è un tema trattato e ritrattato, sia nelle sale
cinematografiche e, quanto mai ora, nei dibattiti politici. Matteo Garrone,
con il film “Io capitano”, esce fuori dalla retorica banale della
drammaticità e osserva la vicenda dal punto di vista ingenuo di Seydou,
un adolescente senegalese, sognatore, e un po’ ribelle, che, trasgredendo
i divieti della madre, affronta un viaggio verso una fuga, alla ricerca di
un’emancipazione personale, verso una crescita e presa di responsabilità
di capo famiglia. Fugge dalla monotonia di un mondo povero ma felice,
naif, reso con colori saturati, pieno di calore affettivo. Tuttavia presto
incontrerà la drammaticità durante il cammino: la disperazione di coloro
che invece sono costretti a fuggire, la violenza, la morte, sono i rischi
sottovalutati e non calcolati dal protagonista. Il tutto è reso con un
linguaggio semplice, talvolta quasi divertente, famigliare, che accomuna e
lega in un unico senso di appartenenza tutti gli adolescenti del mondo.
Quindi lo sguardo sognatore di Seydou è quello in cui si identificano tutti
gli adolescenti, e sembra accompagnare tutto il viaggio, dando al film una
sfumatura ottimista con cui il protagonista conduce la sua barca, con cui
salva tante persone e riesce nel suo intento di emanciparsi. Alla fine
Matteo Garrone risolve tutta questa drammaticità quasi come una bella
fiaba che finisce bene. Il grido glorioso di Seydou “Io capitano!”, quando
raggiunge la terra agognata, la sua “America”, ci proietta verso la salvezza
e la conquista del sogno. Ma noi sappiamo che rimane la conclusione di
una fiaba, una bella avventura, e Seydou rimane un adolescente ingenuo,
solo un numero, un ragazzino di cui non conosciamo il destino.

Riflessioni sulla guerra Israele – Hamas

2. Seconda pubblicazione del dossier di Marco Marini

Mi permetto di aggiungere al cune mie considerazioni su quello che ho scritto precedentemente. Sono passati 50 anni dalla guerra del Kippur, dove Siria ed Egitto hanno messo a dura prova non solo l’esercito israeliano ma soprattutto la popolazione. Oggi il numero di civili massacrati non è mai stato registrato cosi’ alto in Israele. E ritengo che non sarà da meno per la popolazione palestinese di Gaza. In Cisgiordania c’è
qualche timida critica all’azione di Hamas, perché le sue conseguenze ricadranno su tutta la popolazione palestinese. Ma la richiesta di scendere in piazza e protestare contro Israele è stata accolta in molte nazioni arabe ed anche in Europa. Mi domando, cosa può fare una popolazione assediata dal terzo esercito del
mondo, una potenza nucleare che non esiterebbe a sganciare qualche bomba atomica sulle capitali arabe?
Le persone normali scendono in piazza, quelli armati fanno gli attentati. Ora sia chiaro aborro l’uso della violenza che si perpetra soprattutto verso i civili inermi. Ma da che mondo e mondo una nazione debole diciamo militarmente, può contrastare l’oppressore più forte solo con azioni che oggi chiameremmo di guerriglia. Pensate che proprio gli ebrei della Palestina antica (nome latino che Arafat pronunciava
“Philistina”, terra dei filistei, vi ricorda qualcosa?, Davide e Golia biblici), gli zeloti combattevano i romani con agguati e con l’uso di una piccola spada, nascosta sotto i mantelli, la SICA, da qui il termine sicario. E’ chiaro che la rappresaglia romana non si faceva attendere e a pagarne le conseguenze era la popolazione
innocente dei fatti attribuiti agli zeloti. Roma dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 79 D.C. decise di espellere definitivamente gli ebrei dalla Palestina (o almeno quasi tutti) nel 135 D.C., quando un certo Rabbi Akiva (Rav o Rab maestro) aveva individuato in un certo Bar Kochba il nuovo Messia (Masshiya,
unto del Signore, Christos in greco) che avrebbe liberato Israele dall’oppressore romano. Sappiamo che fine hanno fatto. Nella storia un debole usa questi sistemi per colpire il forte. Cosi’ in Spagna contro Napoleone, come in Vietnam contro gli americani. Anche in Medioriente i cosiddetti “terroristi” usano questi mezzi, ma
da una connotazione politica (movimenti di sinistra finanziati dall’ex Unione Sovietica, ed aiutati da altri gruppi quali la RAF tedesca o l’esercito Rosso giapponese) si è passati ad aspetti più o meno “religiosi”, religione come sempre è una scusa per attirare consensi, per poi cercare di riportare l’opinione pubblica
araba a quella specie di panarabismo che mette le sue radici anche in nord africa alla fine dell’ottocento come movimento di intellettuali che volevano liberarsi dell’ormai decrepito e corrotto regime ottomano.
Da un certo punto di vista movimento simile al Sionismo nato in Europa proprio alla fine del 19° secolo.
Tutte e due i movimenti avevano un progetto diciamo comune, liberarsi del colonialismo europeo. Si pensi che quando gli anglo-francesi con gli accordi di Sykes-Picot promisero a tutte e due le parti la Palestina una volta smembrato il secolare Impero Ottomano e dopo la dichiarazione Balfour dove il ministro inglese
dichiarava “ che sua Maestà Britannica vedeva di buon occhio la creazione di un focolare ebraico in Palestina”, non si pensò solo alla Palestina in quanto entità geografica, ma anche ad altre dislocazioni, quali l’Uganda in Africa, l’Argentina in Sud America, in una landa desolata in Unione Sovietica chiamata” terra
degli ebrei”, e pensate un po’ anche alla nostra Sardegna!!!! Prima ho definito “Terroristi” termine tecnico per chiamare chi fa attentati contro inermi, in questo gli israeliani sono stati maestri, anche loro più deboli
contro la maggioranza araba e l’occupante inglese (Protettorato). Uno di loro come ho detto Menachem Begin divenne primo ministro, capo dell’Irgun un gruppo paramilitare anti arabo a anti inglese che alla creazione dello Stato di Israele si rifiutò di deporre le armi. Si macchiarono del massacro di Deyr Yassin
insieme al gruppo Lehi (Banda Stern) dove morirono centinaia di persone. Anche questo gruppo diede negli anni più recenti un primo ministro Shamir. Ma non è terrorismo bombardare indiscriminatamente città
intere anche se prima hai avvisato la popolazione? Sia ben chiaro ho letto, inorridito, che le leggi internazionali prevedono il diritto alla rappresaglia. Ed è altrettanto vero che si registrano violenze nei confronti di ebrei in tutto il mondo, in Francia come in Belgio o Argentina. E’ giusto che Israele abbia il diritto a difendersi. Ma non c’è proporzione. Ho assistito ad incontri sia con palestinesi che con ebrei, qui a Cagliari, non mi è sembrato aver notato un minimo avvicinamento fra le parti. Dirò di più in una
associazione culturale repubblicana qualche anno fa, ho notato più comprensione fra i convenuti arabi ed ebrei che non da parte degli italiani che si scagliavano contro questi e quelli. A Serdiana da Padre Cannavera in uno dei suoi bellissimi incontri con le varie culture (es. I Ba’hai, ora ospitati ad Haifa in Israele
e perseguitati in Iran) alcuni palestinesi criticavano la visione Messianica del nuovo Stato di Israele, ma questo non risponde al vero. E’ vero che Ben Gurion aveva studiato in una Yeshiva, la scuola Talmudica, ma la sua visione di Israele era laica e socialista. Cosi’ come il fondatore del sionismo Theodor Herzl. Viceversa
per giustificare i loro atti gli israeliani ricordano la Shoah o come oggi 16 ottobre 2023, i 70 anni dal ratto al Portico d’Ottavia a Roma, il Ghetto. Ora avendo il sottoscritto letto della Shoah, per non dire studiato, alla ricerca di discrepanze, ed avendo parlato in alcune scuole nonché in un Comune della Provincia di Cagliari,
e aver studiato delle responsabilità mondiali sull’evento, sono stato apostrofato come non antisemita ma qualcosa di simile. Io che ho studiato l’arabo ma soprattutto l’ebraico, che ho visitato con emozione la Terra
Santa, o Israele o Palestina, chiamatela come volete. Io che ho portato un gruppo di sardi nella Sinagoga di Djerba in Tunisia, che sono stato a Dachau e Auschwitz, io che ho fatto aprire la Sinagoga di Dresda, che
vado al Tempio di Roma, da cristiano, Ferrara, Firenze, Trieste etc. insomma non voglio fare del vittimismo però mi sembra che se non cambiano le coscienze non ne usciamo più. L’O.N.U. mi sembra impotente, le
varie lobby americane spingono ancora verso un Israele forte, i movimenti pacifisti israeliani (Pace Ora, Peace Now, Shalom Achav) non li vedo in giro. Netanyahu fa quel che vuole con un sistema parlamentare
diciamo imperfetto, ai nostri occhi di occidentali, e le uniche proteste viste sono quelle contro la riforma del sistema giudiziario israeliano. Dall’altra parte, come sempre da 80 anni a questa parte, il mondo arabo, frustrato dalla fine miserrima delle cosiddette “primavere” trova uno sfogo nel nemico di sempre: Israele, appunto. Israele avrebbe un grosso problema da risolvere, scusate uso il condizionale, quello della natalità.
Si pensi che il vero motivo che ha portato il popolo “Eletto” a lasciare l’Egitto, dove si badi bene non tutti erano schiavi molti erano salariati, grazie al Profeta Mosé, era dovuto al fatto che gli israeliti proliferavano
in abbondanza mentre la popolazione egiziano non faceva figli ed invecchiava. Non ci ricorda nulla tutto questo ? Le cosidette “Civiltà” hanno cicli di vita, cosi’ I Faraoni e ancor prima Assiro-Babilonesi, Romani
fino alla nostra civiltà occidentale. Come i romani, abbiamo demandato le nostre scelte di vita ad altri, ci facciamo difendere da stranieri e ci siamo affidati ad un’economia di mercato globale che forse ci porterà a dipendere p.e. dalla Cina. E siamo vecchi. Israele non è da meno, molti ebrei ritornano nei loro paesi
d’origine, come il Sudamerica, perché senza tradire il senso di appartenenza a un popolo presente nella Storia da più di tremila anni, sono stanchi di aver paura di veder morire i propri figli in una lunga guerra di cui non si vede la fine. E Israele ha tradito le aspettative di sicurezza del proprio popolo, facendosi cogliere impreparata in questa guerra odierna. Il mito dell’invincibilità, ammesso che l’ho abbia mai avuto Israele, si
avvia sul viale del tramonto. Solo la pace, la democrazia, i diritti dei palestinesi porteranno gli israeliani a vivere con i propri vicini. Scusate la banalità, ma avendo sentito parlare un nostro ministro che dice”….non si può uccidere nel 2023 nel nome di Dio…..” non volevo essere da meno. Grazie

Riflessioni sul Vicino Oriente

di Marco Marini

Scusate ma questa volta parlo in prima persona. Mi è stato chiesto di esprimermi sul dramma che si sta vivendo in questi giorni a Gaza ed Israele. Ebbene il mio sentimento è di stanchezza nei confronti di questa situazione. Cercherò di non essere banale anche perché la realtà è veramente tragica, e di banalità ne abbiamo sentite diverse, soprattutto da parte di personaggi importanti della politica dalla quale ci si aspettava qualcosa di più come ragionamento sui fatti. Sto raccogliendo il materiale e aspetterò che questa guerra finisca presto, per affidare il racconto alla Storia e far calmare gli animi. Lo stesso atteggiamento lo nutro nei confronti dell’altra guerra che si svolge ora in Europa, quella Russo-Ucraina. Un caro amico di infanzia, in occasione della rivolta in Iran per la morta di Mahsa Amini, mi disse che dell’Iran e dei paese arabi non avevamo capito nulla. Forse ha ragione, ma mentre altri continuano ad occuparsi dei loro interessi, noi cerchiamo di capire e di raccontare le varie sfaccettature di un mondo complesso, affascinante e pericoloso quale è il Medio Oriente. Spero che i miei pensieri e considerazioni siano organiche, perché ripeto il cuore ed il cervello sono colmi di immensa tristezza per un conflitto di cui non avevamo bisogno. Ieri sera Mentana, intervistato da Gramellini sulla La 7, ha parlato di una situazione simile al conflitto russo-ucraino, dal punto di vista giornalistico, prima ci si inorridisce per l’inizio della guerra, poi interviene una sorta di stanchezza e si comincia a schierarsi con una parte o l’altra ed infine si tenta di accusare le vittime (iniziali) di una certa responsabilità sull’accaduto. Niente di strano ancora oggi si cerca di attribuire agli ebrei la responsabilità della Shoah. Si pensi che Ben Gurion, futuro primo ministro di Israele dopo la nascita nel 1948 dello stato, durante il secondo conflitto mondiale, alle notizie dei primi massacri di ebrei nell’est europeo, testimoniati da NON EBREI, affermò che lavorava sopratutto per la creazione del nuovo Stato di Israele. Questo non fu cinismo ma pragmatismo, visto che molti ebrei non avevamo elementi per ragionare sulla Shoah. Per questo fu rapito in sud America Eichmann e portato in Israele e processato per fargli raccontare la Shoah al mondo intero non solo agli israeliani. Sono passati esattamente cinquanta anni da quella che fu definita la guerra del Kippur, la festa dell’espiazione degli ebrei, dove l’esercito israeliano venne colto di sorpresa e dimostrò tutti i suoi limiti. Avevano vissuto sull’illusione di poter vincere sempre come fecero nel 1967 nella cosiddetta guerra lampo dei sei giorni. Ma cosa avvenne dopo? Con un gesto coraggioso il presedente Muhammad Anwar Al-Sadat volò in Israele nel 1977 e gettò le basi per una pace duratura con lo Stato ebraico. Ottenne con gli accordi di Camp David la restituzione della penisola del Sinai, occupata dagli israeliani. Nel 1994 fu firmato l’accordo di pace tra Israele e Giordania. Recentemente ci sono stati accordi “economici” col Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, sotto il beneplacito dell’Arabia Saudita. E i Palestinesi ? Ricordo che alla fine del primo conflitto mondiale ed allo smantellamento del secolare Impero Ottomano, a causa del suo schieramento con gli Imperi Centrali in Europa, le potenze europee, Francia ed Inghilterra, decisero di controllare questo immenso territorio che andava dal Medio Oriente al Nord Africa, con protettorati, appunto, anglo-francesi (trattato di Sevrés, 1920). Gli inglesi occuparono la Palestina, l’Iraq e la Francia Libano e Siria. Che strano vero il più grande giacimento di petrolio del mondo ! Gli inglesi allontanarono gli Hashemiti dalla terra del Profeta l’Hegiaz l’attuale Arabia Saudita e li mandarono in una zona desertica vicino alla Palestina La Transgiordania. La fine della seconda guerra mondiale ha fatto il resto, la Shoah e la conseguente immigrazione degli ebrei in Palestina ha fatto il resto. Le coscienze del mondo in colpa per non aver fatto niente per il popolo di Israele trovarono, lasciatemi dire salomonicamente, cioè senza farsi carico di responsabilità, la soluzione scaricandola sul popolo palestinese. Sia ben chiaro, gli israeliti non scomparirono del tutto dalla Terra Santa, chiamiamola cosi, ma si adattarono alla vita del dominio musulmano, perseguitati nell’antichità solo dai Crociati. E in tutto ciò che colpa avevano i palestinesi ? Nulla se non accogliere i profughi dall’europa. Gli ebrei, molti dei quali provenienti dall’est europeo, importarono il modo di vivere del Kolkotz sovietici, comunità agricole dove tutto era in comune a cominciare dai terreni, poi vennero i Moshav, dove si viveva in comunità ma il terreno apparteneva al singolo mezzadro. I Palestinesi vivevano e lavoravano insieme ai primi coloni israeliani. Poi nel 1948, dopo la decisione della spartizione della Palestina in due Stati, le cose portarono al primo conflitto arabo-israeliano. Ancora non c’erano gli interessi della gradi superpotenze, Gli Stati Uniti d’America interverranno massicciamente solo negli anni settanta a causa del petrolio. Mentre l’Unione Sovietica fu la prima nazione a votare la divisione della Palestina, sia per il concetto di lavoro agricolo sopra menzionato sia perché i primi coloni erano socialisti, a cominciare da David Ben Gurion. In questa fase del conflitto arabo-israeliano, l’esiguo numero di ebrei israeliani non avrebbe potuto fare ciò che avverrà negli anni successivi, cacciare i palestinesi dalla loro terra, nel 1948 gli arabi chiamarono NAKBA, disastro, distruzione questo esodo. Ma furono le stragi perpetrate dai terroristi israeliani, tra i quali Menachem Begin, membro dell’Irgun e futuro primo ministro, a far fuggire i palestinesi. In questa prima fase del conflitto, i “Fratelli Arabi”, cioè le nazioni confinanti invitarono loro stesse ad abbandonare il territorio, tanto li avrebbero riportati li’ una volta distrutto il nuovo stato sionista. Mi sembra di rivedere il trattamento riservato a Gerusalemme (Al-Quds, la città santa per i musulmani) nei secoli dell’occupazione Ottomana, città isolata nel deserto e dove ai cristiani ed ebrei veniva chiesta una tassa per accedervi a pregare, Città Santa per le tre Religioni Monoteistiche , Cristianesimo Ebraismo ed Islam. Importante si, ma mai quanto la Città del Profeta Maometto, La Mecca (Bismallah, nel nome di Dio Clemente e Misericordioso). Oggi con l’occupazione degli Israeliani, la Città, che dovrebbe avere uno Statuto Internazionale, di fatto è oggetto di tensioni fra le tre comunità, anche se sembra che musulmani ed ebrei facciano di tutto per cacciare i cristiani. Quando mi recai a Emmaus, luogo del miracolo di Gesù dopo la sua morte, un missionario francescano mi raccontò che un giornale britannico fece una specie di sondaggio tra la popolazione palestinese nei territori occupati, la domanda era con che si voleva stare o con Arafat, capo dell’OLP o con la Giordania? Risposero come stavano ora cioè con Israele. Perché secondo loro il turismo avrebbe portato vantaggi anche a loro. Ricordo comunque che i territori di Cisgiorania e Gaza furono occupati prima da Egitto e Giordania fino al 1967 (19 anni) e successivamente da Israele. Il Capo dell’Organizzazione della Liberazione della Palestina (O.L.P.) Yassir Arafat ha portato all’attenzione mondiale il problema della Palestina. Prima con azioni diciamo terroristiche poi con azioni diplomatiche. Come detto nonostante le varie risoluzioni O.N.U. il problema palestinese, come quello del popolo curdo rimane ancora irrisolto dal 1948. Arafat soprattutto nella parte finale della sua vita venne accusato dagli stessi palestinesi (tra i quali Abu Mazen, futuro primo ministro della cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese) di gestire male i fondi di sostenimento alla Palestina versati dall’ONU in primis e dalle altre nazioni mondiali. Alla sua morte sparirono carte importanti, sembra sottratte dalla mogli francese di origine palestinese. Israele ha quasi “protetto” Arafat, perché era meglio denigrare, accusare il Leader carismatico della causa palestinese, piuttosto che farlo fuori e farne un martire. All’interno della diaspora palestinese queste critiche alla politica di Arafat, hanno portato alla creazione di varie fazioni oltre all’OLP. In Libano nel 1982 se ne contavano una cinquantina. E Hamas (acronimo di Movimento Islamico di Resistenza) (ma in arabo significa anche entusiasmo, zelo, spirito combattente)? Considerato da molti stati occidentali un gruppo terroristico, si è dato un’organizzazione politica, anche se ha indetto solo una elezione, fondata nel 1987 dallo sceicco Amhad Yassin scaturisce dalla prima Intifada, ricolta contro Israele. Hamas gestisce anche ampi programmi sociali, e ha guadagnato popolarità nella società palestinese con l’istituzione di ospedali, sistemi di istruzione, biblioteche e altri servizi in tutta la Striscia di Gaza. Non che Arafat non avesse fatto lo stesso, ricordo che gli israeliani entravano spesso nelle università palestinesi, cosa assai rara a quell’epoca nel mondo arabo, ed anche spesso malvista, “come le donne studiano?”. Ma Hamas ha una visione più ampia, mi sembra, inoltre nel 2006 Isma’il Haniyeh, leader di Hamas all’epoca, ha dichiarato: «Se Israele dichiarasse di dare ai palestinesi uno Stato e ridare loro tutti i loro diritti, allora saremmo pronti a riconoscerli». L’ala politica di Hamas ha vinto diverse elezioni amministrative locali in Gaza, Qalqilya, e Nablus. Nel gennaio 2006 con una vittoria a sorpresa alle elezioni legislative in Palestina del 2006 con il 44% circa dei voti, Hamas ottenne 74 dei 132 seggi della camera, mentre al-Fatah, con il 41% circa dei voti ne ottenne solo 45. La distribuzione del voto però era molto differente nei vari territori: le principali basi elettorali di Hamas erano nella Striscia di Gaza, mentre quelle del Fatah erano concentrate in Cisgiordania. Questo lasciò subito presagire che, se i due partiti non avessero trovato un compromesso, sarebbe potuta scoppiare una lotta per il controllo dei due territori nei quali ciascuno dei due partiti era più radicato. A seguito della Battaglia di Gaza (2007) tra Fatah e Hamas, questa prese il controllo completo dell’omonima Striscia eliminando o allontanando gli esponenti avversari; nel quadro di tali eventi e tra accuse di illegalità a loro volta i funzionari eletti di Hamas furono eliminati fisicamente o allontanati dalle loro posizioni dall’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania e i loro incarichi furono assunti da esponenti del Fatah e da membri indipendenti. Il 18 giugno 2007, il Presidente palestinese Mahmūd Abbās (Fath) ha emesso un decreto che mette fuorilegge le milizie di Hamas. Ḥamās promuove diversi programmi che l’organizzazione considera di previdenza sociale e istruzione a favore della popolazione palestinese. Da parte dei suoi oppositori, tali programmi sono considerati invece come parte di una politica parastatale, come esercizi per la propaganda e il reclutamento, o come entrambi. In ogni modo, queste attività sociali di Hamās sono profondamente radicate nella Striscia di Gaza. Includono istituti religiosi, medici e in generale aiuti sociali ai civili meno abbienti. Va specificato che il lavoro che Ḥamās compie in questi ambiti è attività separata dall’assistenza umanitaria fornita dall’UNRWA (United Nations Relief Works Agency). Nel dicembre del 2001, il fondo caritatevole Holy Land Foundation for Relief and Development è stato accusato di finanziare Ḥamās. Hamās può contare su un numero sconosciuto di fedelissimi e su decine di migliaia di simpatizzanti e aiutanti. Riceve soldi da esuli palestinesi, dall’Iran, da benefattori privati in Arabia Saudita e da diversi altri Stati arabi. Raccolte di fondi e campagne di propaganda pro-Ḥamās esistono anche in Europa, Nord America e Sud America. Si ritiene che Ḥamās abbia decine di siti web; una lista aggiornata è consultabile presso l’Internet-Haganah. Il principale sito di Ḥamās. URL consultato l’11 marzo 2018 (archiviato dall’url originale il 20 maggio 2004). fornisce traduzioni di comunicati ufficiali e propaganda in svariate lingue: persiano, urdu, malese, russo, inglese e naturalmente arabo. Nella Striscia di Gaza, l’Autorità Nazionale Palestinese sta perdendo potere a beneficio di Ḥamās, in particolar modo nel campo profughi di Jabāliya, nelle sue vicinanze e a Dayr al-Balāh al centro della Striscia, ad Abasan e nella regione del Dahaniyeh nel sud. Il governo a Gaza annuncia la campagna di raccolta di fondi volti a raccogliere $ 25 milioni necessari per ripristinare decine di moschee rovinate dai raid israeliani. 45 moschee sono state completamente distrutte durante la guerra, mentre 55 sono state parzialmente danneggiate. Da qualche parte si accusa Israele di aver favorito la nascita di Hamas in funzione anti OLP/ANP. Hamas è stata accusata di antisemitismo e negazionismo indicati anche nella loro carta di costituzione del movimento e accusata inoltre di crimini di guerra contro la popolazione israeliana e la stessa palestinese. Usa il sistema “sovietico” di trattenere la gente nelle proprie case e di impedirne la fuga, questo per creare qualche disagio morale nell’aggressore (????) è successo anche in Libano, dove però agisce Hezbollah (il partito di Dio) che gestisce la sua autorità nel sud del paese al confine con Israele, gruppo di religione Shiita (come in Iran, Iraq e Siria) mentre Hamas è Sunnita (Arabia Saudita, Emirati etc). Israele userà secondo me il principio biblico della vendetta restituendo “70 volte 7 il male ricevuto. I massacri di bambini non sono cosa rara in medi oriente, da Maalot scuola ebraica del 1968 a oggi a Askelon e Sderot. Ma non possiamo dimenticare i bambini palestinesi massacrati dai bombardamenti israeliani e se gli uni denunciano la distruzione di scuole ed ospedali gli altri non sono da meno. Perfino i luoghi sacri alla Religione vengono profanati dalla Tomba di Rachele a Betlemme nella seconda Intifada alla occupazione della spianata del Tempio a Gerusalemme da parte dell’esercito israeliano durante la preghiera del Venerdi’, sacro per i musulmani. Non mi sembra di vedere grandi soluzioni, le grandi potenze militari ed economiche si stanno prodigando a promettere aiuti (soldi e armi) alle due parti. Se non ricordo male, quando Trump allora presidente U.S.A. decise di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, solo qualche palestinese gridò allo scandalo. Mi sembra che l’Arabia Saudita non fece gran ché, visti i buoni rapporti con Stati Uniti e Israele. Per fortuna non tutti sono soggetti a certe idee. Il 18 ottobre 2022, l’Australia annulla il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele, perché la questione va risolta con un negoziato di pace con i palestinesi. Voce di Colui che grida nel deserto.

Claudio Ranieri: ‘Stateci vicino, e difenderemo il sogno della serie A’

di Daniele Madau

‘La Riflessione Politica’ inizia una collaborazione col Cagliari Calcio: squadra che rappresenta un’intera isola e il suo popolo e che, nella sua storia, ha incarnato il significato simbolico di Davide contro Golia in cui, a guidare il riscatto, sono stati eroi sportivi come Gigi Riva e, in tempi più recenti, Claudio Ranieri. Proprio con la conferenza stampa di mister Ranieri, alla vigilia del delicato incontro con la Fiorentina, inauguriamo la sezione di ‘La Riflessione ‘ che seguirà, col suo stile, il nostro’ Casteddu’: il Cagliari

Claudio Ranieri in conferenza stampa

Non appena arrivato, stringe la mano a tutti noi e, prima delle domande dei giornalisti, vuole leggere lui qualcosa che ha scritto. Ci chiede di stargli vicino, di sostenere la squadra, di criticarlo – magari- ma di difendere insieme il sogno, conquistato in quella maniera così avventurosa l’anno scorso, della serie A.

Quando parla delle motivazioni che un allenatore deve saper trovare, lui confida che le trova nel modo di allenarsi dei suoi ragazzi, che spingono sempre al massimo. È chiaro, li sta difendendo in un momento difficile, ma è giusto così: lui è la loro balaustra, il parafulmine, la guida. Oltre che l’allenatore.

Chiede pazienza, sicuro che la vittoria arriverà e, ripensando alla gara col Milan, rinnova i complimenti ai suoi ragazzi. Su Firenze, poche anticipazioni: Radunovic giocherà, nonostante gli errori. Dopo la gara con i rossoneri aveva detto che gli avrebbe parlato: non lo ha fatto ma questo attestato di fiducia vale più di tante parole. Avrà a disposizione anche Gaston Pereiro, per riuscire laddove i suoi predecessori si son arresi: renderlo un giocatore completo.

L’obbiettivo è continuare a crescere, fino alla prima, liberatoria, vittoria: ‘Dalle sconfitte’ conclude Ranieri- ‘si impara e noi,ormai, dovremmo essere…maestri’. Mister, chapeau, comunque vada.

Re Giorgio, Napolitano

di Daniele Madau

La morte di Giorgio Napolitano, e ancor prima la sua malattia, data la statura della persona e gli incarichi ricoperti, ha naturalmente monopolizzato gli organi di informazione e suscitato reazioni, diverse e discortanti.

A livello giornalistico e politico, si è ripercorsa la sua storia, sono state evidenziate le sue grandezze e i passaggi più delicati della sua presidenza della Repubblica, la sua posizione all’interno dell’allora Partito Comunista.

A livello di cittadino comune, ho, invece, ascoltato già posizioni dure, critiche, forse populistiche, comunque da ascoltare e tener presenti per la nostra riflessione.

Lo si accusa di aver incarnato, per decenni, il potere; di aver forzato la Costituzione; di aver contribuito, con la sua lunghissima vita istituzionale, allo sperpero di soldi pubblici. Queste posizioni, spesso, dipendono da una mancata conoscenza: la sua elezione al secondo mandato come Presidente della Repubblica è espressamente prevista dalla Costituzione (del resto anche De Nicola vide prolungarsi il suo primo mandato da Capo Provvisorio a primo Presidente della Repubblica), così come la sua facoltà di intervento, secondo determinati parametri, nella vita istituzionale. Nel fatale 2011, anno della caduta del quarto governo Berlusconi, non sembra aver violato nessuno di questi parametri. Anche la sua iniziale avversione, o non comprensione, del fenomeno dei cinque stelle, deriva dal suo alto senso del Parlamento e delle sue funzioni, come testimoniato dal celebre, e sferzante, discorso pronunciato a camere riunite proprio in occasione della sua seconda elezione.

Alcune di queste accuse, se ben incalanate, però, non possono essere tralasciate: lo scrivo col massimo rispetto, soprattutto in questo momento di ancora viva commemorazione.

Non è stato il mio Presidente ideale: per opportunità, ometto il nome di quello che lo è, essendo ancora in vita. Non ho condiviso alcuni suoi atteggiamenti, come lo sdegno quando il suo nome è stato sfiorato dalle indagini sui rapporti Stato-mafia: è vero che- come disse in quella occasione – le prerogative del Presidente della Repubblica non possono passare da un Capo dello Stato all’altro diminuite o con la parvenza di esserlo (si riferiva all’uso delle intercettazioni che lo coinvolgevano e al luogo in cui doveva essere interrogato: lui ha preteso il Quirinale); però, soprattutto in quel caso, avrebbe dovuto -a mio parere – mostrare più disponibilità, sensibilità e senso del dovere, che gli è sempre stato caro.

E’ innegabile che abbia incarnato ‘il potere’: è stato al centro della vita politica, italiana ed europea, a livelli massimi dagli anni cinquanta. Ci chiediamo: è giusto che una persona lo possa? Il nostro sistema lo permette, e Napolitano lo ha fatto con onore e sprito di serivizio. Tuttavia esistono anche questioni di opportunità: se un sistema non prevede un limite ai mandati, io credo che una figura politica dovrebbe interrogarsi sul suo, più vicino possibile, ritorno alla vita ‘comune’.

Il rischio, altrimenti, è quello di essere identificato col ‘potere’. Giorgio Napolitano, per la sua statura, è stato spesso chiamato ‘Re Giorgio’: chi abita in Sardegna, però, sa che la figura cardine del carnevale cagliaritano è proprio quella di Re Giorgio, chiamato anche “Re Cancioffali”: un grande feticcio incoronato che simboleggia il potere in tutte le sue forme, l’inettitudine che spesso caratterizza chi lo incarna e che, a fine carnevale, viene bruciato come espiazione e rivalsa del popolo.

Purtroppo, nella memoria di molti, è quello che accade a chi, anche con alto senso delle istituzioni, è stato identificato col ‘potere’.

Gli auguri a ‘La Riflessione’ di Alfredo Franchini, militante della democrazia, narratore di De André

di Alfredo Franchini

Giornalista, scrittore, narratore della realtà, degli uomini e delle loro tragedie. Su tutto il libro-testimonianza ‘Uomini e donne di Fabrizio De André’, (otto edizioni), che ricostruisce il rapporto ventennale con il poeta-cantautore genovese e le lezioni ricevute dallo stesso De André sulla politica, l’economia, la vita in genere. E poi i saggi sulla “cosa pubblica” che è stata  raccontata in quarant’anni di attività giornalistica senza padroni per Panorama, La Voce sarda Tv, La Nuova Sardegna. Ha realizzato programmi per la Rai radio e per la Tv Sardegna 1 e ha collaborato con diverse testate nazionali tra cui Lo Specchio della Stampa e Milano finanza. L’ultimo libro pubblicato, nel gennaio del 2019, è ‘Questi i sogni che non fanno svegliare’. Militante della democrazia, ha messo la sua penna a disposizione di chi non ha voce per interrogarci su come siamo diventati di fronte ai drammi epocali delle diseguaglianze (da http://www.alfredofranchini.it)

La nascita di un nuovo giornale è sempre stata una buona notizia ma assume un’importanza maggiore con la crisi dell’editoria che sta mettendo in pericolo la democrazia. Nella rete tutto si mischia e tutto si confonde, un concetto che Ezio Mauro ha sintetizzato così: “Un saggio di un filosofo rischia di scomparire davanti a una pernacchia di un blogger”, quando evidentemente i like contano più della verità.

Ecco perché dobbiamo sostenere lo sforzo di chi sceglie una linea editoriale basata sulla riflessione, sulla necessità di entrare dentro i fatti con l’intenzione di portare a zero le chiacchiere e dare al lettore un’informazione seria e profonda. Non sarà facile comunque: più il vostro giornale sarà seguito più ci sarà qualcuno che sui social controbatterà la verità facendo apparire il falso come vero. Ma la testata giornalistica appena varata  troverà anche spazi immensi, considerato che nel nostro Paese la politica ha ormai un effetto di annuncio di fatti che non si traducono mai in realtà. Starà a voi smascherarli: una stampa che fa il suo mestiere deve incalzare la classe dirigente su questo.

Ci fu un tempo in cui il giornale era la “preghiera del mattino” perché tutti i cittadini prima di andare al lavoro si fermavano all’edicola. La stampa era il quarto potere, ce lo raccontavano anche i film nei quali il capocronista aveva sempre la sigaretta pendula tra le labbra e il bicchiere di whisky per affrontare il lavoro notturno. La mitologia ci ha consegnato Montanelli che nel 1956 manda i suoi articoli dall’Ungheria scrivendo con mezzi di fortuna e Oriana Fallaci che si strappa il chador di fronte all’Ayatollah Khomeini. Tutto questo non c’è più, c’è una completa ridefinizione del modo con cui accediamo all’informazione. Ai tempi della stampa quarto potere esistevano due tipi di editori: i puri e gli impuri laddove solo i primi traevano profitti dalle vendite dei giornali. Ora domina un parallelismo politico-editoriale, un intreccio dovuto alla grave crisi economica dei quotidiani che negli ultimi vent’anni hanno visto dimezzare la vendita di copie. L’avvento dei social è stato differente da quello delle televisioni negli anni Settanta: allora si temette per la tenuta dei giornali ma, al contrario, la Tv fece da cassa di risonanza delle notizie e le vendite aumentarono. Forse è un destino che le previsioni debbano essere sempre sbagliate perché coi social si pensava che ci sarebbe stato un sostanziale equilibrio con l’online luogo della cronaca e la carta stampata destinata all’approfondimento. Non è stato così.

Anche nei vecchi giornali non tutto filava liscio e i cronisti predicavano la regola delle tre esse: soldi, sangue, sesso per una cronaca a buon mercato. Ma oggi la regola è: chiacchiericcio, pettegolezzi, orrori, nudità. La domanda è come sia possibile diventare succubi del marketing e di un finto giornalismo fatto di Jene e di Gabibbo. Nei quotidiani  vecchio stampo la prima regola era di andare sul posto dell’evento che fosse il luogo di un delitto o di una riunione della giunta regionale. I giornalisti facevano domande, cercavano di capire ma adesso siamo in mano a un algoritmo a siti che al posto dei titoli usano una formula tipo quiz per acquisire un like.

Quando chiuderanno le ultime edicole chi si preoccuperà di cercare notizie che possano smentire le versioni ufficiali dei governi? Chi proporrà le alternative? Ci sarà ancora spazio per le analisi politiche o l’informazione di base si baserà sui comunicati di governi e aziende dotate di feroci uffici stampa? Queste domande mi inducono a pensare che la vostra iniziativa sia davvero importante, bisogna recuperare un giornalismo più riflessivo e a questo punto chiamo tutti a riflettere: dobbiamo pretendere da chi scrive un giornalismo che ci dia gli strumenti necessari per capire la realtà ma anche i cittadini devono partecipare. Siamo sommersi da slavine di notizie e facciamo fatica a selezionare quelle buone da quelle cattive, occorre un’educazione all’informazione perché siamo tutti coinvolti. Auguri e buon lavoro.

Ai nostri ‘venticinque lettori’: il futuro di ‘La Riflessione Politica’

a cura della redazione

Oggi, se permettete, parliamo di noi. Il sito si è evoluto in testata giornalistica, ottenendo il numero di iscrizione al Registro della Stampa, dal Tribunale di Cagliari.

 Dobbiamo quindi, come sempre, riflettere: su questo nuovo corso, sulla valenza del giornalismo nel contesto attuale e sulle caratteristiche della nostra testata giornalistica. Che è di riflessione, quindi non  proprio di strettissima cronaca; e ciò che può sembrare un paradosso, vorrebbe essere un pregio, più che un difetto: noi, infatti, arriviamo un po’ più tardi sulla notizia, perché, appunto, riflettiamo.

Questo vuol essere il senso e la vocazione della nostra, ormai, testata giornalistica: non essere dentro ma sopra la cronaca, intesa come ‘politica’ in senso lato, secondo le indicazioni di Aristotele; indicazioni sempre presenti nel nostro sito e, quindi, a disposizione per chi volesse rileggerle.

Ogni articolo è stato, è, e sempre sarà, di riflessione: pacato, senza urlare, non vorrà sorprendere o creare allarmismi, colpire con toni particolarmente alti o sensazionalismi. Vorrbbe aiutare a capire, a leggere la realtà e a riscoprere l’importanza dell’analisi di fronte alla complessità, della profondità di fronte alla superficialità. Crediamo che, un giornale che abbia esclusivamente queste marcate caratteristiche, manchi nel variagato mondo dell’editoria. A questo fine, particolarmente preziosa vuole continuare a essere la sezione ‘Incontri’, con le sue interviste a personaggi di prestigio, per accompagnarci nella riflessione continua.

Ogni tanto il nostro giornale si schiererà apertamente, di fronte a eventi particolarmente gravi. Lo ha fatto in occasione dei femminicidi e delle violenze di genere, dell’aggressione della Russia contro l’Ucraina, quando si è trattato di difendere i più deboli e le minoranze. Ha sempre cercato di ricordare i martiri laici della nostra Repubbblica, soprattutto in occasione di ricorrenze e anniversari, seguendo il calendario civile che scandisce la nostra vita democratica.

Lo ha fatto con passione, sconfinata, per l’informazione, intesa come il dare forma a qualcosa, ‘forma’, a sua volta, intesa come bellezza. La bellezza della ricerca della verità, della riflessione come attività della ragione concepita come ‘logos’, e cioè come ordine, razionalità, principio della vita. Di una vita degna di essere vissuta, in quanto in atto all’interno di una comunità, secondo le regole della convivenza e a favore di queste regole: perciò, ‘politica’ .

Lo ha fatto con poche forze, perché le attività principali di chi scrive sono altre; e senza alcun sostegno economico, se non quello delle risorse personali. A volte lo ha fatto con l’aiuto di giovani talenti delle scuole secondarie di secondo grado, perché l’ideatore della testata, e alcuni di coloro che hanno scritto, sono docenti. E se, secondo Nelson Mandela, ‘un vincitore è un sognatore che non si è arreso’, proprio i giovani sono i destinari della seconda novità di ‘La Riflessione’. Da qualche giorno, infatti, tramite un link, è possibile effettuare una donazione al giornale. Per aiutare, in generale, la nostra testata, ma con l’obiettivo specifico- o per usare il così bel sostantivo scelto anche da Mandela, il sogno- di creare una redazione di giovani studenti: del quinto anno delle superiori e universitari, con particolare attenzione, in termini di offerta di possibilità di inclusione, ai ragazzi e alle ragazze speciali, con diverse abilità. Tutti, possibili, futuri giornalisti.

Questa è la traccia della nostra testata nel nuovo corso intrapreso, identica a quella che, da tre anni e mezzo, ha caratterizzato il nostro spazio. In realtà, vorremmo anche inaugurare un’altra novità: quella di far sì che i lettori e le lettrici partecipino alla vita del sito con le loro riflessioni, secondo lo stile che hanno imparato a conoscere leggendoci. Anche se, chiaramente manzonianamente parlando (ma i numeri son sempre stati piccoli…), solo venticinque, voi lettori, con le vostre riflessioni, per noi non solo sarete sempre importanti ma potreste anche diventare protagonisti della nuova testata giornalistica. L’indirizzo email è sempre presente nella pagina di apertura: sarebbe bello rispondeste a questo appello così ‘politico’ .

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