Willy è la nostra innocenza perduta in un’indifferenza di fronte ai veri valori che ora, forse, trema davanti alla naturalezza del suo sorriso. Willy è la vergogna che non proviamo quando tolleriamo un latente razzismo dentro di noi e crediamo sia giusto che prima vengano gli italiani. Prima vengono gli uomini, è banale il solo ripeterlo. Willy è il giardino incantato di un sorriso che resterà vivo contro il vuoto abissale disegnato nei muscoli e nello sguardo matto di irrazionale violenza di questi non uomini, figli, però, della nostra cultura. Willy è il coraggio umile e puro di difendere un amico, eternato in una trasformormazione in una stella, come nel catasterismo della mitologia greca. Willy è il mondo che dovremo cercare di costruire in un cammino semplice, lastricato di comunità, affetti, educazione: dove fioriscono gli uomini.
Enrico Pau è uno dei registi più importanti della scuola sarda, insieme, tra gli altri, a Cabiddu, Mereu, Marcias. Lo sguardo al passato e ai momenti di passaggio caratterizza la sua arte. Con lui, nella settimana del Festival di Venezia, parliamo del suo cinema e dei grandi maestri. Partiamo, però, dalla scuola, dove ha passato trent’anni della sua vita.
Come hai vissuto, Enrico, il periodo della didattica a distanza e cosa dovrà caratterizzare la ripartenza della scuola? A dire il vero, non so se potrò cominciare il nuovo anno scolastico, perché ancora non so se andrò in pensione. Tuttavia, sarò sempre un professore, sarò sempre legato a questo lavoro che ha occupato trent’anni della mia vita. Com’è naturale, non eravamo pronti a questo tipo di attività. Io, poi, insegno in una scuola di frontiera, dove non tutti gli alunni avevano la possibilità di una connessione. E’ stato, quindi, molto complicato ed avventuroso ma, proprio per questo, la situazione ha avuto degli elementi molto interessanti. Credo che mi abbia anche aiutato a cementare il mio rapporto con i ragazzi. Da questo punto di vista spero sia un’esperienza irripetibile anche se, al contraio, presumo si dovrà tornare a usare strumenti per i quali non siamo stati formati e che, perciò, dovranno diventare bagaglio delle competenze dei professori: darebbero una quantità enorme di opportunità in più per lavorare con i ragazzi. Bisogna solamente avere chiaro quanto potremo investire,in termini economici, in questo processo di cambiamento tecnologico che reputo imminente.
Il Festival di Venezia ha segnato la ripartenza, con un certo orgoglio italiano, delle rassegne d’arte cinematografica: era una priorità, in questo periodo così complesso? Io credo che si sia fatto bene a celebrare il festival, dove stanno rispettando tutti i protocolli di sicurezza. Avendo vissuto io l’esperienza di Venezia, nel 2017 con il cortometraggio l’Ultimo Miracolo, per la Settimana Internazionale della Critica- realizzato con il centro di formazione al cinema dell’Università di Cagliari e con la soddisfazione enorme, tra l’altro, di essere stato lì con gli studenti -conosco quella meravigliosa confusione di gente che arriva da ogni parte del mondo ma, immagino, ora sia tutto molto più contenuto. Nello stesso tempo però, come testimonia la mia produttrice-che sta lavorando in Irlanda -, conosco come sia duro fare cinema oggi, in queste condizioni. Usati tutti gli accorgimenti, io credo sia giusto procedere e non rinunciare più, a esempio, a Cannes, fatto molto doloroso. Per tornare, un attimo, all’esperienza di Venezia, vorrei sottolineare l’importanza del centro di formazione creato dall’Università di Cagliari, dove hanno insegnato tanti registi sardi, come Salvatore Mereu e Peter Marcias, che mettono nelle condizioni i ragazzi, anche se con piccole produzioni, di lavorare direttamente sul set e a me di condividere le esperienze e confrontarmi.
Hai citato il regista, nostro conterraneo, Peter Marcias, che è, appunto, a Venezia per le Giornate degli Autori, con il “Il tempo delle donne”, documentario su Nilde Iotti. E’ un bel periodo, questo, per il cinema italiano che, quest’anno, è davvero ben rappresentato a Venezia Il cinema italiano è da anni che dà segnali estremamente positivi e importanti, con un gruppo di registi molto talentuosi, tra i quali mi piace citare particolarmente Pietro Marcello e Alice Rohrwacher, e poi Garrone, Sorrentino, il nostro conterraneo Salvatore Mereu. Io penso che sia giusto che Venezia dia visibilità al nostro cinema e dia la possibilità di raggiungere un pubblico il più ampio possibile, internazionale.
Parlando della tua arte, io ritrovo come temetica ricorrente il riscatto umano: penso ad “Accabadora”, dove la protagonista si affranca, tramite l’amore, da un compito che le era stato imposto dalla comunità. Ti sembra corretta come visione? Singolarmente , questi film, hanno anche questo elemento. Però, a esempio, in Accabadora, c’è lo sguardo rivolto al nostro passato e in un periodo così difficile, quale quello dei bombardamenti, il desiderio di raccontare la mia città, Cagliari. Il film è anche un omaggio alla mia famiglia, che ha vissuto quel tragico avvenimento. C’è poi l’attenzione per personaggi che vivono momenti di cambiamento o di crisi, che stanno mutando il loro stato d’animo; in ultimo, mi interssa moltissimo l’aspetto geografico, dei luoghi, della natura, della città, delle periferie dove i fatti avvengono, ciò che circonda l’attività umana o la comprende o la contiene. Questa relazione tra il corpo umano e il corpo della città per me è importante, o la relazione tra il corpo umano e la natura, come, a esempio, in Accabadora,dove lo sfondo della natura presentava elementi misteriosi.
Il 2020 segna i cento anni dalla nascita di Fellini e i sessanta dalla “Dolce vita”. Ci puoi raccontare Fellini? Mi viene in mente la scena della Ricotta di Pasolini in cui Orson Welles – alla domanda: “Cosa pensa del cinema di Fellini”? -risponde: “Egli danza”. Egli danza. Bellissimo. Ecco, rubo questa definizione di Pasolini, che fa ripetere, in realtà, due volte a Orson Welles la risposta: “Egli danza, egli danza”. E’ un cinema impalpabile quello di Fellini che si colloca in una dimensione che non è né reale e neanche immaginaria. Ha creato veramente un universo parallelo, così visionario, usando, tra l’altro, la tecnica cinematografica nelle sue forme più raffinate, più invidiabili e irriproducibili. Ci son registi, come Sorrentino, che cercano di imitare certe strutture felliniane ma è complicato perché in Fellini c’era soprattutto istinto, che scaturiva da qualcosa che aveva dentro, un mondo passato popolato da ballerine senza speranza di un varietà decadente, comici che non fanno ridere, di orchestrine che suonano musiche malinconiche. Un’umanità dolente e poetica, un cinema immaginifico, totale e, quindi, irriproducibile. Non può essere neanche un esempio perché è inimitabile e, perciò, uno non può neanche dire di averlo dentro. Io ho un legame fortissimo con registi come Bergman e Dreyer ma, benché ami follemente il cinema felliniano e, a esempio, essendo io stato in gioventù un clown-personaggio così caro a Fellini – lui rimane per me intangibile, in una dimensione unica. Non è l’unico regista italiano ad avere questo privilegio, ce ne sono altri con forme e strutture diverse, come Michelangelo Antonioni: ecco loro, per bravura, si collocano in una dimensione altra, come Mozart; sono persone che nascono, probabilmente, perché devono raccontare il loro mondo, qualsiasi esso sia.
Prima di lasciarci, quattro domande per ritornare alla tua arte: quale film hai maggiormente mostrato ai ragazzi della scuola? Quale è la tua idea di arte cinematografica? Il tuo prossimo lavoro? E , irrinunciabile, un tuo pronostico per Venezia? Il prossimo mio film sarà un noir e per ora non posso dire altro. Su Venezia non posso azzardare pronostici: mi sarebbe piaciuto molto se Salvatore Mereu fosse in concorso, per provare l’emozione dell’attesa per un possibile premio. In passato, ai miei studenti ho fatto vedere moltissime volte “Uccellacci e uccellini”, di Pasolini. Però ormai i ragazzi son cambiati, c’è stata una mutazione e, ora, i ragazzi non hanno più pazienza. Da quando c’è internet, chiaramente, i film o hanno una struttura che li costringe a una sorta di relazione con lo schermo oppure li annoiano. L’arte per me- non essendo nato in una famiglia di intellettuali, anche se dai miei genitori ho avuto il regalo dell’amore per la cultura -è darsi il regalo di un’ancora di salvezza; salvezza, dal momento in cui ho scoperto il teatro, dalla mia fragilità adolescenziale, trovando così, dentro di me, il coraggio di raccontarmi, attraverso il cinema.
“Non basta incidere su una pietra il nome Costa Smeralda per cancellare la memoria di Monti di Mola. Costa Smeralda è nome d’acqua e viene dal mare, dice di un colore e di un approdo. Monti di Mola è voce che risuona nell’oralità del tempo, rimbalza sulla cresta delle rocce, sprofonda nell’abisso della valle, s’interra nelle radici dell’olivastro. E’ nome di terra, nato dalla qualità della pietra con cui si facevano le mole per macinare il grano e per affilare le lame dei coltelli”.
Sapevo che per parlare della Costa Smeralda – Monti di Mola, quando era solo terra di lavoro, più bella delle altre, però – o meglio, per esprimere il mio stato d’animo a riguardo della crisi sanitaria, le parole più adatte sarebbero state quelle dell’antropologo Bachisio Bandinu, che alla nascita di Porto Cervo e dei suoi corollari ha dedicato tanta parte della sua produzione: precisamente del suo romanzo L’amore del figlio meraviglioso .
Come il corona virus, anche il principe Aga Khan era venuto dal mare, con la sua visionarietà dovuta all’avere la mente libera, al non dover portare al pascolo le greggi e le mandrie, proprio come nella Grecia antica, dove tutto il lavoro manuale ricadeva sugli schiavi, e solo i liberi cittadini potevano dedicarsi alla cultura e alla politica.
Del resto, anche in Lombardia, in Italia, il virus è arrivato da fuori, da lontano: tutti noi, quindi, abbiamo potuto sperimentare il senso di violazione, di aggressione dell’intimità da parte di un agente alieno, esogeno, contro il quale non ci siamo potuti, o non abbiamo voluto, difenderci.
Si potrebbe pensare allora, potremmo pensare noi, sardi, che ora sia più forte l’empatia col Veneto, la Lombardia, l’Emilia, le regioni che maggiormante hanno sofferto nell’ondata epidemica di inizio primavera. Ma non ce n’era bisogno: l’empatia – spesso -sembriamo averla maggiormente verso gli altri che tra di noi, caratterizzati come male unidos dagli spagnoli, sia che l’avesse detto Carlo V che monsignor Antonio Parragues de Castillejo.
Eppure c’è una differenza tra i casi del nord e quello della Costa Smeralda; anzi, a ben vedere, due.
Non si vuole negare la sofferenza per quanto accaduto nelle altre regioni – non sarei degno di scrivere neanche una riga, nel caso-ma esprimere il disagio nel sentire ancora della Sardegna masticata nella bocca dell’informazione come del lontano pseudo – esotico in cui si annida un lato oscuro, diverso, non assimilabile dal resto d’Italia. Ancora. Come in tutto il novecento.
Non solo; questa volta, in più, c’è il fattore lusso e sbruffonaggine, ignoranza e imprenditoria d’assalto, che da ammaliatore e conquistatore del granito e della macchia mediterranea dei paesaggi galluresi, è diventato esportatore d’infezione. Sembra che solo in questo la Sardegna sia diventata esportatrice.
Non si vuole fare, ora, un’analisi politica: per quella serve la lucidità. Solo dare possibilità, ripeto, al disagio di manifestarsi, così da renderlo, forse, catartico.
Disagio, perché, al di là di tutto, dei soldi e dei posti di lavoro (sono cosciente della forza, e forse gravità, di quello che scrivo ma, se servirà, si potrà argomentare meglio), il “Sottovento”, il “Billionaire” e gli altri, sono una cicatrice, un grumo di sangue nero che il maestrale gallurese non è riuscito a cancellare e, forse, mai lo farà.
E’ questo il disagio: si parla di Sardegna ma, è chiaro, Sardegna non è. Non lo è nei nomi, nelle attività vagheggiate e realizzate, nelle relizzazioni architettoniche, nell’approccio ai rapporti umani e alla natura. Io non so se l’epidemia da noi si sarebbe mai diffusa senza i locali di Briatore e degli altri imprenditori, so solo che quella non è la mia Sardegna, né quella di Fabrizio De André (di cui avrete riconosciuto i versi prestati al titolo: ‘Niente si può fare in Gallura, che non si sappia entro un’ora’. Parlava dell’amore scandaloso tra un’asina e un uomo. Anche se puro, il potere lo impedì. Anche lì, purezza perduta) , né quella dei protagonisti del romanzo di Bandinu.
Nel rimarcare il massimo rispetto e vicinanza umana ai lombardi, e a tutti gli altri, credo che solo noi sardi avremmo potuto vagheggiare sulla Gallura. Non l’abbiamo fatto, nostra culpa: paghiamo ancora il peccato originale dell’aver accolto, nuovi Montezuma, il principe ismaelita. Ma, come scrisse un altro autore, il più importante della storia delle letterature universali, ‘Non le farà sì bella sepultura, la vipera che Melanesi accampa, com’avria fatto il gallo di Gallura’(La vipera che costituisce lo stemma dei Milanesi non ornerà il suo sepolcro così bene, come avrebbe fatto il gallo di Gallura, Purgatorio, canto VIII)
Una splendida mattina d’agosto, seduto, con l’aria condizionata alla temperatura giusta – né troppo freddo né troppo caldo – ad ascoltare musica cantautorale di stretta ortodossia intellettuale e a provare a scrivere. Non si potrebbe chiedere di meglio, almeno per chi scrive. Ma scrivere dei ragazzi di Minsk è un’altra cosa: è qualcosa che ti scombussola lo stomaco, ti fa sentire quel sapore di nausea -benvenuta anche se di sapore disgustoso e causa di mal di testa- che ti riporta a terra dopo un’ubriacatura di privilegi.
La foto che ho scelto, credo, diventerà un’icona, sulla pelle di quel ragazzo, come quelle di Tienamen o del Vietnam. Perché è la tragica plasticità del dolore che deriva dalle dittature -ancora presenti, anche se spesso non ci pensiamo o non lo sappiamo -, a scolpire inconsciamente crocifissi o pietà, giovani, come giovani sono i Gesù e le Marie di certe ‘Pietà’. Sì, come la Maria della Pietà di Michelangelo, più giovane del suo figlio, che dovrebbe qui reggere quel ragazzo e invece, al suo posto, ci sono due militari che lo fanno strisciare. E la libertà in Bielorussia, dopo le elezioni farsa che hanno eletto nuovamente Lukashenko, è tutta nella fuga della candidata dell’opposizione Tikhanovskaja, mentre Putin ed Erdogan apprezzano: la libertà di fuggire. Eppure c’è chi lotta, chi prende le botte, chi perde sangue, chi grida alla vera libertà: i ragazzi. Sempre e comunque, come in ogni tempo. Vorrei fare qualcosa per i ragazzi di Minsk: una preghiera, una poesia, dedicare loro la bellezza dell’agosto sardo. Vorrei fare qualcosa ma non posso essere lì, la vita ha scelto diversamente e forse non avrei avuto il coraggio e avrei applaudito al dittatore, da vigliacco. Spesso penso ai ragazzi italiani: negli ultimi decenni hanno rubato loro il lavoro, il futuro, hanno devastato loro la scuola e le università, hanno infangato la politica e le istituzioni, eppure non ricordo moti di libertà e indignazione, se non la silenziosa protesta della dolorosa emigrazione. Addomesticare, narcotizzare, addormentare i ragazzi è difficile, sono stati bravi i nostri governatori, con l’aiuto di tutti noi adulti. Stando così le cose, non è davvero roseo il futuro italiano, ma questo lo sappiamo bene. Ciò che forse non sappiamo bene è che le dittature, in Europa, non sono un ricordo del passato: quei militari vestiti da robot, braccio armato, e forse inconsapevole, della didattura ce lo ricordano. Lo dobbiamo ai ragazzi di Minsk, non dimentichiamolo e risvegliamo i nostri, di ragazzi. La lotta è di chi ha il cuore giovane, gli ideali vivi e il futuro davanti.
Non potrebbe esistere interlocutore migliore per la rubrica ‘Incontri’, per parlare della stretta attualità sociopolitica in termini di diritti umani, che, così lontana dalle innocenti evasioni estive, ci interpella quotidianamente, del professor Luigi Manconi. Per inverare quanto appena affermato, ecco una sintesi delle sue recenti attività, soprattutto come parlamentare:da senatore, nell’ottobre e dicembre 2017 lancia l’iniziativa di uno sciopero della fame per l’approvazione della legge dello ‘ius soli’. Nel 2018 il presidente del Consiglio dei ministri Gentiloni lo nomina coordinatore dell’UNAR, l’Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni, istituito all’interno del Dipartimento per le pari opportunità. Ha promosso l’associazione “Italia-razzismo” ed è presidente di “A buon diritto Onlus”,dedicati ai luoghi e alle procedure di privazione della libertà e al rapporto tra immigrazione straniera e società italiana. Alla sue spalle ha, poi, una lunga carriera di studioso dei fenomeni politici e sociologici.
Assistiamo a una nuova ondata migratoria, di prevalenza principalmente tunisina, dalle caratteristiche soprattutto economiche: qual è la sua posizione davanti a questo fenomeno, anche in riferimento alle prese di posizioni del premier Conte e del ministro Di Maio?
Indubbiamente il principale fattore che determina il flusso dalla Tunisia è economico-sociale, dal momento che la Tunisia presenta un regime politico tra i più aperti e meno autoritari, uno tra quelli dove maggiore è la vitalità delle regole democratiche. Questo, però, non può rispondere a tutte le domande e i bisogni che quella popolazione evidentemente afferma e avverte come talmente urgenti e ineludibili da determinare il viaggio per mare. In termini generali questa è un’indicazione utile a comprendere come è molto difficile sezionare i flussi migratori e qualificarli in maniera rigida, con etichette specifiche. I flussi migratori sono l’esito sempre di fattori diversi, dove l’uno può essere solo più potente dell’altro risultando, perciò, difficile che sia un unico elemento a determinare quel movimento di esseri umani. Sarebbe, quindi, più giusto parlare di una situzione in cui, nel caso della Tunisia, prevalgono elementi legati a una crisi economica molto dura che, però, non esauriscono gli altri. A partire proprio dalla Tunisia, nel continente africano ci sono tantissimi giovani tra i quali, oltre alla disoccupazione, alla povertà e alla marginalità, gioca un ruolo importante la voglia di libertà, di democrazia, di conoscenza, di esperienza del mondo. Da decenni, chi studia le migrazioni sa che a fuggire sono gli elementi che, all’interno di una situzione di miseria, comunque sono maggiormente privilegiati, cioè coloro che hanno più risorse intellettuali, conoscenza delle lingue, risorse messe da parte: questo costituisce un settore delle migrazioni attivo e vivace, che chiede al proprio progetto migratorio non solo la possibilità di scappare da un presente orribile ma anche la possibilità di avere un futuro apprezzabile.
Recentemente il governo, attraverso un decreto, ha imposto la doppia preferenza di genere nelle prossime elezioni in Puglia: immagino condivida
Com’è noto questi, quale quello relativo alle preferenze, come quello, per altro verso, relativo alle quote rosa, sono meccanismi difensivi, che, in altri termini, possono essere definiti fattori di agevolazione. Sono, cioè, elementi risarcitori: si dà per certo che ci sia una posizione di partenza svantaggiata e dunque si realizzano condizioni che consentano di superare l’handicap iniziale. Senza che, quindi, in questo si possa immaginare risieda la soluzione, sono tuttavia strumenti utili: difensivi ma utili.
Può spiegarci le motivazioni che, recentemente, l’hanno spinta a firmare il documento contro il progetto del ‘Museo del fascismo’?
Ovviamente, in astratto, un museo sul fascismo non è necessariamente da respingere. Le ragioni, però, di questa realizzazione sono da ricercarsi obbligatoriamente nella mozione che proponeva il consiglio comunale di Roma per l’approvazione di questo progetto. Quelle motivazioni erano francamente, per un verso, bizzarre per l’altro verso, sgangherate: voglio ricordare, per capire, che l’intento del museo era, tra l’altro, di, letteralmente, ‘attrarre curiosi e appassionati’, cioè due categorie che non sono definibili sociologicamente ma che sono, per così dire, accumulate insieme alle altre, magari gli studiosi. Il rischio, perciò, è evidentemente che il museo si trasformi in un santuario e reliquiario della nostalgia. Dato che questi sono pericoli reali, compito di chi vuole realizare un progetto del genere è quello di conoscere questi rischi e operare per evitarli, laddove si aveva la sensazione, invece, di una mozione frutto di sottocultura e grossolanità, priva di qualunque prspettiva e pensiero, dove venivano affastellate cose diverse e, per giunta, dette malamente.
Vorrei con lei, ora, entrare nel merito dell’autorizzazione del Senato a procedere contro Salvini, per realti di abuso in atti d’ufficio e sequestro plurimo aggravato
La richiesta a cui doveva rispondere il Senato è una richiesta molto semplice: non è un giudizio nel merito sui comportamenti di Salvini, non spetta questo al Senato e al parlamento . Il Senato, in realtà, ha valutato se siano esistite ragioni sufficienti affinché un menbro del parlamento venisse sottoposto a processo; ancor più precisamente bisognava decidere se la richiesta della magistratura era offuscata o condizionata da una volontà di persecuzione o basata su quei fatti che la magistratura stessa ritiene degni di essere valutati dal punto di vista giudiziario. Detto ciò, a mio avviso, la decisione è stata correttissima.
Abbiamo appena ricordato i quarant’anni della strage di Bologna: le ultime indagini ci indirizzano verso Licio Gelli, indicato come il finanziatore. Lei ha studiato, con posizioni precise e autonome, il fenomeno del terrorismo italiano: qual è la sua posizione attuale?
Seguo la vicenda come ne seguo altre simili, quindi non mi sento di entrare, a fondo, nel merito. Posso dire che, purtroppo, su questa materia così dolente e incandescente si sono giocate, e si giocano, troppe partite. Ultimamente si è cercato di individuare una pista palestinese che, nelle intenzioni di che la gestisce nell’informazione e nella politica, sarebbe destinata a offrire un’altra verità. Io non lo credo, perché mi sembrano più illazioni che indizi, non dico prove, quelle che vengono portate. Certamente, nel corso di quarant’anni, non tutte le indagini hanno rivelato di essere state condotte con la massima serietà e col massimo rigore. A me è capitato, effettivamente, e non me ne pento, di aver sollevato qualche dubbio sulla responsabilità di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro: quelle perplessità, rispetto alla loro colpevolezza, nel tempo non sono state, a mio avviso, smentite rispetto alla loro responsabilità. Non penso che quanto adesso è stato detto sulla necessità di levare il segreto di Stato sia decisivo: il segreto di Stato già è stato tolto e, del resto, in termini generali, credo che il segreto di Stato sia un orpello inutile e uno strascico del passato. Va da sè, quindi, che sono favorevole alla conoscenza di tutti gli atti e incondizionatamente favorevole a che, quanto resterebbe coperto dal segreto, qualora vi siano ancora informazioni e documenti coperti da tale segreto, venga alla luce. Non ho, però, quella gran fiducia che molti dichiarano di avere.A quarant’anni di distanza è molto difficile che ci sia qualcosa di inesplorato, qualcosa da scoprire, testimoni inascoltati che adesso potrebbero dire cose determinanti e nuove . Paghiamo il tragico scotto di una fase torva del nostro Stato e delle sue istituzioni e apparati che purtroppo credo che non sia possibile avere un risarcimento in termini di verità. L’unico risarcimento possibile è quell’impegno che ciascuno di noi può prendere a non consentire che quella fase della vita nazionale si ripeta e che lo Stato centrale , gli apparati, le strutture, gli uomini possano ripetere gli errori fatti e, ahi noi, anche i crimini commessi.
Alla vigilia del 19 luglio di tre anni fa – in occasione del 25mo anniversario della strage-sono andato a trovare la sorella di Emanuela Loi, Claudia. Emanuela è stata uccisa in via D’Amelio: era nata a Sestu, provincia di Cagliari, era agente di polizia, aveva 24 anni. E’ stata la prima poliziotta a morire in servizio, non aveva ancora completato l’addestramento. Con lei sono morti nella strage Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. A quell’incontro aveva dedicato spazio Concita De Gregorio, su ‘Repubblica’, a cui avevo scritto, ricordando Emanuela così:
“Potrei parlarti di tante cose, della scuola, dei ragazzi ma scrivo invece per ricordare Emanuela Loi. Penso molto a lei. Ha un posto privilegiato nel mio cuore, non solo perché mia conterranea. Nei giorni scorsi sono andato a trovare sua sorella Claudia, ne ho scritto per il mio giornale”, dice Daniele che invia il racconto del loro incontro. E’ un resoconto lungo e bello di cui sono costretta a pubblicare solo qualche passaggio. La conclusione – il sorriso, arma invincibile – è quella.
“Ma chi è lo Stato? Lo Stato siamo noi”. Su questo siamo d’accordo con Claudia e il marito Enrico. Lo Stato siamo noi, nonostante tutto. Emanuela faceva da scorta a obiettivi sensibilissimi – diciamolo brutalmente, con le parole di Borsellino stesso: a morti che camminano – senza aver potuto svolgere il periodo di addestramento. Avrebbe dovuto farlo in Sardegna, ma di addestrarsi non ha avuto il tempo.
“I giorni immediatamente prima dell’attentato Emanuela era a Sestu e non stava bene ma si preparava a ripartire. La madre avrebbe voluto che restasse ancora un po’, che si riprendesse ma, con naturalezza, lei rispose che anche gli altri avevano diritto ad andare in ferie. Ripartì. Chiamava a casa con regolarità, saltando solo raramente qualche giorno: rassicurava tutti, pur non potendo esporsi, e scherzava con Claudia. Il sabato 18 non chiamò, a casa non si preoccuparono. Domenica 19 però tardava e i genitori erano un po’ in ansia. Emanuela era a disposizione in caserma e quel giorno c’era bisogno di un agente nella scorta di Paolo Borsellino. Del seguito, poi, sappiamo tutto. Non ho voluto chiedere nulla del padre e della madre: sappiamo che sono morti di dolore. Non abbiamo parlato neanche dei mafiosi, dei processi, dei misteri: Claudia mi rivela che non vuole pensarci. Si è sempre sentita accompagnata dallo Stato, da quella parte dello Stato che non si dimentica mai di Emanuela. Anche il fratello Marcello ora è sereno: è diventato poliziotto dopo sette anni di disoccupazione e dopo aver perso la sorella, i genitori, la moglie e un figlio. Eppure anche parlando della sua vita e dei suoi dolori, sorridiamo pensando che ha un’altra figlia di nome Emanuela, nata nel ’92.
Con Claudia e Enrico ci chiediamo come mai Emanuela non solo sia ancora, naturalmente, amata ma lo sia sempre di più. La prima e unica donna, ancora una ragazza, morta quel giorno nell’adempimento del suo dovere da poliziotta. Come una beffa per i mafiosi così patriarcali, così falsamente e vilmente virili. In questo periodo così duro per i diritti delle donne, la sua figura è ancora più preziosa. Ci salutiamo dicendoci, pensando, che la mafia non ha vinto perché non ci ha tolto il sorriso e la possibilità di ricordare Emanuela nella sua gioia di vivere”.
Pochi incontri-anche se a distanza- toccano il cuore come questo con Maria Falcone, la sorella di Giovanni: a pochi giorni dall’ anniversario di via D’Amelio, intraprendiamo con lei un breve percorso di riflessione, che si chiuderà il 19 luglio, con il ricordo di Paolo Borsellino ed Emanuela Loi. Lei, professoressa, che, dopo Capaci, dedica tutta se stessa alla legalità e al ricordo di Giovanni; lei che ne porta l’immagine intima e familiare; lei che, custodendo i ricordi della lotta di Giovanni, ci aiuta nella riflessione, a ricominciare da capo: da Giovanni Falcone colui che, prima di tutti, aveva capito cos’era ‘Cosa Nostra‘
Prof.ssa Falcone, l’estate italiana è attraversata dal ricordo di eventi dolorosi, che hanno lasciato una cicatrice profondissima nell’anima di tutti noi. Dal 23 maggio, Capaci, al 19 luglio di via D’Amelio, che ci prepariamo a ricordare, fino al 3 settembre, con l’uccisione del generale Dalla Chiesa. A loro, e agli altri che hanno offerto la propria vita per la nostra, dobbiamo la vittoria contro la mafia stragista. Ricordo le parole di Giovanni: ‘La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine’. Si è già realizzata questa sua profezia?
Realizzata no di certo, la fine della mafia, in assoluto, non c’è ancora. Però sono stati fatti passi molto importanti, perché i maggiori latitanti, i capi di ‘cosa nostra’, sono o morti o in carcere: ne resta libero soltanto uno, Messina Denaro. La mafia si è quindi indebolita tantissimo, anche grazie alla ribellione della società civile che ha portato lo Stato e le istituzioni a intraprendere una lotta degna di uno stato democratico. Posso, quindi, con sicurezza dire che siamo avanti nell’aver trovato i capi di ‘cosa nostra’, nell’averli messi in carcere, però siamo lontani dal poter gridare vittoria.
Giovanni Falcone ha dato tutto a noi italiani: quanto c’è di Giovanni nell’Italia di oggi?
Giovanni è il frutto di un’educazione post-guerra; lui era nato nel ’39 e la sua educazione ha fatto riferimento ai valori di quel tempo, soprattutto a quelli di una democrazia recuperata dopo il ventennio fascista. Questa democrazia per Giovanni è stata qualcosa di prezioso da tutelare e da salvare. Come magistrato ha cercato di fare appieno il suo dovere ed, essendosi imbattuto in ‘cosa nostra’ e nella lotta alla mafia, ha fatto sì che il suo lavoro potesse indebolire questa organizzazione che -secondo lui-poteva mettere in pericolo la democrazia del nostro Paese. Sicuramente noi tutti dobbiamo tanto al suo lavoro, alla sua abnegazione, al suo amore per le istituzioni e al suo desiderio di proteggerla, la democrazia.
Ci sono, poi, tante frasi di Giovanni che sono entrate a far parte del nostro patrimonio, come quella, celebre, sulla paura: ‘L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza’
Devo dirle che questa è una frase che ho sentito ripetere tante volte a Giovanni: anche nelle cose più semplici, le sue risposte sanno sempre di filosofia. Non sono mai banali, sono frutto di un pensiero profondo. Come tutti gli uomini, aveva le sue paure ma conviveva con loro e non si faceva vincere ma continuava a svolgere il suo lavoro. Ricordo con grande dolore, ancora, il periodo dopo l’attentato dell’ Addaura, che fece percepire a Giovanni la sensazione che le cose si stessero concludendo e che per lui si avvicinava quello che tante volte aveva temuto: anche in quel momento tremendo, passati i primi giorni, lui riuscì a scrollarsi di dosso la paura e a continuare a lavorare e a cercare di fare il massimo di quello che poteva fare in quelle condizioni.
Ci può spiegare il metodo professionale di suo fratello? Le sue intuizioni e la sua professionalità che ne hanno fatto un modello in tutto il mondo? Potrebbe anche raccontarcelo nella sua quotidianità e familiarità? Era un ‘uomo normale’ e un ‘eroe solo’ come nei titoli dei suoi libri con Zingales e Francesca Barra?
Sicuramente era un uomo normale come tutti noi anche se – mi secca dirlo, perché sono la sorella (sorride) – dotato di una particolare intelligenza: devo dire che sentirlo parlare era un piacere e, quasi, un provilegio. Però, tutto quello che ha fatto non è solo il frutto della sua intelligenza ma è il frutto di tutto il lavoro che lui ha messo nel migliorarsi e nel raggiungere determinati scopi: questo era impressionante, la sua determinazione. Lo dimostrò da piccolo, a scuola, e poi andando avanti negli anni, al liceo, all’università, nello sport. In lui c’era sempre, latente, la domanda: ‘Cosa posso fare per migliorarmi’? ‘Cosa posso fare per raggiungere quel determinato scopo?’ Ricordo come il suo compagno di doppio in canotaggio, che praticava da giovane, mi raccontava di quando, terminata la gara magari con un insuccesso, Giovanni gli chiedesse: ‘Dove abbiamo sbagliato, cosa dobbiamo correggere, cosa possiamo fare per migliorare?’. Ecco questo voler raggiungere la meta a costo di qualsiasi sacrificio lo riportò poi, soprattutto, nella sua attività di magistrato.
Nei giorni della commemorazione di Capaci, la trasmissione Atlantide ha portato nuove rivelazioni sulla figura di Contrada: se la sente di commentarle?
Ci sono tante voci in riferimento sia all’attentato dell’Addaura sia a possibili legami dietro la strage di Capaci. Chiaramente io sono una persona che, come voleva Giovanni, non dirà mai qualcosa che sia contraria o in opposizione a quello che è stato svelato dalle indagini della magistratura. Le quali hanno, sicuramente, dato la possibilità di conoscere a fondo gli esecutori materiali dell’uccisione; poi ci sono tutte le altre ipotesi che, fino a quando non saranno provate, io non potrò mai appoggiare nel dire che ci sia stata una collusione. Per quanto riguarda, però, la figura di Contrada, posso dire, insieme a tanti altri colleghi, come Giovanni diffidasse di lui. Io ricordo di averglielo chiesto una volta ma lui, con la sua solita maniera, non mi rispose ma mi fece soltanto una mezza smorfia.
Qual è la sua visione sulle nuove misure contenute nel decreto ‘Ripartenza’, in riferimento alla procedura semplificata per gli appalti e ai reati di danno erariale e dell’abuso d’ufficio?
Non conosco bene le nuove disposizioni, credo, però, che sia importantissimo che ci sia assoluta trasparenza e non ci si affidi alle, cosidette, ‘teste di legno’ che, dietro, nascondono esponenti della mafia. Credo che nessun provvedimento che faccia riferimento all’emergenza sanitaria e a quella economica in cui ci troviamo debba dismettere la normativa antimafia.
Nella mia stanza da ragazzo, avevo appesa quella foto così, fortunatamente, celebre in cui Giovanni si guarda, e sorride, con Paolo Borsellino: erano i miei modelli. Ci avviciniamo all’anniversario di Via D’Amelio: ci può regalare un ricordo della loro amicizia?
Io non ho grandi ricordi del rapporto di Giovanni con Paolo: ognuno di noi aveva le sue amicizie e noi condividevamo gli spazi della famiglia, Natale e le visite settimanali. Io posso ricordare che Giovanni parlava spesso di incontri e cene con Paolo nella sua villa a Carini. Però del loro rapporto ne parlano soprattutto i colleghi, come Guarnotta e Ayala: di quegli anni a Palermo, infatti, Giovanni ne visse la maggior parte nel bunker: questa era la sua vita. Ciò che ho potuto ricavare, però, dopo la morte di Giovanni, anche attraverso i racconti di Agnese Borsellino – di cui ero molto amica e che ora, purtroppo, non c’è più – era questa grande intesa che c’era tra due uomini che pur essendo diversi di idee politiche, di carattere, di formazione religiosa – Giovanni era laico, fortemente illuminista, raziocinante anche nella semplicità delle cose di ogni giorno, mentre molto più religioso Paolo, uomo di destra -, nonostante queste diversità che poteva renderli concretamente distanti, erano uniti nel loro lavoro e amici nel vero senso della parola. Tanto è vero che Giovanni, dopo l’intervista di Paolo a ‘La Repubblica’ che scatenò l’inferno a livello nazionale, in cui affermava come Meli stesse distruggendo il pool antimafia, si innervosì, perché sapeva le conseguenze che sarebbero nate da quelle parole dette a un giornalista e perché lui istituzionalmente non le approvava; quando, però, capì che Borsellino avrebbe potuto avere dei problemi e che sarebbe stato chiamato al Consglio Superiore e avrebbe rischiato un provvedimento disciplinare, allora scrisse quella bellissima lettera, che io ricordo ancora di aver letto, piangendo, in televisione, in cui affermava che si sarebbe dimesso e allonatanato da Palermo, dando, così, ragione e appoggio a Paolo. Questo servì a far capire come stessero le cose lì, a Palermo, tanto è vero che, poi, ci fu l’intervento decisivo di Cossiga. Questa era la vera amicizia: essere sempre insieme nell’unico intento di lavorare per lo Stato e di difendersi vicendevolmente.
Come ha vissuto quest’anno la ricorrenza di Capaci, senza la presenza gioiosa dei ragazzi sulla ‘Nave della legalità’?
Sicuramente l’ho vissuta con tristezza perché quella è una giornata che ci riempie il cuore di speranza, perché i giovani sono il riconoscimento che le cose possono cambiare, e che il domani sia migliore dell’oggi e del ieri: il non vederli, quindi, è stato triste. Però li ho sempre sentiti vicino perché ho fatto, con le scuole, degli incontri via Skype e, devo dire, che li vedo sempre interessati e attenti. Poi, è stato un anno particolare, un anno in cui dovevamo pensare ai tanti morti di questo tremendo virus e, soprattutto, dovevamo pensare a tutti quegli eroi di ogni giorno che hanno saputo sacrificarsi, come nuovi e moderni eroi laici, sull’altare del compimento del loro dovere, così come Giovanni e Paolo. Questa comunanza d’intenti tra uomini talmente diversi -come infermieri, medici, poliziotti, ragazzi del supermercato, ragazzi che portavano il cibo a domicilio- è stata una diversità unita da un’unica cosa: il compimento del proprio dovere. Il poter ricordare, quindi, queste persone è servito a farci capire che quest’anno dovevamo pensare, ricordare e meditare sul fatto che siamo uno Stato democratico e mettere al primo posto i valori della democrazia.
“Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe”. Gridavano così i giovani di Palermo dopo le uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per la mia esperienza da insegnante mi sento di dire che le idee di Giovanni hanno tanto spazio nelle gambe dei giovani: è così anche per la sua esperienza, l’Italia può sperare, nei suoi giovani?
Io credo che non si possa pensare allo stereotipo di ragazzi perfetti o, al contrario, di giovani disillusi, disincanti e senza determinati valori: sono estremi che non accarezzo mai e di cui non mi fido tanto. Io mi fido soltanto del fatto che Giovanni e Paolo possano essere degli esempi: lo vedo da ciò che, spesso, mi dicono gli studenti: ‘Se ce l’hanno fatta loro, possiamo farcela anche noi’. Questo è, soprattutto, quello che mi fa andare avanti.
La pandemia, che ancora assedia ogni parte del mondo, nella sua valenza sociale e simbolica, oltre che sanitaria, ha suscitato riflessioni ed approfondimenti ermeneutici, volti a consolare l’uomo e a indicargli possibili vie di comprensione e, se l’autore le vede, maturazione. Dopo Corrado Augias, incontriamo il teologo e filosofo, apprezzato saggista, Vito Mancuso: nel suo ultimo lavoro, ‘Il coraggio e la paura’, edito da Garzanti, analizza questi due stati dell’anima di ognuno di noi, che sono risaltati in modo particolare in questi mesi di pandemia.
Il saggio ‘Il coraggio e la paura’ è nato come riflessione immediata dopo il primo manifestarsi, e le prime misure di contrasto, del Corona virus, davanti a uno stato d’animo così umano, come la paura. Si può già fare un bilancio di come l’umanità, almeno quella che ha potuto osservare, sia cambiata a contatto con una realtà comunque epocale e simbolica, come una pandemia?
Posso rispondere di no, che non sia possibile fare un bilancio: ne siamo ancora proprio dentro. Io sono convinto che possiamo essere effettivamente al cospetto di qualcosa che segna una frattura profonda nelle società e nella psiche degli esseri umani. Perciò per parlarne approfondiamente occorre aspettare: se uno pensasse di guradarsi attorno per vedere una società diversa sbaglierebbe e dimostrerebbe un’incapacità di visione a largo spettro. Invece, è il momento di rendersi conto che questa frattura interessa tutto il mondo, soprattutto nelle sue potenze dominanti, la Cina, all’inizio, gli Stati Uniti, il paese più importante dell’America Latina, il Brasile, gli altri paesi del Sud America, l’India. In Europa, Italia, Germania, Francia, Spagna. Si va quindi insidiando, e insediando, nella psiche degli esseri umani un’instabilità che, poi, le generazioni future dimostreranno epocale. Chi è troppo vicino agli eventi non è nelle condizioni di giudicare. Ecco, più che esprimere la mia convinzione, la mia tesi -ancora indimostrabile – che la pandemia, a livello mondiale, mostri la fragilità del sistema economico e, soprattutto, la fragilità del sistema psichico degli esseri umani, di più, in questo momento, non posso fare.
Il saggio, molto denso -come sempre- , riprende anche parte degli argomenti trattati dal precedente ‘La forza di essere migliori’, ne cito alcuni: l’uomo come corpo, psiche e spirito, il coraggio – fortezza come virtù cardinale principale, la coscienza morale come forma più alta del sé: per lei che può già vantare uno studio monografico sul suo pensiero (Essentials of Catholic Radicalism. An Introduction to the Lay Theology of Vito Mancuso), sono questi gli ambiti di riflessione attuali? La metafisica è messa momentaneamente da parte?
Io ritengo centrale la questione antropica, in questo momento: cioè comprendere chi siamo e -se esiste- qual è il nostro specifico. Naturalmente si può parlare dell’uomo in prospettiva unicamente fisica oppure ne si può parlare facendo capire che la fisica, da sola, non basta a comprendere la particolarità di noi umani. Io, quindi, non mi interesso di metafisica direttamente: sempre meno sento che il nostro tempo richiede argomentazioni metafisiche o anche teologiche dirette, che si propongono per sé. Sempre più, invece, avverto che il bisogno reale di questo tempo è quello di riflettere sulla nostra essenza e natura; e, facendolo in maniera approfondita, si capisce che, come ho detto prima, la fisica da sola non basta a capire l’essere umano. Il mistero della coscienza, a esempio, su cui io ho riflettuto, è appunto tale da farci comprendere che nel momento in cui essa diventa coscienza morale avverte di essere al cospetto di valori, di idealità che la semplice dimensione fisica non può capire. Ecco, allora, la metafisica analizzata in maniera indiretta, tramite uno scavo della dimensione antropologica.
Sul coraggio: cosa avrà spinto e cosa hanno ricevuto in cambio, a livello di riflessione del saggio, i medici, gli infermieri e tutti coloro che non sono arretrati davanti al virus?
Hanno ricevuto, immagino, quello che capita a chi fa il proprio dovere fino in fondo, soprattutto quando il proprio dovere è esigente e richiede, appunto, coraggio. Si è ricolmi di un senso di soddisfazione profonda, quella di chi sente che è stato fedele a sé e ai propri ideali anche quando questo richiedeva fatica, rischio, pericolo. Perchè, vede, accade spesso che uno rientri in se stesso e senta motivi di disagio, un senso di vergogna o – viceversa- si senta un senso di rallegramento per il lavoro compiuto: come quando, in campagna, uno si mette a togliere le erbacce e, poi, alza la testa sul vigneto e lo vede pulito. La stessa cosa vale per il nostro giardino interiore, quando abbiamo lavorato per tenerlo pulito, perchè lo abbiamo potuto scavare e arare. Le persone che hanno fatto il loro dovere, quindi, guardano e sono guardati in quel modo che nutre positivamente; viceversa chi ha commesso vigliaccherie è nutrito col junk food, ‘cibo spazzatura’, come si usa dire. Uno, quindi, può essere nutrito dalla coscienza propria o da quella altrui o, al contrario, essere denutrito.
Sulla paura: ha citato Falcone in esergo, con una delle sue più drammaticamente celebri, e belle, citazioni: ‘L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza’ . In cosa reputa vera questa citazione?
Si può vedere il video dell’intervista in cui pronunciò quella frase: ed è commovente, di un’autenticità disarmante. Quello sguardo di chi sa che ha paura e che, tuttavia, non vuol farsi vincere da questa paura. Non vuole fare l’eroe, non ha quello sguardo gelido di chi pensa di essere superiore a tutti. Ha uno sguardo caldo, come lo è il calore vitale, e la vita è fatta di paura: per se stessi, per gli altri, per le persone care. La paura è inevitabile, tuttavia può essere vinta. E questo è il coraggio. Il coraggio, come dice il nome stesso, è l’azione del cuore che vince le paure della mente, che capta segnali di pericolo e produce l’emozione primaria della paura; e il cuore fa il suo mestiere e trova la forza per vincerle, sapendo -però- che quella paura esiste. Quindi non è temerarietà – che non contempla la paura – ma coraggio, che esiste proprio in quanto esiste la paura. Tra l’altro bisogna considerare che, a volte, la paura bisogna non vincerla ma farla vincere. Noi non siamo nati per vincere sempre e vivere significa, a volte, perdere, arrendersi: ‘Resistenza e resa’ ha scritto Bonhoeffer. Il coraggio, quindi, non è la risposta a tutto, sempre: a volte si deve perdere e rientrare alla base, perché non rientrare alla base significherebbe essere temerari e incoscienti, e finire male.
Sulla paura: se, per i motivi che lei elenca, una persona non devesse provare paura, di cosa si priverebbe? In fin dei conti, per noi moderni, così anestetizzati, è confortante l’apprendere che la paura, almeno nelle sue forme meno estreme, è connaturata a noi e foriera di aspetti positivi
Io penso che nessuno, se è serio con se stesso, possa affermare di non aver mai provato paura. Sarebbe analfabetismo psichico, di uno che non sa leggere la vita di sé, degli altri, del proprio paese, del proprio pianeta. Se una persona vive in relazione non può non avere a cuore la situazione, a esempio, ecologica, dell’inquinamento globale, dell’Amazzonia. Privata di questo senso della realtà, una persona non è compiuta, ha una patologia, fa parte di quelle eccezioni patologiche che vanno trattate come tali. Una persona normale, però, di qualunque orientamento politico, religioso e così via, che vive, non può non rendersi conto dei segnali di pericolo, strutturali alla vita.
Le ultime pagine vertono sul futuro e sono un inno alla speranza e alla capacità dell’uomo di indirizzare lo spazio di libertà, presente nello spirito di ognuno di noi, verso le virtù morali: su cosa si basa questa visione positiva?Cosa dovrebbe mettere in atto la società per aiutare questa libertà? O, se così facesse, non sarebbe più propriamente ‘libertà’?
La speranza, alla fine, si base su un sentimento di ottimismo di fondo. La speranza è cieca, se ci fosse un fondamento individuabile come tale non ci sarebbe nemmeno speranza ma un’attesa sicura di qualcosa che si compie. Invece, come diceva Eschilo, esistono le ‘cieche speranze’ basate su come sono andate le cose. Pur con tutti i malanni, gli eventi terribili, gli orrori della natura e della storia, il tantissimo dolore, tuttavia sostengo che il bilancio sia più positivo che negativo. Perché ci siamo, perché l’universo ha prodotto la vita, perché il cammino cosmico, nella sua imprevedibilità, ha prodotto la vita, il cuore, il fenomeno umano: questo dimostra un orientamento positivo, come lo ha avuto la storia stessa dell’umanità che, pur non essendo un cammino progressivo, mostra una dialettica che ha portato all’aumento della conoscenza, della consapevolezza, della capacità degli umani di parlarsi, di comprendersi, di abbattere barriere. La speranza deriva da un atteggiamento irrazionale -cioè non frutto di un ragionamento stringente e meta-razionale ma non è contro la ragione. La speranza è, in fin dei conti, plausibile e, vorrei aggiungere, più produttiva, performativa. Se mi rivolgo agli essere umani con cinismo e disperazione, otterrò cinismo e disperazione. La positività, invece, otterrà positività, favorendo il cambiamento verso il meglio. Per le altre domande, il termine che mi si è subito acceso nella mente è educazione: la libertà è un processo, noi non nasciamo liberi ma dobbiamo essere educati alla libertà, tramite il primo momento di libertà che si chiama liberazione. Se tu vieni educato non ti viene tolto niente ma, al contrario, chi è stato educato alle buone maniere, con educazione nel senso inglese ‘education’ e latino ‘educatio’, come conoscenza, come formazione totale, è libero ancora di più. Se uno sa le cose è più libero non è meno libero. Si nasce ignoranti e,se si viene educati , si acquisiscono gli strumenti per avere consapevolezza. La scuola non deve essere solo il luogo dell’istruzione ma dell’educazione, e questo genererebbe libertà.
Un’ultima domanda, che si lega a quella precedente, al ruolo della società. L’idea del filosofo a capo, o a servizio, della società, in politica, ha sempre avuto spazio nella riflessione e, a volte, anche nella pratica, filosofica: come filosofo, reputerebbe possibile e interessante una sua esperienza politica?
Non mi ha mai sfiorato né mi piacerebbe. Sono due atteggiamenti diversi, due formae mentis, due vocazioni diverse. Il filosofo, se è tale, ama toni pacati, la riflessione, la solitudine, lo studio, parlare possibilmente senza tesi precostituite ma cercando il dialogo, non solo la confutazione degli altri ma anche di sé, nella ricerca incessante del vero. Non teme di essere in minoranza, anzi, per certi aspetti teme di essere in maggioranza, a partire da Pitagora che diceva ai suoi di non seguire la via principale. Il filosofo non ama la folla, a partire la Platone in poi, la modalità di cui si parla delle masse è molto critico. Non è un caso che Socrate sia stato condannato a morte a maggioranza da ben due votazione dell’assemblea dell’Atene democratica. Il politico, se si presenta così, non ottiene il consenso. Lui deve parlare al popolo, sollecitare attenzione, ottenere consenso. In passato, forse, il politico poteva avere qualche tratto del filosofo; ora, invece, venuta meno l’intermediazione dei grandi partiti, essendo immediato il contatto politico-folla, la figura del filosofo è quanto mai distante dal politico.
Tutto il mondo piange e ricorda Ennio Morricone, artigiano di emozioni che ha saputo vestire la nostra quotidianità con la sua musica, impreziosendo i nostri ricordi. Lo ricordiamo con Cristian Carrara, direttore artistico della Fondazione Pergolesi Spontini, compositore di musica sinfonica e cameristica, ma anche di opere destinate al teatro musicale e alla televisione, considerato tra i più originali della sua generazione.
Può spiegarci, da compositore, la musica di Ennio Morricone e presentarci quella che, secondo lei, era la sua idea di musica? Lei ha la stessa idea?
Ennio Morricone era un artista completo, e lo possiamo capire dalla sua produzione: la musica per il cinema – la più conosciuta – la musica cosiddetta “assoluta”, la musica leggera, le canzoni. Caratteristica fondamentale della sua musica, a mio avviso, è l’estrema cantabilità, tipicamente italiana. L’idea della cantabilità non deve, però, portare a sminuire la sua musica, che sapeva essere alta e, proprio perché caratterizzata dalla cantabilità, popolare insieme. Questa attenzione alla melodia, e la sua facilità a scriverne di memorabili, si inserisce pienamente nella tradizione italiana, quella di cui fanno parte Vivaldi, Rossini, Verdi e Puccini. Ennio Morricone stesso, inoltre, ripeteva spesso che la sua musica era frutto di un lavoro artigianale, meticoloso, costante; quasi a voler ridimensionare l’idea dell’ispirazione, “che viene da non si sa dove”, come unica via per scrivere musica. Il lavoro del compositore, contrariamente a quanto si possa pensare, è un lavoro umile, quotidiano, simile, proprio, a quello dell’artigiano. In ultimo, la sua musica credo fosse molto legata alla sua esperienza di vita: pensiamo al suo rapporto con la moglie, così lungo e forte, che ha avuto una ricaduta importante nella sua produzione. Trovo questo modo di vivere l’esperienza del compositore, estremamente condivisibile.
Anche lei, come Morricone, ha scritto musiche per la narrazione, anche se prevalentemente per il teatro musicale.
Ho scritto prevalentemente musica per il teatro musicale, opera lirica, che è qualcosa di diverso rispetto alla musica per il cinema, anche se, in qualche modo hanno entrambe una forte valenza narrativa. La musica per il cinema, a cui si sono avvicinati nel ‘900 grandissimi compositori “classici” come Prokofiev, Vaughan Williams o William Walton, ha come fine primo quello di valorizzare, dando profondità psicologica ed emotiva, la narrazione descritta dalle immagini. E’ un lavoro complesso, non inferiore alle altre composizioni musicali. Una grande colonna sonora, come quelle di Morricone, riuscirà a far ricordare la sua musica più del film stesso, a vivere al di là del successo del film per cui è stata scritta, a diventare musica a sé stante. Ma nasce al servizio dell’immagine, e per questo è concepita. Nella opere liriche, invece, la narrazione, con i suoi tempi e le sue modalità, è totalmente affidata alla musica. Il compositore, nello scrivere, immagina come si svilupperà la vicenda attraverso la partitura. E’ lui che sviluppa (mettendo in musica le parole del libretto) che, in qualche modo, sviluppa la drammaturgia musicale del suo lavoro.
Ennio Morricone è stato Accademico di Santa Cecilia, un’istituzione che ha eseguito alcune delle musiche che lei ha composto
L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, a Roma, ha eseguito, tanto tempo fa, una mia musica giovanile, e devo ammettere che, come per tutte le prime volte – come per il Maggio Fiorentino e la Berliner Hall, è stato molto emozionante. Un’emozione a cui si unisce, per quanto mi riguarda, anche una certa paura puerile, quella cioè che nelle parti orchestrali, o in partitura, vi siano refusi, note sbagliate, piccoli errori che, se non si correggono subito, rischiano di alterare il risultato che avevi in mente. In una prima esecuzione si svela la musica per come l’hai scritta e puoi verificare se quanto hai scritto corrisponde a quello che effettivamente volevi comunicare. Ennio Morricone, però, è stato un accademico di Santa Cecilia, e cioè un membro dell’Accademia eletto dagli altri Accademici per la sua carriera e la sua rilevanza. Una cosa molto diversa dalla mia, più piccola, esperienza.
La fede è qualcosa che vi accomuna anche se, nella sua produzione, vi sono titoli che rimandano espressamente al tema religioso, mentre di Morricone ho in mente solo sue dichiarazioni e non titoli di chiara matrice religiosa
Anche Ennio Morricone ha scritto composizioni espressamente religiose, penso alla ‘Missa papae Francisci’; però, io trovo si possa rintracciare una sua “visione” spirituale anche nella sua musica “applicata”. Come dicevo prima, la musica che scrivi è diretta conseguenza dall’esperienza di vita che hai. Del resto, la fede ha tratti simili all’atto creativo: sgorga, in qualche modo, dalla propria interiorità. Io non ho mai scritto musica propriamente sacra – come una messa o un requiem – però la mia musica ne è imperniata in quanto esperienza di riflessione e meditazione. Penso a ‘Machpelah’ ( termine ebraico che indica “la coppia” e che identifica la Tomba dei Patriarchi ad Hebron) che mi ha permesso di riflettere sull’amore, o a ‘Liber Mundi’: il ‘Libro del Mondo’ è la Bibbia; o, ancora, a ‘Luci danzanti nella notte’, sulla tragedia dell’olocausto.
Qual è la sua composizione di Morricone preferita?
Certamente può venire in mente la colonna sonora di ‘Mission’, però io direi le musiche per ‘Canone inverso’ e ‘La leggenda del pianista sull’oceano’.
Qual è la funzione della musica nel valorizzare e interpretare il presente? Come si deve essere per essere contemporanei e, in futuro, classici?
Saper interpretare il presente significa portare sé stessi, la propria esperienza di vita nel mondo e cioè essere autentici. La ricerca di una corrispondenza autentica tra ciò che si scrive e ciò che si è. In questo consiste, a mio avviso, una parte importante della qualità della musica di Morricone.
Come parlare di una figura così ingombrante, complessa, stratificata e divisiva come Berlusconi? Seppur il Berlusconi dall’aria più mite e riflessiva – forse dono dell’età – di questi tempi? E se questo non bastasse, come unire la riflessione sull’ex premier a quella sulla, a volte folle, giustizia italiana, soprattutto quella che emerge anche dalle quasi adolescenziali – ma non per questo meno gravi- chat di Luca Palamara?
Per questo, non ne scriverò ma scriverò di una categoria, a mio parere, meno complessa e sfuggente: i berlusconiani per lavoro, politici e giornalisti.
Il fatto che, in un audio, un giudice abbia parlato di una guida dall’alto per pilotare la sentenza sull’evasione fiscale del 2013 verso la condanna di Berlusconi è oggettivamente grave e rientrerebbe in quel tragico vizio italiano del depistaggio e dell’inquinamento.
Ho visto, però, parlamentari di Forza Italia esporre in parlamento striscioni in cui si chiedeva ‘verità e giustizia per Berlusconi’, richiamando la lotta per Giulio Regeni; ho sentito, poi, giornalisti del Tg5 parlare di ‘menti raffinatissime’, usando parole di Falcone, che si riferiva a un attentato contro se stesso.
La logica è la stessa che ha portato ai ‘gilet azzurri’ o a slogan come ‘prima gli italiani’ e mostra una carenza di fantasia e di iniziativa. Però è chiaro come i rimandi, in questo caso, siano fuori luogo, se non di cattivo gusto.
Come ogni cosa riguardante Berlusconi, tutto deve eseere esagerato, ipertrofico, smisurato: ma se lui, ora, sembra più mite e saggio, non sempre lo sono i berlusconiani.