Epidemie e futuro.Dialogo con Corrado Augias sul suo ‘Breviario per un presente confuso’

Corrado Augias

di Daniele Madau

Per la casa editrice Einaudi è appena stato pubblicato “Breviario per un confuso presente”, di Corrado Augias. Un testo che vuole fare memoria e riflettere per leggere il presente – afflitto dall’ultima crisi, quella sanitaria del Covid -19 – e fare spazio al futuro, affondando le radici nei classici dell’Occidente. Ne parlo con l’autore stesso, inaugurando la sezione “Incontri”: una delle sezioni di punta di “La Riflessione”.

Mi sembra d’obbligo partire dall’epidemia- cui lei dedica interamente il capitolo III ma che aleggia in tutto il saggio – e al valore simbolico che ha avuto in ogni tempo, e che i vari autori ( Sofocle, Boccaccio, Lucrezio, Defoe, London, Camus, Saramago e Freud) hanno letterariamente svelato: non le sembra tuttavia, ed è cronaca di questi giorni, che il ‘Sapiens’ di oggi (a lui si riferisce Corrado Augias nel saggio) forse non sappia più neanche cogliere il valore simbolico di un evento del genere? Come se non avesse più le coordinate o le strutture mentali per saperlo far proprio e metabolizzare? Sembra che si sia già dimenticato tutto, a parte gli eventi solenni e ufficiali come la cerimonia di ieri a Bergamo col presidente Mattarella.

Non saprei dire: gli italiani durante il periodo di confinamento più duro si sono comportati benissimo, con senso del dovere. Forse questo atteggiamento è nato da un valore simbolico che non si è perso: quello della paura, che è un sentimento fortissimo. La paura del buio, della morte, del dolore, della malattia ci ha accompagnato in ogni tempo ed, evidentemente, questa valenza ancestrale non si è persa neanche in questa occasione.

L’idea di Dio, su cui ha molto riflettuto in tutta la sua attività intellettuale, è molto presente e, più avanti, toccheremo meglio l’argomento. Ora le chiedo, però, se anche il titolo – con il ‘Breviario’- sia un’allusione alla sacralità del riflettere, come, mi sembra, che emerga dalle pagine del saggio.

No, non è presente questa allusione. Io avrei voluto intitolare il saggio ‘Breviario laico’ ma l’editore Einaudi non l’ha ritenuto oppurtuno in quando poteva far sentire esclusa una parte di potenziali lettori, quella dei credenti. Breviario, quindi, non in riferimento al libretto di preghiere dei sacerdoti ma all’agilità del saggio: brevi capitoli, brevi riflessioni.

Il saggio, come sempre, è ricchissimo: questa volta, forse, ancora di più, dato che presenta ‘riflessioni, note, citazioni, resoconti’. Lo sfondo è l’occidente ma una parte notevole è dedicata all’Italia; ricordo una sua diatriba con Canfora sul ruolo dell’Europa: il suo breviario prevede, inderogabilmente, un futuro dell’Italia in Europa.

Certamente, io ne sono profondamente convinto. Più precisamente vedo come solo un futuro sovranazionale, ipernazionale, possa permettere all’Europa tutta di reggere il confronto con Usa, Cina e Russia. Nessuno da solo, compresa la Germania, può farcela. Soprattutto noi, che ancora ci gettiamo addosso gli asti su vari questioni, come quella meridionale, che attribuiamo alla rapacità dei Savoia, mentre Renan afferma come una nazione debba anche saper dimenticare aspetti del proprio passato, soprattutto i rancori;noi ancora vestiti della maschera di Pulcinella e Arlecchino, con la nostra identità incerta, le nostre differenze diffuse e sparse in una penisola troppo lunga, con un passato di dominati che è andato dalla fine dell’impero romano alla fine del 1800, soprattutto alla mercè di Francia e Spagna. Eppure anch’esse, oggi, hanno le loro divisioni: in fin dei conti, non siamo tanto diversi.

Torniamo per un attimo alla religione, che occupa una parte rilevante nel suo saggio, con particolare attenzione alla figura di San Francesco. L’Italia sta perdendo la sua fede e sta conoscendo la laicità, però questa laicità non sembra stia portando quella ‘religione civile’ che, ad esempio, contraddistingue gli stati del nord. Come mai?

E’ una domanda molto difficile che richiederebbe una lunga riflessione che io, alla mia età, forse non ho le forza per fare… Veda, lei ha parlato di laicità, ma quella di oggi non è laicità bensi nullità. La laicità è un valore laddove prevede conquiste di modernità, lotte, ideali: i ragazzi di oggi, che incontro spesso nelle scuole, invece, non sembrano voler andare oltre il mero successo materiale. L’anticlericalismo di fine ‘800 e inizio ‘900, a esempio, era una passione, quello che vedo oggi invece è il nulla, appunto la nullità. Non si crea un romanzo, un film, un’opera d’arte che proponga una riflessione su Dio e questo crea un vuoto che lascia spazio solo al nulla.

Una parte della storia della televisione è legata a lei: tra i tanti ricordi, penso alle sue interviste con Falcone. Il saggio non prende in considerazione il futuro dei media, possiamo rifletterci ora?

Il futuro della televisione è già ora, grazie a Netflix e ai vari contenitori che presentano prodotti, soprattutto serie storiche, di notevole livello, che ti fanno avvertire il distacco da quelle che produceva la Rai: di sicuro con buone intenzioni ma del tutto inattendibili. Al di fuori di questo, ora come ora, la televisione ha poca attrativa su di me.

Quando la Storia china il capo davanti ai sogni di un uomo

Invictus di Clint Eastwood

di Daniele Madau

Il 24 giugno 1995 la Storia china il capo davanti ai sogni di pace di uomo, Nelson Mandela. Il capitano della sua anima – secondo la poesia che recitava a se stesso in prigione – e dei guerrieri arcobaleno, i ragazzi della nazionale di rugby, vede il Sudafrica vincere, davanti ai balli bagnati di lacrime di gioia della sua gente, la coppa del mondo, battendo l’invincibile Nuova Zelanda in finale. E lo vede superare l’apartheid, gli odi, le distanze, le differenze. Per poco tempo, è vero, ma quel poco tempo è il paradigma e il fine di tutti noi che, leggendo questa storia come una favola, riprendiamo a credere nell’umanità. Non c’è bisogno di scrivere altro: bisogna solo rileggere, riguardare, ricercare tutto di quella vicenda, anche aiutandosi con l’Invictus di Matt Damon, Morgan Freeman e Clint Eastwod. “Un vincitore è solo un sognatore che non si è arreso”: diceva- e ci credeva – Nelson Mandela. “Su la testa, lo sentite?Ascoltate il vostro paese! Ora tocca a noi, è il nostro destino!”, rispondeva il capitano. Non è stata una favola, è successo davvero.

Un libro, un quaderno, un insegnante, uno studente

di Daniele Madau

Stanno giungendo a termini i colloqui – che hanno avuto l’ampia valenza di esame in toto – della maturità e, così, si chiudono le porte delle aule di quest’anno così problematico, in cui la scuola ha dovuto riscoprire la sua identità e le sue valenze. Sono stato commissario e ho assistito agli stessi patimenti, alle stesse gioie e ho respirato la stessa aria di momento fondante la vita dei ragazzi degli anni scorsi, e questo mi ha tranquillizzato. Che bella la scuola, è l’unico luogo in cui ancora si parla di futuro e di educazione, di cultura, di Costituzione con una onesta speranza, che scaturisce dai sogni dei ragazzi, da realizzare, e dai desideri degli insegnanti che questi sogni si realizzino. Nonostante tutto, questo è ciò che vedo ogni giorno, che ci si creda o no.

A riportarmi nello scoramento, sono giunte le linee guida per il nuovo anno scolastico: frequenza scolastica in turni differenziati, organizzazione della classe in più gruppi di studio, formati anche da alunni di diverse classi ed età. Scuola anche al sabato, dove non già prevista, su delibera degli organi collegiali. Misure da emergenza, è chiaro. Ed è proprio questo che disturba – anzi inficia e sporca – la scenografia dei muri scolastici su cui va in scena il futuro dei ragazzi: l’emergenza. Non ho mai conosciuto – da quindici anni – un momento, un anno, un periodo, in cui la scuola non fosse in emergenza. In affanno in perenne deroga a tutto, sulle spalle dei dirigenti, degli insegnanti, del personale amministravivo, degli studenti: di ogni Atlante che si caricava – e si carica- il cielo dell’educazione, delle cultura, dello studio, del rispetto. Supplenti che arrivano e vanno via loro magrado, regole di reclutamento che cambiano in continuazione come canne al vento dei politici di turno, i quali, arrivato al timone del comando, sembrano sempre dimostrare un inspiegabile e malcelato astio verso i protagonisti e agli attori della scuola. Ricordiamoli, i nomi: Moratti, Fioroni, Gelmini, Profumo, Carrozza, Giannini, Fedeli, Bussetti, Azzolina, con i sottosegretari di sorta. Ebbene, un percorso, un progetto, una Weltanschauung – una visione di vita- non c’è stata, nè si è intravista in controluce o in embrione. Questo affanno, questo respiro corto, questo claudicante percorrere i sentieri del non futuro quasi distopico, cozzano coi ciò che ho raccontato nelle prime righe. Cozzano ma non trionfano: laddove c’è l’emergenza – anche perenne- si risponde con risorse speciali, strordinarie, quelle che, ricordandoci di Malala, derivano da un libro, un quaderno, un insegnante, uno studente.

Il nuovo anno partirà in emergenza, forse solo un poco diversa dalle altre passate ma il primo insegnamento, il primo imperativo, il nostro primo dovere, ancora, sarà quello di portare i ragazzi a pensare di non doversi accontentare dell’emergenza.

Quando, finalmente, saremo cittadini

di Daniele Madau

Questi sono i giorni del solstizio d’estate; i giorni, forse, più amati da tutti noi, in tutta la nostra vita: da quando, ragazzi, ne vivevamo fino all’ultima scintilla di luce in fondo al cielo sino a quando, adulti, portiamo al mare per la prima volta nell’anno i nostri figli e ci riposiamo, all’aria aperta, dalla fatica del lavoro. Questa estate, poi, dovrebbe avere un sapore, una valenza speciali, come di un ritorno alla vita dopo un incubo.

Eppure, ogni estate, in Italia, ha un sentiero lastricato di epigrafi, pietre d’inciampo, monumenti di ammonimento che non ci lasciano tranquilli, e non devono farlo.Ha un fondo di verità l’idea che ‘la mafia uccide solo d’estate’, quando le città si svuotano, abbandonate nell’umano desiderio di riposo e serenità, prestando il fianco alle mani insanguinate delle criminalità e degli oscuri mandanti.

Si inizia in primavera, il 23 maggio, con la strage di Capaci e poco dopo, il 28, con Piazza della Loggia. A giugno, il 22 – oggi – con Emanuela Orlandi, il 27 con Ustica. Il 19 luglio, Via d’Amelio, Il 2 agosto la stazione di Bologna, il 3 l’Italicus. E un po’ prima, tra aprile e maggio, con Aldo Moro e la Moby Prince, nel momento in cui fiorisce la primavera.

Un calendario civile, in cui la nostra civiltà ne esce, però, sconfitta. La civiltà è formata dai cives, i cittadini, che già a Roma erano tutelati da diritti inalienabili, alcuni dei quali confluiti poi nel cittadino come riconosciuto dalle rivoluzioni del 1700.

Ebbene noi, con quel sentimento misto di rabbia e consapevolezza, dobbiamo ammettere che, quotidianamente, non viviamo come cittadini. Noi che non sappiamo la verità sulle morte di centinaia di nostri connazionali, che dobbiamo assistere a processi che parlano di stragi e depistaggi di Stato e, fatto che crea un dolore più lancinante, per questo non ci sentiamo tutelati e al sicuro.

Se assistiamo a tentennamenti imbarazzanti, se non umilianti, sul nostro Giulio Regeni è normale non provare sicurezza, pensando che al suo posto sarebbe potuto esserci qualunque altro dei nostri ragazzi. Il fatto, ironicamente tragico, è che noi -timidamente-pretendiamo dall’Egitto ciò che non abbiamo dato ai cittadini italiani: la verità, i colpevoli e i mandanti sulle stragi che costellano le nostre estati, e non solo. E così facendo, li priviamo della dignità stessa dei cives, i quali dovrebbero vivere nella sicurezza e nella verità.

Da più di trentacinque anni ascoltiamo le più svariate ipotesi sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, avvenuta il 22 giugno 1983 a quindici anni – nella Città del Vaticano, è vero, ma come si possono fare distinzioni in un caso come questo? -eppure Pietro Orlandi, il fratello, sembra solo, come si sentivano soli Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Forse perché l’Italia, assuefatta e assopita da decenni di scandali scivolati , prima o poi, via, lascia soli i combattenti, preferendo l’oblio nei litorali estivi. Io provo a scrivere alcuni dei filoni seguiti dagli investigatori nel caso Orlandi, per generare un sussulto di coscienza, prima che il sole estivo ci inebri:padre Amorth e il pentito Vincenzo Calcara, a esempio, sono convinti che Emanule sia morta durante un festino a base di droga e sesso e sia sepolta in Vaticano con altre presunte giovani vittime. Antonio Mancini,un pentito della banda della Magliana, in un’intervista ha dichiarato che la Orlandi fu rapita dalla Banda per ottenere la restituzione del denaro investito nello IOR attraverso il Banco Ambrosiano, come ipotizzato da Rosario Priore, un giudice .

Vivere in uno Stato che permette queste zone d’ombra, queste connivenze, queste insicurezze non è degno. Lo Stato, però, siamo noi e noi i cittadini che ne costruiamo i valori, le speranze, le energie. Pensiamo a una quotidianità in cui, alle bellezze del nostro patrimonio, potessimo aggiungere i valori della sicurezza e del dirittto alla verità di ogni italiano: ebbene, dipende da noi, dalla nostra sete di verità, dal nostro costruire la civiltà.

In chiusura, la speranza, quella che inaliamo con la cultura. Così, nel Simposio si immagina la migliore delle civiltà, quella composta da innamorati, in cui si dà la vita per ogni membro della polis: ‘oh, se ci potesse essere una città o un esercito composto tutto di innamorati, non vi sarebbe modo migliore di reggerlo e di vedere uomini rifuggire dal male e rivaleggiare tra loro nelle belle azioni; in guerra, poi, messi uno al fianco dell’altro, anche se in pochi, si può dire che vincerebbero il mondo intero. Perché l’uomo innamorato sarebbe disposto ad abbandonare il suo reparto, a gettare le armi sotto gli occhi di tutti, ma non dinanzi alla persona amata, piuttosto preferirebbe centomila volte morire; e, d’altronde, abbandonare la persona cara, non prestarle il suo aiuto se è in pericolo, non c’è nessun uomo tanto vile cui Amore non riesca ad infondere il necessario coraggio, come se fosse posseduto da un dio e renderlo uguale a chi è coraggioso di natura. Insomma, lo stesso soffio divino che, a quanto dice Omero, un dio infonde in taluni eroi, Amore, come un suo dono, suscita in quelli che amano.’

Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo

di Roberto Zuddas

Qualche giorno fa John Ridley – autore della sceneggiatura per la quale ha vinto il premio Oscar nel 2014 di “12 anni schiavo” – ha scritto una lettera al Los Angeles Times (https://www.latimes.com/opinion/story/2020-06-08/hbo-max-racism-gone-with-the-wind-movie), nella quale chiede a HBO di valutare la rimozione di “Via col vento” dalla loro piattaforma di film in streaming.
Pur ammettendo che spesso i film sono uno spaccato di un momento storico e che per questo riflettono le opinioni, a volte offensive, della cultura predominante sulle minoranze, per Ridley “Via col vento” rappresenta un caso a parte, che glorifica gli stati del sud prima della guerra di secessione, che in larga parte ignora gli orrori
della schiavitù e non lo fa solo in momenti del film nei quali immortala alcuni dei più dolorosi stereotipi sulle persone di colore.
In seguito a questa lettera, HBO decide effettivamente di rimuovere il film riportando che “rappresenta alcuni dei pregiudizi etnici e razziali che sfortunatamente sono stati comuni nella società americana” e che “queste rappresentazioni erano sbagliate allora come lo sono oggi”. La conclusione è che “tenere questo titolo senza
una spiegazione e una presa di distanza sarebbe da irresponsabili”.
Spenderò pochissime parole per giudicare i tempi e i modi di questa decisione: una mossa ex post per ripararsi dalle polemiche che infiammano gli US in seguito alla morte del povero George Floyd. “Via col vento” è in circolazione da ottant’anni, ci accorgiamo proprio oggi che forse ha dei contenuti controversi? Suvvia.
Tralasciando l’ipocrisia di HBO, mi soffermo sulla spiegazione data, che invece porta il discorso su un piano più sfumato: il film è un prodotto del suo tempo, tempo in cui la sensibilità verso le minoranze etniche era poco sviluppata ed era accettabile mostrare le persone di colore attraverso stereotipi (oggi) ritenuti offensivi.
Oltretutto il film è ambientato ai tempi della guerra di secessione e il punto di vista è quello degli stati confederati dell’epoca per i quali lo schiavismo era la normalità. Oggi però abbiamo la responsabilità di rivedere criticamente questo prodotto.
Il punto importante per me è questo: è giusto prendere le distanze da una rappresentazione artistica perché mostra la realtà dell’epoca in cui è stata realizzata e questa è ritenuta offensiva secondo i canoni di giudizio odierni?
Un cittadino adeguatamente istruito non ha certo bisogno di una spiegazione a latere che gli dica che il razzismo che nel film sembra normale in realtà non lo è. D’altro canto uno favorevole al razzismo potrà mai cambiare idea grazie a questa spiegazione? Infine, un cittadino di colore che si sente insultato dagli stereotipi
razzisti del film, proverebbe meno fastidio se fosse aggiunta un’introduzione che li contestualizza?
Probabilmente non riesco a immedesimarmi appieno nella rabbia e frustrazione di una persona di colore di fronte ad una discriminazione o una rappresentazione offensiva, ma sono più favorevole ad azioni concrete volte a denunciare la piaga del razzismo rispetto a polemiche poco efficaci basate sulla linea di principio, come
quella di qualche anno fa quando ci fu un’edizione degli Oscar in cui nessun film “black” concorreva per i premi più importanti.
Che cosa fa male degli stereotipi razzisti nel film, il fatto che siano razzisti a prescindere da qualsiasi contesto culturale oppure che all’epoca nella quale il film è ambientato fossero talmente normali? Dovremmo dimenticarci che un tempo la società era profondamente razzista e cancellare questo documento storico che ci
ricorda come eravamo perché non vogliamo vedere il razzismo da nessuna parte?

Il senso delle “Storie maledette”

Un’immagine di Gavoi

di Daniele Madau

Domenica scorsa è andata in onda, sulla Rai, una puntata di “Storie maledette”, dedicata a un efferato delitto avvenuto a Gavoi nel 2008. In realtà, è stata dedicata solo a Francesco Rocca, sulla cui intervista era incentrata tutta la puntata: condannato, in via definitiva, per quel delitto, la cui vittima era la moglie, Dina Dore.

Ho discusso animatamente, nei giorni precedenti, con varie persone, sull’opportunità di una realizzazione, e di una messa in onda, di una trasmissione del genere. Con ognuna delle persone mi sono trovato in disaccordo: si meravigliavano che io, in quanto pubblicista, non volessi indagare a fondo i reconditi di una vicenda violenta e complessa e, all’unanimità, gli interlocutori reputavano legittimo un momento in cui una persona, anche se condannata, potesse rivendicare, senza contraddittorio, a milioni di persone la propria innocenza.

Mi rendo conto che quanto appena scritto sia una presentazione capziosa di chi ha già un’idea precisa – nel caso l’impertinenza dell’intervista – e voglia convincerne gli altri.In realtà vorrei davvero riflettere e confrontarmi, anche solo idealmente, con chi leggerà.

Le implicazioni sono molteplici, profonde, direi basilari e fondanti una concezione della vita umana, dei suoi significati e valori. In ordine abbastanza sparso: qual è la finalità di un medium come quello televisivo e di una prima serata? Lasciare spazio alla ricostruzione di parte di una persona che – se pur rivestito interamente e intrinsecamente di tutta la dignità di ogni essere umano-per la giustizia italiana è un omicida, femminicida, uxoricida? Con l’aggravante di aver commissionato il delitto a un minorenne, in presenza della figlia di otto mesi?

La nostra Costituzione ci presenta il percorso carcerario come finalizzato alla rieducazione e al reinserimento del condannato, che preserva in tutto il suo status di persona. Bisognerebbe, però, ammettere il reato e voler intraprendere il percorso di conversione. Da Socrate in poi, è vero, la sola conoscenza del bene permette di compierlo e di evitare il male: e se non lo si conosce, l’uomo diventa ipso facto moralmente non completamente colpevole, in ogni circostanza. In questo caso il mezzo televisivo avrebbe dato risalto a una persona con il fine di portarci a comprendere la fragilità dell’essere umano e a spingerci tutti nella condivisione e comunicazione del bene. Da Gesù Cristo in poi abbiamo la possibilità di contemplare il perdono come il gesto più alto della volontà umana. In questo caso, però, proclamandosi Rocca innocente, si tratterebbe di mantenere la freddezza e di non lasciarsi vincere dal pregiudizio ma di fruire dell’indagine giornalistica.

Il giornalismo, però, deve lasciare spazio a tutti, anche quando, alcuni di questi tutti, sono interessanti solo dal punto di vista dell’indagine del percorso che li porta a gesti così violenti- e cioè da un punto di vista in fin dei conti voyeristico, visto che non si analizza tale percorso per progettarne una riabilitazione, non era quella la sede -come dichiarato dalla conduttrice? Ricordo l’intervista di Bruno Vespa al figlio di Salvatore Riina e lo stesso amaro gusto di culto della morbosità, portatrice di ascolti, che mi aveva lasciato.

E ancora, è giusto non considerare la reazione che la famiglia della vittima, specialmente la figlia di quattordici anni, poteva avere nell’assitere alla ricostruzione di una vicenda così dolorosa e tragicamente personale?

Tutto questo vortice di domande, per me che scrivo, è aggravato dal contesto del delitto, un borgo della mia regione, la Sardegna: e infatti la trasmissione è iniziata con un, e qui mi sento libero e sicuro, storicamente sgrammaticato e fuori luogo servizio sull’anonima sarda degli anni ’70-’80: qual era il legame e il fine?

Non credo che questa discussione ideale avrà una conclusione univoca; tuttavia, in certi casi, io abbandonerei il vestito e le finalità del giornalista per essere solo uomo e, dunque, io avrei preferito il silenzio, per rispetto di Dina Dore.

E se anche Francesco Rocca fosse innocente, l’avrei intervistato una volta assolto, dopo l’eventuale revisione del processo o, ancora meglio, una volta pentito, nel caso colpevole: così sì, si sarebbero potute mostrare le meravigliose potenzialità dell’animo umano, dall’abisso più profondo, ai gesti più alti.

Il contribuente che paga tutto all’evasore

di Daniele Madau

“Il contribuente gli paga anche la depurazione dello sciaquone”: così si esprime Milena Gabanelli – una giornalista che, non si intende bene per quali motivi, la Rai ha lasciato andar via- riferendosi agli evasori filscali, nell’inchiesta apparsa sul Corriere della Sera: “Tasse: quanto ci rubano gli evasori (dalla sanità a scuola e strade)”.

Un’immagine volutamente forte, ed efficace, per un argomento per cui è facile sentirsi soli. Quante volte abbiamo provato un imbarazzo – causato da un’introiezione inconscia di essere diversi dal contesto culturale italiano o dalla maggior parte dei suoi elementi – nel chiedere uno scontrino, una fattura, una ricevuta, un servizio? E’ la sindrome da inferiorità del giusto davanti alla furbizia dell’ingiusto e del violento, e al suo gradimento sociale.

Poche cose sono maggiormente di buon senso rispetto al pagare le tasse tutti, sino all’ultimo centesimo, per avere tutti uguali, ed efficienti, servizi. E invece, magari, proviamo un certo masochistico piacere nel vedere l’evasore -ufficialmente nullatenente o proprietario del locale in cui non abbiamo ricevuto lo scontrino – che gira in città con un’auto a cui noi forse possiamo, appunto, solo anelare mentre la vediamo sfrecciare.

E’ il pudore, che diventa rossore di minorità davanti al presunto uomo d’onore che mostra il petto tronfio di illegalità, del mediocremente onesto, mentre percorre marciapiedi sconnessi, va a prendere i figli in scuole di cartone nei territori ad alto rischio idrogeologico e si accontenta, nel suo piccolo, di avere illecitamente l’abbonamento alla televisione a pagamento.

Chi l’avrebbe mai detto, che avremmo così facilmente fatto a meno dei nostri propositi di quand’eravamo ragazzi e, come quasi tutti i ragazzi, magari, sognavamo un futuro di possibilità e belle speranze, mentre ci accontentiamo di uno sconto pur di non richiedere la fattura?

E’ sicuramente un’estremizzazione, ma forse efficace, come le immagini di Milena Gabanelli. Nell’inchiesta, parliamo di 110 miliardi evasi in Italia e altri 190 sparsi in conti esteri in mezzo mondo:300 miliardi. Il decreto rilancio, che tanto sangue ha richiesto, è di 55 miliardi.

Ora, chiunque potrà dire che le tasse sono troppo alte, che lo sconto mi permette di acquistare qualcosa che, altrimenti, non potrei ottenere, che lo Stato spesso si comporta come colui che, a sua volta, favorisce l’evasione. Così come non tutti gli evasori sono uguali. Certo, è vero, forse. Quando si è davanti a un bivio, però, riserve di attenuanti non ne esistono. O si va a destra o si va a sinistra. E’ la nostra vita che, per essere degna, è attraversata da tanti di questi bivi. Ognuno sceglie quello per cui crede valga la pena vivere: sub lege libertas, sotto la legge, la libertà.

Gli amministratori di questi tempi

di Daniele Madau

Lo ammetto subito: essendo sardo sono di parte, ma è anche vero che stimavo Sala- considerato quasi unanimamente uno dei migliori amministratori d’Italia, di una delle più importanti metropoli d’Europa- e che spesso, se non quasi sempre, le mie idee divergevano da quelle di Solinas, pur rispettandolo.

Detto ciò, certe affermazioni del sindaco di Milano come: “Il turismo in Sardegna lo hanno in parte inventato i milanesi, quindi i sardi non dico debbano esserci riconoscenti, ma trattarci da untori, no” necessitano di un respiro profondo, per non prorompere in sproloqui poco educati ed eleganti. Anche in omaggio al titolo, e alla filosofia, del sito, che pone la riflessione sopra tutto.

Allora, fermo restando che affermare “non dico debbano essere riconoscenti”, per il miracolo delle figure retoriche, significa proprio “devono essere riconoscenti”, riflettiamo. La decisione ha implicazioni costituzionali, come si è visto, e dovranno decidere, insieme, il governo e le regioni, nel buon senso, nel rispetto delle leggi, e di sardi, milanesi, italiani ecc… Per questo, è quanto meno spiazzante – e un po’ mi imbarazzo, da sardo e da persona tout court, per loro – che due politici si becchino a mezzo stampa, e social, come in preda a istinti adolescenziali. Ma, tant’è, sembra una delle caratteristiche di questi tempi.

Ora, più precisamente a Sala: ci ho riflettuto. Se proprio devo essere riconoscente a qualcuno per la Sardegna, ho scelto i miei genitori, che mi hanno fatto nascere qui, e il creatore, che l’ha creata così bella.

Quel ginocchio sul nostro collo

di Daniele Madau

Cosa facciamo davanti a un’immagine del genere, che perseguita da qualche ora il nostro lieto procedere sulla coda della pandemia? Stiamo in silenzio, come col respiro bloccato, quasi ad avvertire quel ginocchio sul nostro collo? O reprimiamo come un grido, un grido di dignità, tutto umano e di insulto alla vergogna dell’assassino?

L’importante è che ci sia un moto dell’animo, a testimoniarci -e a rasserenarci – che siamo ancora capaci di riflessione, compassione, indignazione: sì, anche noi che stiamo nelle nostre tiepide case – mentre lì fuori ci sono ancora i lager che ti disumanizzano, come nelle strade di Minneapolis – siamo ancora sensibili davanti alle bestialità.

Forse abbiamo ancora l’illusione che la civiltà umana percorra come una linea retta, che porta dal passato selvaggio a un presente di magnifiche sorti e progressive, di sviluppo, benessere, dignità: invece il percorso delle civiltà umane è una spirale, che spesso si avviluppa e si contorce su stesso. Nietsche lo chiamava ‘l’eterno ritorno delle cose’. Infatti quest’immagine ci riporta a un tempo indistinto prima di fine anni ’30, quando le leggi razziali in Europa non erano ancora state promulgate ma esisteva una grande potenza dichiaratamente e fattivamente razzista: gli Stati Uniti. E lo sarebbero stati prima e dopo, senza lo stigma del resto del mondo che, invece, ha caratterizzato altre società razziste.

‘Vi prego, non respiro’ ha detto prima di morire; ‘vi prego’: il verbo più bello detto all’essere, in quel momento, più diabolico, all’assassino.

‘Vi prego’: accogliamola noi questa preghiera, nel silenzio commosso e pronto alla lotta, dopo l’urlo di dignità.

Dare la vita

di Daniele Madau

Ogni religione, ogni filosofia, ogni meditazione che ci abbia saputo riflettere, è concorde in una sola risposta nel riconoscere ciò che può superare i limiti materiali di una vita , trascenderla: offrirla per gli altri.

Chiunque – laico, non credente, agnostico, credente – basta che sia portato a riflettere, può arrivare a cogliere la bellezza di chi usa la propria vita per difendere, arricchire, rendere degna quella degli altri. E’ uno di quei misteri facilmente intuibili, comprensibili e spiegabili, anche se non, magari, a parole, ma nel proprio cuore e in un dialogo tra cuori.

Pensiamo a Giovanni Falcone, ucciso alle 17.57 e 48 secondi del 23 maggio 1992, al fatto che avesse fatto tutto questo – e cioè difeso, arricchitto, reso più degna la vita di tutti noi -dopo essere stato calunniato, isolato, offeso in modalità diverse, tutte, però, abili a lederne il valore e minare la sua statura.

Pensiamo al fatto che per più di dieci anni ha camminato, circondato dalla sua scorta come in una gabbia, con a fianco l’ombra degli attentati, delle minacce, dei sui collaboratori che cadevano uno dopo l’altro, del peso di ciò che scopriva, della paura.

Ha camminato, senza farsene travolgere – “L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa”, diceva – o, forse, nel suo cuore era travolto come da un vento impetuoso, ma restava in piedi-: non potremo saperlo.

Pensiamo a tutto quello che è nato dopo, nonostante tutto: le migliaia di ragazzi che ogni anno vanno da Civitavecchia a Palermo con la nave della legalità, lo Stato che rialza la testa e reagisce, l’albero della legalità che cresce nel cuore di Palermo, le scuole intitolate a Giovanni – intitolazione più bella, in Italia, non può esistere -, le stragi degli anni ’90 che terminano, le nuove generazioni che non conosceranno le guerre di mafia, le stesse guerre che, per noi più grandi, sono un ricordo.

Pensiamo che tutto questo è stato possibile anche grazie a Terranova, La Torre, Chinnici, Dalla Chiesa, Cassarà, Giuliano e centinaia di altri.

Pensiamo che potremmo essere chiamati noi a farlo. Se saremo pronti a non scappare, avremo capito cosa significa dare la vita.

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