Non solo poliziotti, carabinieri o preti: arriva ‘L’altro ispettore’, la fiction per la sicurezza sul lavoro

di Marco Marini

La rubrica ‘Occhiolino’ presenta articoli brevi e ammicanti come un occhiolino, per portarci sempre a riflettere, a volte con un sorriso, a volte con un pensiero profondo

Nei palinsesti televisivi di questi giorni si pubblicizza una nuova fiction Rai, “L’Altro Ispettore”. Come evidenziato nella presentazione, dopo poliziotti e carabinieri o preti investigatori siamo arrivati agli ispettori del lavoro. Sarà dedicata ad un tema delicato e di drammatica realtà: la sicurezza sul lavoro. Secondo le intenzione degli autori e del protagonista, si spera che la figura dell’ispettore del lavoro diventi amica dei lavoratori e degli imprenditori. Si vuole rivolgere a ciascuno di noi, perché siamo anche il lavoro che svolgiamo. E ognuno di noi ha il diritto di tornare a casa dopo le ore lavorative. Sembra scontato ma non è così visto che quello dei morti sul lavoro sembra un bollettino di guerra. Tra i vari aspetti dell’attività dell’Ispettorato del Lavoro, oltre a sottolineare la tutela della salute dei lavoratori attraverso l’attività di indagine vera e propria, con attività di controllo preventivo sopratutto nei cantieri edili- o successivo dopo l’infortunio vero e proprio (gli Ispettori del Lavoro sono Ufficiali di Polizia Giudiziaria, anche se molti illeciti sono stati depenalizzati e trasformati in sanzioni amministrative pecuniarie)-, si vuole sottolineare la collaborazione con le imprese ed i rappresentanti dei lavoratori,attraverso la presenza sul territorio e l’iniziativa di corsi svolti anche da altri enti quali per esempio l’INAIL. Ma forse l’aspetto più interessante, ma meno evidenziato, è quello della lotta alla concorrenza sleale che contrappone le aziende regolari , a quelle irregolari che si offrono sul mercato a prezzi concorrenziali ma senza rispettare le regole sulla sicurezza o sulla regolarità contributiva, con la mancanza dei versamenti ai fini previdenziali ed assistenziali. Siamo curiosi di vedere come si evolveranno le storie .

‘L’amore mio non muore’ di Roberto Saviano: l’amore che fa paura alle mafie

di Daniele Madau

Roberto Saviano in scena in ‘L’amore mio non muore’

Nei giorni, culminati il 25 novembre, di lotta per l’eliminazione di ogni tipo di violenza di genere, il Teatro Massimo di Cagliari, grazie al benemerito circuito Cedac, ha scelto il modo più efficace per riflettere su questo dramma. Infatti ‘L’amore mio non muore’, portato in scena da Roberto Saviano, è un vero pugno nello stomaco, un ceffone di quelli che si danno con forza alle persone che hanno perso i sensi, per il loro bene, per farli rinsavire.

Roberto Saviano, la cui storia non è il caso di ricordare, che porta su di sè la fatica, il peso e la solitudine di decenni di lotta, ha portato in scena- in una scenografia essenziale- la storia di Rossella Casini, la giovane donna fiorentina vittima della ‘ndrangheta, protagonista di “L’amore mio non muore”, il romanzo da cui è tratta l’omonima pièce per la regia di Enrico Zaccheo e la produzione Savà Produzioni Creative, proposta in cartellone mercoledì 26 e giovedì 27 novembre alle 20.30 al Teatro Massimo di Cagliari per la rassegna “Pezzi Unici”.

Una tragedia è caratterizzata dal fatto che, partendo da una situazione con possibili esiti positivi, la storia precipita verso il finale tragico. Qui la storia parte da un incontro d’amore, che avrebbe tutte la possibilità di far sbocciare una delle migliaia di possibilitià dell’amore. Ma il contraltare della passione è la ferocia nera e insensata – l’opposto della fertilità dell’amore – della criminalità organizzata, che arriverà a distruggera ogni traccia non solo dell’amore potenziale, ma anche del corpo stesso di Rossella. La protagonista, infatti, che si è innamorata di Francesco Frisina, uno studente cresciuto nella Piana di Gioia Tauro, i cui genitori sono però legati al clan dei Gallico, sparirà, uscirà da questa vita come un sussurro, agnello sacrificale di logiche di morte.

In “L’amore mio non muore” , lo scrittore intreccia fantasia e cronaca, arrivando a delegare a poesie scelte -quelle a lui più care- i tratti di narrazione che non possono essere raccontati, perché la vicenda è frammentaria, ricostruita con fatica dall’autore.

«Ho deciso di scrivere questo romanzo per raccontare la storia d’amore più drammatica e potente in cui mi sia imbattuto» – afferma Roberto Saviano –. «Raccoglie tutti i colori dell’umano sentire: l’ingenuità e lo slancio, la devozione e l’ossessione, l’amicizia, il desiderio, il coraggio, la delusione, il fraintendimento, il tradimento, lo schifo e la tragedia. Eppure la certezza che proprio nell’amare risieda l’unica possibilità di verità e di senso non viene mai meno. L’amore non muore».

Roberto Saviano, con la capacità che gli è propria, svuota il suo animo con questa storia, parla anche di sè stesso, ci inonda di descrizioni sull’amore e gli innamorati. Ci tiene incollati alla sedia e fa sì che l’ora e mezzo di spettacolo passi in un attimo. Si prende gli applausi non appena appare in scena, che sembra gli siano davvero graditi, perché testimoniano l’essere del pubblico dalla sua parte, in tutte le lotte che combatte.

Cita due volte Michela Murgia e non rinuncia a incursioni sull’attualità delle mafie, di cui dimostra di essere davvero uno dei massimi esperti.

“L’amore mio non muore” si muove nel solco del teatro civile e dell’arte come ricerca della bellezza, come riparazione dell’atrocità subita da Rossella Casini in una vicenda emblematica, quella dell’eroina forte del suo amore puro e totalizzante contro il mostro del Male. In“L’amore mio non muore”, infatti, «ogni pagina ricompone l’amore, / ogni pagina ripercorre l’orrore, / questa è la mia vendetta / per te». Una vendetta di consapevolezza, bellezza, amore, arte. L’unica vendetta lecita.

Discorso di LEONE XIV in Turchia alle autorità in occasione del 1700° anniversario del primo Concilio di Nicea

Come sempre, ‘La Riflessione’, come servizio ai lettori, presenta i discorsi integrali dei grandi del mondo, in occasioni di particolare rilevanza storica e per riflettere sulle grandi tematiche per il nostro presente e il nostro futuro

Palazzo Presidenziale (Ankara)
Giovedì, 27 novembre 2025

Signor Presidente,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori!

Grazie di cuore per la cortese accoglienza! Sono lieto di iniziare dal vostro Paese i viaggi apostolici del mio pontificato, dal momento che questa terra è legata inscindibilmente alle origini del cristianesimo e oggi richiama i figli di Abramo e l’umanità intera a una fraternità che riconosca e apprezzi le differenze.

La bellezza naturale del vostro Paese ci sollecita a custodire la creazione di Dio. Più ancora, la ricchezza culturale, artistica e spirituale dei luoghi che abitate ci ricorda che nell’incontro fra generazioni, tradizioni e idee diverse prendono forma le grandi civiltà, nelle quali sviluppo e sapienza si compongono in unità. È vero, il nostro mondo ha alle spalle secoli di conflitti e attorno a noi esso è ancora destabilizzato da ambizioni e decisioni che calpestano la giustizia e la pace. Tuttavia, davanti alle sfide che ci interpellano, essere un popolo dal grande passato rappresenta un dono e una responsabilità.

L’immagine del ponte sullo Stretto dei Dardanelli, scelta come emblema di questo mio viaggio, esprime con efficacia il ruolo speciale del vostro Paese. Voi avete un posto importante nel presente e nel futuro del Mediterraneo e del mondo intero, anzitutto valorizzando le vostre interne diversità. Prima di collegare Asia ed Europa, Oriente e Occidente, infatti, quel ponte lega la Türkiye a sé stessa, ne compone le parti e così ne fa, per così dire, dall’interno un crocevia di sensibilità, che omologare rappresenterebbe un impoverimento. Una società, infatti, è viva se è plurale: sono i ponti fra le sue diverse anime a renderla una società civile. Oggi le comunità umane sono sempre più polarizzate e lacerate da posizioni estreme, che le frantumano.

Desidero assicurare che all’unità del vostro Paese intendono contribuire positivamente anche i cristiani, che sono e si sentono parte dell’identità turca, tanto apprezzata da San Giovanni XXIII, da voi ricordato come il “Papa turco” per la profonda amicizia che lo legò sempre al vostro popolo. Egli, che fu Amministratore del Vicariato Latino di Istanbul e Delegato Apostolico in Türkiye e Grecia dal 1935 al 1945, si adoperò intensamente affinché i cattolici non si estraniassero dalla costruzione della vostra nuova Repubblica. «Ecco – scriveva in quegli anni –, noi cattolici latini di Istanbul, e cattolici di altro rito: armeno, greco, caldeo, siriano, ecc. siamo qui una modesta minoranza che vive alla superficie di un vasto mondo con cui abbiamo solo contatti di carattere esteriore. Noi amiamo distinguerci da chi non professa la nostra fede: fratelli ortodossi, protestanti, israeliti, musulmani, credenti o non credenti di altre religioni […]. Pare logico che ciascuno si occupi di sé, della sua tradizione familiare o nazionale, tenendosi serrato entro il cerchio limitato della propria consorteria […]. Miei cari fratelli e figliuoli: io debbo dirvi che nella luce del Vangelo e del principio cattolico, questa è una logica falsa». [1] Da allora, indubbiamente, grandi passi avanti sono stati fatti in seno alla Chiesa e nella vostra società, ma quelle parole sprigionano ancora molta luce e continuano a ispirare una logica evangelica e più vera, che Papa Francesco ha definito “cultura dell’incontro”.

Dal cuore del Mediterraneo, infatti, il mio venerato Predecessore oppose alla “globalizzazione dell’indifferenza” l’invito a sentire il dolore altrui, ad ascoltare il grido dei poveri e della terra, ispirando così un agire compassionevole, riflesso dell’unico Dio, che è clemente e misericordioso, «lento all’ira e grande nell’amore» (Sal 103,8). L’immagine del grande ponte è di aiuto anche in questo senso. Dio, rivelandosi, ha stabilito un ponte fra cielo e terra: lo ha fatto perché il nostro cuore cambiasse, diventando simile al suo. È un ponte sospeso, grandioso, che quasi sfida le leggi della fisica: così è l’amore, che, oltre alla dimensione intima e privata, ha anche quella visibile e pubblica.

Giustizia e misericordia sfidano la legge della forza e osano chiedere che la compassione e la solidarietà siano considerate criteri di sviluppo. Per questo, in una società come quella turca, dove la religione ha un ruolo visibile, è fondamentale onorare la dignità e la libertà di tutti i figli di Dio: uomini e donne, connazionali e stranieri, poveri e ricchi. Tutti siamo figli di Dio e questo ha conseguenze personali, sociali e politiche. Chi ha un cuore docile al volere di Dio promuoverà sempre il bene comune e il rispetto per tutti. Oggi questa è una grande sfida, che deve rimodellare le politiche locali e le relazioni internazionali, specialmente davanti a un’evoluzione tecnologica che potrebbe altrimenti accentuare le ingiustizie, invece di contribuire a dissolverle. Persino le intelligenze artificiali, infatti, riproducono le nostre preferenze e accelerano i processi che, a ben vedere, non sono le macchine, ma è l’umanità ad avere intrapreso. Lavoriamo dunque insieme, per modificare la traiettoria dello sviluppo e per riparare i danni già inferti all’unità della famiglia umana.

Signore e Signori, ho parlato di “famiglia umana”. Si tratta di una metafora che ci invita a stabilire un collegamento – ancora una volta un ponte – fra i destini di tutti e l’esperienza di ciascuno. Per ognuno di noi, infatti, la famiglia è stata il primo nucleo della vita sociale, in cui sperimentare che senza l’altro non c’è “io”. Più che in altri Paesi, la famiglia conserva nella cultura turca una grande importanza e non mancano iniziative per sostenerne la centralità. Al suo interno, infatti, maturano atteggiamenti essenziali per la convivenza civile e una prima, fondamentale sensibilità verso il bene comune. Certo, ogni famiglia può anche chiudersi in sé stessa, coltivare inimicizie, o impedire a qualcuno dei suoi membri di esprimersi, fino a ostacolare lo sviluppo dei suoi talenti. Tuttavia, non è da una cultura individualistica, né dal disprezzo del matrimonio e della fecondità, che le persone possono ottenere maggiori opportunità di vita e di felicità.

A questo inganno delle economie consumistiche, in cui le solitudini diventano business, è bene rispondere con una cultura che apprezza gli affetti e i legami. Solo insieme diventiamo autenticamente noi stessi. Solo nell’amore diventa profonda la nostra interiorità e forte la nostra identità. Chi disprezza i legami fondamentali e non impara a sostenerne persino i limiti e le fragilità, più facilmente diventa intollerante e incapace di interagire con un mondo complesso. Nella vita familiare infatti emergono in modo del tutto specifico il valore dell’amore coniugale e l’apporto femminile. Le donne, in particolare, anche attraverso lo studio e la partecipazione attiva alla vita professionale, culturale e politica, sempre più si mettono a servizio del Paese e della sua positiva influenza nel panorama internazionale. Dunque, sono molto da apprezzare le importanti iniziative in tal senso, a sostegno della famiglia e del contributo femminile alla piena fioritura della vita sociale.

Signor Presidente, possa la Türkiye essere un fattore di stabilità e di avvicinamento fra i popoli, a servizio di una pace giusta e duratura. La visita in Türkiye di quattro Papi – Paolo VI nel 1967, Giovanni Paolo II nel 1979, Benedetto XVI nel 2006 e Francesco nel 2014 – attesta che la Santa Sede non solo mantiene buone relazioni con la Repubblica di Türkiye, ma desidera cooperare a costruire un mondo migliore con l’apporto di questo Paese, che costituisce un ponte tra Est e Ovest, tra Asia ed Europa, e un crocevia di culture e religioni. L’occasione stessa di questo viaggio, il 1700° anniversario del Concilio di Nicea, ci parla di incontro e di dialogo, come pure il fatto che i primi otto Concili ecumenici si tennero nelle terre dell’attuale Türkiye.

Oggi più che mai c’è bisogno di personalità che favoriscano il dialogo e lo pratichino con ferma volontà e paziente tenacia. Dopo la stagione della costruzione delle grandi organizzazioni internazionali, seguita alle tragedie delle due guerre mondiali, stiamo attraversando una fase fortemente conflittuale a livello globale, in cui prevalgono strategie di potere economico e militare, alimentando quella che Papa Francesco chiamava “terza guerra mondiale a pezzi”. Non bisogna cedere in alcun modo a questa deriva! Ne va del futuro dell’umanità. Perché le energie e le risorse assorbite da questa dinamica distruttiva sono sottratte alle vere sfide che la famiglia umana oggi dovrebbe affrontare invece unita, cioè la pace, la lotta contro la fame e la miseria, per la salute e l’educazione e per la salvaguardia del creato.

La Santa Sede, con la sua sola forza, che è quella spirituale e morale, desidera cooperare con tutte le Nazioni che hanno a cuore lo sviluppo integrale di ogni uomo e di tutti gli uomini e le donne. Camminiamo insieme, allora, nella verità e nell’amicizia, confidando umilmente nell’aiuto di Dio. Grazie.

Incontro con Rosy Bindi: ‘Stiamo perdendo il senso comunitario. Ho scritto un libro per difendere il bene essenziale, che è il presupposto di tutti gli altri, la salute’.

di Daniele Madau

Rosy Bindi, figura centrale del panorama politico e sociale italiano degli ultimi decenni, già ministra, presidente del PD e della Commissione parlamentare antimafia, sarà ospite, giovedì 27 novembre, del ‘Circolo Mazzolari’ di Tempio Pausania. Ricorderà Vittorio Bachelet e presenterà il suo libro ‘Una sanità uguale per tutti’. ‘La Riflessione’ ha potuto incontrarla, in un prezioso dialogo sulle tematiche del libro e su quelle di più stringente attualità

Presidente, partirei dalla stretta attualità. Oggi è il 25 novembre, giornata per l’eliminazione della violenza di genere. Da poco la Camera ha votato, promuovendolo all’unanimità, il disegno di legge sul consenso ‘libero e attuale’ all’interno di un rapporto sessuale. Sembra un importante passo avanti. Come lo giudica lei, di cui tutti ricordiamo le parole: ‘Non sono una donna a disposizione’?

Credo che sarebbe stato un passo importante, ma proprio oggi al Senato la legge è stata bloccata dalla maggioranza. E’ un fatto grave. Le donne avrebbero avuto uno strumento in più per proteggersi e non doversi giustificare davanti a un giudice, dimostrando che hanno subito davvero violenza e che loro non erano consenzienti. In ogni caso che sarebbe giusto, per le donne, non dover più essere sottoposte a interrogatori o richieste di prove che uniscano violenza ad altra violenza.

Ieri il ‘Campo largo’ ha vinto in due regioni su tre, ma l’astensionismo è stato elevatissimo

Il risultato era, complessivamente, annunciato. Diciamo che, con l’esito di ieri, nelle elezioni regionali siamo tre a tre, da un punto di vista di presidenze, dopo le tornate in Toscana, Calabria, Marche, Puglia, Campania, Veneto. Ma le regioni conquistate dal ‘campo largo’ sono molto più popolose, e questo è un dato a tutto vantaggio del centro-sinistra. E’ giusto quanto affermato dai suoi leaders sul fatto che anche le regioni sono contendibili. Ma la vera contendibilità deve basarsi sulla lotta all’astensionismo. In tutta Italia, infatti, sta governando una minoranza e questo è un dato che mette in crisi la democrazia stessa, dato dovuto ai tanti, e gravi, problemi avvertiti dalla gente che la politica non sa risolvere. Tutte le forze politiche devono farsi carico di questa emergenza ma, soprattutto, direi che è un dovere prioritario delle forze di centro-sinistra.

Lei sarà ospite, per parlare dei cattolici in politica e di Vittorio Bachelet, e per presentare il suo ultimo libro, del circolo Don Primo Mazzolari di Tempio. Quanto è stata importante la figura di Mazzolari nella formazione della sua persona?

Come tutti coloro che possiamo considerare, tra virgolette, ‘eretici’, ‘irregolari’, è stato un mio modello, un mio punto di riferimento. Come Don Milani, Dossetti, padre Balducci, La Pira, insieme a Moro e Bachelet, ha rappresentato sul piano ecclesiale e civile una ‘irregolarità’, una figura da ‘prete rosso’ o ‘comunistello di sagrestia’, come veniva chiamato La Pira, che ha anticipato i contenuti del concilio Vaticano II. Alla fine, però, come ci ha spiegato Papa Francesco, erano persone che seguivano il Vangelo, per i quali i poveri, gli scartati erano il centro della Chiesa e della vita civile

Vorrei parlare ora del suo libro, ‘Una sanità uguale per tutti’. Come è possibile che una conquista fondamentale come il sistema sanitario nazionale sia ora da difendere? Penso che, evidentemente, c’è stato un cambio di paradigma, che ha cambiato le priorità.

Se una società non è in grado di garantire a tutti, senza discriminare, la tutela del diritto fondamentale alla salute, attraverso un sistema sanitario che non può che essere bene comune e non mercato, quali altri beni sarà in grado di assicurarci? La salute è il presupposto di ogni altra attività della vita. Se una comunità non è in grado di garantire, in maniera uguale, questo bene, gli altri beni che fine faranno? Sì, è cambiato il paradigma. Quando la legge è stata votata- negli anni ’70 – insieme a tante altre, per dare attuazione alla nostra Costituzione, si respirava un clima culturale di amore nei confronti della cosa pubblica. Ora, dopo varie riforme, invece respiriamo un clima che è strettamente legato al pensiero politico dominante, in cui vale il denaro, la forza delle armi, l’individualismo. Penso a Don Milani:’ Ho scoperto che abbiamo lo stesso problema. Uscirne insieme è politica, uscirne soli è avarizia’. Siamo in un tempo di grande avarizia, di soluzioni individualistiche a problemi comuni. Abbiamo assistito, dagli anni ’50 a oggi, a varie fasi di partecipazione del popolo alla vita civile. L’astensionismo è legato anche a questo, a un progressivo allontanamento. La legge sul sistema sanitario, invece, la volevano tutti: le università, i lavoratori,le donne, gli intellettuali. Oggi, invece, ci rassegniamo davanti al fatto che ci stanno portando via il sistema sanitario nazionale. Io ho scritto il libro per combattere questo.

All’orizzonte, però, si profilano anche altri pericoli per la sanità, come l’autonomia differenziata o l’assenza di una lotta all’evasione fiscale veramente efficace

Sì, sono sintomi di quella perdita di senso comunitario di cui abbiamo parlato. Le tasse diventano ‘pizzo di Stato’, invece che il modo di contribuire ai servizi necessari. La, sacrosanta, autonomia diventa il modo per dividere il Paese e non per unirlo. L’unità nazionale, quindi, diventa un peso più che un’opportunità. Sul piano internazionale, poi, si ritorna ai nazionalismi, ai sovranismi, alla perdita di forza del diritto internazionale, e torna la guerra. Tutto si tiene. Noi, in questi ultimi cinque anni, ci siamo giocati ottantanni di storia.

Lei, negli ultimi tempi, più volte ha sottolineato l’urgenza di far sentire inclusa nel cantro- sinistra anche una parte più moderata. Ha in mente i cattolici?

Sì, anche se io non vorrei chiamare moderati i cattolici. Se oggi ci sono delle idee capaci di interpretare la radicalità del momento- penso alla dottrina sociale della Chiesa- sono quelle dei cattolici. Penso al magistero di Papa Francesco, e a quello di Leone: altro che moderati! Nelle loro parole c’è una forza dirompente. I poveri al centro, l’ambiente, l’immigrazione. Sono argomenti che ci spingono non al quieto vivere, ma alla radicalità. Come il vangelo, come gli ‘eretici’ di cui abbiamo parlato. Poi, certo, ho in mente anche cattolici moderati- pensando a chi ci ha governato per decenni- anche se De Gasperi parlava di ‘centro che marcia a sinistra’. Ho in mente tematiche di sicurezza, di politiche migratorie, che vanno trattate in maniera tale da andare incontro a una certa sensibilità. Penso poi ai ceti produttivi,ai professionisti che, tra l’altro, rischiano di venire traditi, se governati da una destra illiberale, che porterà, a breve, l’Italia in perdita, quando termineranno i fondi del PNRR.

Le non è più in Parlamento dal 2018. Alcuni suoi interessi, però, fanno ancora parte della sua vita. Penso all’attività antimafia, che, dopo essere stata Presidente della Commissione Antimafia, la caratterizza ancora

Da quando ho lasciato la politica, non ho più nessun incarico, che so, in qualche consiglio di amministrazione : credo di essere uno dei pochi ex politici ad aver preso questa scelta. Nella mia vita politica, ho dato tanto e ricevuto di più. Ho accettato solo la presidenza del comitato per i cento anni di Don Milani, perché il suo messaggio è di una attualità straordinaria, come quello di Don Mazzolari. Do una mano a Don Ciotti, un altro ‘eretico irregolare’, come quelli di cui abbiamo parlato prima, stando, però-come dire- in panchina.

Trump e Rubio vogliono i dati dei governi europei sui crimini commessi dai migranti (e chiedono alle ambasciate Usa di raccoglierli)

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

Giovedì scorso, il 21 novembre, il dipartimento di Stato americano ha inviato un cabloalle sue ambasciate e consolati in Europa, Canada, Australia e Nuova Zelanda, chiedendo loro di iniziare a “raccogliere dati su crimini legati ai migranti e agli abusi dei diritti umani facilitati da persone con background migratorio”. Ieri un funzionario del dipartimento di Stato – sotto anonimato – ne ha parlato in un briefing con un gruppo di giornalisti tra cui noi del Corriere. Lo stesso 21 novembre, sul profilo social del dipartimento di Stato su X, era apparso il seguente messaggio: “Le migrazioni di massa costituiscono una minaccia esistenzialealla civiltà occidentale e minano la stabilità degli alleati-chiave americani”.

La vostra corrispondente del Corriere ha chiesto se ci sia stata una collaborazione con il governo Meloni in Italia: il funzionario ha risposto che “l’amministraazione Trump ha una grandissima opinione della premier Meloni e in particolare del fatto che sia pornta a chiamare le migrazioni di massa per quello che sono”. Gli americani comunque non hanno coinvolto preventivamente gli altri governi, prima di inviare il cablo. “La speranza è che attraverso questo cablo incoraggeremo il dialogo. E abbiamo indicato alle nostre ambasciate di contattare i governi per comunicare le nostre preoccupazioni e la nostra disponibilità ad individuare alcuni casi di cui magari non hanno mai sentito parlare, senza alcuna colpa perché sono molto impegnati”.

I dati racconti da ambasciate e consolati Usa andranno nel rapporto sui diritti umani del dipartimento di Stato, che in passato era concentrato su minoranze, donne e comunità Lgbtq. Ma non è questa l’unica finalità della raccolta di queste informazioni: l’obiettivo è anche quello di sottolineare che le migrazioni di massa sono un problema di diritti umani. Non si tratta solo di immigrazioneillegale. “Le migrazioni di massa sono una preoccupazione in sé stesse, anche e sappiamo ovviamente che ci sono brave persone… l’America ha una storia di gente fantastica arrivata legalmente e assimilata nella cultura americana”.

L’Italia, continua il funzionario, è uno di “un paio di governiin Europa che hanno avuto il grande coraggio di contrastare la narrazione prevalente, le bugie dell’apertura radicale dei confini, e la premier Mleoni è una di questi insieme al premier Orbane ad alcuni  nostri amici in Polonia”. “Sappiamo che l’Italia sta iniziando a fare passi concreti per affrontare da sola la crisi delle migrazioni – ci dice ancora il funzionario- . E siamo pronti, desiderosi e capaci di appoggiare i nostri amici in Italia e nei Paesi europei che vogliono agire. Uno dei punti indicati nel cablo era di far sì che i governi in vari Paesi sappiano che siamo davvero preoccupati per il Patto per la migrazione e l’asilo della Ue, in particolare per la questione della sovranità: avete una istituzione a Bruxelles che determina le politiche di immigrazione per gli Stati sovrani, che è un problema in sé, ma c’è anche la possibilità che questo patto possa esacerbare le preoccupazioni attuali legate alle migrazioni di massa. In Italia però siamo grati alla premier Meloni e programmiamo di lavorare con lei quanto più possibile, per aiutarla a realizzare i suoi obiettivi sull’immigrazione”. 

I dati sulle violazioni dei diritti umani che il governo americano vuole raccogliere in Europa, Canada, Australia e Nuova Zelanda includono le violenze e aggressioni sessuali “particolarmente contro donne e ragazze da parte di persone con un background migratorioe di origini islamiche estremiste”. Il funzionario ha aggiunto: “Vediamo casi di traffico di esseri umani, attacchi antisemiti e anti-cristiani, in gran parte per mano di persone con background islamico radicale”. E ha aggiunto che c’è un problema di alloggi: “I grossi flussi migratori spesso hanno un impatto sui alloggi che vengono comprati dai governi per collocarvi i migranti. E questo ovviamente può causare lo spostamento delle persone o la degradazione del valore della proprietà per i cittadini di quei Paesi”.

Ma non si tratta solo di osservare. Venerdì, in un messaggio social condiviso da Marco Rubio, il dipartimento di Stato diceva di “chiedere ai governi azioni coraggiose per difendere i cittadini dalla minaccia delle migrazioni di massa”. Il presidente Trump è stato critico delle politiche europee sull’immigrazione e il vicepresidente J.D. Vance a Monaco all’inizio di quest’anno ha accusato le democrazie europee per le loro politiche sui migranti e sulla libertà di espressione.  “Vediamo i paesi in Europa e in Occidente come i nostri più grandi alleati – ci spiega il funzionario del dipartimento di Stato – ma allo stesso tempo questa amministrazione non ha paura di criticarli quando vediamo problemi seri e quando nutriamo preccupazioni serie. E’ così che si fa quando hai un rapporto stretto”. E aggiunge: “C’è una direttiva nel cablo che spinge a interagire direttamente con i governi per trasmettere idee e preoccupazioni, che è qualcosa che i governi fanno continuamente l’uno con l’altro, ma anche per indicare che siamo pronti ad aiutare. In parte si tratta di raccogliere dati che i governi possono fornire sul fenomeno della criminalità.Queste statistiche non vengono rese pubbliche, quindi speriamo che siano state registrate dai governi nel passato, e forse il nostro coinvolgimento può spingerli a raccoglierli. O forse lo fanno già e quindi parte del lavoro sarò cooperare con loro”. 

VISTO DA BRUXELLES 

La lettura degli Stati Uniti del Patto per la migrazione e l’asilo come di una serie di leggi imposte da Bruxelles non è corretta. Né è corretta l’immagine di un’Unione europea invasa dai migranti. Secondo i dati preliminari di Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, gli ingressi irregolari in Ue sono diminuiti del 22% nei primi dieci mesi del 2025, attestandosi a 152.000. Il Mediterraneo centrale è rimasto però la rotta più trafficata, registrando quest’anno due ingressi irregolari su cinque in Ue. La Libia è il punto debole: rimane il principale punto di partenza, rappresenta il 90% di tutti gli arrivi su questa rotta. Mentre sono calate le partenze dall’Africa occidentale e che passano dai Balcani occidentali a dal confine terrestre orientale. Gli ingressi irregolari sulla rotta del Mediterraneo occidentale sono invece aumentati del 27%. Le nazionalità più frequentemente segnalate sono bengalese, egiziana e afghana.

Come in ogni processo legislativo europeo, la Commissione propone delle norme che poi vengono modificate dagli Stati membri nel negoziato con il Parlamento. Il risultato finale è quello che gli Stati hanno accettato. Ad esempio le regole sulla migrazione proposte dalla Commissione Juncker nel 2018 non sono mai state approvate perché i Paesi Ue non si sono mai messi d’accordo sul loro contenuto. Il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo è stato approvato a maggioranza qualificata come prevedono i Trattati per questa materia ed entrerà in vigore a giugno 2026. Gli Stati si stanno preparando. L’Italia è tra i Paesi che hanno votato a favore del nuovo Patto, mentre Ungheria e Polonia hanno votato contro, ribadendo che non intendono applicarlo. Le nuove regole prevedono un meccanismo di solidarietà per andare incontro ai Paesi che stanno vivendo una pressione migratoria di un «livello sproporzionato».

Il report della Commissione pubblicato l’11 novembre scorso ha riconosciuto questo status a Italia, Grecia, Cipro e Spagna. Questi Paesi possono chiedere di accedere al nuovo strumento di solidarietà previsto dal Patto quando entrerà in vigore.  Gli Stati potranno scegliere tra il ricollocamento (sempre facoltativo), un contributo finanziario compensativo oppure un sostegno alternativo, attraverso ad esempio la fornitura di personale per gestire le operazioni di frontiera. Tuttavia anche i Paesi destinatari dei movimenti secondari sono stati riconosciuti «a rischio di pressione migratoria»: Belgio, Bulgaria, Germania, Estonia, Irlanda, Francia, Croazia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia e Finlandia. Dunque potranno far valere questa condizione quando dovranno calcolare la solidarietà da offrire e potranno scomputare l’accoglienza che già offrono. In più avranno accesso prioritario agli strumenti di solidarietà.

C’è poi una terza categoria che riguarda i Paesi che si trovano ad affrontare «una situazione migratoria significativa» a causa delle pressioni degli ultimi cinque anni: Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Croazia, Austria e Polonia che potranno chiedere di essere esentati dal contributo di solidarietà. Nessuna categoria speciale invece per Ungheria, Romania, Danimarca, Portogallo, Lussemburgo e Malta. La Commissione ha anche presentato il primo «pool di solidarietà» con i numeri dell’aiuto che gli Stati membri negozieranno in seno al Consiglio: base di partenza un minimo di 30 mila ricollocamenti o 600 milioni di euro di contributi (20 mila euro per ogni migrante non accettato). Per l’Olanda, ad esempio, pagare 20 mila euro a migrante è molto più conveniente che sostenere il costo dell’accoglienza, che all’anno è di oltre 33 mila euro (91 euro al giorno) a migrante in caso di trattamento regolare, che sale a circa 67 mila euro in caso di appoggio a strutture d’emergenza come hotel (184 euro al giorno).  Non sarà facile il negoziato tra gli Stati, tanto più che i partiti populisti nazionali fanno campagna contro il Patto come l’AfD in Germania, il Rassemblement national in Francia, la Lega in Italia, il Pis in Polonia o Fidesz (il partito di Orbán) in Ungheria. Tutti partiti che vengono elogiati dal movimento Maga. (Il funzionario del dipartimento di Stato ha dichiarato comunque che non c’è stato alcun coordinamento con alcun partito). 

È anche vero però che la sensibilità in Europa nei confronti della migrazione irregolare è cambiata. Ora le «soluzioni innovative» di cui ha iniziato a parlare l’Italia con il modello Albania non sono più un tabù. E le colazioni sull’immigrazione organizzate da Italia e Danimarca prima dei vertici Ue sono sempre più affollate, adesso contano una ventina di partecipanti: l’obiettivo è trovare soluzioni europee nella gestione dell’immigrazione irregolare concentrandosi sulla dimensione esterna, attraverso accordi di rimpatrio e partnership economiche con i Paesi terzi. Più di recente è stato sdoganata anche l’espressione «deportazione» per i migranti di Paesi terzi che non hanno diritto all’asilo in Europa. La commissaria Ue al Mediterraneo Dubravka Šuica, croata del Ppe, in un intervento pubblico ha detto che «chi è arrivato in Europa illegalmente dovrebbe andarsene, dovrebbe essere deportato, giusto per essere chiari» e ha argomentato che va fatta «una netta distinzione tra migrazione legale e illegale»: «Stiamo lavorando al regolamento sui rimpatri — ha specificato —. Chi è arrivato illegalmente in Europa deve andarsene». L’amministrazione Trump può stare tranquilla.

GRATITUDINE

Il briefing è indicativo di come questa amministrazione vede gli alleati europei. “Ci stanno a cuore i nostri amici in Europa…. Ma per poter avere una alleanza forte, abbiamo bisogno di una cittadinanza forte… E così gi Stati Uniti sono pronti, desiderosi e capaci di porre fine alla piaga delle migrazioni di massa”. Si tratta di un progetto che va al di là dell’Europa, ma “la ragione per cui abbiamo iniziato dall’Europa è che sono i nostri più grandi alleati, Paesi democratici, con cui abbiamo valori condivisi, una eredità occidentale comune, una cultura occidentale comune. L’America in molti modi viene dall’Europa e quindi abbiamo un debito di gratitudine”. 

“Perdiamo un fratello e un vero combattente”. Addio a Loris Rispoli, combattente per la verità sul Moby Prince

La ‘Riflessione Politica’ è sempre stata, e sarà sempre, in prima linea nella battaglia per la verità sulla strage del Moby Prince. Battaglia che ha perso un grande combattente. Riceviamo e  pubblichiamo il comunicato stampa dell’associazione delle vittime.

“Perdiamo un fratello e un vero combattente, che ci ha insegnato come si lotta per la verità e la giustizia”. Così i presidenti delle associazioni dei familiari delle vittime del Moby Prince, Luchino Chessa e Nicola Rosetti, ricordano il compagno di mille battaglie, Loris Rispoli – fondatore e presidente dell’associazione 140 -, morto sabato 22 novembre all’età di 69 anni. Per trent’anni Loris, fino a quando la salute glielo ha consentito, ha lottato per cercare la verità e chiedere giustizia per le vittime – e i loro familiari – di una strage, quella del 10 aprile 1991, rimasta senza colpevoli.

“Loris – hanno aggiunto Chessa e Rosetti – è stato un grande combattente, una Giovanna D’Arco, ma anche purtroppo un Don Chisciotte per il muro di gomma che lui e tutti noi familiari abbiamo trovato nella lotta per la verità. Abbiamo combattuto con lui per tutti questi anni nella speranza di arrivare alla fine della storia. Loris non ci è riuscito; Angelo Chessa, grande combattente come lui, ci ha lasciati a giugno 2022 con la speranza nel cuore di uno squarcio di verità. Senza di loro – hanno proseguito – la nostra famiglia #iosono141 è orfana, ma la resilienza che accomuna i familiari, gli amici e le tantissime persone che ci seguono e ci supportano da anni ci continua a dare la forza di andare avanti per una verità vera e non di comodo”.

Poi la richiesta, unanime e dal cuore: “Chiediamo a tutti i membri della Commissione parlamentare di inchiesta sulla strage del Moby Prince, a partire dal presidente Pietro Pittalis, di andare avanti con forza e dedicare il lavoro a Loris Rispoli e Angelo Chessa”. Intanto è stata fissata la data dei funerali: la salma sarà trasferita dalla camera mortuaria dell’ospedale alle sale del commiato Svs antistanti il cimitero della Cigna. I funerali si terranno martedì 25 novembre alle 9.30.



Narrazioni mediali e modelli di mascolinità

di Elisa Mandelli, per l’ ‘Aula di Lettere’ Zanichelli

Il 25 novembre sarà la giornata internazionale contro la violenza di genere. Come i media contribuiscono a costruire l’immaginario del maschile? Dalla manosfera alle serie contemporanee, l’articolo indaga le rappresentazioni contemporanee della mascolinità, tra adesione ai modelli dominanti e apertura di nuove possibilità.

Raccontare la violenza di genere non è mai un gesto neutro: le parole, le immagini e la prospettiva adottata contribuiscono a formare lo sguardo collettivo su ciò che accade.

Nel giornalismoil racconto dei femminicidi segue spesso schemi ricorrenti e stereotipati, difficili da scardinare nonostante ne siano stati più volte evidenziati i limiti.

L’attenzione si concentra spesso sui comportamenti, le abitudini o l’abbigliamento della vittima, suggerendo, più o meno implicitamente, che possano spiegare o giustificare la violenza: un processo di “vittimizzazione secondaria”, che colpevolizza chi l’ha subita.

Quando lo sguardo si sposta su chi agisce violenza, l’accento cade invece sulla sua “normalità”: un uomo comune, rispettabile, “insospettabile”. Per cercare di spiegare l’accaduto si invocano il raptus, la gelosia, la perdita di controllo.

Questo linguaggio riduce la violenza a un fatto isolato, eccezionale o patologico, e finisce per nascondere le strutture più profonde che la rendono possibile: il contesto culturale, le forme di relazione e i modelli che definiscono cosa significhi “essere uomini”.

Il tema di come raccontare la violenza di genere è dibattuto da diversi anni: il Manifesto per il rispetto e la parità di genere nell’informazione (noto come Manifesto di Venezia) è un documento deontologico promosso nel 2017 da giornaliste e giornalisti italiani per un’informazione rispettosa e consapevole sul tema della violenza di genere. Impegna i professionisti dei media a usare un linguaggio corretto, evitare stereotipi e sensazionalismo, e a raccontare la realtà dal punto di vista delle vittime, nel rispetto della parità e dei diritti. 

Leggi il Manifesto di Venezia: https://www.fnsi.it/upload/70/70efdf2ec9b086079795c442636b55fb/0d8d3795eb7d18fd322e84ff5070484d.pdf

Definire la mascolinità

Per secoli il maschile è stato considerato il neutro universale: misura implicita di tutto, ma mai oggetto di definizione.

Assunto come norma, non ha dovuto guardarsi né mettersi in discussione. Le donne, al contrario, hanno nominato la propria esperienza e costruito per sé modelli e immaginari alternativi a quelli imposti dalla società. Oggi le ragazze possono contare su molteplici idee rispetto all’essere donna, mentre per i maschi il repertorio resta limitato.

Da alcuni decenni, studiose e studiosi si stanno interrogando sulla costruzione sociale della mascolinità, mettendo in luce come sia vincolata da aspettative culturali che impongono agli uomini di misurarsi con un ideale di forza, successo e autocontrollo che spesso diventa gabbia identitaria, rendendo difficile esprimere fragilità o bisogno di cura.

In una bibliografia che si fa sempre più fitta, rimane centrale il saggio La volontà di cambiare. Mascolinità e amore (2004), in cui la studiosa femminista Bell Hooks spiega come la cultura patriarcale chieda ai ragazzi di reprimere le emozioni e mostrarsi sempre forti, offrendo in cambio il privilegio del dominio ma al prezzo della distanza da parti essenziali di sé. La rabbia rimane l’unica valvola di sfogo concessa: la violenza, nelle sue diverse forme, diventa quindi una componente strutturale delle relazioni.

Per Hooks, il cambiamento passa dal riconoscimento che esistono modi diversi e divergenti di essere uomini. Le narrazioni mediali hanno un ruolo cruciale in questo percorso: da un lato spesso confermano il modello unico della virilità, dall’altro possono aprirsi a raccontare maschilità plurali, insegnando — come scrive hooks — “l’arte del possibile”.


Copenaghen oggi al voto: per la prima volta in 87 anni i socialdemocratici rischiano di perdere il Comune. E’ l’effetto Mamdani?

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

La premier danese Mette Frederiksen. Dal 28 giugno 2015 è anche la leader dei Socialdemocratici del suo Paese (foto Afp)

Oggi si terranno le elezioni amministrative in tutti i 98 comuni e 4 regioni danesi. E per la prima volta dal 1938 – quindi in 87 anni – i socialdemocratici rischiano di perdere il Comune di Copenaghen, proprio mentre la premier Mette Frederiksen incassa successi in Europa alla guida della presidenza di turno dell’Ue. A vincere in città non sarebbe però la destra, bensì la sinistra: i cittadini di Copenaghen sembrano non condividere più le politiche moderate per affrontare le problematiche locali né le posizioni dure dei socialdemocratiche sull’immigrazione, quelle che hanno fatto vincere Frederiksen alle elezioni politiche nel 2019 e nel 2022. 

Copenaghen come New York? Il paragone potrebbe essere una forzatura, ma un filo rosso c’è: l’elettorato dei grandi centri urbani si sta spostando a sinistra. Ma lo stesso fenomeno non lo si assiste in provincia.

Il democratico Zohran Mamdani ha vinto a New York promettendo di rendere i prezzi della metropoli più accessibili per le persone che ci vivono e ci lavorano, impegnandosi a far fronte all’emergenza abitativa a New York, «congelando» per quattro anni il prezzo degli affitti, promettendo autobus gratuiti e assistenza all’infanzia universale gratuita per bambini fino ai cinque anni. Mamdani ha promesso di mantenere lo status di New York come «città santuario» per gli immigrati in netto contrasto con il presidente Trump.

Copenaghen non è New York, ma anche qui il costo della vita è molto elevato nonostante il generoso welfare danese. L’housing sociale è uno dei cavalli di battaglia dei socialdemocratici in Europa.
 
«La corsa a sindaco di Copenaghen è importante perché la città spesso detta il tono politico nazionale e la carica ha un peso simbolico e strategico reale — spiega il quotidiano danese Politiken —. La lotta di potere tra Socialdemokratiet, Socialistisk Folkeparti ed Enhedslisten (l’Alleanza rosso-verde, ndr) potrebbe rimodellare gli equilibri della sinistra e influenzare la posizione dei socialdemocratici a livello nazionale». Le elezioni comunali di Copenaghen sono dunque seguite con interesse dai socialisti europei che sembrano smarriti di fronte a un centrodestra che sta conquistando uno a uno i Paesi Ue. Al tavolo del Consiglio europeo, oltre al presidente António Costa, ormai siedono su ventisette solo tre leader socialdemocratici: lo spagnolo Pedro Sánchez, la danese Mette Frederiksen  e il maltese Robert Abela.

Da tempo però Frederiksen è considerata quasi come un corpo estraneo dai socialisti europei per le sue posizioni sull’immigrazione, che l’hanno portata ad allearsi su questo tema con la premier Giorgia Meloni. Al congresso del Partito socialista europeo, che si è tenuto a metà ottobre ad Amsterdam, Frederiksen non si è presentata: un anno fa era stata fischiata. Eppure c’è chi come il premier laburista Keir Starmer si è ispirato al modello danese. Il governo britannico ha proposto una riforma radicale del sistema di immigrazione, che punta a introdurre soggiorni temporanei per i rifugiati, a rivedere le leggi sui diritti umani per contribuire ad aumentare le espulsioni anche delle famiglie con minori, minaccia i paesi di divieti di visto se non accettano il rimpatrio di criminali e immigrati clandestini, contempla la possibilità di confiscare i beni dei richiedenti asilo per contribuire alle spese. Misure che hanno suscitato grandi critiche all’interno del partito laburista.

Una rondine non fa primavera. La presa di New York da parte di un “socialista democratico” non è una cartina di tornasole anche perché la Grande Mela vota sistematicamente a sinistra, a differenza degli Stati che i democratici devono conquistare per avere la maggioranza al Congresso e vincere la presidenza. Ma il segnale che arriva dagli Stati Uniti, con la vittoria delle due governatrici democratiche per la Virginia e il New Jersey, l’ex agente della Cia Abigail Spanberger e l’ex pilota di elicotteri della Marina Mikie Sherrill, è che l’economia resta la chiave per convincere l’elettorato. Le campagne di Spanberger e Sherrill, ma anche di Mamdani, sono state all’insegna della lotta al carovita: affitto, bollette e costo del cibo

Un tema, invece, che in Danimarca e a Copenaghen non è divisivo è quello della transizione verde. In molti Paesi europei il centrodestra e la destra hanno vinto le elezioni promettendo un rallentamento del Green Deal. Il centrosinistra deve fare i conti anche con questo cambio di sensibilità tra gli elettori europei: i ceti meno abbienti si sentono (e sono) più colpiti economicamente dalla transizione in atto, dunque per difenderla vanno trovate le risorse per accompagnarli nella rivoluzione green e le soluzioni per renderla compatibile con l’industria.
 
Elezioni amministrative ed elezioni politiche seguono spesso criteri di scelta diversi nelle menti degli elettori. Ma la crisi dei socialdemocratici negli Stati Uniti come in Europa ha le stesse radici. New York e Copenaghen possono aiutare a far capire alcune delle priorità che non si possono più evitare. Però le risposte all’immigrazione irregolare rischiano di essere ancora un ago della bilancia nelle elezioni nei grandi Paesi come la Francia, l’Italia o la Polonia, che andranno alle urne nel 2027. Lo sono state anche negli Stati Uniti, come sa bene Trump. 

Discorso del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della cerimonia della “Giornata del Lutto nazionale”

Per l’alto valore morale e la profondità dei contenuti, ‘La Riflessione ‘ reputa un servizio ai lettori la pubblicazione integrale del discorso tenuto al Bundestag, primo italiano della storia, dal presidente Mattarella in occasione degli ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale

 Berlino, 16/11/2025

Signor Presidente Federale,

Signora Presidente del Bundestag,

Signor Cancelliere Federale,

Signor Presidente del Bundesrat,

Signor Presidente della Corte Costituzionale,

Signor Presidente del Volksbund,

Signore e Signori Deputati,

Gentili intervenuti,

Siamo in questa Aula solenne per fare memoria dei caduti, delle vittime della guerra e della violenza.

Caduti negli abissi della storia, nelle insidie tese da altri uomini.

La vita delle persone, dei popoli, delle nazioni, è colma di inciampi e di tragedie.

Talvolta per scelte individuali, più spesso per deliberato operare degli altri.

La Prima guerra mondiale lasciò sul terreno almeno 16 milioni di morti, la metà dei quali civili, oltre a venti milioni di feriti e mutilati.

La Seconda guerra mondiale, estesa al fronte del Pacifico, si calcola che abbia visto settanta milioni di morti.

Le vittime, Paese per Paese, sono impressionanti. E va sempre ricordato che non di numeri si tratta ma di persone.

Come è possibile che tutto questo sia potuto accadere e pretenda di ripresentarsi?

Quanti morti occorreranno ancora, prima che si cessi di guardare alla guerra come strumento per risolvere le controversie tra gli Stati, che se ne faccia uso per l’arbitrio di voler dominare altri popoli?

“Nie wieder”. “Mai più”.

È la espressione adottata nella comunità internazionale per condannare l’olocausto ebraico.

A “Nie wieder” si contrappone “wieder”: “di nuovo”.

A questo assistiamo.

Di nuovo guerra.

Di nuovo razzismo.

Di nuovo grandi disuguaglianze.

Di nuovo violenza.

Di nuovo aggressione.

Oggi, è per me motivo di grande onore essere qui e prendere parte alla Giornata del lutto nazionale tedesco, per commemorare, insieme, le vittime dei conflitti proprio nell’anno in cui celebriamo gli ottant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale.

I morti che qui ricordiamo, i morti nel mondo a causa della violenza dei conflitti riguardano ciascuno di noi se intendiamo essere considerati esseri umani.

Oggi rivolgiamo il nostro sguardo, il nostro pensiero, alle vittime di quelle tragedie.

Dai militari caduti ai civili, vittime di quella condizione – la guerra – che la Legge Fondamentale tedesca e la Costituzione italiana ripudiano, facendo propria la grande lezione derivante dal tragico secondo conflitto mondiale.

Ci uniamo, in una giornata di memoria e di lutto, perché ricordare la nostra storia comune è esercizio indispensabile nella nostra inesauribile aspirazione alla pace.

Memoria delle atrocità dell’uomo nel passato e dolore profondo per quelle presenti ci obbligano a un esercizio di consapevolezza: la pace non è un traguardo definitivo, bensì il frutto di uno sforzo incessante, fondato sul raggiungimento di valori condivisi e sul riconoscimento della inviolabilità della dignità umana di ogni persona, ovunque.

Da sempre la guerra ambisce a proiettare la sua ombra cupa sull’umanità.

Il Novecento, con lo sviluppo della industrializzazione della morte, ha trasformato la tragedia dei soldati in tragedia dei popoli.

Nei borghi d’Europa e nelle città distrutte dai bombardamenti, nelle campagne devastate, milioni di civili divennero bersagli.

Deportazioni, genocidi, hanno caratterizzato la Seconda guerra mondiale.

Da allora, il volto della guerra non si riflette soltanto in quello del combattente, ma diviene quello del bambino, della madre, dell’anziano senza difesa.

È quanto accade, oggi, a Kiev, a Gaza.

La guerra totale esige non la sconfitta, la resa del nemico, ma il suo annientamento. Un accrescimento di crudeltà.

Con l’era atomica, un solo gesto può cancellare una città e l’innocenza stessa del mondo.

A tutto questo Theodor Heuss – primo Presidente della Repubblica Federale Tedesca – contrappose il suo “Mut zur Liebe”, “il coraggio di amare” e il progetto di una “democrazia vivente”, ammonendo che: «Non vi è libertà senza umanità, e non vi è pace senza memoria.»

Democrazia vivente. È chiave fondamentale nel rapporto tra principio di autorità e principio di democrazia.

È, infatti, la democrazia che sorregge l’autorità e la legittima. Superando le tentazioni di totalitarismi che pretendono di essere e rappresentare il tutto.

Perché la democrazia parte dal principio di libertà che, a sua volta, si basa sulla universalità dell’uguaglianza tra le persone.

Nel dopoguerra, la nascita delle Nazioni Unite, le Convenzioni di Ginevra, hanno acceso la speranza di una pace fondata sul diritto, riaffermando un principio fondamentale: la popolazione civile deve essere protetta in ogni circostanza.

La cronaca successiva – dal Biafra ai Balcani, dal Ruanda alla Siria, fino all’Ucraina, alla Striscia di Gaza, al Sudan  – ci mostra, che la guerra continua a colpire soprattutto chi combattente non è.

Oggi, secondo le Nazioni Unite, oltre il 90% delle vittime dei conflitti è tra i civili. 

Questo non può rimanere ignorato e impunito.

Il numero di persone costrette ad abbandonare le proprie case, la propria terra, non ha precedenti.

Secondo il rapporto reso noto ad aprile dall’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, questi erano 122 milioni, in aumento di anno in anno.

Anche qui non si tratta di statistiche.

Sono volti, persone in cammino, famiglie cancellate, alle quali viene sottratto il futuro che preparavano.

Il Diritto internazionale umanitario, argine alla disumanità della guerra, è messo in discussione dai fatti.

Ma nessuna “circostanza eccezionale” può giustificare l’ingiustificabile: i bombardamenti nelle aree abitate, l’uso cinico della fame contro le popolazioni, la violenza sessuale.

La caduta della distinzione tra civili e combattenti colpisce al cuore lo stesso principio di umanità.  

È l’applicazione sistematica della ignobile pratica della rappresaglia contro gli innocenti.

Colpisce l’ordine internazionale, basato sul principio del rispetto tra i popoli e del riconoscimento dell’orrore della guerra, oggi aggravata dal continuo irrompere di nuove armi.

Signore e Signori Deputati,

questo scenario di dolore, eppure, ha antidoti.

La pace non è frutto di rassegnazione di fronte alle grandi tragedie. Ma di iniziative coraggiose, di persone coraggiose.

In questi decenni tanti attori della comunità internazionale – e tra essi l’Unione Europea – con ostinazione e non senza fatica, hanno perseguito la pace, che si nutre del rispetto dei diritti umani fondamentali.

Perché, se vuoi la pace, devi costruirla e preservarla.

La cooperazione tra Stati, istituzioni, popoli è la sola misura che può proteggere la dignità umana.

Sono le istituzioni multilaterali come le Nazioni Unite, la Corte Penale Internazionale, le missioni di pace, le agenzie umanitarie a concorrere alla impegnativa e affascinante fatica della costruzione di una coscienza globale.

Il multilateralismo non è burocrazia, come, invece, asseriscono i prepotenti: è l’utensile che raffredda le divergenze e ne consente soluzione pacifica; è il linguaggio della comune responsabilità.

È la voce che richiama al valore della vita di ogni singola persona, contrapposta all’arroganza di chi vorrebbe far prevalere la logica di una spregiudicata presunta ragion di Stato, dimentica che la sovranità popolare appartiene, appunto ai cittadini. La sovranità è dei cittadini e non appartiene a un Moloch impersonale che pretenda di determinarne i destini.

È uno strumento di difesa che gli abitanti del pianeta possono opporre alla logica della sopraffazione di chi – sentendosi momentaneamente in posizione di vantaggio – si ritiene legittimato a depredare gli altri.

Nuovi “dottor Stranamore” si affacciano all’orizzonte, con la pretesa che si debba “amare la bomba”.

Il Trattato del 1997 che mette al bando gli esperimenti nucleari non ha visto ancora la ratifica da parte di Cina, India, Pakistan, Corea del Nord, Israele, Iran, Egitto, Stati Uniti, mentre la Russia ha ritirato la sua nel 2023. Il rispetto, sin qui, delle prescrizioni che contiene, non attenua la minaccia incombente.

Si odono dichiarazioni di altri Paesi su possibili ripensamenti del rifiuto dell’arma nucleare. Emerge, allora, il timore che ci si addentri in percorsi ad alto rischio, di avviarsi ad aprire una sorta di nuovo vaso di Pandora.

Tutto questo viene agevolato dal diffondersi, sul piano internazionale, di un linguaggio perentorio, duramente assertivo, che rivendica supremazia.

Porta soltanto a sofferenze e a divisioni rottamare i trattati, le istituzioni edificate per porre riparo a violenze che nelle nostre società nazionali consideriamo reati e censuriamo severamente, comportamenti che taluno pretende che siano legittimi nei rapporti internazionali.

Va ribadito con risolutezza: la sovranità di un popolo non si esprime nel diritto di portare guerra al vicino.

La volontà di avere successo di una nazione non si traduce nel produrre ingiustizia.

La guerra di aggressione è un crimine.

Va riaffermato senza cedimenti, l’insegnamento di Norimberga: “se riusciremo a imporre l’idea che la guerra di aggressione è la via più diretta per la cella di una prigione e non per la gloria, avremo fatto un passo per rendere la pace più sicura”. Sono parole di Robert Jackson, procuratore di quel Tribunale.

Tocca a noi, tocca anche a noi.

Tocca ai nostri popoli, uniti nella sofferenza della responsabilità dell’ultima guerra mondiale, e capaci oggi di essere uniti nella costruzione di un futuro di pace e di progresso.

Tocca alla Repubblica Federale Tedesca, tocca alla Repubblica Italiana – come a tutti nella comunità internazionale – opporre la forza del diritto alla pretesa preminenza della forza delle armi.

Considero questa giornata anche un invito a riflettere, insieme, sul percorso straordinario che le nostre due Repubbliche hanno compiuto, fianco a fianco, per costruire – in questi ottant’anni – un mondo migliore, partendo dall’Europa.

Per avere raggiunto l’approdo della saggezza nella vita internazionale e dell’autentico coraggio.

Per essere davvero “grandi”.

Perché questo siamo divenuti in questi decenni, abbracciando la causa dell’unità europea.

Abbiamo saputo dar vita a un’area di pace, di libertà, di prosperità, di rispetto dei diritti umani, che non ha precedenti nella storia.

Con la lucidità del coraggio di chi chiedeva di voltare pagina e si adoperava per farlo.

L’Unione Europea, nata dalle rovine della guerra, ha saputo farsi portatrice del multilateralismo al servizio della pace.

È una responsabilità che si accentua oggi. In questa preoccupante congiuntura internazionale.

È un ruolo storico: i precursori perseguirono l’unità quando non esisteva, contro ogni esperienza precedente.

I Paesi europei hanno dimostrato di avere coraggio. I leader europei hanno dimostrato di avere coraggio.

Non lasciamo che, oggi, il sogno europeo – la nostra Unione – venga lacerato da epigoni di tempi bui. Di tempi che hanno lasciato dolore, miseria, desolazione.

Questo dovere ci compete. A ogni generazione il suo compito.

Lo dobbiamo ai caduti che oggi ricordiamo.

Lo dobbiamo ai nomi scritti sulle pietre d’inciampo delle nostre città.

Lo dobbiamo al prezioso lavoro di conservazione della memoria del Volksbund.

Lo dobbiamo, infine, ai nostri giovani, che hanno diritto a un mondo sicuro, diverso e migliore di quello di guerra e dopoguerra.

Signor Presidente Federale,

Signore e Signori Deputati,

con questo spirito, mi sento pienamente partecipe della Giornata del lutto nazionale.

Le ferite del passato dell’umanità non possono essere eliminate, ma da esse deriva l’impegno comune per l’avvenire, per un’azione che assuma come misura l’autentica nostra umanità.

La nostra consegna sia: Mai più. Nie wieder.

Ascolta, Alberto, come mi batte forte il tuo cuore

di Daniele Madau

Armanda Colusso, la madre di Alberto Trentini, prigioniero da un anno in Venezuela, ha parlato nei giorni scorsi in conferenza stampa. Ha dimostrato, ancora una volta, il suo coraggio, ha denunciato un governo distante, ha provocato tutti invitandoci a immedesimarsi in lei, non ha avuto pudore del suo dolore. È una madre, sola, con solo l’avvocata Ballerini, la stessa di Giulio Regeni, al suo fianco. Sinceramente, non so neanche se abbia un marito. Ci ha chiesto di parlare di Alberto. Lo faremo, a noi non costa nulla. Anzi. Abbiamo un’occasione unica di imparare. Dalla sua figura tragica all’improvviso, senza volerlo. Dalle drammatiche domande che ci nascono dentro quando vediamo il bene ricambiato col male. Dall’idea di un giovane uomo solo, senza colpa, in una prigione di un paese lontano e ostile. Eppure vivo. È come se sentissi il suo cuore, i suoi battiti in me. Come scriveva Szymborska: ‘“Ascolta come mi batte forte il tuo cuore” . Ascolta, Alberto, come mi batte forte il tuo cuore, perché se io sento il tuo, son sicuro, tu senti il mio, e quello di tutti. Stiamo imparando la dolorosa speranza, l’idea della vita più forte della prigione, l’idea del bene che alla fine apre anche le porte di un carcere. E ci stiamo preparando ad imparare anche la gioia, quando tu sarai libero. Nell’attesa, ascoltiamo, questo battito di cuori, più forti di ogni carcere.

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