Coloro che hanno vissuto nel periodo che noi denominiamo ‘Medioevo’, non sapevano di farne parte: il termine Medioevo, infatti, fu coniato nel Rinascimento, a indicare un’effettiva rinascita e un ripristino dei valori dell’età classica, contro la decadenza di un’età di mezzo.
Non dovremmo mai disprezzare di guardare alla storia, come maestra di vita, per capire meglio noi stessi e i nostri tempi. Infatti , purtroppo, sembrano essere tornati modi di vivere, di pensare, di rapportarsi all’umanità tipici del Medioevo, con la speranza, però, di poter riflettere su di essi e averne cognizione, al contrario di coloro che, tradizionalmente, vissero dal 476 al 1492 d.C.
Pensiamo al sapere: il sapere medievale era di tipo enciclopedico chiuso, nel senso di un sistema, denominato tolemaico-aristotelico-tomistico (dagli studiosi Tolomeo, Aristotele e Tommaso d’Aquino), che doveva spiegare tutto e godeva di un’autorità indiscussa e indiscutibile (il cosiddetto ipse dixit, lui stesso l’ha detto, riferito ad Aristotele).
Ora, anche il nostro sapere è enciclopedico: abbiamo accesso a banche dati ed enciclopedie digitali che ci garantiscono milioni di informazioni, ma il nostro modo di esercitare questo sapere sembra chiuso, perché non accompagnato dall’esercizio del nostro pensiero.
Il nostro pensiero, la nostra elaborazione critica, la nostra capacità di giudizio, sono la parte più preziosa di noi, è cioè che ha permesso di cambiare considerazione nei confronti dell’uomo e di passare, così, dal Medioevo all’Umanesimo, dal trattato De contemptu mundi di Innocenzo III del 1195 (‘Sul disprezzo del mondo’) all’orazione De dignitate hominis del 1486 di Giovanni Pico della Mirandola (‘Sulla dignità dell’uomo’).
L’uomo dell’umanesimo era un uomo eretto, perfettamente proporzionato, con lo sguardo verso le verità del cielo, anche quelle nascoste, per scoprirle, indagarle e riprodurle grazie al pensiero e all’arte. L’uomo medievale era bidimensionale, senza le proporzioni, chiuso in una società che non prevedeva mobilità sociale.
L’uomo moderno ha lo sguardo in basso, conosce la profondità digitale per sfruttarla al massimo ed averne il profitto massimo – anche non lecito – ma non conosce la profondità del cuore, dell’animo, del cielo. Mitologicamente e simbolicamente, ha un corrispettivo nel serpente, l’animale del male, che striscia a terra, e non riesce a guardare il cielo. E’ insinuante, sibila verità false, menzogne, spacciandole per verità: per sconfiggerlo, è necessario un cuore puro, coraggioso, istruito, onesto.
Siamo circondati di verità false, in un ossimoro che ormai fa parte della nostra quotidianità, da cui dobbiamo difenderci. Se lo vogliamo, perché la decisione spetta a noi.
La classe politica, è un pessimo esempio. Si continuano a dare informazioni non corrette, come quelle sulla spesa sanitaria, minore degli anni precedenti. Ma, per restare all’attualità, riflettiamo sui giorni passati.
Roberto Vannacci scrisse: ‘rivendicoa gran voce anche il diritto all’odio e al disprezzo e a poterli manifestare liberamente nei toni e nelle maniere dovute ‘. Ora, comportandosi in maniera tale da dare l’impressione di sfruttare un evento drammatico come l’uccisione di Kirk, tutta la sua parte politica accusa i partiti all’opposizione di odio, denunciando un clima da anni di pimbo. Dimentichi, volontariamente, di foto con le armi in mano, di busti di Mussolini in casa, della riluttanza nel celebrare il 25 aprile. E dimentichi del messaggio stesso di Kirk, certamente antievangelico, nonostante l’approprazione indebita del definirsi seguaci di Gesù. Ma su una persona uccisa, vorrei fare silenzio, e riflettere.
Il centro-destra dimentica anche gli attacchi alla magistratura, continui, gli appelli a ‘blindare i confini’, il lessico infarcito di aggettivi come ‘infami, indegni, ecc…’. E’ frustrante. Possiamo fare un discorso analogo per l’opposizione? Certamente possiamo citare gli scontri di Milano, senza dimenticare -però- il quadro generale, di una grande mobilitazione di massa per i palestinesi. Certamente possiamo pensare agli attacchi personali a Giorgia Meloni, da parte di singoli individui.
Siamo a un livello diverso, però. Tuttavia, in generale, l’esempio della classe politica è pessimo.
Dobbiamo agire da soli, purtroppo, liberarci dalle sovrastrutture, quasi medievali, delle ideologie, ripensare alla nostra dignità, alla nostra libertà, alla nostra innata tensione alla conoscenza e al bene, alla verità. Questo è l’Umanesimo. Anzi, ne è una minima parte: l’Umanesimo è molto di più, e di tutto il resto qui non possiamo parlarne.
E l’orizzonte non dovrebbe neanche fermarsi all’Umanesimo, ma correre poi verso l’Illuminismo: ‘L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenzasenza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo dunque è il motto dell’illuminismo ‘ (I.Kant)
Benvenuti a ‘Europe Matters’ , un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.
La coda domenica scorsa per entrare al Kennedy Center, a Washington, alla veglia funebre per l’attivista conservatore Charlie Kirk assassinato (Epa)
Siamo andati alla veglia organizzata per Charlie Kirk al Kennedy Center, il più grande evento a Washington in memoria dell’attivista conservatore assassinato. Ecco lo spaccato che ne esce. Lo raccontiamo perché questa vicenda sta avendo grande eco anche in Europa.
Domenica sera alla veglia hanno parlato membri dell’amministrazione Trump come il Ministro della Sanità Robert Kennedy jr, la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard e la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt. Leavitt ha detto che non si troverebbe oggi nel suo ruolo se non fosse stato per i voti raccolti da Kirk tra i giovani e ha ricordato che quando corse per la Camera a 23 anni (con l’establishment repubblicano contro) fu lui a supportarla. Sono saliti sul palco deputati come lo speaker della Camera Mike Johnson e Ana Paulina Luna, repubblicana della Florida, che ha iniziato a occuparsi di politica facendo attivismo tra i giovani elettori ispanici al fianco di Kirk, ma tra il pubblico c’erano oltre 80 membri del Congresso.
Una folla di duemila persone si è messa in fila per entrare all’evento a pregare e cantare in memoria di Kirk. Molti partecipanti erano venuti con i bambini piccoli, altri da soli dalla Virginia e dal Maryland in una capitale deserta come sempre nel fine settimana. «Siamo tutti Charlie Kirk ora», ha detto un deputato dell’Arizona, lo Stato dove viveva l’attivista. Alcuni indossavano magliette bianche con la scritta Freedom, come quella che indossava Kirk quando è stato ucciso. Una donna di mezza età ci ha detto che non conosceva Kirk prima dell’omicidio ma la sua morte «da martire» l’ha spinta a guardare tutti i suoi video e ora vuole diventare parte della sua organizzazione Turning Point.
Kennedy ha raccontato che la sua nipote diciassettenne, Zoe, stava partendo per l’Europa per frequentare l’università, e la madre ha notato «che aveva messo la Bibbia nella borsa… E Zoe ha replicato: voglio vivere come Charlie Kirk». Kennedy ha spiegato che Kirk fu l’architetto principale della sua riunificazione con Trump, dopo che abbandonò la sua corsa da indipendente per la Casa Bianca nel 2024 e gli diede l’endorsement. «Fu lui a mettere i fuochi d’artificio sul palco a Scottsdale in Arizona», dove Kennedy e Trump tennero il famoso comizio. «Mi chiese una volta se avessi paura di morire — ha raccontato Kennedy accennando alle minacce ricevute —. Io gli dissi che ci sono cose peggiori di morire, come vedere i nostri figli perdere i diritti costituzionali e vivere nella schiavitù».
L’omicidio di Kirk potrebbe avere conseguenze serie per il mondo dell’istruzione in America: la dinamica della sua morte ha accentuato l’ostilità di una parte degli americani conservatori per i college, considerati «luogo di indottrinamento» dei loro figli. Kari Lake, ex candidata repubblicana a governatrice dell’Arizona poi messa alla guida di Voice of America per smantellarla, ha lanciato dal palco del Kennedy Center «un appello alle madri a non mandare i figli in questi campi di indottrinamento». E in fila abbiamo incontrato donne che raccontano di averli istruiti a casa fino all’università per evitare l’influenza liberal. «Mio figlio insegna all’American University», ha detto una donna tra l’orrore delle interlocutrici. «Non parla con nessuno delle sue idee, insegna il programma e basta. Cerca di sopravvivere». Kirk non aveva frequentato il college, come ha ricordato la deputata Luna. «Non aveva bisogno dell’università, l’università aveva bisogno di lui».
L’omicidio di Kirk potrebbe avere conseguenze molto serie anche per alcune istituzioni di sinistra che il vicepresidente J.D. Vance (conducendo ieri per due ore il podcast di Charlie Kirk) ha accusato di promuovere la violenza e il terrorismo. Vance ha denunciato due delle organizzazioni progressiste più importanti del Paese: ha criticato il «generoso trattamento fiscale» ricevuto dalla Open Society Foundation di George Soros e dalla Ford Foundation che ha accusato di finanziare un articolo usato per giustificare la morte di Kirk. Gli ha fatto eco Stephen Miller, vicecapo dello staff della Casa Bianca. Anche il presidente Trump ha promesso misure contro le organizzazioni di sinistra, nominando in particolare Soros.
L’Italia forse non è un Paese per giovani ma oggi, in questo splendido pomeriggio di sole, si sfidano due allenatori alla prima esperienza di A, giovanissimi, meno di 70 anni in due: ci aspettiamo arroganza, sfacciataggine, un po’ di fantasia e divertimento.
I tifosi rossoblù farebbero a meno, invece, dei patemi d’animo, come quello sentito al 9′: Mina si fa anticipare al limite dell’area e lascia passare Pellegrino, ma Caprile ferma prima lui, poi Cutrone.
Mister Pisacane deve votare la squadra all’eroismo: lo condanna il nome, che rimanda a Carlo Pisacane- eroe risorgimentale- e il pensiero di un campionato di lotta, fino all’ultimo secondo.
E così, dopo lo spavento iniziale, il Cagliari è corto e aggressivo, con un 4 3 1 2 che spesso diventa 4 3 3 o 4 2 3 1.
Il Parma- però- esercita una forza uguale e contraria, così che i primi 25 minuti sono equilibrati e a tratti contratti, come da vecchia scuola italiana: altro che giovane fantasia…
Al 29′, dopo la pausa rinfrescante, Cutrone affonda di nuovo e, con Caprile, concede il bis dell’azione del 9′.
Il primo tentativo del Cagliari è al 32′, con Gaetano, ma meriterebbe solo l’annotazione, se non fosse il preludio a un doppio cross di Obert dalla sinistra, sul secondo del quale Belotti costringe Suzuki alla respinta: questa diventa un assist per la testa di Mina che prima segna, poi si lascia andare a uno sfrenato, e inaspettato, ballo: eccola, quella gioia giovane, che coinvolge anche i leaders più maturi…
Finisce il primo tempo, sempre in equilibrio, come un mare calmo e un cielo sereno, con il fulmine – di Mina- su quel cielo sereno.
Il secondo tempo inizia come il primo, con un grande intervento di Caprile e con un tentativo di Gaetano. Entrambi, tra i migliori.
Entra Deiola -alla 200ma gara- e, nonostante la prova positiva di Gaetano, forse i rossoblù guadagnano in equilibrio: Belotti, lanciato sulla destra, impegna Suzuki.
Si entra nella fase finale, piena di nomi di speranza e futuro, di giovani: Bernabé prova il tiro a rientrare ( o ‘tiro a giro’), Caprile – con due grandi interventi- si guadagna il titolo di migliore in campo, Oristanio coglie la traversa.
La meglio gioventù, però, arriva ora: Palestra, subentrato, parte in fuga e supera ogni ostacolo, Adopo riceve sulla fascia e Felici spinge in rete dopo la carambola sul palo.Esplode,poi, tutta la gioia, bella e contagiosa.
E così, dopo i fratelli Coen e dopo Pasolini, il Cagliari festeggia la sua ‘meglio gioventù ‘
In questi giorni così cupi, in cui il canto della pace è sovrastato da assordanti grida alla guerra, riceviamo e pubblichiamo volentieri questo racconto da Genova, dove è di casa, di Alfredo Franchini, una lunga carriera nella ‘Nuova Sardegna’, amico intimo e biografo di Fabrizio De André, saggista ora in libreria per Arcana con ‘Dio è gratis. Il prossimo costa. Il vangelo di De André e Pasolini’
C’è qualcosa di nuovo nella politica e arriva da Genova. La mobilitazione della città e in particolare il peso dei lavoratori portuali hanno segnato la separazione o forse il divorzio della società civile dai governi. Donne e uomini mobilitati come non si vedeva da una ventina d’anni. C’è un clima nuovo perché il messaggio di Genova ci rivela che qualcosa può ancora cambiare.
Parliamo della Global Sumud Flotilla. Decine di piccole barche a vela o a motore fanno rotta su Gaza per portare gli aiuti a un popolo che vive il dramma dell’evacuazione.
A Genova – non a caso città medaglia d’oro per la resistenza – la raccolta di beni di prima necessità è stata copiosa ma è comunque l’aspetto meno importante della storia: le imbarcazioni dopo aver navigato in acque internazionali arriveranno a contatto con l’esercito di Israele deciso – secondo le dichiarazioni di un incauto ministro del governo Netanyahu, – a scambiare i soccorritori per terroristi. Se questo si avverasse la conseguenza sarebbe l’arresto degli attivisti e il sequestro delle barche. I piani di Israele sono chiari: fare pulizia etnica a Gaza e annettere alcune parti della Cisgiordania. Le domande sono tante: se ci fosse l’annessione di parti della Cisgiordania cosa farebbero gli Stati che sono intervenuti per l’invasione dell’Ucraina? E se si verificasse l’arrembaggio israeliano sulle piccole barche dei soccorritori, l’atto di pirateria non dovrebbe essere sanzionato? Ma c’è un’altra domanda che ci riguarda da vicino: cosa farà il nostro governo, sarà dalla parte di chi porta aiuto o di chi uccide donne e bambini?
Se la Global Sumud Flotilla che – ricordiamo – naviga nella totale legalità riesce ad arrivare in porto partirebbe un segnale forte di cambiamento. Le derrate alimentari sono tante ma la distribuzione sempre esigua servirebbe a raggiungere altri scopi come l’istituzione di corridoi umanitari.
Si è messo in moto un movimento di resistenza civile che porta una ventata di aria fresca; si era persa l’idea di poter cambiare le cose ma i portuali di Genova hanno riacceso la speranza: “Se Israele ferma le nostre barche noi bloccheremo tutta l’Europa”, hanno dichiarato i lavoratori portuali di Genova, “da qui partono 13-14 mila container all’anno per Israele e non uscirebbe più un chiodo”.
Alla fine, la Global Sumud Flotilla, derisa da quei fogli di carta della destra, peraltro letti da poche migliaia di persone ma lautamente sovvenzionati, potrebbe beffarsi delle potenze del mondo grazie al coraggio di uomini e donne incuranti di essere dipinti come profanatori delle leggi umane e divine. Del resto, si sa che persino le leggi del capitalismo sono state messe in crisi dai pirati pronti a sostituire la tesi della “mano invisibile” di Adam Smith con quella dell’uncino invisibile dei grandi bucanieri. Samuel Bellamy, ovvero Sam Black, il capitano pirata citato da Fabrizio De André nel disco “Nuvole”, affermava di avere “altrettanta autorità di fare la guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare”. In questo caso le barche della Flotilla non porteranno la guerra, sono volutamente fragili e disarmate, ma hanno l’autorità di chiedere la pace.
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.
Una vista aerea del Pentagono. Trump ha firmato un ordine esecutivo per cambiare il nome del dipartimento della Difesa in «dipartimento della Guerra»
Le parole contano in politica. La scelta delle parole ancora di più. La distanza tra Unione europea e Stati Uniti sulla sicurezza passa anche dal linguaggio. Venerdì scorso Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per trasformare il nome del dipartimento della Difesa in dipartimento della Guerra. In primavera Ursula von der Leyen ha cambiato nome al piano per la difesa europea da ReArm Europe in Readiness 2030 (Prontezza 2030) su richiesta di Italia e Spagna, le cui opinioni pubbliche faticano ad accettare l’idea che i Paesi si debbano riarmare.
In realtà dipartimento della Guerra è il vecchio nome, che ha avuto dall’indipendenza degli Stati Uniti fino al 1947, ed è parte di un tentativo (che probabilmente richiederà l’approvazione del Congresso, anche se la Casa Bianca sta valutando anche strade alternative) di sottolineare che le forze armate americane sono le più forti e vittoriose del mondo. Ai giornalisti che fanno notare che potrebbe costare miliardi cambiare i nomi delle agenzie legate al Pentagono mentre l’amministrazione Trump ha promesso di ridurre i costi, il presidente replica di sapere — da immobiliarista — come fare un rebranding senza grandi spese. «Come dipartimento della Guerra, vincevamo tutto», ha detto Trump, affiancato dal capo del Pentagono Pete Hegseth, entusiasta di chiamarsi segretario della Guerra (il nuovo titolo è già stato affisso sulla sua porta), e dal Capo di stato maggiore delle forze armate Dan Caine.
«Abbiamo vinto la Prima e la Seconda guerra mondiale e tutte le guerre prima e tutte le guerre nel mezzo. Poi abbiamo deciso di diventare woke e trasformarlo nel dipartimento della Difesa… Non abbiamo perso, ma non abbiamo più vinto davvero», ha detto Trump. «Non vogliamo agire solo in Difesa ma anche in attacco», gli ha fatto eco Hegseth, «Siamo guerrieri». A chi gli chiede se una mossa così aggressiva si addica a unpresidente che vuole il Nobel per la Pace, Trump replica: «Ho trovato la soluzione a sette guerre grazie alla forza». E aggiunge che il nome del dipartimento è «adatto alla direzione in cui sta andando il mondo».
Invece l’Unione europea il Nobel per la Pace lo ha già preso nel 2012 «per il suo contributo al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa», come si legge nella motivazione del comitato norvegese per il premio, che ha sottolineato la funzione di stabilizzazione svolta dall’Ue nel trasformare la maggior parte dell’Europa da un continente di guerra in un continente di pace. Quanto alla modifica del nome del piano di riarmo, il tono della spiegazione data da von der Leyen è completamente diverso da quello usato dal presidente Usa: «L’Europa è sempre stata un progetto di pace e sarà sempre un progetto di pace — ha spiegato in un’intervista al Corriere il 29 marzo scorso —. Ma bisogna essere forti per mantenere la pace. Il piano Readiness 2030 copre un ambito più ampio, che guarda le diverse dimensioni della sicurezza e gli strumenti per mantenere la pace. Questo è l’approccio principale». Il tema della difesa resta controverso nei Paesi del Sud Europa, che sono lontani dalla frontiera con la Russia, ma anche quelli vicini al confine orientale, che temono per la loro sicurezza, non abbracciano un linguaggio bellicoso. La scelta della Nato di aumentare le spese per la difesa fino al 5% del Pil è stata difficile per molti alleati nonostante la consapevolezza della necessità di sviluppare una maggiore autonomia dagli Stati Uniti.
Il rebranding americano — sottolinea il presidente Trump — non è legato alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, ma all’«atteggiamento vincente» che vuole vedere nuovamente diffuso in America. Trump propone un ritorno simbolico all’America pre-Truman, ed è interessato a investire in nuove armi come il Golden Dome, percepite dai nemici come non solo difensive ma potenzialmente offensive. Il soft power (l’era di Usaid e di Voice of America) è finito, l’hard power viene celebrato. «Mandiamo un messaggio di forza», ha detto Trump, anche se i suoi critici sostengono che il cambio di nome fa il gioco della narrazione propagata dalla Russia e dalla Cina che affermano che dietro la facciata di un’America che rispetta il diritto internazionale e ama la pace c’è una nazione dal grilletto facile. L’Unione europea, invece, sta imparando a proprie spese che la propria dimensione economica non le garantisce più un potere geopolitico adeguato, la deterrenza passa dagli armamenti come durante la Guerra Fredda e si trova impreparata e frammentata. La forza dell’Ue deriva dall’unità dei suoi ventisette Stati membri, per questo il mercato unico è stato un successo. Ma ora è evidente che non basta più. Quanto l’Unione più riuscirà ad accelerare sulla difesa comune tanto più riacquisterà peso a livello globale, tuttavia è un cambio di mentalità che presuppone che gli Stati cedano sovranità in un ambito di competenza nazionale. Certo ora l’Ue ha un commissario alla Difesa che non ha mai avuto in passato, ma la sua competenza si estende solo all’industria della difesa e ormai non è più abbastanza.
‘La Riflessione’ dedica il suo nuovo approfondimento al summit Sco di Tianjin (l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai fondata nel 2001, che include Cina, India, Russia, Pakistan, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e Bielorussia, con altri 16 Paesi affiliati come osservatori o partner di dialogo), conclusosi il primo settembre e considerato un evento talmente rivalente da poter segnare l’inizio di un nuovo ordine mondiale. Seguendo la nostra tradizione e la nostra finalità, affrontiamo questa riflessione con una giovane esperta di relazioni internazionali, Alice Porcu, brillante laureanda alla London School of Economics: nata in provincia di Cagliari, diplomatasi al Liceo Classico, ha già alle spalle studi ed esperienze lavorative di alto livello – riguardanti in particolar modo la Cina – tali da poterci offrire una riflessione autorevole , esaustiva e stimolante
Alice, lei può essere considerata una delle giovani eccellenze italiane all’estero: si può presentare?
Grazie per avermi dato questo spazio oggi. Una breve presentazione: mi chiamo Alice, ho (quasi) 22 anni, e sto concludendo adesso il mio ultimo anno di studi in International Relations and Chinese presso la London School of Economics. In breve, il mio corso intreccia due discipline: le relazioni internazionali da un lato e la parte linguistica – il cinese mandarino – dall’altra. Si può dire che specialmente il mio corso mi ha preparato a capire la Cina nel contesto globale politico: infatti studio relazioni internazionali sia in inglese che in cinese. Tra le esperienze che mi hanno preparato, le più rilevanti sono due: il mio anno all’estero a Shanghai, dove ho studiato all’Università di Fudan sia Mandarino come lingua che Relazioni Internazionali della Cina e Storia Contemporanea della Cina (entrambi i corsi in mandarino); secondo, ho svolto una internship presso Enodo Economics, una azienda che si occupa di spiegare la politica e l’economia cinese, tramite consulenze, ai chi è interessato a investire in Cina; il mio ruolo in particolare era quello di Research Assistant, per cui ricercavo in Cinese negli archivi dello stato gli ultimi sviluppi politici e poi scrivevo per la pubblicazione settimanale del giornale per i clienti iscritti a Enodo.
Quale messaggio, secondo lei, hanno voluto dare gli invitati al vertice di Tianjin e soprattutto i tre grandi protagonisti, Xi Jinping, Kim- che ha raggiunto gli altri leaders per festeggiare gli 80 anni dalla vittoria della Cina sul Giappone- e Putin, al resto del mondo?
Dunque, cercherò di essere il più esaustiva possibile nonostante la domanda sia abbastanza complessa. Innanzitutto per rispondere dobbiamo prendere in considerazione tre punti di vista diversi, e cioè quelli di questi tre leader differenti.
Partendo dal più importante nonché l’organizzatore dell’evento, cioè Xi Jinping, questo evento è estremamente importante sia per la politica domestica che per la politica estera cinese. Da un punto di vista domestico, la Cina ha sofferto tantissimo e soffre ancora per questa ferita giapponese: infatti, gli anni che vanno dal 1839 (la prima guerra dell’oppio) fino al 1945 vengono comunemente chiamati il secolo dell’umiliazione, e cioè il secolo che ha segnato un cambiamento tremendo nella cultura cinese, quasi una regressione. La ferita è stata talmente grande che la Cina post 1949, con la nascita della Repubblica Popolare Cinese, non può considerarsi la stessa Cina di cento anni prima, prima delle occupazioni dei popoli circostanti, e dello “stupro” vero e proprio dei giapponesi, culturale e anche fisico. I fatti di Nanchino nel 1937 non sono ancora narrati abbastanza, e considerando che il Giappone non si è mai scusato ufficialmente – a differenza della Germania nel contesto post-vittoria dei poteri Alleati – nei confronti della Cina, ma addirittura anzi cerca di infangare in qualche modo la storia, non insegnando ai giovani studenti giapponesi questo arco temporale, ma continuando a commemorare i generali che combatterono aspramente per la gloria imperiale giapponese, presenta ancora oggi una grandissima offesa per la Cina.
Sono parole aspre ma necessarie le mie, perché dal nostro punto di vista occidentale non ci siamo mai posti particolarmente il problema di indagare la storia orientale nello stesso periodo della seconda guerra mondiale. Impariamo tanto, giustamente, delle sofferenze subite nel mondo occidentale, ma quando menziono Nanchino molto spesso non si sa ciò che è accaduto, perciò invito i lettori di questo articolo, se ancora non l’avete fatto, a cercare cosa è accaduto.
Ebbene, tutto questo per dire che non è affatto casuale la scelta di questo giorno per una immensa parata militare. Dimostra nei confronti dei cinesi una Cina rinata dalle proprie ceneri, sfoggiando un grandioso potere militare (anche se alcuni critici dibattono se la Cina sia davvero preparata a un contesto di guerra o meno). Dimostra un controllo incredibile della sicurezza: a Pechino, per diversi giorni prima della dimostrazione, gli uffici circostanti la piazza di Tiananmen sono stati perquisiti, le scuole sono state chiuse per tre giorni, e insomma si può dire che la sfilata di missili balistici e laser di ultima generazione abbiano confermato quanto sia sotto controllo la situazione. Quindi, in parole povere questa è stata una dimostrazione di potere. Non solo per i cittadini cinesi, ma specialmente per gli amici e avversari della Cina. Questo è il messaggio con cui Xi Jinping vuole rafforzare che la Cina non solo non perdona il comportamento del Giappone ma inoltre è, come dire, “superiore” in questo momento storico rispetto ai poteri militari giapponesi. Qui vedo infatti una componente importantissima dell’orgoglio patriottico cinese.
Dando uno sguardo più ampio, dicevo che questa è anche una dimostrazione di potere per i nemici della Cina. Penso infatti che Xi Jinping stia silenziosamente comunicando, con la scelta anche di invitare Putin e Kim Jong Un, che il fronte orientale non si lascerà intimidire dal “bullismo” degli Stati Uniti. Ora, è molto importante sottolineare che chi pensa che la Cina voglia partecipare in una guerra non ha capito nulla della Cina. Infatti per analizzare la Cina oggi bisogna comprenderla in tutto il quadro storico dello scorso secolo. Penso semplicemente che la Cina voglia essere rispettata e voglia essere ammirata, e per questo lo grande show di forza militare. Penso che tutte queste risposte da parte di Xi Jinping vengano da un periodo che ormai va avanti dal 2016 direi (con la prima presidenza di Trump) in cui gli Stati Uniti non si sono sforzati minimamente né di comprendere la Cina né di rispettarla. In un contesto in cui la diplomazia è fatta di frecciatine e battute o affermazioni decisamente ignoranti è molto difficile che la Cina possa porgere la propria guancia all’Occidente. Inoltre, anche con l’Unione Europea sta attraversando un periodo un po’ complicato, in cui i nostri leader Europei non sono per niente contenti perché la sovrapproduzione cinese sta causando un commercio poco bilanciato: importiamo tantissimi prodotti dalla Cina e ne esportiamo in confronto davvero pochi (si parla di un deficit di circa 300 miliardi di euro). Tuttavia per Xi Jinping, con tutti i problemi domestici a cui ha da badare – la bolla del mercato immobiliare, la deflazione, una popolazione estremamente anziana e quindi un’economia che in realtà sta fallendo – è molto difficile stravolgere tutte le politiche che sta facendo che incoraggiano una nazione super consumista e accontentare i leader europei.
Perciò in un contesto storico dove in questo momento l’Occidente non è tanto amico, Xi dimostra di avere assicurato una leadership in tutto l’Oriente non da poco.
Per quanto riguarda Putin, il messaggio è più o meno simile; non sono esperta sulla Russia tanto quanto la Cina, ma posso dire il mio parere personale, cioè che al momento gli interessi della Russia sono allineati con quelli della Cina e perciò questa circostanza è stata molto vantaggiosa. Non penso che a Putin interessi tantissimo costruire forti relazioni geopolitiche tanto quanto il fatto che queste relazioni portano lui più vicino al suo obbiettivo, e cioè quello di una Russia che ha la supremazia e ha controllo di se stessa, e non subisce passivamente le sanzioni dell’Unione Europea/Stati Uniti. Se Xi Jinping non servisse ai suoi interessi dubito che avrebbe partecipato. Infatti, lo scorso 1° settembre, Putin e Xi hanno firmato un accordo provvisorio secondo il quale costruiranno una nuova rete di gas che passerà attraverso la Mongolia, dando il modo di garantire alla Cina di comprare più energia dalla Russia e così aiutando questa a riprendersi dai colpi subiti con le sanzioni della guerra Russo-Ucraina.
Infine, direi che quello che ha guadagnato di più da questo incontro è stato nientedimeno che Kim Jong Un. Questo è il primo incontro dei due leader dal 2019: le relazioni tra Corea del Nord e Cina sono state un po’ instabili nel passato più recente, e questo incontro oltre che riconfermare che i leader dell’Oriente sono uniti, è un grandissimo successo per Kim che ha più credibilità negli occhi del suo popolo, gode delle connessioni con alcuni degli uomini potenti più al mondo, che possono continuare a finanziare i suoi progetti nucleari, e può usufruire dell’oro dei Russi, secondo quanto riporta Andrei Lankov nel Financial Times, un esperto della Corea del Nord alla Kookmin University di Seoul. Questo momento storico è benefico per il leader della Corea del Nord, in passato sottovalutato; infatti, per anni la Corea del Nord non è stata in buoni rapporti sia con la Russia che con la Cina, visto che queste nel 2017 sanzionarono severamente con una mozione delle Nazioni Unite quest’ultima per l’ennesima prova nucleare. Tuttavia ora, di fronte a un nemico comune – gli Stati Uniti – la Corea del Nord è un territorio estremamente strategico per la Cina come barriera geografica rispetto all’America. Inoltre è anche una barriera politica, visto che Trump di recente ha espresso desiderio di incontrare nuovamente Kim, che potrebbe fare da mediatore tra i due. D’altronde, Trump magari non ama questa idea, ma in realtà l’America necessita di una relazione piacevole con la Cina per tutta una serie di motivi economici che non mi dilungherò a descrivere.
Per concludere, credo che il messaggio sia forte e chiaro: Xi Jinping non ha ancora preso una posizione definitiva, ma sta dicendo che nel caso si sentisse minacciato, sarebbe pronto a schierarsi con Putin e Kim contro l’Unione Europea e contro gli Stati Uniti.
Qual è, secondo lei, la vera posizione della Cina nel conflitto russo-ucraino? Penso alle parole di Xi Jinping con le quali ha affermato di essere pronto a inviare truppe, ma solo su mandato Onu, per garantire la sicurezza ucraina
Partiamo da un presupposto: la Cina non è indipendente e non è ancora in condizione di esserlo (come tutte le nazioni del mondo, anche se Trump ancora non è arrivato a questa conclusione). Credo che in questo momento la Cina non voglia andare apertamente contro un’Unione Europea già abbastanza scocciata, visto che ha troppi interessi economici e commerciali con quest’ultima. Se l’UE decidesse di chiudere completamente i ponti con la Cina, questa avrebbe perso praticamente la fonte più consistente di introiti commerciali dall’Occidente. Tuttavia, penso anche che la Cina si stia già preparando a un’occasione del genere. Un fatto interessante da osservare è per esempio il commercio di prodotti agroalimentari. La Cina non è ancora autosufficiente: geograficamente, possiede solo il 10% della terra arabile nel mondo e solo il 6% delle risorse acquatiche del mondo. Tuttavia deve sfamare circa il 20% della popolazione mondiale. Tutte queste sono sfide non da poco per il governo, che naturalmente per garantire la soddisfazione del popolo – salvo rischiare instabilità al governo – deve rifarsi a importare tantissimi prodotti dall’estero. Infatti tra i prodotti che noi esportiamo alla Cina, molti di questi – anche se non la maggior parte – sono agroalimentari. Tuttavia, gli importi di cibo per la Cina stanno declinando: è interessante osservare che se nel 2015 l’America era la prima esportatrice per la Cina di prodotti agroalimentari, questo posto spetta ora al Brasile. Ho detto questo esempio per spiegare che negli ultimi tempi la Cina sta cercando di diventare sempre più indipendente, o con nuovi legami commerciali con nazioni meno ostili (per esempio, ha ripiegato tantissimo sull’America latina e sul continente africano), o con nuove scoperte tecnologiche che garantiscano un’indipendenza. Ciononostante, la sfida della sovrapproduzione è molto più grande e complessa da risolvere. D’altronde, produrre è un modo semplice di dare lavoro e creare un giro di soldi, ma questa tattica sta giungendo al termine: ormai c’è una sovrapproduzione e un declino nel consumo, perché molti di questi prodotti sono destinati a durare di più di quello che sarebbe un normale ciclo commerciale necessario a un’economia florida.
Perciò Xi non vuole prendere apertamente posizioni ostili a due pedine del gioco che gli sono entrambe utili: ecco perché non prende apertamente posizione contro la decisione dell’Unione Europea, mantenendo allo stesso tempo il legame con la Russia (tornando all’accordo firmato sul gas che ho menzionato prima). Lo Stato cinese ufficialmente non ha aiutato la Russia, ma ci sono prove che dimostrano che alcune compagnie cinesi hanno inviato droni alla Russia per il conflitto. Inoltre, la Cina si è astenuta durante il voto per condannare l’invasione della Russia, nonostante abbia ufficialmente affermato di supportare la sovranità dell’Ucraina. Insomma, sembra che Xi voglia tenere il piede in due scarpe.
Quale futuro si sta costruendo la Cina nello scacchiere geopolitico mondiale? E’ destinata a sostituire gli Usa come potenza economica? E questo rappresenterebbe un pericolo?
Ecco, a questa domanda è davvero difficile rispondere. Tutt’oggi gli esperti sono estremamente in disaccordo sul futuro dell’equilibrio geopolitico mondiale. Alcune teorie di relazioni internazionali, come quella di Mearsheimer, credono che la Cina abbia una posizione più “offensiva”, e che aspiri a una posizione di dominio sull’occidente, eventualmente anche giungendo a un conflitto armato per esempio in una circostanza come quella di Taiwan. Altri invece pensano l’opposto, e che l’America continuerà a predominare sul mondo. Personalmente credo che negli ultimi mesi dalla seconda presidenza di Trump lo scenario sia cambiato talmente rapidamente che anche le teorie di relazioni internazionali fanno fatica a tenere il passo. Credo che le scelte che quest’ultimo ha preso siano state fortemente deleterie per la credibilità degli Stati Uniti, e che questa predominanza dell’America non crollerà nei prossimi 5 anni ma si stia lentamente sgretolando, e che chiunque sarà il prossimo presidente avrà un bel da fare per ripristinare e aggiustare questo danno. Tuttavia c’è da dire che è davvero difficile distruggere in così poco tempo un ordine che si è costruito in circa 80 anni. Gli Stati Uniti continueranno a sopravvivere nel loro potere grazie alle tantissime alleanze con piccoli paesi che vengono sottovalutati ma in realtà gli danno tantissimo potere. Avendo in passato assunto questo ruolo di responsabilità di “salvare il mondo”, hanno anche guadagnato tanto supporto da quegli stati piccoli e fragili che però sono voti nell’assemblea delle Nazioni Unite. Però sopravvivere non vuol dire vivere bene: infatti questa guerra dei dazi ha causato tantissimi danni economici a tutta l’economia mondiale, ma soprattutto quella americana. Quelle migliorie di cui parla Trump sono solo risultati visibili nel breve tempo, ma guardando in una prospettiva più lontana, gli Stati Uniti non possono continuare in questo modo. Importante considerare che gran parte del debito nazionale americano è nelle mani di – indovina chi – Xi Jinping. La Cina infatti ha “solo” il 2.6% del debito americano ma è la nazione che possiede, dopo il Giappone, la porzione più grande del debito, considerando che il resto di questo è in mano a altre istituzioni o privati americani.
Credo comunque che le rotelle dell’ingranaggio si stiano pian piano muovendo: la Cina sta impiegando tantissime risorse per procedere verso la “dedollarizzazione”, e il cosiddetto processo del “great decoupling”, cioè il grande distacco. Infatti per questo la Cina sta cercando di sponsorizzare la moneta cinese, lo yuan, sia come valuta digitale (il criptoyuan) sia come valuta per comprare petrolio, il cosiddetto “petroyuan”, incoraggiando nazioni come gli Emirati Arabi, la Russia, l’Iran e altre a utilizzarlo, in questo modo evitando di dipendere da sistemi di pagamento occidentali come quello SWIFT. Inoltre, sono tanti gli sforzi, come anticipavo prima, per diversificare il commercio e non essere dipendente solo da una nazione. Una delle ragioni per cui il trade deficit è aumentato tanto con l’Unione Europea è proprio la scomparsa degli Stati Uniti da questa catena di scambi.
In ogni caso, è difficile dire cosa accadrà, ma posso dire che non credo che la Cina aspiri a “conquistare il mondo”. Penso che le mire più ambiziose di Xi siano riaffermarsi come potenza estrema dell’Oriente, e in questa maniera di essere più presa seriamente e rispettata e non presa in considerazione solo per gli stereotipi che conosciamo in occidente (la produzione di dispositivi tecnologici all’avanguardia per esempio). C’è un forte senso e una necessità quasi di rivalsa secondo me rispetto alla storia più recente che ha vissuto la Cina nel scorso secolo.
Non so quanto sia realistica l’idea di ribaltare l’intero ordine geopolitico globale, considerando che ancora ci sono tanti ostacoli solo nella politica domestica cinese. Inoltre, tra i due nemici, c’è ancora una grande potenza, cioè l’Unione Europea. Finché l’Unione Europea si ergerà salda tra i due, non credo sia realistico che l’intero ordine geopolitico si ribalti completamente, ma forse vedremo un futuro dove l’ago nella bilancia sarà puntato più a oriente che a occidente. Chissà. Sarà molto interessante assistere a questo processo e credo che le scelte di Trump nei prossimi 3 anni saranno fondamentali a definire questo processo. Infatti, più che le scelte della Cina, che comunque si muove lentamente perché ha tanto a cui badare, credo siano più rilevanti le scelte dell’America, che hanno stravolto l’ordine che è esistito fino a ieri.
Per terminare, vorrei sfatare il mito della Cina come una grande nazione “cattiva” con mire di “supremazia assoluta” rispetto all’Occidente. Penso che in questo senso Xi sia molto più diplomatico e più mite di Putin. E se ci fosse un ordine nuovo, con la Cina al centro, non credo dovremmo spaventarci. Sarebbe semplicemente un nuovo ordine, differente ma non tanto quanto quello di ora. Quello che penso sempre e che mi fa sorridere è che molto spesso la Cina e gli Stati Uniti si puntano il dito a vicenda, ma in certe cose non sono poi così diverse. Semplicemente la Cina è più trasparente riguardo a certe cose, e gli Stati Uniti sono più trasparenti riguardo altre cose, tutto questo a seconda dei propri interessi personali. Tuttavia, non credo ci sia nulla da temere in quanto è talmente poco probabile che possiamo tutti dormire sogni tranquilli, e la maggior parte di noi può ancora vivere senza dover imparare a usare le bacchette!
Si sta delineando un nuovo ordine mondiale tra i protagonisti del summit di Tianjin e il resto del mondo?
Per questa domanda sarò molto diretta: no, non credo, e credo solamente che questi leader siano uniti perché in questo momento storico è vantaggioso ricoprire il ruolo dell’Oriente unito contro un nemico comune. Ahimè se c’è qualcosa che ho imparato in questi tre anni è che la politica è un gioco estremamente complesso, dove molto spesso si è costretti a ricoprire ruoli scomodi per ottenere i propri interessi. Se ci fosse un nuovo ordine mondiale, non è detto che questi tre leader saranno necessariamente insieme. Penso sopratutto che Putin è troppo imprevedibile per credere a un ordine del genere. Se domani avesse le risorse per conquistare il mondo per conto proprio, non si farebbe problemi a scaricare sia la Cina che la Corea del Nord. In questo senso invece penso che persino Kim Jong Un, che è stato molto sottovalutato, sia più diplomatico e strategico di lui, e naturalmente anche Xi Jinping. Una cosa che ho notato dal mio anno in Cina, che è importante per il popolo cinese, è che hanno uno spiccato senso di ciò che è utile o efficiente: per esempio, nel business, un cliente che compra poco, è sempre meglio di avere un cliente in meno; perciò, spesso i commercianti amano negoziare i prezzi purché si compri qualcosa, mentre noi in occidente spesso snobbiamo i clienti che presentano un profitto minore e aspettiamo finché non si presenta un cliente con le tasche più piene. Ecco, in quest’ottica dell’efficienza, per Xi Jinping chiunque può essere una pedina utile per migliorare lo stato della Cina, perciò cerca di mantenere rapporti più o meno amichevoli con chi gli è utile, a meno che non abbiano avuto grosse mancanze di rispetto verso la cultura cinese (come ha fatto l’America con Trump). Tuttavia, queste sono solo le opinioni di una studentessa universitaria, e potrei sbagliarmi…
Lei sta lavorando anche a uno studio linguistico sui populismi di alcuni leaders: può presentarcelo brevemente?
Certamente! In questo periodo sto lavorando a una ricerca universitaria. Si tratta di un’analisi linguistica del populismo; in particolare la teoria originale viene presa dal professore di sociologia americano Brubaker, che analizzando Viktor Orban e KarlNehammer ha costruito un “framework” (cioè una serie di regole) con cui definisce quattro tipi di populismo. La teoria, da confermare o confutare, è che il populismo si può intendere come un repertorio linguistico di alcuni leader politici, costituito principalmente da quattro elementi. In questa ricerca, io e un altro mio collega stiamo analizzando i discorsi di Giorgia Meloni, e altri due colleghi stanno analizzando Boris Johnson. Per ora abbiamo raccolto dati che vanno dal 2019 al 2025 per Meloni, includendo post su Twitter, conferenze stampa, interviste, discorsi ufficiali etc. L’obiettivo è quello di fare un paragone innanzitutto con il framework di Brubaker, facendo un’analisi tematica – cioè associando gli elementi del discorso linguistico di Meloni a i quattro elementi individuati da Brubaker – e poi fare un paragone tra Meloni prima di essere eletta, e Meloni durante la sua carica da Presidente del Consiglio, quindi osservando il cambiamento dal punto di vista temporale, e se questo set di regole di Brubaker sia ancora applicabile; successivamente proseguiremo l’analisi osservando come il suo repertorio linguistico cambia a seconda del pubblico che ha di fronte e a seconda del contesto. Alla fine, compareremo questi risultati con quelli ottenuti nell’analisi di Boris Johnson (eseguita in maniera parallela), e faremo un paragone finale tra questi due e Orban e Nehammer per vedere se ci sono delle similitudini, e soprattutto per stabilire quanto il framework di Brubaker sia affidabile per definire il populismo. Ci sono insomma un sacco di variabili da prendere in considerazione, e come ogni ricerca, la direzione cambia costantemente in base ai dati che si hanno, e in questo momento è ancora presto per dire quali saranno i risultati finali anche se abbiamo già notato delle differenze interessanti. Infatti finora sembra che il discorso populista sia strettamente legato a un senso (o in questo caso mancanza) di responsabilità, e cioè prima di essere eletti entrambi i leader erano molto più estremi, per quanto continuino a mantenere identiche alcune parti del discorso. Se tutto procede come previsto, questo lavoro sarà poi pubblicato ufficialmente come ricerca universitaria.
Spero d’essere stata chiara perché è un po’ complesso da spiegare, ma è estremamente interessante per capire come funziona la politica. Ho letto talmente tanti discorsi di Giorgia Meloni che adesso penso di poterli ripetere a memoria a occhi chiusi!
Grazie, e tanti auguri per il prosieguo degli studi e della carriera
Grazie per questa intervista, è stato davvero interessante e stimolante per me rispondere a queste domande: spero di non essermi dilungata troppo!
E il vecchio diceva, guardando lontano: “Immagina questo coperto di grano, immagina i frutti e immagina i fiori e pensa alle voci e pensa ai colori
e in questa pianura, fin dove si perde, crescevano gli alberi e tutto era verde, cadeva la pioggia, segnavano i soli il ritmo dell’ uomo e delle stagioni”
Il bimbo ristette, lo sguardo era triste, e gli occhi guardavano cose mai viste e poi disse al vecchio con voce sognante: “Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”
Così Francesco Guccini, in ‘Il vecchio e il bambino’, in cui un bambino, preso per mano dal vecchio, poteva solo immaginare ciò che il vecchio, piangendo, gli raccontava del luogo della sua giovinezza. Versi tra i più poetici per descrivere il passaggio di generazioni, e il ruolo degli adulti nei confronti dei più giovani. Molto bella, molto poetica è anche l’immagine di Julio Velasco cha bacia sulla fronte Alessia Orro: lui, però, non è un vecchio (Non ho nessuna idea di andare in pensione, ho settantatré anni e mi diverto ancora, dixit), lei non è una bambina (a 26 anni, si sta per prendere una pausa dalla nazionale dopo averla trascinata in tutti questi anni; nel frattempo ha firmato per il Fenerbahce). Lui è il commissario tecnico della nazionale di pallavolo italiana femminile, che ha appena guidato le azzurre a vincere il Mondiale, dopo aver vinto le Olimpiadi e la Nations League. Lei, del mondiale, è stata giudicata la miglior giocatrice.
Quale figura, allora, sarà stato lui per lei? Semplicemente, oltre al commissario tecnico, l’adulto con più esperienza, che ha spinto perché le ragazze fossero autonome e autorevoli, trasmettendo loro la sua autorevolezza e la sua calma (Queste ragazze andavano solo aiutate a tirare fuori questi valori e ci siamo riusciti. Volevo ragazze autonome ed autorevoli ed ho un gruppo che ha fatto grandissime cose. Se notate, in campo fanno tutto da sole, non mi guardano mai). Che insegnamento per gli adulti di oggi, trasmesso nella bellezza dello sport, come un tempo le medicine si assumevano con il dolce del miele e Lucrezio e Virgilio parlavano dell’amaro degli insegnamenti trasmesso col dolce dei versi poetici.
Forse, prima del bacio sulla fronte, le avrà sussurrato di immaginare i fiori e i colori delle vecchie vittorie, come l’oro delle medaglie, e l’ infinita serie di quelle vittorie, ancora in atto, da non contare più, come le stelle nel cielo o come i baci di Lesbia a Catullo (deinde centum, dein mille altera, dein secunda centum, deinde usque altera mille, deinde centum; dein, cum milia multa fecerīmus, conturbabimus illa, ne sciamus).
E lei, che figura sarà stata per lui? L’allieva destinata a superare il maestro, che possa così dimostragli l’incredibile esattezza ed efficacia dei suoi insegnamenti?L’immagine della bellezza della vita che, nell’avvicendarsi delle generazioni, supera il tempo? Forse quel bacio avrà incarnato quell’attimo in cui – come una farfalla dalla crisalide – ha visto sbocciare tutte le potenzialità di Alessia? Di sicuro, lei ha chinato la testa e porto la fronte, a riconoscere l’autorevolezza; ma poi, in campo, avrà lottato con le altre per far sì che tutti gli sforzi e gli allenamenti non andassero perduti. Per far sì che quella fiaba di Guccini ridiventasse realtà. Una fiaba, per lei, nata in un paese dell’oristanese, Narbolia, così caro e presente anche a chi scrive. Nel Sinis, nella penisola dei giganti di Mont’e Prama, e ora delle gigantesse. Sino a far sventolare i quattro mori tra i sorrisi delle compagne. Se gli adulti hanno l’autorevolezza e l’esperienza, i giovani sono i signori del tempo, sono gli eroi che possono far sì che la fiaba – come impongono le regole del loro genere letterario – abbia il lieto fine che ci faccia sognare. E, ieri, abbiamo sognato.
I giornali hanno parlato di ‘potenza di genere’, per questa squadra femminile. E allora ‘gigantesse’ ci sta bene. Di sicuro, per gli adulti e per i giovani, c’è stata la morale finale e il lieto fine. Le fiabe, le favole, lo sport, non sono roba per bambini ma per tutti noi: e Julio Velasco, Alessia Orro e le altre ragazze, sono stati i nostri eroi e le nostre eroine. I giganti e le gigantesse.
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.
Il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente ucraino Zelensky visitano il negozio della Casa Bianca con Trump che mostra loro un cappellino con la scritta “Altri quattro anni” dopo il summit del 18 agosto. In base alla Costituzione, il limite per un presidente è di due mandati di quattro anni e questo per Trump è il secondo (foto diffusa dalla Casa Bianca)
Mai come quest’anno la pausa estiva non è stata una pausa per l’Europa e tanto meno per gli Stati Uniti.
Il presidente Trump ha tenuto accesi i riflettori su dazi,Ucraina e Gaza e l’Unione europea si è trovata direttamente coinvolta pur senza riuscire a essere protagonista. Per usare le parole dell’ex premier Draghi, gli eventi recenti «hanno fatto giustizia di qualunque illusione che la dimensione economica da sola assicurasse una qualche forma di potere geopolitico» all’Unione europea. «Per anni l’Unione europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali — ha osservato l’ex presidente della Bce —. Quest’anno sarà ricordato come l’anno in cui questa illusione è evaporata».
La foto di von der Leyen accanto a Trump al Turnberry Golf Club del tycoon in Scozia per l’accordo sui dazi, a fine luglio, è il simbolo di una relazione subalterna che ha spazzato via ogni forma di rispetto tra alleati. E poco ha migliorato l’altra foto che resterà negli annali, quella scattata a Washington il 18 agosto, che mostra i leader europei al cospetto del presidente americano per discutere di Ucraina. È la fine di un’era. Gli europei stanno al gioco di Trump e cercano di blandirlo.
In questo scenario di incertezza, l’Ue cerca di mostrarsi unita pur senza esserlo, perché Bruxelles ha la consapevolezza di poter contare solo quando i ventisette Stati membri sono uniti. Trump ha l’effetto di dividere l’Europa. Le forze populiste fanno il tifo per Washington contro gli stessi interessi europei. E all’interno degli stessi Paesi si aprono fratture. Domani il presidente polacco Karol Nawrocki, fresco di elezione, nazionalista del Pis, sarà alla Casa Bianca invitato dal presidente Usa. Una missione che crea tensioni con il premier Tusk.Le posizioni di Nawrocki sull’Ucraina sono ambigue. Il suo veto alla legge per estendere fino a marzo gli aiuti polacchi ai profughi ucraini ha anche bloccato il finanziamento, di 43 milioni di euro, per il sistema Starlink usato da Kiev.
Ieri è scaduto l’ultimatum di Trump a Putin per un bilaterale tra Mosca e Kiev per avviare il dialogo sul processo di pace: o almeno Macron e Zelensky parlano di ultimatum, ma nei giornali americani questa parola è assente. Infatti, il presidente americano ha usato il termine «due settimane» per individuare scadenze così tanto spesso che il significato non è più chiaro. Il 15 agosto ha detto a Fox News che non doveva più pensare alle sanzioni, dopo l’incontro con Putin, ma avrebbe forse dovuto pensarci tra «due o tre settimane o qualcosa del genere». Il 22 agosto ha ripetuto che «entro due settimane» (quindi entro il 5 settembre) prenderà una decisione: e la scelta è tra nuove sanzioni oppure «non fare nulla e dire: è la vostra battaglia».
Per gli europei lo stallo è la prova della cattiva fede di Putin. La presidente von der Leyen in un’intervista al Financial Times ha detto che «Putin non è cambiato, è un predatore», Trump «vuole la pace e Putin non si siede al tavolo delle trattative… Ha un’esperienza negativa con Putin; sempre più Putin non fa quello che dice». La presidente ha sottolineato che «negli ultimi mesi abbiamo avuto diversi incontri in cui è stato ovvio che si può fare affidamento sugli europei» ed «è chiaro che quando diciamo qualcosa, la facciamo». Ma da quanto trapelato dalla Casa Bianca la fiducia di alcuni consiglieri di Trump verso gli europei non è forte: ritengono che «britannici e francesi» sono stati «costruttivi» (secondo fonti del sito Axios) ma che altri Paesi non siano pronti a impegnarsi e dipendano troppo dagli Stati Uniti per l’Ucraina. Alcuni consiglieri danno la colpa del fallimento dei negoziati non a Putin, ma a quei leader europei che continuano ad alimentare le «false speranze» di Zelensky nella possibilità di un accordo che non lo costringa a cedere una parte dei territori del suo Paese.
Gli europei stanno cercando di trovare un accordo sulle garanzie di sicurezza da fornire all’Ucraina per consentire al presidente Zelensky di sedersi al tavolo del negoziato con Putin da una posizione più forte. Giovedì a Parigi si riunirà la Coalizione dei volenterosi. Ma i ministri della Difesa e degli Esteri dei Ventisette che venerdì e sabato si sono riuniti a Copenaghen, non sono ancora riusciti a trovare la quadra: alcuni Paesi sono contrari alla possibilità di inviare una missione militare di addestramento dell’Ue sul terreno finché la guerra della Russia è ancora in corso; inoltre, Germania, Italia e Belgio dicono no alla confisca dei 210 miliardi di euro di beni russi congelati da usare per aiutare l’Ucraina (al momento sono utilizzati solo i profitti che generano). Sull’ingresso nell’Ue persiste il veto dell’Ungheria. E sulla volontà dell’Unione di riarmarsi per difendersi dalla Russia permangono i dubbi di alcuni grandi Paesi, a cominciare dalla Spagna (e anche l’Italia nicchia).
Tutte le carte sono nelle mani di Trump perché l’Ue senza gli Stati Uniti non è autosufficiente nella propria difesa e non lo è nemmeno per aiutare l’Ucraina.
Come per altri documenti e discorsi presentati negli ultimi giorni, pubblichiamo il comunicato integrale del patriarcato Greco Ortodosso e Latino di Gerusalemme. Per riflettere sulle grandi tematiche, e i drammi, dell’attualità
Gerusalemme, 26 agosto 2025
“Sui sentieri della giustizia si trova la vita, la sua strada non va mai alla morte” (Proverbi 12,28).
Qualche settimana fa, il governo israeliano ha annunciato la sua decisione di prendere il pieno controllo della città di Gaza. Negli ultimi giorni, i media hanno ripetutamente riferito di una massiccia mobilitazione militare e dei preparativi per un’imminente offensiva. Le stesse notizie indicano che la popolazione della città di Gaza, dove vivono centinaia di migliaia di civili – e dove si trova la nostra comunità cristiana – sarà evacuata e trasferita a sud della Striscia. Al momento della presente dichiarazione, sono già stati emessi ordini di evacuazione per diversi quartieri della città di Gaza. Continuano ad arrivare notizie di pesanti bombardamenti. Si registrano ulteriori distruzioni e morti in una situazione già drammatica prima dell’inizio dell’operazione. Sembra che l’annuncio del governo israeliano secondo cui «si apriranno le porte dell’inferno» stia effettivamente assumendo contorni tragici. L’esperienza delle passate campagne a Gaza, le intenzioni dichiarate dal governo israeliano riguardo all’operazione in corso e le notizie che ci giungono dal terreno dimostrano che l’operazione non è solo una minaccia, ma una realtà che è già in fase di attuazione.
Dallo scoppio della guerra, il complesso greco-ortodosso di San Porfirio e quello latino della Sacra Famiglia sono stati un rifugio per centinaia di civili. Tra loro ci sono anziani, donne e bambini. Nel complesso latino ospitiamo da molti anni persone con disabilità, assistite dalle Suore Missionarie della Carità. Come gli altri abitanti della città di Gaza, anche i rifugiati che vivono nella struttura dovranno decidere secondo coscienza cosa fare. Tra coloro che hanno cercato riparo all’interno delle mura dei complessi, molti sono indeboliti e malnutriti a causa delle difficoltà degli ultimi mesi. Lasciare Gaza City e cercare di fuggire verso sud equivarrebbe a una condanna a morte. Per questo motivo, i sacerdoti e le suore hanno deciso di rimanere e continuare a prendersi cura di tutti coloro che si troveranno nei due complessi.
Non sappiamo esattamente cosa accadrà sul posto, non solo per la nostra comunità, ma per l’intera popolazione. Possiamo solo ripetere ciò che abbiamo già detto: non può esserci futuro basato sulla prigionia, lo sfollamento dei palestinesi o la vendetta. Facciamo eco alle parole pronunciate pochi giorni fa da Papa Leone XIV: «Tutti i popoli, anche i più piccoli e i più deboli, devono essere rispettati dai potenti nella loro identità e nei loro diritti, in particolare il diritto di vivere nelle proprie terre; e nessuno può costringerli a un esilio forzato» (Discorso al gruppo di rifugiati delle Chagos, 23.8.2025).
Non è questa la giusta via. Non vi è alcuna ragione che giustifichi lo sfollamento deliberato e forzato di civili.
È tempo di porre fine a questa spirale di violenza, di porre fine alla guerra e di dare priorità al bene comune delle persone. C’è stata abbastanza devastazione, nei territori e nella vita delle persone. Non vi è alcuna ragione che giustifichi tenere dei civili prigionieri o ostaggi in condizioni drammatiche. È ora che le famiglie di tutte le parti in causa, che hanno sofferto a lungo, possano avviare percorsi di guarigione.
Con uguale urgenza, facciamo appello alla comunità internazionale affinché agisca per porre fine a questa guerra insensata e distruttiva, e affinché le persone scomparse e gli ostaggi israeliani possano tornare a casa.
“Sui sentieri della giustizia si trova la vita, la sua strada non va mai alla morte” (Proverbi 12,28). Preghiamo affinché tutti i nostri cuori si convertano, per camminare sui sentieri della giustizia e della vita, per Gaza e per tutta la Terra Santa.
‘La Riflessione’ , dopo quello di Zelensky in occasione del Giorno dell’Indipendenza ucraino, continua a presentare i discorsi integrali dei leaders politici: perché per riflettere è necessario conoscere a fondo le posizioni dei grandi del mondo, che animano le grandi tematiche dell’attualità
Buongiorno a tutti e grazie per questa accoglienza, commovente per me.
Consentitemi di ringraziare e salutare soprattutto il Presidente della Fondazione Meeting, Bernhard Scholz, di rivolgere un ringraziamento speciale a lui, alla grande famiglia del Meeting, non soltanto per l’invito ma per un evento che da quasi mezzo secolo segna un momento fondamentale nel dibattito politico e culturale della Nazione. Voglio salutare i Ministri, i parlamentari, il mio amico Maurizio Lupi, voglio ringraziare le autorità civili, militari e religiose presenti, oltre che il Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, Davide Prosperi, a cui va il mio abbraccio.
Per me è un piacere, un onore essere qui con voi oggi, perché sono convinta che quello che accade ogni anno in questi padiglioni sia qualcosa di estremamente prezioso e so bene che cosa significhi organizzare eventi di questo tipo, sono testimone personalmente di quanto lavoro, di quanto sacrificio, di quanta elaborazione, di quanta dedizione richiedano e confesso che ho sempre guardato al Meeting con ammirazione perché è la piazza del dialogo per eccellenza, come dice il titolo stesso dell’incontro.
È stato così anche in anni nei quali la polarizzazione ideologica era più marcata, anche nei anni nei quali era più complicato superare gli steccati per riuscire ad andare al cuore dei problemi reali delle persone, delle famiglie e delle imprese. Leggo ogni volta, negli occhi, nei volti, nelle braccia, dei tantissimi volontari che danno vita a questa manifestazione e che scelgono di dedicare un pezzo della propria estate e non solo per allestire questo evento, una passione che solo chi conosce il senso di appartenenza a una comunità può riconoscere.
Senza i volontari semplicemente non esisterebbe il Meeting e io voglio per questo tributare a tutti loro il mio di applauso. perché sono l’anima stessa di questo luogo, il fuoco che alimenta ogni edizione e sono oggettivamente un vero spettacolo.
“Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”. Avete scelto per questa edizione questa splendida frase di Thomas Stearns Elliot, un autore a me molto caro, un cristiano, un conservatore, diventato punto di riferimento nella storia della letteratura fino al premio Nobel nel 1948. Nei Cori da “La Rocca” Elliot racconta l’impresa di alcuni operai a cui è assegnato il compito di costruire una nuova chiesa in terra ostile, una delle tante periferie urbane dove la chiesa viene cancellata con un tratto di penna. Gli operai incontrano imprevisti , difficoltà di ogni tipo, ma non si arrendono e alla fine riescono nella loro impresa. Costruire una chiesa in quel deserto, un luogo dove gli uomini sono ridotti a bottiglie vuote, ad alveari senza miele, che vivono forse tranquilli però senza provare né sazietà né disperazione. Un mondo vinto dal nulla, dove non c’è spazio per una tensione spirituale, per un’aspirazione verticale, abitato da individui anestetizzati a cui non interessa altro che trovare un posto per fare un picnic, o smarrirsi con potentissime auto su strade secondarie.
E qui io potrei trovare delle similitudini con Atreju, il ragazzo de “La storia infinita” che lotta contro “il nulla che avanza” e che come si sa ha avuto un ruolo importante nell ‘immaginario della mia formazione culturale, ma il punto è che siamo di fronte a una potente metafora della nostra epoca, un’epoca nella quale si vorrebbe omologare tutto, trasformare ognuno di noi in un consumatore perfetto, un vuoto a rendere che può essere riempito da qualsiasi cosa si voglia, individui senza identità, senza memoria, senza appartenenza nazionale, familiare o religiosa, individui in cui i desideri cambiano in continuazione e che quindi non amano più nulla, individui in sostanza nella cui esistenza non c ‘è più nulla per cui valga la pena impegnarsi, costruire o combattere. Gli operai di Elliot fanno una scelta diversa.
Io ho capito l’esortazione che fate a tutti con il titolo di questo Meeting: noi siamo chiamati nei deserti fisici ed esistenziali del nostro tempo a seguire lo stesso cammino di quegli operai e per chi come me ha responsabilità di Governo quell’esortazione comporta molte cose, costruire con mattoni nuovi significa comprendere il tempo nel quale si vive, saper calare in quel tempo il proprio sistema di valori, significa costruire con mattoni che sappiano resistere ai venti di quell’epoca, che sappiano resistere alle sue tempeste, significa saper agire con metodi nuovi, saper saltare le tante, troppe paludi che si trovano sul percorso, soprattutto in Italia, dove le migliori intenzioni vengono spesso frenate da meccanismi bloccati, da processi farraginosi, da rendite di posizione, da preconcetti ideologici.
Il campo nel quale abbiamo dimostrato di voler stare in questi ormai quasi tre anni alla guida della Nazione non è il campo delle ideologie, non è il campo delle utopie, non è il campo di chi pensa che sia possibile modellare la realtà sulla base delle proprie convinzioni. Il campo che abbiamo scelto è il campo del reale, perché come ci ha insegnato Jean Guitton “mille miliardi di idee non valgono una sola persona. Noi dobbiamo amare le persone, è per loro che bisogna vivere e morire”. Questo è il campo nel quale intendiamo giocare, mettendo nelle nostre decisioni quella umanità, quella concretezza che solo chi non perde il contatto con il mondo reale può dimostrare.
In questi quasi tre anni abbiamo provato a portare i nostri “mattoni nuovi”, abbiamo portato mattoni nuovi nella postura internazionale dell’Italia. Voi sapete quante energie io abbia personalmente speso a quella che considero una missione. E quella missione è fare in modo che l’Italia si riappropri del posto che le spetta nel mondo. Forte, fiera. schietta, leale, in una parola: autorevole. E oggi sono fiera che l’Italia venga vista così a livello internazionale, che non venga più considerata la grande malata d’Europa, ma addirittura un modello di stabilità, di serietà di Governo, che gli investitori internazionali ci considerino una Nazione sicura, tanto che ormai i tassi di interesse che paghiamo sul nostro debito sono in linea con quelli che si pagano in una Nazione come la Francia, che le istituzioni comunitarie certifichino che l’Italia è la prima in Europa per l’attuazione del PNRR o che la stampa internazionale, che non è mai stata particolarmente benevola verso di noi, sia portata spesso a considerarci un ‘anomalia positiva.
Potrei ricordare i tanti profeti di sventura che indicavano proprio nella politica estera l’eventuale tallone di Achille di un governo Meloni, ma non mi interessa questo, mi interessa piuttosto che molti di loro abbiano dovuto fare i conti con una realtà diversa e posso solo augurarmi che in cuor loro siano tutti contenti di essersi sbagliati. E spero, e però dobbiamo anche essere onesti, e allora a dire la verità non è merito mio o del Governo se l’Italia è considerata oggi una protagonista. Noi non abbiamo fatto altro che essere consapevoli di quello che rappresentavamo. della grande Nazione che abbiamo l’onore di guidare. Questa consapevolezza è l’unica vera differenza con il passato e questa consapevolezza la portiamo su tutti i tavoli, a partire da quelli relativi alle gravissime crisi internazionali che stiamo vivendo. Finalmente dopo tre anni e mezzo in cui la Russia non ha dato alcun segnale di dialogo, in cui pretendeva banalmente la capitolazione di Kiev, si sono aperti spiragli per un percorso negoziale, spiragli che sono stati resi possibili grazie a un’iniziativa del Presidente degli Stati Uniti, ma ancora di più grazie all’eroica resistenza del popolo ucraino e al compatto sostegno che l’Occidente, l ‘Europa e l’Italia hanno garantito, nonostante un ‘opinione pubblica non sempre convinta. In questa opportunità di dialogo verso una pace giusta, per quanto complicata, dobbiamo credere fortemente portando il nostro contributo di idee e di proposte. Noi abbiamo sempre sostenuto, l’Italia ha sempre sostenuto, che la chiave di volta per ogni percorso di pace fosse l’attivazione di robuste garanzie di sicurezza per l’Ucraina. capaci di prevenire nuove guerre, nuove aggressioni, è il punto di partenza, è il presupposto non scontato che è stato stabilito a Washington nel recente incontro tra americani, europei e ucraini. E a proposito di mattoni nuovi, la proposta italiana, basata su un meccanismo ispirato all’articolo 5 della Nato, è attualmente la principale sul tavolo. Un possibile contributo alla pace che la nostra Nazione ha fornito e penso che dobbiamo esserne fieri.
Pace con giustizia e sicurezza è anche quella che stiamo perseguendo con i partner europei e occidentali a Gaza. So che avete aperto questa edizione del Meeting con un emozionante incontro tra una donna israeliana, madre di un rapito e una donna palestinese. Noi non abbiamo esitato un solo minuto nel sostenere il diritto alla sicurezza e all’autodifesa di Israele dopo il massacro del 7 ottobre, un orrore che resterà sulla coscienza dei terroristi che da troppo tempo si fanno scudo dei civili a Gaza. Però allo stesso tempo non possiamo tacere ora di fronte a una reazione che è andata oltre il principio di proporzionalità, mietendo troppe vittime innocenti, arrivando a coinvolgere anche le comunità cristiane che sono da sempre un fattore di equilibrio nella regione e che ora sta mettendo a repentaglio in modo definitivo anche la prospettiva storica della soluzione dei due popoli in due stati. Voglio approfittare di questa occasione anche per dire che condanniamo l’ingiustificabile uccisione di giornalisti a Gaza. Un inaccettabile attacco alla libertà di stampa e a tutti coloro che con coraggio rischiano la vita per raccontare il dramma della guerra. Da Nazione amica di Israele e del popolo ebraico chiediamo a tutte le Nazioni, a tutte le forze politiche di fare ogni pressione possibile su Hamas affinché rilasci gli ostaggi israeliani ancora trattenuti e chiediamo a Israele di cessare gli attacchi, di fermare l’occupazione militare a Gaza, di porre fine all’espansione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, di consentire il pieno accesso degli aiuti umanitari nella Striscia, di partire dalle proposte dei paesi arabi per definire un quadro di stabilità e sicurezza. Però rivendichiamo con orgoglio il ruolo ricoperto dall’Italia in questa crisi, perché siamo la Nazione europea che si è adoperata di più sul fronte umanitario. Ringrazio per questo soprattutto il Ministro degli Esteri Antonio Tajani. Siamo il primo paese non musulmano al mondo per evacuazioni sanitarie da Gaza, perché c’è chi scrive le mozioni e urla gli slogan e c’è chi salva i bambini e io sono fiera di fare parte dei secondi.
Rivendichiamo il ruolo pragmatico, propositivo dell’Italia sullo scacchiere internazionale e in seno all’Unione europea. Un’Unione europea che sembra sempre più condannata all’irrilevanza geopolitica, incapace di rispondere efficacemente alle sfide di competitività poste dalla Cina e dagli Stati Uniti, come ha giustamente rilevato Mario Draghi qualche giorno fa da questo palco. Ora, io che sono passata dall’essere un’impresentabile per aver collocato il mio partito all’opposizione del Governo Draghi all’essere definita una “draghiana di ferro” mi divertirò domani a leggere i giornali per capire in quale delle due caselle verrò inserita questa volta. Però in realtà non mi interessa questo. Mi interessano invece i temi che sono stati posti. Mi interessa rilevare che molte delle critiche che ho sentito rispetto all’attuale condizione dell’Unione europea le condivido così tanto da averle formulate molto spesso nel corso degli anni, venendo per questo aspramente criticata anche da molti di coloro che oggi si spellano le mani. Ma sapevo che prima o poi tutti avrebbero dovuto fare i conti con la realtà, perché questa fase di enormi mutamenti, una fase nella quale sono saltati i paradigmi su cui abbiamo visto costruire l’Unione Europea e democrazie decidenti, autocrazie ciniche ci sfidano ogni giorno, ci offre per paradosso una grande opportunità. Un’opportunità che noi possiamo cogliere solo se l’Unione europea sarà capace di riscoprire la propria anima e le proprie radici. Sì, anche quelle culturali, anche quelle religiose colpevolmente negate anni fa. Banalmente, perché se non sai chi sei, non puoi neanche definire il tuo ruolo nel mondo, la tua missione nella storia. La burocrazia non ci tirerà fuori dalla tempesta. La politica può farlo.
Le regolamentazioni non ci renderanno più forti, le idee possono farlo. Le ideologie cieche non libereranno le nostre società, i valori di riferimento applicati alla realtà che viviamo possono farlo. Però, dobbiamo sapere che tornare protagonisti della storia e del proprio destino non è facile, non è indolore, non è gratis.
Bisogna, ad esempio, essere disposti a pagare il prezzo della propria libertà e della propria indipendenza, dopo che per decenni noi abbiamo appaltato agli Stati Uniti la sicurezza europea, a costo di una inevitabile dipendenza politica. Il mondo politico dal quale provengo ha sempre posto il problema, assumendosi la responsabilità, anche il costo politico in termini di consensi, di sostenere che solo chi è in grado di difendersi da solo è veramente libero nelle scelte che fa.
Abbiamo parlato dell’esigenza di una colonna europea della Nato, di pari forze e dignità rispetto a quella americana, quando questi temi non erano di moda. E consentitemi di dire anche qui che mi fa un po’sorridere che coloro che oggi rivendicano la necessità di emanciparsi dagli Stati Uniti siano gli stessi che da sempre si oppongono a una politica di indipendenza in termini di difesa e sicurezza. Perché, signori, le due cose banalmente non stanno insieme.
Allora, costruire con mattoni nuovi in Europa significa soprattutto ripartire dalla Politica – sono d’accordo anche su questo -, che è visione, passione, conflitto e sintesi, partecipazione e democrazia. Significa ridurre la burocrazia soverchiante, significa sostenere la competitività delle imprese per combattere la desertificazione produttiva. Significa rimettere l’Uomo, e non l’ideologia, al centro della natura. Significa investire sulle proprie filiere per ridurre le troppe dipendenze strategiche che abbiamo. Significa porsi il problema demografico perché, signori, altrimenti, tra non molti decenni, non ci sarà alcuna civiltà europea da difendere.
Significa – come dicevo – costruire un proprio modello di sicurezza, integrato nel sistema di valori e di difesa dell’Occidente. Significa, insomma, delineare un’Europa del pragmatismo e del realismo, andando oltre il dibattito un po’stantio tra più Europa e meno Europa. Perché la vera sfida è un’Europa che faccia meno e che lo faccia meglio, che non soffochi gli Stati nazionali, ma ne rispetti i ruoli e le specificità, che non annulli le identità ma le sublimi in una sintesi virtuosa e più grande. Uniti nella diversità è, del resto, il motto dell’Unione europea e io penso che sia un motto al quale dovremmo tutti ispirarci davvero.
Perché i “nuovi mattoni” sono anche un modo nuovo di vivere identità antiche, culturali, spirituali, religiose. Io non mi sono mai fidata di chi si vergogna della propria identità, però non mi fido neanche di chi non è disposto a viverla in modo nuovo. Eliot diceva che la tradizione va sempre reinventata. Essere conservatori non vuol dire costruire con mattoni vecchi, significa cercare sempre mattoni nuovi per continuare a edificare una casa che non hai iniziato tu. Significa amare le linfe di una storia che altri hanno avviato, desiderare che grazie al tuo contributo quella storia produca frutti sempre più abbondanti.
E la nostra casa, a cui aggiungere mattoni nuovi, è l’Occidente. Non – come ho detto diverse volte – un luogo fisico, ma un sistema di valori nato tra l’incontro tra la filosofia greca, il diritto romano e l’umanismo cristiano. Sintesi che ha fertilizzato il terreno dove è cresciuta la separazione tra Stato e Chiesa, dove gli uomini nascono uguali e liberi, dove la vita è sacra e la cura per i più fragili è un valore assoluto.
Questo è quello che siamo. È quello che siamo. Ed è quello che ha permesso alla nostra civiltà di progredire nei secoli e di essere un modello da seguire. E, signori, l’Occidente ha ancora molto da dire, l’Occidente ha ancora molto da dare. Ma serve consapevolezza e serve umiltà, serve sapersi mettere in discussione, serve rispetto per noi stessi, condizione imprescindibile per rispettare anche gli altri. E l’Italia cerca di fare la sua parte anche in questo, per mostrare la strada. Penso che abbiamo portato mattoni nuovi in Africa, creando un modello di cooperazione che rifugge tanto l’approccio paternalistico quanto quello predatorio, costruendo invece partenariati basati sul rispetto reciproco, sulla fiducia, sulla condivisione, cioè sulla capacità di guardarsi negli occhi da pari per trovare insieme gli ambiti nei quali poter fare la differenza e avere benefici reciproci. Perché a differenza di altri attori non abbiamo secondi fini, non ci interessa sfruttare il continente africano per le ricchissime materie prime che possiede, utilizzandole per accrescere il nostro benessere. Ci interessa invece che l’Africa prosperi insieme a noi processando le sue risorse, coltivando i suoi campi, dando lavoro e una prospettiva alle sue energie migliori, potendo contare su governi stabili e società dinamiche. E abbiamo lavorato per realizzare questo approccio, l’abbiamo fatto soprattutto attraverso il Piano Mattei per l’Africa, cioè la strategia che l’Italia porta avanti assieme a diverse Nazioni africane per favorire investimenti di qualità, grandi progetti in campo infrastrutturale, energetico, produttivo e soprattutto di valorizzazione del capitale umano. Perché la formazione e l’educazione sono due costanti dei progetti che abbiamo lanciato, dal grande Centro di formazione e innovazione in ambito agricolo che nascerà in Algeria, fino all’impegno che stiamo portando avanti con la Fondazione ASVI in Costa d’Avorio per raggiungere oltre 800 scuole primarie e circa 200 mila bambini e ragazzi che vivono nei contesti più difficili.
Però quello che vogliamo costruire non è un semplice pacchetto di progetti. È un nuovo patto tra Nazioni libere, che scelgono di cooperare perché credono nei valori della centralità della persona, della dignità del lavoro e della libertà. E sta diventando un modello anche per molti altri Paesi. E sono fiera che quel modello coinvolga le energie migliori della nostra Nazione, in un gioco di squadra che mette insieme tutto il Sistema Italia, il settore privato, la società civile, il Terzo Settore. Ed è la prova che quando l’Italia agisce con visione e concretezza, ma anche unita, riesce a fare la differenza. Abbiamo posato “mattoni nuovi” sul fronte delle migrazioni, contrastando gli arrivi irregolari e ampliando quelli regolari, in una cornice di serietà e rigore come non era mai avvenuto prima. E lo abbiamo fatto perché l’immigrazione regolata e legale può rappresentare una ricchezza per ogni Nazione, ma l’immigrazione illegale e incontrollata è un danno per qualsiasi società.
Anche qui, il punto è che non ci interessa sfruttare la migrazione per avere mano d’opera a basso costo da impiegare nei nostri sistemi produttivi. Ci interessa, invece, combattere le cause profonde che spingono tanti, troppi giovani, a pagare trafficanti senza scrupoli per affrontare viaggi potenzialmente letali alla ricerca di una vita migliore che quasi mai le nostre società riescono a garantire. Ci interessa codificare e difendere il diritto a non dover emigrare, perché è assolutamente vero quello che ci ricorda un grande uomo di Chiesa come il Cardinale Robert Sarah, quando dice che chi ritiene le migrazioni necessarie e indispensabili compie, di fatto, un atto egoistico. “Se i giovani lasciano la loro terra e il loro popolo – si chiede Sarah – rincorrendo la promessa di una vita migliore, che ne sarà della storia, della cultura, dell’esistenza del Paese che hanno abbandonato?”.
Per questo l’Italia, con questo Governo, ha svolto un ruolo che io considero decisivo anche per cambiare l’approccio europeo nei confronti di questa sfida. Perché se oggi ci si pone come priorità l’attuazione dei partenariati paritari con i Paesi di origine e transito, la difesa dei confini esterni dell’Unione europea, il rafforzamento della politica dei rimpatri, la costruzione di soluzioni innovative, questo lo si deve al nostro coraggio, alla nostra determinazione.
Sono scelte che hanno portato a un duplice risultato, come sapete: abbattere drasticamente gli ingressi irregolari ma, soprattutto, ridurre il numero dei morti e dei dispersi in mare. Ed è questo il risultato che più ci deve rendere orgogliosi, perché non c’è niente di più importante che salvare una vita umana o strapparla agli artigli dei trafficanti di esseri umani. E voglio dire con chiarezza, in apertura di questa stagione, che ogni tentativo che verrà fatto di impedirci di governare questo fenomeno con serietà e determinazione sarà rispedito al mittente.
Non c’è giudice, politico o burocrate che possa impedirci di far rispettare la legge dello Stato italiano, di garantire la sicurezza dei nostri cittadini, di combattere gli schiavisti del terzo millennio, di salvare vite umane.
Perché quello che vogliamo dimostrare è che la politica può tornare autorevole. Però per farlo devi saper mettere la faccia sulle sfide difficili. È quello che abbiamo fatto, ad esempio, in quei territori della nostra Nazione che erano stati colpevolmente abbandonati dallo Stato e lasciati al degrado e alle mafie. Stiamo ricostruendo con mattoni nuovi, restituendo speranza, riportando la gioia delle cose normali, come un parco per far giocare i bambini, un asilo dove far crescere i figli, un centro dove fare sport, un’Università nella quale valorizzare il talento dei ragazzi. Siamo partiti – come sapete – da Caivano, e in quel territorio abbiamo dimostrato che lo Stato può mantenere la parola data, può rispettare un impegno, può mostrare il suo volto credibile.
Perché, se ci pensate, in fondo è banalmente questo che i cittadini si aspettano dalla politica: il coraggio di sapere affrontare i problemi più complessi anche a costo di fallire, l’ostinata determinazione a servire il bene comune, mettendo sempre al centro le persone e in particolare i bisogni dei più deboli. Perché non c ‘è un altro modo, come ci ha ricordato di recente anche Papa Leone, per rendere la politica “la forma più alta di carità”.
Ma quello che abbiamo fatto a Caivano non è che il punto di partenza di un percorso molto più esteso, che vuole avviare in tutte quelle realtà dove lo Stato aveva preferito indietreggiare piuttosto che rischiare. Ora sono otto i territori dove stiamo concentrando il nostro lavoro, territori nei quali stiamo estendendo il modello che a Caivano ci ha permesso, ad esempio, anche di offrire agli adolescenti alternative vere e concrete alle piazze di spaccio, alla criminalità, alla violenza, all’emarginazione. Certo la sfida abbiamo di fronte è una sfida enorme, nessuno, ovviamente, di noi è tanto arrogante da sostenere che i problemi sono stati risolti, ma è un dato di fatto che questo Governo ha scelto – anche su questo fronte – di non girarsi dall’altra parte, come invece molti altri avevano fatto. Vogliamo ricostruire con i mattoni nuovi della verità, con il coraggio di dire cose banali, che per troppo tempo ideologie irragionevoli hanno tentato di negare. Come che la droga fa schifo, distrugge la vita, ti promette qualcosa che non può darti e mentre lo fa ti riduce a uno schiavo. Ma anche, dall’altra parte, che se cadi nella dipendenza non sei perduto. Che se chiedi aiuto troverai qualcuno disposto a prenderti per mano, a condividere la tua lotta, le tue resistenze, le tue oscurità per costruire insieme un futuro di libertà. Una di quelle realtà è qui vicino, è San Patrignano. Io sarò loro ospite tra poco, ma ce ne sono davvero moltissime.
Messaggi chiari per carità coraggiosi per un tempo come questo, che però sono accompagnati anche dai fatti. Come gli investimenti record sul fronte della prevenzione alla tossicodipendenza – 165 milioni, circa il doppio di quanto disponibile negli anni precedenti -, il sostegno concreto, appunto, a un mondo fatto di comunità, di servizi, di volontari, di operatori, che per troppo tempo ha operato nell’indifferenza delle istituzioni, e non desiderava altro che lo Stato fosse schierato al suo fianco. A quelle realtà voglio confermare che lo Stato al loro fianco oggi c’è. E non importa quanto sia faticoso, perché è una fatica meravigliosa – carica di amore, di speranza e di futuro.
E perché la rassegnazione per noi non è mai stata un’opzione. Non lo è neanche di fronte al processo che a molti sembra ormai ineludibile di glaciazione demografica delle società occidentali. Anche qui, come ho detto molte volte, il declino non è l’unico scenario possibile. Il declino è sempre una scelta. Combattere quel declino è la nostra scelta. E faremo ogni sforzo necessario a ricostruire una società amica della famiglia, amica della natalità, nella quale la genitorialità sia un valore socialmente riconosciuto, protetto e sostenuto.
Nella quale la famiglia torni a essere riconosciuta e valorizzata per il ruolo insostituibile che svolge. Lo dico anche annunciando che una delle priorità sulle quali intendiamo lavorare insieme al Ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, che ringrazio, è un grande piano casa a prezzi calmierati per le giovani coppie. Perché senza una casa è difficile costruire una famiglia.
Nonostante la scarsa disponibilità di risorse che avevamo, questo Governo non ha rinunciato a compiere scelte coraggiose, garantendo nel solo 2024 benefici netti per le famiglie per oltre 16 miliardi di euro, aumentando i mesi di congedo parentale retribuito all’80%, rendendo l’asilo nido gratuito per il secondo figlio, solo per citare alcuni provvedimenti, che rendono però il tema della conciliazione vita-lavoro un fatto concreto e non semplicemente uno slogan decantato.
Però dobbiamo dirci anche che tutto questo rischia di essere vano senza un clima culturale nuovo e diverso, che dobbiamo costruire insieme. Cattivi maestri hanno proclamato per decenni che la genitorialità era un concetto arcaico e patriarcale, che andava combattuto e sostituito da valori più moderni, solo che non c’è nulla di moderno nell’affittare l’utero di una donna povera, nel privare per legge un bambino della figura del padre o della madre, nel far passare il messaggio che la genitorialità è nemica dell’affermazione personale o addirittura che i figli non vanno messi al mondo perché inquinano. Solo l’ignoranza può sostenere queste tesi deliranti e con l’ignoranza non si può costruire nessuna modernità.
Il lavoro è una chiave di volta di questa impalcatura. E particolarmente il lavoro delle donne, e mi rende orgogliosa sapere che sotto il mio governo, il primo guidato da una donna, si sia raggiunto il record di occupazione femminile, anche se non sono ancora soddisfatta. Certamente i dati sull’andamento dell’occupazione in Italia dicono che con scelte giuste si può anche qui “costruire con mattoni nuovi”, dando finalmente piena attuazione al primo articolo della nostra Costituzione.
Come sapete, tra pochi giorni, il 7 settembre, la Chiesa proclamerà santo un ragazzo di 24 anni. Quel ragazzo proveniva da una delle famiglie più ricche e importanti della sua città, e chiaramente avrebbe potuto godere della sua condizione privilegiata. Ma non lo ha fatto. Ha scelto invece di mettersi al servizio del prossimo e di chi aveva più bisogno. Quel ragazzo si chiamava Pier Giorgio Frassati, e nella Torino operaia e industriale dei primi decenni del Novecento dedicava le sue energie agli ultimi e ai più poveri. Dava loro anche del denaro, ma su tutto, si dava da fare per procurare loro un lavoro. E quando gli si pose davanti il caso di un padre di famiglia rimasto disoccupato, che non poteva più svolgere mansioni pesanti, allora scelse di donargli in maniera anonima 500 lire per consentirgli di avviare una piccola attività, una gelateria. E quando gli fu chiesto se sperasse di rivedere indietro i suoi soldi, lui rispose: “È bello dare del denaro e del pane; e ancora più bello è dare del lavoro”. Perché è nel lavoro che l’uomo trova la sua piena dignità; è nella realizzazione del lavoro che l’uomo comprende il suo valore. “Un uomo disoccupato”, diceva don Giussani, “soffre un attentato grave alla coscienza di sé stesso. Un uomo conosce sé stesso solo in azione, durante l’azione, mentre è in azione.”.
Per troppo tempo, prima di noi, chi ha governato l’Italia, ha smarrito questi insegnamenti, ha confuso il diritto al lavoro con il diritto a un reddito, rifugiandosi nell’assistenzialismo pur di non esercitare quel faticoso dovere che è in capo allo Stato e cioè il compito di creare le condizioni affinché il diritto al lavoro sia concretamente garantito. Al contrario, noi abbiamo sempre pensato che mentre i sussidi come il reddito di cittadinanza, deresponsabilizzano la società e atrofizzano le persone, la sussidiarietà – cioè la società dovunque possibile, lo Stato quando necessario – mobilitino le persone. Abbiamo sempre pensato che la vera ricchezza di una Nazione e di un popolo risieda nel lavoro. E questa è la visione che abbiamo seguito e declinato in tutte le nostre scelte. Però anche qui, forse in fondo non abbiamo fatto altro che credere nell’Italia, credere nelle sue imprese, nei suoi lavoratori, mettere quelle imprese e quei lavoratori nelle condizioni migliori per liberare il loro potenziale. I dati positivi che stiamo registrando sul fronte dell’occupazione ci incoraggiano a proseguire in questa direzione per consolidare quella traiettoria di crescita che ha permesso in poco più di mille giorni di creare oltre un milione di nuovi posti di lavoro, la gran parte dei quali a tempo indeterminato.
Però ci poniamo un obiettivo altrettanto ambizioso, che è quello di ricostruire su basi nuove la dinamica tra lavoratori e datori di lavoro. Dinamica che, in un tessuto produttivo come il nostro, fatto in gran parte da piccole e medie imprese, non può che essere fondata sulla condivisione e non sullo scontro. Perché io non ho mai conosciuto un solo imprenditore che non considerasse i suoi dipendenti la principale risorsa che aveva a disposizione. E il primo fondamentale “mattone nuovo” che abbiamo cementato insieme alle parti sociali e ai corpi intermedi è stata la legge di iniziativa popolare, storica battaglia della destra, poi promossa dalla Cisl, approvata dal Parlamento, sostenuta dal Governo, sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione d’impresa. Un traguardo che l’Italia aspettava da 80 anni e che è un punto di partenza per declinare una visione autenticamente sussidiaria del lavoro e della produzione.
Abbiamo rimesso al centro il lavoro, ma ci siamo anche occupati di restituire all’Italia quella credibilità di cui aveva bisogno per affrontare un quadro economico, finanziario e internazionale, come si ricordava, tra i più complessi di sempre. È una credibilità riconosciuta dai mercati, dagli investitori, dai risparmiatori, che abbiamo saputo costruire dimostrando sì certo, attenzione ai conti pubblici, però senza rinunciare a destinare risorse record alla sanità, al sostegno delle imprese, al potere d’acquisto dei lavoratori con redditi più bassi, delle famiglie più fragili. Lo abbiamo fatto con il taglio del cuneo fiscale reso strutturale, la detassazione dei premi di produttività e dei fringe benefit, l ‘IRPEF premiale per le imprese che investono e assumono, la decontribuzione, la super deduzione del costo del lavoro, prevista sempre in favore delle imprese che creano occupazione, abbiamo avviato la riforma dell’IRPEF con la riduzione da 4 a 3 aliquote con un intervento che ha un effetto diretto, tangibile, sulle tasche dei lavoratori e dei pensionati, ora è tempo di fare di più. Ora vogliamo concentrare la nostra attenzione sul ceto medio, così da rendere il sistema più equo, più incentivante per chi pruduce reddito e contribuisce allo sviluppo della Nazione. E, allo stesso modo, intendiamo continuare a sostenere le imprese, dove l’obiettivo principale e più ambizioso che mi pongo rimane quello dell’abbassamento strutturale del costo dell’energia che pesa come un macigno sulla competitività italiana.
Eppure, la centralità del lavoro e della persona rimarrebbe un richiamo teorico, se non implicasse anche un impegno serio per l’educazione e la formazione, che è non il mattone nuovo, ma l’architrave stesso su cui è possibile costruire un’Italia protagonista della nuova epoca.
Stiamo lavorando per moltiplicare le opportunità, valorizzare il merito, che è l’unico vero ascensore sociale che abbiamo a disposizione, se accompagnato da uguaglianza nel punto di partenza. Ed è un percorso che abbiamo avviato non solo assicurando maggiori strumenti, risorse, organici al mondo della scuola, dell’università, della ricerca, non solo con la riforma dell’istruzione tecnica e professionale, perché per noi la sfida non è l’alternanza scuola-lavoro, ma semmai una grande alleanza tra scuola e lavoro, ma anche con il coraggio di introdurre piccole grandi rivoluzioni come quella che riguarda le modalità di accesso alla facoltà di medicina.
E se vogliamo avere il coraggio di portare altri mattoni nuovi nel mondo dell’educazione, io penso che non dobbiamo avere timore nel completare il percorso avviato in questi anni e trovare gli strumenti che assicurino alle famiglie, in primis alle famiglie con minori capacità economiche, di esercitare pienamente la libertà educativa sancita dalla Costituzione. L’Italia rimane l’ultima Nazione in Europa senza un’effettiva parità scolastica, e io credo che sia giusto ragionare sulla questione con progressività, con buonsenso, ma soprattutto sgombrando il campo da quei pregiudizi ideologici che per troppo tempo hanno impedito di affrontare seriamente il tema.
Eppure, in tutte queste politiche apparentemente settoriali, insieme alle tante altre che non citerò per ragioni di tempo, devono rientrare in un più ampio progetto di innovazione dell’impalcatura dello Stato, che è quello che gli italiani ci hanno chiesto di attuare dopo decenni di immobilismo e che io penso si debba continuare a perseguire con coraggio, anche di fronte a resistenze che possono sembrare insormontabili ma in realtà non lo sono.
Così andremo avanti con le tre grandi riforme, prima fra tutte quella del Premierato perché riteniamo l’elezione diretta del Capo del Governo la garanzia più solida per la stabilità e la governabilità. La stabilità, lo stiamo vedendo in questi mesi, è uno straordinario fattore di competitività della Nazione. Non solo, l’elezione diretta è anche il modo migliore per affermare la democrazia, per assicurare la piena corrispondenza tra il mandato popolare e il voto dei cittadini da un lato, e la composizione del Governo dall’altro. Vogliamo archiviare una volta per tutte la stagione in cui i cittadini votavano in un modo e poi vedevano formarsi governi di segno diametralmente opposto all’esito elettorale.
Chiaramente, a un potere esecutivo fortemente legittimato sul piano democratico, si deve accompagnare anche un processo di crescente responsabilizzazione dei territori e di chi amministra quei territori. È per questo che andremo avanti anche con la riforma dell’autonomia differenziata, con la riforma di Roma Capitale, avendo sempre cura che queste siano un fattore di stimolo, non certo di svantaggio competitivo per alcuni territori, e andremo avanti sulla riforma della giustizia.
Andremo avanti sulla riforma della giustizia nonostante le invasioni di campo di una minoranza di giudici politicizzati che provano a sostituirsi al Parlamento e alla volontà popolare. Andremo avanti, non per sottomettere il potere giudiziario al potere politico – come dice qualcuno male informato o più spesso in mala fede – ma, al contrario, per rendere la giustizia più efficiente per i cittadini e meno condizionata dalla mala pianta delle correnti politiche e dei pregiudizi ideologici. Per liberarla da politica.
Presidente Scholz, cari amici, costruire con “mattoni nuovi” significa trovare energie e idee nuove. E sono consapevole che queste non vengono necessariamente dai luoghi della politica, ma da esempi nella società che cercano più bene per tutti, e non un bene parziale per pochi. Il Meeting è un luogo che dà voce a tante persone, a tanti giovani, così anticonformisti da preferire l’impegno ai video sui tik tok, a tante opere autenticamente sociali, a tante imprese impegnate a far crescere l’Italia, con generosità e inventiva. È un luogo che esprime una categoria di cui, particolarmente in quest’anno di Giubileo, la speranza, e la voglia di costruire quella speranza, è il tratto distintivo. Io, il Governo, l’Italia, abbiamo un disperato bisogno di quella speranza e di quella voglia costruire quella speranza. Quindi non sono qui a cercare consenso, sono qui a chiedervi una mano, perché senza luoghi di società viva la politica non ce la può fare.
Voi, che siete rimasti fedeli al carisma del vostro fondatore, non avete mai disprezzato la politica. Anzi. Non vi siete rinchiusi nelle sacrestie nelle quali avrebbero voluto confinarvi, ma vi siete sempre “sporcati le mani”. Declinando nella realtà quella “scelta religiosa” alla quale mezzo secolo fa altri volevano ridurre il mondo cattolico italiano, e che San Giovanni Paolo II ha ribaltato, quando ha descritto la coerenza, nella distinzione degli ambiti, tra fede, cultura e impegno politico.
Don Giussani, in un suo celebre discorso tenuto ad Assago nel 1987, invitava i politici a guardare sempre ai movimenti che dal basso, nella società, esprimono il senso religioso, cioè quella energia sacra del cuore che si evidenzia come desiderio di libertà e di giustizia, come rispetto per la dignità di chiunque, come opere che aiutano le persone a lavorare, unirsi e fare rete. C’è bisogno di questo per reagire, in un tempo stanco e disincantato, ma nel quale la speranza ancora resiste. Quella speranza che non cede, che si radica nella determinazione, che ci spinge a credere, e a combattere, anche quando tutto sembra avversarci.
Quella speranza che Thomas Stearns Eliot veste di poesia, facendo innalzare al cielo, dagli operai, un canto d’amore e di gioia, in un deserto che avrebbe fatto fuggire anche i più temerari. “Costruiremo il principio e la fine della strada. Ne costruiamo il senso: una Chiesa per tutti, e un mestiere per ciascuno. Ognuno al suo lavoro”.
Dunque, ciascuno prenda il suo cemento e i suoi mattoni. Perché è ora di costruire insieme. Grazie.