Il discorso di Zelensky all’Ucraina per il Giorno dell’indipendenza: ‘Dimostriamo che gli ucraini esistono’

di Volodymyr Zelensky

Pubblichiamo il discorso integrale di Zelensky pronunciato per la ricorrenza dell’indipendenza ucraina: è un documento prezioso per capire lo stato d’animo, le motivazioni e i valori di un popolo che, mentre si difende, sta cercando la pace. Pace è ciò che tutti desideriamo da ormai tre anni e mezzo: una pace che rispetti i diritti umani e internazionali fondamentali, che non premi gli aggressori, che non assegni conquiste ottenute con la forza.

“Cari ucraini! Cari connazionali! Oggi è il Giorno dell’Indipendenza dell’Ucraina.

Mi trovo ora, qui, nel cuore di Kyiv, in Piazza Indipendenza. Ed è proprio qui che si può percepire meglio cosa significhi davvero indipendenza, perché per noi è così importante. E perché Maidan è molto più che la piazza principale del nostro Paese. È un simbolo: un simbolo dell’indipendenza, il suo custode. È il luogo dove la storia si compie sempre, dove nascono l’energia e la forza del nostro popolo nei momenti di minaccia alla nostra indipendenza.

E ora, mentre continua la guerra su vasta scala per l’indipendenza, è proprio qui, sul Maidan, che si possono trovare simboli così potenti. Simboli di come combattiamo, per cosa combattiamo e come superiamo questa guerra.

Questi simboli ci circondano, in questo Monumento all’Indipendenza. Al suo interno ha una struttura in cemento armato e può letteralmente resistere a un uragano. Così come la nostra Ucraina ha resistito alla grande calamità che la Russia ha portato sulla nostra terra.

Qui, al “Chilometro Zero”. Questo è il punto di partenza, da cui vengono segnate le distanze verso le città ucraine. Verso la nostra Donetsk, la nostra Luhansk, la nostra Crimea. E oggi questi indicatori hanno un significato del tutto diverso. Non parlano più solo di chilometri. Ci ricordano che tutto questo è Ucraina. E che la nostra gente è là, e che nessuna distanza può cambiarlo, e nessuna occupazione temporanea può alterarlo. E un giorno, questa distanza tra ucraini sparirà, e saremo di nuovo insieme come un’unica famiglia, un unico Paese. È solo questione di tempo. E l’Ucraina crede di poterlo realizzare: ottenere la pace, la pace su tutta la sua terra. L’Ucraina ne è capace.

Perché l’Ucraina ha carattere. Resistenza granitica, uno sguardo che non si abbassa, mani bruciate dal fuoco e dal tempo, ma forti. Mani che reggono lo scudo e difendono ciò che è loro: la terra, la cultura, la storia millenaria, testimoniata dall’eredità dei fondatori di Kyiv. E difendiamo il nostro futuro, per il quale i nostri eroi hanno dato la vita.

Questi sono nomi che non dimenticheremo mai né tradiremo. Nomi che hanno difeso la nostra indipendenza. Ed è qui, sul Maidan, che gli ucraini spesso salutano per l’ultima volta i propri eroi, sullo scudo. E chiunque sia mai stato a un addio del genere, e chiunque abbia perso qualcuno in questa guerra, porta con sé per sempre un conto personale con la Russia e ha giurato di non dimenticare mai i propri eroi.

L’incarnazione di quel giuramento è questo campo della memoria nazionale – un campo di grande forza, perché in ogni piccola bandiera c’è una storia straordinaria, un’azione, una scelta: una scelta a favore dell’Ucraina, a favore del futuro, precisamente della libertà della pace e della pace della libertà.

Questa è la filosofia che si riflette nella nostra cultura attraverso l’immagine del cosacco Mamai, che ha conquistato la propria libertà e può quindi deporre le armi e prendere in mano la kobza, tenendo però la sciabola accanto, per sicurezza, pur tornando alla vita civile e pacifica. È a questo che aspiriamo tutti. E sappiamo: nessuno ce lo regalerà; può solo essere conquistato.

Ed è esattamente ciò che facciamo da 1278 giorni di questa guerra – la guerra per l’indipendenza. Per ognuno di questi giorni voglio ringraziarvi: il soldato ucraino, il volontario ucraino, il medico, il soccorritore, l’insegnante, i nostri giovani, i nostri genitori, ogni ucraino. Grazie a tutti. Per ciò che abbiamo già sopportato. E per l’Ucraina che stiamo costruendo insieme. Per l’Ucraina che è già diventata. Quella che è diventata adulta il 24 febbraio. Che ha preso in mano il proprio destino e si è armata. Non aveva tempo di esitare, né diritto di avere paura. E ha davvero fermato il secondo esercito al mondo. E continueremo a dirlo. Lo faremo perché distrugge il mito dell’invincibile esercito russo.

Lo abbiamo dimostrato. E continuiamo a dimostrarlo oggi. Ognuno al proprio posto. Ognuno che porta l’indipendenza dentro di sé. Chi difende il nostro diritto a essere ucraini – con il proprio lavoro, le proprie azioni, i propri risultati. Oggi l’indipendenza si forgia sul campo di battaglia.

L’indipendenza protegge i cieli ogni notte. Salva vite negli ospedali. Spegne incendi. Insegna.

L’indipendenza non dorme, lavora giorno e notte nelle imprese della difesa, perché è così importante che i nostri soldati abbiano tutto ciò di cui hanno bisogno, che l’indipendenza abbia tutto ciò di cui ha bisogno per difendersi.

L’indipendenza è al volante, in viaggio verso chi ha bisogno. L’indipendenza combatte sul ring, nelle arene globali e sui palcoscenici dove si esibiscono gli ucraini. È nelle pagine dei libri e nelle parole delle poesie scritte dagli ucraini.

Quando sentiamo ogni giorno il nemico dire: “Non esiste uno Stato, non esiste una nazione”. E quando, ogni giorno, dimostriamo il contrario.

Dimostriamo che gli ucraini esistono – e che gli ucraini rimarranno su questa terra, in questa piazza, dove le nostre future generazioni si troveranno tra cento anni. E tra cento anni, qui celebreranno il Giorno dell’Indipendenza dell’Ucraina.

Così sarà. Sarà così perché l’Ucraina oggi è diversa. L’Ucraina è più forte e ha rispetto di sé. E l’Ucraina non attende gesti di buona volontà, ma ha la propria volontà per realizzare ciò che è necessario per noi.

E quando la Russia vuole prendere la regione di Sumy, le Forze Armate appaiono nella regione di Kursk.

Quando il nemico colpisce le nostre infrastrutture energetiche, cercando di lasciarci senza luce o calore, allora bruciano le sue raffinerie di petrolio.

E nessuno può proibirci tali colpi perché è la giustizia stessa a infliggerli.

Così come quando la Russia ci attacca ogni giorno – le nostre città pacifiche, i nostri ospedali, le nostre scuole, uccidendo i nostri civili, i nostri bambini – riceve in risposta la “Ragnatela”.

E così colpisce la giustizia. Così colpisce l’Ucraina quando i suoi appelli alla pace vengono ignorati.

Quante volte abbiamo proposto un cessate il fuoco? Quante volte abbiamo detto: “Vogliamo silenzio, cerchiamo la pace?”. Ma una pace dignitosa, totale – ed è per questo che contiamo sulla forza dell’intero mondo.

Questa è l’Ucraina di oggi. E un’Ucraina così non sarà mai più costretta, nella sua storia, a subire l’umiliazione che i russi chiamano “compromesso”. Abbiamo bisogno di una pace giusta. Il nostro futuro lo decideremo solo noi. E il mondo lo sa. E il mondo lo rispetta. Rispetta l’Ucraina. Considera l’Ucraina un’eguale.

Un’Ucraina che può, davvero, in un solo giorno, riunire e unire attorno a sé i leader mondiali. Un’Ucraina con la quale gli Stati Uniti – e il mondo intero – vogliono co-produrre droni. Un’Ucraina che ha ristabilito l’unità tra Europa e Stati Uniti e ora ne è il fondamento. Un’Ucraina che regge e sa difendersi.

Ed è per questo che l’Ucraina viene ascoltata, viene presa in considerazione, e l’Ucraina viene rispettata. Il suo posto è al tavolo; non le si dice: “Aspetta fuori dalla porta”. Le si dice: “La decisione spetta solo a te”.

È stata esattamente questa Ucraina che ho avuto l’onore di rappresentare negli Stati Uniti una settimana fa. Oggi, sia gli Stati Uniti che l’Europa concordano: l’Ucraina non ha ancora vinto del tutto, ma di certo non perderà. L’Ucraina ha assicurato la propria indipendenza. L’Ucraina non è una vittima; è una combattente. L’Ucraina non supplica; offre. Alleanza e partenariato. Il miglior esercito d’Europa. Tecnologie avanzate di difesa. Esperienza nella resilienza.

Noi diciamo: “Abbiamo bisogno dell’UE”. E ne abbiamo bisogno. Ma anche l’UE ha bisogno di noi. E tutti lo riconoscono. E così viene vista l’Ucraina – non come un parente povero, ma come un alleato forte.

Il vertice dell’Alaska e i nuovi demoni

di Daniele Madau

Nel romanzo ‘I demoni’ di Fëdor Dostoevskij, in una riunione clandestina, il congiurato Šigalëv propone un nuovo sistema politico, in cui il 90% dell’intera popolazione del grande impero russo sia costretta a lavorare al livello più primitivo d’esistenza, rimanendo completamente sotto il controllo e dominata dal restante 10%.

Si parla di un romanzo di uno dei più grandi scrittori russi e della storia dell’umanità e, come tale, ad esso si può guardare per decifrare l’attualità, soprattutto quando sgorga dal mondo russo. Trump e Putin, presi singolarmente, hanno tratti da demoni, nella volontà di potenza, nelle ombre della loro persona, negli atteggiamenti e nei tratti politici, volti al dominio. Cosa si saranno detti? Non è dato saperlo con certezza. I diritti della stampa sono stati violati per necessità o per arroganza? Le trame al buio potranno portare luce? Da terra e acqua sporche potrà uscire altro dal fango?

A questo dobbiamo sperare, nella benevolenza del potere al suo stato più ostentato. È un innegabile passo indietro, eseguito calpestando il diritto internazionale e i traguardi raggiunti in termini di democrazia.

L’Europa ci consola, parlando di passi avanti. Speriamo. Spesso, in questo periodo, ricordandomi del ‘Non son mai stato tanto attaccato alla vita’ di Ungaretti, ho pensato: ‘Non sono mai stato tanto attaccato all’Europa ‘.

Però,  “Disgustoso, vergognoso e, in fin dei conti, inutile”, così giudica il vertice fra Donald Trump e Vladimir Putin il giornale ucraino Kyiv Independent in un editoriale, ricordando il trattamento con tutti gli onori riservato allo zar in contrasto con l’umiliazione riservata a Volodymyr Zelensky in febbraio alla Casa Bianca. Come dare torto? Potremmo aggiungere il fatto che uno Stato aggredito veda discutere il suo aggressore del proprio futuro.

E non c’entra che lo si reputi sconfitto, pensando che sia giusto che il vincitore detti le condizioni: questo capitava alla Germania nazista nella II guerra mondiale. Ma il nazismo era l’aggressore. Quel nazismo di cui Putin, con grande enfasi, celebra la sconfitta ogni anno. Siamo tornati indietro. Speriamo di non rivedere altri demoni.

Sant’Anna di Stazzema, 12 Agosto 1944

di Tonino Secchi

In occasione della commemorazione dell’eccidio di S.Anna di Stazzema, riceviamo e volentieri pubblichiamo

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella , ha rilasciato la seguente dichiarazione il giorno 12 Agosto 2025, a 81 anni dall’eccidio di Sant’Anna di Stazzema per mano delle forze armate tedesche che ancora occupavano il nord Italia nonostante lo sbarco degli alleati in Sicilia e ormai il loro controllo del sud e del centro del nostro Paese. Cosa era accaduto in questo borgo dell’alta Versilia, in Toscana, con una vista impressionante, a 600 metri sul livello del mare, che consentiva di intravedere all’orizzonte l’isola della Corsica?
“ Il 12 agosto del 1944 si compì a Sant’Anna e nelle frazioni di Stazzema un eccidio tra i più sanguinosi ed efferati della Seconda Guerra Mondiale.
Oltre 500 persone- donne,anziani, sfollati, tanti bambini- vennero trucidate senza alcuna pietà e molti dei loro corpi accatastati e bruciati. Uno spaventoso calvario, divenuto simbolo degli orrori delle guerre, della logica di annientamento dei nazisti, delle disonorevoli ed esecrabili complicità fasciste. La Repubblica riconosce in questo luogo di martirio, in questo sacrario civile, una delle sue più profonde radici. Dall’abisso del dolore e della sofferenza la comunità di Stazzema e ,con essa, l’Italia intera, hanno trovato le forze per riscattare la disumanità degli oppressori, per edificare su basi nuove la dignità delle persone, la libertà per tutti, la democrazia, la pace.
La memoria è la condizione che tiene unite le generazioni nel progredire dell’identità di un popolo, tiene vigili le coscienze perché violenza, odio, volontà di dominio non abbiano a prevalere. Oggi le guerre tornano a gettare le loro ombre spettrali, con la ferocia che la storia già ci aveva mostrato e che speravamo per sempre dissolta. L’eccidio di Stazzema, la ferita indelebile impressa nella nostra storia, rappresenta un pungolo per richiamare alla responsabilità di respingere la violenza dell’uomo contro l’uomo, per costruire convivenza, rispetto del diritto fra eguali. La centralità della persona umana e il valore della comunità in cui vive sono il lascito esigente di chi ha vissuto gli orrori e lavora per ricostruire”. Alla cerimonia di memoria a Stazzema non era presente nessun rappresentante del Governo( perché?) mentre fu Sandro Pertini il primo Presidente della Repubblica a parteciparvi negli anni ‘80 per confermare che il sangue versato durante la resistenza al nazifascismo era il caposaldo della nostra Costituzione repubblicana che prese vita nel 1948. Dunque anche le 560 vittime fucilate a Stazzema, di cui 130 bambini, hanno aggiunto innocentemente un mattone alla ricostruzione della nostra libertà e della nuova democrazia. Un grande giurista e Padre costituente ci ha lasciato queste parole che si rivelano molto attuali: “ Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”. Ancora più commovente  è il discorso che Aldo Moro tenne all’Università di Bari nel 1975 per il trentennale della Resistenza: “Cari giovani, non dimenticate i morti e la ragione per la quale morirono; non volgete loro le spalle; non scrollatevi di dosso la sanguinante epopea del riscatto e della redenzione nazionale.
Se è vero che ovunque c’è un uomo, là c’è il principio di una comunità; se è vero che dappertutto è la vostra patria, che vi sentite e siete cittadini del mondo; se è vero che il dolore vissuto, ovunque c’è ingiustizia e oppressione, è il vostro dolore, non dimenticate ciò che qui, in questo angolo del mondo, è stato pensato, sperato, fatto, sofferto in nome della libertà. Prendete allora nelle vostre mani il destino del nostro Paese. Fate vostra la storia nazionale. Inseritevi in quel processo che non è indegno di voi, perché è il difficile, agitato, contraddittorio, ma alla fine, creativo processo che vi ha fatto essere quali siete.” Chi scrive è della classe 1947, precisamente l’anno dei lavori della Costituente e i figli e le figlie sono nati tra gli anni ‘75 e ‘90. La mia generazione ha evitato per un soffio il disastro della seconda guerra mondiale durante la quale mio zio Celestino moriva disperso nelle steppe gelate della Russia , mio padre cadeva prigioniero degli Inglesi in Africa mentre mia madre imparava all’Ospedale di Bari il mestiere di ostetrica quando cadevano le bombe degli alleati e rovinavano interi pezzi degli edifici ospedalieri. Faccio parte della prima generazione che non ha conosciuto la guerra in Europa e che sente la responsabilità di trasmettere la memoria alle nuove generazioni. Papa Francesco, prendendo spunto dal libro di Gioele, incoraggiava gli anziani ad essere garanti della memoria e generativi nel consegnare questo testimone ai giovani perché “i vecchi faranno sogni e i giovani avranno visioni”. Ecco dunque il senso delle ricorrenze e delle memorie della nostra storia che si trasformano in lettere alle nuove generazioni perché si ricordino che la libertà,  la democrazia e la pace non sono suggestioni di un momento ma al contrario rappresentano valori che meritano di essere custoditi “con amore” in ogni stagione della nostra vita. Tanto più oggi “quando il mondo dorme” mentre si svolgono storie dolorose e disumane in Palestina, in Ucraina e in Africa, nella tomba per migranti del Mediterraneo e a Roma un milione di giovani si presenta al mondo nella veste di missionari di pace. Buon cammino : il mondo ha bisogno di voi proprio adesso perché vi consegna in eredità ogni sorta di Intelligenza Artificiale unitamente ad una lista interminabile di Stupidità Umane che si chiamano guerre e distruzioni inflitte alla Madre Terra. Ricordatevi la raccomandazione di Papa Francesco : Non fatevi rubare la speranza, fate chiasso, fatevi sentire, abbiate il coraggio di essere controcorrente!

I giovani del Giubileo: la bellezza di concedersi di sognare

di Sara Migheli

Cosa sente una ragazza che ha partecipato al Giubileo dei Giovani, con un milione di coetanei, una volta rientrata a casa? Ci racconta la sua esperienza Sara, nello spazio che, come sempre, ‘La Riflessione’ riserva ai sogni, ai sentimenti,  alle vite dei nostri ragazzi

Tor Vergata, sede della Veglia e della messa del Giubileo dei Giovani 2025

Sono Sara Migheli, ho 22 anni, sono cristiana e faccio parte della Gioventù Francescana di Cagliari, un gruppo di giovani che cammina nella fede sull’esempio di San Francesco d’ Assisi. Proprio attraverso questo gruppo sono partita verso Roma per  prendere parte al Giubileo dei Giovani che ha occupato le giornate dal 28 Luglio al 3 Agosto con tutta una serie di appuntamenti, in cui hanno spiccato la Penitenziale del venerdì, la Veglia del sabato e la Santa Messa della domenica . Inizialmente quando mi è stato proposto di partecipare ho semplicemente pensato che fosse un’occasione unica e irripetibile e che quindi non potevo non prenderne parte : l’anno giubilare non è come tutti gli altri, sussiste ogni 25 anni ( fatta eccezione casi  particolari ) e ciò mi ha fatto pensare che proprio per questa specificità valesse la pena esserci , inoltre pensavo a quanto sarebbe stato bello vivere quelle intense giornate in compagnia degli amici e ‘fratelli’ del mio gruppo ; insomma, ciò che mi ha spinto a partire è qualcosa di davvero banale e umano: tutti hanno desiderio di divertirsi in fondo, di stare insieme ! E provare qualcosa di nuovo è spesse volte collegato ad un animo curioso e giovanile.
Ero conscia che sarebbe stato un viaggio tosto e non una vacanza, dal momento che prendere parte a questi grandi eventi richiede un grande spirito di adattamento e resilienza, ma essere lì in compagnia rende tutto più sopportabile e trasforma anche i disagi e le incombenze in avventure da raccontare. Nel momento in cui prendevamo parte agli eventi , avvolti da tutte quelle  persone, era  impossibile non stupirsi . Anche se l’affaticamento e la stanchezza avevano messo a dura prova i nostri corpi, quell’atmosfera satura di ragazzi , che andavano tutti nella medesima direzione , cantando e ridendo , era in grado di strappare un sorriso. C’era qualcosa  che rendeva sopportabile la fatica , credo fosse quel senso di comunità, l’empatia e la vicinanza che potevi scorgere nell’attimo fugace in cui incrociavi gli  occhi di qualcun altro … Nella vita di tutti i giorni ci chiudiamo troppo spesso  in logiche di auto-conservazione e vediamo l’altro solamente come una fonte di problemi ,  in questo contesto invece ci sentivamo tutti sulla stessa barca e probabilmente proprio il comune scopo di essere lì a prendere parte al giubileo , ci faceva sentire una certa familiarità con l’altro, che rendeva i sorrisi  facili da donare.
Sono state giornate veramente difficili: l’assenza di riposo sufficiente e la frenesia tra un appuntamento e l’altro, ci hanno messo a dura prova e infatti non era raro che proprio nei momenti dove eravamo tenuti ad ascoltare , fosse difficile concentrarsi . Ma chi organizzava l’evento lo sapeva e ci anticipava nei nostri bisogni, cercando di venirci incontro in qualche modo  con un linguaggio un po’ più giovanile e prendendo in considerazione le  nostre fatiche:  infatti pur nella totalità caotica dell’esperienza certe parole sono rimaste impresse e hanno brillato dentro al cuore . Personalmente penso al “tutti, Tutti, TUTTI” pronunciato dal cardinal Zuppi giovedì 31 in occasione di un evento riservato ai pellegrini italiani , tenutosi a San Pietro; ho molto a cuore il tema di “Chiesa universale” , che accoglie le diversità e ciò  è stato per me come una carezza , mi sono sentita parte di una grande fraternità , ho sentito ravvivarsi il desiderio di essere con il  mondo un’unica grande famiglia , in cui tutti hanno un posto , una particolare chiamata , un particolare  sogno che è capace di completare un puzzle più grande…
Dopo  questa cosi grande esperienza, una volta a casa , ho pensato al fatto che la gioia e la letizia provate in quelle giornate fossero la conseguenza dell’apertura del mio cuore verso questo  Dio chiamato Padre che è stato eccelso protagonista del nostro giubileo. Per questo dentro di me si è ravvivato il desiderio di sognare , di sperare , di provare cose nuove ! Mi sento meno frenata dalla rassegnazione e dalle  difficoltà; stare in mezzo a tutte quelle persone e vivere questi avventurosi e intensi giorni con i miei compagni mi ha in qualche modo spronato a uscire dalle mie personali insicurezze, a concedermi di sperare e sognare … e credo che tutto questo racchiuda il desiderio più grande ,  celato in ciascuno di noi ,  di vivere assieme , uniti , in una  comunità umana ,  dove rispetto e amore sono vissuti con le proprie fragilità e unicità ,  nel desiderio che quella pace possa esserci davvero .

Il giubileo dei giovani. Quei ragazzi adesso sono nelle nostre vie, nelle nostre spiagge, nelle nostre case

di Daniele Madau

Papa Leone XIV saluta i fedeli all’arrivo a Tor Vergata, 2 agosto 2025 (ANSA/US VATICAN MEDIA)

E’ celebre la scommessa di Pascal sulla fede: la decisione saggia è scommettere sull’esistenza di Dio, in quanto «se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla».

Il milione di giovani presenti – nello scorso fine settimana – al giubileo dei giovani, nel loro slancio giovanile, generoso e senza calcoli, stanno scommettendo.

E già questo è qualcosa di grande: si sono messi in gioco, mentre altri milioni di giovani-nello stesso momento- continuavano a vivere le vacanze con una, anche legittima, spensieratezza propria dell’estate.

Oggettivamente, tra immagini di guerra e distruzione in varie parti del mondo, i nostri occhi hanno potuto ritrovare un po’ di bellezza, in quella marea di visi, magliette, bandiere, lingue accaldate e appassionate, sorridenti e pensose, in canto e in preghiera.

Quanto sarà importante per la loro crescita e la loro vita questa esperienza?Tanto, a prescindere da quali saranno le loro scelte future. Già il vivere, nella precarietà di tende da campeggio, materassini e docce comuni, questa esperienza a fianco di ragazzi provenienti da tutto il mondo, è una ricchezza di apertura, comprensione e condivisione che sarà un tesoro per tutta la vita.

In un periodo, poi, di crisi dell’autorevolezza, il loro andare dietro e ascoltare Leone XIV come un maestro o come, dall’esempio di Giovanni Paolo II in poi, un nonno, fa capire come i giovani si scelgono chi ascoltare, ma ascoltano, una volta riconosciuta l’autorevolezza.

Le parole, poi, che hanno ascoltato, non erano facili, illusorie, superficiali; interrogano, provocano, fanno scavare dentro sé stessi: “Siamo con i giovani di Gaza, dell’Ucraina e di ogni terra insanguinata dalla guerra”; “Costruite un mondo più umano. L’amicizia può essere la strada per la pace”; “La fragilità è parte della meraviglia che siamo”; “Voi il segno che un mondo diverso è possibile”.

E’ proprio così: la giovinezza è il tempo del desiderio, del sogno e della speranza di tutta l’umanità. L’età adulta e il prosieguo della vita metteranno ostacoli, faranno cadere, gran parte di quei ragazzi lasceranno la Chiesa e i loro movimenti, ma non importa, perché sono un dono per tutto il mondo e, già da questa alba della loro vita, stanno provando a cambiarlo.

E’ un evento unico, che non ha eguali, e va custodito. La Chiesa ha una responsabilità enorme davanti a questi giovani, ma anche tutta la società, tutti noi, che dovremmo farci carico di tutti quei colori, quei cuori, quei volti silenziosi, con gli occhi chiusi, in preghiera.

Si può essere credenti o no, ma credo che si debba capire che non è un’anomalia o un problema se dei ragazzi si incontrano per pregare, stare insieme e divertirsi. In ogni tempo la comunità è lo stile di vita più confacente per l’umanità. Il problema ci sarà una volta rientrati nella quotidianità, di una società incapace a guidarli, a realizzare – con loro- i desideri di tutta l’umanità. In fin dei conti, credenti o no, è questo che vogliamo. Ma il mondo si divide in chi lotta per realizzarlo e in chi no, non in chi è credente e in chi no. Dopo il giubileo del 2000 si è aperto uno dei periodi più duri degli ultimi tempi, con l’apice, dal 2019 in poi, causato da pandemie e guerre, che hanno accompagnato l’umanità sino a questo nuovo anno giubilare. Speriamo non accada lo stesso.

Chissà come sarà Roma adesso, senza il piacevole chiasso dei ragazzi. Sono stato educatore e animatore per anni, e ricordo il silenzio, che sapeva di vuoto, una volta andati via i ragazzi dalle esperienza che si organizzavano.

Ma quei ragazzi adesso sono nelle nostre vie, nelle nostre spiagge, nelle nostre case: a parlare di speranza, di futuro, di responsabilità. A noi il compito di di aiutarli a realizzare quella speranza, e quel futuro.

De André canta De André: una goccia di splendore

di Daniele Madau

Foto ‘Unione Sarda’

C’è una Sardegna che brucia, e dove spariscono le spiagge, e c’è una Sardegna dove cadono ‘gocce di splendore’ a spegnere questi incendi.

Certo, solo metaforicamente, o simbolicamente, perché sono le gocce di poesia e canzone d’autore a soffocare i roghi di ignoranza e autodistruzione.

Come un lenitivo su una cicatrice, da Alghero all’Ogliastra (oggi ultima data a Lanusei, ore 21.30), la voce di Faber è tornata a casa e ieri si è posata sulla pianura profumata di mare del Sinis, nella terra dei giganti, nel Parco dei Suoni, che- come i teatri nella Grecia classica- si incastonano, come un gioiello, nel paesaggio, a impreziosirlo.

Ed ecco, allora, in una scaletta da brividi, alcuni dei versi più belli del cantautorato italiano: ‘per consegnare alla morte una goccia di splendore’, di coloro che vanno in ‘direzione ostinata e contraria’; ‘ho assaggiato le tue labbra di miele rosso rosso’, dedicato all’anarchia; ‘ ti sveglierai sull’indaco del mattino’, tradotto dal genovese di ‘A cimma’.

A cantarli, nel tour che presenta il meglio di ‘De André canta De André ‘, Cristiano, figlio che sente il dovere di presentare le opere di Fabrizio,  come ‘uno che le conosce bene’.

E, in effetti, gli arrangiamenti sono moderni, originali ma fedeli, belli, capaci di ringiovanire una poesia, e rodati.

Il tutto sotto un cielo generoso di stelle, che hanno visto ‘fremere al vento e ai baci’ la nostra pelle. Ad un tratto, incredibilmente vicina, ho visto anche una stella cadente. Agosto, dal concavo cielo sfavillano.

Eppure, uno dei momenti più alti è stato quello di silenzio,  dedicato alle vittime palestinesi,  insieme a tutti quelli delle guerre cantati dai De André.

In questa liturgia laica, c’è anche uno scambio della pace, a sancire il connubio inscindibile tra poesia e pace, tra cultura e splendore, tra i De André e la Sardegna.

‘Europe matters’. L’Europa fatica a capire una nuova visione del mondo, ma i dazi non realizzeranno necessariamente gli obiettivi geoeconomici Usa

di  Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Molti sono rimasti delusi da Ursula von der Leyen e dalla sua scelta di cedere sui dazi, garantendo a Trump quella che anche il New York Times riconosce come “la grossa vittoria di cui aveva bisogno”. Ma quello che abbiamo visto è soprattutto uno scontro tra due visioni del mondo, spiega Elmar Hellendoorn, senior fellow del Centro per la Geoeconomia del think tank Atlantic Council a Washington. Gli europei sono eccellenti negoziatori, ma c’è una nuova realtà geopolitica e geoeconomica. Per molte capitali europee e per Bruxelles è una sfida abbracciare la realtà geopolitica in cui ci troviamo oggi”. La geoeconomia è la nuova realtà, in cui gli strumenti economici vengono utilizzati per obiettivi politici e strategici. “Penso che alcuni europei lo capiscano meglio di altri: gli italiani sono forse più equipaggiati dei nord-europei a reagire a questa nuova realtà. Se guardi alla storia italiana è sempre stata una combinazione di interessi finanziari e militari, così è stato per i francesi, ma più vai a Nord, più i tecnocrati cercano di affrontare in modo separato questi temi”.

Dunque “i dazi possono essere visti come un modo per proteggere la tua comunità”, spiega Hellendoorn.  “Gli americani sono enormemente indebitati, non è chiaro se riusciranno a continuare a rafforzare le loro forze armate e prendersi carico della situazione in Europa e Asia allo stesso tempo. L’idea è che gli europei dovrebbero finanziare il debito americano. Non è un’idea del tutto nuova. Durante la Guerra fredda, quando c’erano soldati americani in Germania e in Francia ci furono enormi problemi fiscali per il bilancio americano e fu chiesto ai tedeschi di comprare equipaggiamento militare statunitense e titoli del Tesoro Usa, quindi il debito. Adesso c’è un ritorno alla situazione della Guerra fredda. Bisognerebbe studiare quella storia per capire questa seconda Guerra fredda”.

Questo cambiamento è già avvenuto sotto la presidenza di Biden, osserva Hellendoorn, con l’obiettivo di rilanciare la produzione manifatturiera in America, per renderla meno dipendente da fornitori stranieri in settori industriali cruciali. Su questo si fondava la visione di sicurezza nazionale di Jake Sullivan, consigliere di Biden. “E guardando alle rivelazioni di Snowden, vediamo che già sotto Obama ci fu l’uso dell’intelligence durante i negoziati commerciali, per aiutare gli americani”.  

Un altro elemento è che la Marina americana per decenni è stata dominante nel mondo e assicurava i commerci perché garantiva la libertà di navigazione, ma oggi molte altre Marine sono diventate più forti, inclusa quella cinese, quindi gli americani non possono più garantire la libertà di navigazione nel mondo e  cercheranno di riportare le catene di approvvigionamento dove possono controllare anche le vie marittime. “Questo è importante per l’Europa e per l’Italia per tutto il commercio che viene dal Mar rosso che va a Trieste e Genova: sono stati condizionati dagli houthi in Yemen, il che mostra come serva potere militare per assicurarsi che il flusso commerciale sia possibile”.

C’è dunque continuità tra democratici e repubblicani, ma il modo in cui Trump agisce è più aggressivo.  Per Trump ci sono molte ragioni per puntare sui dazi: Per 40 anni ne è stato un sostenitore ed è stato ostile all’Organizzazione mondiale del Commercio ma anche Obama – nota lo studioso – “durante il suo mandato non nominò nuovi giudici per l’Organizzazione Mondiale del Commercio, rendendo più difficile per l’organizzazione risolvere le controversie commerciali”. 

Non è qualcosa che sta avvenendo solo in America. Russia e Cina hanno usato i loro fondi sovrani per investire nella tecnologia occidentale e portarla in patria per usarla per scopi militari; la Cina ha usato il blocco delle esportazioni contro il Giappone nella disputa sulle isole Senkaku.  

Una cosa però sono le ragioni per agire, un’altra sono i risultati. A prima vista Trump ha ottenuto dalla Ue quasi tutto quello che voleva, inclusi dazi del 15% sui prodotti europei e la promessa di acquistare 750 miliardi di dollari in energia nei prossimi tre anni. Prima di capire se l’accordo funzionerà bisognerà però vedere il testo scritto ma anche l’esito delle cause contro Trump al fine di negargli l’autorità di imporre questi dazi. Inoltre per i dazi in generale bisognerà vedere l’impatto sui prezzi per i consumatori.   Per mesi gli economisti hanno detto che i dazi avrebbero portato inflazione e disoccupazione, che non si sono manifestate, ma David Tannebaum, che è un collega di Hellendoorn al Centro di Geoeconomia, dice al Corriere che è ancora presto per giudicarne l’impatto.

“Non sono sicuro che le persone capiscano fino in fondo come sono connesse le cose e come funzionano le catene di approvvigionamento. Un ottimo esempio è che la Cina ha iniziato a vietare l’esportazione di alcune Terre rare a cominciare dall’autunno fino ad aprile, quando è stata vietata la vendita negli Stati Uniti di 27 elementi di Terre rare; un mese fa un produttore di auto americano ha dovuto chiudere tre catene di montaggio perché non avevano i materiali grezzi necessari. Nessuno se ne è accorto, i mercati non hanno registrato la cosa, perché credo che dobbiamo ancora vedere il pieno impatto sui prezzi. Ci vuole tempo perché quelle auto vengano assemblate e alla fine messe in vendita per i consumatori. Potremmo non aver ancora visto l’impatto netto dell’aumento di dazi e dell’effetto sulle vendite dei prodotti negli Stati Uniti perché ci vuole tempo, le aziende hanno messo da parte riserve di prodotti. Ma nel terzo e quarto trimestre, vedremo gli effetti dei produttori di giocattoli che cercano di diversificare la produzione in Cina, come già i produttori di auto notano perdite a nove cifre. E’ solo l’inizio”.

Molte grosse aziende per ora stanno cercando di assorbire in parte i nuovi dazi per ridurre e rallentare lo choc per i consumatori,  ma “prima o poi gli azionisti vorranno che i loro profitti risalgano – continua Tannebaum -. Quindi non è sostenibile assorbirli in eterno”. 

“Penso che alcuni dazi saranno più definitivi di altri – risponde lo studioso quando gli chiediamo se Trump tornerà indietro su alcune delle sue decisioni -: i dazi Paese per Paese per esempio, penso che la base era del 10% e adesso è del 15%, ma chi lo sa… Trump può dire qualunque cosa su Truth Social e non si riflette nell’economia per mesi. Ma penso che le cose cambieranno. Per esempio un paio di settimane fa Trump ha annunciato dazi sul rame. Importiamo 810.000 tonnellate di rame l’anno negli Stati Uniti. Diciamo che il piano è di rafforzare la produzione di rame in America. Ok, ci sono depositi di rame che si possono trovare e usare. Ma se nel frattempo fai pagare a tutti per il rame il 50% o il 30% per 5-10 anni, che strategia è? C’è rame in ogni cosa, quindi penso che ci sarà una rivisitazione di questo dazio perché qualcuno gli sussurrerà nell’orecchio che non funzionerà, a meno che i repubblicani non vogliano perdere tutte le elezioni da ora in poi”.

“Penso che tutti debbano mettere la parte i mercati come effettivo indicatore per la stabilità e per la direzione futura – conclude Tannebaum -. Penso che molte aziende debbano rendersi conto che la loro strategia temporanea di assorbire i dazi o di evitare di mostrare in modo trasparente il loro effetto sui costi non sia giusta: non è giusto nascondere al consumatore americano perché i prezzi aumentano. Mia figlia di 13 anni voleva comprare un costume da bagno da un’azienda australiana: costava 200 dollari, c’erano 150 dollari di tasse per l’importazione. Molte aziende americane hanno paura di farlo, ma penso che arriverà un momento in cui dovranno. Adesso la sfida per aziende con cui ho lavorato è fare un calcolo giusto dei dazi. Il prossimo passo del governo sarà cercare di evitare l’evasione dei dazi, per esempio attraverso il passaggio da Paesi terzi, e le aziende dovranno creare programmi che mostrano che stanno pagando in modo adeguato e anche questo avrà un costo per loro”.

Un obiettivo dichiarato di Trump è di aumentare la produzione manifatturiera in America – che l’obiettivo geoeconomico di cui parla anche Hellendoorn – ma Tannebaum dice che non sarà necessariamente questo il risultato. “E’ facile capire perché un grosso produttore giapponese di auto è sbarcato questa settimana in America, dopo che è stato annunciato l’accordo con il Giappone: perché i produttori americani finiranno col dover pagare il 50% in più per l’acciaio, per il rame, il 25% per la produzione in Canada e in Messico e il 55% per la produzione cinese. E questi produttori giapponesi invece potrebbero dover pagare solo il 15% in più, quindi in pratica si trovano avvantaggiati”. Trump dice anche che i nuovi impianti assumeranno manodopera americana, ma dov’è tutta questa gente che si sta mettendo in fila per questo tipo di posti di lavoro?”. 

A Gaza bimbi, donne incinte, anziani non hanno da mangiare: affamare un popolo è più tragico di qualunque guerra

Riceviamo da Alfredo Franchini, che ringraziamo

Vecchi, bambini, donne incinte, indeboliti per la fame sotto il sole cocente, con un pentolino in mano per trovare qualcosa da mangiare. Lo scandalo di Gaza è senza precedenti. Da sempre gli uomini e le donne si sono messi in viaggio verso le terre in cui il pane si sforna in gran quantità. Ma questo non vale più per i palestinesi, chiusi in una prigione a cielo aperto. Da due mesi a questa parte, a Gaza, l’esodo forzato di uomini e donne prevede un cammino di decine di chilometri per raggiungere i quattro centri in cui si distribuiscono gli aiuti detti umanitari. Erano trecento i presidi che dispensavano cibo, gestiti dall’Onu e da alcune decine di organizzazioni internazionali ma la gestione è passata in mano a un ente privato a guida israeliana col il benestare degli Stati uniti. In mezzo c’era stato un interregno, uno spartiacque durato ottanta giorni durante i quali fu attuato il blocco degli aiuti, con i camion carichi di cibo fermi alle frontiere. Una prova generale per arrivare alla carestia. Che cosa succede alla nostra civiltà se non sappiamo tendere la mano a chi ha bisogno? E che cosa succede se la fame viene usata come arma per sottomettere un popolo, umiliarlo, dividerlo? A Gaza migliaia di persone combattono per recuperare un po’ di calorie e non tutti riescono ad approvvigionarsi del necessario per sopravvivere. È la strategia dei generali pronti ad appuntarsi sul petto nuove medaglie, condizionando il popolo quando non si può sterminarlo sul momento. Ci vuole tempo per far morire di fame la gente e per sottometterla ancora di più si aggiungono le fucilate contro chi cerca di accaparrare qualche panino in più: un giorno i morti sono 11, un’altra volta 30 o 40. Incidenti, colpi sparati per avvertimento o per errore, dicono gli israeliani. Qualcuno mi dirà che non solo a Gaza si muore di fame. È vero in Sudan, ad esempio, milioni di persone sono vittime della guerra e del cambiamento climatico e di certo quelle morti non sono meno importanti. Però il genocidio di Gaza chiama in causa alcune categorie che ci riguardano da vicino perché è venuto meno il diritto umanitario e quello internazionale, è disconosciuto il ruolo della stampa e non conta più nemmeno l’opinione pubblica. Ma soprattutto è stata dichiarata l’impunità del governo israeliano in uno stato che si proclamava democratico. Gaza è uno sfregio alla storia del mondo occidentale.

Affamare un popolo è un aspetto ancora più tragico di qualunque guerra. Alla lunga verrà meno anche la forte unità che è sempre esistita nel popolo palestinese perché la fame divide più delle bombe. Il termine “compagno” ha una chiara etimologia, cum-panis, cioè colui che mangia il pane assieme a un altro. Ma tutto cambia se invece che mangiare con me deve competere con me per un tozzo di pane. Primo Levi fece nei suoi racconti una riflessione sulla fame e disse che si trattava di una condizione ben nota ai prigionieri del lager i quali, dopo due settimane trascorse nel campo di concentramento, provavano una fame “cronica”, una sensazione sconosciuta agli uomini liberi. Cambiano le situazioni ma Gaza è un enorme campo di concentramento. Non è la prima volta che la “via del pane” ci porta alla mente la tragedia dei poveri. Vi ricordate la fase iniziale della guerra in Ucraina? Allora furono bombardati i silos pieni di grano col risultato di affamare non solo una parte degli ucraini ma anche le popolazioni africane che importavano il grano per farne farina e pane. E le primavere arabe, al di là della speranza purtroppo tradita, non furono una ribellione per il pane? A Gaza però è tutto diverso. La strategia militare prevede di indebolire la popolazione e di farla spostare, dati i pochi centri di distribuzione del cibo, ai confini con l’Egitto. Le persone per quei politici e quei generali sono numeri e quindi non meritano rispetto. E noi, venuto meno il ruolo della stampa, abbiamo una visione un po’ esotica della povertà: vediamo le file per il cibo ma non possiamo capire davvero che cosa sia la sfida quotidiana della vita. Una narrativa che scopriremo solo tra qualche anno grazie a un altro Primo Levi.

La nuova legge sul femminicidio: manca ancora un ultimo tassello

di Daniele Madau

Al contrario del parlamento inglese, squadrato e formato in maniera tale che gli opposti schieramenti politici siano contrapposti fisicamente gli uni agli altri, il parlamento italiano è emisferico, curvo, circolare, per farvorire il dialogo e non lo scontro.

Questo dialogo, sfociato in collaborazione, ha prodotto negli ultimi giorni ben due votazioni con ampia maggioranza favorevole, trasversale, su due disegni di leggi: uno sul femminicidio, considerato reato autonomo, e uno sulle banche, che non potranno più rifiutarsi di aprire un conto corrente a un cliente giudicato poco appetibile.

E’ davvero un evento che conforta, che mitiga la diffidenza verso la classe politica, che fa ben sperare.

Suffermandoci sul disegno di legge sul femminicidio, esso, riconosciuto come tale in base a determinate specifiche, verrà punito con l’ergastolo.

Parlamentari di tutti gli schieramenti hanno manifestato soddisfazione, in un clima di comune consenso.

Non si può che condividere sia il merito del disegno di legge sia le modalità con cui è stato approvato, e gioire con i relatori e con coloro che l’hanno votato.

Manca, tuttavia, ancora un piccolo tassello, per far sì che le donne – anche coloro che si sentono tali (così si esprime il disegno di legge) – vengano tutelate in tutto e per tutto, in ogni aspetto, rendendo la loro persona, come quella di ognuno, sacra e inviolabile, degna di rispetto, di amore, di valorizzazione.

Questo tassello che, inserito, porterebbe l’Italia al livello dei Paesi più avanzati in materia, riguarda la violenza sessuale: ancora leggiamo sentenze che ci lasciano sgomenti, che analizzano, in maniera a volte umiliante, i tempi di risposta a un tentativo di violenza o che giudicano una prova contraria alla presunta vittima il fatto che questa, nei momenti successivi alla violenza stessa, non manifestasse disagio o malessere. Potremmo avere in mente casi precisi, di stretta attualità.

Bisognerebbe guardare, allora, a Paesi come la Svezia, in cui la legge non è soggetta a interpretazioni e si basa su un principio chiaro: la presenza del consenso, manifesto e continuato in ogni momento, della donna al rapporto. Questo può venire meno in ogni istante.

Tale dovrà essere il prossimo passo, in una strada -lunga, dolorosa e coraggiosa – che ci ha visti partire dal nuovo diritto di famiglia, dall’abolizione del matrimonio riparatore, dalla riconversione della violenza da reato contro la morale a quello contro la persona, all’istituzione del codice rosso.

L’attenzione alla prevenzione e al consenso della donna, completerebbe un quadro che, con l’ultima legge, avrebbe solo l’approccio giustamente punitivo, mentre la sottolineatura sul consenso rimarcherebbe con forza l’idea preventiva di rispetto, di parità, di valorizzazione comune.

Coraggio, allora, abbiamo fatto tanta strada, non fermiamoci.

In realtà, ci sarebbe ancora tanto altro da fare. Per una volta, però, guardiamo alle cose belle, a tutta la strada percosa e al futuro, con fiducia, come se fossimo già vicini alla meta.

‘Europe Matters’. Dazi, l’Unione Europea è pronta alla guerra contro gli Stati Uniti? Se la può permettere?

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da WashingtonLa presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con il commissario Ue al Commercio Maroš Šefčovič (Ap)

Prima era il 9 luglio, ora la scadenza per trovare un’accordo commerciale con gli Stati Uniti è stata spostata al primo agosto, ma sembra essere di nuovo messa in discussione da Washington. Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent,  in un’intervista alla Cnbc ha detto che l’amministrazione Usa è più preoccupata della qualità degli accordi commerciali che della loro tempistica. «Non abbiamo intenzione di affrettarci per il gusto di fare accordi», ha dichiarato Bessent. Alla domanda se la scadenza potrebbe essere prorogata per i Paesi impegnati in colloqui produttivi, Bessent ha risposto che sarà il presidente  Trump a decidere. «Vedremo cosa vorrà fare il presidente — ha chiarito —. Ma ancora una volta, se in qualche modo dovessimo tornare ai dazi del 1 agosto, penserei che un livello di dazi più alto farà più pressione su quei Paesi affinché trovino accordi migliori».Passano i mesi senza che Unione europea e Stati Uniti riescano a raggiungere un’intesa e resta l’incognita del primo agosto, quando Trump ha detto che imporrà all’Ue i dazi universali al 30% sulla quasi totalità delle esportazioni europee negli Stati Uniti.

Nei mesi scorsi è prevalsa la linea del dialogo per una «soluzione negoziata»: in aprile l’Ue ha sospeso la prima tornata di contromisure che andava a colpire beni Usa per un valore di 21 miliardi di euro in risposta ai dazi americani su acciaio e alluminio. La sospensione, che scadeva il 14 luglio, è stata prorogata fino al 6 agosto. La linea della Commissione europea, sostenuta dalla maggioranza dei Paesi Ue, è stata quella di tenere  i toni bassi per evitare anche solo l’escalation verbale. Dal vocabolario di Bruxelles è scomparsa l’espressione  «contromisure» sostituita da  «misure di riequilibrio». Ma dopo la lettera di Trump dell’11 luglio con la minaccia di dazi al 30% se l’Unione europea non aprirà totalmente il proprio mercato alle aziende americane, anche i Paesi più cauti come la Germania hanno cominciato a dire che in mancanza di un’intesa equa l’Ue dovrà essere pronta a reagire con contromisure, di fatto allineandosi con la posizione più intransigente che la Francia ha sempre predicato.L’approccio cauto, sostenuto anche da Roma e Dublino, che insieme a Berlino sono i tre Paesi europei con il maggiore interscambio commerciale con Washington, nasce dalla paura di ritorsioni da parte di Trump. Con la Cina c’è stata un’escalation e Pechino è riuscita a strappare una tregua perché ha potuto «ricattare» Washington con le materie prime critiche. Per l’Unione europea è più complicato, anche ora che la Commissione europea sta lavorando a nuove contromisure. Il commissario al Commercio Maroš Šefčovič ha spiegato agli Stati membri che con la seconda lista da 72 miliardi di prodotti Usa da colpire, il margine di manovra dell’Ue per non creare difficoltà all’economia europea si è ridotto e dunque era necessario passare a contromisure non tariffarie. La Commissione sta lavorando ai controlli sulle esportazioni e alle restrizioni sugli appalti pubblici. E sta aumentando il numero di Paesi Ue europei che chiede di colpire le Big Tech, utilizzando lo strumento anticoercizione che include un’ampia gamma di strumenti oltre ai dazi: restrizioni all’interno dell’Unione europea al commercio di servizi digitali e finanziari, all’accesso agli investimenti diretti esteri (ad esempio il divieto di acquisire imprese o partecipare al capitale) e agli appalti pubblici, arrivando a toccare i diritti di proprietà intellettuale e a bloccare l’immissione sul mercato europeo di prodotti soggetti a norme chimiche e sanitarie.Colpire i servizi digitali non è così semplice, tanto più che l’Ue dipende profondamente dalle aziende tecnologiche statunitensi per l’infrastruttura che sottende a tutte le attività, dalla difesa ai sistemi sanitari. Così come dipende dai servizi finanziari, basti pensare a Visa e Mastercad che sono i sistemi di pagamento più diffusi in Europa. Come scriveva ieri Barbara Moens sul Financial Times — in una lunga analisi intitolata «L’Europa riuscirà a liberarsi dalla supremazia tecnologica americana?» — «Amazon, Microsoft e Google controllano oltre due terzi del mercato europeo del cloud computing. Google e Apple prevalgono nei sistemi operativi per telefoni cellulari nell’Ue, mentre Google domina il mercato globale della ricerca. ChatGPT di OpenAI è il chatbot di intelligenza artificiale leader in Europa, mentre le piattaforme di social media utilizzate da milioni di europei sono per lo più di proprietà statunitense».

Quando ora l’Ue parla di autonomia strategica tocca un problema che va al di là dell’orgoglio europeo ma riguarda la sicurezza e la sopravvivenza. «Proprio come nel settore della difesa, la dipendenza transatlantica dalla tecnologia è diventata un problema geopolitico, amplificando le richieste di lunga data all’Europa di investire di più e persino di favorire le proprie aziende negli appalti», prosegue Moens, sottolineando che «le aziende statunitensi dominano il mercato cloud europeo, suscitando preoccupazioni tra i decisori politici e i leader del settore europei sul fatto che la legge statunitense, in particolare il Cloud Act, potrebbe incoraggiare l’amministrazione Trump a esercitare maggiore influenza sui dati europei, anche se archiviati su server situati in Europa».

In questo scenario così interconnesso, la strategia della fermezza nel negoziato con gli Stati Uniti presuppone da parte europea la disponibilità a perdite economiche nel breve e medio termine che al momento gli Stati membri non sembrano disposti ad accettare. E presuppone anche l’accettazione di un rischio di escalation che al momento le capitali non vogliono correre. Il motivo non è solo economico ma anche politico. Le difficoltà che una strategia di questo genere creerà in termini pratici in Europa ai cittadini sarà sfruttata dai partiti populisti che difendono la politica di Trump e criticano l’inefficienza — a loro dire — della Commissione nel negoziato. Ma il vero discrimine in questo momento tra Unione europea e Stati Uniti è che gli Usa sono in guerra, seppure commerciale, mentre l’Ue non la vuole fare questa guerra e dunque non sta combattendo. Solo adesso comincia a rendersi conto che deve armarsi (figurativamente parlando) per poter esercitare una qualche deterrenza nel negoziato commerciale con Washington. Ma come sostiene l’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas, riferendosi però al riarmo vero dell’Europa, quando ci si rende conto di avere bisogno delle armi vuol dire che ormai è troppo tardi.
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