Il racconto del Cagliari: con un po’ di sofferenza, si festeggia di più

di Daniele Madau

I festeggiamenti dopo la vittoria

Promesso, questa volta sarò più preciso, essendo proprio in tribuna stampa e con un bello schermo davanti: del resto, la prima vera sfida salvezza, per non chiamarla ‘spareggio’, lo richiede.

Partiamo, quindi, dalle formazioni:

Cagliari(4-4-1-1): Scuffet, Dossena,Nandez (64° Viola), Lapadula (64° Oristanio), Deiola, Jankto (64° Azzi), Mina, Augello (76° Wieteska), Zappa, Makoumbou, Gaetano (46° Shomurodov)

Salernitana (3-5-2): Ochoa, Bradaric, Weissman (64° Simy), Fazio, Coulibaly (73° Gomis), Kastnos, Maggiore, Tchaouna, Manolas (46°Pirola), Zanoli (73°Sambia), Candreva

Arbitro: Fourneau

Ammoniti: Augello, Kastanos

Spettatori: 16.118

Reti (4 – 2):  Lapadula, Gaetano, Shomurodov, Kastanos, Maggiore, Shomurodov

Lo stadio è sempre pieno, la percentuale di riempimento, da inizio campionato, è una delle più alte della Serie A; il tifo sempre caldo: uno di quegli aspetti che fa commuovere il nostro ‘mister and commander’, Ranieri.

E’ anche la gara di un ex particolare, Liverani: scommessa non vinta di Giulini, colui che ha aperto le porte al grande rientro dell’allenatore romano. Al contrario, l’ex primavera rossoblu, Liverani, ha accettato davvero una sfida ardua, facendosi, forse, convincere dal carisma di Sabatini.

Quanto sia importante la fiducia che si è creata nella ciurma intorno al nostro ‘commander’, dopo la resa dei conti con la Lazio, si capisce subito con l’approccio alla gara dei rossoblù, di carattere. Al 14° lancio di Zappa, Lapadula scarta Ochoa e porta in vantaggio i rossoblu. Al 19° Jankto sbaglia solo davanti alla porta, ma era in fuorigioco.

La Salernitana soffre il gioco del Cagliari, quello tipico di Ranieri, e cioè i lanci lunghi, soprattutto dalle fasce, verso Lapadula o verso i centrocampisti che si inseriscono negli spazi lasciati liberi.

L’atmosfera anche in tribuna stampa è serena, si scherza, tutto sembra filare liscio – mentre anche la gara ha un momento di stanca, a metà primo tempo, dopo le scintille inizili – e sembra un sabato pomeriggio di vacanza, dopo una settimana di lavoro, allietato dai cori dei bambini della ‘Curva Futura’.

Il Cagliari insiste, con incursioni soprattutto dalle fasce, dando l’impressione di aver ben in pugno la gara e di giocare con la mente libera, provando, anche, a concedere qualcosa di più al gioco. E’ la prima volta che capita, in questo campionato.

Al 37°, goal annullato per fuorigioco a Gaetano che, comunque, dimostra ancora le sue qualità: visione di gioco, tocco di palla, personalità. Tutte qualità confermate nel secondo goal, un meraviglioso contropiede voluto con forza da Nandez e finalizzato con un dribbling a rientrare dal trequartista del Napoli. Alle qualità di prima, dunque, dobbiamo aggiungere proprio il dribbling. A Cagliari sta rinascendo.

Il secondo tempo, inizia come un sogno: al 51°, anticipo di Augello per un nuovo contropiede – delizia del menù dello chef Ranieri -, tocco per Shomurodov e palla sotto le braccia di un –ca va sans dir – non impeccabile Ochoa.

Di seguito, però, la prima prima parata di Scuffet, da minimo sindacale, su un debole tiro da dentro l’area e il, bel, goal di Kastanos, di prima rasoterra su cross da sinistra.

Ma il sogno sembra trasformarsi in un incubo: al 58°, angolo di Zanoli e testa di Maggiore che, questa volta, scivola tra i guanti di un non impeccabile –ca va sans dir -Scuffet.

Al 76°, dopo il sogno e l’incubo, è ora di ritornare coi piedi per terra e di andare a prendersi la salvezza: Mina – d’imperio – recupera palla nella propria aerea, lancio lungo, da prassi, per Shomurodov che, in giornata di grazia, vince due rimpalli e deposita in rete.

Il dopo è solo una lunga attesa prima di poter dire: è finita. E dirlo dopo un po’ di sofferenza, ha più sapore.

Prima di chiudere, azzardo un pronostico nefasto per i nostri avversari di oggi: potrebbe essere stata l’ultima partita di Liverani.

E con questo, mentre allo stadio si festeggia con saltelli liberatori, credo di aver detto tutto. Del resto, avevo promesso che, oggi, sarei stato preciso.

Quando si deve ricorrere alla violenza, soprattutto contro studenti minorenni, la sconfitta è da entrambe le parti

di Dario R.

Come sempre, ‘La Riflessione’ è lieta di ospitare le riflessioni degli studenti e delle studentesse: in questo caso più che mai, dato che Dario, di una seconda del Liceo Classico ‘Siotto’ di Cagliari, ha presentato i fatti e le sue considerazioni sulle manifestazioni studentesche di Pisa e Firenze

I fatti gravissimi avvenuti a Pisa il 23 febbraio 2024, sono i seguenti. Dopo gli
scontri nel corteo tra manifestanti delle superiori e polizia, in favore della
Palestina, sono finiti in ospedale 15 studenti (11 minorenni), a seguito delle
manganellate ricevute dagli agenti in tenuta antisommossa. Si va da
contusioni a trauma cranici lievi, fino a fratture alle mani. Un 17enne è
rimasto ricoverato per un giorno in osservazione. Segnalati anche due i feriti
tra le forze dell’ordine.
L’inchiesta dovrà stabilire se ci sono responsabilità da parte degli agenti, e se
sono presenti queste, individuare chi tra gli agenti in servizio quel giorno ha
utilizzato il manganello. Le domande che tutto il paese si pone sono molte, tra
cui: era legittimo farlo? E soprattutto, ci sono stati abusi di potere? Queste
domande portano inevitabilmente alla ricerca di un colpevole preciso, che ci fa
arrivare alla domanda più discussa: chi ha dato effettivamente l’ordine della
carica? Ricostruendo i fatti, in strada, quella mattina, era stata inviata una
squadra del reparto mobile da Firenze, di solito composta da 10 operatori, ma
in quel caso formata da 7 agenti più l’autista che resta sul mezzo. Quando nel
corteo la tensione è salita, l’altra squadra di polizia che era sempre in centro
ma non in prossimità di piazza dei Cavalieri, dove gli studenti volevano
arrivare, è stata dirottata dove si era creata maggiore tensione. Quattordici
agenti in tutto, ai quali si devono aggiungere, parlando di presenze e non di
responsabilità, i dirigenti del servizio, i due funzionari della questura, il
personale di Digos e della Polizia Scientifica. In totale, più di 20. Il compito
della magistratura in questi giorni sarà quello di chiarire chi e se, tra loro, ha
compiuto reati. Compito non poco difficile, in quanto tra l’abuso di potere e il
compito di mantenere l’ordine pubblico, in una situazione, così tesa corre un filo
sottile.
I fatti hanno scosso l’intero paese, accendendo la polemica e suscitando
l’attenzione dell’opinione pubblica. Come spesso si è già detto, sia stato reato
o meno, quando si deve ricorrere alla violenza, soprattutto contro studenti
minorenni, la sconfitta è da entrambe le parti. È impensabile che in un paese
evoluto e democratico come l’Italia, si debba ancora arrivare all’uso della forza
per ripristinare l’ordine pubblico. La polemica poi si è infiammata anche in
seguito a fatti analoghi avvenuti a Firenze, spostando l’attenzione mediatica
sull’introduzione dei codici identificativi sui caschi dei poliziotti in tenuta antisommossa,
che diventerebbero gli unici modi che le questure avrebbero per riconoscere
l’indentitá degli agenti accusati, resi irriconoscibili dalle tenute.
I fatti sono stati talmente risonanti nell’opinione pubblica da arrivare fino al Quirinale, dove il Presidente della Repubblica, che si esprime solo in casi eccezionali, ha rilasciato queste dichiarazioni, con cui concludo:
”Il Presidente della Repubblica ha fatto presente al Ministro dell’Interno,
trovandone condivisione, che l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui
manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo,
la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento”.

I grandi, e le piccole cose

di Daniele Madau

Un ricordo personale di Ernesto Assante

Ho sempre avuto la passione per il giornalismo, insieme a quella per l’insegnamento. Forse l’ordine è sbagliato, dovrei invertire i termini. Perché, anche nella vita, l’ordine è quello: il lavoro e il dopolavoro, il tempo e il passatempo. Così, dopo l’odissea omerica che mi ha portato dal precariato alla stabilità, nella dolce – ma non troppo- Itaca dello studio quotidiano, ho provato a riprendere in mano, letteralmente, il desiderio di scrivere. Non so se per superbia o per sana aspirazione, quando ho voluto parlare di qualcosa ho sempre cercato di avere come interlocutori i migliori di quel qualcosa. Immaginatevi le porte in faccia. Ma quando volevo scrivere di musica, potevo chiamare anche Ernesto Assante. E dopo Sanremo, potevo sempre chiamare Ernesto. E se solo avevo bisogno di parlare di qualcosa di bello – come Battisti o il panorama musicale attuale – dopo una giornata difficile, potevo chiamare Ernesto.

Lui, magari, era impegnato a scrivere un libro su Dalla, Freddie Mercury o su Battisti stesso: basta guardare il suo curriculum per capire quali fossero i suoi interessi, i suoi impegni e le sue iniziative. Però rispondeva, ti ascoltava e discuteva con te. Ti faceva i complimenti e ti ringraziava. E’ anche intervenuto alla presentazione di un mio libro, con una telefonata: a distanza, ma c’era.

I grandi, è inutile, si vedono dalle piccole cose. Dal fatto che ti rispondano subito a una email e non prevedono figure intermedie. I grandi si vedono perchè, amando la vita e i loro mestiere, sono naturalmente accoglienti e sanno confrontarsi con chi condivide la loro passione. E’ vero, i grandi, purtroppo, lasciano anche un vuoto proporzionale a loro. Grande. Però sarà sempre grande anche la loro compagnia, il loro ricordo, il loro essere stati grandi soprattutto nelle piccole cose.

Elezione del Presidente della Regione e del XVII Consiglio regionale della Sardegna 25 febbraio 2024: la maratona dello scrutinio e l’attesa. E la prima presidente della storia dell’autonomia

di Marco Marini


Domenica 25 febbraio 2024, si sono svolte le elezioni del Presidente della Regione e del Consiglio Regionale. Abbiamo sentito un Presidente di seggio, dove abbiamo votato, e abbiamo chiesto come gli sembrasse l’affluenza al voto. Alle ore 12:00, affermava, aveva votato il 16% circa degli iscritti alla sua Sezione. Ha espresso la convinzione che il dato si potesse estendere alle altre sezioni. Riteneva che molti elettori si sarebbero presentati nel pomeriggio, magari dopo la partita di calcio Cagliari-Napoli. Oggi, due
giorni dopo le elezioni, sappiamo che il numero dei votanti si è attestato al 52,4 %. Questo è un dato che dovrebbe far riflettere i politici, sia regionali che nazionali. Permetteteci un confronto numerico col
seguente schema: Votazione del 2019 Votazione del 2024
Numero elettori 1.470.404 1.447.753
% votanti 53,78% 52,4%
Voti non validi 3,65% ======
Quindi gli aventi diritto al voto, in questa compagine elettorale, si sono ridotti di 22.651 unità. La media della popolazione dei Comuni della Sardegna si attesta su 4.211 abitanti (dati ISTAT 2022). Come se fossero “scomparsi” in cinque anni, i cittadini di, p.e., Porto Torres (21.202) o Sestu (20.811) o Monserrato 18.968 (dati al 01/01/2023). Questo è dovuto in parte alla popolazione sarda che invecchia velocemente, diciamo
cosi’, e lo possiamo notare tutti i giorni girando per la nostra Isola. Comuni che si spopolano con la emigrazione che in questi anni è ripresa con regolarità, soprattutto giovanile. Permetteteci un appunto, abbiamo sentito che i ragazzi sardi che si laureano fuori dell’Isola potrebbero tornare per portare la loro esperienza e permettere un risveglio socio-economico. Un concetto che andrebbe chiarito con esempi
concreti, visto che se in “Continente” chiudono l’ILVA di Taranto, creata a fine del XIX secolo, e sembra che per Portovesme ormai sia decretato il De Profundis, ci spieghi la politica come risolvere il problema del lavoro nell’isola. Romina Mura, candidata per Progetto Sardegna di Soru, invita a fare una riflessione a freddo, fra qualche giorno, sull’astensionismo. Un sondaggio recente, prevedeva la percentuale dei votanti
intorno al 40%. Questo non è avvenuto, ma i dati sopra indicati evidenziano un ulteriore calo rispetto al 2019. La candidata invita la Regione a trovare strumenti di coinvolgimento dei cittadini sulle iniziative politiche. Non solo in occasione delle elezioni. Al momento dello spoglio, che abbiamo seguendo in diretta,
alle ore 13:00, in tutte le sedi dei comitati elettorali, c’è un clima di attesa e prudenza. Lo spoglio va a rilento perché le schede dai seggi passano ai Comuni e poi al CED della Regione. Allora i giornalisti recuperano i dati forniti dai Comuni delle città principali (CA-SS-NU-OR e Olbia) e dai rappresentanti di lista.
La cautela è dovuta al ricordo delle elezioni regionali di cinque anni fa, dove gli exit poll davano un testa a testa tra Massimo Zedda, candidato del centrosinistra e Christian Solinas per il centrodestra. La mattina dopo Solinas vinse le elezioni con un netto distacco dall’altro candidato. C’è un interesse nazionale su queste elezioni. Ognuno legge i risultati in maniera contrastante, come capita spesso in queste occasioni. Il
Governo che nel momento di questa scelta degli elettori, regge l’Italia, quasi sempre afferma che il risultato non influenzerà l’andamento della sua opera di governo del paese. In genere ma lo diciamo solo per dato statistico, quando un governo nazionale ha un “colore” lo stesso si ritrova nel governo locale. Almeno questa è la vulgata popolare. Queste le regole previste per le elezioni del Presidente e del Consiglio
Regionale della Sardegna. Un unico turno, sbarramento, vince chi prende un solo voto in più, è prevista la doppia preferenza di genere ed è consentito il voto disgiunto.
Da assegnare ci sono 60 seggi, dopo la sforbiciata di dieci anni fa che ne aveva cancellato 20: sono 59 più il secondo classificato tra i candidati presidente, norma che nel 2014 non consentì a Michela Murgia, nonostante i 70mila voti e il 10% delle preferenze personali, di entrare nell’Aula di via Roma. Otto le circoscrizioni elettorali: Cagliari, Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Nuoro, Ogliastra, Olbia-Tempio,
Oristano e Sassari. Il totale delle circoscrizioni forma il collegio unico regionale ai fini del calcolo dei voti attribuiti ai candidati alla carica di presidente e dell’attribuzione e del riparto dei seggi fra le coalizioni e i gruppi di liste. Nella ripartizione territoriale, che rispecchia la popolazione, Cagliari è sempre la più rappresentata con 20 consiglieri, seguita da Sassari con 12. Nuoro, Oristano e la Gallura ne avranno 6 per ciascuna, 4 saranno gli eletti nel Sulcis, 3 nel Medio Campidano e 2 in Ogliastra. Al voto era possibile esprimere la preferenza per una lista e per un candidato presidente non collegati fra loro (voto disgiunto) e per la seconda volta nell’isola è stata prevista la possibilità di esprimere due preferenze purché siano destinate a candidati di genere diverso. Per essere eletto, al candidato presidente basta la maggioranza, anche relativa, delle preferenze. Alle liste collegate al vincitore sarà assegnato un premio di maggioranza calibrato: il 60% dei seggi nel caso il presidente eletto abbia ottenuto una percentuale di preferenze superiore al 40%, il 55% dei seggi nel caso abbia ottenuto una percentuale di preferenze compresa fra il 25% e il 40%, nessuno sotto il 25%. La legge prevede anche una soglia di sbarramento: il 10% per le coalizioni e il 5% per le liste sciolte. La legge prevedeva che se lo spoglio non si fosse chiuso entro le 19, infatti, schede e registri sarebbero stati chiusi nuovamente all’interno delle buste sigillate e trasportate ai rispettivi uffici elettorali circoscrizionali per il conteggio delle schede e la trasmissione dei verbali alla Corte d’appello di Cagliari, anche se allo stato attuale sembra che ciò non avverrà e si proseguirà ad oltranza. Alle ore 16:30 del 26/02/24, scrutinate 565 sezioni su 1844, testa a testa Todde-Truzzu rispettivamente 44,3% e 46,7%, Soru 8,1% e Lucia Chessa all’0,9%. Sembra ora che le varie dichiarazioni dei due schieramenti si mantengano su posizioni caute, mancano ancora i dati delle grandi città quali Sassari e Cagliari e questo ha creato qualche malumore, ma tanto prima o poi verranno elaborati e comunicati anche loro. Effettivamente stamane c’era molta euforia, poi ridimensionata nel cosiddetto Campo Largo della Todde (PD-5 Stelle), ma anche nella compagine di Truzzu, sempre stamane, qualcuno addebitava il risultato, momentaneamente negativo, al quinquennio appena trascorso gestito da Solinas, come a dire, la colpa non è nostra ma dei nostri alleati (?), povero Christian scaricato dai suoi colleghi di coalizione! Anche a livello nazionale si segue con interesse l’evolversi delle elezioni in Sardegna. L’Onorevole Gasparri è passato dal pessimismo alla prudenza nelle sue dichiarazioni. Se lo fa lui allora lo possono fare anche politici di non lunga esperienza quale la sua. Se vincesse la Todde sarebbe il/la prima Presidente donna della nostra Regione, questa vittoria potrebbe creare qualche malumore nel Governo Meloni. Truzzu infatti è stato proposto (imposto?) dalla Meloni mentre Solinas era favorito da Salvini. Vedremo nelle prossime ore. Il testa a testa è importante perché qualche mese fa nessuno, soprattutto nei media nazionali, considerava possibile un risultato simile. La Destra vinceva dappertutto. Il commento ora più comune, sia nei media locali che nelle reti TV nazionali, è che la Sardegna fa notizia anche per la sua inefficienza nel fornire i risultati delle elezioni. L’interesse per i risultati delle elezioni sarde, sembra che “attiri” i politici di Roma, ultimamente più rivolti alle prossime elezioni regionali dell’Abruzzo e altre regioni. Nel pomeriggio è circolata la notizia secondo cui sia la Schlein che Conte stanno raggiungendo Cagliari, insieme, per seguire di persona lo spoglio delle schede. Dopo questa giornata che ha visto dati altalenanti, ecco i risultati definitivi:

Sezioni scrutinate: 1822 su 1844. Ultimo Aggiornamento: 27.02.2024 07:50

Candidati Voti %

Alessandra Todde 330.619 45,30%

Paolo Truzzu 327.695 45,00%

Renato Soru 63.021 8,70%

Lucia Chessa 7.147 1,00%

A questo punto le ultime schede verranno contate presso la Corte di Appello di Cagliari.

Alessandra Todde è la nuova Presidente della Regione Sardegna

    Il racconto del Cagliari: come una vittoria, nonostante tutto

    di Daniele Madau

    Cagliari-Napoli 1-1

    Marcatori: 21′ s.t Osimhen (N), 90′ s.t +6 Luvumbo (C)

    Assist: 21′ s.t Raspadori (N), 90′ s.t +6 Dossena (C)

    Cagliari (4-2-3-1): Scuffet; Nandez, Mina, Dossena, Augello (31′ s.t Oristanio; Deiola, Makoumbou; Gaetano (16′ s.t Viola), Jankto (16′ s.t Zappa), Luvumbo; Lapadula (16′ s.t Pavoletti(31′ s.t Petagna)). All. Ranieri

    Napoli (4-3-3): Meret; Olivera, Juan Jesus, Rrhamani, Mazzocchi (40′ s.t Ostigard); Zielinski (34′ s.t Cajuste), Lobotka, Anguissa; Kvaratskhelia, (28′ s.t Politano) Osimhen (40′ s.t Simeone), Raspadori (34′ s.t Lindstrom). All. Calzona

    Ancora una volta, quasi all’ultimo respiro. Non una vittoria ma il valore è lo stesso perché,  se la classifica indica i freddi numeri,  l’atteggiamento in campo indica un’altra classifica che, per forza,alla fine, dovrà coincidere con quella dei freddi punti.

    Abbiamo rischiato di perderlo, il ‘mister and commander’ , che esulta, alla fine, rabbiosamente e indica ai suoi che manca ancora un minuto, per provare a vincere.

    In settimana ha raccontato che si era dimesso e che, i suoi, si erano opposti, pronti a lottare per salvarsi.

    E questo si è visto, in una Unipol Domus che vive le partite col Napoli come diverse, partite in cui prendersi la più bella delle rivincite sportive, non dimenticando ciò che è stato, riannodando i fili del tempo.

    E il tempo rimanda a quello spareggio a Napoli, in cui ci trattarono in maniera disumana e in cui, sportivamente parlando, perdemmo la serie A. Da allora inimicizia fu, rivalità storica, Troiani contro Greci, Capuleti e Montecchi, Romani e Cartaginesi. Con eroi di goal all’ultimo secondo, Daniele Conti e, ora, Luvumbu. All’ultimo minuto, dopo un primo tempo di dominio e una ripresa di sbandamento ma senza capitolare. In una partita in cui Mina, Nandez e Dossena hanno duellato all’altezza di Kvareskelia, Osimemhen e Raspadori, in cui Augello fa il cavaliere armato alla leggera dell’ala ma cade e subisce l’affondo con il goal del vantaggio del Napoli. Da lì i rossoblu arretrano, vedono lo spettro della sconfitta e il tempo che scorre. Ma quanto scelto insieme nello spogliatoio dopo l’ultima partita in casa, di lottare sino alla fine, non permette di cedere le armi .

    E alla fine il goal arriva. Quello del pareggio. E il tempo torna indietro, prima dell’inimicizia, il tempo della pace. Tempo che, in fin dei conti, evita al Napoli una sconfitta. Chissà, perché la rabbia e la forza c’erano ancora. Quella che mostra Ranieri in conferenza stampa, quella che dovranno avere i rossoblu sino alla fine.

    E chissà come avranno preso il pareggio quei ragazzi napoletani, a fianco a me, che mi distraevano chiedendo, quasi ammirati, se fossi giornalista, e mi hanno fatto perdere il goal. Spero bene, perché il pareggio ha riportato la pace e spento l’inimicizia. E speriamo che così rimanga, con ognuno il suo: noi in A, loro il più lontano possibile in Champions.

    “Se mi uccidono non fermatevi, se ciò accadesse, significa che siamo più forti del male”

    (Aleksej Anatol’evič Naval’nyj,  Butyn , 4 giugno 1976 –  Charp , 16 febbraio 2024)

    di Marco Marini*

    Permettetemi un ricordo personale. La mia conoscenza della Russia / Unione Sovietica è avvenuta attraverso gli autori classici (Čechov, Dostoevskij, Pasternak fino ad arrivare a Solženicyn il quale svelò al mondo la realtà dei Gulag sovietici). Poi nel lontano 1987, ci recammo con la famiglia a visitare sia Mosca che Leningrado (oggi rinominata San Pietroburgo). Andai con parenti che tutto erano, tranne simpatizzanti del regime sovietico.
    Erano gli anni della ‘Glasnost’  (trasparenza) e della ‘Perestrojka’ (ristrutturazione sociale), volute dal presidente Michail Sergeevič Gorbačëv, penultimo segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica dal 1985 al 1991. Di li’ a poco l’impero sovietico si sarebbe disciolto e nel 1989, a novembre, con la caduta del muro di Berlino, crollava definitivamente la cosiddetta ‘CORTINA DI FERRO’. O almeno cosi’ si pensava o si sperava. Per rimanere al viaggio, ci piaceva cogliere, da osservatori diciamo, neutrali, certi aspetti di quei posti e di quel popolo. Vedevamo passare gruppi di giovani in divisa militare, appartenenti ai vari collegi dove, perlomeno, veniva garantita loro una minestra. Ma quello che ci colpì furono le fattezze fisiche di questi giovani. Dal classico caucasico (biondo con occhi azzurri, dovuto alle varie invasioni scandinave che interessarono la Russia nei secoli) a veri e propri mongoli con fisionomie più simili ai cinesi che non agli europei. Questo era facilmente comprensibile, osservando la cartina geografica della Russia. Il più grande paese del mondo che va dall’Europa all’oceano pacifico. E che un tempo possedeva l’Alaska venduta agli americani. Nel nostro viaggio notammo pochi riferimenti alla gloriosa guerra di liberazione contro l’invasore nazi-fascista, piuttosto trovammo a Mosca la piazza Borodino che ricordava la sconfitta di Napoleone nel 1812, mentre cercava di invadere la Russia. Come si nota la Storia non insegnò nulla ai nuovi invasori durante il secondo conflitto mondiale (il Generale Inverno e la rasputiza che con ildisgelo primaverile trasformava le strade ghiacciate in fiumi di fango). Nei negozi, se si comprava qualcosa e ritornavi negli stessi per cercare qualche altro ricordo del viaggio, si notavano i banchi vuoti, non riempiti da altra merce. Non ci avevano tediati con storie di propaganda, anche perché la loro vita modesta era sotto i nostri occhi. Ci dicevano che c’erano palazzi, come quello della Scienza che con le sue 75.000 stanze, per poterle visitare tutte ci volevano almeno due anni! Poi visitammo Leningrado (San Pietroburgo) città costruita anche da architetti italiani e francesi. Tra i tanti monumenti, visitammo il Museo dell’Ermitage, che contiene anche opere italiane con autori che vanno dal Canova al Caravaggio fino a Michelangelo. Vi erano due file: una per gli stranieri ed una per i russi.

    Ci ha colpito la pazienza della gente, a cui venivano messe a disposizione queste opere
    d’arte di importanza mondiale. Ma soprattutto ci ha emozionato il monumento ai
    venticinque milioni di caduti russi durante il secondo conflitto mondiale. Molti dei quali civili (8 milioni di militari e 17 milioni di civili!). Poi il resto lo fece Stalin (dopo la fine dell’Unione Sovietica, con la possibilità dell’accesso agli archivi segreti, si stimano quasi 3 milioni di morti sotto il regime staliniano). Questo cosa c’entra con Navalny ? Il quadro cerca di illustrare, sommariamente, le condizioni della Russia alla fine dell’Unione Sovietica.
    Un’economia che nessun piano quinquennale aveva risollevato, se non chiedendo alla
    popolazione dei grossi sacrifici. Con un occidente americano che in parte finanziò la stessa Unione Sovietica ( il Canada fornì per decenni il grano che cercava di sfamare la popolazione) e che, con la legge ‘AFFITTI & PRESTITI (Lend-Lease Act)’ , fornì i mezzi militari per contrastare in Europa l’avanzata nazi-fascista, con le conseguenze delle vittime di cui sopra. L’avanzata si fermò in Germania e per anni i Russi si stanzionarono a Vienna. Per intenderci, Vienna – Bolzano 592 km. Lo slancio russo si fermò lì per rispettare gli accordi con gli Alleati. Alla Russia interessava creare degli stati cuscinetto che l’avrebbe protetta da una eventuale invasione da occidente. Con la conseguenza di favorire regimi comunisti che poco lasciavano alla libertà di espressione o economica. Mosca stabiliva che cosa si dovesse produrre e quale nazione dovesse produrla (Polonia cantieri navali, Cecoslovacchia auto e aerei etc). Ma con l’avvento del Papa, polacco, Giovanni Paolo II al soglio pontificio le cose cambiarono. Vennero finanziati nell’est europeo i movimenti che chiedevano più libertà (Solidarnosc in Polonia). Nel 1929 venne creato a Roma il Collegio Russicum che avrebbe dovuto studiare, dal punto di vista cattolico, la cultura e la spiritualità russe.
    Ma in epoca recente venne “adoperato” come testa d’ariete per cercare di indebolire il
    regime sovietico dall’interno. In realtà, sembra che l’Unione Sovietica abbia inserito
    nell’organico del Collegio una loro “spia”, un domenicano, che ebbe una parte attiva
    nell’attentato al Pontefice del 13 maggio 1981. Insomma i russi non si potevano fidare
    neppure dei preti ! Il 26 dicembre 1991 si decretò la fine dell’Unione Sovietica. Il primo
    Presidente della nuova Federazione Russa fu Boris Eltsin, che avviò un processo di
    riforma sociale, aprendo la Russia ad una economia di mercato. Le privatizzazioni degli
    enti statali passarono però ad individui legati al governo. Quindi, senza trovare
    giustificazioni a Putin, i cosiddetti “oligarchi” del regime, non sono nati con lui. E neppure gli si può attribuire il metodo di contrasto all’opposizione politica ed ai media contrari al nuovo “regime”. Anzi fu proprio con Eltsin che cominciarono le morti o gli “incidenti” strani ai giornalisti, ai cineoperatori, soprattutto durante il conflitto ceceno nel 1994. Quindi i giornalisti cominciarono ad essere uccisi già dagli anni novanta. L’opinione pubblica internazionale cominciò ad interessarsi al fenomeno solo dopo l’uccisione di Anna Politkovskaja, nel 2006. Questi assassinii spesso sono rimasti senza colpevoli. Si registrano poco più di 200 morti tra gli operatori dell’informazione in Russia, di cui più di 100 solo sotto i governi Putin. E questo senza dimenticare le testate giornalistiche o radiofoniche chiuse per volere dei vari Presidenti della Russia. Oggi, come abbiamo visto nella guerra russo-ucraina, ormai esiste solo la versione di regime nel racconto dei fatti.
    Questo senza voler affermare che tutto ciò che viene diffuso sia falso, ma perlomeno certe notizie lasciano perplessi, anche perché è stata spiegata una cortina di silenzio sul
    conflitto. Ne più ne meno come facevano i regimi dittatoriali nel passato. E come qualcuno compie ancora oggi non solo in Corea del Nord ma anche nella civile Europa. Navalny, è stato un personaggio controverso, forte oppositore di Putin: ha creato la Fondazione per la lotta alla corruzione (FBK) che, attraverso youtube, informava la popolazione delle indagini per corruzione dei vari personaggi vicini a Putin (Lavrov, ministero degli esteri, l’ex moglie stessa di Putin, e altri). Il 55% dei russi crede ai fondi segreti che Putin nasconde all’estero e che possiede un palazzo segreto intestato ad un suo amico. L’FBK fu sciolta nel 2021 a causa, oltre che per problemi economici, anche per contatti con J.W.T. Ford indicato dai servizi segreti russi come spia dell ‘MI6 inglese. Navalny, da posizioni nazionalistiche, che Amnesty International ha considerato quale incitamento all’odio, privandolo della designazione di “prigioniero di coscienza” nel 2021, si è dichiarato favorevole ai matrimoni omosessuali. Non è stato un SANTO, ma una persona normale che ha messo al centro della sua politica l’uomo con le proprie esigenze fondamentali a partire dalla libertà. Nel 2014 in una intervista televisiva auspicava una maggiore integrazione tra la Federazione Russa e l’Ucraina, anche se riconosceva dei vantaggi per l’Ucraina in una fusione con l’Unione Europea. Venne ricoverato nell’agosto 2020 per avvelenamento da un prodotto nervino, anche se nella cartella clinica non vennero trovati elementi che portassero a quel prodotto. Dopo una condanna, sospesa nel 2021, a tre anni e sei mesi, Navalny è stato
    condannato a 9 anni di carcere, dal tribunale di Mosca, in una colonia penale di carcere
    severo. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dichiarato questa una condanna
    motivata politicamente. Il 4 agosto 2023 arriva la condanna definitiva a 19 anni, a fronte
    dei precedenti 9 anni. Dalla quale non ne uscirà più vivo. Muore il 16 febbraio scorso.
    Sembra proprio che il governo Putin non abbia evitato di creare un martire. Vedremo ora
    cosa succederà all’interno del vasto paese. Il sospetto è che l’indignazione possa
    interessare più gli altri paese europei e occidentali in genere, che la Russia. E dopo qualche protesta che si registra a Mosca e dintorni, ritornerà l’oblio sull’opposizione a
    Putin. Ne più ne meno di quello che è successo alla povera Anna Politkovskaja.

    *Marco Marini è editorialista di ‘La Riflessione’, studioso di storia e geopolitica mediorientale

    La scuola incontra i grandi autori e le grandi tematiche. Quando gli studenti diventano ‘critici’

    Degli studenti del Liceo Siotto di Cagliari

    Grazie alla partecipazione a diversi progetti e attività promossi dal Liceo Siotto di Cagliari (quali incontri sul concetto di giustizia in Fabrizio De André e la visione collettiva di opere tetrali e film di particolare interesse), gli studenti hanno costantemente la possibilità di riflettere sui grandi temi, e sui grandi autori, del presente e del passato. ‘La Riflessione’ è lieta di ospitare le loro recensioni critiche e le loro riflessioni.

    Geordie’ di Fabrizio De André

    Il brano preso in esame, Geordie, è una canzone d’autore composta da Fabrizio De
    André nel 1969 e compresa nell’album “Nuvole barocche”.
    Per elaborare questo testo, De Andrè fa riferimento ad una ballata della tradizione
    britannica risalente al XVI secolo. Si ipotizza fosse un conte condannato per alto
    tradimento con l’accusa di ribellione e successivamente liberato grazie ad un riscatto
    effettuato dalla sua famiglia aristocratica.
    All’interno della canzone, Geordie appare come un giovane dalle origini aristocrati-
    che, come si può evincere dalla frase “Impiccheranno Geordie con una corda d’oro”,
    perché la corda d’oro veniva riservata ai ceti elevati.
    Ciò che caratterizza maggiormente il significato della canzone è l’utilizzo di una for-
    ma di giustizia contraddittoria o “ingiusta”.
    Il reato di cui Geordie si macchia è il furto che lui compie spinto da necessità in
    quanto la società del tempo non gli riconosceva/forniva gli strumenti con i quali
    avrebbe potuto riscattarsi in modo onesto.
    Un altro aspetto ingiusto è costituito dal fatto che la pena venga giudicata con
    eccessiva severità prevedendo per lui la morte in cui però gli viene riconosciuto un
    privilegio legato alle sue origini che ad un’altra persona che aveva commesso lo
    stesso reato ma appartenente ad un classe sociale differente non sarebbe stato
    riconosciuto.


    Amelia M., Elisabetta M., Ester R., Gabriele F., Chiara M., Dalila P., Tommaso M.

    Il Pescatore di Fabrizio De André

    “Il Pescatore” di De Andrè, narra la vicenda di un assassino che, scappando dai
    gendarmi, si ritrova a chiedere affamato da mangiare ad un pescatore.
    La figura del pescatore è centrale in quanto rappresenta un modello corretto di uma-
    nità, come si evince da alcuni versi in seguito alla richiesta di cibo dell’assassino:
    “Non si guardò neppure intorno/Ma versò il vino e spezzò il pane/Per chi diceva ho
    sete e ho fame”. Il pescatore non ha pregiudizi nei confronti dell’assassino, come di solito accade anche nella contemporaneità, ma si rende disponibile con il prossimo
    gratuitamente, empatizzando con i suoi bisogni.
    Secondo una visione antica, da noi condivisa, il pescatore è paragonato a Gesù
    Cristo, visti i tratti similari ed il carattere, disposto a dispensare amore anche agli as-
    sassini proprio come Cristo.
    Anche nel finale, alla domanda dei gendarmi, il pescatore non risponde, non
    compie neanche un gesto. Resta assopito. In questo atteggiamento c’è una scelta
    fortissima, una rottura dello schema comune per cui l’assassino va punito. Il
    pescatore disobbedisce a quello schema, non ne vuole essere parte.

    Virginia C., Michele D., Alessia S., Mattia P., Gabriele L., Sofia M., Davide P.

    Anfitrione di Plauto

    Il 30/01 diverse classi delle scuole di Cagliari si sono ritrovate al Teatro del Segno, nella chiesa di Sant’Eusebio a Cagliari, per assistere allo spettacolo “Anfitrione” messo in scena dalla compagnia plautina TEP (Teatro Europeo Plautino). Ecco in breve la trama:
    Giove assume le sembianze di Anfitrione e, accompagnato da Mercurio, che prende le sembianze di Sosia, servo di Anfitrione, si reca a Tebe da Alcmena, regina e moglie di Anfitrione. Questa lo accoglie amorevolmente, pensando di giacere con suo marito. Dopo una notte interminabile arrivano i veri Anfitrione e Sosia e iniziano così una serie di sketch esilaranti che complicano ulteriormente la situazione. La commedia termina con la notizia del parto di Alcmena di due gemelli: uno figlio di Giove, Ercole, e
    l’altro di Anfitrione.
    La comicità di Plauto è stata resa appieno dagli attori. Uno degli aspetti per me più divertenti è stata la rottura della finzione scenica che ha coinvolto principalmente la mia classe perché eravamo seduti in prima fila: ci hanno rivolto domande divertenti, ci hanno dato da custodire il dente di Sosia (ovviamente un fagiolo), hanno coinvolto anche il pubblico con canzoni e battiti di mani. Altro aspetto originale e divertente è stato l’uso dei dialetti, in particolare il veneto del servus. I quattro attori sono stati molto
    bravi, sono riusciti a rispettare la tradizione plautina inserendo però aspetti, battute, modi di dire moderni proprio per coinvolgerci il più possibile e l’effetto della risata continua è stato così raggiunto.
    Due importanti criticità sono state il luogo e il prezzo del biglietto. Lo scorso anno il teatro Massimo accoglieva la compagnia, mentre quest’anno gli spettacoli si sono svolti al Teatro del Segno. Un’ampia e fredda sala parrocchiale con sedie singole non proprio comode, e di conseguenza il prezzo del biglietto, di ben 11 €, mi sembra eccessivo per uno studente. È giusto pagare la cultura ma il prezzo deve essere più accessibile.

    di Anna C.

    C’è ancora domani di Paola Cortellesi

    La storia è ambientata a Roma nel periodo del dopoguerra dove la povertà si fa sentire. Il periodo è quello dove le disuguaglianze di genere sono il fondamento della società.Il ruolo della donna è assoggettato al sistema patriarcale: deve essere una buona moglie, una brava madre, deve “stare al suo posto” e stare zitta. Non può  studiare e se va a lavorare, i suoi guadagni appartengono al marito, definito “uomo di casa”. Delia è una donna, moglie e madre, accudisce la casa, i figli, e il  suocero malato che vive in casa con loro, fa tanti lavori diversi per portare a casa soldi in più che servono per  affrontare i bisogno quotidiani. A lei non è concesso studiare così come alla figlia Marcella, a differenze dei fratelli ai quali è concesso, credendo che la violenza sia l’unico modo per comunicare con le donne. Delia è una donna che non solo è assoggettata al marito ma è una donna che subisce violenza da parte sua, ogni giorno viene vessata da Ivano, non solo fisicamente, ma anche psicologicamente. Delia viene umiliata perennemente non solo davanti ai figli ma davanti a tutti. 

    Ivano è anche lui vittima del sistema patriarcale e ovviamente non può rapportarsi con Delia in maniera diversa, anche se Ottorino, il padre, gli ricorda che la moglie è una brava persona e chiede al figlio di non vezzeggiarla costantemente ma gli consiglia di effettuare su di lei violenza psicologica, per esempio imponendole il divieto di esprimere il proprio pensiero. Delia viene consigliata dall’ amica Marisa, che le suggerisce di scappare con l’uomo che l’ha sempre amata davvero, Nino; pur avendo,però, una vaga possibilità per cambiare vita, andando via con un altro uomo, per l’intera durata del racconto, non sfrutta questa possibilità di cambiare vita. Questo significherebbe abbandonare i figli e privarsi del suo ruolo importante in famiglia. Sceglie di combattere e non di fuggire. 

    Marcella si fidanza con il borghese benestante Giulio, ma anche lui pare essere figlio del patriarcato, facendo capire a Marcella che è solo sua, che non deve truccarsi ma soprattutto che dovrà smettere di lavorare. Marcella non si accorge di questo, forse essendo cresciuta in quel contesto le sembrava la normalità. 

    Delia, dopo una fugace contentezza, teme che invece la figlia stia per commettere il suo stesso errore ed inizia a progettare il suo piano affinché ciò non avvenga: dà avvio, così, alla sua ribellione quando un giorno arriva una lettera. Si reca, insieme a migliaia di altre donne, presso i seggi, per esprimersi tramite il proprio voto, sulla forma istituzionale della nazione.

    Davanti all’urna, Delia e le altre donne, imbucano la loro scheda elettorale e, senza bisogno di parlare, affermano con lo sguardo che quello che stanno vivendo era un momento epocale perché qualcosa iniziava a cambiare visto che fino ad allora non potevano votare, quindi non avevano gli stessi diritti civili e politici che avevano gli uomini ed erano soggette a tante restrizioni. Delia vede in questo un nuovo inizio e ha una determinazione interiore che la spinge a non mollare il suo ruolo non facile.

    Il film trasmette messaggi forti e chiari di quanto la donna abbia dovuto lottare per la parità di genere, perseguita passo dopo passo e forse ancora oggi non raggiunta completamente: ci piacerebbe infatti  dire che esistestono pochi paesi dove alle donne non vengono riconosciuti gli stessi diritti, ma purtroppo non è così.

    Credo che tutte dovrebbero avere lo stesso coraggio di Delia che sceglie di non fuggire ma con coraggio di rimanere e combattere per i propri diritti.

    di Beatrice F. 

    Sangue Blu

    di Marco Marini


    In questi gironi alcune notizie di cronaca hanno portato l’attenzione dei media su alcune casate reali e nobiliari, dalla malattia di are Carlo III del Regno Unito alla malattia della nuora la Principessa del Galles Kate Middleton fino alla scomparsa di Vittorio Emanuele di Savoia, figlio dell’ultimo Re d’Italia Umberto II (chiamato il re di maggio, restato in carico appunto solo un mese prima della scelta della fora repubblicana del nostro Paese). Queste notizie sono diciamo, tragiche, ma i fatti che riguardano le varie dinastie reali e nobili, soprattutto in Europa, hanno sempre riguardato più il gossip o per usare termini italiani, la cronaca rosa o il pettegolezzo. Non c’è giorno che qualche quotidiano o rivista parli di polemiche all’interno delle varie case nobiliari, dalla Gran Bretagna fino al piccolo Principato di Monaco e se vogliamo al Vaticano che viene considerato un reame. Sia ben chiaro, come disse una persona plurilaureata, acculturata etc. etc, per liberare lo spirito è giusto leggere certe riviste dal barbiere o dalla parrucchiera.Simpatica l’origine del termine “Sangue blu”; venne coniato nel medioevo per distinguere i nobili, il clero e il popolo di città grasso e magro per distinguerli dai servi della gleba che lavorando tutto il giorno sotto il sole si abbronzavano, contrariamente ai nobili che avendo la pelle chiare mettevano in evidenza le vene dei polsi che avevano un colore bluastro-violaceo. Secondo altri autori il termine sarebbe spagnolo e serviva a distinguerei bianchi dai mori dalla pelle scura che occupavano la Spagna. Secondo altri a causa della argiria, cioè dall’uso di posate d’argento. Più probabile la derivazione del termine dal numero dei lividi bluastri diffusi sul corpo dei nobili affetti da emofilia (difetto di coagulazione del sangue) a causa dell’endogamia, cioè dei matrimoni all’interno degli stessi gruppi familiari. Non per nulla per esempio La Regina Vittoria (1819-1901) era parente sia del Kaiser Guglielmo II che dello Zar Nicola II (tra parentesi Kaiser e Tzar sono parole che derivano dal termine “Cesare”). Ma l’abate e poeta Giuseppe Parini, aveva un concetto diverso della nobiltà, nonostante fosse precettore presso una famiglia nobile, per poter campare. Scrisse il poemetto IL GIORNO dove raccontava la vita di un “Giovin Signore”. In sintesi il Parini affermava che la nobiltà è quella dell’animo umano e non perché di nascita o comprato dai suoi avi. Ma chi erano I Nobili?
    Forse i più coraggiosi in una tribù o clan, forse i più saggi, o forse quelli che avevano più tagliato teste degli avversari per dimostrare la loro onnipotenza. Ma tutti invocavano un diritto divino ad avere la corona in testa. Perfino Napoleone Bonaparte, figlio della rivoluzione francese, illuminista,
    quando venne incoronato Re d’Italia il 26 maggio 1805, a Milano, prese la corona ferrea con la quale per secoli venivano incoronati i re d’Italia, se la pose in testa e pronunciò la frase “Dio me la data guai chi la tocca”. Richiamando quindi un “diritto” divino detto da un figlio dell’illuminismo ateo. Ma si sa non si scherza ne coi santi ne coi fanti. I nobili europei hanno creato il colonialismo che ha lasciato strascichi nelle vicende recenti dall’Africa al vicino e medio oriente e all’Asia. Si pensi che il Congo (ex belga), oggi Repubblica Democratica del Congo, con Leopoldo II del Belgio, veniva considerato proprietà personale della corona. Senza andare troppo lontano da casa nostra, si ricorda che il Re Vittorio Emanuele II considerava la Sardegna suo terreno di caccia personale e che grazie ai ginepri della nostra isola vennero costruite le traversine della rete ferroviaria italiana, disboscandola abbondantemente. Ma anche personaggi come lo Shah Reza Pahlevi dell’ex Persia, ora Iran, anzi Repubblica Islamica dell’Iran, ha trasformato la monarchia costituzionale in un regime autocratico, fino all’avvento della rivoluzione islamica di Khomeini. Quando venne deposto nel 1979, era veramente incredulo sul perché il suo popolo lo avesse cacciato. Non si rendeva conto di essere lontano dalle esigenze della propria gente e del male che gli avesse fatto. Potremmo poi discutere se l’Iran sia caduto dalla padella alla brace. Il Principato di Monaco è uno degli Stati più antichi d’Europa, creato nel XIII secolo e divenuto indipendente dopo la Restaurazione del 1815 (dopo la sconfitta militare di Napoleone Bonaparte), riportando il potere monarchico a prima della Rivoluzione Francese. Il nome deriva dall’impresa avvenuta appunto nel XIII secolo della conquista di questa rocca da parte di Francesco Grimaldi, nobile guelfo genovese, pirata, castello di proprietà di un ghibellino avversario. Il Grimaldi vi entrò travestito da MONACO.
    Grazie alla lungimiranza di Ranieri III Grimaldi nel secolo passato, Montecarlo ed il Principato è diventato sono passati dalla tradizionale nomea di paradiso fiscale basato su scommesse e casinò a luogo culturale di importanza internazionale. Alla morte di Ranieri è salito al trono il Principe Alberto, che sembrava dedicarsi ad attività più amene. Se il principato non dovesse avere più eredi verrebbe riassorbito dalla Francia. Quindi si è cercata una soluzione a questo problema concedendo ai mariti delle figli di Ranieri il titolo di principe, ma il buon Alberto ha deciso di prendere il posto del padre, che ha affiancato allo stesso principe un consiglio che ne riduesse i poteri. Qualcuno parla di Regno da Operetta ! Poco rispettoso del ricordo di Grace Kelly che diede lustro ed importanza al luogo sposando, come nelle favole, il Principe Ranieri. Per rimanere a casa nostra c’è stata la disputa fra le casate dei Savoia e dei Duca D’Aosta. Secondo il Gotha Nobiliare, Vittorio Emanuele di Savoia, appena deceduto, non avrebbe avuto titolo a diventare Re in quanto aveva sposato Marina Doria, senza nobiltà, contro il permesso del padre Umberto II, ciò avrebbe portato al passaggio di tutti i diritti sul trono d’Italia ad Amedeo di Savoia-Aosta. Ma il Amedeo V Duca d’Aosta, giurò fedeltà alla Repubblica, svolgendo il servizio militare nella Marina Militare Italiana. Situazione degna di una spy-story. Ma almeno lui non considerò le scelte di casa Savoia, scellerate secondo molti, come fecero Vittorio Emanuele ed il figlio Emanuele Filiberto, con benevolenza. Come dare l’incarico di Primo Ministro a Mussolini, anche se questo rientrava tra le prerogative del Re, aver accettato l’impero con le conseguenze delle sanzioni ed accuse di crimini di guerra contro l’Italia. Per non parlare delle leggi razziali del 1938, che impressionarono perfino lo stesso Hitler. Non è andata meglio a certi reami in Europa dove le costituzioni imponevano la corona ai figli maschi anche se a questi non importava molto e diniego della corona alle figlie ancorchè motivate e preparate alla reggenza di quei paesi, in termini di diplomazia, carriera militare ed economica. Per non parlare degli scandali in casa Borbone Spagna, dove dopo la fuga ad Abu Dhabi, sembra per motivi di evasione fiscale, Il Re Juan Carlos ha dovuto difendersi da altre accuse non ultima quella si molestie sessuali. Nel 2014 ha abdicato a favore del figlio Felipe VI, anche lui con qualche problema causato dalla consorte Letizia. Mogli di Re e Principi impegnato comunque nel sociale, certo da posizioni privilegiate, ma pur sempre autorevoli, da Grace Kelly alla stessa Letizia di Spagna fino alla compianta Lady Diana Spencer. Il Giappone, monarchia costituzionale, molto discreta, dove un tempo si considerava l’imperatore stesso “divino”, oggi i figli sposano coniugi non nobili, anche se non hanno più l’obbligo di dare una discendenza alla Famiglia Imperiale o Casa di Yamato. Abbiamo cosi’ voluto fare un breve excursus sulle nobiltà, sempre convinti del principio di Giuseppe Parini sopracitato, restando in attesa dell’evolversi della situazione britannica, più per curiosità che per motivi politici. Data la nostra assoluta fedeltà ai principi costituzionali della nostra Repubblica, appunto res-publica, la cosa pubblica, forse di tutti e di nessuno, ma senza dubbio non di appannaggio di un singolo personaggio. La Rivoluzione Francese dopo la restaurazione degli Ancien Règime, almeno ci ha lasciato una cosa le monarchie costituzionali che limitano i poteri di questi “unti dal Signore”.

    Marco Marini è studioso di storia e geopolitica, editorialista di ‘ La Riflessione ‘

    Il 10 febbraio 2024 è stato il ‘Giorno del Ricordo’

    di Marco Marini*

    Qualche giorno fa, esattamente il 27 gennaio scorso, si è celebrata la Giornata della
    Memoria per ricordare ed onorare le vittime della Shoah, non solo ebree. Questa
    ricorrenza ha scatenato molte polemiche in quanto cadeva in un contesto mondiale
    molto preoccupante a partire dalla guerra tra Israele ed Hamas, che ricordo governa
    la Striscia di Gaza, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese la cosiddetta
    Cisgiordania. Il tutto è scaturito dall’attacco di Hamas ad alcuni villaggi al confine in
    Israele col sequestro di decine di ostaggi israeliani. La reazione dello Stato ebraico è
    tutt’oggi sotto gli occhi del mondo con addirittura accuse di genocidio presentate
    alla Corte suprema dell’Aia. Ne sono scaturite proteste in tutto il mondo e insieme
    alle giuste critiche verso Israele, secondo il mio parere, si sono ripresentati i soliti
    fenomeni di antisemitismo. Ora se la Shoah è stato il motore portante della nascita
    dello Stato di Israele, l’antisemitismo esiste da secoli prima di questa nascita, che ha
    attraversato epoche e luoghi diversi, professato da destra e da sinistra e perfino
    nella Chiesa sia quella Romana che Orientale. Ma quest’anno il Presidente del
    Senato La Russa ha invitato la Senatrice a Vita Liliana Segre a commemorare questa
    giornata insieme a Milano presso il Binario 21 da cui partivano i carri bestiame con le
    vittime ebree per Auschwitz. “Gentilezza” istituzionale ? Propaganda di “Regime” ?
    Vogliamo ritenere che questo gesto sia un segnale per ridurre le contrapposizioni e
    riportare la coscienza nazionale verso un ricordo comune. Non meno piena di
    polemiche è stata l’istituzione del Giorno del Ricordo. Approvato con la Legge
    30/03/2004 n. 92, per ricordare le vittime delle foibe e l’esodo delle popolazioni
    istriane, dalmate e fiumane dai territori della ex Jugoslavia. Persone soppresse ed
    infoibate tra l’8/09/1943, resa dell’Italia agli alleati, ed il 10/02/1947 con la firma del
    trattato di Parigi che sanciva l’assegnazione alla Jugoslavia dell’Istria, del Quarnaro,
    della Città di Zara e provincia e della maggior parte della Venezia Giulia in
    precedenza facente parte dell’Italia. Questa ricorrenza è stata fortemente voluta
    dalla destra italiana, ed in questo si è voluto far notare la contrapposizione con la
    giornata della memoria. Le polemiche, soprattutto a sinistra, oltre alle accuse di
    strumentalizzazione da parte di alcuni avversari politici, sono state seguite da
    forme di negazionismo e accuse di falsità, nè più nè meno come per la Shoah. Ma cosa sono le foibe? Sono anfratti carsici dove l’acqua scompare in profondità e all’interno delle quali vennero gettati, spesso vivi, le vittime dell’ Esercito Popolare di Liberazione
    della Jugoslavia del maresciallo Josip Broz Tito. Le vittime non furono solo militari
    che rappresentavano per gli jugoslavi il simbolo dell’oppressore italiano prima e durante il fascismo, ma molti civili italiani. Al massacro segui’ l’emigrazione,  dovuta
    sia all’oppressione esercitata da un regime di natura totalitaria che impediva la
    libera espressione dell’identità nazionale, sia al rigetto dei mutamenti nell’egemonia
    nazionale e sociale nell’area e infine per la vicinanza dell’Italia, vicinanza che costituì
    un fattore oggettivo di attrazione per popolazioni perseguitate ed impaurite,
    nonostante il governo italiano si fosse a più riprese adoperato per fermare, o
    quantomeno contenere, l’esodo. Si stima che i giuliani, i quarnerini e i dalmati che
    emigrarono dalle loro terre di origine, tra il 1941 e il 1956, ammontino a un numero
    compreso tra le 250 000 e le 350 000 persone; in base alle stime più
    recenti emigrarono circa 300 000 persone, di cui circa 45 000 di etnia slovena e
    croata non disposti ad accettare il nuovo regime dittatoriale. Nonostante la ricerca
    scientifica abbia, fin dagli anni novanta del XX secolo, sufficientemente chiarito gli
    avvenimenti, la conoscenza dei fatti nella pubblica opinione permane distorta e
    oggetto di confuse polemiche politiche, che ingigantiscono o sminuiscono i fatti a
    seconda della convenienza ideologica. In realtà delle circa 11.000 vittime italiane, la
    maggior parte venne uccisa nei campi di concentramento jugoslavi. Ma per
    semplificazione vennero quasi tutti definiti “infoibati”. Questo massacro è iniziato
    durante le fasi finali del secondo conflitto mondiale e proseguito successivamente.
    Gli storici non ritengono che si volesse perpetrare una vera e propria pulizia etnica,
    come fece il nazi-fascismo con la loro propaganda ideologica, ma è innegabile che i
    metodi furono uguali. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 l’esercito italiano
    collassò, I tedeschi occuparono Trieste, Pola e Fiume lasciando momentaneamente
    sguarnito il resto della Venezia Giulia, che venne occupata dai partigiani jugoslavi.
    Improvvisati tribunali, che rispondevano ai partigiani dei Comitati popolari di
    liberazione, emisero centinaia di condanne a morte. Le vittime furono non solo
    rappresentanti del regime fascista e dello Stato italiano, oppositori politici, ma
    anche semplici personaggi in vista della comunità italiana e potenziali nemici del
    futuro Stato comunista jugoslavo che s’intendeva creare . A Rovigno il Comitato
    rivoluzionario compilò una lista contenente i nomi dei fascisti, nella quale tuttavia
    apparivano anche persone estranee al partito e che non ricoprivano cariche nello
    Stato italiano. Vennero tutti arrestati e condotti a Pisino. In tale località furono
    condannati e giustiziati assieme ad altre persone di etnia italiana e croata. Secondo
    le stime più attendibili, le vittime del 1943 nella Venezia Giulia si aggirano sulle 600-
    700 persone. Ci furono eccidi a Trieste ed in Istria a Gorizia e Fiume. I primi
    ritrovamenti dei cadaveri degli “infoibati” avvennero nell’autunno del 1943, quando
    i tedeschi utilizzarono le foibe per sbarazzarsi velocemente dei partigiani uccisi.

    Diedero ampio risalto al ritrovamento, con tanto di documentazione fotografica. Ma
    da dove è partito l’odio verso gli italiani? Al termine del primo conflitto mondiale il
    Regio Esercito italiano occupò la Venezia Giulia e la Dalmazia, secondo i termini del
    trattato segreto di Londra del 1915. Questo provocò reazioni contrapposte tra le
    etnie, quella italiana che parlava di ”redenzione” di quelle terre e gli slavi che
    osservavano con ostilità i nuovi arrivati. Non tutti i territori promessi all’Italia nel
    1915 vennero assegnati, per questo motivo venne coniato il termine “vittoria
    mutilata”. Dopo le tensioni sociali del 1919-1920 che interessarono anche i territori
    occupati dall’Italia, si accentueranno anche quelle nazionali preesistenti creando un
    terreno fertile per la propaganda fascista, che di li a poco avrebbe avuto il potere in
    Italia, nel 1922, quando fu gradualmente introdotta in tutta Italia una politica di
    assimilazione delle minoranze etniche e nazionali: gran parte degli impieghi pubblici
    furono assegnati agli appartenenti al gruppo etnico italiano, si vietò l’uso delle
    lingue croate e slovena sostituendo tutti gli insegnanti con italiani che imposero
    l’uso della lingua italiana, cambiando i nomi alle città e vietando di registrare negli
    archivi parrocchiali i nomi stranieri dei nascituri. Non ci si meravigli di queste
    assimilazioni forzate, abbastanza comuni in Europa, cosi’ in Francia come nel Regno
    Unito e nella stessa Jugoslavia soprattutto nei confronti delle minoranze etniche non
    solo italiane. Con l’invasione della Jugoslavia da parte delle truppe tedesche ed
    italiane nel 1941, venne proclamata l’indipendenza della Croazia che venne affidata
    agli ustascia ultranazionalisti di Ante Pavelic. La sconfitta dell’esercitò jugoslavo non
    fermò i combattimenti, dove venne organizzata la resistenza contro gli invasori. In
    questa fase della guerra vennero perpetrati crimini di guerra da ambo le parti
    (mezzo milione di serbi uccisi da croati e centomila croati uccisi da serbi).
    Gli italiani effettuarono fucilazioni per rappresaglia nei confronti della popolazione
    civile e favorirono l’istituzione del campo di concentramento di Jasenovac, da parte
    degli ustascia. Tutto questo fino all’armistizio dell’8 settembre 1943 di cui abbiamo
    accennato precedentemente. Queste righe non per giustificare i massacri delle foibe
    ma per cercare di riportare il tutto in un quadro storico. Il Primo Ministro Meloni si è
    recata a Basovizza e prima di lei lo fece il Presidente della Repubblica Cossiga. Anche
    in queste circostanze sembra si voglia riportare il nostro paese ad una memoria che
    unisca e non divida. Una parte della storia appena evidenziata riguarda la nostra
    Sardegna, dove la comunità di Alghero ricorda e ospita, gli esuli istriani fuggiti
    dall’olocausto jugoslavo. Ma c’è stato anche un testimone sardo, Dario Porcheddu,
    presidente dell’Unione Autonoma Partigiani Sardi, che dopo l’8 settembre aderi’ alla

    Resistenza, proprio in quei luoghi di cui stiamo parlando. Partecipò ad un convegno
    a Cagliari sulle foibe intitolano “Per non dimenticare”, nonostante qualche mugugno
    prese la parola e disse alla platea che non era giusto raccontare una realtà di
    comodo e non la verità. Ex finanziere scrisse un libro intitolato “Perché le Foibe?”,
    dove raccontò tra le altre cose (cito le parole) “….. Non sono stati gli sloveni a venire
    a casa nostra ma gli italiani che con arroganza e brutalità sono entrati nelle loro
    case, rubando, razziando, bruciando e devastando.” Qualcuno dei presenti fece
    qualche rimostranza ma tutto fini li. Ed aggiunse ”… La vendetta degli Jugoslavi fu
    sproporzionata per orrore, ma rientrava nella logica della ritorsione che con
    l’avanzata dell’Armata Rossa investi milioni di donne, vecchi e bambini dei paesi
    dell’Europa centro orientale colpevoli di essere tedeschi o loro alleati.” Con queste
    parole Dario Porcheddu non voleva assolutamente giustificare il massacro delle
    foibe, ma da militare ricordare quello che avveniva in tutta Europa. A tal proposito
    cita il fatto, in cui 1200 finanzieri sparirono dalla sera alla mattina senza sapere che
    fine avessero fatto. Salvo il giorno dopo vedere le truppe Titine andare in giro con le
    divise dei militari italiani scomparsi. Facile intuire che fine fecero. Sempre nel testo
    citato, il Porcheddu indica un elenco di profughi, consegnatoli durante una visita
    Italo-Slovena in Sardegna, che raggiunsero non solo la splendida Alghero, citata, ma
    anche Ploaghe, Sassari, Ittiri, Bonorva, Tempio, Cagliari, Sardara e altri luoghi della
    nostra splendida isola. Ora possiamo (o dobbiamo!) augurarci che questi eventi
    siano ricordati, riconducendo la coscienza nazionale verso valori comuni senza
    contrapposizioni sterili, magari ricordando anche le vittime dei bombardamenti
    alleati sulla Sardegna, le vittime sarde delle vendette partigiane ancorché non
    iscritte al partito fascista, gli eroi sardi che salvarono ebrei e partigiani, considerati
    Giusti fra le Nazioni. E tutte le vittime degli orrori di tutte le guerre passate ed
    attuali alla quale non si può chiedere conto del perché siano VITTIME !!

    *Marco Marini, editorialista di ‘La Riflessione’, è studioso di storia e geopolitica mediorientale

    La benedizione di papa Francesco alle coppie omosessuali è immagine vera di Dio

    di Daniele Madau

    Non deve passare in secondo piano quanto affermato, giorni fa, da papa Francesco nel corso di un’intervista al settimanale Credere, che è in edicola dall’8 febbraio. Parlando del documento Fiducia Supplicans del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha ripreso l’argomento delle benedizioni alle coppie omosessuali, affermando: “Nessuno si scandalizza se do la benedizione a un imprenditore che magari sfrutta la gente: e questo è un peccato gravissimo. Mentre si scandalizza se la do a un omosessuale… Questa è ipocrisia! Il cuore del documento è l’accoglienza”. La portata rivoluzionaria di queste parole salta subito agli occhi, come una luce sfolgorante, come una rivelazione, e una verità, non più condannate a essere represse. Non possiamo addentrarci in particolari aspetti teologico-religiosi, attinenti alla Sacra Scrittura o storico-sociologici: ma, con una operazione ardita, li toccheremo tutti velocemente.

    Il sentimento del sacro, davanti alla ciclicità del tempo, alla nascita e alla morte, alla meraviglia del creato, all’arte e all’amore – o all’odio – che si può provare nei confronti di un altro essere, ha sempre fatto parte dell’uomo e, verosimilmente, così sempre sarà. Son nate, perciò, le religioni: dapprima, per quanto riguarda il bacino mediterraneo e il medio oriente, legate alle Madre Terra; in seguito, legate al cielo, con l’idea di un dio padre, guerriero, a cui portare sacrifici per placarlo. In Grecia e a Roma, a questo dio si è affiancato un ‘pantheon’ di divinità antropomorfe quasi in tutto; in Israele si è, invece, affermata l’immagine di un Dio unico, santo, tanto separato dal mondo che non si poteva guardarlo in volto ma, paradossalmente, ‘vivente’ e, perciò, anche innamorato del suo popolo e, per questo, geloso e vendicativo. E’ sorto, poi, il Cristianesimo, che predica la nascita, morte e resurrezione di Gesù Cristo, la cui stessa vita è ‘vangelo’, e cioè ‘lieto annuncio’ ‘lieto messaggio’: la vita di Gesù è, dunque, la parola di Dio, che manda un messaggio, esclusivamente, di bene.

    La sua predicazione è rivolta a tutti, soprattutto, però, agli ultimi, ai poveri, alle donne, ai pescatori, ai pubblicani, ai piccoli, ai peccatori. Gli ipocriti, i legalisti, i farisei, i ricchi devono, per poterlo seguire, cambiare vita. Non a caso, papa Francesco, a proposito della benedizione alla coppie gay, si riferisce agli ipocriti. Ora, la dottrina cristiana si basa su due elementi fondamentali: la Scrittura e la tradizione. Chiaramente, benché la seconda sia di notevole importanza, si basa comunque sulla prima, che i credenti e i religiosi, per non tradirla, devono studiare e contestualizzare con rigore scientifico e onestà.

    Si potrà sempre scoprire, così, che Gesù Cristo ha parlato pochissimo di affettività e matrimonio, anche se lo ha fatto; e quando lo ha fatto è stato sempre con riferimento alla sua epoca e mai inserendeo le sue parole su questi temi tra ‘i precetti più grandi’. Non ha mai chiesto la santità come adattamento totale a delle regole o a dei modi di vivere, che è concetto tipico del vecchio testamento e, perciò, superato dalla ‘buona novella’. Non ha mai, neanche, chiesto obbedienza completa alla propria parola, anzi, ha visto con i suoi occhi il momentaneo fallimento e le fragilità dei discepoli. Una volta solo ha, bruscamente, rivolto un comando a Pietro: è il celebre ‘vade retro, Satana’ quando il discepolo voleva allontanare l’dea della sofferenza e della morte del suo maestro. Tutto questo per far capire, spero semplicemente, che l’aderire volontario e libero a una religione dovrebbe aver come unico scopo quello di vedere la propria vita arricchita in amore e libertà, con la seconda piegata unicamente al primo, come gli uomini di coscienza, anche senza credere nelle religioni, sanno già. Penso al periodo dell’illuminismo, in cui credenti e non hanno saputo lavorare insieme, per rendere il mondo il migliore dei luoghi possibili, prima di una nuova frattura dovuta alla Rivoluzione Francese.

    Da duemila anni, il metro esclusivo della religione più presente nel mondo occidentale, il cristianesimo, sarebbe dovuto essere, semplicemente, l’amore per il prossimo prima ancora che per me, a prescindere dal sesso a cui è rivolto questo amore.

    Ora, si capisce bene quanto un imprenditore che sfrutti le persone, una persona che non paga le tasse – privando della sanità, dell’istruzione, dei servizi essenziali i suoi concittadini – un amministratore infedele, facciano del male al loro prossimo: e chi è più prossimo dei concittadini?

    Grazie a papa Francesco, finalmente, si sta comprendendo che sono questi i veri valori non negoziabili cristiani, e non quelli sulla sessualità, perchè è qui che si gioca il bene delle persone, il loro benessere, la loro felicità, in comuità, su questa terra. Tutto questo, ricordandoci che la povertà che c’è nel mondo non è una punizione divina ma l’esito di scelte ben precise degli uomini come quella già citata, per restare in Italia, di non pagare le tasse. L’amore omossessuale – con tutte le caratteristiche di rispetto e libertà all’interno di una coppia che devono caratterizzare l’amore in generlae – non ha nessuna ricaduta negativa su una società, se non quella di rendere gli appartenenti più felici. Il peccato contro il bene comune – come l’evasione fiscale o lo sfruttamento – hanno invece il potere di privare di questa lecita felicità e del benessere.

    Le parole di Francesco, quindi, sono di una portata rivoluzionaria: se il papa stesso e la Chiesa avranno il coraggio di convertirle in azione concrete, allora, la rivoluzione sarà non solo in portata ma completa e si potrà ritornare al cuore del messaggio evangelico originario. Di liberazione.

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