
Nella riflessione del pensiero, come nel riflessio dello specchio, si vede la persona
Tutto è politica

Nella riflessione del pensiero, come nel riflessio dello specchio, si vede la persona
È più grande di noi, l’epidemia, e in un certo senso non riusciamo a concepirla. È più forte di qualsiasi nemico in carne e ossa che abbiamo mai affrontato, di qualsiasi supereroe che abbiamo mai immaginato o visto nei film. Talvolta un pensiero agghiacciante si insinua in cuore: questa, forse, è una guerra che perderemo. Dalla quale usciremo sconfitti a livello mondiale. Come ai tempi dell’influenza “spagnola”. Subito però respingiamo una tale eventualità. Perché mai dovremmo uscirne sconfitti? Siamo nel XXI secolo! Siamo sofisticati, computerizzati, equipaggiati con uno stuolo di armi, vaccinati, protetti dagli antibiotici…
Eppure qualcosa ci dice che stavolta le regole del gioco sono diverse al punto che, al momento, di regole non ce ne sono proprio. A ogni ora contiamo con orrore i malati e i morti in ogni angolo del globo mentre il nemico che abbiamo di fronte non mostra segni di stanchezza o di cedimento nel mietere vittime. Nell’usare i nostri corpi per riprodursi.
C’è un che di minaccioso nella mancanza di volto di questa epidemia, nella sua aggressiva invisibilità. Sembra voler aspirare in sé tutto il nostro essere, che all’improvviso ci appare fragile e indifeso. Anche l’infinità di parole spesa negli ultimi mesi non è riuscita a rendere questo contagio un po’ più comprensibile e prevedibile.
«Dal momento che il flagello non è a misura dell’uomo», scrive Albert Camus nel suo libro La peste, «pensiamo che sia irreale, soltanto un brutto sogno che passerà. Invece non sempre il flagello passa e, di brutto sogno in brutto sogno, sono gli uomini a passare… pensavano che tutto per loro fosse ancora possibile, il che presumeva che i flagelli fossero impossibili. Continuavano a fare affari, programmavano viaggi e avevano opinioni. Come avrebbero potuto pensare alla peste che sopprime il futuro…?».
Lo sappiamo: una certa percentuale della popolazione sarà infettata dal virus. Una certa percentuale morirà. Negli Stati Uniti si parla di oltre un milione di probabili decessi. La morte è tangibile. Chi può, rimuove questo pensiero. Ma chi possiede una fervida immaginazione — come l’autore di queste righe, per esempio. E quindi le sue parole vanno prese con un pizzico di scetticismo — è vittima di visioni e scenari che si moltiplicano a una velocità non inferiore a quella della diffusione del virus. Quasi ogni persona che incontro proietta su di me le diverse possibilità del suo futuro nella roulette dell’epidemia. E della mia vita senza di lui, o lei. E della sua senza di me. Ogni incontro, ogni conversazione, potrebbe essere l’ultima.
Il cerchio si stringe: sulle prime hanno proclamato «cancelliamo i voli». Poi hanno chiuso i bar, i teatri, gli impianti sportivi, i musei, gli asili, le scuole, le università. L’umanità spegne i suoi lampioni, uno dopo l’altro.
Improvvisamente nelle nostre vite è in atto un dramma di proporzioni bibliche. «E il Signore mandò una mortalità nel popolo» (Esodo, 32, 35). E la mandò in tutto il mondo. Ognuno di noi è parte di questo dramma. Nessuno ne è esente. Nessuno è meno coinvolto degli altri. Da un lato, a causa della natura dell’ecatombe, i morti che non conosciamo non sono che un numero, persone anonime, senza volto. Dall’altro, osservando i nostri cari, avvertiamo quanto ogni essere umano racchiuda in sé un’intera, insostituibile civiltà. L’unicità di ciascuno irrompe con un grido improvviso e, come l’amore ci porta a scegliere un’unica persona fra le tante che transitano nella nostra vita, così fa la coscienza della morte.
E sia benedetto l’umorismo, il miglior modo di affrontare tutto questo. Quando riusciamo a ridere del Covid-19 proclamiamo, di fatto, che non siamo completamente paralizzati. Che abbiamo ancora libertà di movimento. Che continuiamo a combattere e non siamo vittime indifese (in realtà lo siamo, ma abbiamo trovato un modo di aggirare questa orribile consapevolezza, e persino di riderne).
Per molti l’epidemia potrebbe trasformarsi in un evento cardine, fatidico per il prosieguo della vita. Quando si attenuerà, la gente potrà finalmente uscire di casa dopo una lunga quarantena e scoprire nuove e sorprendenti possibilità, generate forse dal contatto con il fondamento stesso della nostra esistenza. Magari la morte tangibile e il miracolo della salvezza scuoteranno donne e uomini. Molti perderanno i loro cari, il lavoro, la fonte di guadagno, la dignità. Ma quando l’epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente. Chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato e oppresso. Chi deciderà di abbandonare la famiglia, di dire addio al coniuge, o al partner. Di mettere al mondo un figlio, o di non volere figli. Di fare coming out. Ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui.
La presa di coscienza della fragilità e della caducità della vita spronerà uomini e donne a fissare nuove priorità. A distinguere meglio tra ciò che è importante e ciò che è futile. A capire che il tempo — e non il denaro — è la risorsa più preziosa. Ci sarà chi, per la prima volta, si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi. Sugli amori che non ha osato amare. Sulla vita che non ha osato vivere. Uomini e donne si chiederanno — per poco, probabilmente, ma ci faranno un pensierino — perché sprecano l’esistenza in relazioni che provocano loro amarezza.
Ci sarà anche chi rivedrà le proprie opinioni politiche, basate su ansie o valori che si disintegreranno nel corso dell’epidemia. Ci sarà chi dubiterà delle ragioni che spingono un popolo a lottare contro un nemico per generazioni, a credere che la guerra sia inevitabile. È possibile che un’esperienza tanto dura e profonda come quella che stiamo vivendo induca qualcuno a rifiutare posizioni nazionalistiche per esempio, tutto ciò che ci divide, ci aliena, ci porta a odiare, a barricarci. Ci sarà forse anche chi, per la prima volta, si domanderà perché israeliani e palestinesi continuino a lottare e a distruggersi la vita a vicenda da oltre un secolo, in una guerra che avrebbe potuto essere risolta da tempo.
Il ricorso all’immaginazione nell’attuale baratro di disperazione e di paura ha una forza tutta sua. Ci permette di vedere non solo scenari catastrofici ma di mantenere una certa libertà mentale. In tempi facili alla paralisi è una specie di ancora che, dal baratro della disperazione in cui ci troviamo, lanciamo verso il futuro, trascinandoci poi verso di essa. La capacità di immaginare tempi migliori significa che non abbiamo ancora lasciato che l’epidemia e la paura prendano il sopravvento su di noi. C’è quindi da sperare che, quando il pericolo del contagio sarà passato e si respirerà un’atmosfera di risanamento e di ripresa, la gente mostrerà una diversa disposizione di spirito: sarà pervasa da un senso di leggerezza, di nuova freschezza.
Potrebbero scoprirsi, per esempio, gradevoli segnali di innocenza, privi di qualsiasi cinismo. E forse, per qualche tempo, saranno consentite anche manifestazioni di tenerezza. Forse capiremo che questa micidiale epidemia ci consente di liberarci di strati di grasso, di laida avidità, di pensieri grossolani e rozzi, di un’abbondanza divenuta ormai eccesso che comincia a soffocarci (perché diavolo abbiamo accumulato così tanta roba? Perché abbiamo seppellito la nostra vita sotto montagne di oggetti che non vogliamo?).
Ci sarà forse chi, osservando gli effetti distorti della società del benessere, si sentirà nauseato e fulminato dalla banale, ingenua consapevolezza che è terribile che ci sia gente molto ricca e tanta altra molto povera. Che è terribile che in un mondo opulento e sazio non tutti i neonati abbiano le stesse opportunità. Facciamo parte del medesimo tessuto umano, labile al contagio come stiamo scoprendo, e il bene di ciascuno di noi è, alla fin fine, quello di tutti. Il bene del globo su cui viviamo è anche il nostro, ed è determinante per il nostro benessere, la purezza del nostro respiro, il futuro dei nostri figli.
E forse anche i mass media, presenti in modo quasi totale nelle nostre vite e nella nostra epoca, si chiederanno con onestà quale ruolo abbiano giocato nel suscitare il generale senso di disgusto che provavamo prima dell’epidemia. Nel darci la sensazione che gente dagli interessi fin troppo palesi ci manipoli, facendoci il lavaggio del cervello e derubandoci del nostro denaro. Non parlo dei mezzi di comunicazione di massa seri, coraggiosi, incisivi, inquisitori, ma di quelli che da tempo hanno trasformato le masse in gregge, e talvolta in teppaglia.
Questi scenari si avvereranno? Chi lo sa. Semmai dovessero, temo che si dileguerebbero rapidamente e le cose tornerebbero a essere come prima. Prima dell’epidemia. Prima del diluvio. È difficilissimo indovinare cosa succederà fino a quel momento. Ma faremmo meglio a continuare a farci domande, come se questo fosse una medicina, fino a che non troveremo un vaccino efficace contro il flagello.
Da “La Repubblica” del 20/03/2020 –Traduzione di Alessandra Shomroni
L’ultimo libro di David Grossman è La vita gioca con me, pubblicato da Mondadori
Come colti da peste antica
Cadono uomini per le strade
Nei campi figure bocconi
In povere piazze assolate
Nelle città popolose
E’ il prezzo pagato a una storia
Di morbi a lungo ignorati
Paralizzata in muta angoscia
E’ ora la scienza tardiva
Davanti al mostro che ròtea occhi
Colmi di febbre bruciante
(da Fabula notturna, 1996)
Infine è arrivata anche la nostra battaglia della nostra generazione cresciuta senza guerra. Combattiamo e, in regalo, non siamo feriti
Ecco le vittime sembrano essere sempre loro, i nostri padri, e i loro padri, con una nuova medaglia e in casa e in ospedale è loro la nostra battaglia
«Saper morire significa saper vivere», scrive Michel Onfray (nella foto) , che nel nuovo libro Saggezza si rifà agli antichi Romani
Il «Parmenide»? Inutile. La «Metafisica» di Aristotele? Inutile. Le «Enneadi» di Plotino? Inutili. Michel Onfray chiude la sua trilogia — dopo «Cosmo» e «Decadenza» — con un testo che smonta la filosofia greca (i professionisti della filosofia) a favore di quella romana (i professionisti della vita)
Nel 79 dopo Cristo il comandante della flotta romana Plinio il Vecchio si trovava a Capo Miseno quando il Vesuvio cominciò a eruttare. Plinio si avvicinò per capire che cosa stesse succedendo e, quando intuì le dimensioni della catastrofe che avrebbe inghiottito Pompei, non si lasciò prendere dal panico. Anzi, cercò di dare l’esempio: fece un bagno caldo, consumò con calma la cena, si rese presentabile agli amici. «Saper morire significa saper vivere», scrive Michel Onfray, che nel nuovo libro Saggezza si rifà agli antichi Romani — in polemica con i Greci — per indicare come vivere «ai piedi di un vulcano».
Caro Michel Onfray, nella sua carriera lei ha già dato prova di coraggio intellettuale. Dopo essersela presa, tra gli altri, con Freud, Sartre e il cristianesimo, nell’ultima opera loda i Romani e si sceglie un altro bersaglio di alto livello: la filosofia greca. C’è in lei il bisogno, o il piacere, di smontare i miti? Perché?
«Mi sono scoperto, in effetti, un tropismo per la demistificazione. Non mi sono pensato così dall’inizio, ma è così che ho cominciato … Quel che, con Il ventre dei filosofi (titolo dell’editore, il mio era Diogene cannibale), poteva passare per un libro divertente sui rapporti tra la cucina e i filosofi: era in effetti un invito a voltare la pagina filosofica idealista in base alla quale le idee piovono dal cielo, mentre con quel libro affermavo, da seguace di Nietzsche quale già ero, che le idee si sprigionano e salgono dal basso, da un corpo materiale animato da uno slancio vitale. Molto presto — tra i dieci e i quindici anni — ho intuito in modo confuso che il cattolicesimo era una finzione costruita in modo sottile. Mi sono allora riproposto di indagare il suo essere fittizio. Da allora ho sempre mantenuto questa direzione».
In che cosa la filosofia greca, a differenza della romana, la delude?
«È una filosofia da filosofi o da professori di filosofia: una filosofia che si può insegnare dall’alto della cattedra senza mai viverla, senza che produca mai alcun effetto nella propria vita. Ma a che serve una filosofia che non possa mai essere vissuta? Come imparare a nuotare sui libri e su uno sgabello senza mai tuffarsi in acqua. Il Parmenide di Platone, la Metafisica di Aristotele o le Enneadi di Plotino sono libri che servono per passare gli esami e ottenere diplomi di filosofia: ma come vivere secondo Parmenide? O sulla base della Metafisica di Aristotele?».
Qual è invece per lei il grande merito di Roma da un punto di vista filosofico?
«Il genio romano consiste nell’avere scartato la filosofia destinata ai filosofi professionisti che brillavano per i loro sofismi o le retoriche formali. Tutte cose che avevano il potere di innervosire all’estremo i Romani, che ci vedevano, a ragione, una palestra di errore e mistificazione. Del resto quando i primi filosofi greci hanno fatto il viaggio a Roma, i Romani li hanno invitati a ritornare in fretta a casa… I Romani non volevano una filosofia per filosofi, ma per tutti. Non volevano formare sofisti o retori, abbindolatori pericolosi, ma cittadini. Per farlo respingevano ogni teoria pura a vantaggio di racconti edificanti, di storie raccontate affinché servissero da esempio pratico, da linea di azione. L’aratro di Cincinnato, la lotta dei Gracchi, il suicidio di Seneca, le palpebre cucite di Regolo servivano a raccontare cose essenziali: il gusto del bene pubblico, la determinazione serena di fronte alla morte, il coraggio davanti al nemico, e tante altre storie destinate a costruire uomini in grado di affrontare la vita in piedi. Analizzo una trentina di queste storie in questo libro».
«Saggezza» si apre con la reazione controllata di Plinio il Vecchio all’eruzione del Vesuvio. Il massimo del «cool», potremmo dire oggi. Lo stile qui è talmente importante da diventare sostanza?
«Non le sarà sfuggito che questo racconto in compagnia di Plinio il Vecchio è un’allegoria: il vulcano che minaccia di ricoprire ogni cosa di fuoco e ceneri è la nostra civiltà giudaico-cristiana che va verso l’esplosione … Ho parlato nel dettaglio di questo sfaldamento nelle seicento pagine di Decadenza e questo libro, Saggezza, vi fa seguito al fine di rispondere alla domanda: se il vulcano sta per annientarci, come vivere nel frattempo?».
All’opposto del nobile sangue freddo di Plinio, Sant’Agostino fa la figura di un insopportabile piagnone. Qual è la sua colpa? Forse riassume in sé l’atteggiamento cristiano verso l’esistenza, che lei critica?
«Agostino si trova a cavallo tra un mondo che sta crollando, il paganesimo, e il mondo che sta per rimpiazzarlo, il cristianesimo. Lui stesso ha vissuto nella carne il nichilismo di una vita pagana — le donne, il vino, le serate, la depressione — e la redenzione nella vita cristiana dopo la conversione a Milano. L’agostinismo ha fornito il corpo dottrinale del cristianesimo degli inizi. Ma, in effetti, la lettura delle Confessioni lo mostra piangere di continuo. Siamo lontani dal modello romano della padronanza di sé. Quest’arte di piangere per un nonnulla segna la nostra epoca, nella quale i piagnucolosi trionfano».
Abbiamo imparato a considerare il gladiatore come una delle prove del carattere primitivo di Roma, e l’avvento del cristianesimo come un progresso sul cammino della civiltà. Lei invece riabilita la figura del gladiatore.
«È perché avete imparato quel che il cristianesimo ha detto del gladiatore e non quel che il gladiatore era davvero! Ma non si preoccupi, è così per quasi tutti… I cristiani hanno voluto presentare la Roma pagana come una Roma barbara. A questo scopo hanno fatto della gladiatura una istituzione inumana emblematica, basti guardare le critiche di Tertulliano per esempio. Ma invece, dal suo inizio religioso alla fine, passando per i momenti di gloria, quelli dell’Impero, la gladiatura è una scuola di saggezza che fa spettacolo delle virtù nelle quali crede: il coraggio, il valore, la bravura, l ’eleganza. Sa per esempio che tutti i combattimenti erano arbitrati? Ma ha mai visto un arbitro nell’arena guardando un film peplum al cinema o alla televisione? Sono i padri della Chiesa e i peplum che hanno dato dei gladiatori questa immagine sbagliata».
Qual è il pensatore romano che considera più utile oggi?
«Difficile scegliere, ma opterei per Seneca, anche se è ingiusto per Cicerone… Le Lettere a Lucilio sono in effetti un apice di saggezza che mescola epicureismo romano e stoicismo imperiale. Vi si apprende a vivere, amare d’amore e amicizia, e come usare il denaro, i beni, il potere, gli onori; come invecchiare, soffrire, morire, e questo in relazione con l’ordine del mondo, il che permette di puntare al sublime nella vita quotidiana».
«Saggezza» arriva dopo «Cosmo» e «Decadenza» e conclude così la trilogia. Ma la sua enciclopedia del mondo non finisce qui. Quali saranno le prossime tappe?
«È vero, mi faccio sommergere dal mio argomento… Ci sarà in effetti una seconda trilogia. Anima riaffermerà che esiste una natura umana e che il nichilismo della nostra epoca si fonda sulla negazione di essa. Seguirà poi Nichilismo che si interrogherà sulla fine dell’uomo e l’avvento del post-umano. Per finire, Estetica affronterà la questione dell’arte, seguendo le linee di forza delle metamorfosi di uno stesso istinto vitale che si dispiega dall’inizio dell’umanità».
La lettura, 3 novembre 2019
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato un video messaggio alla nazione. L’argomento non poteva che essere il Coronavirus: “Il governo – cui la Costituzione affida il compito e gli strumenti per decidere – ha stabilito ieri una serie di indicazioni di comportamento quotidiano, suggerite da scienziati ed esperti di valore. Sono semplici ma importanti per evitare il rischio di allargare la diffusione del contagio. Desidero invitare tutti a osservare attentamente queste indicazioni: anche se possono modificare temporaneamente qualche nostra abitudine di vita“.
Il Capo dello Stato ha quindi proseguito: “Alla cabina di regia costituita dal Governo spetta assumere – in maniera univoca – le necessarie decisioni in collaborazione con le Regioni, coordinando le varie competenze e responsabilità. Vanno, quindi, evitate iniziative particolari che si discostino dalle indicazioni assunte nella sede di coordinamento“.
“Lo stanno facendo con grande serietà i nostri concittadini delle zone cosiddette rosse. Li ringrazio per il modo con cui stanno affrontando i sacrifici cui sono sottoposti. Desidero esprimere sincera vicinanza alle persone ammalate e grande solidarietà ai familiari delle vittime. Il momento che attraversiamo richiede coinvolgimento, condivisione, concordia, unità di intenti nell’impegno per sconfiggere il virus: nelle istituzioni, nella politica, nella vita quotidiana della società, nei mezzi di informazione“.
Mattarella aggiunge: “Alla cabina di regia costituita dal Governo spetta assumere – in maniera univoca – le necessarie decisioni in collaborazione con le Regioni, coordinando le varie competenze e responsabilità. Vanno, quindi, evitate iniziative particolari che si discostino dalle indicazioni assunte nella sede di coordinamento“.
Quindi ancora: “L’Italia sta attraversando un momento particolarmente impegnativo. Lo sta affrontando doverosamente con piena trasparenza e completezza di informazione nei confronti della pubblica opinione. L’insidia di un nuovo virus che sta colpendo via via tanti paesi del mondo provoca preoccupazione. Questo è comprensibile e richiede a tutti senso di responsabilità, ma dobbiamo assolutamente evitare stati di ansia immotivati e spesso controproducenti“.
Infine il presidente della Repubblica: “Siamo un grande Paese moderno, abbiamo un eccellente sistema sanitario nazionale che sta operando con efficacia e con la generosa abnegazione del suo personale, a tutti i livelli professionali. Supereremo la condizione di questi giorni. Anche attraverso la necessaria adozione di misure straordinarie per sostenere l’opera dei sanitari impegnati costantemente da giorni e giorni: misure per l’immissione di nuovo personale da affiancare loro e per assicurare l’effettiva disponibilità di attrezzature e di materiali, verificandola in tutte le sedi ospedaliere“

Claudio Fava è un politico, giornalista, sceneggiatore e scrittore. Ha lavorato per le testate dell’ indimenticato Giuseppe, ha sceneggiato I cento passi, e, ora, è presidente della Commissione Antimafia della Regione Sicilia. Ha subito numerose intimidazioni. Inaugurando una nuova testata giornalistica, è parso prezioso un dialogo con lui
In virtù delle sue esperienze al Giornale del Sud e a I Siciliani, secondo lei quali caratteristiche deve avere una nuova testata giornalistica?
Deve avere autonomia, determinazione e curiosità nel cercare la verità. E, soprattutto, deve avere chi ha voglia di perseguire tutto questo, usando moralità e professionalità, il cuore e la testa, a prescindere dal possibile editore.Purtroppo, non è affatto semplice in un contesto come quello attuale, neanche per le testate di grande tradizione e rilevanza.
La sua attività di sceneggiatore è di grande rilievo: non possiamo non citare, a questo proposito, I Cento Passi. Mentre si lavorava alla sceneggiatura e al film in generale, avevate la percezione della ricaduta che avrebbe avuto, a tutti i livelli?
Un po’ sì, perché è tanta la particolarità della figura di Peppino Impastato che tale, di conseguenza, è stata l’accoglienza dell’opinione pubblica e la ricaduta. La sua è stata una grande avventura epica e, al contempo, popolare; una figura in cui tutti si sono potuti identificare, come se fosse un fratello, una sorella , una mamma, un amico.
Ora è in scena il suo monologo teatrale Il mio nome è Caino: c’è qualche legame con I Cento Passi o, comunque, un filo che accomuna le sue opere?
No, sono opere diverse anche se in entrambe io osservo e non indago, in maniera né epigrafica né agiografica. In Il mio nome è Caino presento il mestiere e la banalità del male, dalla parte di chi lo rappresenta , in questo caso con la significativa figura di Caino.
Da un punto di vista politico, pensa che si possa vagheggiare un Partito del Sud che operi per la rinascita del meridione e dell’Italia intera?
No, non sono d’accordo. La grande questione meridionale deve essere presa in carico da tutta la nazione perché è una vicenda nazionale. Così come tutta la nazione è stata causa della grande deresponsabilizzazione che ha permesso lo stato in cui adesso versa il Sud e, soprattutto, la presenza delle organizzazioni mafiose.
A questo proposito, vorrei introdurre la figura di suo padre: al suo funerale non c’era nessun rappresentante delle istituzioni.
Sì ma io lo avvertivo come normale. Si era nel 1984 e non c’era nessuna possibilità che le autorità si schierassero apertamente contro l’organizzazione mafiosa.
Giuseppe era tornato da Roma e aveva scelto di lavorare nella sua Catania…
Sì, era rientrato perché aveva la possibilità di perseguire il suo grande desiderio : dirigere un giornale, Il Giornale del Sud.
Lei ha lavorato in quella redazione: cosa è rimasto del giornalismo nella sua vita?
Il giornalismo è uno stile di vita, è una qualità dello sguardo, è la curiosità, è il dubbio come virtù non come limite.
Giuseppe Fava si è circondato di giovani: come li conquistava?
Pur essendo di un’altra generazione,una generazione ormai seduta nei privilegi acquisiti, ha saputo conquistare i giovani con la sua autorevolezza e non con autorità, con la sua scapigliatura morale, insegnando, come detto, il dubbio come virtù.
Ultimamente si sta rivalutando, e inserendo nel panorama letterario, anche la sua qualità più propriamente, appunto, e squisitamente letteraria.
Sì, ha saputo interpretare, nelle sue opere letterarie, la sua epoca, la sua età; un’età di mezzo, che si rialzava dalle macerie della guerra e stava riappropriandosi dei sogni e delle speranza.
Se le chiedessi di parlarmi di suo padre, magari del lascito più prezioso, cosa risponderebbe?
Ho imparato, con gli anni, che, le parti più preziose, è bene e giusto tenerle per se stessi.
Il discorso del presidente Mattarella a S.Anna di Stazzema in occasione dei 50 anni dal conferimento al paese della medaglia d’oro
Sono trascorsi cinquant’anni da quando il Comune di Stazzema venne insignito della Medaglia d’oro al valor militare.
Qui vi è, per la Repubblica, un sacrario della sofferenza e del martirio inflitti dalla barbarie nazista, e un simbolo di quella resistenza all’oppressore che la gente della Versilia e tutto il popolo italiano seppero far prevalere con sacrificio e trasformare in riscossa civile.
A Sant’Anna si è compiuta – come tutti ben sapete – una strage di civili tra le più efferate e sanguinose della seconda guerra mondiale. A questa terra è stata inferta una ferita profondissima, che non potrà mai essere cancellata nella storia nazionale.
Quella mattina del 12 agosto 1944 i militari delle SS entrarono nelle frazioni di Stazzema e iniziarono il rastrellamento di donne, di anziani, di bambini, di sfollati. Si pensava che Stazzema fosse un rifugio sicuro, un riparo sia pur precario, tra le incombenti minacce della guerra e delle rappresaglie. Ma quel giorno non fu concesso riparo, né pietà a tanti figli di Stazzema, a famiglie intere, a malati e invalidi, a chi era scappato e si era rifugiato tra quei casolari. L’ideologia dell’annientamento trovò applicazione contro la popolazione civile, senza il minimo riguardo per ragazzi, per fanciulli, per neonati. Giovani militari al comando di ufficiali aguzzini, indottrinati al culto della razza superiore, sterminarono persone inermi che invocavano pietà.
Non si volle solo uccidere. L’obiettivo era annientare, cancellare l’umanità delle vittime e la coscienza stessa della comunità.
Nella Toscana nord-occidentale molti luoghi divennero teatro di battaglie, di uccisioni, di stragi. I fascisti collaboravano con l’invasore e si facevano suggeritori ed esecutori di rappresaglie. Forno, Pioppeti di Montemagno, Fivizzano, Mezzano sono solo alcune tappe del lungo percorso di sangue che ha attraversato queste bellissime terre e si è poi inoltrato nell’Appennino, fino a giungere a Marzabotto, a Monte Sole.
Sono tante, nella tragicità che le contrassegna, le similitudini tra Sant’Anna di Stazzema e Monte Sole, autentici calvari civili del Continente europeo. Le piccole chiese profanate e violate, con il massacro di quanti vi avevano cercato rifugio, resteranno un simbolo indelebile impresso nella coscienza di ogni uomo libero.
Ma non c’è alcuna ragione di guerra che possa anche soltanto attenuare la disumana crudeltà inflitta alle persone e ai loro corpi straziati, accatastati, e per oltraggio anche arsi nel fuoco.
Nulla potrà mai cancellare il ricordo di Anna Pardini, uccisa a soli 20 giorni tra le braccia della mamma. Nulla potrà eguagliare il dolore di Antonio Tucci che pensava di aver messo al sicuro a Sant’Anna la moglie e gli otto figli, per trovarli invece tra i morti della piazza.
Come la piccola Anna, come la famiglia Tucci, furono centinaia e centinaia i martiri di Stazzema.
In questi ricordi – qui a Sant’Anna di Stazzema – si trova una radice della Repubblica.
Bene fanno gli storici a continuare la ricerca tra i punti che restano ancora da unire in quella tremenda giornata. La consistenza effettiva dei partigiani nella zona, dopo le divisioni interne alla brigata e i ripetuti scontri con i tedeschi nei giorni precedenti. La presenza e le responsabilità di fascisti accanto ai reparti tedeschi che compirono il rastrellamento a Stazzema. L’incursione di sciacalli che provarono a strappare le poche cose di valore a chi era stato da poco ucciso. Oltraggio che si aggiunse all’oltraggio.
Qui, a Sant’Anna di Stazzema, si avverte il significato più profondo del nostro continuare a fare memoria.
Perché la memoria è un dovere. Rappresenta un valore di umanità. Costituisce patrimonio della comunità.
Il tempo può attenuare il dolore, può allontanare lo strazio degli orrori più indicibili, ma non dobbiamo consentire che le coscienze si addormentino, che le intelligenze smettano di produrre anticorpi al virus della violenza e dell’odio, che la nostra responsabilità verso le giovani generazioni sia elusa sino al punto di rinunciare al passaggio di testimone della memoria.
Dare testimonianza fa parte del nostro dovere di solidarietà. Quelle centinaia di vite spezzate a Stazzema, quella sacralità umana negata e oltraggiata, chiedono di essere sempre onorate da quanti credono che i diritti inviolabili dell’uomo, i valori della pace e della democrazia, l’uguaglianza degli esseri umani, conferiscano alla vita dignità e livello morale.
Per questo il primo ringraziamento va proprio alla comunità di Stazzema. E la Repubblica le rinnova la sua solidarietà.
Quella Medaglia d’oro di cinquant’anni fa è un segno di riconoscenza per quel che è stato fatto negli anni della ricostruzione e della libertà riconquistata, e per ciò che continuate a fare. Avete reclamato giustizia quando la coltre di dolore e di silenzi impediva di ricomporre per intero le stesse sequenze dell’eccidio. Avete con tenacia continuato a cercare e ricostruire la verità, aiutando i sopravvissuti a superare l’angoscia per l’immenso male subito.
Non è stato facile risalire lungo i sentieri della verità. I silenzi e le omissioni lasciano sempre delle ombre. Ma siete riusciti a raggiungere traguardi importanti, disvelando protagonisti, responsabilità, crudeltà, comprese le folli motivazioni che resero possibile tanto orrore. Lo avete fatto per voi ma avete anche reso un servizio all’Italia.
La nostra civiltà democratica non è sorta dal nulla. È nata perché chi ha conosciuto l’orrore ha promesso solennemente alle nuove generazioni che mai più quell’orrore si sarebbe ripetuto. Questa promessa è iscritta nella nostra Costituzione, dove i diritti sono legati ai doveri di solidarietà, dove l’uguaglianza non è soltanto un orizzonte ma un impegno incessante a rimuovere gli ostacoli, le discriminazioni, le ingiustizie.
Lo ha sottolineato, con parole efficaci, lo storico Pietro Scoppola: “Una guerra di dimensioni mondiali scaturita dalla volontà di potenza di una nazione che si giudicava superiore a tutte le altre”, mentre – diceva – con la nostra Costituzione “si ribalta nel principio opposto della limitazione della sovranità dello Stato nel quadro di un ordinamento che assicuri pace e giustizia tra i popoli”. Quella pace che è evocata qui.
Eppure dobbiamo essere vigili. I mutamenti epocali in atto ci offrono opportunità straordinarie, in ogni campo, ma al tempo stesso provocano paure, disorientamenti, chiusure. Il germe dell’odio non è sconfitto per sempre. Il timore del diverso, il rifiuto della differenza, la volontà di sopraffazione, sono sentimenti che possono ancora mettere radici, svilupparsi e propagarsi.
Il processo di costruzione europea è stato la proiezione esterna, lo sviluppo coerente dei principi che hanno ispirato la Resistenza e unito il popolo italiano attorno alla sua Carta costituzionale. Nazismo e fascismo, scrisse Thomas Mann, hanno tentato “un furto di Europa”. E scriveva: “L’Europa era il contrario dell’angustia provinciale, dell’egoismo limitato, della rozzezza e incultura del nazionalismo: voleva dire libertà, larghezza, spirito e bontà”. Queste parole di Thomas Mann sono emblematiche, significative.
Noi, insieme agli altri Paesi europei, abbiamo compreso che non si dovevano ripetere gli errori successivi alla Grande Guerra, e che la risposta alla volontà di potenza, all’ideologia del dominio e dello sterminio, agli orrori della guerra doveva collocarsi all’altezza della civiltà d’Europa.
Ed è significativo che in questi luoghi, dove avete, appunto, avuto la forza di erigere un monumento alla memoria e il Parco dedicato alla Pace, si siano vissuti segni di riconciliazione, come la visita del Presidente tedesco Joachim Gauck, del Presidente del Parlamento europeo Martin Schultz, che si sono inchinati davanti all’ossario delle vittime. Gesti che hanno mostrato, una volta di più, come l’Europa unita sia la vera risposta di civiltà all’ideologia di oppressione e di morte che il nazismo e il fascismo volevano imporre ai nostri popoli.
Nei giorni dello sterminio di Stazzema, Elio Toaff era sfollato a Valdicastello, a pochi chilometri da qui, e si salvò fortunosamente da una rappresaglia nazista. Toaff era solito ripetere che “gli eventi storici acquistano una prospettiva solo a distanza di tempo”.
La prospettiva che è emersa dalla reazione alla ferocia di quell’estate del ’44 e dalla Liberazione è proprio quello dell’unità europea, l’Europa unione di minoranze, casa comune di libertà, uguaglianza e solidarietà, motore di democrazia e di cooperazione. Ripeterlo qui a Sant’Anna di Stazzema non è una liturgia ma un’affermazione impegnativa.
Si tratta di un’assunzione di responsabilità. Perché, pur essendo imperfetta, fragile, incompiuta, l’Unione europea rimane il più forte antidoto al ritorno dei muri, dei risentimenti nazionalisti, dei fanatismi che non di rado esibiscono la loro carica distruttiva.
Sono comparse, da recente, in questi mesi, scritte contro ebrei sui muri e persino su porte di abitazioni. Folli e fanatici assassini hanno colpito cittadini inermi in borghi e quartieri della nostra Europa. Sono fenomeni limitati ma che non possono essere sottovalutati. Perché puntano a colpire i principi, le fondamenta della convivenza, la stessa memoria. La memoria non appartiene mai soltanto al passato ma è parte della nostra vita e della costruzione del futuro.
Con la Medaglia d’oro al valor militare assegnata al Comune, ricordiamo oggi le Medaglie d’oro al valor civile di Stazzema. Vittime ed eroi al tempo stesso: don Fiore Menguzzo, don Innocenzo Lazzeri, Genny Babilotti Marsili, Milena Bernabò, Cesira Pardini, la sorella di Anna, che a Coletti riuscì a nascondersi, a salvare un altro bambino e a portar via la sorellina neonata, che purtroppo non sopravvisse.
Sono persone che rappresentano un’intera comunità straziata.
Sono trascorsi cinquant’anni da quando il Comune di Stazzema venne insignito della Medaglia d’oro al valor militare.
Qui vi è, per la Repubblica, un sacrario della sofferenza e del martirio inflitti dalla barbarie nazista, e un simbolo di quella resistenza all’oppressore che la gente della Versilia e tutto il popolo italiano seppero far prevalere con sacrificio e trasformare in riscossa civile.
A Sant’Anna si è compiuta – come tutti ben sapete – una strage di civili tra le più efferate e sanguinose della seconda guerra mondiale. A questa terra è stata inferta una ferita profondissima, che non potrà mai essere cancellata nella storia nazionale.
Quella mattina del 12 agosto 1944 i militari delle SS entrarono nelle frazioni di Stazzema e iniziarono il rastrellamento di donne, di anziani, di bambini, di sfollati. Si pensava che Stazzema fosse un rifugio sicuro, un riparo sia pur precario, tra le incombenti minacce della guerra e delle rappresaglie. Ma quel giorno non fu concesso riparo, né pietà a tanti figli di Stazzema, a famiglie intere, a malati e invalidi, a chi era scappato e si era rifugiato tra quei casolari. L’ideologia dell’annientamento trovò applicazione contro la popolazione civile, senza il minimo riguardo per ragazzi, per fanciulli, per neonati. Giovani militari al comando di ufficiali aguzzini, indottrinati al culto della razza superiore, sterminarono persone inermi che invocavano pietà.
Non si volle solo uccidere. L’obiettivo era annientare, cancellare l’umanità delle vittime e la coscienza stessa della comunità.
Nella Toscana nord-occidentale molti luoghi divennero teatro di battaglie, di uccisioni, di stragi. I fascisti collaboravano con l’invasore e si facevano suggeritori ed esecutori di rappresaglie. Forno, Pioppeti di Montemagno, Fivizzano, Mezzano sono solo alcune tappe del lungo percorso di sangue che ha attraversato queste bellissime terre e si è poi inoltrato nell’Appennino, fino a giungere a Marzabotto, a Monte Sole.
Sono tante, nella tragicità che le contrassegna, le similitudini tra Sant’Anna di Stazzema e Monte Sole, autentici calvari civili del Continente europeo. Le piccole chiese profanate e violate, con il massacro di quanti vi avevano cercato rifugio, resteranno un simbolo indelebile impresso nella coscienza di ogni uomo libero.
Ma non c’è alcuna ragione di guerra che possa anche soltanto attenuare la disumana crudeltà inflitta alle persone e ai loro corpi straziati, accatastati, e per oltraggio anche arsi nel fuoco.
Nulla potrà mai cancellare il ricordo di Anna Pardini, uccisa a soli 20 giorni tra le braccia della mamma. Nulla potrà eguagliare il dolore di Antonio Tucci che pensava di aver messo al sicuro a Sant’Anna la moglie e gli otto figli, per trovarli invece tra i morti della piazza.
Come la piccola Anna, come la famiglia Tucci, furono centinaia e centinaia i martiri di Stazzema.
In questi ricordi – qui a Sant’Anna di Stazzema – si trova una radice della Repubblica.
Bene fanno gli storici a continuare la ricerca tra i punti che restano ancora da unire in quella tremenda giornata. La consistenza effettiva dei partigiani nella zona, dopo le divisioni interne alla brigata e i ripetuti scontri con i tedeschi nei giorni precedenti. La presenza e le responsabilità di fascisti accanto ai reparti tedeschi che compirono il rastrellamento a Stazzema. L’incursione di sciacalli che provarono a strappare le poche cose di valore a chi era stato da poco ucciso. Oltraggio che si aggiunse all’oltraggio.
Qui, a Sant’Anna di Stazzema, si avverte il significato più profondo del nostro continuare a fare memoria.
Perché la memoria è un dovere. Rappresenta un valore di umanità. Costituisce patrimonio della comunità.
Il tempo può attenuare il dolore, può allontanare lo strazio degli orrori più indicibili, ma non dobbiamo consentire che le coscienze si addormentino, che le intelligenze smettano di produrre anticorpi al virus della violenza e dell’odio, che la nostra responsabilità verso le giovani generazioni sia elusa sino al punto di rinunciare al passaggio di testimone della memoria.
Dare testimonianza fa parte del nostro dovere di solidarietà. Quelle centinaia di vite spezzate a Stazzema, quella sacralità umana negata e oltraggiata, chiedono di essere sempre onorate da quanti credono che i diritti inviolabili dell’uomo, i valori della pace e della democrazia, l’uguaglianza degli esseri umani, conferiscano alla vita dignità e livello morale.
Per questo il primo ringraziamento va proprio alla comunità di Stazzema. E la Repubblica le rinnova la sua solidarietà.
Quella Medaglia d’oro di cinquant’anni fa è un segno di riconoscenza per quel che è stato fatto negli anni della ricostruzione e della libertà riconquistata, e per ciò che continuate a fare. Avete reclamato giustizia quando la coltre di dolore e di silenzi impediva di ricomporre per intero le stesse sequenze dell’eccidio. Avete con tenacia continuato a cercare e ricostruire la verità, aiutando i sopravvissuti a superare l’angoscia per l’immenso male subito.
Non è stato facile risalire lungo i sentieri della verità. I silenzi e le omissioni lasciano sempre delle ombre. Ma siete riusciti a raggiungere traguardi importanti, disvelando protagonisti, responsabilità, crudeltà, comprese le folli motivazioni che resero possibile tanto orrore. Lo avete fatto per voi ma avete anche reso un servizio all’Italia.
La nostra civiltà democratica non è sorta dal nulla. È nata perché chi ha conosciuto l’orrore ha promesso solennemente alle nuove generazioni che mai più quell’orrore si sarebbe ripetuto. Questa promessa è iscritta nella nostra Costituzione, dove i diritti sono legati ai doveri di solidarietà, dove l’uguaglianza non è soltanto un orizzonte ma un impegno incessante a rimuovere gli ostacoli, le discriminazioni, le ingiustizie.
Lo ha sottolineato, con parole efficaci, lo storico Pietro Scoppola: “Una guerra di dimensioni mondiali scaturita dalla volontà di potenza di una nazione che si giudicava superiore a tutte le altre”, mentre – diceva – con la nostra Costituzione “si ribalta nel principio opposto della limitazione della sovranità dello Stato nel quadro di un ordinamento che assicuri pace e giustizia tra i popoli”. Quella pace che è evocata qui.
Eppure dobbiamo essere vigili. I mutamenti epocali in atto ci offrono opportunità straordinarie, in ogni campo, ma al tempo stesso provocano paure, disorientamenti, chiusure. Il germe dell’odio non è sconfitto per sempre. Il timore del diverso, il rifiuto della differenza, la volontà di sopraffazione, sono sentimenti che possono ancora mettere radici, svilupparsi e propagarsi.
Il processo di costruzione europea è stato la proiezione esterna, lo sviluppo coerente dei principi che hanno ispirato la Resistenza e unito il popolo italiano attorno alla sua Carta costituzionale. Nazismo e fascismo, scrisse Thomas Mann, hanno tentato “un furto di Europa”. E scriveva: “L’Europa era il contrario dell’angustia provinciale, dell’egoismo limitato, della rozzezza e incultura del nazionalismo: voleva dire libertà, larghezza, spirito e bontà”. Queste parole di Thomas Mann sono emblematiche, significative.
Noi, insieme agli altri Paesi europei, abbiamo compreso che non si dovevano ripetere gli errori successivi alla Grande Guerra, e che la risposta alla volontà di potenza, all’ideologia del dominio e dello sterminio, agli orrori della guerra doveva collocarsi all’altezza della civiltà d’Europa.
Ed è significativo che in questi luoghi, dove avete, appunto, avuto la forza di erigere un monumento alla memoria e il Parco dedicato alla Pace, si siano vissuti segni di riconciliazione, come la visita del Presidente tedesco Joachim Gauck, del Presidente del Parlamento europeo Martin Schultz, che si sono inchinati davanti all’ossario delle vittime. Gesti che hanno mostrato, una volta di più, come l’Europa unita sia la vera risposta di civiltà all’ideologia di oppressione e di morte che il nazismo e il fascismo volevano imporre ai nostri popoli.
Nei giorni dello sterminio di Stazzema, Elio Toaff era sfollato a Valdicastello, a pochi chilometri da qui, e si salvò fortunosamente da una rappresaglia nazista. Toaff era solito ripetere che “gli eventi storici acquistano una prospettiva solo a distanza di tempo”.
La prospettiva che è emersa dalla reazione alla ferocia di quell’estate del ’44 e dalla Liberazione è proprio quello dell’unità europea, l’Europa unione di minoranze, casa comune di libertà, uguaglianza e solidarietà, motore di democrazia e di cooperazione. Ripeterlo qui a Sant’Anna di Stazzema non è una liturgia ma un’affermazione impegnativa.
Si tratta di un’assunzione di responsabilità. Perché, pur essendo imperfetta, fragile, incompiuta, l’Unione europea rimane il più forte antidoto al ritorno dei muri, dei risentimenti nazionalisti, dei fanatismi che non di rado esibiscono la loro carica distruttiva.
Sono comparse, da recente, in questi mesi, scritte contro ebrei sui muri e persino su porte di abitazioni. Folli e fanatici assassini hanno colpito cittadini inermi in borghi e quartieri della nostra Europa. Sono fenomeni limitati ma che non possono essere sottovalutati. Perché puntano a colpire i principi, le fondamenta della convivenza, la stessa memoria. La memoria non appartiene mai soltanto al passato ma è parte della nostra vita e della costruzione del futuro.
Con la Medaglia d’oro al valor militare assegnata al Comune, ricordiamo oggi le Medaglie d’oro al valor civile di Stazzema. Vittime ed eroi al tempo stesso: don Fiore Menguzzo, don Innocenzo Lazzeri, Genny Babilotti Marsili, Milena Bernabò, Cesira Pardini, la sorella di Anna, che a Coletti riuscì a nascondersi, a salvare un altro bambino e a portar via la sorellina neonata, che purtroppo non sopravvisse.
Sono persone che rappresentano un’intera comunità straziata.
In loro nome continuerà l’impegno per costruire una civiltà più libera e giusta, che rappresenta il nostro orizzonte di speranza e che nessuno potrà mai strappare dalle nostre coscienze di italiani liberi.

A fine marzo saremo chiamati a esprimerci, col referendum consultivo, sulla diminuzione del numero dei parlamentari, già approvata in parlamento attraverso una legge di riforma costituzionale. Il parlamento che, anche per quanto riguarda se stesso, è autonomo e autocefalo, cioè decide per sé, ha, in effetti, già stabilito che il numero dei suoi membri deve essere ridotto: ora noi, per una volta, dobbiamo decidere di loro. Potremmo chiamarlo privilegio, finalmente, che , però, nelle democrazie è più semplicemente un diritto, parola alla quale noi italiani non siamo molto avvezzi.
Dopo tanto penare, quindi, a fine marzo potremo, quasi come la morte delle raffigurazioni medievali con la falce in mano, amputare il numero dei nostri onorevoli e corrispondere alla sovranità popolare di cui all’articolo 1 della Costituzione. Con quali intenzioni è stata pensata e votata la legge costituzionale? Con intenzioni populiste? Con intenzioni di un risparmio che, alla fine, sarà irrisorio? Con un atteggiamento “di pancia” e ignorante il diritto, altrettanto fondamentale, della rappresentatività? Può darsi. Tutto questo, però, non inficia un provvedimento che, di fondo, a mio parere è giusto. Potrei argomentare questa affermazione con parole mie ma preferisco usare quelle di Nilde Jotti, madre costituente, in una sua intervista di inizio anni ’80: ” Il numero dei parlamentari, è ora che venga ridotto: fu deciso in un periodo in cui mancavano altri organi intermedi, come le regioni e le province. Ora non ha alcun senso”. Lei stessa ci ha chiarito il perché fu decisa una quota così alta di parlamentari ora sta a noi deciderne la sorte. L’importante è che si faccia con coscienza e ci si informi. Partendo dall’ascoltare chi , quei numeri, li aveva decisi.
La peste è un romanzo di Camus del 1947, dove il contagio è una metafora del Male
“Giunti alla fine della peste, con la miseria e le privazioni, tutti gli uomini avevano
finito col prendere il costume della parte che recitavano ormai da molto tempo, quello
d’emigranti il cui volto, prima, e gli abiti, adesso, esprimevano l’assenza e la patria
lontana. Dal momento in cui la peste aveva chiuso le porte della città, non erano più
vissuti che nella separazione, erano stati tagliati fuori dal calore umano che fa tutto
dimenticare. Con gradazioni diverse, in tutti gli angoli della città, uomini e donne
avevano aspirato a un ricongiungimento che non era, per tutti, della stessa natura, ma
che, per tutti, era egualmente impossibile. La maggior parte avevano gridato con tutte
le loro forze verso l’assente, il calore d’un corpo, l’affetto o l’abitudine. Alcuni,
sovente senza saperlo, soffrivano di essersi messi fuori dall’amicizia degli uomini, di
non esser più capaci di raggiungerli coi mezzi ordinari dell’amicizia, che sono le
lettere, i treni e i bastimenti. Altri, più rari, come forse Tarrou, avevano desiderato di
unirsi a qualcosa che non potevano definire, ma che gli pareva il solo bene
desiderabile. E in difetto d’un altro nome, lo chiamavano talvolta la pace”.
Ho pensato a queste righe, in giornate in cui ci ritroviamo fragili e impauriti, bombardati da ogni genere di informazioni, perché è sempre salvifico pensare a quando tutto sarà finito e riavremo la pace: se sarà pace vera, tuttavia, quella che permette una nuova vita, dipenderà da quale umanità dimostreremo nei giorni del contagio.