Discorso del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della cerimonia della “Giornata del Lutto nazionale”

Per l’alto valore morale e la profondità dei contenuti, ‘La Riflessione ‘ reputa un servizio ai lettori la pubblicazione integrale del discorso tenuto al Bundestag, primo italiano della storia, dal presidente Mattarella in occasione degli ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale

 Berlino, 16/11/2025

Signor Presidente Federale,

Signora Presidente del Bundestag,

Signor Cancelliere Federale,

Signor Presidente del Bundesrat,

Signor Presidente della Corte Costituzionale,

Signor Presidente del Volksbund,

Signore e Signori Deputati,

Gentili intervenuti,

Siamo in questa Aula solenne per fare memoria dei caduti, delle vittime della guerra e della violenza.

Caduti negli abissi della storia, nelle insidie tese da altri uomini.

La vita delle persone, dei popoli, delle nazioni, è colma di inciampi e di tragedie.

Talvolta per scelte individuali, più spesso per deliberato operare degli altri.

La Prima guerra mondiale lasciò sul terreno almeno 16 milioni di morti, la metà dei quali civili, oltre a venti milioni di feriti e mutilati.

La Seconda guerra mondiale, estesa al fronte del Pacifico, si calcola che abbia visto settanta milioni di morti.

Le vittime, Paese per Paese, sono impressionanti. E va sempre ricordato che non di numeri si tratta ma di persone.

Come è possibile che tutto questo sia potuto accadere e pretenda di ripresentarsi?

Quanti morti occorreranno ancora, prima che si cessi di guardare alla guerra come strumento per risolvere le controversie tra gli Stati, che se ne faccia uso per l’arbitrio di voler dominare altri popoli?

“Nie wieder”. “Mai più”.

È la espressione adottata nella comunità internazionale per condannare l’olocausto ebraico.

A “Nie wieder” si contrappone “wieder”: “di nuovo”.

A questo assistiamo.

Di nuovo guerra.

Di nuovo razzismo.

Di nuovo grandi disuguaglianze.

Di nuovo violenza.

Di nuovo aggressione.

Oggi, è per me motivo di grande onore essere qui e prendere parte alla Giornata del lutto nazionale tedesco, per commemorare, insieme, le vittime dei conflitti proprio nell’anno in cui celebriamo gli ottant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale.

I morti che qui ricordiamo, i morti nel mondo a causa della violenza dei conflitti riguardano ciascuno di noi se intendiamo essere considerati esseri umani.

Oggi rivolgiamo il nostro sguardo, il nostro pensiero, alle vittime di quelle tragedie.

Dai militari caduti ai civili, vittime di quella condizione – la guerra – che la Legge Fondamentale tedesca e la Costituzione italiana ripudiano, facendo propria la grande lezione derivante dal tragico secondo conflitto mondiale.

Ci uniamo, in una giornata di memoria e di lutto, perché ricordare la nostra storia comune è esercizio indispensabile nella nostra inesauribile aspirazione alla pace.

Memoria delle atrocità dell’uomo nel passato e dolore profondo per quelle presenti ci obbligano a un esercizio di consapevolezza: la pace non è un traguardo definitivo, bensì il frutto di uno sforzo incessante, fondato sul raggiungimento di valori condivisi e sul riconoscimento della inviolabilità della dignità umana di ogni persona, ovunque.

Da sempre la guerra ambisce a proiettare la sua ombra cupa sull’umanità.

Il Novecento, con lo sviluppo della industrializzazione della morte, ha trasformato la tragedia dei soldati in tragedia dei popoli.

Nei borghi d’Europa e nelle città distrutte dai bombardamenti, nelle campagne devastate, milioni di civili divennero bersagli.

Deportazioni, genocidi, hanno caratterizzato la Seconda guerra mondiale.

Da allora, il volto della guerra non si riflette soltanto in quello del combattente, ma diviene quello del bambino, della madre, dell’anziano senza difesa.

È quanto accade, oggi, a Kiev, a Gaza.

La guerra totale esige non la sconfitta, la resa del nemico, ma il suo annientamento. Un accrescimento di crudeltà.

Con l’era atomica, un solo gesto può cancellare una città e l’innocenza stessa del mondo.

A tutto questo Theodor Heuss – primo Presidente della Repubblica Federale Tedesca – contrappose il suo “Mut zur Liebe”, “il coraggio di amare” e il progetto di una “democrazia vivente”, ammonendo che: «Non vi è libertà senza umanità, e non vi è pace senza memoria.»

Democrazia vivente. È chiave fondamentale nel rapporto tra principio di autorità e principio di democrazia.

È, infatti, la democrazia che sorregge l’autorità e la legittima. Superando le tentazioni di totalitarismi che pretendono di essere e rappresentare il tutto.

Perché la democrazia parte dal principio di libertà che, a sua volta, si basa sulla universalità dell’uguaglianza tra le persone.

Nel dopoguerra, la nascita delle Nazioni Unite, le Convenzioni di Ginevra, hanno acceso la speranza di una pace fondata sul diritto, riaffermando un principio fondamentale: la popolazione civile deve essere protetta in ogni circostanza.

La cronaca successiva – dal Biafra ai Balcani, dal Ruanda alla Siria, fino all’Ucraina, alla Striscia di Gaza, al Sudan  – ci mostra, che la guerra continua a colpire soprattutto chi combattente non è.

Oggi, secondo le Nazioni Unite, oltre il 90% delle vittime dei conflitti è tra i civili. 

Questo non può rimanere ignorato e impunito.

Il numero di persone costrette ad abbandonare le proprie case, la propria terra, non ha precedenti.

Secondo il rapporto reso noto ad aprile dall’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, questi erano 122 milioni, in aumento di anno in anno.

Anche qui non si tratta di statistiche.

Sono volti, persone in cammino, famiglie cancellate, alle quali viene sottratto il futuro che preparavano.

Il Diritto internazionale umanitario, argine alla disumanità della guerra, è messo in discussione dai fatti.

Ma nessuna “circostanza eccezionale” può giustificare l’ingiustificabile: i bombardamenti nelle aree abitate, l’uso cinico della fame contro le popolazioni, la violenza sessuale.

La caduta della distinzione tra civili e combattenti colpisce al cuore lo stesso principio di umanità.  

È l’applicazione sistematica della ignobile pratica della rappresaglia contro gli innocenti.

Colpisce l’ordine internazionale, basato sul principio del rispetto tra i popoli e del riconoscimento dell’orrore della guerra, oggi aggravata dal continuo irrompere di nuove armi.

Signore e Signori Deputati,

questo scenario di dolore, eppure, ha antidoti.

La pace non è frutto di rassegnazione di fronte alle grandi tragedie. Ma di iniziative coraggiose, di persone coraggiose.

In questi decenni tanti attori della comunità internazionale – e tra essi l’Unione Europea – con ostinazione e non senza fatica, hanno perseguito la pace, che si nutre del rispetto dei diritti umani fondamentali.

Perché, se vuoi la pace, devi costruirla e preservarla.

La cooperazione tra Stati, istituzioni, popoli è la sola misura che può proteggere la dignità umana.

Sono le istituzioni multilaterali come le Nazioni Unite, la Corte Penale Internazionale, le missioni di pace, le agenzie umanitarie a concorrere alla impegnativa e affascinante fatica della costruzione di una coscienza globale.

Il multilateralismo non è burocrazia, come, invece, asseriscono i prepotenti: è l’utensile che raffredda le divergenze e ne consente soluzione pacifica; è il linguaggio della comune responsabilità.

È la voce che richiama al valore della vita di ogni singola persona, contrapposta all’arroganza di chi vorrebbe far prevalere la logica di una spregiudicata presunta ragion di Stato, dimentica che la sovranità popolare appartiene, appunto ai cittadini. La sovranità è dei cittadini e non appartiene a un Moloch impersonale che pretenda di determinarne i destini.

È uno strumento di difesa che gli abitanti del pianeta possono opporre alla logica della sopraffazione di chi – sentendosi momentaneamente in posizione di vantaggio – si ritiene legittimato a depredare gli altri.

Nuovi “dottor Stranamore” si affacciano all’orizzonte, con la pretesa che si debba “amare la bomba”.

Il Trattato del 1997 che mette al bando gli esperimenti nucleari non ha visto ancora la ratifica da parte di Cina, India, Pakistan, Corea del Nord, Israele, Iran, Egitto, Stati Uniti, mentre la Russia ha ritirato la sua nel 2023. Il rispetto, sin qui, delle prescrizioni che contiene, non attenua la minaccia incombente.

Si odono dichiarazioni di altri Paesi su possibili ripensamenti del rifiuto dell’arma nucleare. Emerge, allora, il timore che ci si addentri in percorsi ad alto rischio, di avviarsi ad aprire una sorta di nuovo vaso di Pandora.

Tutto questo viene agevolato dal diffondersi, sul piano internazionale, di un linguaggio perentorio, duramente assertivo, che rivendica supremazia.

Porta soltanto a sofferenze e a divisioni rottamare i trattati, le istituzioni edificate per porre riparo a violenze che nelle nostre società nazionali consideriamo reati e censuriamo severamente, comportamenti che taluno pretende che siano legittimi nei rapporti internazionali.

Va ribadito con risolutezza: la sovranità di un popolo non si esprime nel diritto di portare guerra al vicino.

La volontà di avere successo di una nazione non si traduce nel produrre ingiustizia.

La guerra di aggressione è un crimine.

Va riaffermato senza cedimenti, l’insegnamento di Norimberga: “se riusciremo a imporre l’idea che la guerra di aggressione è la via più diretta per la cella di una prigione e non per la gloria, avremo fatto un passo per rendere la pace più sicura”. Sono parole di Robert Jackson, procuratore di quel Tribunale.

Tocca a noi, tocca anche a noi.

Tocca ai nostri popoli, uniti nella sofferenza della responsabilità dell’ultima guerra mondiale, e capaci oggi di essere uniti nella costruzione di un futuro di pace e di progresso.

Tocca alla Repubblica Federale Tedesca, tocca alla Repubblica Italiana – come a tutti nella comunità internazionale – opporre la forza del diritto alla pretesa preminenza della forza delle armi.

Considero questa giornata anche un invito a riflettere, insieme, sul percorso straordinario che le nostre due Repubbliche hanno compiuto, fianco a fianco, per costruire – in questi ottant’anni – un mondo migliore, partendo dall’Europa.

Per avere raggiunto l’approdo della saggezza nella vita internazionale e dell’autentico coraggio.

Per essere davvero “grandi”.

Perché questo siamo divenuti in questi decenni, abbracciando la causa dell’unità europea.

Abbiamo saputo dar vita a un’area di pace, di libertà, di prosperità, di rispetto dei diritti umani, che non ha precedenti nella storia.

Con la lucidità del coraggio di chi chiedeva di voltare pagina e si adoperava per farlo.

L’Unione Europea, nata dalle rovine della guerra, ha saputo farsi portatrice del multilateralismo al servizio della pace.

È una responsabilità che si accentua oggi. In questa preoccupante congiuntura internazionale.

È un ruolo storico: i precursori perseguirono l’unità quando non esisteva, contro ogni esperienza precedente.

I Paesi europei hanno dimostrato di avere coraggio. I leader europei hanno dimostrato di avere coraggio.

Non lasciamo che, oggi, il sogno europeo – la nostra Unione – venga lacerato da epigoni di tempi bui. Di tempi che hanno lasciato dolore, miseria, desolazione.

Questo dovere ci compete. A ogni generazione il suo compito.

Lo dobbiamo ai caduti che oggi ricordiamo.

Lo dobbiamo ai nomi scritti sulle pietre d’inciampo delle nostre città.

Lo dobbiamo al prezioso lavoro di conservazione della memoria del Volksbund.

Lo dobbiamo, infine, ai nostri giovani, che hanno diritto a un mondo sicuro, diverso e migliore di quello di guerra e dopoguerra.

Signor Presidente Federale,

Signore e Signori Deputati,

con questo spirito, mi sento pienamente partecipe della Giornata del lutto nazionale.

Le ferite del passato dell’umanità non possono essere eliminate, ma da esse deriva l’impegno comune per l’avvenire, per un’azione che assuma come misura l’autentica nostra umanità.

La nostra consegna sia: Mai più. Nie wieder.

Ascolta, Alberto, come mi batte forte il tuo cuore

di Daniele Madau

Armanda Colusso, la madre di Alberto Trentini, prigioniero da un anno in Venezuela, ha parlato nei giorni scorsi in conferenza stampa. Ha dimostrato, ancora una volta, il suo coraggio, ha denunciato un governo distante, ha provocato tutti invitandoci a immedesimarsi in lei, non ha avuto pudore del suo dolore. È una madre, sola, con solo l’avvocata Ballerini, la stessa di Giulio Regeni, al suo fianco. Sinceramente, non so neanche se abbia un marito. Ci ha chiesto di parlare di Alberto. Lo faremo, a noi non costa nulla. Anzi. Abbiamo un’occasione unica di imparare. Dalla sua figura tragica all’improvviso, senza volerlo. Dalle drammatiche domande che ci nascono dentro quando vediamo il bene ricambiato col male. Dall’idea di un giovane uomo solo, senza colpa, in una prigione di un paese lontano e ostile. Eppure vivo. È come se sentissi il suo cuore, i suoi battiti in me. Come scriveva Szymborska: ‘“Ascolta come mi batte forte il tuo cuore” . Ascolta, Alberto, come mi batte forte il tuo cuore, perché se io sento il tuo, son sicuro, tu senti il mio, e quello di tutti. Stiamo imparando la dolorosa speranza, l’idea della vita più forte della prigione, l’idea del bene che alla fine apre anche le porte di un carcere. E ci stiamo preparando ad imparare anche la gioia, quando tu sarai libero. Nell’attesa, ascoltiamo, questo battito di cuori, più forti di ogni carcere.

Entrate con noi alla Corte suprema che sta per decidere sui dazi 

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Terzo potere: interno della Corte suprema

La scorsa settimana la Corte suprema dominata da giudici conservatori (6 su 9) ha ascoltato per quasi tre ore le argomentazioni delle parti sui dazi di Trump (e ora aspettiamo il verdetto). La vostra inviata dagli Stati Uniti era in quell’Aula della Corte suprema degli Stati Uniti (alla penultima fila laterale, pessima posizione, dove per tre intere ore senti le argomentazioni, ma non puoi vedere in faccia i giudici a meno di non alzarti costantemente e spingerti in avanti sotto lo sguardo vigile degli agenti di sicurezza….). Ecco i nostri brevi appunti: da Washington e da Bruxelles.  

APPUNTI DA WASHINGTON

L’Aula della Corte suprema degli Stati Uniti si trova al primo piano di un edificio in stile neoclassico vicino al Campidoglio di Washington: assomiglia ad un tempio greco, con grandi colonne, e assomiglia anche a un teatro con tende simili a sipari di velluto rosso. Le voci dei giudici risuonano solenni, a ricordare che questo è uno dei tre rami del potere in America. 

Abbiamo assistito all’udienza sui dazi mercoledì scorso. qui ne abbiamo scritto, osservando i dubbi dei giudici, inclusi alcuni conservatori, che fanno pensare che la Corte suprema potrebbe alla fine esprimere un verdetto contro Trump. Se così sarà, si apriranno molti interrogativi: è davvero possibile un rimborso dei dazi pagati finora? Che cosa ne sarà degli accordi negoziati con fatica da molti Paesi, inclusa l’Unione europea? C’è anche chi teme l’instabilità dei mercati. E comunque il presidente Trump potrebbe utilizzare altre norme (come ha fatto per una parte dei dazi  già tuttora in vigore) al posto della  l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) se questa venisse “bocciata” dalla Corte, anche se forse avrebbe una minore flessibilità nell’applicare i dazi (e continuamente cambiarli) sotto altre leggi. Potete trovare tutti i dettagli del caso nell’articolo linkato sopra (e anche qui), ma ci sono un paio di cose che vorrei aggiungere. 

Ne abbiamo parlato con un esperto, Elie Honig, ex vice procuratore, commentatore di questioni giudiziarie il cui volto vi sarà familiare se avete mai guardato la Cnn. E’ anche l’autore del libro appena uscito: “When you come at the King” e l’abbiamo conosciuto in un recente incontro su zoom della “Luncheon Society”. Honig non fa di solito predizioni, ma stavolta ne ha fatta una per noi – anzi ha fatto una serie di predizioni –  (e tra l’altro queste cose ce le ha dette qualche settimana prima dell’udienza alla Corte suprema).  “La mia prima predizione è che avremo un verdetto prima di Capodanno 2026. Penso che la Corte suprema capisca quanto sia importante il tempo  in questo caso”. Honig crede certamente che sia possibile cercare di applicare i dazi con una legge e poi cambiare, nel caso in cui la Corte suprema dice che non è possibile. La stessa cosa è stata fatta dal  predecessore di Trump, Joe Biden, quando ha cercato di “graziare” i debiti contratti dagli studenti per gli studi universitari (cosa molto comune in America). “Prima, ha cercato di farlo attraverso una determinata legge e la Corte suprema ha detto: assolutamente no. Allora ne ha provata un’altra. La Corte suprema non giudica le tue politiche, non dirà a Trump se può o non può applicare i dazi.  La Corte suprema valuta le leggi che vengono usate per giustificare una determinata politica”.

Dunque, tornando alle predizioni di Honig, sono due: 1) che la Corte suprema respingerà i dazi di Trump. 2) Che “segretamente, in qualche modo lui e la sua cerchia sperano che questo sia il risultato. La ragione è che finora i dazi sono stati rifiutati in maniera netta sia dai tribunali distrettuali che dai tribunali d’appello. La ragione non è che i dazi sono giusti o sbagliati o che sono una politica economica disfunzionale. La ragione è che Trump ha usato una legge di emergenza, IEEPA, l’International Economic Emergency Powers Act e il problema è che quella legge non fa alcun riferimento alle tasse (i dazi sono considerati da molti tasse, anche se gli avvocati della Casa Bianca insistono che non lo sono, ndr) ed esiste  una dottrina, chiamata “major question doctrine” che dice che se il Congresso vuole dare al presidente una importante delega su poteri finanziari o militari di competenza del Congresso, il Congresso stesso deve dirlo specificamente e esplicitamente. Questo non si trova da nessuna parte in quella legge. Peraltro, questo è un principio conservatore. Vedrete che Alito, Thomas, Gorsuch (giudici conservatori ndr) abbracciano questo principio. Lo hanno usato contro Joe Biden sui debiti studenteschi. Perciò penso che i giudici respingeranno questo caso”.

La domanda a quel punto sarà: che cosa farà Trump? “Forse non vuole perdere – dice Honig – ma alla fine non sarà un dramma perché ogni problema finanziario che ci sarà nei prossimi tre anni, che si tratti dell’occupazione che per un mese si abbassa o dell’inflazione, sapete che cosa dirà? Bé ragazzi, avrei potuto impedirlo se i tribunali mi avessero consentito di approvare i dazi. L’economia sarebbe incredibile, i posti di lavoro alle stelle, l’inflazione più bassa. Ma è colpa di quegli stupidi giudici”.

P.S. Secondo Honig non c’è il 90% di probabilità ma più del 50% che vada a finire così.  

APPUNTI DA BRUXELLES 

A Bruxelles hanno imparato a reagire con cautela a quanto succede a Washington perché il cielo tende a cambiare molto velocemente, dunque il livello di incertezza resta elevato.

È anche il motivo per cui all’indomani dell’udienza della Corte suprema americana, il portavoce con delega al Trade Olog Gill ha detto che «la Commissione non commenta i procedimenti giudiziari in Paesi terzi, soprattutto quando riguardano questioni interne», rispondendo alla domanda di un giornalista durante al consueto briefing di mezzogiorno. E ha aggiunto che «l’attenzione della Commissione è rivolta all’attuazione dell’impegno espresso nella dichiarazione congiunta Ue-Usa, con l’obiettivo di instaurare relazioni transatlantiche commerciali e di investimento stabili, prevedibili e reciprocamente vantaggiose».

Per il mondo produttivo, dunque, resta l’incertezza sui dazi imposti nel Liberation Day ma non cambia nulla o quasi per quelli settoriali applicati da Trump su acciaio, auto e prodotti farmaceutici, per i quali il presidente Usa ha seguito altre vie legali che non sono quelle al centro del caso della Corte Suprema. Da un lato c’è la convinzione che Trump troverà un’altra base legale per giustificare le tariffe e dall’altro lato resta l’incognita, in caso di bocciatura da parte della Corte, sul futuro dell’accordo Ue-Usa. Ad esempio al momento i dazi sull’automotive sono scesi dal 27,5% (tariffe settoriali) al 15% (accordo Ue-Usa), ma non è chiaro cosa accadrà. Né è chiaro quale sarà l’effetto sul Parlamento europeo che era stato molto critico nei confronti dell’intesa con Washington. Il Parlamento deve approvare quella parte dell’accordo che prevede l’azzeramento dei dazi su centinaia di importazioni industriali e agricole dagli Stati Uniti, contro un dazio di base del 15% sui prodotti dell’Ue.  Di sicuro gli Stati membri non si stanno facendo illusioni. Ormai è chiaro che Trump non è disposto a fare sconti o favori sulle tariffe. Tanto più che, come ha dichiarato ieri il presidente, gli Usa si troverebbero ad affrontare un disastro economico e di sicurezza nazionale, se la Corte Suprema si pronunciasse contro.

Trump ha affermato che la sua amministrazione intende approvare un pagamento di 2 mila dollari ai residenti a basso e medio reddito utilizzando i proventi dai dazi, mentre utilizzerà i proventi rimanenti per ridurre il debito degli Stati Uniti. Abbastanza per far ritenere a Bruxelles che sarà difficile sfuggire alla scure.

La vera ricchezza

di Daniele Madau

La rubrica ‘Occhiolino’ presenta articoli brevi e ammicanti come un occhiolino, per portarci sempre a riflettere, a volte con un sorriso, a volte con un pensiero profondo

Il gruppo Tesla ha approvato- con oltre il 75% dei voti- la nuova retribuzione del miliardario sudafricano Musk. Il “pacchetto retributivo”, della durata di dieci anni, prevede, al raggiungimento di determinati obiettivi, un compenso di 1000 miliardi in azioni.

La cifra è al di fuori da ogni possibilità di inquadramento per una mente umana, come quando si pensa all’universo e ai miliardi di stelle, pianeti e costellazioni che lo illuminano.

E’ talmente lontana dalla comprensione che smette di essere reale per diventare simbolica. Simbolo di che cosa? Forse dell’ ybris, della superbia, della tracotanza del genere umano che, secondo gli antichi greci- per i quali l’equilibrio era la regola aurea di un’esistenza-  veniva punita dall’ ‘invidia degli dei’, che si manifestava soprattutto quando un essere mortale voleva accumulare eccessive ricchezze.

È vero, Musk ha fondato Tesla e avrebbe forse diritto di sfruttare ogni più piccolo frutto del suo albero. Ma è proprio questo che porta alla superbia, lo sfruttamento. Una volta che hai tutto per vivere al di là di ogni possibile desiderio, a cosa ti serve il resto? È una domanda che ha assillato l’antichità e- ogni tanto- anche i tempi più recenti. San Francesco, Socrate, Diogene il Cinico, Madre Teresa, non hanno avuto dubbi, per loro la ricchezza eccessiva era un male. Per non parlare di Gesù che, per chi crede, rinunciò alla ricchezza più grande, la divinità.

Non si vuol essere così ingenui da poter pensare che Musk possa diventare San Francesco, solo riflettere sulla totale mancanza di equilibrio. Per parlare della nostra Italia, Landini ha proposto una tassa dell’un per cento sui patrimoni di oltre 2 milioni. Frutterebbe 25 miliardi (l’attuale legge di bilancio è di 18) da dedicare a scuola e sanità. Subito si è scatenato- la patrimoniale è un tema scottante- un putiferio politico. Ma l’argomento può anche essere non solo politico, può essere anche di buon senso. E ci si potrebbe chiedere: ma perché il putiferio, lo scontro? Non sarebbe quasi normale che una persona ricca, perché la società glielo ha consentito, contribuisca al benessere di tutti? Peccando di eccessiva ingenuità, potrei anche aggiungere: non sarebbe normale volerlo fare volontariamente? Evidentemente no. Con buona pace dei sapienti indicati prima che cercavano un’altra ricchezza, la vera ricchezza.

Ritratto di un poeta in fiamme

di Andrea Tarabbia per l’ ‘Aula di lettere’ delle Edizioni Zanichelli

Mahmoud Darwish è stato forse il più grande poeta palestinese. Andrea Tarabbia ne delinea un ritratto ricordando il suo contributo umano e letterario.

Mahmoud Darwish

Nel 1948, quando aveva sette anni e non era ancora un poeta, Mahmoud Darwish fu costretto, insieme alla sua famiglia, ad abbandonare il villaggio di Al-Birwa, dove era nato e viveva, per riparare in Libano.

Era l’epoca della Nakba – l’esodo forzato cui ricorse il popolo palestinese per mettersi in salvo dalla guerra arabo-israeliana, scoppiata in seguito alla proclamazione dello Stato di Israele. Un anno più tardi, placatasi la guerra, i Darwish fecero ritorno nell’Alta Galilea, ma del loro villaggio e delle cose che avevano abbandonato fuggendo non c’era più traccia. Trovarono comunque una sistemazione e, in Mahmoud, cominciò a maturare uno strano sentimento, di cui non si parla mai molto, ma che è uno dei motivi chiave del Novecento e, ancora oggi, definisce la situazione di milioni di persone in varie parti del mondo: la sensazione, vale a dire, di essere “in prestito”, ospiti, perlopiù indesiderati, nel luogo dove si è nati, di cui si parla la lingua e nel quale si è trascorsa gran parte della propria vita. La sensazione, insomma, di essere stranieri alla propria terra.

Quando, nel 1973, da poeta ormai famoso, pubblicò la prosa autobiografica Diario di ordinaria tristezza, Darwish dedicò a questo sradicamento un capitolo bellissimo, il secondo: «Che cos’è la patria?» si domanda Darwish all’inizio e, per molte pagine, cerca una risposta che però non c’è: “La carta geografica non è la risposta e il certificato di nascita è cambiato”.

Tutti sappiamo che cos’è l’esilio: è la condizione per cui una persona viene allontanata dal suo paese o dalla terra natale per un periodo che può essere breve o lungo; i motivi di questo allontanamento, che si porta dietro la perdita dei diritti civili, sono sempre riconducibili a questioni politiche: chi lo subisce, normalmente, è un oppositore del regime che è al governo nel suo Paese.

Esiste anche l’esilio volontario: uno decide, suo malgrado, di abbandonare il proprio Paese per fuggire a una guerra, o a una persecuzione contro la sua persona o la sua etnia, o alla violenza e all’isolamento. Esiste però anche una terza forma di esilio, quella che percepisce chi, pur continuando a vivere nella sua terra, vi si sente uno sradicato: è di questo che parlano molte opere di Darwish.

La sua poesia più famosa, scritta nel 1964, si chiama Carta d’identità e comincia così:

«Ricordate!
Sono un arabo
E la mia carta d’identità è la numero cinquantamila
Ho otto bambini
E il nono arriverà dopo l’estate».

E continua così:

«Le mie radici
furono usurpate prima della nascita del tempo
prima dell’apertura delle ere
prima dei pini, e degli alberi d’olivo
E prima che crescesse l’erba».

Carta d’identità divenne, in Palestina, una specie di inno: tutti i diseredati, gli affamati, i perseguitati la sapevano a memoria e la recitavano nelle manifestazioni.

Darwish divenne un simbolo della resistenza palestinese, ma non si trattava soltanto di una questione di lotta e autodeterminazione. C’era altro: «La storia la scrivono i vincitori, ma è la letteratura a scrivere le storie delle vittime». È una frase di Darwish: egli era convinto che la letteratura fosse non solo una forma di resistenza, ma anche l’unico modo per raccontare al mondo una storia altra.

Attraverso la poesia si può dar voce a chi non ce l’ha e non l’ha mai avuta – i poveri, o coloro che hanno perso la terra, o coloro che sono stati uccisi. Nella letteratura possono rivivere posti e linguaggi che la storia ha spazzato via, gli esiliati possono ancora cantare la loro terra, i morti possono camminare per le vie delle loro città e farci vedere com’era il mondo quando non era questo.

Questo ha fatto Mahmoud Darwish. E, per questo, è stato incarcerato e censurato. È stato per mesi agli arresti domiciliari nella sua casa di Haifa. Nel 1970 se n’è andato dalla Palestina, perché vivere lì era diventato troppo difficile e, forse, pericoloso. Ha vissuto a Mosca, al Cairo e infine a Beirut – l’unico posto dove si è fermato a lungo: «Non ho mai vissuto dieci anni nello stesso posto» scriverà «Non mi era mai capitato di abituarmi all’odore delle verdure, alle grida dei venditori, al vociare dei bar. Qui, invece, è successo».

Solo negli anni Novanta tornerà in Palestina, senza stabilirvisi definitivamente: vivrà infatti tra Ramallah e Amman, in Giordania. In questo periodo, continuerà a produrre una letteratura militante, che ragiona sull’identità negata e sulla storia del suo popolo (che, dice, è «sospesa»).

In Undici pianeti, scritto nel cinquecentenario della scoperta dell’America, il tema della terra e della colonizzazione si fa cosmico, e Darwish va in cerca di altri popoli, vale a dire di popoli che non sono il suo, che sono stati perseguitati: i pellerossa americani, gli andalusi, coloro che sono stati saccheggiati dalle orde mongole. Il mondo si divide in perseguitanti e perseguitati, e la voce di Darwish racconta la storia di questi ultimi.

Ma Darwish non è solo un poeta civile, un uomo a cui è stata tolta la patria e che la rivendica in versi. Se si limitasse a questo, sarebbe uno scrittore tra i tanti, importante per i contenuti di ciò che scrive e per l’afflato civile dei suoi proclami e niente più. Darwish, invece, è un grande scrittore, e uno scrittore non è mai grande per quello che dice, cioè per i contenuti, ma per come lo dice: uno scrittore è grande, insomma, per la forma e per il linguaggio che usa, o che reinventa. Immaginate la Divina commedia, scritta in latino e in una prosa moraleggiante, come migliaia di altre opere ad essa coeve; immaginate di togliere i guizzi linguistici o la cornice della peste e delle dieci giornate al Decamerone: sarebbero quel prodigio che sono?

Ecco, Darwish è un inventore di linguaggi e uno sperimentatore di forme, e la radice di questo suo talento è incredibile: «Ho imparato l’ebraico insieme all’arabo. Vale a dire quattro anni prima di iniziare a studiare l’inglese. (…) Tutta la mia generazione padroneggia l’ebraico. Per noi era una finestra su due mondi. Innanzitutto quello della Bibbia. Un libro essenziale malgrado tutto ciò che abbiamo subito in suo nome. Ho letto anche i Salmi, il Cantico dei Cantici, il Libro dell’Esodo, la Genesi (…). La mia prima lettura di Federico García Lorca fu in ebraico. Lo stesso per Neruda».

Il più grande poeta palestinese, cantore della Resistenza, si è dunque formato anche sulla lingua e i libri dell’Altro, di colui che combatte perché ha colonizzato la sua terra. E non solo: compare, in tutta la sua produzione poetica, la compagna della sua vita, nei versi e nelle prose presentata con il nome di Rita. Pochissimi sanno chi sia stata, pochissimi l’hanno conosciuta: ma Darwish non ha mai nascosto che era un’israeliana, anche lei poetessa. Sentite come la canta:

Fra Rita e i miei occhi si leva un fucile.
Quelli che conoscono Rita,
s’inchinano e pregano i suoi occhi di miele divino.

(…)

Il nome di Rita, festa per le mie labbra.
Il corpo di Rita, nozze per il mio sangue.
Per due anni, mi sono perduto in lei.
Per due anni lei si è distesa sul mio braccio,
uniti nel fuoco delle nostre labbra,
siamo resuscitati per due volte.

O, ancora, in un’altra poesia in cui non la nomina direttamente:

Con la coppa incastonata d’azzurro
aspettala
vicino alla fontana della sera e ai fiori di caprifoglio,
aspettala
con la pazienza del cavallo sellato,
aspettala
con il buon gusto del principe raffinato e bello
aspettala
con sette cuscini pieni di nuvole leggere,
aspettala
con il foco dell’incenso femminile dappertutto
aspettala
con il profumo maschile di sandalo sui dorsi dei cavalli,
aspettala.
E non spazientirti.

Sono versi bellissimi, e in un certo senso familiari. Pensate: il miele, la “festa per le mie labbra”, la “coppa incastonata”, le fontane, i profumi. È un immaginario che chi fa poesia conosce bene. Assomiglia al Cantico dei cantici, il momento più carnale, corporeo della Bibbia.

Sosteneva Darwish che la pace, la pace vera, è un dialogo tra due versioni della stessa storia. Tutti hanno, o meglio, devono avere, il diritto di raccontare la loro storia, e di essere ascoltati. L’incontro, o lo scontro, di civiltà, dovrebbe avvenire soltanto attraverso il racconto, il linguaggio:

«Abbiamo un paese che è fatto di parole.

E tu parla».

L’euro (e non lo yuan) potrebbe prendere il posto del dollaro? 

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Il presidente Usa Donald Trump mostra il Genius Act il 18 luglio scorso (Afp)

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

È una suggestione che a Bruxelles non dispiacerebbe ma che si scontra con la realtà dei numeri: l’euro (e non lo yuan) potrebbe prendere il posto del dollaro di fronte all’indebolimento del biglietto verde? Nei mesi passati la moneta unica ha incassato più di qualche successo grazie anche e soprattutto alle politiche economiche adottate dal presidente Usa Trump. Il 2 aprile scorso, il «Liberation Day» con l’annuncio dei dazi statunitensi, ha rappresentato uno spartiacque nella visione degli investitori sullo status del dollaro come bene rifugio sicuro. Nei giorni immediatamente successivi si sono registrati flussi di fondi uscire dagli Stati Uniti e dirigersi verso l’Europa. Questo andamento si è poi parzialmente invertito a livello di mercato azionario ma è rimasta alta la richiesta di debito sovrano denominato in euro, non solo tedesco (il Bund è da sempre un bene rifugio) ma anche italiano, spagnolo e francese nonostante la crisi politica che sta vivendo Parigi. I nuovi dazi e l’incertezza sulle politiche commerciali di Trump, insieme all’alto debito Usa, stanno scalfendo il ruolo dominante del dollaro.

«Il tasso di cambio del dollaro statunitense e la copertura che si sta verificando per proteggersi dal deprezzamento del dollaro dimostrano che c’è effettivamente un mutamento di sentimento nella comunità degli investitori, come è emerso anche negli incontri al Meeting annuale del Fmi a Washington. Questo rappresenta una crepa nello status di bene rifugio sicuro, ed è guidato dall’incertezza della politica statunitense che potrebbe portare a tale deprezzamento», ci ha spiegato Rolf Strauch, capoeconomista del Mes di ritorno dal Meeting annuale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale a Washington. Ma Strauch ha anche messo in guardia: «Nonostante un ruolo in qualche modo in declino del dollaro statunitense come valuta di riserva internazionale, la distanza rispetto all’euro è ancora così grande che gli sviluppi devono andare molto oltre affinché la moneta unica prenda il sopravvento». Non bisogna inoltre dimenticare che «negli standard dell’industria, ad esempio nell’aviazione, il finanziamento a lungo termine e i contratti commerciali sono denominati in dollari. E questo non cambia dall’oggi al domani».

Dunque per Strauch la questione che emerge è «se l’euro possa difendere la sua posizione e almeno rafforzare il suo obiettivo internazionale». Ma per farlo sono necessarie due condizioni: completare il progetto di un euro digitale perché rafforzerà la struttura europea di pagamento e ridurrà l’uso di stablecoin denominate in dollari; sviluppare stablecoin denominate in euro per offrirle ai mercati come alternativa alle stablecoin in dollari. «Anche se le stablecoin in questa fase hanno una quota molto piccola nel mercato — ha osservato Strauch — c’è una buona ragione per pensarci strategicamente e anche per agire. Ad un certo punto sarà importante assicurarsi che le stablecoin in dollari non infliggano instabilità all’area euro».

Il mercato globale è sempre più dominato dalle stablecoin basate sul dollaro statunitense. Queste rappresentano circa il 99% della capitalizzazione di mercato totale delle stablecoin. Mentre le stablecoin in euro rimangono marginali, con una capitalizzazione di mercato inferiore a 350 milioni di euro, come spiega Jürgen Schaaf nel Blog della Bce. «Le stablecoin rimangono surclassate dagli asset finanziari “convenzionali” — si legge nel blog —. Tuttavia, stanno iniziando a uscire dalla loro nicchia e a intrecciarsi sempre più con le istituzioni finanziarie tradizionali, ad esempio attraverso accordi di custodia ed esposizioni in derivati, creando potenziali minacce alla stabilità finanziaria. Un crollo disordinato potrebbe ripercuotersi sull’intero sistema finanziario e il rischio di contagio è una preoccupazione crescente per le banche centrali». 

Benché il dollaro debole faccia il gioco dell’amministrazione Trump perché in questo momento sta aiutando fortemente la competitività delle esportazioni statunitensia scapito di quelle europee, Washington non ha alcuna intenzione di rinunciare al ruolo internazionale del dollaro. L’approvazione nel luglio scorso del Genius Act (Guiding and Establishing National Innovation for Us Stable Coins Act) lo dimostra. «Il Genius Act crea un quadro normativo chiaro e semplice per istituire e liberare l’immenso potenziale delle stablecoin ancorate al dollaro», aveva spiegato Trump parlando dalla Casa Bianca. Con quella legge gli emittenti di stablecoin devono fornire come garanzia asset a basso rischio come il dollaro con un rapporto uno a uno.

«Avere uno status di rifugio sicuro ti aiuta a finanziarti, perché hai fondi che affluiscono nel Paese — ha concluso Strauch —. Se lo status di rifugio sicuro è minore, attiri meno investitori. Ed è accaduto: abbiamo visto in questa fase una crescita di interesse degli investitori per l’Europa. Ma non è evidente che questo prevarrà. Tuttavia, è chiaro che questo progetto di stablecoin è uno strumento politico che contribuisce a rafforzare l’obiettivo internazionale del dollaro e che supporta la domanda di debito statunitense a breve termine».

Dunque è improbabile un crollo del dominio del dollaro ed «è improbabile l’ascesa di un regime stabile con più valute di riserva comparabilmente importanti», come evidenziano Volker Wieland, direttore generale dell’Istituto per la Stabilità Monetaria e Finanziaria (Imfs) della Goethe-Universität di Francoforte, e il ricercatore Hendrik Hegemann dell’Imfs nello studio «Il momento dell’euro? Percezioni del declino del dollaro statunitense», pubblicato il 6 ottobre scorso. Il lavoro è stato commissionato dalla commissione Affari economici del Parlamento europeo.

«La forte inerzia, la mancanza di alternative e l’ascesa delle stablecoin legate al dollaro favoriscono il mantenimento del suo ruolo. Gli effetti di rete suggeriscono che solo una valuta può essere dominante. La Cina può promuovere con successo il Renminbi e sistemi paralleli nella sua sfera di influenza, ma i controlli sui capitali e la mancanza di fiducia le impediscono di rivaleggiare con il dollaro a livello globale». Pechino non sembra però intenzionata a rinunciare e venerdì scorso la Banca Popolare Cinese ha dichiarato che la Cina promuoverà l’internazionalizzazione dello yuan, amplierà l’uso della valuta negli scambi commerciali, approfondirà l’apertura bilaterale dei mercati finanziari in modo ordinato e svilupperà ulteriormente il mercato offshore. La sfida è lanciata.

Per Wieland e Hegemann «nel prossimo futuro, il ruolo dell’euro rimarrà principalmente regionale». I due economisti raffreddano gli entusiasmi: «Non esiste un “momento globale dell’euro”. I precedenti tentativi di rafforzare il suo ruolo internazionale hanno ottenuto scarsi risultati. Sebbene esistano ragioni per difendere la sua posizione, tali sforzi devono essere guidati dal realismo ed evitare la retorica vuota». Ma soprattutto, allineati con il credo di Berlino, Wieland e Hegemann ritengono che «non si dovrebbe dare ascolto alle rinnovate richieste di eurobond e responsabilità congiunta. Ciò che occorre è invece il consolidamento fiscale negli Stati membri fortemente indebitati e riforme strutturali orientate al mercato in tutti gli Stati membri in fase di crescita lenta o stagnante». La conclusione è che «l’Unione monetaria europea è ancora (relativamente) giovane e raggiungere la maturità del dollaro richiederà molto tempo». Addio sogni di gloria.

Pier Paolo Pasolini:’Siamo tutti in pericolo’. Profetico e attuale

di Alfredo Franchini

A mezzo secolo esatto dalla morte del grande intellettuale, abbiamo chiesto ad Alfredo Franchini- già giornalista della ‘Nuova Sardegna’, ospite prezioso di precedenti ‘riflessioni’ e in libreria con ‘Dio è gratis. Il prossimo costa. Il Vangelo di De André e Pasolini’ – di ricordare il lascito del pensatore più scomodo del ‘900 italiano

A mezzo secolo dalla morte, tutti i giornali si sono appropriati di Pasolini mentre il parlamento ha celebrato il grande poeta con una gara tra la   destra e la sinistra per cercare di tirare dalla propria parte l’intellettuale che in vita fu scomodo per tutti. Son passati cinquant’anni, Pasolini continua a parlarci e mi viene in mente un suo aforisma: “Sei così ipocrita che quando morirai sarai all’inferno e ti crederai in paradiso”.
Si fa un torto alla grandezza di Pasolini quando si cerca di normalizzarlo ignorando l’uomo che ha combattuto ogni tipo di omologazione; così come non è giusto citare gli slogan diventati famosi nel tempo, a cominciare da “Io so ma non ho le prove”, oppure dalla poesia a favore dei poliziotti sugli scontri di Valle Giulia. Gli si fa un torto perché dovremmo riprendere i testi per intero e capire la complessità delle analisi. L’autore di Ragazzi di vita, infatti, ha spesso mosso una critica non direttamente politica ma antropologica e ha espresso concetti ibridi tra religione e società. Nella civiltà pre-sessantotto si assegnava il diritto alla felicità al singolo individuo e Pasolini ci avvertì: sarà orribile quando il   singolo individuo verrà degradato a un semplice consumatore.
Pasolini muore cinquant’anni fa all’una di notte del 2 novembre, massacrato a Ostia in una lingua di sabbia, pioggia e sangue, nel tratto in cui il mare incontra il Tevere. Fu vittima di un agguato teso per ragioni politiche e per la paura di ciò che avrebbe potuto scrivere, come racconta Oriana Fallaci nel libro “Pasolini, un uomo scomodo”. Erano amici e Oriana Fallaci, la prima giornalista arrivata sul posto, raccolse per il settimanale L’Europeo le testimonianze delle persone che avevano ascoltato e visto più uomini massacrare Pier Paolo.  Voci ignorate nell’inchiesta ma indirettamente citate nella sentenza di primo grado dal giudice Moro, fratello dello statista che sarebbe stato ucciso tre anni dopo.  C’era grande empatia tra Oriana Fallaci, così innamorata della vita, e Pier Paolo, così ossessionato dalla morte: “Nessun prete mi ha mai parlato, come te, di Gesù Cristo e di San Francesco”, si legge in una lettera della scrittrice a Pasolini. 
Meglio non immaginare le reazioni dei media se quel delitto fosse accaduto oggi.  Cosa avrebbero scritto i social e i giornali della destra che nella testata fanno riferimento alla libertà e alla verità? Proprio la collaborazione di Pasolini con il Corriere della sera ci dà l’opportunità di riflettere sullo stato di salute dell’informazione.
È il 1973 quando Pasolini inizia a pubblicare i suoi editoriali sulla prima pagine del maggiore quotidiano della borghesia italiana. Sono articoli dirompenti che assumono la funzione di un sismografo nella politica italiana. L’apertura del giornale a Pasolini si realizza grazie a un grande direttore liberale, Piero Ottone, e la collaborazione si sviluppa in un quadro politico dominato dalla strategia della tensione. (Lo slogan “Io so” a cui facevo riferimento all’inizio, è il titolo di un celebre articolo scritto all’indomani della strage di Brescia del 1974). Pasolini fu messo sotto stretta sorveglianza dal Sid – il servizio segreto dell’epoca – e fu contattato dal neofascista Giovanni Ventura, esponente di Ordine nuovo, coinvolto nella strage di Piazza Fontana: destabilizzare l’ordine pubblico era il mezzo per arrivare a un nuovo ordine politico. Tra Ventura e Pasolini ci fu uno scambio di lettere con il poeta che voleva far luce sulle stragi e il neofascista che sollevava un vento di minacce. Lo stesso vento che potrebbe aver soffiato mezzo secolo fa nella tragica notte di Ostia.
Per Pasolini il punto di riferimento al Corriere è il vicedirettore, Gaspare Barbiellini Amidei, ordinario di Sociologia della conoscenza all’Università di Torino, autore, tra gli altri titoli, di “Dopo Maritain”. È un cattolico sincero, senza remore nel confrontarsi con il regista che ha mostrato l’accattone di nome Stracci morire in croce proprio come il Cristo del Vangelo e il figlio di Mamma Roma che muore mimando ancora la croce. Gli articoli suscitano il mugugno della buona borghesia ma allo stesso tempo alimentano il dibattito, processano il Palazzo e sospingono le battaglie civili. Il giornale fa il suo dovere offrendo al lettore un ventaglio di opinioni su cui riflettere.  Il poeta civile, inattuale in quegli anni, sarebbe stato attuale oggi? E con chi avrebbe potuto misurarsi? All’invettiva di Pasolini rispose Italo Calvino e il dibattito ruotò attorno al “genocidio culturale”. Oggi sarebbe caduta una valanga di oscenità e di accuse da influencer senza ritegno. Il giorno prima di andare incontro alla morte Pasolini diede un’intervista a Furio Colombo e congedandosi dal giornalista suggerì anche il titolo: “Siamo tutti in pericolo”. Profetico e attuale.

Il racconto del Cagliari: battaglia doveva essere e battaglia è stata.

di Daniele Madau

Unipol Domus, Serie A, IX giornata / Cagliari-Sassuolo:1-2 (54mo Lauriente’; 63mo Pinamonti ; 70mo Esposito

CAGLIARI (3-5-2): Caprile; Zappa (60mo Felici), Zé Pedro, Obert; Palestra, Adopo (85mo Mazzitelli), Prati, Folorunsho (60mo Gaetano), Idrissi; Esposito (85mo Luvumbo) , Borrelli (75mo Pavoletti). A disposizione: Ciocci, Sarno, Mazzitelli, Luperto, Kilicsoy, Gaetano, Rodriguez, Felici, Di Pardo, Cavuoti, Mina, Liteta, Pavoletti, Luvumbo. Allenatore: Fabio Pisacane

SASSUOLO (4-3-3): Muric; Walukiewicz, Idzes, Candé, Coulibaly; Thorstvedt (70mo Vrankx), Matic, Koné (86mo Iannoni); Volpato (86mo Cheddira), Pinamonti (70 mo Moro), Laurienté (70mo Fadera). A disposizione: Turati, Zacchi, Doig, Cheddira, Paz, Fadera, Moro, Odenthal, Lipani, Vranckx, Iannoni, Pierini, Muharemovic. Allenatore: Fabio Grosso


Spettatori: 15663

LA SQUADRA ARBITRALE

ARBITRO: Luca Pairetto della sezione di Nichelino

1° ASSISTENTE: Valerio Colarossi della sezione di Roma 2

2° ASSISTENTE: Eugenio Scarpa della sezione di Collegno

QUARTO UOMO: Livio Marinelli della sezione di Tivoli

VAR: Giacomo Camplone della sezione di Lanciano

AVAR: Marco Guida della sezione di Torre Annunziata

Quando inizia la gara, inizia anche a piovere, e una partita sotto la pioggia- si sa- in genere significa battaglia. Del resto, Grosso- l’eroe del 2006 allenatore del Sassuolo- l’aveva detto: ‘Sfidiamo una diretta concorrente’. E, in effetti, come aumenta la pioggia, aumenta anche l’intensità della gara. E’ il Sassuolo che spinge, mentre i padroni di casa si affidano al contropiede, spingendo soprattutto sulle fasce.

Mentre lo stadio si svuota ben prima del solito- perché la pioggia non concede tregua- il Cagliari prova a trovare una breccia in mezzo al campo, per attaccare anche centralmente, e prendere possesso del gioco. Dalla pioggia, tuttavia, non fiorisce gioco, gestione e occasioni, ma solo un goal in fuorigioco. Del resto, Alziator parlava di Cagliari come ‘La città del sole’, poco abituata alla pioggia. In Emilia, la pioggia,  la conoscono di più…

Manca, infatti- mentre il primo tempo scorre- quello spirito da impresa nel fango, da battaglia, quello degli ultimi minuti di Verona. Qualche fischio a fine primo tempo, dopo nuovi tentativi del Sassuolo, che non sorprendono Caprile.

I minuti di pausa riportano alla mente ricordi passati, Cagliari-Sassuolo 4-3, con rimonta da 0-3…chissà,  anche la pioggia sta cessando…

Si rinizia, senza sostituzioni, senza novità, senza scosse. La squadra è giovane, magari ‘ i ragazzi si faranno
anche se hanno le spalle strette…’, nel frattempo, però, il Sassuolo passa: punizione di Lauriente’ sopra la barriera e, dolcemente, alle spalle di Caprile. Forse è la scossa. Reagisce subito Zappa, ci prova Borrelli. Entra Felici, guerriero di Verona, ma si percepisce un senso di sfiducia.

Così,  come da percezione, arriva lo 0-2: pallone recuperato, passaggio a Pinamonti dentro l’area, dribbling a rientrare, goal a incrociare sul primo palo. Gattuso segni. Però, anche a Verona si era 0-2 e, proprio come a Verona, dalle fasce, come la cavalleria, arriva l’1-2: cross di Felici, tocco di Esposito.

Si spinge fino all’ultimo, con lo spirito da battaglia,  come la serata chiedeva. Alla fine, onore delle armi ai padroni di casa, ma disfida al Sassuolo.

‘La vita va così’ di Riccardo Milani. La Sardegna tra bellezza, tenacia e povertà

di Silvana Porcedda

La locandina ufficiale del film ‘La vita va così’

Riceviamo, e pubblichiamo volentieri, una riflessione nata dalla visione del nuovo film di Riccardo Milani ‘La vita va così’. Il regista (già alla direzione, nel 2022, di ‘Nel nostro cielo un rombo di tuono’, dedicato a Gigi Riva) torna a occuparsi di Sardegna con un film ispirato alla vera storia del pastore Ovidio Marras, che ha impedito la costruzione di un resort di lusso sulla spiaggia di Tuerredda, rifiutandosi di vendere un suo terreno.

In questi giorni è in programmazione nelle sale cinematografiche il film “La vita va così”. Un film che ha generato molta attesa e che, in particolare, ha suscitato la curiosità del pubblico sardo, il quale sta garantendo il tutto esaurito nelle sale.
Definirei il film come una tragi-commedia dalla tematica non del tutto inedita, ma che ha il merito di raccontare e descrivere molto bene, senza eccessiva enfasi, una caratteristica peculiare – o meglio, la caratteristica – del popolo sardo: la tenacia, l’ostinazione nel perseguire ciò in cui si crede, a tutti i costi.
La vicenda ruota attorno a un pastore che difende strenuamente un paradiso terrestre sardo, la spiaggia di Tuerredda, in una natura incontaminata che, al contrario, ricchi del nord e grandi imprenditori immobiliari vorrebbero devastare indiscriminatamente con il cemento. Questi offrono milioni di euro, convinti di poter comprare ogni cosa, inclusa la dignità delle persone.
L’aspetto tragico risiede nel paradosso: la tenacia del pastore ha salvato la bellezza naturale, ma ciò costringe i giovani sardi a lasciare la propria terra in cerca di lavoro. La natura, infatti, non genera stipendi; il sardo, per indole, fatica a essere un grande imprenditore (salvo rare eccezioni) e a far fruttare la natura rispettandola. Il pastore ha rifiutato milioni e ha vinto la causa contro il potente immobiliarista, ma suo figlio non è più potuto tornare al paese.
Finché la classe dirigente non darà il giusto valore alle persone e non garantirà il diritto di restare nella propria terra senza morire di fame, pur rispettando l’ambiente, ci sarà sempre il “potente di turno” in grado di comprare terre e coscienze.
Nonostante la tragicità del racconto, è emerso anche un lato ironico grazie agli attori e alle attrici, che con le loro performance hanno saputo strappare più di un sorriso allo spettatore. Il film merita di essere visto e di farne le dovute riflessioni.

Il popolo di Mamdani: l’ultimo comizio prima del voto per il sindaco di New York

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

Ky Polanco, trentenne americana di origini messicane, ha votato in passato per Obama, Biden e Kamala Harris ed è una dei sostenitori di Mamdani che abbiamo incontrato al comizio di domenica (foto di Viviana Mazza)
Siamo andate all’ultimo comizio di Zohran Mamdani. Come europei e italiani è una storia che non possiamo ignorare. “Non solo i newyorkesi, non solo tutti gli americani, non solo il presidente Trump: tutto il mondo seguirà l’elezione del sindaco di New York”, ha detto Bernie Sanders ad uno stadio pieno di 13mila persone domenica sera nel Queens. “Sapete perché?” ha domandato. “Il socialismo!”, ha risposto qualcuno, ridendo, tra la folla. “Perché questa non è un’elezione normale – ha continuato Sanders – è un’elezione in un momento storico di estreme diseguaglianze”.Martedì 4 novembre, se hanno ragione i sondaggi, Mamdani diventerà il primo sindaco musulmano di New York battendo l’ex governatore Andrew Cuomo. Nel mondo MAGA è dipinto come una sorta di anti-Cristo “marxista e jihadista”. Ma anche il partito democratico è stato estremamente restio a riconoscerlo perché è un “socialista democratico”. Tra i suoi critici ci sono newyorkesi del mondo del business e della finanza e attivisti pro-Israele preoccupati dal suo attivismo pro-palestinese o offesi dalla sua riluttanza a condannare subito la frase “globalizzare l’intifada”, della quale ha in seguito scoraggiato l’uso. Due giorni fa il giornale ebraico progressista “The Forward” afferma che è difficile dire se Mamdani lotterà contro l’antisemitismo perché “non sappiamo se lo riconoscerà”.  Kamala Harris in un’intervista ha evitato di pronunciare il suo nome, affermando solo che appoggerà il “candidato democratico”. Solo ad appena dieci giorni dalle elezioni Mamdani ha ottenuto l’endorsement dello speaker della Camera Hakeem Jeffries.  Ma è innegabile che questo politico 33enne di origini ugandesi e indiane ha creato intorno a sé un movimento che ha continuato a crescere dopo la sua vittoria la scorsa estate nelle primarie democratiche di New York e che include persone di ogni colore e ogni fede (anche ebrei newyorkesi). Lo ha fatto puntando molto sui nuovi media quando i media tradizionali non lo consideravano. Ha saputo gestire i cosiddetti “tre tre”: un candidato nell’epoca attuale deve saper spiegare le sue idee in un video social di trenta secondi, in una battuta di tre minuti in tv e in podcast di tre ore. Nello stadio del Queens, erano i new media gli unici a poter chiedere nella “application” un’intervista con Mamdani, Sanders o Alexandria Ocasio-Cortez. Una giornalista dei media tradizionali in fila criticava il sistema sottolineando: “Date la priorità a loro, che tra qualche mese vi avranno dimenticato”. Dopo aver vinto le primarie, però, Mamdani ha incontrato anche banchieri, ceo, leader delle istituzioni culturali e ogni genere di elettori scettici: lo ha fatto per consolidare il suo potere e presentandosi come un politico di sinistra pronto ad ascoltare, a riconoscere la propria mancanza di esperienza e a cercare un terreno comune. Gli hanno aperto molte porte due figure chiave del partito democratico: Patrick Gaspard, ex consigliere dell’amministrazione Obama e direttore del Comitato nazionale democratico e Sally Susman, manager e  membro delle commissioni finanze nelle campagne di Obama, Hillary Clinton e Joe Biden. Democratici “moderati” colpiti dalla sua abilità nel gestire un pubblico ostile, diventati suoi alleati. Mamdani ha saputo ricontestualizzare le sue precedenti posizioni, ammorbidendo il linguaggio “socialista democratico” che – ha spiegato domenica – è quello che parla perché ha seguito le orme di Bernie Sanders. Ma secondo il New York Times, dopo le primarie Mamdani ha saputo spiegare che vuole appoggiare chi paga l’affitto ma non punire i proprietari,  che vuole sostenere l’istruzione pubblica ma non penalizzare le scuole specialistiche, che appoggia i diritti dei palestinesi ma non è anti-sionista. Ha inoltre fatto concessioni importanti sulla polizia (fa marcia indietro rispetto al vecchio slogan #defundthepolice) e si è mostrato pronto a compromessi sulla tassa da lui proposta sui milionari.Questa ricerca di unità era visibile domenica sera allo stadio. Quando la governatrice Kathy Hochul è apparsa sul palco, molti hanno iniziato a gridarle contro “Tax the rich”; quando Hochul criticava Trump o i repubblicani le urlavano dietro “sei tu la governatrice, sei al potere, fai qualcosa”. A un certo punto ha dato l’impressione di aver pronunciato male il cognome (Mamdami) come fanno spesso Trump, Cuomo e altri suoi critici e la gente ha iniziato a gridare: “Mamdani! Mamdani!”. Alla fine Mamdani è uscito sul palco, ha preso la mano alla governatrice democratica contestata, sollevandola in aria con la sua, mostrandole il suo appoggio e scortandola fuori, nel tentativo di illustrare ai sostenitori che è necessario creare un ponte con la parte centrista del partito. Robert Wolf, un importante finanziatore del partito democratico, ha detto al New York Times che ai suoi occhi Mamdani è “un capitalista progressista, qualcuno che vuole usare il governo in modo appropriato per fare cose che contribuiscono all’uguaglianza e aiutino le persone che ne hanno bisogno”.Nel Queens, Mamdani, in giacca e cravatta strisce (una delle tre che porta a rotazione: c’è quella a pois e quella rossa), ha chiuso il suo discorso dicendo che il 4 novembre i newyorkesi cominceranno a conquistarsi la loro libertà. Libertà è una parola cooptata dai repubblicani per i quali spesso significa “libertà dal governo”, come nota nel suo libro “Freedom” lo storico americano Timothy Snyder. Ma Mamdani l’ha usata in un modo diverso: ha spiegato che per lui è sinonimo di “dignità” e che il governo ha un ruolo fondamentale nel determinare che della libertà godano tutti, non solo chi può “comprarla col denaro”. Il candidato, figlio della regista indiana Mira Nair e dell’accademico della Columbia University Mahmood Mamdani, ha collocato la sua fede, le sue radici indiane e ugandesi e il suo attivismo pro-palestinese al centro della campagna elettorale, confidando che i newyorkesi – soprattutto i più giovani – capiscano la sua visione anche se i tradizionali leader del partito la rigettano. Alla fine dei conti, è il costo della vita il tema centrale della campagna di Mamdani. E sono tre le promesse centrali che ha ripetuto domenica: 1) congelare per quattro anni il costo degli affitti a New York e usare ogni metodo per costruire alloggi per chiunque ne abbia bisogno, 2) autobus gratis e più veloci, 3) assistenza all’infanzia gratuita per i genitori.  Più di una volta domenica ha ricordato che tra i suoi elettori ci sono anche newyorkesi che hanno scelto Trump alle presidenziali, perché il partito democratico ha smesso di parlare il linguaggio della working class. Ma sa che non può farcela appoggiandosi solo all’estrema sinistra. “Avere ragione in sé è insignificante” dice. “Dobbiamo vincere e poi ottenere i risultati”. Il mondo in cui viene eletto Mamdani è “piccolo”. Uno dei 90mila volontari che hanno bussato porta a porta per lui, Mohammad Uddin, portava la spilletta “Bengalesi per Zohran” al comizio, e ci ha spiegato cosa significhi per un musulmano come lui. Uddin conosce bene anche l’Italia, in particolare Milano, dove tanti anni fa veniva ad acquistare borse Fendi per rivenderle a Dubai. A un certo punto ci ha detto che Mamdani può “rendere l’America di nuovo grande”, lo slogan di Trump. Mandeep Singh (nella foto in basso), un altro volontario che ha fatto campagna nel Queens tra le comunità del sudest asiatico, è stato di recente sul lago di Como per chiedere la mano della sua fidanzata. Singh riconosce che c’è una maggiore vicinanza per certi aspetti tra politici populisti come Trump e Sanders (e Mamdani) che tra questi ultimi e i partiti tradizionali. “E’ la teoria del ferro di cavallo: le punte sono più vicine”. Viviamo in un’era di populismo. “I politici svolgono due funzioni – ci dice -: la prima è emotiva, rispecchiare i sentimenti del proprio tempo, dare voce alle sofferenze; l’altra è tattica, ovvero trovare il modo per arrivare ai risultati”. Singh nota come Mamdani ha saputo costruire una coalizione che include persone molto diverse, tutti sindacati, gente che non può permettersi l’affitto ma anche gente ricca e celebrità. “Tutte le campagne politiche realizzano tutto quello che hanno promesso? – conclude il giovane volontario – No. Ma lo voterà chi crede che la sua tattica sarà migliore di quella di Cuomo”.
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