Il presepe obbligatorio a scuola: riflettiamo senza ideologie

di Daniele Madau

Obbligatorietà del presepe a scuola, e per i presidi che acconsentono alla sua rimozione negli istituti scolastici, provvedimenti disciplinari. Lo prevede un disegno di legge presentato al Senato da Fratelli d’Italia, che si prefigge come obiettivo la garanzia del «rispetto» e della «tutela delle tradizioni religiose italiane».

La tematica appena presentata è una sulle quali, più che in altre, bisogna fermarsi e riflettere – come prova a fare sempre questa testata – senza ideologie: la decisione non è politica, anzi. Proprio in quanto tocca sfere religiose, si trova agli antipodi della politica in senso stretto, e cioè di quel ceto che si trova a prendere decisioni, come è giusto che sia.

Ma l’ambito religioso non deve essere strumento di decisioni politiche, altrimenti si innesca un corto circuito che conosciamo bene in altre zone del mondo, dove questo corto circuito si chiama ‘teocrazia’, con le problematiche che ne conseguono.

Si è espresso a favore del presepe l’antropologo Marino Niola, mettendo in evidenza come un popolo, se perde le sue tradizioni, perde la sua storia, il suo senso, l’animo.

Sono d’accordo, in tutto; eccetto sul fatto che la vicenda non è solo antropologica e che una decisione del genere sia, paradossalmente, in contrasto col presepe e con l’evento che rappresenta, la natività.

E’ bello riflettervi in questi giorni che precedono il Natale, è come un modo diverso, culturale, di farci gli auguri.

Stiamo ricordando, celebrando e festeggiando gli 800 anni dal primo presepe della storia. Quello di Greccio, realizzato, tre anni prima della sua morte, da San Francesco.

San Francesco, tra gli altri aspetti che lo rendono così caro, fu soltanto diacono e fu colui che, nel mezzo delle crociate, andò senza armi dal sultano d’Egitto: un insegnamento e un esempio di laicità, nel senso migliore del termine.

Se, poi, vogliamo riflettere sull’altissimo concetto, valore ed evento della natavità, bisogna farlo fino in fondo: si tratta- per chi crede- dell’incarnazione, come dono gratuito, per tutta l’umanità (compresi i popoli altri, stranieri, di altre religioni, rappresentati, nelle scritture, dai Magi) ma soprattutto per gli ultimi, i primi a ricevere il lieto annuncio della nascita di Gesù: i pastori, secondo il racconto evangelico e secondo la rappresentazione dei nostri presepi.

Il dono gratuito, dunque, di per sé, è in contrasto con l’obbligatorietà. Così come, francamente, si dovrebbe cessare dal rimandare alla scuola – perennemente, sempre e comunque – come luogo in cui concretizzare le aspirazioni di chiunque creda di avere un’idea e come luogo di recupero di ogni deficit della società che, evidentemente, si ritiene inadeguata in ogni campo dato che, per ogni campo, si ricorre alla scuola. Spesso, davvero, inopportunamente. Francamente, non se ne può più.

Se i nostri decisori politici vogliono guardare alla natività, lo facciano davvero: scopriranno, così, la gratuità contro l’obbligatorietà, l’inclusione contro l’esclusione, i pastori e i magi insieme davanti a chi nasce per tutti, non per qualcuno.

Sarebbe bello, se proprio uno Stato volesse intervenire in questo campo, che consigliasse di mettere insieme tutti i simboli, di ogni religione (esiste una regola aurea, in ogni religione: ‘Fai agli altri ciò che vuoi sia fatto a te’. Vi invito a verificare), davanti ai quali riflettere su valori quanto mai urgenti: sulla pace, sull’amicizia, sulla fratellanza e sorellanza di tutti noi.

Continua il racconto del Cagliari e del mister Ranieri: in attesa della ‘sfida-salvezza’ col Verona, tanti motivi per un brindisi

di Daniele Madau

Claudio Ranieri nella conferenza stampa di presentazione della gara col Verona

Questa sera, diremmo noi in Sardegna, questo tardo pomeriggio (ore 18.00…), secondo un italiano meno regionale ma meno affettivo, il Cagliari scenderà in campo a Verona per la sua prima vera e propria sfida salvezza: la classifica vede il Cagliari al 16mo posto con 13 punti, il Verona al 19mo con 11 punti.

Alla vigilia delle festività natalizie, e in previsione del brindisi con tutti noi, la conferenza stampa si sposta allo stadio, ed è più affollata del solito: ‘Quanti siete!?’, esclama il ‘mister’ quando si avvicina per il solito saluto personale prima del fuoco di fila delle domande.

Io ho la mia fedele agenda da insegnante-giornalista e una serie di appunti, tra i quali un dato che ho scovato in un sito: quella col Verona sarebbe la cinquantesima partita in Seria A. Sarebbe bello inaugurare il mio turno di domande (io ho sempre il privilegio di porre l’ultima domanda) con gli auguri per questo traguardo, ma devo essere sicuro: così, faccio e rifaccio i conti. Dunque, nel ’90-’91 34 partite, più 17 gare nel 23-24, compresa quella con l’Hellas: conto finale, 51! Le cose non tornato: provo a chiedere conferma in sala, sottovoce – violando un po’ il codice che regola il momento – ma non trovo conferma, causa anche fraintendimenti nello scambio di parole silenzioso.

Nel frattempo Ranieri continua a parlare: ‘Prima o poi vinceremo in trasferta, anche se loro, soprattutto dopo il cambio di modulo verso la difesa a 4, giocano bene, cercando soprattutto Djuric. E sono anche abili, come dimostra la rimonta a Udine, a recuperare… Io ho professionisti fantastici: a Pavoletti ho detto che è il nostro Altafini, perché-come lui- segna da subentrato. Ma a Napoli mi ha voluto smentire!’

Arriva il mio turno, son pronto anche se, forse, con una domanda un po’ scontata, soprattutto nella possibile risposta: ‘Mister, in un’ipotetica tabella di marcia, quanti punti auspica per le prossime tre, importantissime, partite con Verona, Empoli e Lecce?’

Per fortuna che la risposta mi spiazza un po’ – non facendo mai calcoli le squadre di Ranieri – e non è banale: ‘Ai ragazzi ho detto che sarebbe bello girare a 18, e chiudere il campionato a 36. Ma le grandi stanno faticando con le piccole, quindi la quota salvezza si alzerà’.

Mmm… ottima risposta, trovo conforto e spinta: infatti, a fine conferenza stampa mi avvicino al ‘mister’ e provo a risolvere l’enigma delle partite in serie A: quella col Verona sarà, in effetti, la 51ma.

Subito dopo, Ranieri ci versa da bere, per brindare: per la posizione di classifica, a tutt’oggi, fuori dalla zona rossa; per il prossimo Natale e, penso io, per la 50ma partita in A coi rossoblu appena festeggiata!

Rientro soddisfatto e mi metto, pure, a seguire il corso di aggiornamento, che verte sulla deontologia professionale: dunque, i giornalisti non possono ricevere nessun tipo di regalo…ma come!? Da poco me ne hanno consegnato proprio uno!

Ahiaiahi: dal prossimo Natale, bisognerà tenerne conto…

A cinquant’anni dalla prima pubblicazione, esce ‘Storia di un impiegato’ nella rivisitazione di Cristiano De André: quando le grandi opere ci interrogano con la loro complessità

di Daniele Madau

‘Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti’ : sono versi entrati, ormai, nella grande cultura popolare, a indicare la nostra non possibile estraneità alle vicende umane. Siamo tutti in relazione, ci salviamo insieme. Sono verso tratti da ‘Storia di un impiegato ‘ di Fabrizio De André. È uscita il 15 dicembre, in CD e in vinile- con una scelta che guarda al passato e preserva l’unità di un ‘concept’ – , l’opera rock di Cristiano De André “Storia di un impiegato”, già al centro di un tour da tutto esaurito nei teatri d’Italia. Secondo le note che accompagno la pubblicazione, ‘le nove canzoni originarie sono state vestite con un abito nuovo e arricchite con tanta musica scritta da Cristiano assieme a Stefano Melone. Così ai titoli conosciuti, (dall’Introduzione alla Canzone del maggio sino all’ultima, Nella mia ora di libertà, passando per pezzi come Canzone del padre, Il bombarolo, Al ballo mascherato, La bomba in testa, Al ballo mascherato, Sogno numero due), si aggiungono i brani strumentali intitolati: “Il corteo; Piano di maggio; La corsa; Onirico, Passa la banda; Intro Sogno; Un nuovo sogno, Intro del padre; Allo specchio mio padre”.
Un lavoro davvero importante per l’attualità dei testi, per gli arrangiamenti musicali e per le performances della band guidata da Cristiano’

‘Storia di un impiegato’ fu pubblicato da Fabrizio De André esattamente cinquant’anni fa, all’alba degli anni ’70: il decennio precedente si era aperto con l’anno del ‘boom’ economico e delle Olimpiadi di Roma e si era chiuso con la strage di piazza Fontana, a opera dell’estremismo eversivo nero, che voleva rispondere alle grandi conquiste sindacali dovute all’ ‘autunno caldo’.

In base a questo inquadramento storico, sembra quasi naturale che il protagonista del capolavoro dei De André, padre e figlio, che lotta contro il potere, non sia, quindi, un operaio – il quale, nella realtà italiana, ha visto esaudite le sue rivendicazioni- ma un impiegato, un borghese, il quale, nella tradizione letteraria italiana ed europea, aveva già avuto un posto di rilievo, soprattutto nella figura dell’inetto.

Si può pensare a Svevo e Kafka che, sia nella vita sia nell’opera letteraria, hanno presentato e incarnato figure destinate a lottare contro il potere. Invano, nel caso di Kafka, con un paradossale successo nel caso di Svevo e del suo indimenticabile Zeno.

L’impiegato, nella ‘Storia’ dei De André è un inetto di successo? Sembra proprio di sì in quanto, pur fallendo miseramente l’attentato contro l’inarrivabile potere del parlamento, riesce a capovolgere la situazione del carcere , facendo imprigionare collettivamente (altro successo) il secondino, figura intermedia, schiava del potere più grande.

Questa è solo una lettura personale, dovuta al tentativo, altrettanto personale, di inserire Fabrizio De André nella storia della letteratura italiana.

Aggiungerei altri due elementi di riscatto dell’ inetto di ‘Storia di un impiegato ‘ : l’affrancamento dal padre (e il rapporto padre-figlio è imprescindibile nella figura dell’inetto) e l’amore, perso ma portato a un livello più alto, trasfigurato nell’indimenticabile ‘Verranno a chiederti del nostro amore’.

Fabrizio non amava particolarmente questo suo lavoro, lo reputava troppo complesso, poco intuitivo e immediato: e, forse, aveva ragione.

Ma quanto c’è bisogno di opere complesse oggi, che, grazie anche alla grande musica, ci aiutino a riflettere? E quanto è importante, oggi, la riflessione sul potere politico?

I giudici, che in ‘Sogno numero 2’ si rivolgono all’imputato- impiegato, sembrano davvero i terroristi dell’eversione nera che, mai epurati e nascosti nell’ombra, deviavano la storia italiana con trame terribili.

A Cristiano- che ha sempre rivendicato il suo riprendere le opere del padre come risposta al bisogno di poesia che il presente dimostra di avere – il merito di aver rivestito di nuova musica un lavoro complesso, pienamente inserito nella storia della letteratura italiana e, perciò, ancora necessario.

L’educazione all’affettività

di Elisa O.

Elisa è uno studentessa di seconda Liceo Classico, di Cagliari, che, con attenzione e partecipazione, ha potuto riflettere sul dramma dei femminicidi, sulla violenza di genere e sulla, necessaria, educazione all’affettività. Ringraziandola per il suo contributo, pubblichiamo la sua attenta ‘riflessione’

L’educazione all’affettività consiste nell’adottare tutte le le strategie necessarie mirate a sviluppare nei ragazzi l’intelligenza emotiva, a partire dalla consapevolezza delle proprie sensazioni, delle proprie emozioni e dei propri sentimenti e di accrescere le abilità affettive, con l’obiettivo di favorire una buona relazione interpersonale.
Vi sono una serie di atteggiamenti quali la tenerezza, l’attaccamento, la gentilezza,
l’educazione, la devozione, la gratitudine e la bontà che si trasmettono principalmente in
famiglia attraverso l’esempio dei genitori, se in famiglia, ad esempio, i genitori o i parenti
attuano dei comportamenti che comprendono la cura e l’attenzione verso qualcun altro, è
certo che i figli assimilano questo “modus vivendi”.
A mio avviso la famiglia è la prima agenzia educativa anche se spesso viene depotenziata
per trasferire l’onere esclusivo di educazione alle scuole. Ritengo infatti che la scuola può e
deve dare il proprio contributo ma non può sostituirsi alla famiglia, che in questo ambito
riveste un ruolo determinante.
Trattandosi di una problematica complessa, che abbraccia non solo gli ambiti socio-culturali ma anche e soprattutto emotivi e affettivi, la scuola può cominciare a svolgere delle attività riguardanti l’educazione all’affettività, le relazioni attraverso dei percorsi mirati alla
percezione delle proprie caratteristiche e risorse, il confronto rispetto alla sessualità, le
relazioni con la famiglia, con il gruppo di amici e con il partner.
Gli obiettivi che si devono perseguire, sinergicamente con la famiglia, sono: sviluppare l’assertività, l’empatia , rispettare se stessi e gli altri, saper dire “mi piace e non mi piace”, accettare un rifiuto.
Nel rapporto scuola-famiglia serve trasparenza, fiducia e consapevolezza che il fine da perseguire è il benessere e la serenità dei ragazzi.
Il percorso oltre che coinvolgere la scuola e la famiglia, necessita inoltre dell’intervento dello psicologo, della polizia postale e del terzo settore di supporto per l’approfondimento di tutte le
tematiche che emergeranno dalle attività.
La base culturale su cui si basano le violenze, da quelle quotidiane ai femminicidi , è la
cultura patriarcale , ovvero una visione del mondo che affida agli uomini il controllo degli
altri, con una precisa gerarchia tra i sessi. Il pregiudizio non è del singolo ma del sistema.
Ci sono ancora famiglie dove le donne non contano niente, dove i rapporti di coppia sono di possesso; ne consegue che i figli che vivono questa modalità, la imitano e si innesca in
questo modo un circolo vizioso da cui non se ne esce.
Dopo decenni di battaglie femministe, è triste constatare che purtroppo il corpo della donna
è ancora visto come oggetto da possedere, da sottomettere , da usare.
Questa mentalità è figlia della peggiore cultura arcaica e patriarcale che attribuisce un ruolo minoritario alla donna, che a sua volta introietta, anche inconsapevolmente una serie di comportamenti per aderire o avvicinarsi a quel modello.
In sintesi quello che il femminicidio descrive è l’omicidio della dignità di una donna che
desidera maggiore emancipazione e libertà e che quindi cerca maggiore autonomia.
La legge sul femminicidio però non punisce l’omicidio di una donna. E’ nata a seguito della convenzione di Istanbul del 2011,ma riguarda solo ed esclusivamente la parte preventiva, infatti dal momento in cui il Pubblico Ministero viene a conoscenza di situazioni di violenza domestica, abusi e stalking si attiva per portare la vittima al di fuori del contesto in cui subisce violenza. Il femminicidio non è un reato a sé stante, il reato rimane in ogni caso

quello dell’omicidio, infatti se un uomo o una donna vengono uccisi in ambito domestico la
situazione è uguale.
Dalle indagini statistiche risulta che l’Italia sia agli ultimi posti a livello globale per omicidi di donne.
A mio avviso queste statistiche andrebbero contestualizzate, in quanto quello che dovrebbe essere messo in rilievo, è il motivo che spinge un uomo a uccidere una donna.
Il femminicida, talvolta anche suicida, spesso sembra vittima di una situazione
insopportabile, un dolore opprimente, la donna che abbandona, che si allontana e che
interrompe una relazione. È lei la causa di tutto, che ha reso insopportabile la sua vita. Così si costruisce nella mente la tragica associazione “se lei esiste, esiste il mio dolore; se lei non esiste più, non esiste più il mio dolore.”
Il femminicidio è diventato un problema tristemente urgente che richiede soluzioni
immediate, o quanto meno, strumenti che possono aiutare noi ragazze e donne a
riconoscere i campanelli d’allarme.
La gelosia , il possesso, il dover chiedere permesso ad un uomo, l’isolamento che i violenti attuano verso le compagne, controllare gli spostamenti della partner; mortificarla, umiliarla sono indicatori di una relazione tossica, di una pericolosa limitazione della libertà e dei diritti.
Se un uomo controlla o gestisce il denaro e le spese della propria compagna, è violenza
economica, una via facile di accesso per quella psicologica e fisica.

Claudio Ranieri: ‘Non guardo la classifica; dovremo lottare sino all’ultima giornata, ma ho una grande squadra’

di Daniele Madau

Il ‘mister’ Ranieri in conferenza stampa

Questa sera- alle 20.45- giocherà il Cagliari, per chiudere la 15ma giornata del girone d’andata, all’Unipol Domus, contro il Sassuolo. Classifica attuale: Sassuolo 15, Cagliari 10.

Mi sembrava una gara importante, per dare una svolta alla stagione e, così, sabato in occasione del consueto incontro con la stampa, ho presentato la riflessione a Ranieri: il ‘mister’, però, non la pensa così, e ripete ciò che afferma da inizio anno: ‘Dovremo lottare sino alla fine, non sarà la partita della svolta’.

A fine conferenza stampa – son sempre l’ultimo a porre le domande, con conseguente timore che vengano già porte da altri colleghi (ahi, ahi: ‘La Riflessione’ non è ‘ l’Unione’, anche se ‘l’Unione’ ha aperto l’articolo sulla conferenza stampa stessa con la mia domanda…)-presento un altro quesito: ‘Mister, il bel secondo tempo con la Lazio ha lasciato strascichi positivi in termini di autostima?’

Risposta: ‘No, io chiedo ai miei giocatori di cancellare tutto ‘…

Che dire, evidentemente non è giornata! Sensazione che trova conferma quando, tornato a casa, trovo un messaggio, da parte di esperti, in cui mi si fa notare che nelle mie domande uso la prima persona plurale, fatto poco professionale; a esempio: ‘Cosa possiamo fare per’ ecc…ecc…

E’ vero! Tanto vero che la settimana scorsa, in occasione della conferenza stampa di Lazio- Cagliari, me ne sono accorto e non ho dormito una settimana…Son fatto così! Mi sono scusato debitamente e responsabilmente; poi, però ho pensato: ‘Eh vabbe’, può anche essere poco professionale ma mi sembra assai motivazionale. Siamo -ecco ci ricasco!- sono giornalista (in realtà, insegnante-giornalista) ma anche tifoso: la prima plurale è bella…’

Tornando al campo, se il Cagliari vincerà – e può farlo- per me sarà la partita della svolta: questa volta non siamo d’accordo, mister, ma la stima resta immutata… e la vittoria di oggi, ci accorderà di nuovo!

Senza la democrazia, non ci sarà mai la pace

di Dario R.

Dario è uno studente di seconda Liceo Classico, di Cagliari, che, grazie ai suoi approfondimenti, ha potuto riflettere sulla drammatica situazione in Medio Oriente. Ringraziandolo per il suo contributo, pubblichiamo la sua attenta riflessione

Lo stato di Israele come lo conosciamo oggi è il prodotto di una serie di passaggi e di flussi migratori di popolazione Ebraica che hanno interessato quest’area. La regione che oggi è l’odierno Israele è una zona che è stata abitata fin dai tempi più antichi, con un susseguirsi di popoli che l’hanno abitata, tra cui cananei , egizi, israeliti, filistei, assiri, babilonesi, romani, bizantini, arabi, crociati e ottomani.
Ma per risalire alla fondazione dell’odierno Stato di Israele, dobbiamo risalire al
1947.
A seguito dei terribili fatti della II guerra mondiale, che portarono alla morte di quasi
6.000.000 di Ebrei e alla fuga dai territori controllati dalla Germania di molti altri, il
movimento Sionista si rafforzó e iniziò a spingere sulla comunità internazionale
affinché si creasse uno stato ebraico in Palestina.
Nel 1947 l’Assemblea dell’ONU propose e votò a maggioranza (33 voti a favore, 13
contro e 10 astenuti) un piano di spartizione della Palestina, che prevedeva la
creazione di uno Stato ebraico e di uno arabo con Gerusalemme sotto controllo
internazionale. Durante il momento delle decisioni su come spartire il territorio si
considerò, per evitare possibili rappresaglie da parte della popolazione araba, la
necessità di unire all’interno del futuro stato tutte le zone dove i coloni ebrei erano
già presenti in modo significativo, e questa decisione portó all’assegnazione del
56,4% del territorio designato allo Stato di Israele. Lo Stato ebraico che venne
proposto avrebbe avuto quindi una popolazione residente in maggioranza composta
da ebrei, circa 498.000, mentre lo stato arabo sarebbe stato abitato in prevalenza da
arabi, circa il 99%. La zona internazionale, costituita dalla città di Gerusalemme,
avrebbe avuto una presenza di 100.000 ebrei e 105.000 arabi.
A questi numeri si sommavano una circa 90.000 Beduini nomadi, presente nella
zona di Beersheba. Il piano venne accolto favorevolmente dalla maggior parte della
comunità ebraica, anche se gruppi più estremisti, la rifiutarono, e venne rifiutato con
motivazioni vaghe dalla comunità palestinese e dai paesi arabi.

Lo Stato d’Israele venne proclamato il 14 maggio 1948.
Lo stesso 15 maggio 1948 gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Giordania,
attaccarono lo Stato di Israele. L’offensiva venne bloccata dall’esercito israeliano, e
le forze armate arabe vennero obbligate a ritirarsi. Israele conquistò svariate città e
villaggi palestinesi. La Guerra arabo-israeliana del 1948 si concluse con l’armistizio
di Rodi.
Nel 1956 il presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser nazionalizzò il canale di Suez,
canale artificiale che collega il Mediterraneo è il Mar Rosso, e lo chiuse alle navi
commerciali di Israele. Questo intervenne militarmente, procedendo con un attacco

militare contro l’Egitto, ottenendo numerose vittorie e annettendo la striscia di Gaza
e la penisola del Sinai. Nel 1967 scoppiò la guerra dei sei giorni, quando Israele
decise nuovamente di sferrare un attacco preventivo, conquistando la Cisgiordania,
compresa Gerusalemme Est, la striscia di Gaza, la penisola del Sinai e le alture del
Golan. Fino al 1970 il paese fu impegnato nella guerra d’attrito con l’Egitto.
Con un susseguirsi di crisi con i paesi arabi e con gli Arabi Palestinesi con cui vivono
a contatto, gli Ebrei di Israele sono in continuo conflitto con questi ultimi, soprattutto
nell’ultimo periodo, in seguito ai terribili fatti degli attentati di Hamas e alla ugual
terribile risposta da parte di Israele. Perché quando ci vanno di mezzo vite innocenti,
civili, donne, bambini, nessuno ha ragione in un conflitto. Nessuno ha ragione in una
guerra, non c’è il buono e il cattivo. Il conflitto in Palestina è solo il risultato di un odio
senza fine, che corrode gli animi delle persone e fa in modo che non ci sia mai la
pace. In una polveriera come il medio oriente, in cui la pace è difficile in quanto
abitata da centinaia di popoli di etnie, religioni e lingue diverse, l’unica risposta è la
democrazia, un governo che dia pari diritti a tutti e non permetta che accadano fatti
orribili come quelli che si susseguono in questi luoghi da anni. Senza la democrazia,
non ci sarà mai la pace, e senza la pace, non ci sarà mai democrazia.

Conferenza stampa di Claudio Ranieri: se non subiamo goal con la Lazio, pizza per tutti

di Daniele Madau

In una mattinata come quella di ieri, nuovamente tiepida e assolata, è stato un piacere andare ad Asseminello, respirare un po’ di verde e incontrare, per la consueta conferenza stampa di due giorni prima della gara, mister Ranieri: ci aspettava all’ingresso dell’edificio principale. Gentilissimo come sempre, ha salutato tutti e poi ci ha accompagnato in sala stampa. Il clima è sempre molto disteso e questo va a suo merito, per i modi, lo stile e quanto sta realizzando anche quest’anno.

Dopo aver rassicurato sull’infermeria – anche Lapadula sta per tornare al massimo della forma – che si sta svuotando, subito le domande si sono concentrate sulle gara con la Lazio, squadra reduce da risultati contrastanti: alle difficoltà in campionato, si sovrappone la qualificazione anticipata al turno successivo di Champions League. Infatti, non crede a una squadra in crisi: ‘I nostri avversari possono contare su grandi campioni e hanno azioni studiate; in più, per la pressione, avranno grandi stimoli’.

Ranieri, tra le altre esperienze, ha anche sfiorato un clamoroso scudetto con la Roma, cucito, poi, sulla maglia dell’Inter di Mourinho; tuttavia, non sente aria di derby: ‘Alleno il Cagliari: da professionista, tutti i miei pensieri sono per la mia attuale squadra’.

A domanda su come migliorare il rendimento in trasferta, la risposta riguarda il riuscire a mantenere la porta inviolata: avendo sperimentato più volte il successo della promessa di offrire la pizza ai suoi giocatori in cambio dei risultati (fu uno dei segreti dello straordinario scudetto inglese del Leicester), i giornalisti suggeriscono di offrirla a loro, in caso di vittoria o pareggio a Roma senza subire reti. Il mister prima acconsente; poi ci ripensa: ‘Ma non giocate voi!’.

Sarebbe, però, una bella serata, mister!

Il tempo delle donne: Carola Puddu

di Daniele Madau

Sabato 25 e domenica 26 novembre Carola Puddu, con la Compagnia del Balletto di Roma, è tornata nella sua Cagliari, nel suo – potremmo ormai dire – Teatro Massimo, per il benemerito circuito CeDac, per interpretare il Cigno nero nella coreografia di Monteverde del Lago dei Cigni di Čajkovskij.

E’ una gioia seguire l’evolversi della carriera di Carola, nata a Selargius, ventenne e capace di creare un seguito e un entusiasmo difficilmente comparabile in tutta Italia e, specialmente, in Sardegna.

Lo si capisce dall’attesa e dalla velocità con cui vengono esauriti i posti disponibili ogni volta in cui si ha notizia del suo arrivo, lo si capisce, semplicemente, dall’affetto nei suoi confronti.

Anche questa volta è stato così, con un pubblico trasversale che riconosce in lei l’esempio della giovinezza unita allo sforzo dell’impegno costante, il modello di chi è figlia del suo tempo – è stata ad Amici – ma sa scegliere ciò che di più bello, invece, ogni tempo ha potuto dare, e cioè la cultura, l’arte, la danza. In ultima istanza, è l’esempio di chi ha seguito il proprio sogno e questo, agli occhi di tutti, non ha prezzo.

La prova in cui si è cimentata Carola, col Balletto di Roma, va analizzata. Come già successo per ‘Giulietta e Romeo’ l’anno scorso, la compagnia ha scelto la complessa coreografia di Monteverde, che rivisita e, forse, attualizza un classico dei classici, tanto che il titolo corretto è ‘Il Lago dei cigni, ovvero il Canto’, in quanto liberamente ispirato a ‘Il Lago dei Cigni’ e all’atto unico di Anton Čechov ‘Il Canto del Cigno’.

Dopo aver detto che forse sarebbe meglio, per lo storico Teatro Massimo – di cui rimarchiamo, assieme al circuito CeDac, la grande valenza di promotore culturale- avere una amplificazione un po’ più potente e una scena un po’ più curata, riporto le note di presentazione del balletto, per mostrarne la complessità:

Tra le suggestioni di una favola d’amore crudele e i simboli di un’arte che sovrasta la vita, Fabrizio Monteverde reinventa il più famoso dei balletti di repertorio classico su musica di P. I. Čajkovskij, garantendo quell’originalità coreografica e registica unica che da sempre ne caratterizza le creazioni e il successo. Capolavoro del balletto, sintesi perfetta di composizione coreografica accademica e notturno romantico, di chiarezza formale e conturbanti simbologie psicoanalitiche, Il Lago dei Cigni è una favola senza lieto fine in cui i due amanti protagonisti, Siegfried e Odette, pagano con la vita la passione che li lega. Una di quelle “favole d’amore in cui si crede nella giovinezza” avrebbe detto Anton Čechov, scrivendo nell’atto unico Il canto del cigno (1887) di un attore ormai vecchio e malato che ripercorre in modo struggente i mille ruoli di una lunga carriera. Con dichiarata derivazione intellettuale dallo scrittore russo, il Lago di Monteverde trova nel Canto il proprio naturale compimento drammaturgico e in un percorso struggente di illusioni e memoria porta in scena un gruppo di “anziani” ballerini che, tra le fatiche di una giovinezza svanita e la nevrotica ricerca di un finale felice, ripercorrono gli atti di un ulteriore, “inevitabile” Lago.

Persi tra i ruoli di una lunga carriera, i danzatori stanchi di un’immaginaria compagnia decaduta si aggrapperanno ad un ultimo Lago, tra il ricordo sofferto di un’arte che travolge la vita e il tentativo estremo di rimandarne il finale. Individualità imprigionate in una coazione a ripetere, sabotatori della propria salvifica presa di coscienza oltre i ruoli di una vita svanita, gli interpreti ripercorreranno la trama di un Lago senza fine, reiterandovi gesti e legami nella speranza straziante di sopravvivere al finale di una replica interminabile. Condannata ad una perenne metamorfosi, donna a metà tra il bene e il male, Odette/Odile sarà cigno e principessa, buona e crudele, amante fedele e rivale beffarda. Metafora di un’arte che non conosce traguardo, cercherà se stessa in un viaggio tormentato d’amore, tradimento, prigionia e liberazione. In un teatro in cui tutto ha inizio e nulla ha mai fine, andrà incontro agli stracci consumati di una vita d’artista con lo spirito bianco di una Venere per sempre giovane.

Ho scritto di possibile attualizzazione – a prescindere dalla data della coreografia di Monteverde – in quanto una riflessione sulla vecchiaia e sul mito dell’eterna giovinezza è più che mai attuale, ed è un’ attualizzazione diventata ormai classica a sua volta.

Così come è più che mai attuale, in una società sempre più avanti con l’età, il riflettere sui sentimenti e sui ricordi degli anziani e sul loro voler, naturalmente, ancora rapportarsi con l’amore, anche romanticamente.

Questa idea è geniale e struggente, drammatica e artistica. La vecchiaia e la giovinezza, la memoria e l’amore sono splendidamente interpretati dal Cigno bianco e dal Cigno nero.

Mi si perdoni, però, se rimarco la bravura di Carola Puddu: in un’opera sul tempo, si capisce bene che, questo, è il suo tempo: elegantissima nel vestito nero, a suo agio sia nelle parti prettamente classiche che in quelle un po’ più moderne, e l’unica, se non sbaglio (e potrebbe essere), ad andare completamente sulle punte.

Certo, per comprendere pienamente ogni passaggio, sarebbe necessario vedere altre volte la coreografia ma, il fatto che abbia lasciato il desiderio di approfondire e capire, è già segno di un obiettivo raggiunto, proprio della grande arte.

Non ha prezzo

di Daniele Madau

Certo, sarebbe meglio che Sinner pagasse le tasse in Italia, come per Berrettini, Max Biaggi e chissà quanti altri. È giovane, forse è stato consigliato: male.

Certo, la Davis non è più quella del 1976.

Certo, quando aveva rinunciato a rispondere alla precedente convocazione, tutti abbiamo criticato Sinner, e ora…

Certo, è solo sport, e il lunedì tutto ricomincia da capo…

Certo, cinque milioni di euro guadagnati nella sola settimana di Torino: i sogni,però, e il senso di riscatto che la nostra piccola Italia ha provato nel battere due volte di seguito il gigante Djokovic e andare in scioltezza a prendersi la Coppa Davis, valgono molto di più di cinque milioni. Anzi, non hanno prezzo.

Il tempo delle donne: Gessica Notaro

di Daniele Madau

In occasione della ‘Giornata internazionale contro la violenza sulle donne’, pubblico, riassumendo i concetti, un’intervista a Gessica Notaro, che incarna per tutti noi l’idea della sofferenza e, soprattutto, della capacità di lottare e rinascere. Gessica ha gentilmente risposto ad alcune domande di un gruppo di studenti liceali, che hanno potuto intervistarla al termine di un percorso di Educazione Civica sul tema del rispetto.

Sono molto felice di essere individuata come modello da seguire e punto di riferimento e questo mi sprona a fare sempre del mio meglio.[…] I miei punti di forza per la rinascita sono stati: gli animali, la musica, i miei sogni, trovare il vero amore.[…] Per ottenere un cambiamento radicale nella società, sto per lanciare un mio progetto di prevenzione a cui lavoro da anni e di cui sentirete presto parlare. […]Ho continuato a fidarmi naturalmente delle persone perché per una mela marcia non possiamo rovinarci la vita. L’importante è’ mantenere il proprio equilibrio e non appoggiarsi mai totalmente agli altri. […]Non ho mai smesso di credere nell’amore e anzi, se ci crediamo veramente prima o poi arriva.

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