Cosa facciamo davanti a un’immagine del genere, che perseguita da qualche ora il nostro lieto procedere sulla coda della pandemia? Stiamo in silenzio, come col respiro bloccato, quasi ad avvertire quel ginocchio sul nostro collo? O reprimiamo come un grido, un grido di dignità, tutto umano e di insulto alla vergogna dell’assassino?
L’importante è che ci sia un moto dell’animo, a testimoniarci -e a rasserenarci – che siamo ancora capaci di riflessione, compassione, indignazione: sì, anche noi che stiamo nelle nostre tiepide case – mentre lì fuori ci sono ancora i lager che ti disumanizzano, come nelle strade di Minneapolis – siamo ancora sensibili davanti alle bestialità.
Forse abbiamo ancora l’illusione che la civiltà umana percorra come una linea retta, che porta dal passato selvaggio a un presente di magnifiche sorti e progressive, di sviluppo, benessere, dignità: invece il percorso delle civiltà umane è una spirale, che spesso si avviluppa e si contorce su stesso. Nietsche lo chiamava ‘l’eterno ritorno delle cose’. Infatti quest’immagine ci riporta a un tempo indistinto prima di fine anni ’30, quando le leggi razziali in Europa non erano ancora state promulgate ma esisteva una grande potenza dichiaratamente e fattivamente razzista: gli Stati Uniti. E lo sarebbero stati prima e dopo, senza lo stigma del resto del mondo che, invece, ha caratterizzato altre società razziste.
‘Vi prego, non respiro’ ha detto prima di morire; ‘vi prego’: il verbo più bello detto all’essere, in quel momento, più diabolico, all’assassino.
‘Vi prego’: accogliamola noi questa preghiera, nel silenzio commosso e pronto alla lotta, dopo l’urlo di dignità.
Ogni religione, ogni filosofia, ogni meditazione che ci abbia saputo riflettere, è concorde in una sola risposta nel riconoscere ciò che può superare i limiti materiali di una vita , trascenderla: offrirla per gli altri.
Chiunque – laico, non credente, agnostico, credente – basta che sia portato a riflettere, può arrivare a cogliere la bellezza di chi usa la propria vita per difendere, arricchire, rendere degna quella degli altri. E’ uno di quei misteri facilmente intuibili, comprensibili e spiegabili, anche se non, magari, a parole, ma nel proprio cuore e in un dialogo tra cuori.
Pensiamo a Giovanni Falcone, ucciso alle 17.57 e 48 secondi del 23 maggio 1992, al fatto che avesse fatto tutto questo – e cioè difeso, arricchitto, reso più degna la vita di tutti noi -dopo essere stato calunniato, isolato, offeso in modalità diverse, tutte, però, abili a lederne il valore e minare la sua statura.
Pensiamo al fatto che per più di dieci anni ha camminato, circondato dalla sua scorta come in una gabbia, con a fianco l’ombra degli attentati, delle minacce, dei sui collaboratori che cadevano uno dopo l’altro, del peso di ciò che scopriva, della paura.
Ha camminato, senza farsene travolgere – “L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa”, diceva – o, forse, nel suo cuore era travolto come da un vento impetuoso, ma restava in piedi-: non potremo saperlo.
Pensiamo a tutto quello che è nato dopo, nonostante tutto: le migliaia di ragazzi che ogni anno vanno da Civitavecchia a Palermo con la nave della legalità, lo Stato che rialza la testa e reagisce, l’albero della legalità che cresce nel cuore di Palermo, le scuole intitolate a Giovanni – intitolazione più bella, in Italia, non può esistere -, le stragi degli anni ’90 che terminano, le nuove generazioni che non conosceranno le guerre di mafia, le stesse guerre che, per noi più grandi, sono un ricordo.
Pensiamo che tutto questo è stato possibile anche grazie a Terranova, La Torre, Chinnici, Dalla Chiesa, Cassarà, Giuliano e centinaia di altri.
Pensiamo che potremmo essere chiamati noi a farlo. Se saremo pronti a non scappare, avremo capito cosa significa dare la vita.
Subito dopo la chiusura delle scuole, “La Riflessione” ha proposto il suo punto di vista e ha avviato un dibattito sulla scuola. Nei giorni scorsi , in concomitanza con lo stanziamento – insufficiente – di un miliardo e mezzo per l’istruzione nel decreto “Rilancio”, è apparso uno studio di “Cittadinanzattiva”, che offre un preoccupante spaccato degli esiti della didattica a distanza, e che proponiamo.
Il 92% delle scuole ha attivato la didattica a distanza, per lo più con lezioni in diretta su varie piattaforme (85%) e una durata media a lezione fra i 40 e i 60 minuti (69%). Buona la valutazione del lavoro svolto dai docenti in questa nuova veste (per il 60% dei rispondenti). Ma si conferma la grande questione della esclusione di tanti studenti che – per lo più per mancanza di device, per inadeguata connessione e in parte anche per condizioni familiari difficili – non partecipano alle videolezioni. A segnalarlo il 48% dei 1245 soggetti, fra genitori, insegnanti e studenti, coinvolti nel sondaggio civico promosso da Cittadinanzattiva sulla didattica a distanza. È ricorrente il fatto che alcuni ne siano esclusi principalmente per: connessione inadeguata (48,5%), condivisione del dispositivo fra più fratelli o familiari (33,5%), assenza di dispositivi (24,5%), assenza di connessione (16,4%).
Alcuni casi di esclusione dal Sud al Nord
I casi citati riguardano per lo più singole classi di una scuola tranne quando è indicato esplicitamente che tale fenomeno riguarda più classi o l’intero istituto.All’istituto Pitagora di Policoro (MT) si segnala che quasi 8 alunni su 10 sono esclusi dalla DAD. Grossi problemi anche in alcune scuole della Calabria e della Campania: all’Istituto Aletti di Cosenza 20 alunni non seguono la DAD; 2 o 3 per classe nel Petrucci-Ferraris di Botricello (CZ) e al Guerrisi di Taurianova (RC); non si collega il 20% degli studenti all’ISIS di Piedimonte Matese, i tre quarti delle classi al Nevio-Cinquegrana di Napoli, il 50% al De Franchis di Benevento, ad Ailano (CE) intere classi senza lezioni per assenza di connessione. All’Ettore Maiorana di Ramacca (CT), un alunno su cinque assente.
Problemi anche nell’Istituto di istruzione secondaria di Cassino dove si segnala che più della metà delle classi non partecipa; all’IC Piersanti Mattarella di Roma risulta non raggiunto dalla DAD fra il 30 e il 50% degli studenti; all’IC Aldo Manuzio di Latina il 20% circa. Molte assenze nella Dad all’Istituto Majorana di Termoli, all’IC Colozza e all’IC Baranello di Campobasso. Disconnesso 1 alunno su 9 all’Istituto Merloni Milani di Fabriano. All’IC Brunari di Milano non partecipano due alunni per classe. Nelle varie scuole di Rosà (VI) in Veneto diversi gli studenti che non partecipano.
Non a caso Cittadinanzattiva ha promosso la campagna Riconnessi, in partnership con la Federazione Aree Interne, per fornire abbonamenti dati, connessioni web via satellite e device elettronici a studenti e famiglie delle aree interne del nostro Paese. La raccolta fondi si svolge sulla piattaforma gofundme.com/f/riconnessi ed è possibile segnalare scuole e famiglie che abbiano bisogno di strumentazione alla email riconnessi@cittadinanzattiva.it
Lezioni per lo più in diretta. Per uno studente su quattro più compiti di prima del lockdown La modalità sincronica, cioè “in diretta”, è quella predominante (85%) ma non mancano le video lezioni registrate (10%) o la compresenza di entrambi gli approcci (5%). La durata media di una video lezione va da un’ora (39%) a 40 minuti (30%). Nel 61% delle classi, tutti i docenti usano la stessa piattaforma. Il 46% giudica buono il servizio di videolezione e il 41% è soddisfatto della preparazione dei docenti. I compiti sembrano essere una costante della scuola italiana, anche in tempi di Covid 19: se nel 43% dei casi la quantità sembra rispecchiare quella consueta, nel 27% addirittura si registrerebbe un aumento.
“Crediamo che si debba arrivare al più presto a definire un piano per la riapertura delle scuole e nello stesso tempo ripensare le modalità educative, con il coinvolgimento delle famiglie e degli studenti, facendo tesoro delle opportunità e superando le criticità emerse con la cosiddetta didattica dell’emergenza o della quarantena”, dichiara Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale Scuola di Cittadinanzattiva. “Per la riapertura delle scuole suggeriamo: un piano e un fondo per l’edilizia “leggera” per garantire tutti i lavori di piccola manutenzione, il necessario distanziamento, il recupero di spazi inutilizzati o in cattive condizioni; un fondo specifico da aggiungere ai 45 milioni già stanziati (DM 186 del 26/03/2020), da destinare agli Enti locali per dotare le scuole dei dispositivi igienici; un’attenzione particolare alle scuole nelle aree interne e ultraperiferiche frequentate da quasi mezzo milione di studenti, che per le loro caratteristiche potrebbero diventare una volta ancora una risorsa e un luogo di sperimentazione per il nostro Paese purché si garantiscano: il potenziamento della connessione e dei supporti digitali; il servizio di trasporti extraurbani gratuiti per gli studenti delle scuole secondarie di II grado di queste aree; la continuità didattica degli insegnanti”.
Sulla didattica a distanza, ecco alcune delle proposte di Cittadinanzattiva. Garantire a tutti l’accesso Occorre innanzitutto: sopperire all’assenza di dispositivi individuali; estendere le connessioni nei territori meno serviti, come le aree interne e le zone periferiche; colmare le carenze legate ad alunni con bisogni specifici. Integrare le linee guida della didattica a distanza Rispetto alla Nota prot. 388 del 17 marzo 2020 del Ministero dell’Istruzione occorre: dare istruzioni chiare in merito alle misure di sicurezza dei dati e delle informazioni; definire precise regole per tutelare la salute dei ragazzi, connessi per troppo tempo on line; organizzare un piano delle attività didattiche armonioso e bilanciato. Incrementare le competenze tecnologiche e metodologiche Il sistema di istruzione deve correre ai ripari rivedendo e attuando il piano nazionale di formazione digitale per alunni e docenti. Stesso discorso deve riguardare l’innovazione delle metodologie didattiche sia a distanza che in presenza.
Bellezza e dolore, essendo due vette del sentire umano, spesso germogliano e crescono insieme, intrecciate come i rampicanti.
Se penso a Mia Martini ed Ezio Bosso, che in questi giorni abbiamo ricordato e salutato, non posso non pensare alla bellezza, nonostante il dolore, e nel dolore.
Durante i giorni di più duri dell’epidemia, di eclissi di quasi ogni attività umana e di amputazione, necessaria, delle libertà, Ezio Bosso ha detto che “la musica, però, è necessaria, è come respirare”. A una prima lettura, può sembrare un’affermazione da intellettuale, da élite ristretta e colta, dedita al superfluo e dall’accesa sensibilità decadente. Subito, però, pensando a chi l’ha pronunciata, alla sua vita, al suo dolore, appunto, e alla sua lotta, questa prima sensazione comincia, o dovrebbe cominciare, a cedere il posto ad altro. Pensare all’arte non è un momento d’ozio: è uno dei più alti momenti di dignità dell’uomo, che riflette su di sè. Se Primo Levi ha mantenuto la sua umanità nel campo di concentramento – lo dice lui stesso – è grazie a Dante, precisamente al canto XXVI dell’Inferno, quello di Ulisse: “Lo maggior corno della fiamma antica cominciò a crollarsi mormorando…”.
Bisognerebbe domandarlo a un adolescente, se la musica è come respirare: per me era così e, forse, in qugli anni mi ha salvato la vita.
Eppoi, l’arte musicale, costruita sulla perfezione e l’armonia, guidata dalla bacchetta di Ezio Bosso, o sorta dal suo pianoforte, innestata nel suo dolore e nel suo corpo straziato, sembrava piegarsi al dolore e alla sofferenza: per diventare più bella, però. Perché l’imperfezione è più bella della perfezione, lo sappiamo: è nel non finito che si eleva la libertà, la volontà e la forza dell’uomo, più forte di tutto.
Italo Svevo lo sapeva bene: l’inetto Zeno era, alla fine, più sano di chi si credeva tale.
Come Alex Zanardi, Bebe Vio e tutte le persone interessate da qualche disabilità, cioè tutti noi, Bosso ha mostrato quanto l’imperfezione sia il contesto in cui ci muoviamo ma, proprio per questo, sta all’uomo piegare l’arte a sua serva, sua ancella, per raggiungere la più profonda bellezza della vita.
E l’ha mostrato, Bosso, al mondo che aveva isolato Mia Martini, il mondo che si sentiva sano- per citare nuovamente Svevo -, che aveva isolato la voce femminile più bella della musica italiano, più bella di Mina, perchè più sofferente, appunto. Proviamo vergogna per quel mondo, assaporiamo invece la bellezza pensando a Mia Martini: chi ha vinto, allora, tra i due?
Così come proviamo vergogna quando la nostra società risulta inadeguata davanti alla grandezza di Ezio Bosso o qualsiasi altra persona con difficoltà fisiche: davanti ai marciapiedi sconnessi, alle barriere architettoniche, alle possibilità vietate, tocchiamo l’apice opposto della bellezza, la meschinità. Lì sì che dovrebbe vedersi la perfezione, la maestria delle strutture e delle opere civili, che dovrebbero essere pronte a servire l’imperfezione dell’uomo: così bella, così grande, così propria di tutti noi.
E’ il momento di notizie belle, ora che la primavera irrompe con ferma dolcezza nelle nostre case ancora socchiuse per le ultime misure di contenimento; ora che, almeno in Italia, i numeri del contagio continuano a diminuire, ore che Silvia Romano è a casa. Non è semplice abituarsi alle belle notizie, a volte sembrano non far parte dell’esistenza della specie umana, soprattutto quando non sono le piccole o grandi notizie belle della nostra intimità o quotidianità ma quelle che riguardano tutti noi, insieme.
Da poco ho scoperto che esiste l’Alto Comitato per la Fratellanza Umana, composto dai vari capi religiosi che ha promosso per oggi una giornata di digiuno, preghiera e invocazione per il bene dell’umanità, affinché cessi , finalmente, la pandemia.
Il solo pensare all’umanità tutta insieme fa bene, immaginarla tutta in un luogo, con uno sforzo di fantasia, a sentire il calore e respiro dell’altro è un esercizo che si potrebbe fare spesso, soprattutto con il primo tepore mattutino della primavera. Oppure dopo che si sente un parlamentare a Montecitorio dire idiozie su una ragazza rapita. Si fa un respiro profondo, si chiudono gli occhi e si pensa alla bella immagine dell’umanità: e, così, dovrebbe passare il fastidio delle ridicolaggini. Proviamoci, l’esercizio andrà fatto spesso, visto l’alto numero di certi interventi in parlamento.
Come avvenuto con l’intervista all’europarlamentare Bartolo, “La Riflessione” allarga nuovamente il suo sguardo al contesto europeo, in un’ottica di analisi delle diverse procedure e misure di lotta all’emergenza. Il confronto e il respiro più ampio possibile di diverse realtà sono, infatti, alla base del sito. Marco Salis, residente da anni a Lione, analizza il crescendo del rapporto dei francese con la pandemia, dall’iniziale convinzione che riguardasse solo l’Italia alla consapevolezza della reale dimensione.
Tra la fine di febbraio e la prima metà di marzo, mentre nel nostro Paese il numero dei contagi e dei decessi per COVID-19 aumentava vertiginosamente cogliendo impreparata sia la popolazione che il personale sanitario, e mentre i nostri governanti si trovavano nell’urgenza di comprendere e decidere, i nostri ‘cugini d’oltralpe’ osservavano.
Osservavano inizialmente con un misto di curiosità, dispiacere, e talvolta anche di (più o meno) velata ironia nei nostri confronti. I principali quotidiani nazionali, con Le Monde in testa, documentavano con regolarità e titoli d’impatto in prima pagina il bollettino della ‘guerra’ che si andava combattendo poco distante, con il conteggio dei deceduti e dei contagiati. Documentavano spesso con i toni sensazionalistici di un certo giornalismo, ma senza disporre degli elementi necessari a decifrare una situazione che sembrava inizialmente non riguardare il loro popolo.
I discorsi in ufficio, per strada e sui social riflettevano questo sentimento. Come molti italiani nella prima fase, anche i francesi si meravigliavano di come una semplice ‘influenza’ (tale sembrava essere) potesse creare tanto scompiglio. Tanti ne imputavano le conseguenze all’età avanzata e alla fragilità di una fetta consistente della nostra popolazione; altri, altrettanto poco informati, all’inadeguatezza del sistema sanitario lombardo, che rappresenta invece un’eccellenza.
Il governo, ancora alle prese con il grattacapo dei gilets jaunes, con la riforma delle pensioni e l’organizzazione delle elezioni municipali il cui primo turno era fissato al 15 marzo, non si pronunciava pubblicamente in merito. Con la consapevolezza di oggi, posso immaginare che l’attenzione fosse rivolta all’Italia per tentare di apprendere velocemente dalla nostra esperienza e formulare una strategia di contenimento, come poi è avvenuto. I tempi e le modalità di questa reazione, però, sono stati e sono tuttora oggetto di critiche vivaci da parte di un popolo che, storicamente e culturalmente, non è abituato ad accettare sommessamente e senza polemiche ciò che non condivide.
Più di uno scivolone è stato imputato, e non a torto, alla gestione della crisi targata Macron. Citerò solo alcuni dei fatti più eclatanti.
Ad allarme ormai suonato, le autorità non hanno annullato la partita di Champions League Lyon – Juventus, che si è giocata regolarmente a porte aperte il 26 febbraio, con migliaia di tifosi italiani che quei giorni hanno circolato liberamente nella capitale dei ‘Galli’.
In seguito, l’episodio forse più sconcertante: dopo giorni di profonda inquietudine in seguito alla prima ondata di contagi e alle prime vittime (dichiarate), e dopo un primo tardivo discorso di Macron alla nazione il 12 marzo, le elezioni del 15 marzo si tengono regolarmente e con misure di sicurezza molto blande. Solo il giorno dopo il presidente della Repubblica francese rivolge ai cittadini un secondo discorso in cui annuncia misure più stringenti che ricalcano quelle comunicate da Conte diversi giorni prima e che limita gli spostamenti all’essenziale, disponendo anche la chiusura delle frontiere. « Nous sommes en guerre », ripete con enfasi più volte. Ma è un po’ come chiudere la proverbiale stalla quando i buoi sono scappati.
Come in Italia, anche in Francia si sente improvvisamente il peso di anni di tagli alle risorse del sistema sanitario. Le mascherine, che dovevano essere tempestivamente messe a disposizione del personale medico e successivamente della popolazione, sono una promessa non mantenuta : scarseggiano negli ospedali, e i cittadini dovranno aspettare fino a maggio per poterle acquistare in farmacia. Le misure di sostegno alle imprese e ai lavoratori autonomi sono poca cosa rispetto alle reali necessità, oltre che di non facile accesso. Il controllo del rispetto delle regole e le relative sanzioni durano solo un paio di settimane, e dall’11 maggio la Francia già comincia il déconfinement.
La caratteristica di “La Riflessione”, nome parlante, è il suo voler riflettere, scoprire quel momento, così ricco, in cui, prima di parlare o scrivere, ragioniamo e pensiamo su cosa e come esprimerci. Seguendo Dante, è un non “sottomettere la ragione al talento”. A volte, però, questa riflessione deve essere veloce, tagliente ed efficace: un ammiccamento al lettore più profondo e sensibile, come una strizzata d’occhio, un occhiolino. Queste tipologie di articoli faranno parte della nuova rubrica, che inauguriamo oggi con Roberto Zuddas: “L’occhiolino”, appunto.
Dietro i vergognosi e indegni attacchi alla cooperante italiana liberata qualche giorno fa, vedo varie e perverse linee di pensiero, in primis l’intolleranza verso le donne e le altre confessioni religiose. Ma anche, più in generale, un meccanismo distorto secondo il quale un “diverso” – che ha adottato una scelta di vita non in linea con quelle comunemente dettate dai criteri soggettivi di una parte – non sia più una persona agli occhi di questi haters. A “beneficio” di chi non avesse avuto modo di leggere questa galleria degli orrori, menziono solamente quelli che lamentavano il mancato rispetto del distanziamento sociale all’arrivo di Silvia in Italia e che lei avesse addirittura abbracciato la mamma e il papà, mentre loro non vedono i genitori da mesi. Ovviamente ho letto commenti molto, molto peggiori, che risparmio a tutti. Questa incapacità di empatizzare verso un essere umano che ha subito un anno e mezzo di prigionia in una terra straniera è indice del fatto che la ragazza, agli occhi dei suoi detrattori, abbia perso gli attributi umani per diventare un’icona, emblema di ciò che non va nella società. Icona di emancipazione, cosmopolitismo, tolleranza, solidarietà, prerogative sbagliate laddove ne esistano altre capziosamente poste come alternative: sicurezza dei cittadini, risorse per le aziende e per chi ha perso il lavoro, aiuti alle famiglie e via discorrendo. Se fosse una persona in carne e ossa non si permetterebbero, sono invece legittimati ad attaccare a testa bassa perché non lo è più.
A quaranta due anni dall’uccisione, Giovanni ricorda Peppino: uno dei più grandi personaggi che l’Italia abbia mai conosciuto, oltre che suo fratello. Non solo suo, credo che Peppino sia tra quei pochissimi che tutti consideriamo nostri fratelli.
di Daniele Madau
Chiamo Giovanni Impastato perché mi sembra che il 9 maggio, anniversario della morte di entrambi, i telegiornali non gli abbiano riservato lo stesso spazio dedicato a Moro: non voglio certo sminuire lo statista democristiano, anzi, tutti e due dovrebbero avere un posto d’onore nel pantheon laico della nostra cultura. Cultura, proprio questa parola bellissima sarà la protagonista della nostra chiacchierata, dopo che Giovanni mi ha tranquillizzato sul fatto che, anche se non approfondito, lo spazio nei telegiornali Peppino lo ha avuto.
Giuseppe, infatti, ricorda appassionatamente il fratello, è stato uno dei più grandi personaggi che l’Italia abbia conosciuto. Letterato, giornalista, ecologista, politico, intellettuale, ha saputo rompere con la cultura mafiosa e patriarcale, in anticipo su tutto e tutti.
Gli chiedo di approfondire l’aspetto letterario, essendo anche insegnante: “Peppino è stato ucciso troppo presto, avrebbe potuto scrivere di più. Esiste un suo diario, però, che è un documento bellissimo, con alcune poesie. C’è poi un aspetto tutto suo, quello dell’ironia, con la quale combatteva la mafia: penso alla trasmissione radio Onda Pazza a Mafiopoli. Ancora meno conosciuto, però, e più innovativo, è stato il suo impegno ecologista. Alla fine degli anni ’60 il termine ecologia era praticamente sconosciuto, poteva evocare ricette culinarie. Ebbene, Peppino andava in giro con la sua macchina fotografica a immortalare lo scempio ambientale che veniva fatto ai luoghi della Sicilia e poi appendeva tutto in paese. Quando le persone, per timore, non volevano leggere le didascalie, Peppino girava loro intorno, impedendo loro di andar via e ammonendo come ci fosse in ballo la loro salute.
Come si vede nel film i Cento Passi, continua Giovanni, Giuseppe andava sotto casa del sindaco- il palazzo del potere- a rivendicare i diritti e a me vengono i brividi pensando che, cinquant’anni dopo, Greta ha fatto lo stesso, con il suo manifesto sotto il palazzo del potere, per difendere l’ambiente.”
Ci soffermiamo proprio sui Cento Passi, e su come la figura di Peppino, come tutte quelle dei grandi, abbia attraversato fasi diverse nei confronti dell’opinione pubblica: “Giuseppe militava nell’estrema sinistra e, subito dopo la sua morte, solo i suoi compagni gli sono stati vicino, hanno lottato per lui e per il suo ideale. Né i giornalisti, né la scuola, né i compaesani, nessuno, tranne loro, hanno mostrato interesse e amore per la verità. Col passare del tempo e le mutate condizioni anche la loro vicinanza è naturalmente scemata ma, certamente anche grazie al film di Giordana, la figura di Peppino è diventata di tutti, soprattutto dei più giovani, degli studenti, che ora sono i nostri interlocutori privilegiati. Io giro centinaia di scuole oggi, e vivo momenti molto belli.”
Bisogna parlare dell’attualità, purtroppo, in cui la lotta alla mafia è ancora in primo piano, essendo acceso il dibattito sulla scarcerazione dei condannati per mafia per l’emergenza sanitaria: ” Io ritengo che i mafiosi debbano avere garantito il diritto alla salute, come tutti, ma non in questo modo, non con la scarcerazione. C’è bisogno di una riforma carceraria degna di questo nome come ritengo fermamente che sia ora di smetterla di trattare la mafia con procedure d’emergenza. E’ ora che si lavori finalmente con la prevenzione e non con decreti vari. Ma non c’è la volontà. Allora dobbiamo smettere di dire come la mafia sia l’anti Stato ma avere il coraggio di affermare come sia dentro lo Stato. Negli appalti, nei lavori pubblici, nelle amministrazioni. Abbiamo sentenze che lo confermano”. La prevenzione con la cultura, così come fece Peppino, col desiderio di verità, come Peppino: “sì, come lui, perché, anche se posso sembrare di parte, dobbiamo imitarlo. Era un giovane, non un eroe irraggiungibile di cui avere in camera l’immagine.” No, non l’eroe, ma il nostro fratello: ed essendo nostro fratello, Giovanni, tutti noi siamo di parte.
Concordo con Ahmed Naciri, amico oltre che mediatore culturale, collaboratore della prefettura, presidente della Rete Sarda della Collaborazione Internazionale, che per questo caso, e in genere nella vita, bisogna prima leggere i documenti e poi presentare le proprie idee e interpretazioni.
Iniziamo, quindi, con la bozza del primo articolo della proposta della ministra, che mi legge Ahmed, che parla solo di regolarizzazione nei settori dell’allevamento, della pesca e dell’acquacoltura, per un totale di sole 240.000 persone, rispetto alle 600.000 di cui si parla. Tra l’altro, si indica chiaramente che spetterà al datore di lavoro la presentazione della domanda al fine di instaurare un rapporto di lavoro subordinato per la durata massima di un anno. Ciò detto, siamo ben distanti,quindi, dal concetto di sanatoria ma, appunto, siamo all’interno di un procedimento di regolarizzazione.
Regolarizzazione tramite il permesso di soggiorno che ora, in base alla Convenzione di Ginevra, è subordinato a regole stringenti -quali il provenire da determinati paesi dell’Africa, come l’Eritrea – ed è di difficile acquisizione.
“Ma i 58 paesi africani si stanno tutti scannando, quindi io non capisco come si possa affermare che chi proviene da un altro paese non possa essere definito rifugiato. Un migrante, ora, arriva, quindi, da noi, cerca di comportarsi bene, parla l’italiano, cerca di inseririsi nel contesto sociale ma non può essere regolarizzato. Io dico sempre che un italiano dovrebbe, al contrario, porsi in questa situazione e provare come si sentirebbe”.
Concordiamo ancora, sul fatto che sia una proposta di buon senso, anche se forse non ancora sufficiente ” piuttosto di niente meglio piuttosto”- così si dice in Lombardia- ma servirebbe più coraggio. Ripenso allo ius soli e allo ius culturae, occasioni perse, senza le quali non possiamo dare la cittadinanza a chi ha frequentato le nostre scuole.
“Purtroppo il tema dei migranti difficilmente porta i voti, anzi, al contrario, si è portati a seguire la massa, come stanno facendo i cinque stelle: di sicuro anche loro pensano sia di buon senso la proposta della ministra ma, come direbbe Manzoni, ‘Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune’ “.
La presa di posizione della ministra Bellanova sulla regolarizzazione dei lavoratori in nero, compresi gli immigrati, sembra lungimirante e di buon senso, da più punti di vista, economico, sociale, etico. Componenti della sua maggioranza hanno manifestato dissenso, causando velati scenari di dimissioni. La riflessione di domani, a questo proposito, presentarà un’intervista per approfondire il progetto della ministra: interlocutore sarà Ahmed Naciri, mediatore culturale e sindacalista.
A titolo indicativo, di presentazione della complessa tematica e di introduzione all’intervista di domani, presento una sola delle tante problematiche che gli immigrati non in regola devono affrontare, tratta dal sito integrazionemigranti.gov.it e riguardante una rapporto di MSF sulla campagne lucane: “Più di un paziente su due aveva riscontrato problemi di accesso al sistema sanitario, sebbene oltre il 30% abbia dichiarato di essere in Italia da più di 8 anni. Sul totale delle persone assistite, solo il 43% era in possesso di una tes-sera sanitaria in corso di validità mentre il 27% aveva una tessera sanitaria scaduta, il 28% dichiarava di non aver mai avuto una tessera sanitaria né un codice STP e solo il 2% era in possesso di un codice STP , mentre il 28% dichiara-va di non aver mai avuto alcun tipo di accesso (si intende sia l’iscrizione al servizio sanitario che l’assegnazione di un codice STP) [cfr. Fig.4]. Sul totale delle persone assistite dallo staff medico, il 20% è stato riferito all’operatrice sociale per orientamento ai servizi socio-sanitari” . Medici senza frontiere: Rapporto “Vite a giornata. Precarietà ed esclusione nelle campagne lucane”