Muti ha da poco eseguito, per commemorarne i duecento anni, la nona sinfonia di Beethoven
Leggete questi versi, posti in apertura come un auspicio, un augurio per tutti voi e pensate- vi prego – se, tenendoli a mente, potremo accontentarci di questi giorni, di questi tempi così tristi, di solitudini globalizzate acuite dalla pandemia e sfogate sui social media, di censure delle opinioni altrui, di autorità politiche che abdicano al loro dover essere d’esempio e, magari, paradossalmente, ne traggono vantaggio.
‘ Lieti, come i suoi astri volano attraverso la volta splendida del cielo, percorrete, fratelli, la vostra strada, gioiosi, come un eroe verso la vittoria.
Abbracciatevi, moltitudini! Questo bacio vada al mondo intero! Fratelli, sopra il cielo stellato deve abitare un padre affettuoso. Vi inginocchiate, moltitudini? Intuisci il tuo creatore, mondo? Cercalo sopra il cielo stellato! Sopra le stelle deve abitare’ .
Sono i versi di Schiller, musicati nel quarto movimento della nona sinfonia di Beethoven, conosciuti come l’ ‘Inno alla gioia’ e divenuti l’inno dell’Unione Europea. Proviamo a far sì che in questo testo ci sia anche una figura retorica che passi dallo scritto a noi, e diventi viva: è una delle più belle, la sinetesia; quella per la quale a un senso- per esempio la vista- se ne sovrapponga un altro, per esempio l’udito. Così, mentre leggiamo, possiamo ricordarci della musica, celeberrima.
Io non so cosa potrebbe suscitare in voi: in me, pace, amore per la vita, amore per il bene, per la cultura, per ogni uomo, per il creato. Desiderio di esserci, di ascoltare la ‘legge morale dentro di me e il cielo stellato sopra di me’ , di piangere, di gioia.
Tutto questo è incommensurabile, inquantificabile. Questo fa la musica, l’arte della musa Euterpe, quella che ci rallegra, ci dà gioia.
La sinfonia ha duecento anni esatti e fu scritta da Beethoven, quattro anni prima di morire, in solitudine; di più, in una solitudine di sordità e malattie, trascuratezza fisica, depressione, dolore. Eppure, come dalla sua sordità, con cui poteva ascoltare musiche ignote, nacquero capolavori, dal suo dolore nacque questo capolavoro, e la nostra gioia. I versi di Schiller ci portano sul cielo stellato, in cui contemplare un amore divino da ricomporre in terra, tramite l’unione e la fratellanza. Un solo attimo, in cui ci sfolgori dentro questo desiderio, varrebbe ogni fatica che sopportiamo quotidianamente.
Può anche essere vero che la cultura non dia da mangiare, che Dante fosse di destra – come qualcuno ha azzardato affermare- che l’intelligenza artificiale rubi il nostro sapere e i nostri sentimenti, che lo studio non paghi in termini di autoaffermazione. Ma solo qui, però, in Italia nel 2024, mentre ci scordiamo di dedicare tempo alle meraviglie. Alla gioia- impagabile- dell’ ‘Inno alla gioia’
Fotografie di Daniele Madau, Marco Marini, Cristiana Meloni
Un po’ di pioggia ha bagnato l’inizio di questa giornata che, da 368 anni, riunisce i sardi, tutti i devoti e chiunque giunga a Cagliari, in una processione che diventa un abbraccio di bellezza. La pioggia ha ristorato gli invasi in secca: è stato un regalo di Efisio. Poi, è tornato il sole, a far brillare ancora di più i colori di questa storia secolare. Storia che Cristiana Meloni racconta con accuratezza e passione, portadonci dal passato al presente. E che le fotografie vogliono rendere più nitida.
Da 368 anni il popolo sardo rinsalda la secolare devozione nei confronti del celebre martire Sant’Efisio: il guerriero che, secondo le fonti e i vari racconti tramandataci, liberò l’Isola dalla peste diffusasi durante il quinquennio 1652-1657. In particolar modo, il 1° Maggio del 1657 viene considerata la data nella quale ebbe luogo la prima processione trionfale e religiosa del Santo da Cagliari a Nora. Evento sostanzioso che non solo segnò l’inizio delle celebrazioni solenni in suo onore – aventi luogo da allora, come noto, ogni 1° Maggio – ma rappresentò soprattutto un importantissimo momento di incontro e unione per tutti i sardi, i quali non tardarono, con commozione e profonda gratitudine, a sciogliere il voto firmato dai consiglieri della Municipalità di Cagliari il precedente 11 luglio 1652. La Peste si era, infatti, arrestata. Dalla breve premessa si può, pertanto, dedurre che la famosa festa, che vede ogni anno la Sardegna vestirsi e colorarsi con i bellissimi abiti tradizionali, abbia una lunga e antica storia intessuta certamente di fede e devozione ma anche di tradizione e cultura popolare. Una storia che non smette, ogni anno, di attirare e stupire numerosissime persone e che vale, dunque, la pena ricordare. Le fonti collocano la nascita di Sant’Efisio verso la fine del 200 d.C. ad Aelia Capitolina, una colonia romana dell’odierna Gerusalemme. Figlio di Alexandria, nobile pagana, e di Christophorus, uomo di fede cristiana, il futuro santo rimase orfano di padre. Il giovane Efisio educato, pertanto, al paganesimo dalla madre venne introdotto alla corte di Antiochia, presso il famigerato imperatore Diocleziano, il quale gli garantì fin da subito la sua protezione. Prova di tale di stima fu l’assegnazione del comando di una gran parte dell’esercito imperiale che Efisio avrebbe dovuto condurre in Italia con l’obiettivo di perseguitare i Cristiani, considerati nemici dello Stato e della legge romana. Giunto fino all’Italia meridionale, il comandante Efisio, venne disarcionato da un bagliore improvviso e ricevette la prima apparizione divina sottoforma di una croce di cristallo splendente nel cielo che gli venne impressa nel palmo della mano, affinché: ‘in virtute crucis quam tibi ostendi vinces omnes inimicos tuos’. Efisio avrebbe potuto sconfiggere i suoi nemici non con la spada ma con la Croce. A seguito di tale evento miracoloso, il giovane comandante si convertì al cristianesimo e si fece battezzare a Gaeta. Giunse successivamente in Sardegna con il compito di contrastare le popolazioni ribelli degli Iliesi. Prese, pertanto, il comando militare di Nora dove, nonostante i vari editti anticristiani emanati da Diocleziano, predicò il Vangelo alla gente del luogo e perfino allo stesso Imperatore. Come conseguenza di ciò, Efisio venne repentinamente convocato a Cagliari dal governatore Iulio il quale, ottenendo il rifiuto da parte del giovane di abiurare la fede cristiana, decise di metterlo a morte. Dopo atroci torture il martire venne decapitato per spada a Nora, lontano dalla città per timore di insurrezioni a sua difesa, il 15 gennaio del 286 o secondo alcune fonti nel 303. L’arrivo della peste ad Alghero, tramite una nave proveniente da Tarragona, segnò l’inizio di un periodo oscuro e doloroso per la Sardegna e per il resto d’Italia. La diffusione a macchia d’olio del famigerato morbo impressionò profondamente i cittadini del tempo come si può leggere anche nella celebre opera ‘I Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni. Le città, divenute luoghi di sepoltura, si trasformarono in scenari macabri agli occhi della popolazione che, atterrita dall’orrore di quanto accadeva e dalla paura del contagio, sperò con tutta sé stessa in un intervento miracoloso. A tal proposito, si ricorda la decisione di Papa Innocenzo X di emanare il 27 aprile 1654, un’indulgenza plenaria con la remissione dei peccati rivolta a tutti i fedeli che fossero stati presenti o che fossero accorsi nella Chiesa rurale, intitola al glorioso martire Sant’Efisio, il giorno in cui si festeggiava la sua festa. La situazione perdurò fino al 1652, anno del celebre voto da parte della Municipalità di Cagliari che implorava l’intercessione del Santo per far terminare la peste. Il voto consisteva nel celebrare ogni anno una festa un suo onore che avrebbe visto i fedeli accompagnare il Santo in una maestosa processione, ripercorrendo il tragitto che giunge dal carcere in cui venne imprigionato al luogo del martirio a Nora, per poi tornare alla sua Chiesa di Stampace il 4 maggio entro la mezzanotte. La preghiera venne esaudita. Il 1° Maggio rappresenta, pertanto, una ricorrenza carica di significati per la storia dell’Isola. Se da una parte, la solenne processione simboleggia il rinnovarsi, anno dopo anno, della promessa fatta al Santo; dall’altra i sentimenti che animano i cittadini sardi non si possono esaurire esclusivamente nel tener fede a una memoria collettiva, la quale possiede, certamente, la sua innegabile importanza. Il lodevole impegno e la collaborazione di tutti coloro che organizzano la festa in ogni suo aspetto con cura e attenzione, gli incantevoli volti di chi sfila in costume sardo, i chilometri di chi compie un lungo viaggio per prenderne parte; parlano tutt’oggi di: fedeltà, devozione, gratitudine ma anche di fierezza, amore per la propria terra e di quel forte senso di appartenenza iscritto nel DNA di ogni sardo. Le ricadute in ambito religioso e sociale sono, pertanto, innegabili. Sant’Efisio rappresenta un dono di estimabile valore per la Chiesa sarda, quale esempio luminoso e coraggioso di vita donata interamente a Cristo. Il giovane Efisio, nell’incontro con Cristo, ha trovato l’energia per un cambiamento decisivo – ha ricordato Mons. Giuseppe Baturi, Vescovo di Cagliari, nell’omelia dello scorso anno – Da soldato persecutore a missionario fervente fino al martirio. Egli ci scuote dalla tiepidezza nella quale talvolta ci adagiamo e ci conferma che quando incontra (e rincontra) Cristo, la vita si riempie di forza e di scopo, oltre che di radicale esigenza di cambiamento. Il suo esempio, inoltre, investe i giovani schiavi della paura davanti a un futuro incerto e ricorda loro che la giovinezza si mobilita nella sua energia di affetto e ragione, di costruttività e creatività, di volontà di bene e di bellezza quando incrocia l’annuncio credibile e sperimentabile di “ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La celebrazione di Sant’Efisio è, inoltre, un evento che “include tutti”. La sofferenza causata dalla peste (a riguardo si ricordi anche la recente pandemia) ha unito gli uomini e le donne attraverso sentimenti di solidarietà nei confronti di un destino comune. La supplica innalzata al Santo è stato il grido di un intero popolo che, insieme, ha sperato, ha lottato ed è sopravvissuto. Tale unità continua a rinnovarsi e a consolidarsi tra i numerosissimi sardi i quali, forti e consapevoli della propria identità e cultura, condividono una storia costruita insieme, intessuta di dolore e di felicità. Una storia autentica, sentita, celebrata e onorata di cui essere fieri. Una storia capace di creare legami che sopravvivono al tempo. Un’eredità preziosa da custodire e tramandare che parla dei suoi protagonisti “umani e divini” e ad essi affida le sorti future.
I momenti più belli della conferenza stampa di presentazione di una gara – conferenza che dura pochissimo, meno di quindici minuti, e in cui bisogna andare dritti come soldatini- sono quelli di più intimità che si hanno prima o dopo la diretta, in cui- sotto l’imperativo del silenzio da portare fuori da ‘Asseminello’ – il nostro mister and commander, Ranieri, si lascia andare a commenti, analisi, considerazioni più libere. Proprio per quell’imperativo di cui ho appena scritto – tuttavia – non posso rivelare quanto viene confidato in quei momenti che, da soli, valgono la presenza a una conferenza la quale, di per sè, è un po’ ripetitiva. E’ capitato anche nella conferenza stampa di presentazione di Genoa – Cagliari in cui, a conclusione delle domande in diretta, i colleghi più esperti hanno ‘osato’ rivolgere domande fuori conferenza al mister.
E’ questa la bellezza impareggiabile del giornalismo: essere lì dove ci sono i personaggi e gli eventi, e confrontarsi con loro. Per poi provare a coinvolgere i lettori, quando ci sono. E questo racconto del Cagliari ha un, innegabile, protagonista principale: Claudio Ranieri. Durante questa conferenza stampa può parlare di Genova come ennesima terra in cui, in passato, è approdato durante la sua eterna navigazione e dove ha seminato per poi veder fiorire buoni ricordi. E poi parlare di ultimo sforzo, in cui – per l’ennesima volta- dare tutto, per poter annoverare un altro miracolo di salvezza: e, magari, rinnovare per l’anno prossimo il contratto con Cagliari.
Tutto questo ruota intorno a una gara di un campionato che fa parte dell’ingranaggio di uno sport che, come banalità vuole, è metafora della vita. Come ogni sport: allora possiamo o affrontarlo prosaicamente o cercare le casualità, la poesia, le combinazioni cabalistiche, le statistiche, le imprese passate. Leggo sulla ‘Gazzetta dello Sport’ che Genoa e Cagliari sono retrocesse insieme due anni fa, sono risalite l’anno scorso a braccetto e, quest’anno, potrebbero salvarsi all’unisono. Bello. Aggiungo io che sono entrambe rossublù – un bel merito cromatico che le accomuna ancora di più -, sono squadre di città di mare, terre di Fabrizio De André, scudettate tra le più umili, arrivate negli anni ’90 alle semifinale di Coppa Uefa, quando eravamo fortissimi in Europa.
Credo possiamo fermarci qui, nel contorno in attesa del piatto della gara di Genoa – Cagliari, 34ma di campionato, sfida del lunedì e sfida salvezza che profuma di salvezza stessa per entrambe le squadre.
La gara(29/04, Genoa- Cagliari 3-0):
Dopo così tante parole per il pre-gara (e meno male che le abbiamo spese, vista la pochezza della partita), pochissime per ne useremo per la gara. Un Cagliari rivoluzionato per infortuni e scelte tecniche, con difesa, di seguito, a 3, a 5 e a 4, e un attacco flessibile la cui flessibilità, tuttavia, è risultata evanescenza, tanto poco si è visto.
Il Genoa, nella serata del trionfo per la salvezza raggiunta, prende subito la gara in mano, con passaggi e verticalizzazioni improvvise tra un centrocampo e una difesa cagliaritane ferme, quasi stupite e complici, della facilità di gioco genoana.
I grifoni segnano in tutti i modi, di testa, con azione da sinistra, con sfondamento centrale: un accerchiamento ai rivali d’oltre mare che, diversamente dal passato, non riuscono ad arretrare per attirare gli avversari verso di sè e poi sorprenderli scoperti, come nella migliore strategia dei grandi generali. Non uno straccio di lancio lungo efficace nella tradizione di Ranieri, di ripartenza micidiale, come nelle ultime sfide.
Svanito, quindi, quel senso di sicurezza e di vicinanza al traguardo che si sentiva da dopo la gara con la Juventus; del resto, il mister, è sempre stato sincero: si lotterà sino alla fine. E così, ormai sembra definitivamente chiaro, sarà.
Giada Piras, neolaureata in mediazione culturale, nonostante la giovane età, ha alle spalle anni di studio della Resistenza: ci facciamo guidare da lei alla scoperta di alcune delle figure più belle tra le donne della Resistenza, per dedicare a loro la Riflessione della giornata di oggi, festa delle Liberazione dal nazifascismo, e per non dimenticare più il loro eroico apporto.
Il 25 aprile, data simbolo di libertà, di speranza, di una fine e di un nuovo inizio per l’Italia, paese all’epoca martoriato dalla guerra. Il 25 aprile, storicamente, non indica la fine “ufficiale” del secondo conflitto mondiale in Italia, bensì, in questa data venne proclamata l’insurrezione armata riguardante la città di Milano che recitava le ormai celebri parole “arrendersi o perire”. N.B (Il proclama che risuona grazie alla voce di Sandro Pertini grazie alla rete radiofonica di “Radio Milano” venne emanato il 19 aprile e diffuso il 25, la città di Milano venne infatti liberata definitivamente tra il 29 e il 30 aprile, data in cui le truppe alleate entrarono in città). D’altra parte, mentre la voce di Sandro Pertini esorta ad un ultimo sforzo i combattenti per la libertà, molte altre voci, abituate alle poche parole o addirittura al silenzio, combattono al pari dei più grandi e valorosi guerrieri. Alcune armate di fucile, di rivoltella, altre di una semplice bicicletta, donne di tutte le età combattono in prima linea per il desiderio di un’Italia migliore. Parliamo di una parte spesso “trascurata” da parte dei libri di storia. Se si pensa al fenomeno della Resistenza il collegamento immediato è quello al partigiano, un coraggioso giovane, armato di fucile e vestito alla “bell’e meglio”, con un vestito però cucito spesso e volentieri da una donna, ricavato da altri abiti, da coperte (addirittura da scarti di paracadute), cuciti minuziosamente in sartorie clandestine da coraggiose madri, mogli, figlie (e non solo), che s’improvvisavano sarte, infermiere, cuoche e davano un rifugio, un nuovo abito (che significa un’altra possibilità di vita durante la guerra) e un pasto ai giovani sbandati in cerca di un riparo durante le giornate più difficili. La prima testimonianza che mi balza in mente è quella di Lia Moretto, signora di Bassano del Grappa che ho avuto il piacere di conoscere durante il periodo di ricerca per la tesi di laurea. La signora Moretto all’epoca aveva 9 anni, ma ricorda benissimo quando la sua mamma ospitava quei “poveri figli” e li vestiva da donna per mandarli a lavorare senza destare alcun sospetto, dando loro alloggio nella soffitta di casa finché le acque non si fossero calmate. Un altro esempio di coraggio tutto al femminile è quello della medaglia d’oro al valor militare Irma Bandiera, donna bolognese simbolo della Resistenza, che dopo l’incarcerazione del fidanzato da parte dei tedeschi, (disperso dopo l’8 settembre a seguito del bombardamento della nave su cui viaggiava insieme agli altri prigionieri), aderì al partito comunista, per poi entrare nella Resistenza grazie alla conoscenza di un altro partigiano (Dino Cipollani, detto “Marco”). Irma venne arrestata il 7 agosto del 1944 insieme ad altri due uomini, a seguito del trasporto di alcune armi alla base della sua brigata e da qui ebbe inizio il suo calvario. Venne separata dagli altri per un interrogatorio che risulterà del tutto inutile, infatti non proferì parola nonostante le torture perpetrate nei suoi confronti (venne seviziata per giorni ed arrivarono persino ad accecarla con una baionetta). Morì il 14 agosto 1944, venne fucilata e il suo corpo martoriato venne abbandonato, esponendolo al pubblico come monito. Irma Bandiera è una delle 19 donne che ottennero la medaglia d’oro al valor militare, venne descritta come “un faro luminoso di tutti i patrioti bolognesi nella guerra di liberazione”.
Eroico fu anche il sacrificio di Filomena Galdieri, donna napoletana uccisa mentre prestava soccorso ad un ferito durante le “quattro giornate di Napoli” (che non furono quattro, poiché la lotta continuò per circa un mese), evento scatenato proprio dalle donne, che assalirono i camion tedeschi svuotandoli dai prigionieri rastrellati dai tedeschi. Ancora, Maddalena Cerasuolo (detta “Lenuccia”), considerata l’ “eroina dell’insurrezione napoletana”, operaia di appena ventitré anni che, insieme a suo padre, riuscì ad impedire ai tedeschi di far saltare il Ponte della Sanità prima della loro ritirata. Le storie di queste due coraggiose donne vengono descritte insieme a tante altre nel libro della scrittrice Benedetta Tobagi “La Resistenza delle donne”, dizionario dell’eroico sacrificio delle partigiane contenente le loro storie. In un mondo in cui la donna è soggetta a continue vessazioni, bisognerebbe ricordare questi atti valorosi, grazie ai quali oggi possiamo gridare a gran voce il nostro pensiero e non dare per scontata la parola “libertà”.
I consultori familiari, istituiti nel 1975 con benemerita iniziativa, ha come scopo, tra gli altri, ‘la somministrazione dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte dalla coppia e dal singolo in ordine alla procreazione responsabile nel rispetto delle convinzioni etiche e dell’integrità fisica degli utenti’. Una definizione precisa, del tutto condivisibile, orientata alla tutela dell’ unico bene veramente fondativo dell’essere umano: la libertà di scelta.
La libertà, intesa in senso politico ed economico come liberalismo e liberismo, è anche nella natura degli schieramenti di centro- destra, che hanno, o dovrebbero avere, come finalità la salvaguardia della libertà delle persone contro ‘l’invadenza’ dello Stato. Si capisce bene, però, come davanti all’ideologia questo atteggiamento di rispetto traballi. In effetti, bisogna avere un amore puro nei confronti del cammino nella storia degli uomini e delle donne verso la dignità per mantenersi equilibrati e non ideologici. Ecco, l’aver insistito tanto sulla maternità tra rosari esposti a favore di telecamera e discorsi di esaltazione in Spagna, fa venire il dubbio che l’ emendamento approvato in commissione Bilancio alla Camera, secondo cui le Regioni possono «avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, anche del coinvolgimento di soggetti del terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità» possa essere un tantino ideologico. Sulla pelle delle donne, come spesso accade, in situazione di fragilità. Tra l’altro – vi invito a verificare- un qualcosa di molto simile è già previsto nella legge istitutiva dei consultori.
Potrebbe essersi, quindi, scatenato un putiferio per niente. O meglio, per qualcosa: l’ideologia, che tutto deforma, fa perdere l’ oggettività e nascere i sospetti. Soprattutto quando il mondo sembra stia andando da un’altra parte, a meno di non guardare come modello all’Ungheria. Personalmente, sono preoccupato per il futuro dell’Italia e mi sarebbe piaciuto avere una famiglia numerosa, ma la bellezza di una famiglia è che nasce nella libertà, non nell’induzione ideologica. In un emendamento, poi, alla legge di Bilancio, tramite il voto di fiducia: mah, un vero paradosso. Lo strumento parlamentare più stringente per un voto sulla massima espressione della libertà personale.
L’essere nati e aver vissuto in occidente dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha ingenerato in noi una inesattezza, un fraintendimento, un falso assioma che corrisponde a un nostro legittimo anelito e desiderio: che la storia sia una linea retta, sempre protesa al miglioramento, sempre spinta e tendente al progresso: economico e sociale, individuale e collettivo.
Non è così, purtroppo. Come già aveva inteso Leopardi – così critico verso le magnifiche sorti e progressive – ma come è facile intuire e capire se si presta un po’ di attenzione a quanto la storia squaderna nei suoi migliaia di anni, longitutidini, latitudini, eventi e istituzioni, la storia è una spirale, che si lancia per poi avvitarsi su se stessa. Questo se noi abbiamo come riferimento il benessere del genere umano e del pianeta, l’evoluzione verso stili di vita democratici, rispettosi dei diritti umani e dell’aspirazione alla felicità di ognuno di noi. Se, invece, pensiamo alla quotidianità come semplice palcoscenico in cui capitano gli eventi, il risultato a cui assistiamo è solo la somma di situazioni e decisioni generate dalla volontà umana.
Qualunque sia il nostro approccio, è un dato di fatto che i fiorentini avessero un tenore di vita migliore sotto Lorenzo il Magnifico che subito all’indomani della seconda guerra mondiale, così come alcune popolazioni dell’Africa o dell’India prima dell’incontro con la colonizzazione europea. Il corso della storia si ripiega su se stessa a spirale quando una cellula del tessuto della società umana – dell’ecosistema – impazzisce e contagia con la sua degenerazione le altre cellule. Mi si perdoni il paragone e il termine forte, ma succede proprio come per un cancro. Questa cellula impazzita dell’ecosistema può essere un’epidemia, una pandemia, una catastrofe naturale, una persona, più persone.
Abbiamo lottato insieme, con solidarietà e con l’aiuto della scienza, contro la pandemia da Covid-19, dimenticandoci troppo presto quello che papa Francesco aveva dichiarato con sofferenza: ‘Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla’. Ora, con uno sgomento ingenuo e angoscioso, innocente e preso alla sprovvista, drammatico e mostruoso, abbiamo assistito a un nuovo manifestarsi di quella cellula impazzita e al suo possibile contagio: e dopo essere stata rappresentata da un evento naturale- ma con cause umane – questa nuova cellula è un uomo, o più uomini.
Parlo di Putin, che ha violato l’integrità territoriale e una sovranità di una terra invadendola e rendendo reali gli incubi bellici, anche nucleari. Parlo di Hamas e Netanyhau, che hanno esacerbato ed estremizzato un tessuto umano potenzialmente già deteriorato. Parlo di tutti coloro che soggiogano i cittadini con regimi autoritari e illiberali e si sporcano di sangue con la guerra.
Ora, tuttavia, vorrei parlare solo di Putin dato che, ieri, Zelensky ha chiesto nuovi aiuti per la contraerea ucraina, che sarebbe in grave difficoltà. Penso che l’occidente dovrebbe continuare ad aiutarlo e penso che l’unica pace possibile in questo drammatico conflitto sia la, cosiddetta, ‘pace giusta’, che sarebbe una pace successiva a un ritiro incondizionato delle truppe russe e al ripristino dell’integrità territoriale ucraina.
Che è stata raggiunta democraticamente. Così come democraticamente – con elezioni libere – è stato eletto il presidente in carica. Così come i movimenti di ‘Euromaidan’ , spontaneamente, e la successiva rivoluzione ucraina, manifestavano il desiderio di unirsi all’Europa.
Ed è proprio questo che ha scatenato la reazione, spropositata, violenta e bagnata di sangue, di Putin. Lo ha detto lui. Lo ha sempre detto, che il nemico da eliminare – o ‘denazificare ‘- era il mostro occidentale. Non ha mai parlato di minacce della Nato, se non di finanziamenti alla rivoluzione: forse lo ha inteso implcitamente ma non lo ha mai esplicitato. Il patriarca Kirill è stato ancora più esplicito, rendendo ideologicamente religiosa l’aggressione. Certo, Putin ha aggiunto la difesa dei russofoni in Crimea , il non riconoscimento del governo post-rivoluzione e il riconoscimento del referendum per l’annessione della Crimea, misconosciuto da ogni organismo internazionale.
Davanti a questo quadro, non posso che rivolgermi alla storia, che si fa quasi cronaca, sperando che non si ripeta in tragedia. Assecondare una prestesa territoriale di una cellula impazzita sarebbe mettere a rischio, con un rischio moltiplicato, tutte le altre. Così come successo con Hitler – capisco il paragone forte ed estremo, ma questo è stato- dopo la conferenza di Monaco del 1938, quando il dittatore tedesco, accontentato in tutto, intese di avere carta bianca. Non solo, a un livello più alto, morale ed etico, si giustificherebbe una violenza, fatto gravissimo. Non imputiamo, forse, oggi, col senno di poi, a Papa Pio XII i silenzi e il non aver preso parte chiaramente contro la Germania nazista? Non riconosciamo il merito e la grandezza di Churchill, De Gaulle e i partigiani nel non essersi arresi al crimine indicibile? Ebbene, lo diciamo col senno di poi, quando è tutto più chiaro e leggibile. Putin è stato al G20, ha seduto al tavolo, ed è stato intimo, di alcuni dei capi di governo europei: non ha disdegnato il mondo che, ora, vuole distruggere. Così come ha distrutto giornalisti, oppositori, la democrazia. Chi garantisce, e sarebbe un errore che la storia non perdonerebbe, che Putin rispetterebbe accordi che gli concedessero nuovi territori? Perché non si pensa che immani sofferenze, in passato, sono state causate dalla cieca volontà di assettati di potere? Mussolini, nel discorso dell’entrata in guerra, invitava a combattere contro ‘le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano’ : ci rendiamo conto delle drammatiche assonanze? Tutti i dittatori parlano allo stesso modo, tutti i cittadini soffrono allo stesso modo. E’ drammatico pensare di doversi difendere e di non volere subito trattative di pace, ingiuste. Ma non lo possiamo fare sulla pelle degli ucraini che sarebbero sotto un regime dittatoriale, con la sovranità violata con l’appoggio di chi non riconosce l’incoscienza di trattare con Putin; sulla pelle del nostro futuro e del nostro passato, dei nostri valori, della nostra democrazia faticosamente conquistata. Piango anche io, quotidianamente, le vittime: ma so che sono vittime di cellule impazzite e che non posso assecondare il contagio, ma lo devo curare.
“La vita non è imparare che passi la tempesta , ma imparare a ballare sotto la pioggia”. Questa frase, attribuita a Mahatma Gandhi, è stata citata spesso negli ultimi tempi. L’ ha ripetuta Roberto Vecchioni, l’ha declamata con la forza dell’amore disperato Gino Cecchetin. Vorrei scusarmi per averlo nominato in un articolo sportivo, e aver ricordato la terribile vicenda di Giulia: ma lo sport può dare, o non dare, tanto, come insegna la recente vicenda di Acerbi. Le sentenze si rispettano, ma tutti ci siamo idealmente inginocchiati, sabato all’ora di pranzo, insieme ai giocatori del Napoli, fianco a fianco a chiunque abbia subito discriminazioni razziali.
Ranieri ha detto un’altra cosa, vicina all’affermazione di Ghandi: e, riportandola, torniamo in ambito strettamente sportivo, di leggerezza non superficiale. Ha detto, in conferenza stampa pre-gara, la fondamentale Cagliari – Verona di Pasquetta, che ‘dobbiamo ballare’, sino alla fine. Proprio ora che il Cagliari si gioca tutto, proprio ora che si affronta, in una gara decisiva, una squadra fisica che, nonostante un mercato invernale da rivoluzione, ha continuato a lottare, proprio ora che si assapora una ritrovata serenità: proprio ora, bisogna ballare sino alla fine. Ballare la bellezza dello sport; e, farlo, è ricordarne anche i valori: Claudio Ranieri, da uomo di valori qual è, infatti, ha precisato che alla, fine di questo ballo, resterà chi merita. Solo lui.
Noi intanto balleremo lunedì davanti al nostro pubblico che, da giorno di festa di calendario quale sarà quello della gara, affollerà lo stadio per l’ennesimo tutto esaurito. Lui, fino alla fine, proverà a dirigere questa orchestra, sapendo di averne in mano le chiavi del successo: ‘Sì, ma solo per l’età e l’esperienza. Insieme a me, però, tutti contribuiscono, col loro meglio, per raggiungere l’esito sperato’.
Per quanto riguarda i giocatori, questi ‘tutti’ significa tutta la rosa che, in attesa della sfida salvezza, si è allenata interamente.
La fatal Verona, la città dell’amore eterno, il tempio della lirica: Verona è tante cose, anche l’avversario per la lotta per la salvezza. Il tempo dà ragione a chi ha scelto lo stadio, anche se lo stadio stesso, a volte, non dà il meglio di sè: dagli spalti non del tutto colmi, infatti, viene violato il minuto di silenzio in commemorazione di Joe Barone.
A bordo campo, la postura di Ranieri è quella del comandante che dispensa una tesa serenità, ossimoro che racchiude l’esperienza e la statura del ‘mister’; in tribuna stampa, alla lettura delle formazioni, sento commentare: ‘Ranieri non si discute’. Questo è lo stato delle cose nei suoi confronti, stato che si è costruito con la sua carriera e col suo stile.
Intanto i rossoblu iniziano a far piovere i loro tipici spioventi dalla difesa, soprattutto sulle fasce, la destra delle quali è territorio di Nandez. Il quale, al 15mo, serve Shomurodov al centro dell’area: la conclusione, però, è smorzata e, debolmente, termina fuori. In precedenza i padroni di casa avevano reclamato un rigore per una caduta in area di Luvumbo sulla sinistra, ma tutto ha taciuto.
La gara, tuttavia, non decolla: il Verona non si fa trovare scoperto sui lanci lunghi del Cagliari ma, contemporaneamente, non riesce a penetrare la retroguardia rossoblu, guidata dal pretoriano Mina, che ha fisico e atteggiamento da fedelissimo veterano del generale, pur essendo l’ultimo arrivato. L’importanza della gara sembra spezzare gambe, fiato e gioco.
Su un improvviso cambio di gioco, però, Noslin riceve palla sulla destra e serve al centro un pallone teso: Bonazzoli sfrutta l’ampio lasciatogli per deviare di tacco e portare in vantaggio l’Hellas. E, così, in un attimo, dal grande nulla alla grande bellezza di un gesto tecnico che sposta l’equilibrio a favore degli scaligeri. E’ il 30mo.
Il Cagliari, però, in tutto questo campionato si è sempre imbattuto in situazioni ostiche, ostacoli, cadute, ammutinamenti nel campo ma se ora è qui a giocarsela, vuol dire che si è sempre rialzato. Così dovrebbe fare nel secondo tempo, perché il primo scivola via lasciando con sè ancora lo stordimento del goal, un po’ di confusione e un po’ di nervosismo. Oltre che un ultimo, innocuo, tiro del Verona.
A inizio ripresa l’esercito sbanda ancora: Lazovic segna, ma oltre la linea di difesa. Bisogna serrare le fila, e il pubblico si fa sentire: lo ha capito. Nel Cagliari è entrato Viola, a cucire il gioco tra centrocampo e attacco, nelle linee centrali, perché la tessitura sulle fasce è l’unica cosa che non è mai mancata: Nandez col tratto marcato, Luvumbu con la fantasia e il colore.
A cavallo del 60mo, solo davanti alla porta, Zappa perde l’attimo del pareggio e, sul contropiede del Verona – ripartenze che l’Hellas sfrutta al meglio -, Scuffet non fa passare il pallone del 2-0. Lo stadio esulta come per un goal ma, i rossoblu, non solo non hanno segnato ma, ad ora, non sono riusciti neanche a tirare in porta.
Al 75mo, nel momento in cui la pressione dei padroni di casa era in continuo aumento di intensità, Sulemana, entrato da pochissimo e posizionato poco fuori l’area, di controbalzo trova l’angolo basso a sinistra e il pareggio. Che dire: goal al primo tiro, che vuol dire cento per cento di percentuale realizzativa.
Negli ultimi dieci minuti si cristallizza la situazione che ha caratterizzato tutta la gara: all’attacco del Cagliari, corrisponde un contrattacco veronese; in uno di questi, Folorunsho sfiora il nuovo vantaggio gialloblu. La tessitura sulla fascia di Luvumbo, invece, porta un tocco di esterno punta, quasi da calcetto, che Montipò, disteso, riesce a respingere. Sono le ultime occasioni di un pareggio giusto, che sa di occasione sciupata: Cagliari e Verona si contenderanno la salvezza sino all’ultima gionata. E che la città dell’amore eterno non sia, per noi, fatale.
di Marco Marini, studioso di storia e geopolitica mediorientale
Questa volta le riflessioni le esprimo in prima persona. Chi mi conosce sa qual è il mio interessamento per tutto ciò che riguarda il Medio e Vicino Oriente. Abbraccia tutti gli aspetti di quelle culture, dalla Religione alla lingua, dalle vicende storiche alla Bibbia, ai viaggi e cosi’ via. Forse un po’ dispersivo, come mi faceva notare un amico. Sarà, ma ho potuto conoscere tante persone che mi hanno insegnato e guidato verso scelte che mi hanno avvicinato ad altre persone. Ho studiato sia la lingua araba che quella ebraica, servite giusto per capire qualche mio interlocutore incontrato in Europa o in Nord Africa oppure in Terra Santa. Chiamatela come volete, Palestina, Terra Santa, Israele. Qui spesso vieni salutato con la parola “PACE” , che in questi anni mi risulta un po’ blasfema. La mia “passione” si è affievolita in questi anni. Ho smesso di entusiasmarmi per i giochi di parole tipici della lingua ebraica, ricca di acronimi o per il fascino che suscitano le parole del Profeta scritte nel Sacro Corano. Perché ho notato che in quei luoghi le storie le sanno raccontare bene. Quando si cerca di studiare la Bibbia, il libro più letto e stampato al mondo, ci accorgiamo che quella cattolica è diversa da quella anglicana o protestante, per non parlare di quella ebraica, tradotta dall’aramaico all’ebraico e da li’ al greco e al latino. Ricordo che un monaco buddista mi spiegò il senso delle parole “carne e sangue” dell’ultima cenai Cristo, un po’ diversa da quella che ho imparato al Catechismo. O alla vocalizzazione univoca del Sacro Corano, cioè la segnatura delle vocali, nella scrittura del testo, mancante normalmente negli scritti in lingua araba; nel sacro testo il significato deve essere unico. Ma l’uomo ha sempre interpretato personalmente questi testi. Perdonate la banalità, ma come affermano certi atei, nel nome di Dio sono stati perpetrati i più efferati delitti contro l’umanità. Nella Bibbia si parla per esempio del Diluvio Universale, si cerca di studiare quando questo sia avvenuto, non è importante ma l’evento è citato in altri testi quali l’epopea di Gilgamesh, che appartiene alla letteratura sumera, divinità o eroe religioso. Possiamo ritenere quindi che il disastro naturale si avvenuto, in quanto citato da altre fonti. Ma per il resto ? Alcuni studiosi europei hanno cercato tracce nella storia ed archeologia di personaggi o fatti citati nel Sacro Libro, ed hanno incontrato qualche difficoltà. Per esempio ci sono più tracce della presenza di Re Davide che non del figlio Salomone. Ricordo che qualche anno fa durante i massacri perpetrati in Algeria, durante la guerra civile degli anni novanta,dove, prima dei macellai dell’ISIS, venivano sterminati interi villaggi, a qualche “rappresentante” dell’AIS (Armata Islamica di Salvezza)e della GIA (Gruppi Islamici Armati), prudentemente rifugiati all’estero, si chiedeva se era giusto sgozzare anche i bambini e questi tranquillamente rispondevano che in qualche modo erano colpevoli. A tal proposito si scopri’ anni dopo la pacificazioni in quella martoriata terra, che alcuni speculatori francesi avevano qualche interesse nella lottizzazione di quei villaggi distrutti ed abbandonati dalla popolazione. Chiesi anch’io ad un amico arabo di trovare nelle sure (capitoli) del Sacro Corano qualche riferimento a questa situazione, chiaramente non la trovò perché non esiste. I bambini, sacri per tutte le religioni, in quanto prosecutori delle tradizioni religiose e non. Sono le principali vittime di questi luoghi. A cominciare dalla cosiddetta “Strage degli Innocenti” perpetrata, secondo il racconto evangelico di Matteo, da Erode il Grande per cercare di uccidere il “Re dei Giudei”. Episodio storico dubbio, non citato da Flavio Giuseppe, fonte principale della storia giudaica. O dell’Angelo della Morte che attraversò l’antico Egitto e che colpi’ i figli degli egiziani a partire dal Faraone perché non permise agli ebrei di lasciare quel paese nonostante la richiesta di Mosè. (da qui’ Pasqua, Pesach in ebraico, che ricoda il passaggio del Mar Rosso da parte del “Popolo Eletto”). Fino ad arrivare alla Shoah, dove le prime vittime furono proprio i bambini. Nel racconto biblico Giacobbe, figlio di Isacco, figlio a sua volta di Abramo e Sara, che prese il nome di Israele, datogli da Dio, (significa lottò con Dio e vinse), poco prima di morire volle incontrare non il figlio ma i nipoti. Questa storia per dare importanza alla progenie, discendenza della stirpe. Oggi osserviamo ancora una volta una strage di innocenti, che non si è mai fermata in questi 76 anni dalla creazione dello Stato di Israele. Dalla ‘ Ma’alot ‘ ,una strage di bambini ebrei nel 1968, a tutti i figli palestinesi uccisi nelle varie guerre svolte senza pietà con un dispiego di mezzi che porta il numero delle vittime recenti dal 7 ottobre dello scorso anno ad un numero totale di morti superiore a quelli degli ultimi vent’anni. Ho già scritto che Israele adotta il principio biblico del restituire il male subito moltiplicandolo per “70 volte 7”. Si pensi che il famoso “occhio per occhio, dente per dente” spesso si risolveva con un indennizzo alla vittima e non necessariamente ad un dannofisico per il colpevole, anzi sembra proprio che questo principio non venisse quasi mai applicato. Un altro amico mi disse che questi popoli , secondo la Bibbia, non troveranno mai la pace se non fino alla distruzione di uno dei due, in questo caso ci si riferisce al popolo ebraico. Troppo profetico ? Non saprei ma questa realtà sembra dargli ragione. Ma dove sono quei movimenti pacifisti che vedevamo in Israele (Pace Ora, Peace Now, Shalon Achav), ora sfilano per le strade di Tel Aviv perché Netanyahu vuole modificare i poteri della Corte Suprema di Israele. Ma per i Palestinesi ? Dove sono i pacifisti ?, perché no gridano a gran voce di applicare la risoluzione degli accordi di Oslo? Perché non permettere la creazione di uno Stato Palestinese credibile, autonomo ed economicamente forte? Perché gli israeliani non lo vogliono e tengono in cattività un intero popolo nella più grande prigione del mondo? Questa situazione ha rinfocolato l’antisemitismo in tutto il mondo, anche se il mondo disattento non si è accorto delle violenze subite tutti i giorni dagli ebrei nel mondo, dalla civile Europa (Francia, Belgio e Germania) al Sud America. Cosa c’entrano gli ebrei a Buenos Aires con i fatti del Vicino Oriente? Forse la risposta la trovo nella mia emeroteca dove un articolo di un settimanale del 1973 cita “La Sinagoga di Roma, retroguardia di Israele”. Ecco questo rappresenta Israele per gli ebrei del mondo, una speranza anche laica, un’ideale, un qualcosa in cui ci si può riconoscere e che ti protegge in ogni parte del mondo. Anche se nella sua storia questo paese ha sbagliato molte volte e che il Mossad, efficiente vero, ma non ha poi protetto gli israeliani e gli ebrei nel mondo, basta vedere quello che è successo il 7 ottobre 2023. O forse il primo ministro israeliano sapeva ed ha taciuto per sbarazzarsi una volta per tutte dei capi militari di Hamas? Questo ce lo dirà la storia in futuro. Personalmente ho molti dubbi sulla risoluzione immediata di un conflitto quasi secolare tra israeliani e palestinesi. Visitando il Tempio a Roma, la nostra guida, una signora ebrea di Roma, ci disse che la Palestina non esisteva al tempo dei romani e che il nome le venne attribuito proprio dagli occupanti. La parola ricorda la Philistina, i filistei, ricordiamo Davide e Golia?. Perché affermare questo ? Alla presentazione di un libro a Cagliari un giornalista israeliano, ma italiano di nascita, rispondendo ad un intervento di un signore molto emozionato, o forse straniero (palestinese?) disse che ormai gli ebrei erano in medi oriente e ci sarebbero restati anche se avessero dovuto bombardare qualche città araba (?!?). Un altro ebreo disse che lui non poteva perdonare il male subito e che solo il Signore poteva farlo, bella assunzione di responsabilità verso gli altri e la Pace. Anche Liliana Segre trova difficile perdonare la Shoah, ma cerca un dialogo col mondo anche avverso a lei. Spero che nessuno mi accusi di antisemitismo, vista la mia conoscenza della Shoah e le mie relazioni sull’argomento svolte in vari incontri. Antisemitismo che è nato col cristianesimo, ricordo. Oggi dopo il 7 ottobre tutto è più difficile, ma la speranza è sempre dietro l’angolo come ci ha dimostrato la Guerra del Kippur del 1973. Israele è stata ridimensionata dalla sua strapotenza del 1967, ed il compianto Presidente egiziano Sadat è volato a Tel Aviv per fare la pace coi suoi vecchi avversari, cosi come fece poi la Giordania, e gli accordi di Camp David e di Oslo fino ai cosdidetti Accordi di Abramo dell’agosto 2020, dove Israele ha normalizzato i rapporti con gli Emirati Arabi Uniti ed Bahrein (ma secondo me oltre agli U.S.A, dietro c’è anche l’Arabia Saudita, perché Israele conduce una guerra sotterranea con l’Iran, tradizionale nemica di Riyad). Speranza che dobbiamo sostenere, con tutte le forze senza pregiudizi e odio verso questi due popoli, nostri fratelli per aspetti comuni più di quanto possa sembrare. E come si salutano gli ebrei durante la loro Pasqua diciamo “L’anno prossimo a Gerusalemme”, un saluto di pace e appunto di speranza. Buona Pasqua !
‘La Riflessione’ continua a incontrare e a dare voce agli studenti, soprattutto quando ciò su cui si parla è la scuola. A riflettere sulla scelta di un istituto superiore del Milanese di chiudere in occasione della fine del Ramadan è Elena, maturanda del Liceo Classico Siotto di Cagliari
Recentemente si è aperto un dibattito sulla scelta di una scuola del Milanese, di aggiungere un giorno di chiusura dell’istituto in occasione della fine del Ramadan. Diverse sono le opinioni in merito: chi crede che sia una scelta azzardata, che va contro la nostra cultura; chi, invece, lo ritiene un modo per ampliare l’inclusione di tutti i ragazzi all’interno dell’ambiente scolastico.
E’ stato detto che questa decisione possa portare avanti la, cosidetta, ‘islamizzazione del Paese’ : probabilmente non è stato compreso da tutti il valore di questa azione. L’inclusione culturale e religiosa all’interno delle istituzioni scolastiche, infatti, dovrebbe essere un obbligo. In tanti Paesi europei tutto ciò accade, purtroppo non nel nostro.
L’Italia sembra portare avanti una mentalità mirata a conservare i vecchi valori della tradizione, non vedendo che ciò non porta beneficio. La scuola dovrebbe essere il primo luogo in cui tutti possono avere le stesse possibilità, anche non condividendo la stessa cultura, tradizione o religione: l’unico obbligo è il rispetto. Il tempo trascorso all’interno della scuola deve essere usato per condividere pensieri, tradizioni, nozioni e momenti comuni: la scuola di Milano ha compreso appieno il modo per farlo.
La scuola italiana si dichiara laica ma, guardando con attenzione, quasi tutte le festività sono legate alla religione cattolica: un giorno in più di vacanza dedicato a una religione differente ha veramente un effetto così influente sulla nostra tradizione?
La Revisione Periodica Universale è un processo in cui il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu esamina ogni Stato su come questo adempie i suoi obblighi ed impegni relativamente ai diritti umani, che si dispiega durante quattro anni. Insieme a Franciscans International, la ONG – con sede all’Onu- dei francescani nel mondo, ‘La Riflessione’ ha messo sotto esame il rispetto del diritto alla salute, e alla vita, in Italia. Con questo lavoro – reso possibile dal contributo di Marta Anastasi e dai dati del ‘Corriere della Sera’- inauguriamo la sezione ‘Approfondimenti’
PREMESSA
L’art. 32 della Costituzione Italiana riconosce il diritto alla salute quale diritto fondamentale di ciascun individuo e della collettività, garantendo la gratuità delle cure agli indigenti. Il diritto alla salute è, pertanto, un diritto individuale inviolabile e assoluto di rilievo per l’intera comunità.
Dalla Costituzione in poi, lo Stato Italiano si è impegnato adottando nel tempo normative specifiche per adempiere il mandato costituzionale. Il 1978, in particolare, segna un passaggio importante in quanto, con la promulagazione della Legge n. 833/1978, viene istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Esso costituisce l’istituzione fondamentale per la garanzia delle diritto universale alla salute in Italia ed è rappresentato dal complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione.
Ad oggi, dopo la riforma del titolo V della Costituzione (art. 117 Cost.), le competenze in materia sanitaria sono state ridisegnate, stabilendo che, a livello centrale, sia lo Stato ad avere la competenza esclusiva per la profilassi internazionale e a determinare i “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti sul territorio nazionale”, mentre, a livello periferico, ciascuna Regione italiana deve assicurare i servizi di assistenza sanitaria e ospedaliera. Dal 2001, pertanto, l’assistenza sanitaria pubblica in Italia si fonda su accordi specifici tra lo Stato e le Regioni. In ambito sanitario, il concetto di livello essenziale delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali è declinato nel concetto di Livello essenziale di assistenza (successivamente: LEA).
I LIVELLI ESSENZIALI DI ASSISTENZA
I Lea costituiscono le prestazioni che lo Stato italiano è tenuto ad assicurare a tutti attraverso il Servizio Sanitario Nazionale. L’elencazione dei Lea è stabilita e aggiornata periodicamente da atti del Governo e comprendono principalmente tre macro-livelli assistenziali:
1) Area prevenzione: servizi volti a garantire il diritto alla salute, inteso non solo come cura delle malattie ma anche come misura di prevenzione dalle stesse a livello collettivo ed individuale;
2) Area distrettuale: servizi socio-sanitari diffusi ovunque nel territorio;
3) Area ospedaliera: servizi di assistenza di pronto soccorso ed ospedaliera.
Le Regioni devono garantire prestazioni dei LEA gratuitamente o attraverso il pagamento di un ticket e, in presenza di fondi aggiuntivi, possono provvedere a garantire anche prestazioni ulteriori. Preme al riguardo segnalare che l’Italia presenta nel suo complesso storiche e stratificate differenze socio-economiche tali da non permettere una uniforme distribuzione delle risorse economiche e, per l’effetto, della uniforme garanzia dei LEA.
L’osservatorio indipendente GIMBE ha monitorato lo stato di adempimento dei LEA su tutto il territorio nazionale rilevando profonde disuguaglianze tra le regioni italiane del nord e del sud:
L’emergenza sanitaria mondiale dovuta alla pandemia da Covid 19 ha poi accentuato queste disuguaglianze con un complessivo discapito per il diritto alla salute dei cittadini di molte zone del paese, specialmente al Sud, dove il livello di spesa procapite per la sanità è in media ben più bassa rispetto al Nord.
Se guardiamo poi ai dati del monitoraggio sui LEA del Ministero della Salute per gli anni 2017-2020 si pone alla nostra evidenza una diretta conseguenzialità tra la spesa sanitaria delle Regioni ed i livelli di efficacia e qualità delle prestazioni fornite.
Quale indicatore degli effetti di questo stato di cose, si segnala, a titolo di esempio, il dato sulla mortalità infantile, rilevato da Istat. Nel 2021, entro il primo anno di vita, ogni 1000 bambini nati vivi, si sono registrati rispettivamente 1,8 decessi in Toscana, 3,9 in Sicilia ed in Calabria 4,1. Il dato dei decessi infantili mette in evidenza per l’appunto come le regioni del sud superano ed in taluni casi, come quest’ultimo che deriva dal raffronto tra Toscana e Calabria, raddoppiano rispetto al nord. Tale circostanza è segno di una riduzione dei presidi socio-sanitari e di prossimità sul territorio fondamentali per sostenere la salute e il benessere materno-infantile.
Nella successiva tabella si rileva come, sempre a titolo esemplificativo, la Calabria, rispetto ai tre parametri dei LEA sulla presenza di servizi di prevenzione, distrettuali/territoriali e ospedaliera sia molto al di sotto della sufficienza. Tale dato non può che avere conseguenze sulla salute generale della popolazione che tra nord e sud differenziare la propria condizione dispetto all’aspettativa di vita e alla necessità di doversi spostare anche molto lontano dalla propria regione per raggiungere cure adeguate (c.d. mobilità sanitaria).
Le criticità più forti, categorizzate in base all’area di osservazione specifica per i LEA e la cui soluzione potrebbe consentire un miglioramento della condizione esposta sono:
1) AREA PREVENZIONE: carenza strutturale di personale che diventa cronica nel sud- italia
Secondo un’analisi fornita dal principale quotidiano italiano, ‘Il Corriere della Sera’, dal 2015 al 2022, in Italia, si sono persi 15.000 figure professionali mediche, a causa del mancato ‘tourn over’ e dell’adeguata sostituzione di personale pensionato. I nuovi laureati, inoltre, preferiscono specializzazioni più appetibili dal punto di vista della libera professione e presidi sanitari più prestigiosi, localizzati nelle grandi città. Un’ulteriore criticità riguarda i tempi di attesa per le visite specialistiche che, in teoria, dovrebbero essere regolati rigidamente per garantire tempi certi di prestazione. Secondo il Corriere della Sera di novembre 2023 ‘ I tempi di attesa, infatti, monitorati dalle Regioni prendono in considerazione il numero di giorni che trascorrono dalla chiamata del paziente al call center (Cup) per prenotare alla data dell’appuntamento. Se però gli rispondono che in quel momento non c’è posto e lo invitano a ritelefonare dopo una settimana o due, la data che farà fede è quella della seconda chiamata, nella quale l’operatore fisserà effettivamente l’appuntamento. Della prima richiesta del paziente non resta traccia, anche se in realtà la sua attesa è iniziata da allora. In questo modo però tutti i tempi di prenotazione risultano più brevi. La prova che il meccanismo è diffuso la troviamo nei dati di Agenas che contano, e per la prima volta, quanto tempo trascorre da quando io ho in mano la ricetta del medico a quando telefono al Cup per prendere l’appuntamento. Solo il 18% lo fa il giorno stesso o il giorno dopo, se deve fare l’esame in 72 ore; il 41% se deve farlo in 10 giorni; il 51% se deve farlo entro 60. É paradossale: prima devo avere un esame o una visita, più tardi chiamo. Non può succedere davvero così. È ragionevole pensare che io la telefonata al Cup la faccio subito, ma solo al 18% viene dato l’appuntamento, e infatti ne rimane traccia. A tutti gli altri viene detto di richiamare perché non c’è posto. Se ne deduce che di quell’82% una parte non farà la visita nei tempi previsti, e un’altra parte si rivolgerà alla Sanità a pagamento. L’Osservatorio sui consumi privati in Sanità (Cergas-Bocconi) stima che su 100 esami 21 sono a pagamento; e 41 su 100 visite mediche. L’altro problema è che i dati comunicati dalle Regioni si riferiscono solo alle telefonate fatte al call center che, nella realtà, spesso intercetta solo una parte delle richieste (non quelle, per esempio, fatte agli sportelli). Ciò emerge andando a vedere il numero di prenotazioni fatte per mille abitanti: è realistico che nell’Asl di Roma 1 e Rieti nella settimana tra il 22 e il 26 maggio solo 30 pazienti abbiano avuto bisogno di prenotare una Tac entro 10 giorni oppure che nell’Asl di Oristano solo 2 avessero bisogno di una risonanza magnetica sempre entro 10 giorni? Lo stesso vale per le visite: possibile che in tutto il Piemonte solo in 376 abbiano bisogno di una visita cardiologica? In Emilia-Romagna, che può essere considerata una Regione benchmark le prenotazioni sono intorno a 1 per 1.000 abitanti. Dove ci sono percentuali inferiori vuol dire che i dati non intercettano le vere richieste dei cittadini. E quindi come si risolve questa piaga se i direttori generali mascherano la realtà?’
Le scelte dei cittadini
2) AREA DISTRETTUALE: chiusura dei presidi sanitari più piccoli nelle zone interne del paese
Nelle zone disagiate di tutta la penisola, ma soprattutto al Sud, il diritto alla salute viene messo in discussione dalla chiusura di piccoli presidi sanitari sul territorio. Occorre stabilire politiche in grado di garantire presidi sul territorio più prossimi alle persone, specialmente con riguardo alla popolazione anziana ed ai bambini. Nello specifico occorre conciliare, da un lato, l’esigenza di prossimità delle cure e della prevenzione per la popolazione e, da altro lato, la garanzia di standard adeguati di qualità e sicurezza. Tale aspetto si lega alla scarsità di medici nelle zone c.d. disagiate dove i concorsi vanno per lo più deserti. Tale fenomeno ha una valenza nazionale e vede coinvolto non solo, benché in prevalenza, il sud e le isole ma anche città come Venezia, reputata sede disagiata, o le zone sismiche del paese.
Emblematico il caso della Sardegna; così ha denunciato, nel novembre 2021, Gino Cadeddu, Rsu dell’Ats Sardegna: «La situazione è disastrosa –, la struttura della Regione che gestisce il sistema sanitario nell’isola -. Visite agli esterni, negli ospedali non se ne possono fare. Tutto è delegato al privato che però non riesce a sopperire a tutte le richieste. E come se non bastasse stanno andando in pensione molti specialisti e manca il personale. Abbiamo liste d’attesa di almeno tre mesi per interventi che non siano d’urgenza».
A essere colpite sono soprattutto le zone più povere e più isolate. Nel Nuorese e in Ogliastra mancano persino i medici di base. Il sindaco di Ussassai, comune di cinquecento abitanti, ha chiesto aiuto a Emergency. Anche l’ospedale San Francesco, a Nuoro, è fortemente ridimensionato. Tutti i reparti funzionavano benissimo e alcuni, come la cardiologia, erano strutture di eccellenza. Poi sono arrivati i tagli e ora alcuni reparti quasi non esistono più, come oculistica e geriatria. I medici trasferiti in altri ospedali non vengono sostituiti. A Oristano molti reparti dell’ospedale San Martino sono in difficoltà per mancanza di personale e in provincia rischiano la chiusura gli ospedali di Isili, Ghilarza e Muravera>>.
3) AREA OSPEDALIERA: mancanza di medici di base e di infermieri a fronte di un numero di medici e di risorse spese non in linea con la media Ocse.
I divari territoriali sono, così, aumentati in un contesto di generalizzata debolezza del Sistema Sanitario che, nel confronto europeo, risulta sottodimensionato per stanziamento di risorse pubbliche (6,6 % del Pil contro il 9 di Germania e Francia), a fronte di un contributo privato comparativamente elevato (24%, il doppio di Francia e Germania). Il numero di medici per abitante, invece, risulta in linea con la media europea, ma specializzato, principalmente, in settori come medicina estetica, dermatologia, oculistica, più gratificanti dal punto di vista economico.
Le principali conseguenze di tutto questo sono:
1) povertà sanitaria
Una rilevante condizione di povertà sanitaria in cui cinque regioni del Sud risultano inadempienti dal punto di vista dei Lea (livelli essenziali di assistenza) con la conseguenza che 1,6 milioni di famiglie italiane risultano in povertà sanitaria e di cui 700 mila al Sud. Proprio al Sud, la speranza di vita è minore di 1,5 anni, in un contesto indicato come l’area del Paese con le peggiori condizioni di salute e dove la prevenzione viene praticata in una percentuale sensibilmente minore rispetto al resto d’Italia.
2) mobilità sanitaria
La fuga dal Sud per ricevere assistenza in strutture sanitarie del Centro e del Nord, soprattutto per le patologie più gravi, tende, così, ad aumentare esponenzialmente. Nel 2022 dei 629 mila migranti sanitari, il 44 % era residente in una regione del Mezzogiorno. Il 22% dei malati oncologici del Sud, poi, si è spostato, per ricevere le cure, verso il Centro e il Settentrione.
3) maggiore mortalità nel sud italia per malattie oncologiche.
Quanto appena descritto, va analizzato insieme al dato sul tasso di mortalità oncologica al Sud, pari al 9,6 per 10 mila abitanti, rispetto all’8 del Nord.
RICHIESTE ALLO STATO ITALIANO
Allineamento rispetto alla media Ocse della spesa sanitaria
Incentivare la presenza di medici nelle zone perferiche e/o svantaggiate
Portare a compimento quanto previsto dal Pnrr
Attenzione alla autonomia differenziata (Svimez-Sole 24 ore)
Al fine di tutelare il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione e reso effettivo dalla creazione del Servizio Sanitario Nazionale, risulta innanzitutto imprescindibile aumentare la spesa sanitaria, allineandola alla media Ocse. Ciò fatto, si dovrebbe incentivare la presenza di personale medico in zone periferiche e disagiate, garantendone la presenza mirata con gratificazioni retributive che, comunque, dovrebbero riguardare tutto il reparto sanitario. Questa capillare presenza di strutture sanitarie, risulta uno dei punti del PNNR – tramite le Case della Comunità e le Case della Salute – ridimensionato rispetto al piano originario. Visti i dati elencati precedentemente, sarebbe necessario, al contrario, uno sforzo per fornire, il più possibile e in maniera omogenea, tutto il territorio italiano di presidi sanitari, secondo quanto insegna anche il drammatico periodo della pandemia da Covid -19.
Da questo punto di vista, non si possono negare i rischi della ‘autonomia differenziata’ la quale sembra aver la potenzialità di favorire le regioni più ricche le quali, avendo maggior forza attrattiva per il personale e maggior risorse finanziarie, possono da subito garantire maggiori prestazioni e, quindi, richiedere maggiori fondi, secondo una spirale che potrebbe escludere le regioni più disagiate.
E’, invece, compito della Repubblica evitare questa stortura e garantire il diritto alla Salute, e quindi alla vita, in ogni sua zona e intervenire per proteggere i più deboli laddove, come al Sud, questo diritto viene, indubbiamente, messo in crisi, se non negato totalmente.