‘ Esistiamo solo insieme’: il lascito di Peppino Marotto, il poeta della comunità, morto solo e senza giustizia 15 anni fa

di Daniele Madau

Sardegna e Sicilia, le isole più grandi del Mediterraneo, così diverse, con, in apparenza, pochissime caratteristiche in comune: il mare bellissimo, il presidente Mattarella che sceglie Alghero per il riposo estivo, il collegio unico per le elezioni europee- speriamo ancora per poco- la presenza spagnola, l’ idea di ‘isolitudine’ di Bufalino – appropriata per i grandi autori sardi- una certa tensione morale dei loro pensatori. E la morte solitaria di alcuni dei loro uomini migliori. In estate in Sicilia, in dicembre, a Natale, in Sardegna: il 24 dicembre 1998 Don Muntoni, il 29 dicembre 2007, quindici anni fa, Peppino Marotto. Entrambi a Orgosolo. Entrambi senza colpevoli. Orgosolo, ‘vituperio delle genti’, per citare chi non ha mai compreso la Sardegna, Dante. Orgosolo: ammantata di bellissimi murales, cuore di tenebra e primizia di un futuro di comunità come comunione di bene che ancora si porta sulla pelle la lettera scarlatta dell’ omertà che protegge gli assassini. Peppino Marotto era emigrato in Lombardia e aveva avvertito la differenza tra l’essere comunità e no: ‘A Orgosolo c’ è sempre una luce accesa per te, e sai tutto della vita dietro quella luce. Qui potresti crepare che nessuno si accorge di te.’ Questo concetto, diventato teoria generale e scelta di vita, lo ha poi chiarito nella bellissima espressione ‘esistiamo solo insieme.’ E’ stato proprio vero. La sua vita era in mano alla sua comunità, che ne ha deciso anche la morte, con spietatezza. Vero martire, cioè testimone, ha lottato con le parole a Pratobello, affermando che quella è stata vera balentia, la lotta pacifica, arduo ossimoro. È stato a disposizione di tutti come sindacalista; sino all’ ultimo, ottantenne, ha cercato di educare alla modernità, con i suoi versi, la sua comunità, cercando di setacciare il bene e buttare il male del passato. È stato ucciso in maniera vigliacca alle spalle, alla faccia di un millantato coraggio atavico barbaricino da cartolina turistica. Per vendetta? Quale vendetta? E se anche fosse, tutti si dimenticano che il primo articolo del codice barbaricino afferma che ci si può rinunciare alla vendetta ‘per un superiore valore morale’ . Ma questo valore morale era di Peppino, mentre i suoi uccisori hanno sporcato la pietas, la reverenza sarda per i saggi, gli anziani, i vati.

La scena finale di ‘ Alla luce del sole’ , film su Don Pino Puglisi, vedeva Don Pino morire solo, disteso per strada, in pieno pomeriggio d’estate, mentre tutt’ intorno Palermo, il quartiere Brancaccio, lo ignorava, tra chiusura delle imposte dietro le quali si scorgevano fuggevoli figure e ragazzi in motorino che passavano a fianco . Orgosolo, la mattina del 29 dicembre 2007, la immagino così, anche se si dice che la Sardegna non abbia conosciuto la mafia. Ma, in questo, i complici dei malviventi di Sicilia e Sardegna, alla fine, non sono stati così diversi. Infatti l’ omertà cos’è? La connivenza cos’è? Esistono, e sono esistite, tante tipologie di silenzio in Sardegna: quello santo di fra Nicola – frate silenzio-, quello dei nostri infiniti spazi incontaminati, quello della ritrosia caratteriale sarda, che ci viene riconosciuta come peculiare, pronta a trasformarsi in amicizia incondizionata, laddove si conquisti la nostra fiducia. E quello dell’ omertà comunitaria, che protegge gli assassini. Nel femminicidio di Dina Dore almeno una lettera anonima aveva squarciato il velo vile della comunità di Gavoi. Peppino Marotto aspetta ancora quella voce anonima, quell’ oralita’ che lui ha trasformato in poesia, sulla scia della nostra tradizione dei cantadores. Custa sì che è balentia sarebbe il suo commento alla sua giustizia.

‘Giulietta e Romeo’ riletta da Monteverdi a Cagliari: la passione giovanile nel degrado postbellico. Incontro con la regina del Balletto di Roma, Carola Puddu

di Daniele Madau

E’ di nuovo in scena, da ottobre, ‘Giulietta e Romeo’, un classico firmato dal coreografo e regista Fabrizio Monteverde, su musiche di Prokofiev. Approdato a Cagliari per quattro repliche da tutto esaurito, con 350 recite e 200.000 spettatori è oggi lo spettacolo di danza italiano più applaudito di sempre.

Cagliari diventa un luogo simbolico, per la presenza della protagonista Carola Puddu che, alla fine dello spettacolo, mostra la bandiera dei quattro mori, in un tripudio di affetto. La vita di Carola è esemplare: inizia la danza all’età di 4 anni a Cagliari, all’età di 9 anni si trasferisce in Francia entrando nella scuola di danza del Balletto dell’Opera di Parigi (École de danse du Ballet de l’Opera de Paris), dove farà tutti gli anni di studio fino a diplomarsi nel 2018. Nel 2019 si trasferisce a Toronto ed entra a far parte del Professional Training Program con il Canada’s National Ballet School, dove, dopo la riabilitazione da un grave infortunio, danza in alcune delle produzioni del coreografo spagnolo Roman Oller, tra cui “Romeo e Giulietta”. Nel 2021 entra nella classe della scuola di “Amici di Maria De Filippi”. Allieva della maestra Alessandra Celentano, alla sua uscita dal programma Carola viene chiamata a far parte dell’organico del Balletto di Roma, sino a ricoprire il prestigioso ruolo di Giulietta in “Giulietta e Romeo” .

Inizia lo spettacolo, sul palcoscenico una scenografia buia – la Verona degli amanti infelici di William Shakespeare è diventata un Sud postbellico cupo e polveroso, alle soglie di una rivoluzione: un muro decrepito, con porte che non si aprono, una scala a pioli con ballerini appesi e Giulietta che si cala dal balcone. Le madri, Capuleti e Montecchi, dei due protagonisti, sono in sedia rotelle: una grintosa, l’altra superficiale, si frappongono all’amore dei due giovani.

Nell’ originale riscrittura drammaturgica , descritta come ‘narrazione essenziale ma appassionata, lirica e crudele, che come il cerchio della vita continuamente risorge dal proprio finale all’alba di un nuovo sentimento d’amore’, il corpo di ballo è capace di trasmettere emozioni, con i loro movimenti morbidi e sinuosi, sintesi di classico e moderno.

Regina di questo di questo corpo di ballo è Carola, che incontro in una pausa dalle prove, in tutta la sua giovinezza e disponibilità.

Carola, hai provato una sensazione particolare in queste date di Cagliari, da ‘regina in patria’ ?

Ho ricevuto tanto affetto dovunque, ma, chiaramente, le emozioni provate a Cagliari sono state diverse, pensando anche al premio ricevuto dal sindaco Truzzu come “giovane talento della danza e straordinaria interprete dei valori della nostra terra”. Io ricevo lettere, regali ovunque: addirittura c’è chi si confida con me, dato che incontro gli spettatori dopo ogni spettacolo.

Essere un esempio: prevale più il senso di responsabilità o il piacere?

E’ una cosa bellissima. Nel mondo della danza ci sono tante persone come me. Chiunque scelga di coltivare la propria passione, chiunque metta impegno e creda nel trasformare la propria passione in un mestiere è un esempio. E’ pieno, nelle accademie, di persone così. In Sardegna è un po’ più raro, perché non ci sono accademie. Quella che sono io è frutto di un lavoro che anche altre persone perseguono. Il mio successo è legato anche alla televisione: anche lì, tuttavia, c’è stato un percorso di lavoro, di sacrificio, di impegno duro e rigido. Sono stata circondata anche da professionisti che hanno intravisto il mio potenziale, e hanno voluto il mio bene. Come anche i miei genitori.

In Italia abbiamo visto denunce da parte di ginnaste per metodi di insegnamenti duri, quasi violenti, per cercare la perfezione: tu hai conosciuto questo mondo?

Sì, ho saputo di certi comportamenti, che credo siano presenti dappertutto. Esistono, anche, persone che vogliono il tuo bene, che si riconoscono: il loro essere duri è finalizzato al tuo bene. Gli altri sono più, oserei dire, ballerini mancati e, quindi, frustrati.

Stai interpretando ‘Giulietta e Romeo’, il più grande classico di tutti i tempi: condividi la rilettura del regista?

Sì, la condivido pienamente e, tra le altre cose, vorrei sottolineare la grande importanza che viene data alle donne, le vere protagoniste del balletto.

Ci racconti come è stata una tua, tipica, giornata in accademia: molto dura?

In Canada, più che in Francia, un po’ sì: otto ore di allenamento quotidiano, divise in mattina e pomeriggio

Cosa provi mentre balli? Il ballo è qualcosa di sacro o mistico?

A volte questa sensazione capita, ma non sempre: accade quando l’energia che sento nel mio corpo si sposa con la coreografia del ballo e con il compagno di danza. Nella prima pomeridiana di Cagliari, però, a esempio, non è successo, perché ero concentrata su altro, come prendere le misure al palcoscenico.

Cosa sarebbe stata Carola se non fosse stata una ballerina?

Di sicuro avrei avuto un mestiere attinente alle lingue: le adoro, e ne parlo quattro

Lo sport come strumento di autenticità

di Mauro Dessì

Dai campi in terra battuta di un piccolo paese nell’oristanese ai lussuosi stadi del Quatar: e, in mezzo, i trionfi mondiali e le meravigliose esperienze con la nazionale di basket di atleti con la sindrome di Down. Mauro Dessì ci guida, nella sua riflessione, nello sport come modo privilegiato per dare il meglio di sé

Ho giocato a calcio per oltre trent’anni. Ho iniziato che ero bambino e il mio sogno non era tanto quello di giocare in serie A quanto di indossare, un giorno, la maglia rossonera del mio paese nella squadra che, tra i dilettanti, difendeva l’onore della mia piccola comunità di 1500 abitanti, Villaurbana. Ho realizzato quel sogno e sebbene non mi abbia dato fama e successo, mi ha regalato tanti momenti da protagonista. Niente soldi, niente visibilità, solo il gusto, a volte dolce, a volte amaro, di tornare a casa, la domenica sera, soddisfatto e gratificato da una giornata di vero sport.

In questi giorni in cui, finalmente in chiaro, assisto in TV ai mondiali di calcio in Qatar, un po’ mi tornano in mente le mie partite in terra battuta. E guardo ammirato quei prati verdeggianti in cui i campioni del football mondiale stanno gareggiando per conquistare il titolo più ambito per un calciatore. Credo che in ognuno di quei campioni ci sia stato il sogno, da bambino, di arrivare a una competizione come questa. Chissà quali emozioni, chissà quali ricordi del proprio passato nello scendere in campo. In un certo senso, credo che il loro sia calcio vero, né più né meno di quello che, per tanti anni, ho praticato anche io. Ma è difficile slegare questa competizione mondiale da tutto il contorno che ha accompagnato e sta accompagnando l’evento qatariota. Le polemiche per un’assegnazione politicamente poco limpida; gli stadi lussuosissimi che sono costati la vita di migliaia di persone; i costi esorbitanti per assistere alle gare; le restrizioni imposte dal Governo per limitare al massimo che l’occidentalità prenda piede nel piccolo stato del Medio Oriente. Non sono mai mancate le questioni sociali nelle competizioni iridate di qualsiasi disciplina, questo la storia ce lo ricorda, però ogni anno che passa i campionati del mondo diventano una cassa di risonanza notevole di
fatti e avvenimenti che con lo sport non hanno niente a che fare. Anzi… proprio perché
allo sport non appartengono, è messa in dubbio l’autenticità delle azioni sportive stesse. Il mondo ha bisogno di credibilità e autenticità e lo sport può esserne uno strumento
prezioso di promozione e diffusione. A patto però che, come in questo caso, siano presi a
calci solo i palloni e non i diritti dell’uomo.

Nella mia esperienza sportiva non posso che essere grato del fatto che, dal 2005, ho avuto la possibilità di allenare, a Oristano, una squadra di pallacanestro composta tutta da atleti con la sindrome di Down. Un gruppo di atleti incredibili, di atleti veri, che hanno sempre dato tutto senza mai risparmiarsi, senza filtri e senza maschere. Campioni autentici. Grazie a loro sono arrivato nello staff tecnico della nazionale italiana e, per due anni, anche io ho vissuto il mio mondiale. Esperienze fantastiche, emozionanti, con addosso la maglia azzurra dell’Italia. Bellissimo salire sul podio, per due volte, da campioni del mondo. Tanto bello quanto difficile da descrivere e
raccontare. Ma al di là del successo ottenuto, credo che la bellezza di quegli eventi
internazionali fosse nell’autenticità della competizione. Niente di politico, niente
montepremi in denaro, niente ricerca ossessiva della vittoria a tutti i costi. Sport vero,
campioni veri. Atleti che nella vita sono spesso relegati ai margini perché alla vita si pensa possano dare poco. Presi a calci, in senso figurato, nella loro dignità e nei loro diritti.
Eppure tanto determinati quanto atleticamente preparati; tanto coraggiosi quanto
desiderosi di dire la propria a un mondo che fatica ad accogliere chi è fragile, chi è debole, chi è povero, chi non produce. Anche in Qatar ci sarà una squadra vincitrice. Speriamo in maniera pulita e senza favoreggiamenti di nessun tipo. Ma ce ne saranno altre 31 che saranno dimenticate, qualcuna anche probabilmente derisa, perché non hanno vinto niente. Senza pensare che dietro quegli insuccessi ci sono persone che hanno, invece, dato tutto per arrivare a realizzare il sogno di giocare per la Coppa del Mondo. Sono queste le conquiste che contano, quelle essenziali, autentiche. Gli atleti con la sindrome di Down ce lo insegnano: esserci è già una grande vittoria! Dare il meglio di sé è il modo migliore per essere campioni nello sport e campioni nella vita.

Lo splendore e la miseria della vita e del calcio nei mondiali del Qatar

di Daniele Madau

Sono i giorni dei mondiali di calcio in Qatar, durante i quali gli appassionati avvertono il dissidio causato dal piacere nel vedere le partite e, contemporaneamente, dall’amarezza -se non l’aperta ribellione – nel pensare a quanto siano costati in termini di vite umane e violazioni di diritti. Non dovremmo pretendere da noi prese di posizione definitive ma una riflessione, come sempre in questo sito: questa volta guidati da maestri come Brera, Galeano, Soriano. Con loro scopriremo come Maradona “giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto” con una successione di verbi – ne son certo – tratta da Manzoni e Napoleone “cadde, risorse e giacque”. La riflessione di oggi è interamente tratta dal sito “Storie di calcio”: la consiglio a tutti gli appassionati, del calcio e della letteratura.

“Il calcio è straordinario proprio perchè non è mai fatto di sole pedate. Chi ne delira va compreso, non compatito; e va magari invidiato. Il calcio è davvero il gioco più bello del mondo per noi che abbiamo giocato, giochiamo e vediamo giocare” (Gianni Brera)

Il calcio per sognare. Il calcio come arte, religione e bellezza. Il calcio come linguaggio comune, modo per riconoscersi e ritrovarsi. Il calcio, figlio del popolo, che non deve cedere alle lusinghe dei potenti, di chi vuole trasformarlo in strumento per produrre denaro, uccidendo la fantasia e l’innocenza.

Eduardo Galeano, grande scrittore uruguayano, tifoso appassionato e calciatore mancato («Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese»), ci guida, con il suo «Splendori e miserie del gioco del calcio» (Sperling & Kupfer), nel mondo magico del football.

Con un’avvertenza: non fidatevi dell’enfasi retorica intorno al pallone, non fidatevi dei dittatori quando vi vogliono illustrare, con la complicità di un Mundial, il finto benessere del loro paese.Galeano cita la Coppa del mondo in Argentina nel 1978, nel tempo triste e crudele di Videla, dei desaparecidos, delle mamme di piazza di Maggio: «Parteciparono dieci paesi europei, quattro americani, Iran e Tunisia. Il Papa inviò la sua benedizione. Al suono di un amarcia militare, il generale Videla decorò Havelange durante la cerimonia di inaugurazione nello stadio Monumental di Buenos Aires. A pochi passi da lì era in pieno funzionamento la Auschwitz argentina, il centro di tortura e di sterminio della Scuola di meccanica dell’esercito. E alcuni chilometri più in là, gli aerei lanciavano i prigionieri vivi in fondo al mare».

Il Sudamerica è il continente delle laceranti contraddizioni: bene e male, miseria e nobiltà, oro e fango, tutto e niente. Dove il football, per davvero, diventa metafora della vita: sentimenti e ribellioni si celano dietro un dribbling, un gol, un gesto estetico. I grandi scrittori sudamericani hanno spesso utilizzato il pallone per raccontare i disagi del quotidiano, per denunciare le malefatte di politici e militari senza scrupoli, per mettere a nudo, con malinconica ironia, il malessere della società.

Maestro, in tal senso, è stato il sempre più compianto Osvaldo Soriano. L’autore di «Triste solitario y final», giocatore di buon livello in Patagonia («Quando ero adolescente, l’unica cosa che mi interessava era giocare a calcio. Nessuno mi disse mai che avrei potuto essere un buon giocatore, ma i miei compagni di squadra confidavano nella mia indole di goleador»), ha criticato l’Argentina del potere militare facendo scendere in campo i suoi improbabili, straordinari assi, sottili fustigatori del regime grazie a un calcio di rigore, a un match impossibile. Come dimenticare, ad esempio, la partita Argentina-Inghilterra a Puerto Argentino all’epoca della guerra delle Malvinas, oppure il figlio di Butch Cassidy arbitro di un match tra comunisti e socialisti nella Terra del Fuoco?

Il calcio, dunque, è in grado di diventare simbolo della giustizia, mezzo per esprimere il disagio di vivere, per condannare la violenza e l’oppressione. Gli scrittori sudamericani si sono impossessati, con letteraria abilità, del pallone. «Perché – avverte il brasiliano Edilberto Coutinho – lo scrittore scrive sempre delle sue passioni. E l’uso che in certi casi le dittature fanno del calcio non invalida il gioco, la forza magica della sua bellezza e della sua emozione, che continuano a prevalere. Perché il calcio, come la letteratura, se ben praticato, è forza di popolo. I dittatori passano. Passeranno sempre. Ma un gol di Garrincha è un momento eterno».

Eduardo Galeano raccoglie tutte queste denunce, tutti questi concetti in «Splendori e miserie», muovendosi su due piani narrativi: da una parte, il pallone come mistero agonistico e galleria di assi; dall’altra, il pallone come fenomeno culturale e sociale, come territorio ambito dai potenti per le loro ciniche scorribande politiche e finanziarie. Lo scrittore effettua una sintesi perfetta dei varimondifin dalle prime pagine, ipotizzando la possibilità di una salvezza: «La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. A mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare. In questo mondo di fine secolo, il calcio professionistico condanna ciò che è inutile, ed è inutile ciò che non rende. E a nessuno porta guadagno quella follia che rende l’uomo bambino per un attimo, lo fa giocare come gioca il bambino con il palloncino o come gioca il gatto col gomitolo di lana. Il gioco si è trasformato in spettacolo, con molti protagonisti e pochi spettatori, calcio da guardare, e lo spettacolo si è trasformato in uno degli affari più lucrosi del mondo, che non si organizza per giocare ma per impedire che si giochi. La tecnocrazia dello sport professionistico ha imposto un calcio dipura velocità e forza, che rinuncia all’allegria, che atrofizza la fantasia e proibisce il coraggio. Per fortuna appare ancora sui campi di gioco, sia pure molto di rado, qualche sfacciato con la faccia sporca che esce dallo spartito e commette lo sproposito di mettere a sedere tutta la squadra avversaria, l’arbitro e il pubblico delle tribune, per il puro piacere del corpo che si lancia contro l’avventura proibita della libertà».

E ce ne sono, di sfacciati con la faccia sporca, di campioni senza età e senza tempo, nel libro di Galeano: come Artur Friedenreich (uno degli idoli di Jorge Amado) o come lo stesso Diego Armando Maradona che «giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto». Ma la grandezza dello scrittore uruguagio sta nel fatto di schierare, in un ideale campo che è poi la vita, personaggi così diversi tra loro, ma uniti da quel filo conduttore che è ilpallone: Salvador Allende e Humphrey Bogart, Roberto Baggio e Henry Kissinger, Pier Paolo Pasolini e Marilyn Monroe, Karl Marx e Benito Mussolini, René Higuita e Adolf Hitler.E al termine del match, resta il calcio, mistero senza fine bello. Come ci indica Galeano: «Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia».

Se si vuole sognare, bisogna farlo fino in fondo

di Alice Porcu

La riflessione di oggi è tutta dedicata al futuro e a come costruirlo al meglio: sui sogni dei ragazzi. Questa è la storia di Alice, dalla Sardegna a Londra, con la speranza che l’Italia, certi sogni, li sappia coltivare ed esaudire.

“Ma quindi hai già qualche idea su cosa fare nel tuo futuro?”
Non saprei dire con certezza quante volte mi è stata fatta questa domanda, e allo stesso modo non saprei nemmeno dire quante risposte ho dato che, ripensandoci ora, erano davvero assurde.
Durante la vita siamo chiamati a compiere delle scelte che influiranno nel percorso della nostra vita in modo più o meno importante; una di queste, nonché una delle più temute da tutti i giovani studenti, è il percorso successivo alla maturità. Cosa fare dopo il liceo? Quale lavoro mi piacerebbe fare? Quale corso soddisferebbe maggiormente le mie aspirazioni?
Queste sono solo alcune delle domande che affollavano la mia mente prima di prendere la mia decisione, ma che sono sicura siano sopraggiunte a tutti gli studenti che mi hanno preceduto e persisteranno anche per coloro che vivranno in un avvenire molto lontano. In fondo, fa parte della natura umana porsi delle domande su cosa ci aspetterà nel futuro. Magari non tutti tendono a fare piani a lungo termine, ma vi sarà capitato sicuramente di chiedervi cosa mangerete nel prossimo pasto (almeno, io sono appassionata al cibo, quindi mi succede un sacco di volte).
Ebbene, come accade spesso nella vita, nessuna di queste domande mi ha condotto dove sono ora. Sarebbe un azzardo dire che il caso mi ha portato qui, tuttavia una buona dose di fortuna è sempre necessaria anche alle persone più caparbie.
Ma innanzitutto vorrei presentarmi: mi chiamo Alice, ho diciannove anni, e in questo momento mi trovo nel cuore di Londra, questa grande città vibrante, piena di colori e rumori, per studiare nell’università dei miei sogni: la LSE – London School of Economics and Political Science.
Se tornassi indietro nel tempo e dicessi alla Alice di un anno fa che tra un anno si sarebbe trovata qui, probabilmente quella versione di me si farebbe un bel po’ di grasse risate. Insomma, sono qui da ormai due mesi ma tutto quello che è successo mi sembra ancora incredibile, come se stessi vivendo in una fiaba o in un sogno.
La verità è che nonostante la famigerata domanda sul futuro inizi a essere posta sin da quando si è piccoli, niente può preparare al momento vero e proprio in cui si è chiamati a prendere quella decisione. Infatti, nonostante sia una persona a cui piace fare piani a lungo termine, persino io non sono riuscita a decidere con largo anticipo cosa avrei voluto fare, perché un anno fa non ero affatto decisa su cosa sarebbe stato del mio futuro. Anzi, oserei dire che non avevo proprio alcuna certezza. Quando mi veniva chiesto cosa volessi fare mi sentivo come se fossi stata a bordo di una nave non equipaggiata in balìa alla tempesta. Sono una persona a cui piace tenersi
tutte le opzioni aperte e valutarle bene prima di prendere una decisione, perché una volta presa difficilmente cambio idea. Sin da piccola immaginavo come un sogno lontano e irraggiungibile di andare a studiare all’estero, confrontarmi con persone molto diverse da me, mettere alla prova i miei limiti. Mi ha sempre stuzzicato l’idea di fare questo “passo avanti”; ma quando ci si trova sul punto di dover valutare concretamente la possibilità entrano in gioco mille fattori che fanno dubitare anche le cose più semplici. Dopotutto, ci sono persone che si preparano anni per questo momento, e io non sapevo neanche che cosa avrei voluto studiare esattamente o che
lavoro avrei voluto fare. Sono sempre stata una ragazzina molto curiosa, e la mia curiosità mi spinge a esplorare e a appassionarmi di tante cose diverse, ma nel momento in cui bisognava prendere una sola decisione sembrava che questa curiosità fosse più una maledizione che un bene. Non ero sicura di cosa mi piacesse esattamente fare; non ero sicura delle vesti in cui mi sarei immaginata nel lavoro; non ero sicura che ciò che mi sarebbe magari piaciuto studiare mi avrebbe altrettanto appassionato per una professione e viceversa. L’unica cosa che sapevo era che avrei voluto provare qualcosa di nuovo, una ventata d’aria fresca come si suol dire. Ricordo
molto bene il giorno in cui, circa a fine estate prima dell’inizio del mio quinto anno, comunicai la mia decisione ai miei genitori; andare a studiare all’estero era progetto troppo grande per essere realizzato in tre mesi e mezzo, perciò mi sarei attenuta a una laurea triennale in Italia e a un master all’estero successivamente. Avrei dovuto iniziare a prepararmi prima considerando che la maggior parte delle domande scadevano a fine dicembre o inizio gennaio e la valanga di documenti da preparare era soverchiante. Provengo da una famiglia molto semplice, e anche se posso dire di aver vissuto un’infanzia più che felice con tutto ciò che potessi desiderare avevo
sempre bene a mente che dietro ogni cosa che possedevo c’erano i sacrifici dei miei genitori.
Tuttavia continuavo ad avere questa pulce nell’orecchio che mi tormentava. Più immaginavo come sarebbe stata la mia vita se non avessi nemmeno provato e più ero consapevole che in età adulta il rimorso mi avrebbe tormentato. Perciò, in maniera molto cauta, iniziai a cercare su internet qualche informazione. Iniziai a vedere quali fossero le università migliori, quali erano i costi delle tasse, qual era il tenore di vita per uno studente nelle varie città all’estero.
Ho messo da parte il sogno americano perché anche se mi piace sognare sono concreta; oltre alle cifre esorbitanti, le possibilità di prendere una borsa di studio erano molte meno e soprattutto avrebbero eventualmente coperto una parte che non sarebbe stata sufficiente per quello che la mia famiglia poteva permettersi. Così ho iniziato a informarmi sul Regno Unito, solo per curiosità. Senza accorgermene mi sono trovata in mezzo a una tempesta di informazioni perlopiù burocratiche: tasse universitarie, costi della vita, requisiti di accesso per i corsi (tutti diversi), requisiti del livello linguistico (anche quelli diversi), pagelle, documenti da far tradurre; la lista sembrava essere senza fine. Capii allora che era troppo tardi per tirarsi indietro. Dunque, pervasa dal desiderio di intraprendere questa nuova vita, iniziò la mia scalata verso l’obbiettivo.
Feci settimane di ricerche fino a notte fonda per capire quali fossero le migliori università, quante possibilità avessi di entrare statisticamente per cercare di sfruttare al meglio le cinque possibilità che avevo. Non potevo chiedere aiuto a nessuno dal momento in cui non sono a conoscenza di nessuno che sia andato all’università all’estero, e tutte le informazioni erano solo in inglese. Dovevo anche pensare a un piano B nel caso nessuna delle cinque università mi avesse preso. Ma soprattutto dovevo impegnarmi per tenere il tenore scolastico sempre alto, poiché le università avrebbero visto le mie pagelle e le avrebbero confrontate tra loro per vedere
eventuali miglioramenti o peggioramenti; una pagella al quinto anno con voti più bassi del quarto anno non sarebbe stata di certo un’ottima presentazione in scuole così competitive.
Furono mesi davvero impegnativi per me, avevo talmente tante cose a cui pensare che se provo a ricordare esattamente cosa ho fatto tutto quello che mi viene in mente è un turbine di ricordi confusi. Le mie uniche costanti erano le lezioni al conservatorio, a volte in giorni diversi, ma principalmente il martedì dalle 15 alle 21, e il corso di preparazione per la mia esperienza del modello delle Nazioni Unite a New York, che mi occupava quattro ore alla settimana.
Come ho detto prima, non ero sicura di cosa mi sarebbe piaciuto studiare, però sapevo quanto mi interessasse provare a capire le percezioni delle altre persone nonostante fossero molto diverse dalle mie. Dentro di me sapevo che per quanto fossi curiosa in fondo non mi sarebbe piaciuto studiare fisica o ingegneria. Mi attirava esplorare in che modo stati diversi, con popolazioni le cui culture differiscono ampiamente, potessero trovare un punto in comune per collaborare. Perciò una sera decisi di cercare quali corsi di relazioni internazionali offrissero le università; in questo modo mi sono imbattuta nel corso offerto dalla LSE: “Relazioni internazionali e cinese”. La descrizione spiegava che il corso era indirizzato a una comprensione totale della Cina come potenza globale con la padronanza avanzata del cinese mandarino; in più gli studenti partecipanti avrebbero trascorso il terzo anno in Cina, all’università di Fudan, per mettere in pratica le competenze del lessico cinese nell’ambito delle relazioni internazionali. Solo a leggere il titolo mi brillarono gli occhi e iniziai a provare una forte emozione. Sapevo in quel momento di aver trovato il corso dei miei sogni. Tuttavia era
non solo uno dei corsi più ambiti e selettivi, ma era anche offerto da una delle università
migliori al mondo nonché tra le più selettive in Gran Bretagna. Il campus sembrava uscito da un set hollywoodiano, il corso offriva più di tutto quello che avrei potuto sperare nelle mie migliori possibilità; tuttavia non volevo fare il passo più lungo della mia gamba. Dopotutto nel 2021 sono state prese 1700 persone su 26000 domande e delle statistiche simili erano tutt’altro che incoraggianti.

Perciò scelsi altre cinque università, tutte molto buone, tre molto ambiziose e due dove ero sicura che sarei entrata; ognuna di esse presentava un’opzione interessante come l’anno all’estero, lo studio di una lingua straniera, opportunità di lavoro sul campo etc.
Cominciai così a preparare la parte più impegnativa della domanda, il personal statement; si tratta di uno scritto in cui bisogna rispondere alla domanda “perché vorresti seguire questo corso?” cercando di mettere in mostra le proprie attitudini, di dimostrare di possedere delle conoscenze sull’argomento e di provare interesse verso quell’argomento, in modo originale e senza risultare arrogante o noioso. I cinque corsi che ho scelto differivano leggermente tra loro, perciò la difficoltà principale era cercare di scrivere un testo unico che si addicesse a tutti i corsi senza esplicitare mai il nome di un’università; infatti, quando la domanda viene ricevuta, le università non sanno a quali altre sia stata mandata la stessa. L’ultima bozza l’ho terminata,
dopo un mese interminabile, il giorno prima della scadenza. Nello stesso giorno ho preso un’incredibile decisione di petto: seguendo il mio istinto, ho scambiato un altro corso che avevo scelto con il corso della LSE, perché mi sono detta che se avessi voluto sognare avrei dovuto farlo fino in fondo. Inviai la domanda con il cuore leggero, sempre con il mantra “tanto non mi prenderanno mai” per non alzarmi troppo le aspettative. Ho vissuto i mesi successivi in
tranquillità perché sapevo di aver fatto davvero tutto quello che potevo fare.
Ho iniziato a ricevere le prime risposte dopo un mese; ho fatto anche un colloquio con
un’università, e tutte le risposte erano positive. Ero al settimo cielo.
Dalla LSE ricevetti la prima risposta a Marzo, proprio mentre ero a New York per attuare il mio tanto agognato progetto della simulazione delle Nazioni Unite. Proprio mentre mi stavo preparando per la sessione successiva, ho aperto le mail e ho visto: “siamo felici di offrirti un posto alla London School of Economics”. Ho abbracciato la mia amica Aurora, che ha assistito al momento, e ho iniziato a piangere perché non mi sembrava vero. L’unico patto per entrare era che prendessi minimo 95 all’esame di maturità.
Dopo questa prima bellissima e inaspettata notizia, al ritorno dal viaggio a New York mi misi a preparare la seconda domanda indirizzata alla borsa di studio; il personal statement stavolta chiedeva “perché ti meriti la borsa di studio”, in più erano richiesti vari documenti bancari con le loro traduzioni. Ho inviato la seconda domanda a fine aprile, piena di speranza ma sempre con i piedi ben ancorati a terra, perché alla mia borsa potevano concorrere non solo i ragazzi del mio corso ma tutti quelli del primo anno. Le possibilità di vincere un premio erano davvero basse. Per il mio bene ho messo completamente da parte questa questione e dopo aprile mi sono
concentrata solo sull’esame; mi sono impegnata al massimo per poter prendere il 100 e l’ho preso. Ho deciso di passare l’estate a divertirmi come non facevo da tanto: ho fatto un altro corso di subacquea, un viaggio, ho speso il tempo con le persone che pensavo lo meritassero di più. Quando i primi di agosto ho ricevuto la risposta finale ho pianto di nuovo; ho pianto per giorni. Non era un pianto triste, ma lacrime di emozione; non facevo altro che pensare a tutta la strada che avevo percorso che finalmente mi aveva portato al mio sogno. Non riuscivo a credere che stesse succedendo proprio a me, che io, una semplice ragazza proveniente da una città piccola come Selargius, fossi riuscita a prendere una borsa di studio totale in una scuola del genere. Io non mi sento di essere una persona con delle caratteristiche speciali: sono una persona come tutti voi che state leggendo a cui è successo qualcosa di straordinario. Qualcosa di
straordinario che però è la dimostrazione che i sacrifici e il duro lavoro in un modo o nell’altro ripagano sempre.
Da quando sono arrivata qui, ormai due mesi fa, la mia routine è cambiata completamente, ma tuttora se mi soffermo a pensarci ancora mi sembra di vivere in un’illusione. L’università è meravigliosa: ci sono tantissimi spazi adibiti ai momenti ricreativi, una gigantesca biblioteca a sei piani (la più rifornita in Europa per le scienze sociali), le aree dove studiare in silenzio o quelle più adatte per studiare in gruppo. I ragazzi non sono separati nei palazzi in base ai loro corsi, ma semplicemente sono gli alunni a spostarsi nelle aule adibite (che possono essere in edifici distanti una passeggiata tra loro) quindi mi capita tutti i giorni di incrociarmi con ragazzi
provenienti da altre facoltà. Abbiamo il nostro teatro, un auditorium, la palestra, il campo da basket, i campi da squash, le aule insonorizzate con i pianoforti, diverse cucine ben fornite; addirittura, sembra assurdo ma c’è persino il parrucchiere. Gli alunni di Relazioni Internazionali e Cinese sono tredici, e c’è una grande varietà di provenienze e culture: Venezuela, Paesi Bassi, Brasile, Pakistan, Libano, Stati Uniti, Spagna, Francia, Inghilterra e ovviamente Italia. Le lezioni sono di due tipi: ogni settimana ho un’ora di “lecture” e un’ora di “class” per ogni corso.
La lecture è organizzata come la classica lezione universitaria dove un centinaio di ragazzi si trovano nella stessa aula, l’insegnante parla e tutti prendono appunti, ma c’è poca interazione da parte nostra, mentre la class è molto più simile a una lezione delle scuole superiori italiane, ma ancora più interattiva: siamo divisi in gruppi di circa dieci/dodici ragazzi e la lezione è volta a mettere in pratica ciò che è stato imparato durante la lecture, quindi è davvero difficile non partecipare in qualche modo. L’unica eccezione è il cinese di cui non ho nessuna lecture ma faccio sei ore di class settimanali. Gli orari delle lezioni permettono di avere molto tempo libero
per sé, infatti qui ci si aspetta che gran parte del tempo lo trascorriamo studiando
individualmente. Tuttavia, ciò che mi ha colpito di più da quando sono arrivata è l’attenzione che viene data all’aspetto sociale: sin dal primo giorno di scuola ci hanno invitato caldamente a studiare in gruppo e a concentrarci sul fare tante esperienze e abituarci a Londra per questo primo anno, nonostante la competitività di questo ambiente. Ogni venerdì noi ragazzi del Language Centre siamo invitati nel nostro edificio a trascorrere il pomeriggio ai cosiddetti “drinks”, dove ci viene offerto da mangiare e da bere ed è un’ottima opportunità per conoscersi sia tra i ragazzi che con i professori. Inoltre, ci sono le “societies”, ovvero delle società per ogni
passione e sport che si possa immaginare. È davvero difficile restare soli perché fanno in
qualsiasi modo purché ciò non accada, e questo è un bene per gli studenti internazionali come me perché permette di lenire la lontananza da casa e dalla famiglia. Il legame tra noi e i nostri insegnanti è molto stretto: si fanno chiamare con il loro nome (anche se io devo ancora farci l’abitudine) e ci trattano come se fossimo dei piccoli anatroccoli da proteggere finché non diventeranno cigni e saranno in grado di trovare la loro strada. In tutto questo, a rendere il mio arrivo ancora più eclatante è stata la coincidenza di un evento storico senza precedenti: il funerale della regina Elisabetta. Studiare a stretto contatto con tre ragazzi britannici mi ha fatto capire davvero l’importanza, che finora avevo sottovalutato, che questa figura rappresentava per la società inglese. Il giorno in cui avrei dovuto avere la mia prima lezione, infatti, la scuola è stata chiusa e tutti gli eventi sono stati posticipati; per le strade file interminabili di persone in processione impedivano il passaggio davanti Buckingham Palace e tutta la zona di Westminster. Proprio in quel giorno, visto la mancata lezione a scuola, sono andata a fare una passeggiata in centro e senza rendermene neanche conto mi sono trovata nel
bel mezzo del corteo senza sapere come ci sono finita. In ogni luogo erano presenti automobili della polizia e ambulanze; credo di non aver mai visto una cosa simile in tutta la mia vita.
Persino a distanza di settimane, la città pullula ancora di immagini e oggetti esposti in ogni luogo in ricordo della regina. Una cosa che non mi aspettavo era il modo in cui la sua morte abbia toccato da vicino anche i giovani ragazzi miei coetanei; ogni volta che si parla di quell’argomento, i miei compagni inglesi parlano della regina come se fosse stata una persona che hanno conosciuto da vicino. Nonostante tutto, l’evento si è svolto nel massimo dell’ordine, come ho notato sia consuetudine nella cultura britannica. Dagli inglesi viene celebrato infatti il culto della moderazione (il caro buon vecchio Orazio sarebbe stato orgoglioso): non si dice “straordinario” o “strabiliante” ma al loro posto si usa “very nice”, “quite good” – una cosa a cui faccio ancora fatica ad abituarmi, ma il bello di venire in questa scuola è proprio questo, ovvero il confronto con tantissime culture diverse, che era proprio ciò che sognavo. Ma non è solo la
scuola, è proprio la città stessa il racconto di tante culture diverse, che ho modo di vedere ogni mattina prendendo la metro (che qui chiamano “tube”) per andare all’università. Londra sembra essere sempre di fretta: anche se il prossimo treno passa tra un minuto, è sempre meglio cercare di infilarsi in quello già stracolmo di persone. Durante il tragitto vedo così tante facce e mi piace chiedermi a che vite appartengano; a volte provo invidia pensando a come siano fortunati per vivere in una città come questa. Poi mi ricordo che anche io sono lì e allora penso che è proprio vero: dopo tanta fatica sono riuscita a salire sul mio treno.
In questa circostanza sono stata ricompensata dei miei sforzi, ma anche se non fosse successo in questo momento sarei stata felice allo stesso modo, perché ci ho provato con tutte le mie forze e non ho nessun rimpianto e questo è già una grande ricompensa. Avevo un sogno e l’ho inseguito senza mollare mai. Ho fatto davvero tutto quello che potevo. Ho rinunciato a tante cose. Ma anche se ero piena di dubbi nella mente, non avevo dubbi nel cuore. Sapevo di aver fatto la scelta giusta. Perciò quello che voglio dire è questo: non rinunciate mai ai vostri sogni; abbiamo la possibilità di fare qualcosa che non ci piace e fallire comunque, perciò tanto vale.

La politica come bene comune

di Daniele Madau

Oggi incontriamo Ernesto Preziosi, Presidente del Centro studi storici e sociali (Censes) e docente a contratto di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Urbino “Carlo Bo”. Alle elezioni politiche del 2013 è stato eletto deputato della XVII Legislatura della Repubblica Italiana nella circoscrizione IV Lombardia per il Partito Democratico. Membro della V Commissione della Camera “Bilancio, tesoro e programmazione” e della Commissione d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro.  É stato direttore delle Pubbliche Relazioni dell’Istituto Giuseppe Toniolo, ente fondatore dell’Universita Cattolica e vicepresidente nazionale del settore adulti dell’Azione Cattolica italiana.
Ha inoltre fondato Argomenti2000, una realtà che promuove la formazione e l’impegno politico.

Ogni momento storico ha le sue caratteristiche e complessità ma, questo, ci ha drammaticamente ripresentato scenari di guerra. L’argomento è delicatissimo e va al cuore della politica e della fede: come si deve porre un credente davanti all’invasione dell’Ucraina?
Vi è un atteggiamento di fondo che riguarda la convinzione che la pace che è sempre possibile, mentre la guerra è una follia che semina distruzione e morte. Per questo da credenti dobbiamo fare il possibile perché la pace si realizzi: la preghiera, il comportamento nelle relazioni umane, credere nel dialogo… Allo
stesso tempo dobbiamo leggere la realtà storica e cogliere, dietro le difficoltà della diplomazia, le responsabilità della politica, da credenti dobbiamo esercitare il discernimento e cogliere le differenze con cui la politica fa i conti con i conflitti. Non è più un problema nazionale. In un mondo interconnesso occorre
avere un altro orizzonte.
Nel caso concreto del conflitto in Ucraina…
Ciò che serve è un’Europa più politica, è quel passo avanti verso quegli Stati Uniti d’Europa con una propria politica estera e di difesa comune (con relativa razionalizzazione e riduzione delle spese militari). L’Europa
deve fare un passo avanti. E il primo di questi passi è quello di promuovere una Costituente verso una federazione europea in cui potrebbero entrare a far parte inizialmente quei Paesi che ne condividono il progetto, costituendo così un nucleo forte che potrebbe portare agli Stati Uniti d’Europa.
Siamo davanti a un esecutivo appena insediatosi: quali dovrebbero essere, per lei, le priorità?
Al primo posto deve sempre esserci il bene comune. Ogni singolo provvedimento va ricondotto ad un quadro di riferimento che ha questa priorità. Il giudizio pertanto non può essere “a pezzi”, su singoli provvedimenti ma deve cogliere il fine che un esecutivo persegue. Per noi le povertà sono gli obiettivi di giustizia sociale che non passano per scelte opportunistiche ma che disegnano un quadro di solidarietà.
Accanto ai grandi temi dell’economia e del sostegno alla produzione. Vi sono, giusto per esemplificare, temi come il diritto alla casa, la sanità pubblica, il contrasto alle disuguaglianze e alla povertà, la dignità delle persone in carcere, che vanno considerate priorità.
Nel suo passato da parlamentare, ha fatto parte della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio Moro. Come approcciarsi a una personalità, e una vicenda, così grande per la storia d’Italia?
Qual è stato il lascito, l’insegnamento, suo e dell’intera, dolorosa, vicenda?

Quella vicenda non ha ancora trovato una verità storica. Troppi aspetti risultano ancora avvolti da una nebbia che ci dice che spesso la sovranità di uno stato è meno sovranità di quel che si pensa. Forse è più semplice cogliere il significato politico di quel rapimento e di quell’uccisione dentro una strategia che ha colpito le figure che potevano realizzare una mediazione politica capace di dare stabilità al Paese. Moro era
senz’altro un politico capace di sintesi anche nella complessità della situazione. La persona di Aldo Moro poi, quando la si approfondisce sotto il profilo della capacità politica ma prima ancora spirituale e culturale, è senz’altro una figura di primissimo piano nella nostra storia.
La politica e la fede sono estremi, polarità, quasi opposte. Ripenso a un’intervista a Vito Mancuso, dove negò la possibilità per i filosofi di poter esercitare l’attività politica senza contraddizioni. Dove possono incontrarsi queste estremità, nell’idea di ‘servizio’? ‘Ministro’, in effetti, vuol dire ‘servitore’: lei come ha vissuto la sua esperienza da parlamentare, da questo punto di vista?

Come è difficile rintracciare nell’esperienza politica diffusa, ai vari livelli, una dimensione di servizio svolta con libertà, gratuità e competenza. Quanto prevale purtroppo neppure la ragion di stato ma l’interesse particolare, magari legittimo, ma capace di dirottare la finalità politica da quell’obiettivo di bene comune che dicevo, ad un bene parziale. La crisi del pensiero politico e la crisi stessa delle istituzioni e della democrazia partecipativa ci dicono come, al di là delle eccezioni che pure sono tante, manchi questa
visione. È un terreno delicato su cui i credenti non hanno un’esclusiva ma su cui certo sono tenuti ad offrire una testimonianza esemplare che costituisca ai vari livelli, un segno di contraddizione. La fede non si sostituisce alla ragione e neppure alla politica, ma può offrire una luce che consente di vedere più lontano delle contingenze mettendo al centro la persona.
Qual è l’eredità della ‘Rerum novarum’ e quale posto ha la dottrina sociale della Chiesa oggi?
La Rerum novarum ha ispirato l’azione di Luigi Sturzo quando nel ’19 ha fondato il Partito Popolare. Il magistero sociale della Chiesa, così ricco e copioso negli anni recenti, può costituire una bussola, un orientamento, illuminando le coscienze dei cittadini e orientando l’azione politica. Perché ciò sia possibile però non serve intestarsi una difesa dei valori e neppure portare l’insegnamento sociale tout court in
politica, quanto operare una mediazione culturale, un lavoro culturale che elabori proposte, su cui trovare un largo consenso. A questo dovrebbero servire i partiti e a questo possono dedicarsi le realtà intermedie, associazioni…
All’interno della Chiesa, il carisma francescano, oggi più che mai – grazie all’autorevolezza di papa Francesco-, ha sempre toccato in profondità l’immaginario popolare. Qual è stato il contributo, in passato, dei francescani al mondo socio-economico e politico?
Molteplici sono i contributi dati dal francescanesimo e da Francesco nel campo del sociale e politico: dal favorire la pace tra città rivali, dall’apertura al dialogo tra altre culture e religioni, compreso l’Islam (oggi il dialogo interreligioso può essere una grande opportunità per la pace), fino ad altre scelte vissute con radicalità ma sempre tenendo conto della vita della gente. Va visto in tal senso il rapporto tra povertà e
ricchezza. Vi è un’esperienza legata al francescanesimo che ha aperto in tempi lontani una strada, i Monti di Pietà, le prime banche, come nota Zamagni, furono fondate dai francescani. Chi aveva bisogno poteva otteneva il credito necessario, in modo da distruggere gli usurai del tempo. Il prestito doveva però essere
restituito con tasso di interesse modesto e ciò creava dinamismo e imprenditorialità. Il denaro si innestava così in un movimento circolare che creava benessere. Dobbiamo chiederci che cosa è possibile fare oggi quando, a livello globale è aumentata enormemente, ma insieme sono aumentate le diseguaglianze. Papa
Francesco con l’iniziativa di Assisi rivolta ai giovani economisti, vuol trovare una soluzione, come fece il francescanesimo, per trasformare l’economia.
Da persona che opera in Università, quali ritiene siano le priorità educativa?
Nella crisi profonda che stiamo attraversando è evidente come siano venuti meno i fondamentali sotto vari profili; talvolta anche gli elementi minimi che chiedono una rialfabetizzazione politica. la scuola e l’università per la sua parte hanno la possibilità di favorire un motivato senso di appartenenza alla città
degli uomini che parte dal rispetto dell’altro, dalla visione di un mondo globale di cui ci dobbiamo sentire responsabili, ecc. Può aiutare lo studio della storia presente in tante facoltà, il diffondere una visione della cultura a servizio degli altri oltre che come “ricchezza” propria o come elemento necessario per la professione. La scuola e l’università costituiscono un campo che va senz’altro arato per creare i cittadini di
oggi e di domani.

Un nuovo impegno politico dei fedeli può rivitalizzare la componente laicale, in forte crisi, nella Chiesa?
Il magistero della Chiesa, in modo particolare con e dopo il Concilio, ha richiamato con forza la responsabilità dei laici nell’azione sociale e politica. La chiamata ai laici ad esercitare la propria responsabilità, il servizio nella città degli uomini, è evidente sia, come dice la Gaudium et spes, “convenientemente formato”. E qui si apre un problema: chi forma il laicato al servizio della cosa pubblica?
Il primo livello formativo non sono le scuole socio-politiche, bensì il livello di base della comunità cristiana, la parrocchia, la liturgia domenicale, la catechesi, l’impegno nella carità… Dobbiamo ripartire da questa necessità di formazione sociale di base e irrobustire il percorso formativo, magari anche dopo un esame di
coscienza delle omissioni… Va detto anche che per quella mediazione culturale a cui i laici sono chiamati sono necessari luoghi specifici e nella crisi di militanza dei partiti, tornano utili le associazioni.
Personalmente, ad esempio, partecipo con altri amici ad Argomenti2000 (www.argomenti2000.it); è una associazione di “amicizia politica” che favorisce proprio questa formazione e sostiene quanti si impegnano nel campo amministrativo ponendo in rete competenze e sensibilità.

Le storie di ieri

di Marco Marini

Traggo questa frase dalla canzone “Le storie di ieri (di De Gregori): Ma mio padre è un ragazzo tranquillo La mattina legge molti giornali È convinto di avere delle idee”, un brano del 1974, scritto in una collaborazione tra De Gregori e Fabrizio De Andrè in quel di Gallura. Il testo tratta la scelta dell’ideologia fascista e la sua trasformazione nel MSI dopo la caduta del regime, sotto la leadership di Giorgio Almirante.  

«L’intero brano gioca su un’alternanza di soggetti tra il padre e il figlio, che sono figure simboliche dello ieri e dell’oggi e, sebbene De Gregori canti soprattutto alla prima persona singolare, si tratta di finzione autobiografica. Con il padre si parla del passato fascista, con il bambino si parla del presente minacciato dal neofascismo. Sono “storie di ieri” che si riflettono nell’oggi, analizzate con un evidenziato distacco storico, più che politico: benché l’io lirico dica “mio padre”, al momento di parlare di sé canta in terza persona de “il bambino”.»
(Antonio Piccolo, La storia siamo noi) Quasi cinquant’anni fa. Ora non sappiamo se sorridere o preoccuparci. Qualche giorno fa un conoscente in un contesto del tutto estraneo all’argomento, mi informa di aver votato per la Meloni, attuale Primo Ministro di questa Repubblica. Ho risposto che aspetto che svolga il suo lavoro prima di giudicare. Non sono un esperto della politica, ma come tutti noi viviamo, le sue conseguenze sulla nostra pelle. E’ cosi’ da sempre. Per tutta risposta mi si fa notare che la Prima Ministra non ha la bacchetta magica. Ecco, ho voluto ribadire la mia attesa sui risultati della sua politica, in modo, penso, democratico quale rispetto per le decisioni degli italiani sulla scelta. Democrazia, parola desueta alla quale sembra non ci siamo abituati. Anzi ci da fastidio perché implica una responsabilità collettiva nelle scelte del nostro Paese. Il corpo elettorale comprendeva 50.869.304 aventi diritto al voto, l’affluenza si è attestata a poco meno del 64 % , peggiorando di 9 punti il record negativo di partecipazione avvenuto nelle precedenti elezioni del 2018. (Poco più di 32, 5 milioni di voti). E questo è un dato di fatto non un’opinione. E’ la stessa attesa che ebbi quando fu eletto l’ultimo Governo Berlusconi, che ottenne la maggioranza nei due rami del Parlamento. Ho aspettato sempre rispettoso del volere degli italiani. Abbiamo ottenuto il pareggio in bilancio inserito nella costituzione ,gli accordi con l’Europa che ci portarono al Governo Monti e alla tanto famigerata Legge Fornero sulla riforma delle pensioni, Legge 6 dicembre 2011 n. 201. Legge tanto odiata da Salvini, e da tanti lavoratori in procinto di andare in pensione e che per un giorno di differenza sui contributi versati o sull’età anagrafica hanno dovuto rimandare l’uscita, anche per anni. Da quel 2011 gli oppositori a quella Legge si sono seduti in Parlamento anche con qualche ruolo di Ministro ma non sono “riusciti” a modificarla o abrogarla. Oggi sono di nuovo seduti nel Parlamento a cui, mi permetto ricordare spetta il POTERE LEGISLATIVO, mentre al Governo spetta quello ESECUTIVO. Il Parlamento è sovrano, non la Meloni, Draghi, Salvini o altri. Ma tanto è con questa legge elettorale che costringe i partiti a coalizzarsi e magari subire ricatti da parte di qualcuno che ha ottenuto in sede elettorale il minimo superando lo sbarramento. La legge elettorale approvata nell’ottobre 2017 e ribattezzata Rosatellum bis prevede invece una soglia di sbarramento nella quota proporzionale pari al 3% su base nazionale, sia al Senato sia alla Camera. In alternativa sono comunque ammessi i partiti che hanno raggiunto il 20% su base regionale: questo criterio si applica in linea generale al Senato, e per le sole minoranze linguistiche alla Camera. In aggiunta alla soglia del 3%, è prevista anche una soglia del 10% per le coalizioni (in tal caso però almeno una lista deve aver superato il 3%, mentre una lista che raggiunge il 3% all’interno di una coalizione sotto il 10% è ammessa comunque al riparto). Sempre nell’ambito del Rosatellum bis, il candidato di un partito escluso dal riparto dei seggi perché al di sotto della soglia, ma eletto nel collegio maggioritario, mantiene il suo seggio. E’ stata una campagna elettorale vivace, con utilizzo della retorica da parte di tutti i partiti, ed ora che i giochi sono fatti sembra che questa campagna non sia finita. Ancora riecheggiano le accuse della sinistra ai gruppi di destra di nostalgia o addirittura di neofascismo. Ripresentatosi in molte nazioni europee, come in Ungheria e Polonia. Sembra quasi che dopo ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, in Italia sia in corso la guerra civile. Forse perché in Germania e Giappone sono stati chiusi i conti col passato magari con qualche processo e qualche condannato a morte tra i personaggi importanti di quei governi e regimi. Anche l’Imperatore Hirohito se l’è vista brutta, ma gli alleati, soprattutto U.S.A., per motivi strategici ridussero i danni in Germania e Giappone. Questo non è accaduto in Italia che ha visto i funzionari dell’apparato fascista continuare a occupare i posti nell’organizzazione statale repubblicana. Ma questo non è il solo problema, a mio avviso. In questi giorni nelle interviste nei vari talk show, dove ci si sovrappone all’interlocutore senza fargli finire l’intervento ed i conduttori del programma,  fanno finta di essere pacieri col sorrisetto che gli fanno assaporare lo share che sale, si sentono ancora apostrofare gli uni agli altri “Voi di SINISTRA e noi di CENTRO-DESTRA” e viceversa. Evocando un ritorno al passato comunista e attribuendosi una posizione moderata. Mi faccio una domanda, non essendo mai stato comunista, ma chi sono questi beceri di SINISTRA? Letta, Renzi, Calenda, Prodi, e altri, ma non erano democristiani? E Casa Pound con chi ha votato ? E Forza nuova ? Entrambe le formazioni neofasciste non hanno ottenuto l’ 1% dei voti, senza superare lo sbarramento del 3%. MA dove sono finiti i loro voti ? Sono stati cannibalizzati dalla Lega di Salvini. E i voti della Lega persi rispetto alle precedenti elezioni ? A Fratelli d’Italia, secondo alcuni sondaggi, soprattutto nel Nordest del paese, quel Veneto che trainava con i suoi artigiani ed imprenditori il paese quanto faceva la Lombardia. Altro aspetto diciamo discutibile ma tipico degli italiani, cioè quello di salire sul carro dei vincitori, è stato espresso da alcuni artisti, quali Morgan, che rivendica che la cultura non è solo di sinistra. Vero, l’artista ha chiara fama di essere una persona colta. Ricorda che Giorgio Gaber, uomo di sinistra era sposato con Ombretta Colli di destra. Vabbé ma che c’entra? Marcello Veneziani scrittore e giornalista è di destra cosi’ come Giordano Bruno Guerri e altri intellettuali, forse osteggiati dalla sinistra, ma ai quali  è stato permesso esprimere i loro pensieri e far conoscere i loro pregevoli lavori storici e giornalistici. Altrettanto si può affermare per altri artisti dichiaratamente di destra quali Lino Banfi, Lando Buzzanca o Luca Barbareschi, che si lamentarono di essere stati emarginati a causa del loro pensiero politico: ma vogliamo scherzare? Le loro carriere si sono sviluppate in quel contesto di governi di centro sinistra negli anni sessanta e settanta. Ma tant’è anche questo è un aspetto italico, la colpa la diamo agli altri. Non mi scandalizza che il Presidente del Senato Ignazio La Russa mostri in casa sua una collezione di busti del Duce. Tante persone posseggono memorabilia, cimeli, forse discutibili di destra e sinistra, qualche busto di Lenin o Stalin. Non è questo che preoccupa ma il loro passato sbandierato con orgoglio, anche di picchiatori fascisti, anche se i loro camerati, in qualche articolo del settimanale Panorama di qualche anno fa, li considerava un po’ timidi. La presenza di testate giornalistiche di destra, o scusate, liberali, dovrebbero essere una garanzia di equità intellettuale e di notizie obiettive. Ma sembra non basti. Ricordo un discorso fatto con un conoscente di destra, mentre con le fiaccole di fronte al Tribunale di Cagliari, ricordava le vittime delle Foibe, il cui ricordo si testimonia nel Cimitero di San Michele. Proponemmo di “fare” qualcosa in merito a tutte le vittime sarde e italiane della seconda guerra mondiale. Per tutta risposta mi venne fatto notare che ognuno aveva i “propri” morti da ricordare. Ecco come siamo. Questa conversazione avvenne prima che lo Stato Italiano istituisse nel 2000 “La Giornata della Memoria” prima dell’O.N.U., prima che potessi ricordare la morte di mia cugina Gabriellina morta sotto i bombardamenti alleati a Cagliari nel 1942, la scomparsa di mio zio Efisio a Genova, insieme al suocero e cognato, portato via da partigiani alla fine della guerra, non era neanche iscritto al Partito Fascista. O ricordare le vittime sarde della Shoah quali Elisa Fargion o Zaira Coen o la deportata Vittoria Mariani, sopravvissuta. O i 12.000 soldati sardi deportati dopo l’armistizio, su 700.000 militari italiani, perché impossibilitati a rientrare in Sardegna. O gli eroi che ancorché fascisti aiutarono ebrei e partigiani quali Vittorio Tredici, o eroi quali Salvatore Corrias o Girolamo Sotgiu, tutti  “Giusti fra le Nazioni” presso il Memoriale della Shoah di Israele. Ma anche le stragi dei cosiddetti anni di piombo, alcune delle quali ancora impunite e che hanno fatto pensare a connivenze tra elementi deviati dello stato e gli esecutori di questi orrendi delitti. Abbiamo tutti una memoria collettiva da condividere ed è apprezzabile che all’insediamento del Governo e delle cariche dello Stato quali i Presidenti di Camere e Senato, si è voluto rimarcare la discendenza delle istituzioni repubblicane proprio da quella Resistenza che ci piaccia o no ha dato a tutti la libertà di esprimere le proprie idee. Per concludere mi piacerebbe sottolineare alcuni punti che valgono per tutta la Nazione: informarsi e partecipare attivamente alla vita sociale (es. il volontariato) e culturale, mettere al servizio della società le proprie capacità, osservare le leggi e le norme della comunità, trattare le persone come se fossero un proprio caro, rispetto dell’ambiente, far spazio ai giovani futuro di ogni collettività, essere gentili e generosi e coraggiosi contro ogni forma di disimpegno. Tutto questo perché, è sempre bene ricordarlo, lo Stato non sono i politici, siamo Noi !

Influenza delle lingue straniere sull’ italiano

di Marco Marini

Un tempo si diceva che  il  francese fosse considerata la lingua cosiddetta DIPLOMATICA e la lingua colta parlata nei salotti culturali in Italia, oltre alla lingua ufficiale di Casa Savoia ! La lingua inglese, veniva invece considerata la lingua commerciale degli affari. Oggi chiaramente la sua influenza sul nostro linguaggio è abbondantemente dimostrata sia dal lessico abituale (Sport, Bar etc) sia dai termini tecnologici e perfino politici data la facilità di esprimere con un solo termine, un concetto più complesso (Welfare per esempio). E’ innegabile che l’inglese ha soppiantato molte lingue a livello internazionale, relegate quasi ad un uso locale, come lo spagnolo, un tempo parlato in tutto il mondo dalle Americhe all’Asia ed in Africa. Esemplare la scritta, inglese, comparsa nel manifesto del Congresso del Partito Comunista Cinese 2022, dove è stato conferito per la terza volta a Xi Jinping il mandato di Segretario Generale del PCC. Ad onor del vero la lingua inglese, per una percentuale che gli esperti calcolano in un 40%, adopera termini che derivano direttamente dal Latino. Ma sfogliando alcuni testi, abbiamo notato un aspetto interessante per quanto riguarda parole di uso comune nella lingua italiana, precisamente quelle di origine semitica (arabo ed ebraico). Niente di strano per ciò che riguarda la liturgia cristiana dove si adoperano avverbi quali AMEN, che noi indichiamo come “Cosi’ sia” ma che in ebraico significa “certamente” “in verità”, lo troviamo nel testo Biblico e perfino nel Corano. Alleluia, in ebraico Lodiamo Dio (YHWH), oppure Osanna, in ebraico “salvaci/aiutaci”. Fin qua tutto bene, diciamo. Ma quando andiamo avanti in questo strano viaggio scopriamo altre parole interessanti. Quando una nave o un altro mezzo meccanico ha un’avaria, ebbene adoperiamo un termine arabo (AWAR) che significa appunto guasto o rotto. Lo stesso mezzo, funziona se adopera il carburante, la benzina, che attraverso il francese” benzoine” deriva direttamente dall’arabo BAN GIAWI che significa “profumo di giava”.La presenza di arabismi nella lingua italiana si deve principalmente alle seguenti ragioni storiche:  gli Arabi ebbero il dominio del Mediterraneo, specialmente in Sicilia (dove furono dall’anno 827 al 1091) e in Spagna (fino al 1492); i contatti diretti degli Italiani con gli Arabi furono frequenti, in occasione di viaggi e di spedizioni in Oriente, per motivi commerciali o religiosi (le Crociate); gli Arabi, stanziatisi in Europa, ci hanno trasmesso testi filosofici e scientifici – tradotti in latino – propri della loro cultura o di quella di altri popoli. Venute meno tali circostanze, che avevano favorito i rapporti tra il nostro paese e gli Arabi, cessò anche l’influsso da essi esercitato sulla lingua italiana, cosicché l’ingresso degli arabismi in italiano rimane limitato al periodo che va all’incirca dal sec. IX al XV, con la precisazione che l’afflusso più cospicuo si ha nei secoli XI-XII, poi gradatamente diminuisce fino a diventare nullo in età moderna. Fra i più comuni arabismi meritano di essere citati (senza indicazione della data, a causa di attestazioni spesso incerte):

Viaggi per terra e per marescirocco, monsone, arsenale, darsena, ammiraglio, cala, catrame, carovana, gabella, dogana, razzia, aguzzino (guardiano dei rematori nelle navi)
Termini astronomici e geograficialmanacco, azimut, zenit, nadir, libeccio, scirocco;
Termini commercialidogana, fondaco (magazzino o alloggio per mercanti), gabella, magazzino, tariffa;
Termini di pesi e misurequintale, rotolo, risma;
Nomi di abiti, stoffe e tessutigiubba, cotone;  
Cibi, piante, aromialbicocco, arancia, carciofo, limone, melanzana, spinaci, caviale, bottarga (significa uova di pesce salate), caffè, muschio, gelsomino, zenzero, tamarindo, zucchero, sciroppo, sorbetto, ribes, zafferano, canfora, elisir;
Termini varialcole; alchermes: bagarino (= incettatore); divano; facchino; marzapane; ragazzo (originariamente significava “mozzo di stalla”); zecca.
Matematica e scienzealgebra, logaritmo, cifra, zero, alambicco, talco, carato, alchimia, ambra, antimonio, elisir
Giochi, vestiti, strumenti musicalimaschera, cerbottana, scacchi, scialle, giubba, cotone tamburo, nacchere, liuto
Oggetti piccoli e grandicaraffa, giara, tazza, bricco, sofà, persiana, materasso, taccuino, almanacco

…E CONTIAMO ARABO

I numeri ci sembrano così familiari che viene da pensare che siano esistiti da sempre, scritti così come li conosciamo. Sappiamo che il numero che noi leggiamo “dieci”, gli inglesi lo leggono “ten”, i francesi lo leggono “dis” e ancora diversamente lo leggono altre popolazioni. Però tutti lo scrivono “10”.Tanto tempo fa, invece, non era così: non solo i numeri venivano detti in modo diverso, ma venivano anche scritti in modo diverso dalle varie popolazioni. Noi abbiamo ora solo dieci simboli o cifre per scrivere qualunque numero, anche grandissimo. Un tempo, invece i simboli erano molti di più e, soprattutto per scrivere numeri molto grandi, venivano adoperati tanti segni. Per scrivere per esempio il numero 3472 noi adoperiamo quattro segni. I romani scrivevano invece: “MMMCCCCLXXII” e cioè adoperavano dodici segni .Furono le popolazioni indiane che inventarono il modo per poter scrivere i numeri adoperando solo dieci cifre con quello che ora viene chiamato metodo posizionale nel quale, cioè, una cifra cambia di valore a seconda del posto che occupa. Ma furono gli arabi che lo comunicarono a tutto il mondo occidentale. Il califfo arabo di nome al-Mansur ricevette a Baghdad una delegazione di astronomi e studiosi indiani. Era circa il 760 dopo Cristo. Il califfo aveva già sentito parlare di questo modo originale e intelligente di scrivere i numeri e chiese agli studiosi indiani se glielo spiegavano. Essi accettarono di buon grado e gli mostrarono anche come fosse molto più facile, usando quel metodo, fare le quattro operazioni. Da quel momento gli studiosi arabi, già molto esperti nel campo dei numeri, ebbero in mano uno strumento molto più potente e fecero grandi progressi. Circa mezzo secolo dopo un astronomo dell’Accademia Bayt al Hikrna (casa della sapienza) che si chiamava Mohammed ibn Musa al-Khuwarizmi scrisse, per la prima volta nel mondo, un libro in cui spiegava il metodo posizionale, le operazioni e tutta l’aritmetica conosciuta fino ad allora. Dette anche nuovi simboli ai numeri rispetto a quelli indiani, introducendo quelli conosciuti attualmente. Il libro ebbe, negli anni successivi, grande diffusione in tutto il mondo arabo e quindi anche in Sicilia e in Spagna. Quando nel 1100 fu tradotto in latino (che era ancora la lingua usata per scrivere), diventò la base per lo sviluppo della matematica in tutto il mondo occidentale e quindi per il progresso della scienza e della tecnica.

Una curiosità: avrete sentito certo parlare de “Le mille e una notte” e conoscerete la storia di Sherazade. Bene, vi siete mai chiesti perché proprio mille e una? Provate a moltiplicare qualunque numero di tre cifre per 1001 e guardate cosa succede!

Conta gli angoli

La forma dei numeri arabi, così come li conosciamo, deriva dalla quantità di angoli contenuti nel disegno del numero. Guarda lo schema qui accanto: il numero 1 forma un angolo, il numero 2 due angoli e così via…

Nella trasmissione di Rai Storia “Alighieri Durante detto Dante” , il  Professor Alessandro Barbero afferma che la Firenze dell’’epoca era come la Londra dei nostri dei nostri tempi, piena di stranieri che lavoravano presso i cantieri sparsi nella città che era sempre in evoluzione.
Cosa se ne deduce ? L’importanza degli stranieri immigrati che fanno grande il paese che li ospita
 America, Asia, Europa, Oceania. Esempio  in Vaticano sono il 100% (compreso il Papa), l’Abate o Abbate della Chiesa Romana (dall’aramaico ABBA, padre). Ma questo è un altro inghippo (groviglio, dal giudaico-romano).
 

Meditate Gente, Meditate !

Il nuovo governo Meloni

Giorgia Meloni e Segio Mattarella

di Daniele Madau

Una delle prime cose che balza agli occhi, mentre si scorre la lista dei nuovi ministri, è la nuova intolazione di alcuni ministeri: a esempio, il Ministero dell’Istruzione è diventato il Ministero dell’Istruzione e del Merito.

Allora, già la ministra Gelmini, alla guida dell’Istruzione, aveva considerato necessario agire sui nomi, eliminando il Ginnasio dalla struttura del Liceo Classico. Non si è mai capita bene la motivazione, forse per un’idea di uguaglianza, che sarebbe meritoria se, insieme a questa non necessaria ‘riforma’, se ne fossero aggiunte altre in grado di aiutare la scuola.

I romani insegnano che ‘nomina sunt consequentia rerum’ e, cioè, che i nomi devono, o dovrebbero essere, conseguenza delle cose, dei fatti.

La nostra prima Presidente del Consiglio donna – aspetto oggettivamente positivo- dovrà, così, mettersi molto all’opera, insieme al ministro Valditara (docente universitario: lascia sempre molto perlessi questa frequente scelta di professori universitari che non hanno mai messo piede in un istituto scolastico…), per far dimenticare agli italiani -che, in genere, non hanno molto bisogno d’aiuto per dimanticare e perdonare – quanto successo in passato nel centro destra. Annalisa Minetti, Renzo Bossi (il Trota) e altri tra olgettine, soubrette, seguaci, sino ad arrivare a casi recenti, non avevano proprio raggiunto consigli regionali e Parlamento per il Merito, ma per ben altri meriti.

Chi scrive,insegnante, è di parte, avendo preso come argomento di discussione la scuola, ma la sensazione è che la scuola stessa – coi ragazzi – di nuovo, avrà una parte marginale, a dispetto dell’intitolazione: che suggerisce, vagamente, una vacua pomposità. Ce lo insegna la storia: chiudo, infatti, con un’altra citazione, ‘historia magistra vitae’. Con l’augurio di essere prontamente, e totalmente, smentito.

Chiusa una campagna elettorale, se ne apre subito un’altra

di Daniele Madau

La notizia, nei giorni scorsi, del passaggio di Cesare Battisti, ex terrorista dei Pac -Proletari Armati per il Comunismo- al regime di detenuto comune ha suscitato la seguente reazione: “Ultimo soccorso al terrorismo rosso. Una aberrazione! Dopo anni di latitanza, appena assaggiato il regime carcerario italiano, il criminale terrorista ottiene la declassificazione a detenuto comune. Una vergogna! Ancora più una vergogna che il Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) stia prendendo questa gravissima e scellerata decisione a pochi giorni dal cambio del governo. L’impunità del terrorismo rosso non è certamente la politica che il governo di centrodestra intende mettere in campo”, ha commentato Andrea Delmastro Delle Vedove, responsabile giustizia di FdI.

Premettendo che la tematica è delicatissima e necessiterebbe di ben altro approccio, ho scelto questa dichiarazione come esempio di affermazioni che appaiono gratuite e non veritiere e che già preanunciano un clima da campagna elettorale ciclica e perenne – che inizia il giorno dopo le elezioni e si conclude il venerdì prima delle elezioni- a cui siamo purtroppo abituati. Il punto nuovo, semmai, è che qui la iniziano subito i vincitori.

Si può tranquillamente smentire la forzatura sull’impunità dei terroristi dell’estrema sinistra che vuole, implicitamente, rimandare all’idea di giustizia di sinistra, cavallo di battaglia di Berlusconi nei decenni passati . Mamorabili i commenti di Roberto Benigni a riguardo: “per Berlusconi i giornali sono di sinistra, la magistratura è di sinistra, la televisione è di sinistra: pensa se fosse di sinistra anche il PD!” .

Purtroppo, di campagna elettorale perenne i partiti hanno bisogno. A una fragilità insita nel nostro sistema di repubblica parlamentare abbinata a leggi elettorali inadeguate, si sono aggiunte, nel tempo, la questione morale denunciata da Berlinguer, la degradazione dell’attività politica – ridotta, a volte, a sola comunicazione, col rischio conseguente di degradare ancora in insulto -, l’emergere di leader solitari e la quasi scomparsa dei partiti tradizionali e dei suoi apparati.

L’esito è -come abbiamo appena constatato il 25 settembre- l’assenteismo alle urne, la grandissima volubilità degli elettori e, appunto, la necessità della campagna elettorale e del conflitto perenne.

E’ un bel problema: non solo politico ma anche sociale, culturale, antropologico.

Come si è arrivati fino a qui? Come uscirne?

In un Paese che, nei prossimi anni di governo, si dovrà trovare a difendere la laicità nei confronti di un governo i cui capi hanno spesso rimandato chiaramente alla religione, una voce di alto pensiero politico viene, però, proprio da Francesco che, come sappiamo, spesso sa assumere posizioni laiche.

Rileggiamo le sue parole dell’Angelus dedicato al conflitto in Ucraina: “In nome di Dio e in nome del senso di umanità che alberga in ogni cuore, rinnovo il mio appello affinché si giunga subito al cessate-il-fuoco – ha proseguito Francesco -. Tacciano le armi e si cerchino le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste, stabili. E tali saranno se fondate sul rispetto del sacrosanto valore della vita umana, nonché della sovranità e dell’integrità territoriale di ogni Paese, come pure dei diritti delle minoranze e delle legittime preoccupazioni”.

Si respira un’aria più pure, si reindirizza il fine della politica come mediazione verso la preservazione dei diritti di tutti, soprattutto dei più deboli.

Questo è, o dovrebbe essere, il livello della politica, l’asse intorno a cui dovrebbe ruotare anche quella italiana.

Sta a noi la scelta. Sì, a noi cittadini, soggetto e oggetto della politica che, quando lo esercitiamo, abbiamo il diritto del voto , della scelta, della critica, dell’apprezzamento, della partecipazione o, semplicemente, della parola.

Enrico Letta, a esempio, è stato criticato per aver più volte usato toni forti nei confronti del centro-destra: ed è una critica leggittima, coerente al ragionamento che sto portando avanti.

E’ stato criticato, però, anche per non essersi alleato col Movimento 5 Stelle, andando, così, inesorabilmente incontro alla sconfitta.

Ora, dobbiamo chiederci: in virtù dell’alta dignità della politica, è un valore, nel contesto politico italiano, la parola data, in questo caso quella di non allearsi con Giuseppe Conte? E’ un valore il non schierarsi con chi ha contribuito alla caduta di un governo, di cui si faceva parte insieme, in un momento, oggettivamente, delicatissimo?

La risposta dovrà essere ‘sì’ o ‘no’. E se sarà ‘no’, anche in nome della vittoria elettorale, si tornerebbe alla visione politica di Machiavelli, pensatore del Rinascimento, periodo di violenze e guerre come pochi altri: Machiavelli a cui sono riconosciuti tanti pregi ma che consideriamo anacronistico, proprio per aver scisso il fine politico dall’etica.

Il progetto, abortito, del ‘campo progressista’ , avrebbe conteso la vittoria sino all’ultimo voto al centro-destra ma sarebbe stato puramente strumentale, come fine che avrebbe giustificato il mezzo, e senza futuro, date le diverse sensibilità e modalità di agire dei capi politici.

In questo modo, invece, ha sì vinto il centro-destra ma, si spera, si è come innescato un germoglio, un circolo virtuoso, che ha posto la politica come valore prima di tutto e che, per osmosi, vorremmo trovasse terreno nella nuova maggioranza. E in tutte le maggioranze. Abbiamo altri cinque anni per volerlo. Sì, cinque anni, perché un altro valore da riscoprire è la stabilità, base ineludibile di una sana politica. Matteo Renzi, durante la campagna elettorale, si è vantato di essere bravo a far cadere i governi. E’ anche l’esempio di chi non mantiene la parola data: Machiavelli ha dedicato una parte sostanziosa del suo Principe al non mantenere la parola data.

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora