Fabrizio De André, i cantautori e la Sardegna

di Marco Marini

Il primo agosto scorso, presso la Sala Convegni dell’Associazione della stampa sarda a Cagliari è stato presentato il libro “Fabrizio De André, i cantautori e la Sardegna” pubblicato da Catartica Edizioni.

L’autore è Daniele Madau, insegnante di Lettere Classiche presso il Liceo Classico Siotto a Cagliari, specializzato in Studi Sardi, giornalista pubblicista ed altro. Non si è fatto mancare nulla oltre a gestire il presente Blog.

La platea, tra le quali spiccavano Elena Ledda, il giornalista Giacomo Serreli, ha seguito con interesse e con una certa emozione le parole dell’autore coadiuvato dall’operatore di relazioni Giuseppe Lillus. Via telefono si sono collegati con la sala sia Ernesto Assante critico musicale del quotidiano La Repubblica, sia Tonino Cau dei Tenores di Neoneli.

In un momento della chiacchierata, l’autore ricorda il suo viaggio all’Agnata, il rifugio sardo di De André e Dori Ghezzi. Afferma che il viaggio è l’archetipo della vita, se non ti lascia niente dentro,se non ti cambia è stato inutile.

Daniele, l’autore non me ne vorrà data la mia conoscenza personale e disinteressata, tratta l’argomento a lui e a noi caro, la Sardegna. Con un tratto poetico, a lui congeniale.Grande esperto della canzone italiana cerca di dimostrare con questo saggio, quale è stata l’influenza della musica sarda a livello nazionale.

Sardegna che affascina, ricca di misteri e che crea diffidenza in noi che ci siamo nati e che ci viviamo, forse troppo critici verso una cultura millenaria che trova difficoltà a collocarsi in un contesto mondiale, al pari di altre realtà etnologiche, che nonostante siano più recenti in termini temporali hanno avuto una maggiore eco.

Allora il “viaggio” in questo libro parte dalla domanda che si pone l’autore e che propone ai suoi interlocutori, per citarli oltre a Elena Ledda, Ernesto Assante, De Gregori, Baccini e Branduardi che non ha potuto partecipare all’incontro per i soliti problemi dei trasporti con la nostra Isola.

Assante afferma che la presenza sarda nel contesto musicale italiano è stato limitata a Marisa Sannia, i Barrittas con Benito Urgu, i Tazenda, Inzaina e non dimentichiamo la grande Maria Carta, e a qualche altro interprete presto dimenticato, poi qualche altro cantante fino ad arrivare a Mahamood che è solo figlio di una sarda.

Ma tra le  righe del testo si evidenzia che grazie a Fabrizio De André la musica sarda si è elevata ad un livello diciamo nazionale. Scopriamo cosi’ che hanno cantato in sardo Guccini, Branduardi,Elio, Baccini, lo stesso De Andrè, Bertoli e altri. Solo qualche altra regione ha avuto un riconoscimento nazionale della propria musica. Jannacci in Lombardia, Farassino in Piemonte, Toffolo anche se un po’ macchieti stico in Veneto.

Perfino il maestro Battiato  non è riuscito a tanto, anche se le sue canzoni in siciliano e arabo sono affascinanti, forti di un multi culturismo che lo caratterizzava.

De André era, diciamo, anarchico, ricordo che qualche anno prima di lasciarci si presentò presso un albergo fiorentino dove alla richiesta dei documenti, disse al concierge che non li possedeva e chiese a quest’ultimo se l’avesse riconosciuto. Con tutta calma il dipendente dell’hotel disse di averlo riconosciuto ma comunque doveva presentare i documenti. Fabrizio De Andrè, presuntuoso e antipatico, il solito borghese  che fa, con un termine usuale negli anni ottanta, il radical chic? No era semplicemente Faber, una persona timida nel complesso, con qualche paura di troppo a cantare in pubblico e a star male prima dei concerti. Situazione comune a tanti artisti di navigata esperienza.

Daniele scrive che non lo ha visto dal vivo; ricordo, se me lo permettete, un concerto a Cagliari al Palazzetto dello Sport. L’inizio dell’esibizione ritardava, a causa forse dello stato d’animo del cantante. Per intrattenere la folla, vennero invitati ad iniziare il concerto un gruppo di tenores se non erro di Tempio. Cantarono “La mirinzana” (la melanzana).

La gente dopo pochi minuti cominciò a urlare e fischiare, non tutti però, la maggioranza capiva ed applaudiva, ma si sa spesso le minoranze stupide si fanno sentire più della maggioranza educata.

Allora sali’ sul palco Fabrizio e avvisò che se i tenores non avessero cantato allora non lo avrebbe fatto neanche lui. Potete immaginare lo scroscio degli applausi ed il concerto continuò.

Faber, il nomignolo gli fu affibbiato da Paolo Villaggio, che lo vedeva scrivere appunti con le matite colorate della ditta Faber-Castell.

 Genovese come De Andrè ha vissuto la nascita di un movimento di poeti, artisti, cantautori in quella città,  Quartiere della Foce, più precisamente in Via Antonio Cecchi; ragazzi come Gino Paoli, Umberto Bindi, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, negli anni cinquanta si riunivano di fronte al Bar Igea in un giardino ribattezzato LA PIAZZETA. Da li’ attraverso Via Torino si raggiungevano i “carrugi” dove si mescolavano le varie culture presenti nella Città della Lanterna. Sono luoghi che raccontano storie di povertà, di sacrifici ed emarginazione dove sacro e profano si intrecciano. E’ qui’ che Faber ha passato la sua gioventù.

Una curiosa affermazione di Assante sull’influenza sarda ci porta ad ascoltare il brano RAIN dei Beatles, che,

secondo il conduttore e esperto musicologo Gina Castaldo, il brano è stato influenzato da una vazanza che i FAB FOUR fecero nell’isola, ma di cui non c’è riscontro. Però provare per credere.

Anche De Gregori confessa di aver copiato da Peppino Marotto, un pezzo della canzone “Piccola Mela” dello LP “Rimmel”.

Lo stesso Branduardi, ascoltato da Daniele, per il suo brano “Alla Fiera dell’Est” ha ripreso una filastrocca che si recita durante la Pasqua Ebraica. Nulla di Strano.

Elena Ledda, che ha cantato in quindici idiomi, che vanta decine di collaborazioni con autori importanti nazionali ed internazionali, ricorda che se vuole esprimere il sentimento in una canzone lo fa solo in limba.

Il libro ripercorre anche la storia della nostra Isola, dalle ribellioni contro i “Baroni” che hanno fatto nascere il testo del brano “Procurate’ e moderare” (Su patriottu sardo a sos feudatarios), che diverrà nel 2019 l’inno ufficiale della Sardegna, all’analisi di Emilio Lussu che contestava l’idea di una terra retrograda, abitata da banditi, senza onore. Si ricorda la lotta della gente di Orgosolo che riusci’ a fermare un’esercitazione militare nel loro territorio.

Il riconoscimento alla cultura musicale sarda è venuto anche da altri personaggi ed artisti della cultura italiana. Uno di questi è Moni Ovadia,  nato a Plovdiv, in Bulgaria, si trasferisce quasi subito con la famiglia a Milano. La sua è una famiglia di ascendenza ebraica sefardita, ma di fatto impiantata da molti anni in ambiente di cultura yiddish e mitteleuropea. Questa circostanza influenzerà profondamente tutta la sua opera di uomo e di artista, dedito costantemente al recupero e alla rielaborazione del patrimonio artistico, letterario, religioso e musicale degli ebrei dell’Europa orientale.

Inizia la sua carriera di cantante e musicista nel Gruppo dell’Almanacco Popolare, guidato da Sandra Mantovani. Nei primi anni settanta è fondatore del Gruppo Folk Internazionale, suonando questo nuovo (per l’epoca) genere musicale, che oggi potremmo definire folk-progressivo, gira i maggiori festival europei di musica folk.  Ebbene questo signore venne chiamato a sostituire un altro artista nella serata finale del circuito teatrale a Cagliari. Presentò Oylem Goylem , che in Yiddish significa “il mondo è scemo”, dove tra canti e musica klezmer e storielle Witz, il tradizionale umorismo ebraico, alla fine della rappresentazione disse: “Noi, oggi, non saremmo qui se non avessimo conosciuto  ed apprezzato e imparato dal Canto a Tenores di Bitti, dal suono delle launeddas e da tutto quello che questa terra meravigliosa ha donato alla musica folk internazionale”. Eravamo presenti in quel teatro.

Bene, se questo “viaggio” doveva lasciarci qualcosa dentro i nostri cuore e nei nostri cervelli, ritengo che

l’emozione vissuta in sala e nella lettura del libro, ha sortito i suoi effetti, quindi Grazie Faber…………………

e Grazie Daniele

Iran, la morte di Mahsa Amini

di Marco Marini

Ricevo, e volentieri pubblico, la riflessione, come sempre precisa e profonda, di Marco Marini, esperto del mondo islamico sulla rivolta delle ragazze iraniane

Mahsa Amini era una ragazza di 22 anni, di origine curda. E’ stata dichiarata morta il 16 settembre scorso dopo essere stata arrestata dalla cosiddetta PATTUGLIA DI ORIENTAMENTO (Guidance Patrol) o Polizia Morale. Questi gli antefatti che hanno scatenato un’ondata di proteste in tutto l’Iran, che allo stato attuale hanno provocato la morte di oltre 70 persone in 27 città.

Ma cosa ha scatenato veramente questa violenza ? Cerchiamo di capirne i motivi, anche se è difficile analizzare una nazione ed un popolo che da 43 anni vive la realtà scaturita dalla Rivoluzione Islamica dell’Ayatollah Ruḥollāh Moṣṭafāvī Mōsavī Khomeynī.

La giovane Amini, conosciuta anche come Jina o Zhina Amini, è stata arrestata perché portava l’Hijab, il tipico velo portato dalle donne islamiche, in modo improprio. Secondo testimoni oculari é stata picchiata dalla “Polizia Morale” che l’accusava di violare la legge iraniana sull’hijab obbligatorio. La polizia ha negato che Amini sia stata picchiata mentre era in custodia.

La polizia ha dichiarato che ha avuto un infarto in una stazione, è caduta a terra ed è morta dopo due giorni in coma. Testimoni oculari e donne che sono state detenute con Amini hanno affermato che è stata picchiata duramente, il che oltre alle sue scansioni mediche trapelate, ha portato osservatori indipendenti a diagnosticare emorragia cerebrale e ictus.

Secondo Iran International, il governo iraniano stava falsificando cartelle cliniche di Mahsa Amini, dimostrando che aveva una precedente malattia cardiaca. Il 20 settembre, il dottor Massoud Shirvani, un neurochirurgo, ha affermato in una TV statale che Amini aveva un tumore al cervello che è stato operato all’età di 8 anni, presentando delle TAC a dimostrazione della malattia.

I critici hanno affermato che le scansioni hanno mostrato percosse fisiche e traumi.

 Il padre di Amini ha dichiarato: “Stanno mentendo … Non ha mai avuto condizioni mediche critiche , non ha mai subito un intervento chirurgico”. Due compagni di classe, intervistati dalla BBC, hanno affermato di non essere a conoscenza del fatto che Amini fosse mai stata in ospedale.

Stessa certezza è stata ribadita dal fidanzato della Amini

Le proteste di Mahsa Amini sono iniziate poche ore dopo la sua morte a Teheran.  Sono iniziate prima nell’ospedale in cui Amini è stata curata e poi si sono rapidamente diffuse in altre città, prima nella provincia natale di Amini, il Kurdistan, tra cui Saqqez, Sanandaj, Divandarreh, Baneh e Bijar. In risposta a queste manifestazioni, a partire dal 19 settembre il governo iraniano ha attuato la chiusura regionale dell’accesso a Internet. Con l’aumento delle proteste, è stato imposto un diffuso blackout di Internet insieme a restrizioni sui social media a livello nazionale. In risposta alle proteste per la morte di Amini, la gente ha tenuto manifestazioni a sostegno del governo in diverse città dell’Iran.

Nella legge islamica dell’Iran, imposta poco dopo la rivoluzione islamica del 1979, articolo 638 del 5° libro del codice penale islamico (chiamato Sanzioni e sanzioni deterrenti) le donne che non indossano l’hijab possono essere detenute da dieci giorni a due mesi e/o tenuti a pagare multe da Rls.50.000 a Rls.500.000. Le multe vengono ricalcolate nei tribunali per indicizzare l’inflazione.

L’articolo 639 dello stesso libro dice che due tipi di persone sono condannate da un anno a dieci anni di reclusione; in primo luogo una persona che istituisce o dirige un luogo di immoralità o prostituzione, secondo, una persona che facilita o incoraggia le persone a commettere immoralità o prostituzione.

Queste sono alcune delle leggi in base alle quali sono stati accusati alcuni manifestanti.

Prima della rivoluzione islamica iraniana del 1979 (durante il regno di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo scià dell’Iran), l’hijab non era obbligatorio, sebbene alcune donne iraniane durante questo periodo indossassero il velo o il chador.

Dopo la rivoluzione islamica del 1979, l’hijab è diventato gradualmente obbligatorio. Nel 1979, Ruhollah Khomeini annunciò che le donne avrebbero dovuto osservare il codice di abbigliamento islamico. La sua dichiarazione scatenò manifestazioni, le proteste per la Giornata internazionale della donna a Teheran, 1979, che furono accolte dalle assicurazioni del governo secondo cui la dichiarazione era solo una raccomandazione. L’hijab è stato successivamente reso obbligatorio nel governo e negli uffici pubblici nel 1980 e nel 1983 è diventato obbligatorio per tutte le donne.

Nel 2018, il presidente Hassan Rouhani ha pubblicato un sondaggio condotto dal governo risalente al 2014, che mostrava che il 49,8% degli iraniani era contrario all’hijab obbligatorio .

Il rapporto è stato pubblicato dal Center for Strategic Studies, il braccio di ricerca dell’ufficio del presidente iraniano, ed è stato intitolato “Report of the first hijab special meeting” nel luglio 2014.

Il 2 febbraio 2018, un sondaggio condotto dal Center for International and Security Studies del Maryland (CISSM) ha mostrato che alcuni iraniani erano d’accordo con “cambiare il sistema politico iraniano o allentare la rigida legge islamica”.

Un sondaggio indipendente di GAMAAN condotto nel 2020 ha mostrato che il 58% degli iraniani non credeva del tutto nell’hijab e il 72% era contrario alle regole dell’hijab obbligatorio. Solo il 15% ha insistito sull’obbligo legale di indossarlo in pubblico.

L’Iran è l’unico paese al mondo che richiede alle donne non musulmane di indossare il velo.

 Ad esempio, nel gennaio 2018, una musicista cinese è stata velata con la forza nel bel mezzo del suo concerto.

La morte di Amini ha scatenato molte reazioni anche nel resto del mondo e delle istituzioni internazionali ed anche in alcune autorità iraniane.

Il presidente Ebrahim Raisi ha chiesto al ministro dell’Interno Ahmad Vahidi di “indagare sulla causa dell’incidente con urgenza e particolare attenzione”.

Amnesty International ha chiesto un’indagine penale sulla morte sospetta. Secondo questa organizzazione, “tutti gli ufficiali ei funzionari responsabili” in questo caso devono essere assicurati alla giustizia e “le condizioni che hanno portato alla sua morte sospetta, che includono la tortura e altri maltrattamenti nel centro di detenzione, devono essere indagate penalmente”.

Human Rights Watch ha definito la morte di Amini “crudele” e ha scritto: “Le autorità iraniane dovrebbero annullare la legge obbligatoria sull’hijab e rimuovere o modificare altre leggi che privano le donne della loro indipendenza e dei loro diritti”.

Ulteriori preoccupazioni sono state espresse dal gruppo per l’apparente rappresaglia con la forza letale da parte di funzionari governativi alle proteste.

Il Centro per i diritti umani in Iran ha dichiarato Mahsa Amini un’altra vittima della guerra contro le donne della Repubblica islamica e ha affermato che la tragedia dovrebbe essere fortemente condannata in tutto il mondo per prevenire ulteriori violenze contro le donne in Iran.

Humanists International ha chiesto che i responsabili dell’omicidio di Mahsa Amini siano “ritenuti responsabili”, ha condannato le “norme religiose patriarcali rigorosamente applicate” dell’Iran e ha aggiunto che “il velo obbligatorio è una violazione dei diritti umani e che fa appello alla ‘moralità’ religiosa può non essere mai usato per vigilare sulle scelte delle donne, né per invalidare la loro pari dignità e valore».

Le Nazioni Unite hanno annunciato che la morte e la presunta tortura di Mahsa Amini dovrebbero essere indagate in modo indipendente. Una dichiarazione congiunta di esperti delle Nazioni Unite “ha condannato fermamente la morte di Mahsa Amini, 22 anni, morta durante la custodia della polizia”.

Il gruppo di hacker Anonymous ha affermato di aver interrotto diversi siti web di media del governo iraniano e affiliati allo stato a sostegno delle proteste e ha pubblicato un video che annunciava il sostegno del gruppo alle proteste insieme a filmati delle proteste.

Politici come Bill Clinton, Hillary Clinton, Nancy Pelosi, Farah Pahlavi, Masoud Barzani, Justin Trudeau, Masud Gharahkhani, Annalena Baerbock, Melanie Jolie e altri hanno reagito alla morte di Mahsa Amini.

Javaid Rehman, Relatore speciale delle Nazioni Unite, ha espresso il suo rammarico per il comportamento della Repubblica islamica dell’Iran e ha aggiunto: “Questo incidente è un segno di diffusa violazione dei diritti umani in Iran”.

Il Ministero degli Affari Esteri francese ha condannato le torture che hanno portato alla morte di Mahsa Amini.

Il Segretario di Stato degli Stati Uniti Antony Blinken ha condannato l’omicidio sotto la custodia delle forze di polizia iraniane e ha chiesto la fine di tali azioni da parte del governo iraniano.

Il 17 settembre, l’ayatollah Bayat-Zanjani dell’Iran ha descritto la Guidance Patrol come “non solo un organismo illegale e anti-islamico, ma anche illogico”. Ha detto che non era supportato dalle leggi iraniane e si era impegnato in “repressione e atti immorali”.

Mohaqeq Damad ha affermato: “L’istituzione della forza per la promozione delle virtù e la prevenzione dei vizi ha infatti lo scopo di monitorare le azioni dei governanti, non di reprimere le libertà dei cittadini ed è una deviazione dagli insegnamenti islamici”.

Il presidente cileno Gabriel Boric, durante il suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha reso omaggio a Mahsa Amini e ha chiesto la fine dell’abuso di potere da parte dei potenti di tutto il mondo.

Diversi funzionari dell’Unione europea hanno condannato la sua morte. Josep Borrell, il capo della politica estera dell’UE, ha definito la sua morte “inaccettabile”.Un portavoce ha rilasciato una dichiarazione in cui annunciava che quanto accaduto a Mahsa Amini è inaccettabile e che gli autori di questo omicidio devono essere ritenuti responsabili.

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, nel discorso annuale dei leader mondiali alle Nazioni Unite il 21 settembre 2022, ha fatto riferimento alla situazione delle donne in Iran e alla morte di Mahsa Amini e ha giurato solidarietà alle donne iraniane.

Robert Malley, il rappresentante degli Stati Uniti per gli affari iraniani, ha definito la morte di Mahsa Amini “orribile” e ha scritto: “La morte di Mahsa Amini dopo le ferite riportate in custodia per un hijab “improprio” è spaventosa. I nostri pensieri sono con la sua famiglia. Iran deve porre fine alla sua violenza contro le donne per aver esercitato i loro diritti fondamentali».

Olaf Scholz, cancelliere tedesco, ha definito “terribile” la morte di Mahsa Amini durante la custodia della polizia ed ha espresso la sua tristezza per la morte delle “donne coraggiose” durante le proteste. Ha aggiunto che le donne dovrebbero essere in grado di prendere le proprie decisioni e non vivere nella paura.

Un certo numero di celebrità come Aryana Sayeed, Reece James, Paolo Maldini, Kourtney Kardashian, Dua Lipa, SZA, Iker Casillas, Hailey Bieber, Mark Ruffalo, Diplo, Jessica Chastain, Finneas, Kesha, Sophie Turner, Halsey, Bebe Rexha, Bella Hadid, Jessie J, Lily James, Pam Hogg, Naomi Campbell, Margaret Atwood, Nikki Bella, Pearl Jam, Damiano David, Flea, Adam Darski, Ebru Gündeş, Leprous, LP, Lili Reinhart, Maria Brink, Ava Max, Ashton Irwin, Gary Holt, Ashley Benson, Alissa White-Gluz, la band metal Death, Misha Collins, Nazanin Boniadi, Justin Bieber, Kim Kardashian, Ricky Martin, Khloe Kardashian, Cara Delevingne, Kylie Jenner, 6ix9ine e altri hanno reagito alla morte di Mahsa Amini.

L’attrice americana Leah Remini ha scritto su Twitter: “L’uccisione di Mahsa Amini è inaccettabile in ogni circostanza, ma il fatto che sia stata arrestata per aver indossato un hijab inappropriato lo rende ancora più spaventoso”.

Khaby Lame, influencer italiano di origine senegalese, ha scritto sulla sua pagina Instagram: “La più grande guerra per i diritti delle donne e dei diritti umani sta accadendo in Iran. Se vivi sulla terra e rimani in silenzio, non potrai mai parlare di diritti delle donne di nuovo.”

Il comico e scrittore iraniano britannico Shaparak Khorsandi, la cui famiglia è fuggita dall’Iran in seguito alla rivoluzione, ha affermato: “Il regime iraniano uccide le donne per aver cercato di vivere liberamente. Questo non è solo un problema dell’Iran, è un problema del mondo. Non distogliere lo sguardo. Questa negazione di diritti umani fondamentali è un affronto alla dignità umana. Mahsa Amini non può più parlare. Il mondo dovrebbe agire in solidarietà e amplificare la sua voce e quella di tutte le donne iraniane che osano parlare per la scelta e la democrazia».

L’attore australiano Nathaniel Buzolic, pubblicando una foto di Mahsa Amini sul suo Instagram, ha chiesto: “Dove sono le femministe? Perché il mondo tace?”

L’attrice turca Nurgül Yeşilçay ha pubblicato una foto di Mahsa Amini nella sua storia su Instagram e ha scritto: “È un peccato… Ahimè per tutte le donne del mondo”.

J. K. Rowling, autrice dei romanzi di Harry Potter, ha pubblicato su Twitter: “Allora il resto del mondo ha bisogno di continuare a pronunciare il suo nome. #MahsaAmini è morta a 22 anni in custodia di polizia perché ha violato le regole dell’hijab. Solidarietà con tutti gli iraniani che stanno attualmente protestando”.

Il 22 settembre 2022, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato sanzioni contro la polizia morale e sette alti dirigenti delle varie organizzazioni di sicurezza iraniane “per la violenza contro i manifestanti e la morte di Mahsa Amini”. Questi includono Mohammad Rostami Cheshmeh Gachi, capo della polizia morale iraniana, e Kioumars Heydari, comandante della forza di terra dell’esercito iraniano, oltre al ministro iraniano dell’intelligence Esmaeil Khatib, Haj Ahmad Mirzaei, capo della divisione Teheran della polizia morale, Salar Abnoush, vice comandante della milizia Basij, e due comandanti delle forze dell’ordine, Manouchehr Amanollahi e Qasem Rezaei della LEF a Chaharmahal e nella provincia di Bakhtiari in Iran. Le sanzioni implicherebbero il blocco di qualsiasi proprietà o interesse in proprietà all’interno della giurisdizione degli Stati Uniti e la denuncia al Tesoro degli Stati Uniti. Verrebbero imposte sanzioni a tutte le parti che facilitano transazioni o servizi agli enti sanzionati.

Il 26 settembre 2022, il primo ministro canadese Justin Trudeau ha dichiarato che il suo governo imporrà sanzioni alla polizia morale, alla sua leadership e ai funzionari responsabili della morte di Mahsa Amini e della repressione dei manifestanti.

Ma queste sanzioni serviranno? Ci sembra di assistere alla stessa rappresentazione di ciò che accade in Europa con la guerra Russia-Ucraina.

Questa è l’ultima di una serie di manifestazioni che dal 2017 segnano la richiesta, soprattutto delle giovani generazioni, di un cambiamento delle politiche sociali nel paese. L’Iran ha una popolazione  di 77 milioni di abitanti, destinati a diventare 105 nel 2050. Ospita un insieme di popolazioni di rifugiati più alto al mondo, stimato in circa un milione di persone, causate principalmente dalla guerra civile e povertà in Afghanistan e dalle invasioni militari di Afghanistan e Iraq.

Queste proteste giovanili non sono motivate da fatti politici o elettorali, ma presentano un punto di vista nuovo, legato ad un fatto di cronaca grave, l’uccisione di questa ragazza. Le regole sul velo obbligatorio sono invise alla popolazione iraniana, soprattutto tra quelle sotto i 35 anni di età.

E’ un Iran diverso dalla rivoluzione del 1979, c’è da ricordare che il velo venne imposto non tanto da motivazioni religiose ma più per ragioni di ordine politico era un simbolo che molti rivoluzionarie indossavano contro il modernismo dello Shah. Quando poi vollero togliersi il velo si accorsero di essere governate da un sistema che poi glielo avrebbe imposto.

La rivoluzione repubblicana iniziò come una protesta contro lo Shah, laica e marxista e successivamente ebbe un connotato religiose quando prese piede la leadership dell’Ayatollah Khomeini al rientro del suo esilio in Francia. La società iraniana è molto evoluta dal punto di vista culturale. Molte donne non usano il velo che viene portato controvoglia da molte di esse. Noi in occidente utilizziamo il cliché del velo per immaginare un oscurantismo generalizzato in Iran. Gli iraniani non gradiscono essere incanalati in modelli culturali che li collocano da una parte o dall’altra. E’ una società che presenta molte sfaccettature, quindi esiste una parte della popolazione  che rispetta rigorosamente le regole religiose e il velo. L’imposizione del velo è stata mal digerita dai vari strati della società iraniana soprattutto in questi anni di boom demografico dove la popolazione giovanile rappresenta la stragrande maggioranza del paese, e anche il processo di modernizzazione dell’iran dopo i l primo decennio della Repubblica Islamica soprattutto dopo la guerra con l’Iraq. I successivi trent’anni sono stati caratterizzati da una profonda trasformazione della società con una forte crescita della demografia urbana. Nelle realtà rurali si è rimasti più legati alle tradizioni religiose, nelle città dove esistono le università la popolazione soprattutto giovanile si è emancipata anche se anche tra i giovani il velo si porta normalmente e non si considera un’imposizione. La protesta usa il velo e la morte di Amin come goccia che fa traboccare il vaso, in realtà i giovani sono preoccupati per il loro futuro in presenza di una forte disoccupazione per l’inflazione e la crisi economica che non permette l’emancipazione dalle famiglie. Credevano che l’accordo sul nucleare avrebbe permesso di uscire dalla crisi economica. Altre critiche al governo riguardano la corruzione e la radicalizzazione conservatrice dello stesso.  Amini era curda e sunnita in una nazione a maggioranza sciita, il fattore etnico non sembra, allo stato attuale, l’aggravante sulla sua morte.

Ma la protesta si è aggiunta alla protesta anche per la sua condizione di curda e sunnita. I curdi cercano da più di un secolo di vedere risolta la propria situazione, divisi fra nazioni che mai daranno loro l’indipendenza. Problema che le nazioni vincitrici della prima guerra mondiale avevano promesso di “chiarire” dopo lo smantellamento dell’Impero Ottomano. Basta vedere come sono finiti i Palestinesi che vengono considerati nella stragrande maggioranza dei “terroristi”.

L’Iran a causa della crisi con gli U.S.A. e l’Europa, che considerano traditori, si sta rivolgendo verso l’Asia avvicinandosi alla Cina. Quest’ultima nello sviluppo della cosiddetta “NUOVA VIA DELLA SETA” considera l’Iran una delle rotte da seguire per portare i propri prodotti in Europa, sfruttando anche le notevoli risorse energetiche del paese del paese mediorientale. L’integrazione in questa matrice economica è vista in maniera differente dalla Cina e dall’Iran, intanto vanno avanti posticipando le iniziali incomprensioni con la Cina. Molti osservatori progressisti rivelano che l’Iran avrebbe maggiori vantaggi se si relazionasse con gli U.S.A. e l’Europa soprattutto intermini tecnologici, anche se l’accordo nucleare è naufragato più per colpa occidentale che per l’Iran, ritirati dall’accordo grazie all’amministrazione Trump, la macchina economica avrebbe avuto ricadute sulle infrastrutture da modernizzare.

Tornando alle proteste per la morte di Amini, manca una cabina di regia, cosi’ come in molti altri paesi del vicino oriente (Libano) , è una protesta spontanea, ma rischia di esaurirsi nel tempo. Dipende molto da come si comporterà il regime iraniano. La repressione è presente ma non da generare una mobilitazione generale come durante la rivoluzione del ’79. Senza una Leadership questo non avverrà. Ci sono state proteste per la crisi idrica per il terremoto male gestito, il governo potrebbe risolvere i vari problemi se ottenesse l’accordo sul nucleare che porterebbe, come detto, vantaggi economici. Ma anche nell’establishment iraniano qualcuno è contro questi accordi.

Ma tutto questo non farà vacillare, per ora, il regime degli Ayatollah

La scuola come cura

di Daniele Madau

Ci sarà il tempo per commentare questa giornata post-elettorale. Oggi prendiamo un po’ di respiro e pensiamo ai ragazzi.

Il 14 settembre, come ogni anno, tante ragazze e ragazzi mi sono sfilati davanti, prendendo posto nel loro banchetto, ricercando, come sempre, le ultime file, a rassicurante distanza dal professore.
È il primo giorno di scuola e, in questo anno scolastico, avrò classi completamente nuove, ripartendo dalle prime, dopo aver avuto, negli ultimi anni, i più grandi.
C’è un’altra novità, per me: sono tornato nella scuola dove ho studiato, sofferto, conosciuto i giorni più belli e più brutti della mia giovinezza.
Proprio da qui vorrei partire: è stata una scelta molto sofferta, quella di lasciare la scuola precedente e, insieme ad altre, più stringenti e irrinunciabili motivazioni, c’era anche quella, un po’ irrazionale, che io dovevo tornare dove tutto era iniziato, e cioè dove era nato tutto il mio amore per la scuola. Non è semplice da spiegare: come sempre, quando si ama qualcosa.
La scuola è immagine della cura, meglio: dei più grandi che si prendono cura dei più piccoli. Cura–che in latino significa sollecitudine, attenzione amorosa, anche pena d’amore – in senso lato: avvicinare alla bellezza, al merito, alla cultura, alla lettura, allo studio, all’amicizia, al rispetto, all’educazione, al futuro, ai sogni, al lavoro, all’amore. E chissà a quanto altro…
Non esiste altro luogo, perciò va custodito con cura, appunto, curato, appunto, da tutti noi, da tutta la società: i professori, soli, possono presto sentirsi schiacciati da questo peso.
Penso ai grandi esempi, penso a Gesù che si reca nel tempio a insegnare a dodici anni, oggi diremo da ‘preadolescente’: lascia la famiglia, per ricercare la volontà, e la legge, di Dio.
Platone, discepolo di Socrate, il primo pensatore che si dedicò all’uomo, riteneva che le conoscenze fossero già in noi, per averle viste nell’ iperuranio, e cioè oltre il cielo e, compito del filosofo era quello, tramite la maieutica, di riportarle alla luce. Sarebbe bello pensare che in ogni ragazzo si nasconda questo desiderio, di uscire dalla famiglia e di ricercare i luoghi dell’insegnamento, come per Gesù, e che la scuola potesse esercitare sempre questa maieutica: lo so, sembra quasi un sogno ma se c’è un luogo
dove i sogni possono diventare realtà, quello dovrebbe essere proprio la scuola.

Conoscere per scegliere/3

di Daniele Madau

Chiudiamo il ciclo di riflessioni dedicate alle elezioni del 25 settembre con un argomento delicato, di sicuro divisivo ma, per noi cittadini ed elettori, irrinunciabile: una volta eletti, quanto guadagneranno i nostri parlamentari? Vedremo che il compenso è notevole, di soldi pubblici: per questo, il voto è un gesto di grandissima responsabilità, che richiede coscienza. E noi cittadini dovremmo sempre essere pronti a rendere conto agli eletti delle loro azioni.

Nella culla della democrazia, la Grecia antica, ogni cittadino doveva poter partecipare al governo della polis, perciò veniva retribuito per le cariche che assumeva. Il compenso si chiamava misthos ed era una retribuzione pubblica che ad Atene era assegnata a chi ricopriva una carica politica quale ecclesiaste (membro di un’assemblea popolare) o dicaste (giudice). Fu introdotto, appunto, per incentivare la partecipazione alla vita pubblica, e in effetti, permise anche ai cittadini di condizione più modesta di poter prender parte alla gestione politica.

La nascita del compenso per le cariche pubbliche è, quindi, nobile ed ha lo scopo di permettere a tutti noi di potervi aspirare. Lo stesso è valso per il parlamento italiano che, all’origine, non prevedeva retribuzione per chi ne facesse parte, permettendo l’esercizio del potere solo ai più abbienti. Il giornalista Paolo Pagliaro, nel suo sito, racconta che nel giugno del 1900 venne eletto deputato alla Camera per il collegio di San Pier d’Arena Pietro Chiesa, che fu uno dei primi operai, precisamente portuali, a entrare in parlamento. I suoi compagni, portuali come lui, raccoglievano denaro per mantenerlo a Roma, tanto era importante che Chiesa li rappresentasse. Un suo collega, il deputato-contadino Pietro Abbo, socialista di Lucinasco, non disponendo del denaro sufficiente per pernottare a Roma, usufruiva del cosiddetto “permanente” rilasciato dalle Ferrovie dello Stato per dormire sul treno Roma- Firenze andata e ritorno, rientrando quindi il mattino in tempo per l’apertura dei lavori della Camera.
Quando, nel 1912, fu introdotta l’indennità parlamentare, Abbo poté dormire a Roma e Pietro Chiesa poté fare a meno della colletta dei compagni.
Per aggirare lo Statuto Albertino che prevedeva che l’esercizio delle funzioni di senatore o deputato non potesse essere retribuito, l’indennità venne giustificata come rimborso delle spese di corrispondenza: un espediente non molto diverso da quello escogitato in tempi più recenti, quando i rimborsi elettorali sostituirono il finanziamento pubblico abrogato dal referendum. I rimborsi elettorali, tuttavia, sono stati abrogati nel 2013.

Attualmente i nostri deputati hanno diritto a un’indennità netta di 5.000 euro al mese più una diaria di 3.503,11 e un rimborso per spese di mandato pari a 3.690 euro. Ad essi si aggiungono 1.200 euro annui di rimborsi telefonici e da 3.323,70 fino a 3.995,10 euro ogni tre mesi per i trasporti.

I senatori invece ricevono un’indennità mensile lorda di 11.555 euro. Al netto la cifra è di 5.304,89 euro, più una diaria di 3.500 euro cui si aggiungono un rimborso per le spese di mandato pari a 4.180 euro e 1.650 euro al mese come rimborsi forfettari tra telefoni e trasporti.

Facendo un rapido calcolo e senza considerare le eventuali indennità di funzione i componenti del Senato guadagnano ogni mese 14.634,89 euro contro i 13.971,35 euro percepiti dai deputati.

Deputati e senatori hanno diritto poi anche a un assegno di fine mandato, che è pari all’80% dell’importo mensile lordo dell’indennità moltiplicato per il numero degli anni di mandato effettivo.

Uno studio inglese sugli stipendi dei parlamentari in Europa ha calcolato che il costo di un parlamentare italiano è di circa 120.500 sterline all’anno. Praticamente il doppio dei colleghi inglesi che percepiscono 66.000 sterline, molto di più di quelli dei politici tedeschi e francesi e addirittura sei volte tanto di quelli spagnoli.

Come visto, sono somme ingenti che potrebbero essere giustificate quando i parlamentari si comportano con ‘onore e decoro’, come da Costituzione e,soprattutto, rendono alla società col lavoro quanto guadagnano. Inoltre, quando la legge elettorale permette una effettiva scelta da parte del cittadino.

Soprattutto noi,infatti, dovremmo sempre essere pretenziosi nel richiedere conto del loro operato, pretendendo incontri continui dei parlamentari nei collegi di elezione. Ricordo la morte di David Amess, il deputato conservatore inglese morto dopo essere stato accoltellato durante un incontro con i cittadini nella chiesa metodista nella sua circoscrizione di Leigh-on-Sea, nell’Essex nel sud dell’Inghilterra: quello con i cittadini era un incontro settimanale. Come spesso si dice, ogni Stato ha i rappresentanti che sceglie – che dovrebbe scegliere, nel nostro caso- o,meglio, che si merita.

Fonte: money.it

Conoscere per scegliere / 2

di Daniele Madau

Continua la serie di riflessioni dedicate alle elezioni del 25 settembre, riflessioni in cui, a partire dalla spiegazione della legge elettorale con cui sceglieremo i nostri parlamentari, proveremo a dare un servizio, si spera gradito, a chi avrà la disponibilità di leggere: proveremo, cioè, a far conoscere gli aspetti più tecnici e sconosciuti di tutto ciò che ruota attorno alle urne, per vincere il rischio dell’astensionismo e per una scelta più consapevole. Il futuro dipende da ognuno di noi.

Sono più di 40 milioni gli italiani chiamati alle urne nelle prossime elezioni politiche del 25 settembre. A seguito della caduta del governo Draghi, infatti, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sciolto le camere e indetto le elezioni anticipate. Dopo aver visto, nella precedente riflessione, gli aspetti più importanti e concreti per poter votare col Rosatellum, vediamo ora quelli più secondari, vicini forse, maggiormente, alle curiosità ma, comunque, sempre importanti per esercitare il nostro diritto, e dovere, al voto, pienamente.

Dopo aver tracciato il nostro segno, dobbiamo sapere che non tutti i partiti, e le coalizioni, entreranno nel Parlamento: vediamo perché. Sono previste, infatti, 4 soglie di sbarramento, cioè soglie non raggiunte le quali non si possono eleggere i candidati dei partiti o delle coalizioni che non le raggiungono. Anche in quest’ottica si parla di ‘voto utile’. Vediamo le soglie, ricordando che per ‘liste’ intendiamo l’insieme dei nominativi dei candidati di un partito singolo, che sono presenti nella parte proporzionale; per coalizione, invece, l’insime dei partiti che sostengono un candidato in un collegio uninominale:

  • Il 3% dei voti ottenuti a livello nazionale, valida per le liste che si presentano singolarmente.
  • Il 20% dei voti ottenuti a livello regionale, soglia valida per le liste che si presentano singolarmente e solo al Senato. Questo perché il conteggio dei voti nel Senato si compie su base regionale.
  • Il 20% dei voti ottenuti a livello regionale, o elezione di due candidati nei collegi uninominali, valida per le liste che rappresentano minoranze linguistiche riconosciute ed esclusivamente nelle regioni a statuto speciale ove prevista la tutela delle suddette minoranze. Fra queste, figura, a esempio, il Südtiroler Volkspartei, partito che rappresenta gli interessi dei gruppi linguistici tedesco e ladino dell’Alto Adige.
  • Il 10% dei voti ottenuti a livello nazionale, valida per le liste che si presentano in coalizione, purché almeno una delle liste della coalizione abbia superato una delle tre soglie appena citate.

Quest’ultimo 10% non comprende i voti presi dalle liste che abbiano conseguito meno dell’1% dei voti a livello nazionale o, solo per il Senato, il 20% dei voti a livello regionale: in questo caso, i voti vanno persi. O ancora, solo per le liste rappresentative di minoranze linguistiche sopra citate, il 20% a livello regionale o l’elezione di due candidati nei collegi uninominali. Infine, se la coalizione non raggiunge il 10%, una lista singola è comunque ammessa alla ripartizione dei seggi qualora abbia superato almeno una delle altre soglie sopra citate.

I partiti che rispetteranno queste indicazioni di legge, eleggeranno i parlamentari che saranno i rappresentanti dei loro territori. Come sono chiamati questi territori, in maniera più specifica? Precisamente, sono circoscrizioni: l’Italia è infatti suddivisa in 20 circoscrizioni – una per regione – per il Senato della Repubblica, più una all’estero; in 28 circoscrizioni – 4 in Lombardia, 2 in Lazio, Sicilia, Campania, Veneto e Piemonte – per la Camera dei Deputati, più una all’estero.

Ogni circoscrizione è poi suddivisa in collegi uninominali e plurinominali. La differenza sta nei parlamentari eletti. Nei collegi uninominali, viene eletto un solo candidato, mentre nei collegi plurinominali, i cittadini eleggono più di un candidato: come visto, precisamente, i primi della lista. A esempio , per il Senato, la circoscrizione Sardegna ha un collegio unico proporzionale e due collegi uninominali: nel collegio proporzionale i partiti presenteranno le loro liste, in quello uninominale ci sarà il candidato proposto dalla coalizione. 

Nei plurinominali, ogni lista è composta da un elenco di candidati, compreso tra 2 e 4, ordinati secondo un preciso ordine. Come detto, non è previsto il voto di preferenza, per cui nei collegi plurinominali proporzionali, una volta determinato il numero degli eletti spettanti alle liste, i candidati vengono eletti seguendo l’ordine previsto al momento della presentazione della lista. Da qui, l’adozione del termine “bloccate”. Ci si può candidare in più collegi plurinominali – fino a 5 – anche in congiunzione alla candidatura in un collegio uninominale. In caso quindi di “doppia” elezione, il candidato si intende eletto nel collegio uninominale. Se invece il candidato è eletto in più collegi plurinominali, questo si intende eletto nel collegio dove la lista di appartenenza abbia ottenuto la minor percentuale di voti rispetto al totale dei voti validi nel collegio. Inoltre, sono previste regole per per garantire maggiore equità nella rappresentanza di ambo i generi: le liste bloccate, infatti, devono seguire l’alternanza di genere (es.:donna/uomo/donna/uomo); in più nell’insieme dei collegi uninominali e dei capolista dei plurinominali di ciascuna lista o coalizione, ciascun genere deve essere compresi tra il 40 e il 60%.

Tutti i dati presentati, possono sembrare freddi, difficili, senza alcuna valenza per noi: è l’esito di aspetti burocratici sommati a quelli politici. Se prestiamo un po’ di attenzione, però, capiremo quanto possono influire sulla nostra vita: pensiamo solo al fatto che nell’esempio dei collegi sardi per il Senato, ne abbiamo uno solo proporzionale. Gli eletti dovranno rispondere del loro operato all’intera regione. Un compito davvero arduo e importante che, se ben svolto, giustificherebbe i compensi percepiti, di cui ci occuperemo la prossima volta. (Continua)

Fonte: orizzontipolitci.it

Conoscere per scegliere / 1

di Daniele Madau

Con l’articolo di oggi, iniziamo una serie di riflessioni dedicate alle elezioni del 25 settembre, riflessioni in cui, a partire dalla spiegazione della legge elettorale con cui sceglieremo i nostri parlamentari, proveremo a dare un servizio, si spera gradito, a chi avrà la disponibilità di leggere: proveremo, cioè, a far conoscere gli aspetti più tecnici e sconosciuti di tutto ciò che ruota attorno alle urne, per vincere il rischio dell’astensionismo e per una scelta più consapevole. Il futuro dipende da ognuno di noi.

La legge elettorale con cui sceglieremo, il 25 settembre -in un’unica giornata, dalle 7 alle 23 – i nostri rappresentanti in Parlamento è il, cosidetto, Rosatellum (votato nel 2017), con un’espressione politico-giornalistica abituale che, dal nome del primo firmatario della proposta di legge, crea un termine latino in accusativo.

Tutto è iniziato con Mattarellum, creato dal politologo Giovanni Sartori nel 1993: in un editoriale in cui ricorrevano locuzioni latine aveva infatti commentato l’approvazione della riforma elettorale elaborata da Sergio Mattarella con un ironico Habemus Mattarellum, latinizzando il cognome dell’estensore della proposta con il suffisso pseudolatino –um.

Nel 1995 è stato usato lo stesso meccanismo per una riforma della legge elettorale regionale che portava il nome di Giuseppe Tatarella, da cui Tatarellum, e poi per una potenziale riforma firmata da Clemente Mastella, il Mastellum.

La coincidenza di tre cognomi terminanti allo stesso modo ha fatto sì che –um venisse reinterpretato come –ellum . Ecco allora Rosatellum, dal nome dell’allora capogruppo dei deputati PD alla Camera Ettore Rosato. 

La legge elettorale prevede un sistema di modalità di elezione dei candidati dei partiti misto: in parte proporzionale, per i 2/3 -precisamente il 61%, con lista bloccata – e in parte, per 1/3- precisamente il 37%-, maggioritario uninominale. Resta, come ci si può subito accorgere, un 2% determinato mediante un sistema proporzionale, questa volta con voto di preferenza, per gli italiani che esercitano il diritto di voto all’estero. Come risulta chiaramente, la legge è davvero farraginosa e complessa, dato che in un unico sistema elettorale abbiamo tre modalità differenti! I sistemi proporzionali prevedono che i partiti politici abbiano una misura della rappresentanza, appunto, proporzionale ai voti ottenuti. Ad esempio, un partito che riceve il 15% dei voti, in un tale sistema vedrà il 15% dei seggi assegnati ai propri candidati. Il sistema proporzionale è un approccio in cui ogni partito politico presenta una lista di candidati e gli elettori ne scelgono una. La forma a liste aperte permette all’elettore di influenzare l’elezione dei candidati individuati all’interno della lista. L’approccio a liste bloccate no: è il partito a scegliere l’ordine, e i candidati in cima alla lista avranno maggiori probabilità di essere eletti. Il primo aspetto che dobbiamo rilevare, quindi, è che, nella parte proporzionale, i parlamentari non li possiamo scegliere noi ma, come dire, ci fideremo dei partiti che, tramite l’ordine in cui hanno deciso di presentarli nelle schede, determineranno quali parlamentari saranno eletti. E’ anche per questo, perciò, che si dovrebbe sempre avere la massima attenzione all’operato dei partiti e pretendere sempre, da essi, un esempio di correttezza e coerenza. ll sistema maggioritario uninominale a turno unico con maggioranza relativa, invece, prevede la vittoria dell’unico candidato della lista o coalizione che ha riportato il maggior numero di voti rispetto alle altre: basta anche un solo voto in più. Il sistema maggioritario, quindi, limita fortemente o esclude completamente la rappresentanza della minoranza, al contrario del proporzionale che, in proporzione, rappresenta tutti. Con questo Rosatellum eleggeremo, dopo l’approvazione della legge costituzionale per la riduzione dei parlamentari in vigore dal 2020, alla Camera dei Deputati, 147 parlamentari con il maggioritario, 245 con il proporzionale e 8 con il voto dei cittadini residenti all’estero (in tutto 400). Al Senato, 74 parlamentari con il maggioritario, 122 con il proporzionale e 4 con il voto all’estero ( in tutto 200). La scheda tuttavia, non essendoci il, cosidetto, voto disgiunto, sarà unica per la parte proporzionale e per quella uninominale: così nell’urna ne avremo due, che ci consegnerà il presidente di seggio, una per il Senato (per la prima volta potranno votare anche per il Senato i diciottenni) e una per la Camera, in cui potremo tracciare un solo segno.

Il Ministero dell’Interno ha reso disponibile una scheda elettorale, un fac-simile, per far sì che l’elettore possa arrivare preparato al momento del voto. Secondo quanto riportato proprio sulle istruzioni di voto presenti sul fac-simile, il voto si può esprimere in molteplici modi.

Crediti scheda: Ministero dell'Interno
Crediti scheda: Ministero dell’Interno

Si può tracciare un segno sul simbolo prescelto – i numeri in grassetto nell’immagine -, così esprimendo automaticamente la preferenza per quella lista e per il candidato uninominale collegato (nell’immagine, il NOME COGNOME). Diversamente, se il segno viene tracciato sul nome del candidato uninominale, il voto è automaticamente espresso anche per la lista collegata a quel nome. Se vi sono poi più liste collegate – una coalizione, come in 6-7-8-9 e 11-12-13-14 nell’immagine -, il voto andrà, anche per il proporzionale, al partito del candidato uninominale.

(1/Continua…)

Fonte: orizzontipolitci.it

Il sessismo quotidiano

di Daniele Madau

Ascolto con rabbia e sorpresa crescente i particolari e capisco quanto sia diffuso, a un passo da me, da tutti noi, e quanto sia ancora socialmente accettato, poco compreso e, in fin dei conti, interiorizzato: spesso – putroppo – anche dalle vittime stesse.

Parlo del sessismo, del maschilismo che si concretizza in violenza psicologica e in discriminazione se non, lo sappiamo benissimo, in violenza fisica, come da stillicidio quotidiano. Stillicidio a cui assistiamo storditi, quasi increduli, con un senso profondo d’impotenza che si scontra col desiderio struggente di proteggere – purtroppo quando non è più possibile – ogni vittima.

Elenco, di seguito, quanto emerso dai media la scorsa settimana, a cui dobbiamo aggiungere un sommerso decuplicato. Secondo il rapporto della ‘Fondazione Libellulla’, una donna su due è vittima di molestie sul lavoro. Una ragazza nigeriana viene aggredita dal suo datore di lavoro per avere richiesto il compenso pattuito. Una donna viene uccisa dal figlio, invasato dal mito del padre violento che, dal carcere, continua a inviargli messaggi di sopraffazione e prevaricazione. Dopo tre anni viene riconosciuto come colpevole di femminicidio il compagno di una, ennesima, vittima. Inoltre, mi capita di rileggere della vergogna di Montalto di Castro, dove un intero paese ha appoggiato e giustificato tre stupratori, abbandonando nell’isolamento più doloroso la vittima. La frase simbolica è di Vittorio Bricca, pensionato settantenne che, seduto in piazza, dice: «Avessi avuto diciassette anni, mi sarei messo in fila e anch’io sarei andato con quella»

A tutto questo, di cui si può leggere in una normale giornata d’agosto, questa volta però devo aggiungere quanto sentito direttamente da me, in un’altra normale serata d’agosto, davanti a un aperitivo, dentro l’affollamento maleducato e spersonalizzante di una piazza cuore della ‘movida’ cittadina. Parla una mia coetanea, educatrice, che conosco da anni, e che mi ha sempre nascosto – perché forse non ritenuti degni di attenzione o, semplicemente, perché solo ora abbiamo avuto più confidenza e fiducia uno nell’altra – certi atteggiamenti, sempre al limite tra il sessismo e la scelta d’opportunità, di sicuro pesanti, d’ignoranza, di società non evoluta.

‘A noi educatrici’- così mi dice, forse con rassegnazione, di sicuro con consapevolezza – ‘capita molto spesso che i padri si invaghiscano. Arrivano nelle loro case ragazze giovani, carine, sorridenti, dolci, che si occupano dei loro figli. Un giorno, uno di loro – dopo che mi ero opposta a passare in gita un fine settimana con lui e la figlia – ha cominciato a mettere in giro voci false su di me. In quel luogo seguivo due famiglie e l’asssistente sociale ha deciso di non farmi continuare con nessuna delle due. La cooperativa, poi, non mi ha rinnovato il contratto, che durava già da tre anni’.

Lei lavora anche in ambito scolastico ed è capitato fosse oggetto di pesanti attenzioni anche da parte dei docenti, fatto di una gravità tanto grande quanto poco conosciuta. Denunciare o far sentire la propria voce? La sua considerazione è tanto forte, quanto lucida, umiliante per tutti noi, tutta la società e, nello specifico, per il sistema scolastico: ‘Sono una educatrice e non un docente. E’ facile farmi fuori come nulla.’

La frequenza di situazioni simili è molto alta.

E’ grave questo? O è la prassi normale, storture accettabili di una società che presenta posizioni di forza e di debolezza?

E’ gravissimo, perché ha ricadute psicologiche, lavorative, sul benessere delle donne, sui loro diritti. Perché qualifica una società e i suoi uomini, ancora – come capita, purtroppo – protetti, giustificati, tutelati nella loro posizione di forza.

Cosa dire? Come reagire? Tutti noi siamo coinvolti, interpellati e responsabili. Ogni volta in cui non invochiamo un diritto e non denunciamo un sopruso, perché non contribuiamo alla creazione del mosaico della società dei diritti e dell’inclusione, che ha bisogno del tassello di ognuno.

Ogni volta in cui, dall’episodio meno violento a quello più violento, facciamo in modo che una vittima si senta sola, è una ferita profonda in una società, che si rimarginerà in tempi lunghissimi, come quando una macchia di petrolio insozza il mare.

E tutto questo è più vicino di quanto pensiamo ma, forse, una società meno pronta a proteggere è anche più comoda, per tutti noi.

Un galantuomo alla gogna

di Ignazio Locci

E fin troppo facile iniziare con un siamo alle solite, ma quello che è accaduto in
Parlamento è la rappresentazione del cupio dissolvi che infesta la nostra politica.
Su 18 legislature, ad oggi ben 10 si sono concluse anticipatamente.
Questo scioglimento rappresenta comunque un unicum perché per la prima volta
verremmo chiamati alle urne nel primo autunno. È stata infatti abbandonata la
consuetudine da prima repubblica dei governi balneari che trovavano ragione sia nei
tentativi di calmare i pruriti estivi di alcune forze politiche, sia nella responsabile attenzione a porre in sicurezza la macchina Italia con un governo che seppure balneare operava con pienezza di poteri per portare a compimento importanti e necessari obiettivi di governo, primo fa tutti il bilancio pubblico. Ma questa volta non sarà così. Forze politiche , anzi rappresentanti di schieramenti politici, poco adusi non solo alle buone maniere, ma anche e soprattutto alla conoscenza delle regole e leggi che scaturiscono dalla nostra Costituzione hanno ben pensato di sfiduciare il governo in carica per lascarlo comunque all’opera per tentare di levare le cosidette castagne dal fuoco. Le indicazioni del Presidente della Repubblica ci hanno chiarito inequivocabilmente quello che accadrà in questi prossimi pochi mesi.
Ma non è solo una questione di tecnicismi o di regolamenti.
Quello che è avvenuto ha dell’incredibile, perché da una parte a causa dei pruriti del populismo (il M5S) e d’altra parte dal disperato tentativo (del resto) di Forza Italia e del fantasma della Lega di mettere le mani sul governo della nazione e anche di primeggiare sul partito della Meloni, è stato sacrificato uno dei migliori governi che in questi ultimi 17 mesi ha ben operato per riportare l’Italia sullo scenario Europeo e mondiale, guidando la nazione in una serie di riforme che silenziosamente ed incisivamente ci aprivano le porte ad uno sviluppo sociale ed economico condiviso con gli altri grandi stati dell’Europa.
Non sarà facile da adesso in poi raggiungere questi obiettivi e anzi se non poniamo la
massima attenzione alla ricerca di alleanze politiche mature ed equilibrate, rischiamo
veramente di fare un passo indietro, nell’economia, nei diritti, nella libertà e nella
democrazia. E quel galantuomo che ha contribuito a salvare anche l’economia italiana ,
non dimentichiamo la sua intuizione del whatever it takes, e l’impegno profuso nel guidare il governo in questi difficili ed inaspettati ultimi tempi, non meritava e non merita la gogna politica alla quale dei perfetti ignoranti della “res pubblica” lo hanno sottoposto.
Grazie Prof. Mario Draghi, uno dei pochi galantuomini prestati alla politica.

Paolo Borsellino: un inno alla vita e ai suoi valori più grandi

di Manfredi Borsellino

Nel pieno dell’estate, 57 giorni dopo l’amico Giovanni Falcone, Paolo Borsellino andava incontro alla morte, con la sua scorta: era il 19 luglio, di trent’anni fa. Nel ricordo del figlio Manfredi, ritroviamo l’immagine già cara a tutta l’Italia di un uomo che fece del suo lavoro un inno alla vita e ai suoi valori più grandi. Che, nella semplice quotidianità della vita familiare, lasciò un esempio di coraggio e amore. Tutto ciò che la mafia odia ma che, per questo, nonostante la sua brutale e vile violenza, renderà Cosa Nostra sempre sconfitta. Come anche testimonia il sorriso di Paolo Borsellino, quando tutto era già compiuto, nell’ultimo ricordo della figlia Lucia.

Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola. Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo. Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua. Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni. La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive. Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre. Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese.
Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci. Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava.
Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare. Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione. Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii. Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio. Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta. La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio. Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta. Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ovverosia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere. D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, ovverosia una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. (…) Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita. Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.

Il testo di Manfredi Borsellino è tratto dal volume “Era d’estate” a cura di Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi edito da Pietro Vittorietti

Scuola, luogo di amore e miracoli

di Daniele Madau

Titolo forte, superficiale, impegnativo, ottimista. Ma è la verità, accade.

Accade perché la scuola, come da ultimo contratto collettivo degli insegnanti, è una ‘comunità educante’. Accade perché è un luogo in cui convergono lo studio dei ragazzi – e ‘studio’ etimologicamente significa, in primis, ‘passione’, ‘zelo’, ‘ardore’, ‘desiderio forte’ -, il lavoro degli insegnanti – anch’esso lavoro di ‘studio’, di passione -, le professionalità dei dirigenti, degli amministratori, degli educatori, dei collaboratori, e le aspirazioni delle famiglie.

Tutti con uno scopo: il bene dei ragazzi.

Certo, è un’alchimia che, spesso, non riesce: gli ingredienti non sempre sono della qualità richiesta per l’esperimento. Quando lo sono, però, il risultato è unico, che fa della scuola un luogo unico.

Quale altro luogo, infatti, ha queste caratteristiche? Forse il parlamento? Lo cito perché dovrebbe essere la sede delle discussioni e delle decisioni, per eccellenza, volte al bene comune. Gli interessi di parte, partitici, tuttavia, non lo permettono. Lo scrivo da amante della politica e militante; non cieco, però, soprattutto in questi tempi di politica strana, lontana dai valori che, protetti dalle mura di un liceo, sembrano lì ancora sacrosanti.

La scuola non ha interessi di parte, ma parti che sanno di dover agire per il solo bene dei ragazzi, e questo è il fine più nobile, alto, doveroso di ogni attività umana.

Perciò penso ancora che l’insegnamento sia il mestiere più bello. Anche questa affermazione può essere banale: io, però, la reputo vera.

Esistono mestieri più gratificanti – a cui penso- e che, a volte, mettono in crisi il mio essere docente per vocazione, o convinzione: giornalista, politico a tempo pieno, scrittore a tempo pieno. A parte l’elenco da bambino e fermo restando che non so se ne avrei avuto la capacità, gli insegnanti sanno che la meraviglia del seme che cade nella terra del cuore di un ragazzo, e di quel ragazzo che ringrazia per questo seme e per ciò che sente crescere, non ha eguali e paragoni, se la tua sensibilità sa coglierla. La immagino, amplificata, nei missionari o nei cooperanti, laddove manca tutto.

Certo, esistono le delusioni, le perdite di senso, le mancate gratificazioni economiche (vexata quaestio), ma sono le spine delle rose, i sassi sulla strada più bella, gli ostacoli verso il traguardo non di gloria ma di gioia contenuta e profonda, di pace. La pace che dà un luogo di giovani, pace di ottimismo, futuro, educazione.

Ecco perché vicende come quella di Cloe Bianco sono scandalose e niente hanno a che fare con la scuola: Cloe, sicuramente, era accettata dai suoi alunni. Oserei dire che il ‘potere’, deandreianamente parlando, l’ha portata al suicidio, non la scuola dei ragazzi, e dei miracoli.

Ma quali sono questi miracoli?

Sono semplici, non ci si aspetti chissà cosa. Ragazzi che, all’orale della maturità, ringraziano i prof., dimostrano entusiasmo, si commuovono.

Altri che ti dedicano una pagina ognuno di un diario e scrivono che non ti dimenticheranno mai.

Picccoli, ma veri, miracoli. Che ti portano a credere nel bene, nella giustizia, nella bontà, nell’amore: in una parola, nei valori, per cui un uomo vive.

E questo è un altro vero, grande, miracolo.

Scusate la banalità.

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