11 Settembre 2001 – 11 Settembre 2021

di Marco Marini

11 settembre 2001: il XXI secolo, appena arrivato, perdeva già le sue illusioni di pace, riscoprendo lacerazioni devastanti, concretizzatesi nell’azione terroristica più sconvolgente della storia. 11 settembre 2021: questa riflessione di Marco Marini, che ricevo e pubblico volentieri, ci aiuta a ripercorrere le premesse e le conseguenze di quel giorno, per ricordare e capire.

Oggi, sabato 11 settembre 2021, ricorre il ventesimo anniversario dell’attacco terroristico alle Twin Towers, le Torri Gemelle del World Trade Center di New York.

Sembra un caso ma la ricorrenza viene celebrata a pochi giorni dal ritiro delle truppe U.S.A. dall’Afghanistan, presenza giustificata proprio dall’attentato a New York.

Sono già iniziate le cerimonie commemorative che hanno segnato indelebilmente la vita degli statunitensi ma anche del resto del mondo. Aldilà della retorica che verrà

espressa nella circostanza della ricorrenza, è innegabile affermare che il mondo non è stato più lo stesso da quel momento.

Furono circa 3.000 le vittime dell’attentato a cui si aggiungono i 19 terroristi e 6.000 feriti. Senza contare coloro che moriranno per tumori o a cause respiratorie, negli anni successivi.

Questo avvenimento ha scatenato le ipotesi complottistiche più disparate. Degne di un copione di  un film di Hollywood.

Senza entrare nel merito di queste varie ipotesi, è evidente che ci siano stati dei comportamenti a dir poco discutibili da parte delle autorità statunitensi.

Alcuni dei terroristi che parteciperanno all’attacco erano stati già segnalati da elementi della C.I.A. e dello F.B.I., che ricordiamo agiscono rispettivamente all’estero ed all’interno degli Stati Uniti d’America. Si verificò che alcuni avevano passaporti sauditi ed erano in possesso del visto di ingresso negli U.S.A.

Sembra quindi che non ci fu molto dialogo fra le Intelligence americane.

Fu accusata l’organizzazione Al Qaeda ed il suo Leader Osama Bin Laden, che in un primo momento negò ogni addebito in merito. Sembra che successivamente alcuni

video mostrassero il Capo di Al Qaeda con alcuni uomini che parteciperanno all’attacco.

Subito dopo il presidente degli Stati Uniti George W. Bush Junior scatenò la vendetta

contro Al Qaeda ed il suo leader. E contro i terroristi  e le nazioni che li ospitavano.

Prima con l’ENDURING FREEDOM contro l’Afghanistan che accoglieva Bin Laden e che rifiutava di consegnarlo agli americani.

Poi con l’ IRAQI FREEDOM, accusando Saddam Husseyn, già sconfitto dal padre di G.W. Bush Junior, appunto Senior, durante il Desert Storm, di possedere armi di distruzioni di massa, le cosiddette NBC (nucleare, batteriologiche e chimiche) che sarebbero state una minaccia per gli U.S.A.

Ora Bin Laden non ha mai nascosto il suo odio verso gli americani e gli occidentali in genere, in quanto appunto durante il DESERT STORM occuparono la terra del Profeta, considerata dai credenti musulmani HARAM, cioè santa. Propose al Governo Saudita di schierare ai confini  sauditi  i  mujahiddin da lui addestrati contro i sovietici in Afghanistan (armati dagli U.S.A, tra l’altro), ma il Re Fahad preferì chiamare gli americani e i suoi alleati, anche con la ragione di un esistente accordo di difesa dell’Arabia Saudita da parte degli U.S.A già dal 1945.

Questa presenza straniera vicino alla Mecca non fu gradita neanche dalla borghesia saudita a cui apparteneva lo stesso Bin Laden, ecco perchè godette di appoggi e finanziamenti in loco. Anzi, qualcuno suggeriva che il suo vero scopo fosse quello di rovesciare il regime Saudita e gestire le immense ricchezze derivanti dal petrolio. Però era difficile scatenare una guerra nella terra del Profeta e contro i Custodi della Città Santa della Mecca. Ecco perché ritenne di attaccare i nemici della vera Fede fuori dall’Arabia Saudita. E qui ci può essere una logica nel comportamento degli

americani.

Ma l’Iraq? George Bush Senior sconfisse Saddam Husseyn e lo cacciò dal Kuwait. Ma ebbe la lungimiranza, se così’ possiamo dire, di non lasciare un vuoto di  potere in Iraq.

E il figlio? Dei 19 attentatori (che erano sauditi, qatarioti, yemeniti, baireniti, omaniti e kuwaitiani) nessuno era iraqeno. L’embargo durato 12 anni contro l’Iraq ha fatto sì che arrivassero le siringhe ma non i vaccini o il cloro per potabilizzare l’acqua, in quanto secondo le fonti U.S.A. avrebbero potuto essere utilizzati per la produzione di armi chimiche. Intanto epatiti e colera si diffondevano tra i bambini.

Il Presidente Bush ha cercato di dimostrare che Saddam possedeva l’uranio necessario per produrre la bomba atomica. Uranio fornito dal Niger, circa 500 tonnellate. Gli esperti del settore affermano che sarebbe stato impossibile nascondere questa fornitura (come avrebbero potuto trasportarlo? Aerei, camion ?) e che il Niger che viveva della benevolenza delle altre nazioni, non avrebbe mai violato l’embargo dell’ONU sulla fornitura di questo materiale. Un ispettore  statunitense inviato da Bush  per trovare le Armi di Distruzione di Massa diede le dimissioni il 23/01/2004: non ne trovò traccia o prove.

Un regalo dell’amministrazione Bush Junior fu il cosiddetto PATRIOT ACT una legge federale che rinforza il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi, quali CIA, FBI e NSA, con lo scopo di ridurre  il rischio di attacchi terroristici negli Stati Uniti, intaccando di conseguenza la privacy dei cittadini.

Quattordici disposizioni su sedici previste da questa legge sono state rese permanenti.

Tra le altre disposizioni promosse dalla votazione, cui una serie di emendamenti ha favorito l’applicazione, vi sono la possibilità di effettuare intercettazioni telefoniche, l’accesso a informazioni personali e il prelevamento delle impronte digitali nelle biblioteche, che sono scadute il 1º giugno 2015. Validità posposta fino al 2019.

Ma forse la causa più evidente della “vendetta” degli U.S.A. dopo l’attacco alle Twin Tower e le conseguenti operazioni di guerra,  è stata la riconsegna dell’Afghanistan ai Talebani con la quale, volenti o nolenti, ci dovremo confrontare, anche se qualche nostro politico non lo reputa possibile.

La seconda considerazione è quella di aver distrutto l’Iraq senza un piano di stabilizzazione del potere politico che ha messo in crisi il paese e lo ha consegnato all’ISIS (che vuol dire Stato Islamico Siria e Iraq o DAESH). Anche se questo è stato sconfitto, le sue cellule sono sparse per il mondo.

Ultimo appunto riguarda la realtà del popolo Curdo sparso tra Iran, Iraq, Afghanistan e Turchia. Problema mai risolto dopo lo smantellamento dell’Impero Ottomano dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, e dopo le solite promesse delle Grandi Potenze di allora (Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti). Come il problema Palestinese.

Ma queste sono altre riflessioni.

Afghanistan: caos e diritti umani

di Marco Marini

Volentieri ricevo e pubblico un articolo che ci aiuta a orientarci nella storia recente dell’Afghanistan, per capire meglio gli ultimi eventi. Grazie a Marco Marini, appassionato esperto di geopolitica orientale e mediorientale.

Stiamo assistendo ad un evento che lascia aperti vari scenari sullo scacchiere mondiale, la “fuga” dell’occidente dall’ Afghanistan. Le varie posizioni degli esponenti politici europei, spesso in contrasto fra loro, dimostrano che stiamo lasciando l’iniziativa alle varie potenze mondiali, Cina in primo luogo ma anche Russia, senza dimenticarsi degli Stati Uniti. Abbiamo sentito giudizi negativi sulla decisione del Presidente statunitense Biden di lasciare l’Afghanistan, spesso con motivazioni più ideologiche che razionali. La decisione di lasciare quella nazione martoriata era prevista già ad aprile di quest’anno, ed era stata già programmata dalla precedente amministrazione Trump.
E’ nota la solita posizione del Partito Repubblicano americano in tema di politica estera, cioè non impegnarsi più di tante in questioni che non riguardino le faccende “interne”. Al contrario il Partito Democratico U.S.A. guarda all’esterno del proprio paese assumendo il ruolo di Difensore dei principi di Libertà (la loro). Ricordiamo che la guerra in Vietnam è stata voluta da JF Kennedy e LB Johnson negli anni sessanta e conclusa dal repubblicano Nixon. L’intervento in Afghanistan di vent’anni fa è stato motivato dal rifiuto, da parte dei Talebani, di consegnare Bin Laden accusato di aver organizzato l’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001.
Gli U.S.A convinsero l’O.N.U. E la NATO ad intervenire motivando la minaccia terroristica come mondiale. Oltre alle operazioni militari, che hanno creato migliaia di vittime innocenti, si era cercato di creare un’economia a sostegno di quella nazione. La risorsa principale erano le coltivazioni di oppio da cui si ricavavano morfina ed eroina. Intervistati in merito agli aspetti morali di queste coltivazioni i coltivatori affermarono che a loro non interessavano in quanto non ne facevano uso o abuso ma le producevano per il consumo degli “infedeli” occidentali. Anche questo fu un motivo, sebbene marginale, dell’intervento U.S.A, come fece nel 1982 nella valle della Bekaa in Libano. Si proposero coltivazioni alternative quali grano e mais ma il terreno montagnosa non si adattava allo sviluppo di queste piante.
L’importanza strategica del paese è riconosciuta nella Storia. Sia l’impero Britannico che la Russia zarista cercarono di occupare il territorio e nonostante la vittoria britannica si dovette riconoscere l’indipendenza di questo popolo fiero.
L’ultima presenza nello scacchiere afgano è rappresentata dalla Cina. Qualche mese fa si sono svolti incontri informali tra i rappresentanti Talebani ed il governo cinese. Le motivazioni principali sono due. La prima riguarda le risorse che l’Afghanistan offre, innanzitutto il rame ed altri minerali preziosi per circa mille miliardi di dollari, utili alla produzione dei cellulari di cui la Cina detiene il dominio quasi incontrastato.
Il secondo motivo riguarda la vicinanza dei confini Afgani allo Xinjiang, provincia autonoma occidentale della Cina, la cui poloazione principale gli Uiguri sono di religione musulmana.
In tempi recenti a causa delle rivendicazioni autonomistiche di queste popolazioni il governo di Pechino è intervenuto pesantemente nella zona. Si parla di circa tre milioni di “ospiti” nei campi di rieducazione cinesi. La vicinanza dei guerriglieri Talebani avrebbe una influenza negativa sulle altre popolazioni musulmane che vedeno in questa “fuga” dell’occidente, un motivo di orgoglio.
Un portavoce del governo cinese ha affermato che quando gli U.S.A. Arrivano con l’esercito “lasciano solo disordine e distruzione”.
Alla luce di ciò che è accaduto in Iraq, queste parole fanno pensare.
In tutto questo l’Europa continua ad essere assente. Questo fa il gioco delle altre Superpotenze. Certo la Brexit ha dimostrato che la Gran Bretagna nel nome di una tradizione autonoma e poco europeista si è adagiata su posizioni americane che non vedono di buon occhio un’ Europa unita e forte non solo culturalmente ed economicamente ma anche militarmente. 450 milioni di europei sono una “minaccia” anche per la Russia e Cina.
Si chiede ad una nazione come l’Afganistan di rispettare i diritti umani, e gli afgani ci ricordano quanto questo occidente abbia poco rispettato, anche recentemente, i diritti di cui sopra. Guantanamo e Abu Ghraib ne sono un esempio, o la Cina sopra citata. In tutto questo caos oltre alle popolazioni innocenti, tra le vittime di queste ipocrisie, dobbiamo ricordare i giornalisti che nel nome della Verità hanno perso la vita o rischiano la galera:
Khassogi ucciso presso l’ambasciata Saudita in Turchia, Anna Politkovskaja una degli oltre duecento giornalisti morti in Russia dopo la caduta del regime sovietico, la nostra Ilaria Alpi e Miran Hrovatin che scoprirono quanto di lurido ci fosse nella Cooperazione Internazionale italiana e per finire con Julian Assange che rischia 175 anni di galera per aver rivelato le atrocità delle truppe U.S.A. Ed altri ancora.
Un’ultima considerazione, da che esiste il mondo, la guerriglia non è stata mai sconfitta neanche dalle grandi nazioni, sin dai tempi in cui gli zeloti dell’antico regno di Israele, combattevano contro le truppe di occupazione romane in Palestina, o i guerriglieri vietnamiti o i talebani mai sconfitti ne dai sovietici ne dagli americani.
L’ex Primo ministro Hamid Karzai, appena rientrato dall’Italia dove si era rifugiato insieme all’ex Re Mohammed Zahir Shah, riunì il consiglio dei Capi Tribù afgane e discusse delle leggi relative alla tradizione familiare di quel paese, non di diritti civili o altro.
La realtà afgana è un mondo lontano dalla nostra “morale” o idea di libertà che volevano imporre e visti i risultati è lecito domandarsi che cosa abbiamo fatto in questi anni se non stare tranquilli mentre lì la gente continuava a morire.

‘Non lasciateci soli proprio ora’

di Daniele Madau

Le notizie che arrivano dall’Afghanistan turbano i nostri giorni e, con le immagini degli assalti all’aeroporto per trovare una fuga di speranza -che hanno fatto parlare di ‘fallimento occidentale’ -, ci fanno riflettere su quanto valgano i diritti e su quanto è prezioso l’aiuto di chi, come l’organizzazione Pangea, spende la vita per l’emancipazione delle afghane e per la salvezza dei bambini. Ho potuto intervistare il fondatore della onlus Luca Lo Presti

“Pangea è una fondazione che opera a Kabul dal 2003 e quello che abbiamo in Afghanistan non è un progetto ma famiglia.
Abbiamo a cuore tutte le ragazze dello staff e conosciamo una per una tutte le nostre beneficiarie e i loro bambini.
Ovviamente il progetto cambierà nelle prossime settimane, non abbiamo scelta.
Non sappiamo ancora come. Dovremo agire di nascosto e nel silenzio ma Pangea non abbandonerà l’Afghanistan: continuerà a lavorare per le donne e i loro bambini.
Al momento la nostra priorità è mettere in salvo lo staff afghano, donne che in questi anni hanno lavorato con coraggio per aiutare le donne. E che ora rischiano violenze, stupri e di essere uccise.
Dobbiamo metterle in sicurezza per poter ricominciare presto ad aiutare le donne e i bambini a Kabul.

Quello di Pangea a Kabul è un progetto fastidioso per i talebani.
Non è un progetto sanitario utile anche ai talebani.
Ma è un progetto di vitale importanza per le donne e i bambini di Kabul e non possiamo lasciarli soli.

Come fa sempre Pangea, saremo trasparenti e onesti e rendiconteremo al centesimo quanto raccolto.
Vi racconteremo le storie delle donne aiutate e dei loro bambini.
E speriamo di tornare presto a mostrarvi foto e video con i loro sorrisi e i loro occhi felici”

Questo si legge nella pagina della onlus ‘Pangea’ e ho voluto subito metterlo in evidenza, affinché, chi può, attraverso il sito, li aiuti.

Nostante le ore drammatiche e i continui squilli del telofono, soprattutto da Kabul, Luca trova il tempo per l’intervista:

Qual è la situazione ora a Kabul dato che, dopo qualche giorno di apparente calma, cominciano ad arrivare notizie delle prime violenze?

Notizie negative ce ne sono tantissime ogni giorno. Noi sappiamo di rastrellamenti , perquisizioni nelle case delle attiviste e dei loro parenti. Sono entrati e hanno spaccato tutto. In più proprio ora ho potuto sentire da Kabul spari dall’aeroporto: la situazione sta precipitando, arrivano messaggi in continuazione dalle nostre collaboratrici che hanno paura. Siamo tutti agitati perché nonostante quello che i talebani vogliono mostrare di loro, le violenze ci sono.

A parlato delle collaboratrici e delle attiviste di Pangea: con voi riuscivano ad avere autocoscienza e a emanciparsi

In vent’anni in Afghanistan abbiamo coinvolto tre generazioni di donne che avevano davanti a loro una visione di vita totalmente occidentale, facevano qualsiasi tipo di lavoro e molte di loro andavano in giro a malapena con un velo. Le prospettive che abbiamo creato erano davvero belle. La tristezza grande è leggere frasi come quelle di un messaggio che mi è arrivato, ieri, in cui c’era scritto: ‘i nostri sogni sono andati in fumo, sono frantumati ‘ . Le ragazze che son cresciute con noi i talebani non li avevano mai visti – al contrario delle donne più grandi – e , soprattutto con loro, stavamo costruendo un cambiamento.

Cosa potete fare in questi giorni e come state agendo?

La priorità assoluta ora è mettere in sicurezza le ragazze, le collaboratrici e le loro famiglie perchè, quando sparisce una di loro, le rappresaglie ricadono sulle famiglie. Il nostro intento è portarle in Italia e continuare qui il percorso con loro e continuare ad agire in Afghanistan con chi decide di restare per operare da lì in maniera clandestina. Il nostro lavoro, infatti, non è come quello degli ospedali, che possono mostrare una loro bandiera di neutralità e sono accettati perché servono a tutti. Un lavoro di consapevolezza e diritti umani oggi, invece, è il nemico pubblico numero uno. Però non possiamo pensare di smettere, soprattutto coi processi di microcredito perché, in un momento di crisi come questo, quello che crolla è l’economia e la microeconomia che riusciamo a creare diventa fondamentale per le famiglie.

In passato siete riusciti mai a collaborare con l’autorità politica?

Mai, siamo sempre rimasti il più lontano possibile dall’autorità, perché non ci si poteva fidare di nessuno, erano governi di faccendieri, mafiosi che, senza tornaconto, non ci avrebbero fatto lavorare. Noi agiamo casa per casa, quartiere per quartiere, in maniera molto anonima.

Quale tipologia di ragazze vi segue? Sono, a esempio, religiose?

La religione è alla base di chiunque la voglia abbracciare, come da noi. Alcune sono praticanti, altre meno: tutte però credenti. La religione dei talebani, però, è tutta loro, molto integralista e radicalizzata. L’interlocutore diretto è Dio e l’unica antenna con Dio è il mullah: questo mullah può dire qualsiasi cosa e chi osa appena contraddirlo è considerato come un bestemmiatore e quindi è degno della morte. In una fase di dittatura chi comanda può interpretare soggettivamente la scrittura e ha potere assoluto. Ma mi sento di dire che Dio non c’entra: ci sono poteri personali, internazionali, i soldi, il controllo di una zona che strategicamente, geopoliticamente ed economicamente è importantissima. La Cina, che oggi sta stringendo un accordo di ferro coi talebani, ha interessi nell’estrazione del petrolio per tre miliardi di dollari. Dio, in tutto questo, non c’entra niente. La religione è uno strumento per imbonire le masse e diventa viatico di dittatura e massacri.

‘Pangea’ è una creatura sua, ora più che mai immagino che la sua missione continui

Non ho mai dubitato e oggi ci si sente addosso una responsabilità grande perché più che mai, oggi, è tangibile il fatto che se riusciamo nella nostra missione stiamo salvando vite umane. C’è tristezza perché abbiamo una promessa verso tante persone che non può venire tradita, perché contano su di noi. Se posso lanciare un appello, dico che abbiamo bisogno di tutti, di risorse economiche per far fronte agli impegni, per salvare la vita a tante gente. Non lasciate sola ‘Pangea’.

Fabio Concato: il privilegio di scrivere le storie di tutti noi

Fabio Concato sarà il 14 agosto a Berchidda

di Daniele Madau

L’incontro di cui vi scrivo oggi è particolarmento bello, ed emozionante, per me, e per tutti coloro che amano i gioielli della musica italiana: quell’armonia, dolcezza e riflessione che leniscono i giorni più duri e accompagnano i giorni migliori, laddove la musica si sublima e trascende se stessa per fondersi con la nostra anima, le nostre paure e i nostri desideri. In occasione del concerto del 14 agosto a Berchidda, per il festival di Paolo Fresu ‘Time in Jazz’, ho raggiunto al telefono, da Milano, Fabio Concato, che ringrazio per avermi come aperto degli scrigni, quello dei ricordi, quello della sua Sardegna, quello dell’origine delle canzoni e non solo…

Fabio, di nuovo in Sardegna. Sardegna che ti ha ispirato brani come ‘Ciao amore’ e ‘La nave’, che parlano del periodo da te vissuto nella nostra isola e che non testimoniano un bel momento, dato che eri militare di leva. Però, possiamo dire, che da quella situazione difficile siano nate cose belle, come le canzoni e, per ‘Ciao amore’, anche una presa di posizione antimilitarista, tipica della figura del cantautore, per come appare nell’immaginario.

Io ho fatto la leva da grande, nel 1977, perché studiavo medicina all’università e, così, non ho fatto bene né l’una né l’altra…Sì, non è stato un bel periodo, a lanciare bombette o a fingere di sparare con la mitragliatrice – se ci penso, ora, fa anche un po’ ridere – a fare tutto ciò per cui sono negato, in una caserma isolata come quella di Macomer, con ufficiali frustrati e con qualche episodio di nonnismo. Mi avevano promesso che, dopo i due mesi di ‘Car’, mi avrebbero mandato a Milano e, invece, mi hanno mandato a Elmas, con la promessa che, essendo iscritto in Medicina, sarei andato nell’infermeria, anche se non sapevo fare nemmeno un’iniezione. Invece mi assegnarono al bar del circolo sottoufficiali dell’Aeronautica, con orari pazzeschi: una volta saputolo, ho avuto una sorta di mancamento… Però, anche da quella esperienza, sono nate delle cose belle, buone riflessioni, ho incontrato buone persone; anche le canzoni, certo. Nel 1994-95 ho scritto ‘Ciao amore’, uscita, poi, l’anno dopo, che, una volta conclusa, ho guardato con grande soddisfazione: perché era una cosa buona nata da ciò che mi aveva fatto male e di cui dovevo riparlare, per risolverla e darle una spiegazione. E l’antimilitarismo, certo: anche se io ero già, lo sono sempre stato, antimilitarista, lo ho nel dna. Ho sempre pensato fosse più efficace svolgere il servizio civile piuttosto che avere la sensazione di perdere un anno della propria vita: ecco perché quel periodo è stato, comunque, una sofferenza. ‘La nave’ racconta del mio amore di allora, di origine maddalenina, che mi accompagna a Genova per prendere, appunto, la nave verso la Sardegna, e io avvertivo tutte le mie ansie…Per gli ultimi due mesi poi, quando ero bello scoppiato, sono stato, finalmente, mandato a Milano ma, devo dire che, di quei sessanta giorni, non ricordo niente, mentre degli altri ho, non dico nostalgia, ma anche ricordi belli. A Bosa in treno, la sconvolgente bellezza del territorio, le persone care…

Il tuo ultimo singolo, ‘L’umarell’, è disponibile gratuitamente, rispecchiando quanto in passato hai fatto con le tue donazioni. Il brano è scritto in milanese, fatto che testimonia il tuo interesse per la cultura della tua città. Questo ti accomuna al novero degli artisti sardi che, direi, da Maria Carta in poi, hanno scoperto il desiderio di esprimersi nella nostra lingua.

Ho sempre avuto attenzione per la mia città, per la mia lingua. La canzone, però, nasce dal drammatico periodo che abbiamo vissuto e durante il quale la Lombardia- la zona più devastata del mondo, in proporzione- è stata colpita così a fondo. Durante i giorni di chiusura ho pensato che, data la fortuna, e il privilegio, che abbiamo noi cantautori di poter scrivere su delle note ciò che abbiamo in mente, dovevo scrivere, per far nascere qualcosa di bello anche da quei giorni. E’ nata così, questa canzone, anche perchè avevo una statuetta, un ‘umarell’ , un omino, sopra il pianoforte che mi guardava- immagina che livello di stato mentale avevo raggiunto! – e mi spingeva a scrivere. E proprio perché noi lombardi siamo stati particolarmente colpiti, mi è venuta di scriverla in milanese: il milanese non è molto parlato- neanche io lo parlo spesso, ho dovuto anche riscoprire certi suoni ed espressioni- e, perciò, stiamo perdendo la storia e la memoria della città. Ecco, anche, perché, una volta concluso il brano, ho pensato di citare Enzino, Enzo Jannaci, genio del tragicomico per eccellenza, autore di una sensibilità e di una capacità narrativa unica, che ti fa sorridere e riflettere. Sono felice di aver scritto il brano, è stato autoterapeutico, mi ha fatto sentire meglio. Ora, è fruibile per tutti, al di là del vendere o non vendere: fortunatamente, ho superato tanti anni fa il problema del vendere o no. Mi ha permesso di vincere ‘L’Amobrogino d’oro’ nella mia città ma, mi sembra, piaccia anche a Genova, a Napoli, a Palermo. E’ un privilegio scrivere storie in cui la gente si possa identificare, apprezzando il tuo talento, e il tuo cuore: anzi, prima il cuore, poi il talento.

La tua produzione entra nel novero dei cantautori che ha segnato la storia della canzone italiana. Qualche tempo fa ho potuto discutere, con piacere, con Francesco Baccini, che ha scelto di defilarsi rispetto all’attuale sistema di produzione musicale sperimentando altre strade, sulla figura e sul futuro del patrimonio dei cantautori: quale sarà il loro posto?

E’ molto difficile rispondere, provo a limitarmi ai fatti: se tra quarant’anni si cantassero ancora gli artisti di oggi, avranno avuto ragione. Tuttavia, è come se mancassero gli autori, quelli veri. Nell’album ‘Non smetto di ascoltarti’ ho ripreso alcuni classici del rapertorio italiano e mi sono accorto della modernità di canzoni che hanno cinquant’anni, perché c’è musica, melodia, armonia: questi sono elementi che, nella canzone, nella musica popolare, non possono mancare. Non puoi mettere un battito, un ritmo soltanto e sopra delle parole, per quanto intelligenti possano essere, acute. Questo mi fa chiedere se certi brani arrivino solo alla generazione per cui sono state pensate o a tutti: senza armonia, le cose si fermano, anche se, sopratttuo nel rap, a volte il messaggio c’è, e anche molto forte. ‘Domenica bestiale’, lo dico senza nessun sentimento di megalomania, ha quarant’anni e ancora me la sento in radio, sembra resista agli urti del tempo: e così, penso, ci sono anch’io, nel mio piccolo, dopo quarant’anni. Certamente, poi, è cambiato il modo di fare e ascoltare la musica, è cambiato il mercato: è molto difficile rifletterci ma, semplicemente, mi viene da dire che manchi la musica. Qual è la ragione di certi fenomeni, avere più visualizzazioni? Io non credo basti, la musica dovrebbe essere un’altra cosa; però, è così, quindi ne prendo atto.

Come sarà il concerto? Ti immagino con la tua solita presenza, chitarra, gambe accavallate….

Eh no, questa volta sarà diversa, io non suonerò, suoneranno, e di brutto, i ‘Paolo di Sabatino Trio’ , con la lora passionalità, soprattutto di Paolo, cubana, argentina, latina, e ci divertiremo tanto. Suonare a Berchidda, al festival di Palo Fresu – dove c’è musica buona -, sarà bellissimo, non come a Macomer a fare il ‘Car'(ride…). Le canzoni saranno quelle di quarant’anni di repertorio, reinterpretate in modo originale ma senza violenza, con alcune ‘chicche’, come una versione particolarissima di ‘Ti muovi sempre’.

Alla trasmissione ‘Via dei matti’ hai fatto commuovere Stefano Bollani, eseguendo insieme a lui ‘E’ festa’: devo dire che, più o meno, fa lo stesso effetto anche a me. Vorrei farti un elenco delle canzoni che porto con me, che mi accompagnano nei miei giorni e, magari, mi dici se c’è anche la tua, di canzone, quella a cui sei più legato: ‘Mi innamoro davvero’, ‘Prendi la luna’, ‘Ti ricordo ancora’, – così delicata e con tematiche così moderne -‘Ti muovi sempre’, ‘Buona notte a te’, ‘Speriamo che piova’, ‘Voilà’, ‘Ciao ninìn’…

Sì, mi ha un po’ stupito anche se lui, oltre a essere un marziano, un genio della divulgazione- come testimonia la geniale trasmissione- è molto sensibile. Son molto legato a ‘Gigi’, che parla di mio padre: più invecchio, più la amo, mi rappresenta come nessun’altra. Io ho già sette anni in più rispetto a quelli che aveva mio padre quando morì e, così, mi fa ancora più effetto cantarla da sette anni a questa parte: è la mia piccola, grande, opera. C’è il ricordo piacevole e rasserenante, anche se lui non era esattamente in questo modo: era discretamente complicato ma mi è piaciuto descriverlo così. Ho aspettato tre anni per scriverla, e meno male che che è trascorso quel tempo, ho potuto crearla con un’atmosfera non tragica. Poi, certo, c’è anche ‘Fiore di maggio’, con quello di cui racconta, l’ispirazione che la fece nascere…’Ti ricordo ancora’ – con la storia di due bambini delle elementari che, con naturalezza e innocenza, affrontano la loro affettività- mi pose all’attenzione delle comunità omossessuali, che mi ringraziavano perché – anche se non condividevo con loro l’essere omosessuale- finalmente, si parlava di loro e, così, si sentivano ascoltati.

Torniamo, per la chiusura, alla Sardegna…

Ho dei ricordi di amore e stima profonda, che mi arriva sulla pelle, da parte dei sardi, in generale. Poi, non è facile descrivere alcune immagini della Sardegna che mi porto dentro: direi ‘luce’, è luce, la Sardegna. E poi, mi viene in mente Santa Margherita di Pula, Bosa, che è vicino a Macomer, ma, soprattutto, l’affetto così forte della gente, da Sassari a Cagliari.

La scuola non diventi terreno di scontro ideologico

di Francesca Ricci

Con il Consiglio dei Ministri di ieri, è diventato ufficiale l’obbligo, dal primo settembre, di ‘certificazione verde’ per il personale scolastico. Volentieri ricevo e pubblico una riflessione e un’analisi di Francesca -che ringrazio- insegnante di scuola secondaria di secondo grado, su quest’obbligo comparato con le altre necessità, a volte priorità, della scuola

“Dal primo settembre, docenti e personale della scuola potranno lavorare soltanto se dimostreranno d’essere immunizzati, guariti dal Covid-19 o negativi al tampone.”

“Il mancato rispetto delle disposizioni è considerato assenza ingiustificata e a decorrere dal quinto giorno di assenza il rapporto di lavoro è sospeso e non sono dovuti la retribuzione, né altro compenso o emolumento”

Così riporta un articolo del Corriere della Sera uscito oggi 6 agosto.

Onde evitare d’essere fraintesa, io insegno nella scuola secondaria di II grado e sono vaccinata da maggio, quindi non ho nessun interesse personale a criticare il green pass o i vaccini anti-covid, però in questa scelta del Governo ci sono diversi punti critici che sembra non siano stati presi in considerazione dalla cosiddetta “cabina di regìa”.

Partiamo da quello che secondo me dovrebbe essere un principio fondante di qualsiasi norma che riguarda i lavoratori in generale, non solo il mondo della scuola: se si promulga una Legge che pone dei vincoli per l’accesso ad un luogo di lavoro, i lavoratori interessati devono essere messi nelle condizioni di poter ottenere nei termini previsti da suddetta Legge i requisiti richiesti.

I lavoratori della scuola, docenti e personale ATA, non sono stati vaccinati come categoria lavorativa, come è successo per esempio per personale sanitario, forze dell’ordine e forze armate, anzi, la loro vaccinazione è stata interrotta a fine marzo – primi di aprile, quindi una domanda sorge spontanea: come può lo Stato pretendere che tutto il personale della scuola sia vaccinato, se non ha fatto nulla per realizzare tale obiettivo?

E questa è la prima critica!

La seconda critica viene invece da un ragionamento sui dati, aimè, alquanto lacunosi.

La Uil Scuola il 4 agosto denunciava il fatto che in realtà non ci siano dati certi né sul numero dei vaccinati tra il personale scolastico, né su quanto la scuola sia stata effettivamente luogo di contagio nel corso delle diverse ondate epidemiologiche.

Un articolo de La Tecnica della Scuola, datato 27 luglio 2021, fa riferimento ad un 85% di personale scolastico vaccinato, sottolineando come il dato non corrisponda alla realtà, in quanto gli insegnanti e il personale ATA non sono stati registrati come tali nel momento in cui sono stati vaccinati.

Ora, non avendo altri dati a disposizione partirò comunque da questo per la mia riflessione.

85% di vaccinati vuol dire 15% di non vaccinati, l’opinione pubblica e, ho paura, anche il Governo, identificano questo 15% con i no-vax, ma all’interno di questo in realtà, oltre ai no-vax, ci sono le persone che non si possono vaccinare per problemi di salute e i colleghi che per fascia d’età non hanno avuto accesso alla vaccinazione fino a giugno, e che devono aspettare il loro turno insieme a tutti gli altri under 40 che vogliono fare il vaccino.

Per fare un esempio, la Regione Autonoma della Sardegna la settimana scorsa ha bloccato le prenotazioni dei vaccini perché si è arrivati ad ottobre, e prima di accettare nuove prenotazioni bisogna fare i conti con le scorte vaccinali. Come potrà un insegnante sardo di 35 anni fare entrambe le dosi di vaccino entro il primo settembre, se non ha una corsia preferenziale per vaccinarsi?

Ma più ancora mi preme sottolineare la situazione di chi non può vaccinarsi e che sembra non esistere per le nostre istituzioni. A queste persone, ad agosto, e lo voglio sottolineare, perché il nostro Sistema Sanitario prevede che non ci si possa ammalare ad agosto, viene chiesto di fornire un certificato di non “vaccinabilità” emesso da una struttura pubblica, che non vuol dire gratuita, ma solo che il medico deve far parte del Sistema Sanitario Nazionale (la visita immunologica intramoenia, l’unica fattibile prima del 2022 varia dai 130€ ai 180€) entro il primo settembre.

Sempre per rimanere in Sardegna, la prima visita immunologica disponibile è a fine settembre e solo a pagamento.

Quindi, chi è in attesa di scoprire se può o non può fare il vaccino, cosa deve fare? … Spendere 17€ ogni due giorni per fare il tampone in una farmacia abilitata che gli rinnova il green pass?

La risposta a tale domanda, posta dai sindacati al governo, non è ancora pervenuta!

Terza critica: qual è l’utilità del green pass a scuola?

Ripeto, io sono pro vaccino e pro green pass, ma se nell’anno scolastico 2019/2020 c’erano 835.000 docenti per 8 milioni di studenti (fonte Scuola 24 ……) e di questi 835.000: l’85% è vaccinato, un TOT si sta per vaccinare e un altro TOT non può vaccinarsi, quanti sono i docenti no-vax da “stanare”?

Perché di questo si tratta. Il dibattito si è così cristallizzato tra pro-vax e no-vax da dimenticarsi di tutti gli altri. Ma davvero il problema sono i 220.000 non vaccinati del personale scolastico (Fonte: La tecnica della scuola) a fronte di 9 milioni di studenti non vaccinati?

Personale che, tra l’altro, usa correttamente i dispositivi di sicurezza e può mantenere facilmente il distanziamento, cose quasi impossibili nei gradi inferiori di istruzione e abbastanza complicate da far rispettare anche nella secondaria di II grado.

Forse prima di istituire il green pass nelle scuole, si sarebbe dovuto procedere con la messa in sicurezza degli edifici scolastici dotandoli di sistemi di purificazione dell’aria, prevedendo un numero massimo di alunni per aula che permetta un effettivo distanziamento (ci sono 15.000 edifici scolastici chiusi, quindi sicuramente non è questione di spazi), istituendo una corsia preferenziale per la vaccinazione di personale scolastico e alunni delle superiori e soprattutto prevedendo una normativa ad hoc per chi non si può vaccinare che non aggravi situazioni già complicate per la loro natura.

In conclusione, pur essendo favorevole al vaccino e al green pass, non posso che valutare questo provvedimento, come la gran parte dei provvedimenti che riguardano la scuola, del tutto incoerente sia nelle tempistiche che nelle modalità di attuazione, incongruente con la reale situazione della Scuola Italiana, che non è stata analizzata e studiata come si sarebbe dovuto fare, eppure il tempo c’è stato da aprile ad oggi per approntare un vero “Piano Scuola” che tenesse conto di tutte le variabili del caso. Ma in Italia si sa la scuola va per improvvisazione, tanto poi dirigenti, docenti e ATA trovano il modo di far quadrare tutto e chi se ne importa se nel mentre, i più fragili sono costretti a chiudersi in casa e a spendere centinaia di euro solo perché il “sistema” non li ha previsti. E meno male che la Scuola Italiana è esempio di inclusione del mondo!

Diario di un inferno

di Salvatore Cubeddu

Diario dei giorni in cui, impotenti, abbiamo assistito all’incenerimento di alcune parti tra le più belle de patrimonio naturalistico sardo. E di una follia che ha tutte le caratteristiche di avere origine umana

26  luglio 2021, lunedì, ore 10,17.

Da tre giorni siamo nel gran caldo, con la Sardegna al centro dell’alta tensione proveniente dal Sahara, che ha portato la temperatura nelle nostre zone interne dai 35° a più di 40° lungo la linea che la dimezza longitudinalmente, in corrispondenza dell’Oristanese. Da una settimana il fuoco si è installato nel Guicier, ai piedi orientali del Montiferru, finchè non è arrivato l’incidente lunogo la strada provinciale che costeggia il Pabarile di Bonarcado che ha causato il disastro degli ultimi due giorni, sabato 23 e domenica 24 luglio. E’ il 23 di primo pomeriggio, quando l’automobile del campagnolo (pastore? vignaiolo?) percorre la strada con il motore surriscaldato che, a contatto con l’erba secca, appicca il fuoco all’erba che ne è a contatto e poi a se stesso. E’ iniziato il vento di scirocco,  colpisce direttamente da est il pendio del Montiferru, alimentando questo incendio ed estendendolo a tutto il Pabarile (terre comuni e private, pascoli e orti di olivo e di ciliegeti). Accorrono i bonarcadesi, squadre organizzate e volontari, e il fuoco viene domato dopo avere danneggiato alcune decine di ettari di territorio. Il fuoco ripartirà il mattino seguente, nonostante i controllori avessero garantito del suo totale spegnimento. Ma, allora: qualcuno è andato a riattizzarlo? Credo che non si saprà mai.

Il fuoco riprende, conclude il suo lavoro a Bonarcado ed entra nel limitrofo territorio di Santu Lussurgiu raggiungendo la valle de Sos Molinos, il cui ruscello cade nella bella cascata. La valle diventa il corridoio in cui il caldissimo vento di scirocco fa risalire veloce il fuoco verso i pascoli e le rocce più alte, dove vediamo i ripetitori radio-televisivi, i primi e più importanti di Sardegna. Risalendo, l’incendio lambisce alla propria destra campi boscati che si avvicinano alle prime case a villa, con spazi alberati e a giardino della moderna entrata di Santu Lussurgiu, accovacciata nella bocca de vulcano con l’entrata bassa verso sud-est. La cittadina diventa invivibile, si teme che il fuoco non si limiti a lambire i giardini, l’allarme porta ad incoraggiare gli abitanti a lasciare le case. Inizia il terrore anticipando quanto verrà vissuto da lì a non molte ore a Cuglieri, dopo che l’incendio avrà percorso in discesa l’altro versante del Montiferru coperto da bellissimi boschi che chiunque abbia soggiornato nel Rifugio de La Madonnina ben conosce. I boschi del leccio contengono fonti (la più conosciuta è quella di  Su Mont’e S’otzu) che più giù alimentano i castagneti, prima che i campi coltivati ad olivo abbiano il sopravvento, circondando e rendendo famosa la ‘Culuris nova’, già tanto fiera di sé e dei propri doni naturali. A Cuglieri, capoluogo storico dell’antica curatoria logudoresa del Montiferru, l’incendio lambisce la periferia che si prolunga nella valle, proprio sotto il famoso ex seminario. E’ da Cuglieri che verranno allontanate due centinaia di persone raccolta dai pullman della polizia e spostati prima a Sennariolo e poi a Bosa. Problema che si pongono urgentemente tutti i comuni abitati da tante persone anziane.

Nella piana che si estende ai piedi del paese ci si trova di fronte al mare e neanche la strada in arrivo da Santa Caterina riesce a fare argine al vento che fa volare le scintille (su bigotzi, terribile) scavalcando l’asfalto. Anzi, come se tornasse indietro, i vortici alimentano il fuoco arrivando anche da quel lato fino al mare.

Ma la cavalcata più veloce dell’incendio ha intanto aggirato Sennariolo ed è entrato in Planargia, un altipiano che dal Montiferru porta fino a sprofondare nella valle formata dall’erosione del Temo a Bosa. Scano Montiferro, Magomadas, Tres Nuraghes, Sindia: l’alternarsi dei pascoli delle aziende agricole, degli oliveti e delle vigne ha alimentato o parzialmente interrotto il fuoco che ha trovato argine nel mare di Porto Alabe (la spiaggia di Tres Nuraghes) e nel difficile intervento dell’uomo impegnato a raccogliere l’acqua del mare e del Tirso per tentare di vincere sul fuoco. Quasi impossibile.

Scriviamo il 26 mattina, lunedì. I giornali locali dedicano pagine e pagine al fuoco. Le istituzioni regionali hanno risposto bene e pure lo Stato si è fatto sentire. Urgenza di intervento (11 canadair, rassicurazione agli agricoltori per i danni, incoraggiamento agli amministratori locali  e alle popolazioni). Non si ha notizia di morti né di feriti, probabilmente anche il numero dei capi di bestiame è inferiore a quanto si afferma e si teme. Quanto ai boschi, il leccio si prenderà i suoi dieci anni, mentre il danno agli olivi non meno di una ventina.

Non è finita, siamo ancora sotto scirocco, che ha fatto il suo terribile lavoro arrivando fino alla fossa di Bosa.

Ma se il vento girasse in maestrale e l’incendio non fosse stato messo sotto controllo (quest’oggi), la decina di chilometri di pascoli anneriti che vanno da Cuglieri a Santa Caterina potrebber fornire l’esca per riprendere e mangiarsi il resto dei boschi del Montiferru, cioè le campagne e i boschi comunali di Seneghe fino ai suoi oliveti.

Se, invece, arrivasse il vento di libeccio, il fronte che insiste tra Sindia e Scano Montiferro potrebbe partire all’assalto di boschi di Mqacomer aprendosi la strada verso Campeda e Sa Costera.

La giornata di oggi è campale nella bonifica del fuoco che si annida nelle radici delle piante, che un vento potrebbe nuovamente fare volare.

Come per la pandemia, anche nel caso dei simili incendio l’uomo può fare fino a un certo punto.

Gianmarco e Marcell, i due nostri fratelli

Tamberi e Jacobs, i due ori festeggiano sotto la bandiera dell’Italia

di Daniele Madau

Se lo sport è metafora e paradigma della vita – oltre che terreno di sogni e sudore per chi lo pratica – le Olimpiadi sono la metafora e il paradigma della sport, oltre che la sua sublimazione.

Sono, le Olimpiadi, una delle istituzioni più antiche che le civiltà conoscano e, da sempre, portano un bagaglio e un corollario di valori forse senza pari, con quella somma di significato sportivo ed extrasportivo per cui fanno fermare, e scrivere, la storia nel perimetro dei loro campi, stadi, piscine, piste.

E ieri la storia ha scelto il vestito azzurro dell’Italia: sarà difficile, nelle righe successive, non essere patriottico o partigiano, però questi mesi estivi – ancora così difficili e lontani dalla normalità – stanno illuminando coi colori abbacinanti di un agosto infuocato la rinascita italiana. Sportiva certo ma, per quanto scritto all’inizio, non solo.

Ed è bello quando la storia la fanno due ragazzi: due medaglie d’oro mai avute dall’Italia, di cui i 100metri, la cui medaglia da primo posto è l’oro per eccellenza tra gli ori, forse nemmeno immaginabili. Gianmarco, Tamberi, che, dopo lo sconforto per l’infortunio, si è ripreso con forza virile, entusiamo adolescenziale e speranza giovanile, in un ‘mix’ di freschezza, entusiasmo, forza propri di chi – come lui- guarda e vola in alto non solo metaforicamente. Marcell, Jacobs, che, per incenerire le piste di Tokyo, ha percorso le strade delle periferie – che hanno lasciato in eredità i tatuaggi da voglia di riscatto di ghetto americano -e dell’abbandono.

La loro gioia, ieri, è stata emozionante, travolgente, commovente. Un italiano di El Paso, in Texas, che già ti fa sognare di banche da rapinare e di paesaggi lontani e di indiani, che dice ‘Non vedo l’ora di ascoltare l’inno domani’ , dando, così, una stilettata mortale ai contrari all’italianità a prescindere dalle origini e dal colore della pelle.

Un ragazzo con la barba a metà, per scaramanzia, e la coda in alto, come alcuni attori alti, belli, giovani e forti, che sarebbe potuto essere il tuo fratello minore, o maggiore.

Forse è proprio questa una delle cose più belle: diversamente dai calciatori, che prediligono- per forza di cose- veline, Ferrari e Forte Village, Tamberi e Jacobs sono ancora due finanzieri e hanno il ‘fisique du role’ per essere nostri amici, parenti alla lontana o cugini, vicini, fratelli. E quando vincono i nostri fratelli, è come se vincessimo noi, gioiamo di più.

La mafia e il sorriso di Emanuela

Emanuela Loi uccisa in via d'Amelio
Emanuela Loi

di Daniele Madau

Oggi, 19 luglio, anniversario della strage di via D’Amelio, riporto una mia intervista a Claudia Loi, sorella di Emanuela, che era stata pubblicata da Concita De Gregorio su ‘La Repubblica’ il 19 luglio 2017

Grazie a Daniele Madau, che scrive da Cagliari

Daniele è un insegnante, studioso di cose di mafia e pubblicista: scrive su un giornale on line, Tramas de amistade – trame d’amicizia. Alla vigilia del 19 luglio è andato a trovare la sorella di Emanuela Loi, Claudia. Emanuela è stata uccisa 25 anni fa in via D’Amelio: era nata a Sestu, era agente di polizia, aveva 24 anni. E’ stata la prima poliziotta a morire in servizio, non aveva ancora completato l’addestramento.  Con lei sono morti nella strage Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina.

“Potrei parlarti di tante cose, della scuola, dei ragazzi ma scrivo invece per ricordare Emanuela Loi. Penso molto a lei. Ha un posto privilegiato nel mio cuore, non solo perché mia conterranea. Nei giorni scorsi sono andato a trovare sua sorella Claudia, ne ho scritto per il mio giornale”, dice Daniele che invia il racconto del loro incontro. E’ un resoconto lungo e bello di cui sono costretta a pubblicare solo qualche passaggio. La conclusione – il sorriso, arma invincibile – è quella.

“Ma chi è lo Stato? Lo Stato siamo noi”. Su questo siamo d’accordo con Claudia e il marito Enrico. Lo Stato siamo noi, nonostante tutto. Emanuela faceva da scorta a obiettivi sensibilissimi – diciamolo brutalmente, con le parole di Borsellino stesso: a morti che camminano – senza aver potuto svolgere il periodo di addestramento. Avrebbe dovuto farlo in Sardegna, ma di addestrarsi non ha avuto il tempo.

“I giorni immediatamente prima dell’attentato Emanuela era a Sestu e non stava bene ma si preparava a ripartire. La madre avrebbe voluto che restasse ancora un po’, che si riprendesse ma, con naturalezza, lei rispose che anche gli altri avevano diritto ad andare in ferie. Ripartì. Chiamava a casa con regolarità, saltando solo raramente qualche giorno: rassicurava tutti, pur non potendo esporsi, e scherzava con Claudia. Il sabato 18 non chiamò, a casa non si preoccuparono. Domenica 19 però tardava e i genitori erano un po’ in ansia. Emanuela era a disposizione in caserma e quel giorno c’era bisogno di un agente nella scorta di Paolo Borsellino. Del seguito, poi, sappiamo tutto. Non ho voluto chiedere nulla del padre e della madre: sappiamo che sono morti di dolore. Non abbiamo parlato neanche dei mafiosi, dei processi, dei misteri: Claudia mi rivela che non vuole pensarci. Si è sempre sentita accompagnata dallo Stato, da quella parte dello Stato che non si dimentica mai di Emanuela. Anche il fratello Marcello ora è sereno: è diventato poliziotto dopo sette anni di disoccupazione e dopo aver perso la sorella, i genitori, la moglie e un figlio. Eppure anche parlando della sua vita e dei suoi dolori, sorridiamo pensando che ha un’altra figlia di nome Emanuela, nata nel ’92.

Con Claudia e Enrico ci chiediamo come mai Emanuela non solo sia ancora, naturalmente, amata ma lo sia sempre di più.  La prima e unica donna, ancora una ragazza, morta quel giorno nell’adempimento del suo dovere da poliziotta. Come una beffa per i mafiosi così patriarcali, così falsamente e vilmente virili. In questo periodo così duro per i diritti delle donne, la sua figura è ancora più preziosa. Ci salutiamo dicendoci, pensando, che la mafia non ha vinto perché non ci ha tolto il sorriso e la possibilità di ricordare Emanuela nella sua gioia di vivere”.

Il significato di una vittoria

La parata di Donnarumma

Ricevo, e pubblico, con molto piacere una riflessione sull’indimenticabile serata di ieri e sullo sport come metafora della vita, della lotta e della speranza. In attesa, sempre, della vittoria.

di Roberto Salis

Ieri è stata una serata per cuori forti, in Italia, in Inghilterra, in Europa, nel mondo intero.

Nello scenario di Wembley, gremito di pubblico festante, al di là dei colori, si è giocata una partita il cui significato va oltre il mero senso dello sport. La rinascita, il ritorno alla vita normale, la gioia delle persone di partecipare, di ritrovarsi, tutto questo ieri si è visto a Wembley. In modo particolare per l’Italia, per l’Inghilterra, ma estendendo il discorso a tutto il mondo, la parola rinascita ha un significato speciale, se pronunciata in questi periodi bui di pandemia, in cui tutto il nostro pianeta ha sofferto e purtroppo continua a soffrire e a combattere duramente. Ma oggi si può essere più ottimisti, oggi abbiamo compreso che possiamo vincere questa battaglia e manifestazioni sportive come quella di ieri a Londra, all’Imperial Stadium di Wembley, possono infondere quella speranza di rinascita, di riscatto, di ritorno alla vita normale che tutti noi uomini desideriamo ormai da lungo tempo. Vedere le persone tutte insieme allo stadio che gridano, incitano, si abbracciano, si disperano, tutte insieme, unite dallo sport, da quel senso di comunità, è stato emozionante. Da questo si deduce che la battaglia contro questo oscuro male si può vincere e la dobbiamo vincere tutti assieme.  Poche ore prima in Sudamerica, in un altro storico scenario, lo stadio Maracanà di Rio de Janeiro, si è giocata Brasile-Argentina, finale della Coppa America, conclusasi con la vittoria dell’Albiceleste. Anche questa finale si è giocata con la presenza di alcuni spettatori. Anche in Sudamerica, come nel resto del mondo, si vuole ritornare alla normalità, ed è giusto per tutti che sia così. Lo sport, tutte le manifestazioni di spettacolo ci possono dare una grossa mano. Nella prospettiva di un futuro migliore per tutta l’umanità.

Il Ddl Zan, la legge di cui, in un paese civile, non ci sarebbe bisogno

di Giada Piras

Giada è una giovane studentessa universitaria di cui, altre volte, ho pubblicato la sua riflessione. Anche questa volta ci pone davanti a una considerazione dura e vera, nella sua essenzialità

Negli ultimi giorni il Ddl Zan è al centro di alcune polemiche provenienti da più parti, sia politiche che provenienti dal mondo civile, ma vediamo in breve cos’è:

Il giorno del 4 novembre 2020 la Camera dei Deputati approva il disegno di legge numero 2005, che porta il nome del deputato Alessandro Zan (Partito Democratico). Il Ddl Zan viene steso mirando ad attuare delle misure di contrasto e di prevenzione nei confronti della discriminazione e della violenza contro il genere, l’orientamento sessuale, la disabilità o l’identità di genere di un individuo.

Un disegno di legge che possiamo leggere tutti (lo troviamo semplicemente cercando su google), breve e semplice. Si presenta in un documento di 12 pagine, che punta prima di tutto alla modifica dei seguenti articoli del Codice Penale:

  • 604-bis “Propaganda  e   istigazione   a   delinquere   per   motivi   di discriminazione razziale etnica e religiosa”
  • 604-ter riguardante le aggravanti “Per i reati punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo”

Il Ddl Zan così, non farebbe altro che aggiungere all’articolo la formula “oppure fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità.” 

Andrebbe inoltre, a modificare quella che è la Legge Mancino, mirata alla condanna di crimini discriminatori, incitamento all’odio e alla violenza per motivi religiosi, razziali, etnici o nazionali, punendo anche l’utilizzo di simboli o emblemi mirati alla discriminazione.

Se approvata la legge inoltre, la giornata del 17 maggio verrà istituita come giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, al fine di fare informazione e promozione (anche nelle scuole), riguardo il rispetto e il contrasto dei pregiudizi verso la comunità LGBTQ+. Questa piccola premessa è la punta dell’iceberg su quello che rappresenta il Ddl Zan, che invito a leggere al fine di non cadere vittime delle fake news pubblicate a riguardo.

Ma davvero per questo, bisogna ricorrere ad un disegno di legge?

Pensandoci a fondo, la prima cosa che mi balza in mente è stata: davvero nel ventunesimo secolo esistono ancora delle discriminazioni riguardanti non solo il colore della pelle, ma anche il genere, una situazione di disabilità, una situazione di disagio? Viviamo in un mondo che ci piace definire “civilizzato”, ma che con queste situazioni fa notare tutto il contrario. 

Come possiamo definirci civili, se le discriminazioni sono all’ordine del giorno, tanto da arrivare ad un disegno di legge per poter prevenire questi tipi di soprusi? I pestaggi, le violenze psicologiche, gli omicidi, i suicidi… fa venire la pelle d’oca il fatto che molte persone li giustifichino solo perché reputano qualcuno “diverso”, come se il solo distinguersi, la sola libertà di espressione, ti facesse vincere una condanna a morte. 

Il problema non sta nel Ddl Zan, come potrebbe sembrare visto superficialmente, il problema è radicato nella società, un problema di fondo, grave e difficile da estirpare, alimentato dalla xenofobia e dalla disinformazione che dilaga senza alcun limite. Tutto questo dovrebbe farci riflettere, dovrebbe portarci ad una profonda autoanalisi, a porci una semplice domanda: Perchè? Perché dobbiamo continuare a voltarci dall’altra parte quando si tratta di episodi gravi, solo perché altre centinaia di persone lo fanno? La libertà è un diritto imprescindibile di cui ogni essere umano dovrebbe godere, in quello che è uno Stato basato sui grandi valori della Costituzione.

“La libertà personale è inviolabile” Art.13, Costituzione italiana.

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