Giovanni Brusca e la sua vittima più fragile: il ‘boss’ esce dal carcere nei giorni in cui ricordiamo il piccolo Giuseppe. Fiducia nel pentimento o assurdità?

di Daniele Madau

Il piccolo Giuseppe Di Matteo

Giovanni Brusca, da oggi, non sarà più un detenuto. Non sarà ancora un uomo libero, perché per quattro anni dovrà essere sottoposto a custodia, e a protezione. Sì, perché è un collaboratore di giustizia. Mi auguro, e mi sforzo di crederci, anche un pentito, pensando a ciò di cui il suo cuore è stato capace.

Questa è la grandezza della democrazia, della Costituzione italiana, del rispetto della dignità di ogni uomo e della fiducia nel suo riscatto e reinserimento sociale?

Questa è la teoria, il modello, l’ideale a cui tendere. I fatti parlano di un uomo che varca le soglie di un carcere di uno Stato ancora non libero, che ancora non schiaccia, con piglio vittorioso, sotto i suoi piedi il drago o il serpente delle mafie e, perciò, non completamente forte e distaccato per poter guardare alla nuova vita di Brusca come a un gesto di matura democrazia.

Ognuno avrà le sue posizioni, ed è giusto che ognuno rifletta su questioni così grandi. L’ultima parola spetta al diritto e alle leggi. Certo, anche le date e le ricorrenze sembrano volerci confondere e smarrire: proprio nei giorni della scarcerazione di Brusca – lo ‘scannacristiani’-, si ricordano i 25 anni della sua vittima più fragile, il piccolo figlio del collaboratore Santino Di Matteo, Giuseppe, a cui ho dedicato l’immagine di questa riflessione.

Così ricorda quell’infanticidio il pentito Spatuzza, da leggere col fiato sospeso (tratto da ‘La Stampa’):

«All’inizio urlava: ‘papa’ mio, amore mio’», ha raccontato il pentito Gaspare Spatuzza in aula chiedendo perdono per l’atroce fine del bambino. «Poi l’abbiamo legato come un animale e l’abbiamo lasciato nel cassone. Lui piangeva, siamo tornati indietro perché ci è uscita fuori quel poco di umanità che ancora avevamo», ha ricordato. Il bambino era terrorizzato. «Ci chiamò dicendo che doveva andare in bagno – ha continuato Spatuzza – ma non era vero. Aveva solo paura. Allora tornammo indietro per rassicurarlo e gli dicemmo che ci saremmo rivisti all’indomani, invece non lo rivedemmo mai più».

Solo dopo anni Spatuzza saprà da Giovanni Brusca che il bambino era ancora vivo. «Abbiamo ancora la carta», gli disse Brusca. Ma gestire la prigionia del piccolo Giuseppe, spostato in lungo e in largo tra Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta, non era facile: per questo a un certo punto, dopo avere capito che il padre non avrebbe mai ritrattato i boss decisero di assassinarlo. Indebolito dalla lunghissima prigionia Giuseppe morì subito: gli strinsero una corda attorno al collo, poi ne sciolsero il corpo nell’acido » .

Se davvero ci si può pentire di gesti come questi, allora il nostro credere nella dignità di ogni uomo è un atto di fondata fiducia e speranza. Da custodire, senza le ombre del passato, quando, come disse Paolo Borsellino, le mafie ‘saranno svanite come un incubo’ .

Incontro con la candidata al Nobel per la Pace Luisa Morgantini: ‘La comunità internazionale deve intervenire a Gerusalemme’

di Daniele Madau

Le notizie che arrivano Gerusalemme, dove i palestinesi si sono ribellati ai coloni israeliani, interrogano la nostra capacità di interessarci dei popoli, della pace, della nostra terra. Come pervasi anche noi dal’istinto di aggresività, piuttosto che dalla riflessione, ci schieriamo nettamente da una parte o dall’altra, perdendo un po’ di lucidità. Chiedo, allora, a Luisa Morgantini, il cui racconto ascolto con desiderio di conoscere, anche se, data la sua storia, so che le sue saranno parole di difesa dei palestinesi, senza mai perdere, però, una visione d’insieme. Luisa Morgantini, infatti, da gennaio 2007 è stata eletta Vicepresidente del Parlamento Europeo con l’incarico delle politiche europee per l’Africa e per i diritti umani. Ha fatto parte delle seguenti Commissioni: per lo sviluppo, per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, Affari Costituzionali, Sottocommissione per i diritti dell’uomo. È tra le fondatrici della rete internazionale delle Donne in nero contro la guerra e la violenza e fa parte del coordinamento nazionale dell’Associazione per la pace, un movimento per la non violenza e la pace. Fortemente impegnata per la pace e il riconoscimento di giustizia, diritti e libertà in Palestina, ha fondato ed è attualmente presidente dell’associazione AssoPacePalestina. Ha ricevuto il premio per la pace delle Donne in Nero israeliane e il premio Colombe d’oro per la Pace, di Archivio Disarmo; è tra le 1000 donne nel mondo che sono state candidate al Premio Nobel per la Pace.

Da dove vengono, dove sono le radici che hanno generato gli scontri a cui assistiamo in questi giorni?

La causa principale di questa rivolta all’interno di Gerusalemme è l’occupazone militare israeliana della città che perdura dal 1967. Il 12 maggio, tra l’altro, per Israele, è stato il giorno della gloria, cioè il giorno in cui nel ’67 conquistarono Gerusalemme Est, la Cisgiordania e Gaza. Gerusalemme Est, sino ad allora e a partire dall’armistizio del 1949, era stata sostanzialmente data alla Giordania. Dal 1967, quindi, quella che i palestinesi considerano una città conquistata, per Israele ha significato il poter dichiarare Gerusalemme, unica e indivisibile, capitale dello Stato di Israele. Cosa è successo dal 1967 in poi? E’ successo che in quel 22 per cento di territorio destinato ai palestinesi, gli israeliani hanno costruito delle colonie in un numero tale che, dopo gli accordi di Oslo del 1993, in zone che – per la comunità internazionale – dovevano essere palestinesi erano presenti 150.000 coloni, destinati a crescere, andando così contro la convenzione di Ginevra che vieta a un paese che ne conquisti un altro di trasferirvi parte della popolazione.

Ha citato gli ‘accordi di Oslo’: quali furono i termini di questi accordi? E quali furono i principali eventi successivi?

Gli accordi di Oslo sono stati firmati nel 1991, dopo la prima Intifada, iniziata nel 1987. Intifada che presentava Davide contro Golia, essendoci bambini, ragazzini e donne palestinesi che combattevano, appunto, contro l’occupazione militare israeliana in quel 22% di territorio palestinese rimasto dopo la spartizione del 1947 -che assegnava il 54% agli israeliani, il 46 ai Palestinesi e lo status internazionale a Gerusalemme – ma, soprattutto, dopo la conquista del territorio a seguito della guerra del 1948/49, che fu, quella sì, davvero una guerra, in quanto i palestinesi ebbero un esercito, anche se disastrato. Israele arrivò a conquistare un altro 24% del territorio, mentre il restante 22 è rimasto, in realtà, sotto il dominio della Giordania, sotto cui è rimasto, appunto, sino al 1967.Negli accordi di Oslo, però, si è rivelata subito l’asimmetria tra le due parti, a esempio: la Palestina ha riconosciuto lo Stato di Israele nei confini del 1967 mentre Israele non ha riconosciuto la Palestina nel 22% del territorio ma ha riconosciuto semplicemente l’organizzazione della liberazione della Palestina. Si dice sempre che i palestinesi non riconscano Israele ma non è così, loro hanno riconosciuto i confini del 1967, ufficialmente già dalla conferenza di Algeri del 1988, inizio del percorso che ha poi portato agli accordi di Oslo del 1991. Questi accordi, però, si sono rivelati una trappola per i palestinesi, perché hanno diviso quel 22% in zona A, B, C. Nella zona A – delle grandi città-amministrazione e sicurezza sono in mano dei palestinesi; nella zona B, i villagi a ridosso delle grandi città, la sicurezza è riservata ai soldati israeliani; la zona C è, praticamente, tutta in mano agli israeliani che, tradendo gli accordi, non hanno abbandonato queste ultime due zone. In queste territori, i palestinesi vivono reclusi perché, per muoversi da queste zone, devono attraversare dei ‘check point’ israeliani, mentre gli israeliani stessi hanno continuato a costruire e colonizzare. Per cui oggi sono presenti 600000 coloni, anche nella zone di Gerusalemme Est e nella città vecchia, in cui ci sono stati,sì, casi in cui la Chiesa Ortodossa ha venduto effettivamente molte abitazioni ma in altrettanti casi queste sono state prese con la forza, senza alcun diritto. Dopo c’è stato l’assassinio di Rabin da parte di un israeliano fondamentalista, che faceva parte di un gruppo che andava a omaggiare la tomba Baruch Goldstein. Questa personaggio è noto per essere l’autore del massacro di Hebron del 1994, che causò la morte di 29 musulmani palestinesi in preghiera e il ferimento di altri 125. In conseguenza di questo, Hebron è stata divisa in due da Netanyau e la vecchia città di Hebron, praticamente, è stata chiusa ai palestinesi, i cui negozi sono stati chiusi e coloro che vi vivevano mandati via. L’assassinio di Rabin ha mutato la situazione di Israele, perché Peres non ha proseguito sulla via degli accordi di Oslo e, anche a causa di attentati kamikaze palestinesi, ha cominciato a parlare solo della sicurezza di Israele e ci si è dimenticati di Oslo. In verità, anche quando c’era Rabin, si notavano le contraddizioni degli accordi di Oslo che non riconoscevano lo stato di Palestina e non poneva un freno ai coloni. Sempre di più, poi, in Israele le forze fondamentaliste hanno avuto il sopravvento cosicché in questi ultimi anni sono aumentate tantissimo le azioni distruttive di coloni giovani e violenti, come può essere tranquillamente documentato. L’attuale governo ha poi, alimentato, l’attività dei coloni e ha sostenuto che mai ci sarà uno stato di Palestina, fino a proclamare l’annessione della valle del Giordano e di Hebron, annessione che, di fatto , c’è già, dato che gli israeliani possono andare dove desiderano e controllano le frontiere, senza permettere a nessuno di muoversi. Nel 2000, poi, è iniziata la seconda intifada , dal fatto che Sharon è andato sulla spianata delle moschee come forme di provocazione per affermare la sovranità su Israele nonostante l’allora ministro Arfat lo supplicasse di non compiere questo gesto perché, in seguito, niente sarebbe stato più controllabile, come è capitato. Per questa seconda Intifada, bisogna dire che così come ciò che fa Israle coi civili è sbagliato, sbagliò anche la Palestina a inviare i kamikaze a farsi saltare in aria e , da questo punto di vista, la seconda intifada è stata devastante. Un suo effetto fu la costruzione, poi, del muro che, nei proclami di Israele, doveva essere difensivo e che, invece, secondo quanto affermato dalla corte penale dell’Aja, invece di essere costruito entro i confini del 1967, è costruito, passando come un serpente, all’interno dei territori occupati e si annette terra palestinese, quella dei villaggi. Per cui, nel 2005, è nata un grande rivolta popolare non violenta per dire: ‘Il muro non lo vogliamo!’, muro che aveva portato via, praticamente, tutta la terra coltivata che era tutto ciò che restava ai palestinesi, ed era alla base della loro economia. Nel frattempo, infine, ci sono state divisioni all’interno del movimento palestinese, con la nascita di Hamas e i conseguenti conflitti fratricidi a Gaza nel 2006-2007. Tornando agli ‘accordi di Oslo’, da una parte sono stati una trappola per i palestinesi, dall’altra non sono stati applicati. I palestinesi sono stati lasciati soli, occupati da una grande potenza, mentre la comunità internazionale, che doveva imporne il rispetto, non è intervenuta, permettendo palesi violazioni dei diritti umani.

Come commenti la dichiarazione di Biden, secondo la quale ‘Israele ha il diritto di difendersi’ ?

Rispetto alla presidenza di Trump, c’è comunque un’inversione di tendenza, come si può dedurre dalla presenza dell’inviato speciale Hady Amre che conosce bene il Medio Oriente, diversamente da quelli nominati dall’ex presidente. Gli Stati Uniti, però, non sono mai stati e non saranno mai vicini ai palestinesi. Questo fatto, dunque, che Israele si deve difendere sarà legittimo quando cesserà l’occupazione militare e i palestinesi potranno essere liberi. A me sembra di vivere in un mondo alla rovescia: i palestinesi sono diventati i carnefici mentre, quotidianamente, subiscono angherie e soprusi, ragazzini vengono messi in carcere e abusati. Con questo, però, non voglio giustificare Hamas che sicuramente sbaglia a lanciare i suoi razzi, anche se le vittime causate da questi lanci sono nulle rispetto a quelle palestinesi. Palestinesi che non possono avere acqua pulita, non possono commerciare, non hanno libertà alcuna. La difesa di Israele, allora, è quella di lasciare la libertà ai palestinesi in quella terra in cui possono vivere due popoli con due stati, in giustizia e libertà. La difesa non è ammazzare, come hanno fatto nel 2014, duemila palestinesi o bombardare, come in questi giorni, palazzi dove ammazzano forse un dirigente di Hamas soltanto, insieme a bambini e indifesi. Ed è una vergogna che la comunità internazionale, senza sentirsi antisemita nel criticarne le azioni, non dica a Israele: basta! E invece lo Stato di Israele, e non gli israeliani che, come tutti i popoli, sono fatti di gente splendida e gente, invece, intollerante, continua impunemente con l’apartheid nei confronti dei palestinesi, come testimoniano le Nazioni Unite e Amnesty International.

Per chiudere, Luisa, in che occasione il tuo nome è stato fatto per il Premio Nobel per la Pace?

In realtà fu una cosa molto semplice. A seguito della mia attività nel Parlamento Europeo, il governo svizzero decise di indicare mille donne in tutto il mondo per premiare collettivamente, e non solo singolarmente, coloro che si erano distinte per il loro impegno e le loro lotte.

Con Carlo Cottarelli, discuto dei conti italiani

di Daniele Madau

L’incontro di oggi è particolarmente prestigioso, dato che a dialogare con me sull’attualità economica è il direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Presidente del Consiglio dei Ministri incaricato nel maggio del 2018, Carlo Cottarelli.

Dottor Cottarelli, grazie della disponibilità. Questi sono giorni particolarmente intensi e rilevanti dal punto di vista economico, tra il Documento di Economia e Finanza e la presentazione del ‘Recovery Plan’ : sul primo, è giò intervenuto spiegando la necessità di impiegare bene i fondi per i lavori pubblici scegliendo con cura gli interventi necessari. Potrebbe approfondire questo aspetto e presentarci un suo parere sul Piano Nazionale di Rinascita e Resilienza – il piano che utilizzerà, appunto, i fondi del ‘Recovery’, che si sta presentando in questi giorni all’Unione Europea?

Prima di tutto c’è la necessità di farla la spesa perché, in passato, abbiamo stanziato risorse che non sono state utilizzate: per questo è necessaria una riforma delle procedure e una semplificazione dei processi. In linea di principio, poi, tutte le volte che si fanno degli investimenti pubblici, questi dovrebbero essere sottoposti a un’analisi costi-benefici, per riscontrare se ai costi stessi corrispondano dei benefici per la collettività. Laddove questo accada, bisognerebbe procedere con l’esecuzione. In base alle informazioni in mio possesso – che non possono essere ancora approfondite al meglio perché non ho potuto leggere integralmente il Piano: mi rifaccio ai numeri già previsti dalla bozza di gennaio del governo Conte – gli interventi previsti nel Piano stesso non sono stati sottoposti a questo tipo di analisi, fatto che mi lascia perplesso.Il Piano sarà approvato senza alcuna difficoltà dall’Unione Europea, ma i progetti dovranno essere buoni, chiaramente. Dobbiamo notare una cosa, infatti: in termini di rilancio della crescita, qualsiasi investimento, anche un ponte che non va da nessuna parte, crea lavoro: prevede infatti la progettazione, l’utilizzo degli operai e così via. Il vero test sull’utilità di qualcosa è vedere, invece, nel lungo periodo se accrescerà la capacità produttiva del paese. Occorreranno, quindi, anni per vedere se questi investimenti, se questa spesa e questo, di conseguenza, debito, siano stati ‘buoni’ o ‘cattivi’, secondo la, ormai comune, definizione.

Vorrei concentrarmi, ora, su Alitalia, che rischia di essere fortemente ridimensionata e di dire addio per sempre allo status di compagnia di bandiera. L’Europa, però, sembra aver trattato meglio la Klm e Airfrance…

Non essendo un esperto del settore delle compagnie aeree, non posso rispondere in maniera corretta e approfondita sul piano attuale di risanamento; dico solo, però, che una situazione in cui noi, per vent’anni, abbiamo messo dieci miliardi in una compagnia aerea è quanto meno strana e non si capisce come possa essere giustificata. Tutti i paesi del mondo hanno compagnie aeree di bandiera ma non hanno lo Stato dietro che foraggia con dieci, unidici, dodici, tredici miliardi. Non capisco perché, solo noi, dobbiamo presentare questa anomalia.

Puoi presentare a chi legge la funzione e la specificità dell’ Osservatorio sui conti pubblici che lei dirige?

L’Osservatorio deve fare chiarezza in materia di conti pubblici, producendo settimanalmente delle note su diversi aspetti o facendo anche alcuni esperimenti. Nelle settimane scorse, a esempio, abbiamo contattato tutte le prefetture italiane ponendo alcune domande su un tema di loro competenza, ovvero il ricorso al prefetto contro una multa per violazione del codice della strada. Per circa un terzo delle prefetture la risposta è stata rapida e corretta, ma per oltre un terzo non è stato possibile avere una risposta. I risultati delle restanti prefetture sono stati invece di qualità intermedia. Questo esercizio è stato condotto anche come esempio di quello che la pubblica amministrazione dovrebbe fare regolarmente per evidenziare aree di miglioramento nella qualità dei servizi forniti ai cittadini. Nel complesso, sono risultati molto insoddisfacenti che dimostra come la nostra amministrazione abbia poca attenzione per la comunicazione e per i rapporti col pubblico.

Tutti ricordiamo l’estate del 2018 e il suo essere Primo Ministro incaricato. Potrebbe parlarci del suo stato d’animo di quei giorni?

Ricordo la sorpresa, perché proprio non me l’aspettavo. Ho avvertito, poi, subito, la preoccupazione per un incarico che era certo non facile anche perché, a un certo punto, c’era da affrontare anche una crisi finanziaria e, avendo quasi la certezza che non ci sarebbe stata la fiducia del Parlamento, sarei stato a capo di un governo incaricato di gestire l’ordinaria amministrazione, e quindi avrei dovuto gestire qualcosa di ingestibile- una crisi finanziari – con strumenti ordinari. Dopodiché, la terza sensazione, era quella di aver fatto ciò che era necessario fare, e cioè di rendere possibile un compromesso tra il Presidente Mattarella e i partiti di maggioranza, in modo tale da consentire la creazione di una maggioranza politica, che era, chiaramente, la soluzione migliore, anche perché i mercati finanziari, alla notizia dell’accordo, si erano tranquillizzati.

Il mio mestiere di insegnante mi spinge a chiederle perché si debba investire maggiormente sulla scuola in Italia

E’ chiaro che spendiamo troppo poco per la pubblica istruzione: è stata la forma di spesa pubblica corrente che ha subito maggiori tagli dal 2006, avendo subito riduzioni di più del 10%. E’ un vero problema, perché tanti studi dimostrano che è la forma di spesa pubblica maggiormente correlata alla crescita nel lungo periodo. La spesa nella pubblica istruzione è quindi un vero e proprio investimento. Naturalmente, come sempre, bisogna spendere bene. Siamo particolarmente deboli nell’area degli asili nido e delle università, mentre negli altri ordini abbiamo un problema di retribuzione bassa e di poca formazione degli insegnanti, che non trovano incentivi in scuole poco attrezzate. La spesa dovrebbe essere concentrata su questi aspetti.

Scusi la genericità e l’immediatezza dell’ultima domanda, ma do dove cominciare per sistemare i nostri conti?

Per sistemare i nostri conti ci vuole, in primis, crescita economica; la domanda, quindi, è come crescere rapidamente. Nell’immediato la priorità è il piano dei vaccini, grazie ai quali potremmo tornare senza troppa difficoltà ai dati del 2019. Questo però non basta, avendo avuto in quel periodo una crescita media dello 0% e quindi dovremo aumentare il nostro tasso di crescita. Per far questo, le priorità sono la semplificazione della pubblica amministazione, l’efficentamento della giustizia in generale e giustizia civile in particolare: questi aspetti rendono appettibili gli investimenti privati; ai quali, però, bisogna unire quelli pubblici, e qui torniamo alla domanda iniziale e all’importanza dell’analisi costi-benefici.

Chiunque ami l’Italia, non ama il fascismo

di Giada Piras

Giovane studentessa universitaria – e convinta antifascista- già l’anno scorso Giada ha curato l’editoriale per il 25 aprile. La nostra riflessione, con lei, continua anche quest’anno.

Oggi è il 25 Aprile, data in cui venne proclamata la festa di liberazione del suolo italiano dalle forze nazi-fasciste. Esattamente oggi, l’Italia, festeggia il suo 76esimo anniversario come paese libero da una dittatura opprimente.

A tale proposito, tutto questo dovrebbe spingerci a ragionare su diversi aspetti, primo fra tutti: il sacrificio.

Proviamo a pensare a cosa sia veramente successo, perché il 25 Aprile può sembrare solo una data che si sente di sfuggita, un giorno di vacanza per i ragazzi che frequentano la scuola, ma dietro c’è molto di più. Milioni di vite troncate, vittime di quella che fu la dittatura fascista, a partire dagli omicidi come quello di Giacomo Matteotti, assassinato il 10 Giugno 1924 da cinque membri della “polizia politica” che, dopo averlo rapito e accoltellato a morte, lo abbandonarono nelle campagne di Roma. Ecco, Matteotti non fu né la prima né l’ultima vittima di quello che potremmo considerare l’eccidio messo in pratica dalla dittatura fascista.

Dopo di lui, infatti, avremo una vera e propria escalation di violenze di ogni tipo: invasioni, pestaggi, incarcerazioni e fucilazioni ormai erano la normalità per il regime che, in tempo record, prese il potere sulla penisola.

Arriveremo al 1943, anno in cui il generale Pietro Badoglio (in seguito alla caduta del fascismo), firmerà l’armistizio di Cassibile, fatto che da lì a poco, getterà l’Italia in balia degli eventi.

L’esercito era allo sbando e da qui cominciarono a formarsi i primi gruppi di quelli che venivano chiamati “ribelli”.

Antonio Gramsci si esprimeva così riguardo al scegliere una parte da cui stare, all’essere partigiani:

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.”

Chi erano i “ribelli”?

I “ribelli”, chiamati più comunemente “partigiani” possono essere definiti come i protagonisti della resistenza italiana, quell’evento che vede uomini e donne di tutte le età, dai bambini agli anziani, ribellarsi alla presa di potere da parte delle truppe tedesche e dello stato fantoccio della repubblica di Salò antecedente alla firma dell’armistizio.

Nelle formazioni partigiane avevamo ogni sfaccettatura d’Italia.

Lo studente universitario stanco del regime fascista che rifiutava di presentarsi alla chiamata alle armi, il parroco del paese, avevamo i comunisti, gli anarchici, i liberali… Tutte persone diverse tra loro ma con l’unico obiettivo di rendere l’Italia libera da ogni sopruso. Quello che stupisce da questo punto di vista, è come tutte queste differenze siano state abbattute da un ideale talmente forte da far sì che ogni differenza di partito, ogni differenza di etnia, di età, non fosse un problema. E’ questo lo spirito che ci ha portati al 25 Aprile, lo spirito che ci ha resi liberi, che ha fatto nascere la Repubblica e che ha portato alla nascita della nostra costituzione, così poco tenuta in considerazione ma così tanto voluta e sudata, tanto che Piero Calamandrei, noto politico italiano, disse:

“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furoni impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione.”

Con questa piccola premessa che vuole spiegare a grandi linee tutto il sacrificio che ha portato il popolo italiano al 25 Aprile, volevo condividere con voi una domanda che mi pongo spesso.

Solitamente, nell’ultimo periodo soprattutto, tante persone si sentono “nostalgiche” riguardo il periodo fascista, senza saperne (il più delle volte), quello che ha portato all’Italia. Tutto ciò porta ad una domanda: perché l’Italia deve ancora fare i conti con quello che, ormai, è lo “spettro” del fascismo?

La Germania ad esempio ripudia ogni forma di nazismo, mentre nell’Italia odierna possiamo trovare dei calendari con la foto di Benito Mussolini in bella mostra in vendita nelle edicole.

Il fascismo insomma, continua a essere una realtà presente nella vita di tutti i giorni, partendo dalla xenofobia devastante che si è diffusa in larga scala negli ultimi anni. Si parla della politica, del potere mediatico che alcuni esponenti esercitano sul popolo, attanagliandolo con il più comune dei sentimenti umani: la paura, forti del fatto che spesso e volentieri dalla storia nessuno ne impara gli errori, per quanto possa essere recente.

Siamo in un’era dove sono in atto dei processi di migrazione di massa, che a differenza di come parecchie persone pensano, non è un complotto atto a distruggere la vita degli italiani, ma bensì possiamo notare quanto il pianeta si stia sviluppando in maniera differente e non equa da uno stato all’altro. Ci si dimentica troppo spesso gli ideali che hanno portato l’Italia ad essere un paese libero da ogni forma di dittatura.

E’ un fatto: Chiunque ami l’Italia, non ama il fascismo. Stiamo parlando di un’ideologia che portata avanti ha distrutto il nostro paese, e non solo. Ha distrutto milioni di vite rendendosi fautore della guerra tra italiani.

Proprio l’altra sera il giornalista Gad Lerner ha presentato in diretta televisiva un progetto svolto insieme all’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) riguardante le testimonianze di quelli che ormai possiamo considerare “gli ultimi partigiani”.

Racconta, tra le tante storie raccolte, quella di Aldo Costantini, carabiniere veneto che, mandato in Piemonte per un rastrellamento, con la sua squadra si rifiuta di sparare sui partigiani, poiché al momento del giuramento da carabinieri, ebbero giurato di non sparare sugli italiani. Vennero quindi arrestati e chiusi nel carcere militare di Torino. Un commando partigiano li salverà prima della deportazione e da lì comincia la loro storia tra le file della resistenza.

Sul sito noipartigiani.it possiamo osservare centinaia di testimonianze da chi la resistenza l’ha vissuta in prima persona, vivendone gli orrori che solo una guerra può portare, ma anche la gioia della liberazione. Un progetto prezioso ed innovativo, che porta le storie della resistenza sul web (avvicinandole inevitabilmente a quello che è il mondo dei giovani), raccolte in un portale a cui tutti possiamo avere accesso e che soprattutto rimarrà, con le testimonianze di donne e uomini della resistenza, un documento prezioso, utile a ricordare le stragi e il dolore che vi sono dietro a questa data che noi italiani dovremmo sentire far parte di noi.

Le grida d’aiuto tra le persone sorde

Ciro e Beppe Grillo

di Alessia F.

Alessia è una ragazza poco più giovane di Ciro Grillo, una studentessa – di una mia classe, che ringrazio – attenta alle tematiche femminili, con uno stile e una penna bella e delicata. Le ho chiesto il suo punto di vista sul video di Beppe Grillo in difesa del figlio Ciro.

È difficile trovare la voce per parlare, quando si è circondati da una folla di persone sorde, il cui udito va e viene, si nasconde, come se giocasse a nascondino ogni volta che un grido d’aiuto  squarcia l’aria, e restasse allo scoperto ogni volta che parole leggere volano tra quelle teste basse  per la codardia e la vergogna. Più difficile ancora però è dare voce ai propri incubi, riflesso  notturno di una storia dell’orrore davvero accaduta, vederli uditi dal mondo intero e poi vederli  derisi e manipolati dai più sciocchi degli interpreti, che riescono a rendere verità disumane e  scomode, bugie leggere e felici. Bugie non in grado di sconfiggere l’incubo, ma capaci di  annientare la speranza che da esso ci si possa salvare. È difficile trovare il coraggio per dire che  si è stati violentati se nessuno ascolta e le parole si perdono tra l’indifferenza della gente, ma  ancora più difficile è dirlo a chi ascolta e non ti crede. Non ci sono né vittime né colpevoli, solo  donne bramose di visibilità. Donne che dicono bugie, che inventano storielle poco credibili. Donne  che non ridono più, non piangono più, non mangiano e se potessero smetterebbero persino di  respirare. Donne che camminano eleganti per le strade, ma in realtà non hanno gambe, non  hanno corpo. Donne che non hanno più un corpo perché un uomo glielo ha strappato via. Donne  senza corpo e senza più vitalità nelle loro anime che per il mondo raccontano bugie. È il caso di  S.J. una ragazza all’epoca di soli diciannovenne anni, che in due anni ha visto l’Italia ridicolizzare il  suo dolore e i suoi “assassini” vagare liberi per le strade, indisturbati. È successo durante l’estate  del 2019 in Costa Smeralda (Sardegna). Dopo essere stata con i suoi amici nella famosa  discoteca del “Billionaire”, S.J. andò nella villetta di un suo amico, Ciro Grillo, a Porto Cervo  insieme ad altri tre ragazzi e un’altra ragazza salvata fortunatamente dalla sua stanchezza, che la  portò a sistemarsi nella sua stanza per poter riposare. S.J non andò a dormire, decise di restare  con i suoi amici e di continuare a divertirsi come una normale ragazza di 19 anni. I quattro ragazzi  avevano però una diversa concezione di divertimento. Per loro significava prendere S.J. per i  capelli, costringerla a bere un litro di vodka, e abusare di lei, a turno, come fosse un nuovo gioco  da provare, per cinque o sei volte, in bagno, poi nella doccia, nella camera da letto e nel  soggiorno. Il giorno seguente, cercando di cancellare dalla propria mente quello che le era  successo, andò a fare kitesurf, tenne aggiornato il proprio profilo Instagram con delle “storie” e  continuò la sua vacanza. Dopo otto giorni ritrovò la sua voce e denunciò, con lo stesso coraggio  che dovrebbero avere tutte le donne. Un fatto comune, non molto diverso da quello di tante  ragazze, a cui al massimo si sarebbe dedicato un paragrafo di giornale, ma che è passato sotto i  riflettori a causa dell’unico nome citato nel testo: Ciro Grillo, figlio diciannovenne del politico  italiano Beppe Grillo, accusato di essere, insieme ai suoi amici, uno stupratore. A distanza di due  anni e mezzi dal fatto ancora nessuno è stato condannato dalla Procura di Tempio Pausania che  sta seguendo il caso. Alcune foto, video e messaggi proverebbero che la ragazza era  consenziente nell’ interpretazione di certi avvocati, per altri invece non sono altro che prove  schiaccianti della loro orrenda colpa. E proprio pochi giorni prima della decisione fatidica che la  procura prenderà a breve, indecisa se archiviare il caso o rinviare a giudizio i quattro indagati,  Beppe Grillo rompe il suo silenzio e pubblica un video sui suoi social a difesa del figlio. Nelle  immagini vediamo un padre, non più un politico, che lotta con tutte le sue forze per salvare la  reputazione e la vita del figlio, senza pensare però a quell’altra vita che è stata strappata via dal  suo amato Ciro e dai suoi amici per soddisfare uno spregevole istinto sessuale. Le parole dure  usate dal politico hanno fatto il giro del web e sono state sottoposte all’attenzione dei più grandi  telegiornali. Molti personaggi importanti si sono espressi potendo utilizzare solo parole di  disgusto. Quanto può essere forte l’amore cieco di un padre per un figlio anche davanti a un  crimine così disumano? Grillo ci da una dimostrazione.  

Paonazzo dalla rabbia e con un tono di volte troppo alto, urla in preda alla rabbia queste parole:”  Mio figlio è su tutti i giornali come uno stupratore seriale insieme ad altri 3 ragazzi… io voglio  chiedere, voglio chiedervi, voglio chiedere veramente perché un gruppo di stupratori seriali  compreso mio figlio non sono stati arrestati? La legge dice che gli stupratori vengono presi e  vengono messi in galera e interrogati in galera o ai domiciliari. Sono lasciati liberi da due anni,  perché? Perché non li avete arrestati subito? Ce li avrei portati io in galera a calci nel culo.  Perché? Perché vi siete resi conto che non è vero niente che c’è stato lo stupro, non c’entrano  niente. Perché una persona che viene stuprata la mattina, al pomeriggio va in kitesurf, e dopo 8  giorni fa una denuncia, vi è sembrato strano. È strano». Parla poi di un video che testimonia il  consenso della ragazza nei rapporti sessuali e conclude con una frase ad effetto, che mostra tutta  la disperazione di un genitore:” Se dovete arrestare mio figlio che non ha fatto niente, allora  arrestate anche me, perché ci vado io in galera». Sono parole dure che fanno riflettere. Portano i  nostri pensieri sulla vittima e ci fanno domandare se le parole di una donna uccisa nell’anima  saranno mai ascoltate e capite davvero. Si fa leva sugli otto giorni passati prima della denuncia.  La domanda che sorge spontanea è chiara: ha Beppe Grillo, o chiunque sostenga questa tesi, 

idea di cosa significhi essere stuprati? Hanno idea di cosa significhi vedere il proprio corpo  rubato, violato in tutti i modi possibili e poi buttato via come un oggetto? Hanno idea di cosa  significhi svegliarsi la mattina seguente e guardarsi allo specchio? Non si vede la propria  immagine, ma solo una pelle sporca che neanche l’acqua potrà pulire e si prega di essere un  serpente per poter fare la muta e liberarsi della sensazione di quelle sudice mani che non  conoscono limiti. Ci si sente in colpa e ci si chiede se in fondo la colpa non sia la propria. Si vuole  dimenticare l’accaduto e si prova ad andare avanti con la propria vita, ma ormai quella vita è stata  spezzata. Ci vuole tempo per elaborare e tempo per trovare il coraggio di indicare i colpevoli,  soprattutto se si sa che la propria situazione si trasformerà in una guerra per la giustizia. Otto,  dieci, venti giorni, potranno passare persino anni e la testimonianza della vittima sarà sempre  valida e una tale dimostrazione l’abbiamo avuta anche gli anni passati con il movimento “me too”  nato tra le attrici di Hollywood vittime di violenza che dopo anni hanno dato voce ai loro stupri,  facendo condannare importanti personaggi famosi.  

Non ci possono essere dunque altre interpretazioni e nulla può scusare le parole rabbiose di  Beppe Grillo, che nell’intento di difendere il figlio ha commesso un crimine peggiore: ha zittito  un’altra voce femminile. Solo su una cosa bisogna dargli ragione, chiede perché un gruppo di  stupratori seriali, compreso suo figlio, non siano stati arrestati. Non possiamo che ripetere la sua  domanda: perché?

Una gigante tra i nani

Ursula Von Der Leyen lasciata in piedi

di Daniele Madau

‘I diritti umani non sono negoziabili’ . Basterebbe questa affermazione, pronunciata dopo aver ricevuto quel gesto maleducato e rozzo – si potrebbe chiamare anche troglodita -, per misurare la differenza tra la classe, l’eleganza, la grandezza di Ursula Von Der Leyen, da una parte, e Charles Michel e Recep Tayyip Erdogan dall’altra. Scandite al microfono in casa del musulmano più influente del mondo (secondo una graduatoria stilata nel 2019 dal “Royal Islamic Strategic Studies Centre”), responsabile di un processo di arresto e arretramento della democrazia in Turchia, qulle parole, diventate sacre, indicano ciò che noi europei vogliamo essere e ciò che, per ora, ci divide da Erdogan e da quelli come lui. Tra i quali, purtroppo, pare anche esserci il Presidente del Consiglio Euopeo Charles Michel. Sì perché in quel gesto maleducato e rozzo – e che ormai conosciamo tutti, avendo visto la Presidente lasciata in piedi davanti agli altri due seduti – forse la colpa maggiore, se è lecito fare una classifica, è di Michel. Ha guardato Ursula dall’alto in basso come Erdogan, senza neanche contemplare lontanamente l’idea di alzarsi, cederle il posto, fare una rimostranza, sedersi con lei sul divano, chiedere un’altra sedia: qualsiasi cosa, purché dimostrasse l’attenzione a colei che era in missione con lui, oltre che, gerarchicamente, con un titolo maggiore del suo. Stiamo parlando del Presidente del Consiglio Europero, che dovrebbe tutelare, difendere, diffonddere, ma prima ancora conoscere, i valori fondativi dell’Unione, quali l’uguaglianza e la parità. Non parliamo di Erdogan, negazionista del genocidio armeno, violento nei confronti della sua stessa corte costituzionale – che ha minacciato più volte – , protettore degli omofobi. Nel 2015 Erdoğan, avendo il pontefice ricordato lo sterminio armeno (1,5 milioni le vittime), così si rivolse a Francesco: «Quando i politici e i religiosi si fanno carico del lavoro degli storici non dicono delle verità, ma delle stupidaggini». Poi, Ursula ha pronunciato quelle parole, proprio lì dove sono disattese e avversate, e ha fatto capire semplicemente chi fosse: una gigante in mezzo ai nani. Lo sapevamo già, però: da quando manifestò subito la sua vicinanza all’Italia nel primo periodo della pandemia, a quando si battè per il ‘Recovery Plan’ . Cosa consigliare, invece, a quei due uomini, apparsi nani? Non so, la situazione sembra grave. Forse di studiare la lirica cortese e il ‘Dolce stil novo ‘, con la loro altissima idea della donna. Forse, più semplicemente, di provare un po’ di vergogna e interrogarsi sulla loro idea di parità; ma anche di studiare la propria cultura e storia perché, forse, Erdogan, il ‘sultano’, non sa che esisteva anche la forma femminile del titolo: Sultane, riservato alle mogli legittime e alle figlie dei Sultani. Tutto il mondo li sta irriverendo: se lo sono meritati, speriamo imparino. Noi ci teniamo la lirica cortese, il ‘Dolce stil novo’ e Ursula, una gigante.

Tempo di memorie

di Daniele Madau

La memoria è parte costitutiva di ognuno di noi, è una di quelle basi, di quegli elementi ultimi e inscindibili su cui costruiamo la nostra vita e la nostra persona. Allargando, la nostra società il nostro Stato.

Fare memoria di noi per capirci e capire. ‘Memoria’ è una delle parole più usate dal Presidente Mattarella, soprattutto in riferimento al nostro futuro e all’Europa.

Oggi ricordiamo l’eccidio delle Fosse Ardeatine, l’abominio nazifascista contro uomini , donne, ragazzi innocenti e inermi.

Il 10 aprile saranno trent’anni dalla più grande strage della marineria civile repubblicana italiana, quella del ‘Moby Prince’.

Dovere di un sito di riflessione, anche piccolissimo, come questo, è aiutare la costruzione della nostra memoria; perciò pubblico, di seguito, i due messaggi affidati alla stampa in ricordo di queste stragi, del Presidente della Camera Fico e di Luchino Chessa e Nicola Rossetti, presidenti dell’ Associazione 10 aprile-Familiari Vittime Moby Prince Onlus e dell’Associazione 140.

Dichiarazione del Presidente Fico nel 77° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine:

‘Era il 24 marzo 1944 quando si consumò uno dei più gravi crimini commessi dai nazifascisti nel nostro Paese. 335 persone furono trasportate alle Fosse Ardeatine dove vennero trucidate con un colpo di pistola alla nuca, portando così a compimento lo scellerato piano di terrorizzare la popolazione civile. Dell’avvenuta fucilazione si seppe solo dallo scarno comunicato tedesco diffuso alla stampa il giorno seguente, senza però che venisse indicato il luogo, il numero e i nomi delle vittime, che poterono essere identificate solo dopo la fine della guerra. Ancora oggi, a distanza di settantasette anni dall’orrendo massacro di innocenti, il ricordo dell’eccidio delle Fosse Ardeatine suscita in tutti noi orrore e sgomento. E ci richiama a ripudiare ogni forma di violenza e di intolleranza e ad apprezzare pienamente e a difendere i valori della libertà, della giustizia e dello stato di diritto cui è ispirata la nostra Costituzione. È quindi una necessità civica, oltre che un dovere morale, ricordare come pagine tragiche come questa abbiano segnato la nostra storia. E coltivarne la memoria affinché sia sempre alta l’attenzione contro il pericolo di nuove e sempre possibili degenerazioni violente e autoritarie. L’esperienza ci insegna, infatti, che libertà, eguaglianza e giustizia non sono acquisite per sempre e vanno difese e promosse ogni giorno’.

Dichiarazione dell’ Associazione 10 aprile-Familiari Vittime Moby Prince Onlus e della Associazione 140:

‘ All’attenzione dei Capigruppo del Senato e della Camera della Repubblica

Illustrissimi Senatori e Deputati Illustrissime Senatrici e Deputate,

il prossimo 10 aprile cadrà il trentennale della strage del Moby Prince. Avremmo voluto commemorare in presenza questo anniversario ma la pandemia del COVID-19 non ce lo permetterà. Più di questo, tuttavia, coltiviamo il desiderio di arrivare a questo anniversario con maggiori certezze sull’impegno del Parlamento nell’accertare la verità su questa vicenda che segna le nostre vite da trenta lunghi anni.

La sentenza della sezione Civile del Tribunale di Firenze del 2 novembre scorso, che ha rigettato la nostra istanza contro i Ministeri dei Trasporti e della Difesa, è stato un duro colpo per noi familiari. Avevamo riposto in quell’ istanza molte speranze per mettere alle corde chi, quella notte maledetta, nulla abbia fatto per mettere in sicurezza il porto di Livorno e per dare soccorso a 140 persone morte dopo atroci sofferenze.

Il coro di protesta sollevato dai familiari delle vittime aveva trovato sponda in un congruo numero di senatori e deputati sensibili alla vicenda, con la conseguenza di alcune interrogazioni parlamentari e di alcune proposte di legge per l’istituzione di una nuova commissione parlamentare di inchiesta capace di proseguire l’ottimo lavoro fatto da quella presente nella precedente legislatura e guidata dal senatore Silvio Lai. Una Commissione che lavorò ininterrottamente per due anni, giungendo ad una relazione finale che ha ribaltato le risultanze delle passate inchieste e dei passati processi.

Molto ha fatto la Commissione, ma molto c’è ancora da fare, anche alla luce di nuovi scenari emersi, che sono sempre più inquietanti. Traffico di armi, criminalità organizzata, coinvolgimento della Marina Militare richiedono nuovi accertamenti e nuove indagini, che possono supportare il lavoro della Procura di Livorno impegnata in una inchiesta delicata da ormai tre anni.

Riteniamo sia il momento di lasciare da parte le differenze ideologiche e partitiche, perché tutti insieme possiate coagulare le vostre proposte di legge di istituzione di una nuova commissione parlamentare di inchiesta in una unica proposta che interessi i due rami del parlamento, ovvero una bicamerale, da costituire quanto prima.

La fretta che vi mettiamo deriva dal fatto che non è possibile attendere oltre, poiché chi alterò a suo tempo le carte e lavorò e ancora lavora per una verità di comodo, sicuramente continua indisturbato nel tentativo di modifica la verità. E permetterci anche di ricordarvi che in 30 anni un certo numero di noi familiari si è spento senza avere avuto il diritto di sapere perché i propri cari sono morti.

Per questo Vi chiediamo di incardinare le proposte maturate e pervenire quanto prima da un testo unico da far approvare dal Parlamento.

Il 10 aprile è prossimo a venire e sarebbe bellissimo per noi familiari avere un segnale di unità di tutti coloro che in parlamento vogliono la verità e la giustizia per la strage del Moby Prince.

Certi della vostra sensibilità a riguardo porgiamo,

Cordiali saluti

Luchino Chessa, presidente Associazione 10 aprile-Familiari Vittime Moby Prince Onlus

Nicola Rossetti, vicepresidente Associazione 140 ‘

Oggi e sempre Sanremo: incontro con Ernesto Assante, tra il ‘Premio Tenco’ e il Festival della Canzone Italiana

di Daniele Madau

Ernesto Assante è giornalista di Repubblica e uno dei critici musicali italiani più importanti e seguiti, dalla sterminata bibliografia. Con lui abbiamo dialogato su Sanremo e sulla canzone italiana, tra passato e presente.

Partirei dalla analisi delle classifiche certificate degli streaming e dei download che, nella settimana passata, hanno visto le prime posizioni tutte occupate dai protagonisti di Sanremo: con lo sguardo di critico musicale, puoi dire che è un successo meritato?

Io direi di sì. Le classifiche testimoniano il successo degli artisti di Sanremo sia presso i giovani – come certificato dagli streaming-, sia presso un pubblico più tradizionale -come testimoniato dalla classifica FMI -, che analizza le vendite dei dischi, del supporto, a cui sono legate le persone più adulte. Il Festival di quest’anno ha offerto tanto , e tanto di buono, per gusti musicali differenti e, quindi, in questo momento il mercato corrisponde a un quadro generale buono, che si è rispecchiato in Sanremo.

Quale sarebbe stato il tuo podio?

Basandomi esclusivamente sui gusti personali, e non con un approccio critico, le canzoni che, ora, ascolto con più piacere, sono ‘Fiamme negli occhi’ dei Coma_cose, ‘Momento perfetto’ di Ghemon, che trovo deliziosa, molto bella; la terza è più complicata da scegliere: piacendomene tante, cambia di giorno in giorno. Trovo però, pur essendosi classificata molto in basso al Festival, un bel pezzo di grande impatto, che meriterebbe maggiore attenzione, ‘Ora’ di Aiello.

Sanremo, quest’anno, ha visto anche la consacrazione di Achille Lauro e dei suoi ‘quadri’ così scenografici mentre, contemporaneamente, si celebravano i cinquant’anni da 4/3/’43 di Lucio Dalla, testimone di un Festival in bianco e nero in cui protagoniste esclusive erano le canzoni. Questa eccessiva scenografia fa male alla musica?

Che piaccia o meno, credo sia impossibile immaginare oggi la musica senza la parte visiva. La musica, oggi, tutta, la si vede, non la si sente solatanto. Anche chi decide di non avere un ‘look’, di non muoversi davanti al microfono, sta facendo una scelta di immagine precisa, vuol comunicare un approccio diverso dagli altri. A me, personalmente, di quelli che ballano interessa poco ma è, ormai, un fatto imprescindibile. Faccio un esempio: Fulminacci, che si è presentato sul palco soltanto con la chitarra, si è presentato come cantautore; mentre Gazzè, che è un cantautore che non ha mai messo a lato la parte teatrale, è logico e importante che presenti anche il suo aspetto teatrale. Quindi trovo che entrambe le scelte siano giuste, a seconda dell’idea che l’artista vuole dare di se stesso. Achille Lauro fa un’operazione a 360 gradi: l’ha fatta tutte le volte che è andato sul palco di Sanremo ma anche nei suoi concerti, lui è sempre così, non ha fatto niente di diverso da quanto faceva vedere nei suoi concerti.

L’esempio di Fulminacci e Gazzè mi permette di collegarmi alla domanda successiva. Se esiste un ideale, un archetipo di ‘canzone italiana’ che da Nilla Pizzi e Modugno, passando proprio dal cantautorato degli anni ’60-’70, arriva sino a oggi, questo modello è aiutato o no dalla grande attenzione avuta dal Festival di quest’anno nei confronti delle nuove generazioni?

A mio parere quell’ideale non è mai esistito, perché la canzone è di per sé impura. Celentano, che noi consideriamo tra i più grandi, ha fatto di tutto: rock’roll, funky, disco, generi assolutamente non nazionali. Questo vale anche per i cantautori: De Gregori ama Dylan, moltissimo, Tenco e Bindi amavano i francesi. Poi c’è anche chi guarda al passato e le nuove piattaforme permettono anche questo: avere a disposizione cinquanta milioni di brani, di tutti i tempi, fatto mai successo prima. Partendo da questo presupposto e, cioè, che quel tipo di melodia italiana esisteva quando il mondo era nazionale, cosicchè noi ascoltavamo solo la nostra musica perché quella degli altri paesi non ci arrivava, la radio non la trasmetteva e i dischi arrivavano con difficoltà, avevamo un radicamento in un certo tipo di musica. Ora ascoltiamo tutto e sempre, così da avere una cultura non limitata e provinciale ma aperta a ogni stimolo, compreso qualcosa di, in effetti, tipicamente italiano: penso agli ‘Extraliscio’. C’è tutto e tutto insieme. Il dare spazio ai giovani, poi, aiuta la musica italiana: c’è, infatti, un’unica, vera, cosa che ci unisce al nostro repertorio, e cioè che non cantiamo in inglese ma usiamo la nostra lingua, l’italiano, contrariamente a tutto il resto del mondo.

Pensando ancora a Sanremo, sei più sostenitore del Premio Tenco o del Festival della canzone italiana?

Negli anni passati ti avrei risposto, senza alcun dubbio, del Premio Tenco, perché dava spazio a generi, suoni, artisti che non avevano spazio in televisione, nelle radio e che non sarebbero stati mai premiati né di cui si sarebbe sottolineato il valore, quello legato alla canzone d’autore. Devo dire, però, che negli ultimi due – tre anni, e in particolare quest’anno, Sanremo è molto migliorato. Ti continuo a dire, quindi, il Premio Tenco ma anche Sanremo non è male, perché ha dato spazio a musica nuova, giovane e interessante che, altrimenti, il grande pubblico non avrebbe mai visto. Su un terreno più pop, quindi, non legato alla canzone d’autore, ha svolto la stessa funzione del Tenco, far arrivare al grande pubblico delle musiche che, altrimenti, non avrebbe sentito.

Lasciamo Sanremo ma continuiamo il viaggio nella canzone italiana. Pensando all’intervista, ho ripreso in mano il volume ‘Trentatre dischi senza i quali non è possibile vivere’: l’unico italiano presente è ‘Le Nuvole’ di De André. Io, forse, avrei scelto ‘Creuza de ma’: su cosa avete basato -con Gino Castaldo- la vostra scelta?

‘Creua de ma’ è un disco, musicalmente, meraviglioso, non c’è alcun dubbio ma ‘Le Nuvole’è un disco più completo, che mette insieme tutto De André mentre ‘Creuza de ma’ è un pezzo di De André, è una parte, non ‘il’ tutto. Al contrario, ‘Le Nuvole’ presenta ‘il tutto’ : c’è anche quello che c’è in ‘Creuza de ma’ ma c’è anche la sua storia di cantautore, la parte musicale, la poesia, la politica: c’è tutto. E’ un disco che racconta Fabrizio nella maniera più completa, e quindi più bella, possibile: album assolutamente indimenticabile.

La rivista ‘Rolling stones’ ha indicato come il più bell’album italiano di sempre ‘Bollicine’ di Vasco Rossi: sei d’accordo?

No, e non credo di sbagliare. Se penso a Battisti, De Gregori, De André, Battiato, Dalla , Pino Daniele, Fossati, penso che abbiano creato album migliori di quello. Potrebbe entrare in un rosa di venti ma, di certo, non come primo.

Su cosa stai lavorando in questo periodo?

Ho terminato ieri le correzioni di un lavoro su Freddy Mercury e ora mi appresto – sono in contatto col figlio – a progettare un lavoro su Pino Daniele.

Come sta andando il tuo nuovo libro su Lucio Dalla?

Benissimo, è quarto nella classifica generale e, notizie freschissime, è già in ristampa e ha visto acquistati i diritti per realizzare un film: sembra davvero che avrà una lunga vita!

Festival di Sanremo: materia di sogni

di Daniele Madau

Sanremo è un luogo donato alla terra per sognare. Il suo contesto geografico, i suoi luoghi di cultura e d’evasione – il teatro, il casinò- e la loro storia, il Festival della Canzone e il festival contro il Festival della Canzone, e cioè il Premio Tenco. Per gli amanti e gli appassionati, è un luogo simbolo, feticcio e di pellegrinaggio, anche solo televisivo.

Il Festival doveva esserci; però lo sognavo – appunto – diverso. Lo sognavo sobrio, senza il rutilante palco e l’accecante scenografia, in solidarietà con il bianco dei nostri ospedali. Senza le ripetute, e ormai esauste, scenette da villaggio vacanze di Fiorello e Amdeus: un po’ più elegante, perché è il luogo sacro dell’arte della canzone italiana, ed empatico con tutti gli altri teatri d’Italia chiusi, a cui avrebbe potutto stringersi, davvero, in gemellaggio.

E le canzoni? Beh, non sono proprio di mio gusto ma questa è la nuova generazione italiana, a cui prestare fiducia, orecchio e cuore; e, magari, presentare qualche maestro, anche di testi: tra parolacce e frasi un po’ imbarazzanti, ce ne sarebbe bisogno.

Ottimo Ibrahimovic che, con accanto Amadeus, aveva il ‘fisique du role’ per il ruolo comico del gigante con il nano.

Tuttto passa, anche questo Festival: però, che bello che esista, come omaggio alla musica. E come materia di sogni: chi di noi non ha sognato di stare lì, con un suo testo, sul palco.

Sardegna mia, isola bianca. Ode alle isole

di Daniele Madau

La Sardegna è la prima zona bianca d’Italia; fatto che, dai prossimi giorni, permetterà di riscoprire, come all’alba di una nuova era o civiltà, nuovi gesti di vita.

‘Sententia est consequentia rerum’: la decisione è conseguenza delle cose perché, anche se a tutti noi sardi -compreso a me stesso-piace pensare che il merito sia nostro (e forse in parte lo è), dobbiamo, invece, intimamente gioire di essere isola.

E’ l’essere isola che lo ha permesso. Non c’è immaginario geografico, nella storia letteraria, mitologica o filosofica, che abbia suscitato più fascino delle isole, spesso localizzazione del paradiso stesso. E tra queste la Sardegna, da Platone a De André.

Potremmo bene, adesso, usare parole di rivalsa contro chiunque, per come era stata trattata da ricettacolo di virus d’alto bordo l’estate passsata dopo che, già, i suoi confini marini l’avevano protetta in primavera.

Non lo faremo: andiamo oltre, lasciamo parlare i fatti, che, sono anche ‘consequentia nominum’, conseguenza dei nomi. ‘Isola bianca’, infatti, è già presente, evidentemente e suggestivamente come presagio, in un toponimo del porto di Olbia.

E noi, sardi, che possiamo forse ora iniziare un cammino di riconciliazione con la nostra storia insulare, ricordiamo di avere davanti agli occhi, sotto i piedi e tra le mani qualcosa di prezioso: la vita nostra e degli altri – che ora qui in Sardegna è più sicura- e l’isola, da molti, ma quasi mai da noi, vista come Paradiso.

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