La ricomparsa delle lucciole

di Daniele Madau

La vita è fatta di piccole luci che, magari con un grande sforzo, più grande di quelle che credevamo fossero le nostre forze, riusciamo a far brillare, negli intervalli di buio quotidiani.

Come quelle delle lucciole, piccole ma ben visibili, scintille che nascono dal corpo di un minuscolo insetto.

La luce è sempre suggestiva, poetica, evocativa – come il buio, in realtà – e quella delle lucciole, come quella delle stelle, è tra le più poetiche.

Posso scriverlo perché, da qualche settimana, le vedo nel mio cortile: non mi era mai capitato prima. Ero convinto che non le avrei mai viste, come la foca monaca – di cui resta solo qualche racconto – o, come per gli insetti che vedevo da bambino, le coccinelle, le mantidi religiose, le cimici rosso nere ‘carabiniere’, che l’avanzata insesorabile dello spazio urbano cementificato avesse tolto loro, così infinitamente piccole, ogni possibilità d’esistenza.

E poi, c’è quell’articolo, celebre, di Pasolini del 1975, ‘La scomparsa delle lucciole’, in cui ne aveva pianto la definitiva estinzione, facendole assurgere a emblema della decadenza morale, sociale e politica dell’Italia.

Invece, quella luce è spesso accanto a me, ferma, primizia di chissà quale luce più grande, attesa di chissà quale speranza, o speranza di chissà quale attesa.

Esistono infinitamente piccoli speroni di roccia a cui aggrapparsi, e a cui aggrappare il nostro mondo, nella scalata quotidiana verso una pace e una serenità a cui cerchiamo di andare incontro ogni giorno, che auguriamo per ognuno di noi e per tutti gli esseri. La ricomparsa delle lucciole è uno di questi: una luce da qualcosa che credevamo non potesse emanarne più.

Il mare e la democrazia

di Daniele Madau

Democrazia, lo sappiamo, deriva da demos e kratos, letteralmente forza del popolo, originariamente con connotazione negativa, propria dell’aristocrazia ateniese che vedeva emergere la nuova forma di governo. La valenza originaria e rivoluzionaria di questa nuova forma che vedeva la luce nel mondo greco ci sfugge, quasi irrimediabilmente, del tutto, essendo, ormai, abituati ad essa e, soprattutto, vivendo in una realtà altra da quella di 2500 anni fa. Eppure, l’idea di un popolo che si autogoverna in quanto demos, cioè non appartenente a nessuna famiglia privilegiata, nobile per nascita e quindi depositaria della pienezza dei diritti e dei poteri, è talmente grande, talmente romantica nel senso più letterario del termine (il grande movimento artistico del romanticismo ha generato il mito del popolo) che non possiamo non prenderla in considerazione in questi giorni di avvicinamento ai referendum. Non mi posso soffermerare su questo istituto giuridico tecnicamente né sul merito dei quesiti – non avrei modo-ma sul fatto che la nostra possibilità di partecipazione poggia – attraversando i millenni-su questi concetti immortali. La democrazia è più forte del populismo o, al contrario, della tendenza a preservare lo ‘status quo’ che due modi opposti di sentimento politico possono scorgere, legittimamente, dietro i quesiti. La democrazia è più forte dell’appartenenza politica perché questa non esisterebbe senza quella. La democrazia è più forte dei particolarismi perché, ipso facto, ragiona con una visione d’insieme. Eppure, allo stesso tempo, la democrazia ci interpella singolarmente, come componenti fondamentali di quell’insieme. La democrazia come partecipazione è il ritornello liberatorio e musicale di Gaber.

In ultimo, la democrazia è così forte anche da permettere che chi vuole, un po’ più prosaicamente, vada al mare domenica, se cessa il vento.

‘Poco prima di morire, Giovanni mi disse: La democrazia è in pericolo’. Incontro con Maria Falcone, nei trent’anni di Capaci

Giovanni Falcone

di Daniele Madau

In occasione del trentesimo anniversario della strage di Capaci, drammatico giorno in cui l’Italia, grazie al sacrificio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli uomini della scorta, prese definitivamente coscienza della efferata violenza mafiosa e seppe trovare la forza di reagire, ricordiamo la grande figura di Giovanni con la sorella Maria, presidentessa della Fondazione Falcone

Il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo ha, da poco, concesso una lunga intevista, per la prima volta è apparso anche a volto scoperto, affermando di voler dedicare gli ultimi anni della sua vita a riscattarsi dal male commesso. Fu Giovanni a far sì che collaborasse: come commenta le sue parole?

Ho letto l’intervista e sono rimasta colpita e commossa. Le sue parole dimostrano, in effetti, che è uno di quei collaboratori che si è veramente pentito dell’appartenenza a Cosa Nostra; attraverso lo sconto della pensa e attraverso una sua maturazione spirituale e intellettuale, ha capito quale male rappresenti la mafia e, soprattutto, ha capito che bisogna combatterla dal di dentro, all’interno della famiglia, cercando di convincere la donne a non legarsi a questa organizzazione così tremenda che tanto dolore ha portato in Sicilia e nel mondo.

Quanto ha rischiato l’Italia in quegli anni? Giovanni è stato un baluardo a livello di sistema?

Possiamo dire delle cose molto importanti: le ultime parole che ho sentito dire a Giovanni, quando ci siamo visti il 9 maggio, poco prima che morisse, sono state: ‘Bisogna far presto a combattere la mafia; con le notizie che abbiamo, la nostra democrazia è a rischio’. Lui, infatti, intravedeva nella mafia, non solo un’organizzazione criminale finalizzata a lucrare determinati guadagni ma un pericolo per la democrazia. Io credo che le morti che ricordiamo abbiano risvegliato la coscienza italiana e che, questo risveglio, abbia permesso di combattere in maniera più efficace Cosa Nostra.

E’ vero che Giovani ha patito la solitudine ed è altrettanto vero, come tante volte si è detto, che lui ha cominciato a morire per quello?

Ha vissuto una solitudine tremenda, soprattutto dai colleghi che vedevano in lui quasi un pericolo per le loro carriere, ma non ha patito la solitudine dell’anima, perché lui aveva tali interessi, tale era la sua voglia di lavorare, che ha trovato nel suo lavoro, ma anche nella cultura, nella musica e nell’arte quegli elementi che gli permisero di continuare a vivere.

Dove avete respirato quei valori che suo fratello ha incarnato in maniera così esemplare?

Io credo che non avremmo avuto il Giovanni che tutti conosciamo se non fosse nato in quella famiglia; quella famiglia che, per tradizione, era di patrioti, che amava l’Italia e aveva messo al primo posto i valori dell’unità e della democrazia. Inoltre, la ‘religione del dovere’, che si respirava in casa: ognuno doveva fare il proprio dovere, qualunque fosse il sacrificio da sopportare.

C’è un valore più alto del rispetto delle leggi?

Bisogna esaminare caso per caso: in generale le leggi non vanno violate. Bisogna vagliarle laddove possano diventare ingiustizia ma, questo, è un discorso troppo profondo.

Qual è il suo rapporto con i collaboratori di giustizia?

Riconduco la risposta a Giovanni: lui era convinto fosse uno strumento utilissimo, quasi necessario, per le indagini: non posso che essere favorevole, quindi, a questo strumento giudiziario. Sia Giovanni che Paolo avevano tanto richiesto una legge che perfezionasse questo istituto ma erano altrattanto chari nell’affermare che le parole dei collaboratori non fossero il Vangelo e dovevano essere riscontrate con vagli giuridici per appurarne la veridicità

Qual è stato il rapporto con la sua terra?

Giovanni amava l’Italia e la Sicilia, vedendone, come quasi i genitori coi figli, le debolezze e i problemi e cercava di migliorarle, provando a dare quelle opportunità che la mafia toglieva loro

Come saranno ricordati i trent’anni?

Per i trent’anni la Fondazione Falcone sta cercando di darne grande risalto attraverso una memoria condivisa di tutte le vittime della mafia. A piazza Magione, dove sono nati Giovanni e Palo, ci saranno le massime istituzioni e momenti dedicati ai ragazzi. Ci saranno , poi, delle esposizioni artistiche, perché l’arte, in quanto bellezza assoluta, può dare anche , chiamiamola così, una redenzione dalla mafa.

Come è stato vivere senza Giovanni?

A livello personale è stata un’assenza tremenda, che addolora, come parte della famiglia; ugualmente lo è stata come cittadina italiana, perché il suo lavoro avrebbe creato nuove idee nella lotta alla mafia

‘Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe’ hanno gridato i ragazzi: si è realizzato?

Io credo che sia la speranza che mi ha portato a camminare accanto ai giovani, agli insegnanti, e a portare avanti le loro idee. In parte si è realizzata, perché la società civile è molto maturata in questo senso, però il cammino è lungo e bisogna continuare a portare avanti quello striscione e convincere ancora di più la società verso quelle parole

Il conflitto in Ucraina: storia e informazione

Pubblico, molto volentieri, un editoriale nato da un momento di studio e approfondimento che abbiamo dedicato al tragico conflitto in Ucraina in una quinta liceo classico

Il 21 febbraio 2022 Vladimir Putin, capo di stato russo, ha dichiarato durante un discorso tenutosi presso la tv di Stato, l’intenzione di “smilitarizzare” la regione ucraina del Donbass. Da quel giorno si sono verificati gli eventi che hanno portato al conflitto odierno e per i quali si è costretti oggi a discutere di guerra. Per comprendere meglio ciò che è successo, è necessario fare un passo indietro e ripercorrere gli avvenimenti storici precedenti, a partire dalla questione del Donbass. La suddetta regione faceva già parte dell’Ucraina nel 1917, prima ancora che l’Unione Sovietica (URSS) nascesse. Dal 1922 al 1991 fece parte dell’URSS, da cui tornò a separarsi formalmente in seguito alla sua caduta. Da quel momento in poi il Donbass tornò ad essere una regione geografica dell’Ucraina, Repubblica ora di nuovo indipendente. Tuttavia il territorio del “bacino del Donec” si rivelò da subito essere a maggioranza filorussa e di fatto la situazione non è cambiata: basti pensare al fatto che circa l’80% della popolazione sia russofona. Naturalmente ciò è sempre stato fonte di disordini sociali, causati dall’evidente scontento della popolazione filorussa e che portarono, nel 2014, allo scoppio di quella chiamata “guerra del Donbass”. Questa ebbe inizio, ufficialmente parlando, il 6 aprile 2014, quando alcuni manifestanti armati si impadronirono dei palazzi governativi delle regioni di Donetsk e Lugansk. La causa scatenante fu l’avvicinamento da parte dell’Ucraina all’Unione Europea. È interessante notare il fatto che, solo un mese prima, la Crimea aveva dichiarato la sua indipendenza dall’Ucraina, per poi essere annessa alla Russia, ma con un trattato non riconosciuto dalla comunità internazionale.

Risulta essere chiaro, dunque, che la crisi russo-ucraina non ha avuto inizio nel febbraio del 2022, ma ben otto anni prima, e che affonda le sue radici nella storia di quasi un secolo fa. Quella che Putin aveva chiamato “smilitarizzazione” e che, secondo quanto da lui dichiarato, avrebbe dovuto interessare la sola regione del Donbass, oggi viene definita e considerata come vera e propria invasione russa dell’Ucraina (iniziata il 24 febbraio). Infatti il conflitto, con un’escalation militare a dir poco rapida, si è diffuso in quasi tutto il territorio ucraino. Allora appare evidente che, oltre alla questione del Donbass, ci debbano essere altre motivazioni dietro alla mossa politico-militare attuata da Putin. Negli ultimi tempi l’Ucraina si era mostrata sempre più vicina all’Unione Europea e aveva espresso la volontà di voler entrare a far parte della NATO. Quest’ultima nacque nel 1949, dopo la Seconda guerra mondiale, con il fine di difendersi da un eventuale attacco militare da parte dell’URSS. Era inizialmente costituita da buona parte dei paesi occidentali, tra cui gli Stati Uniti d’America, sicuramente il più influente tra tutti quelli interessati. Ad oggi l’URSS non esiste più, ma la NATO continua a esistere; Stati Uniti e Russia sono due delle potenze mondiali più grandi, in competizione tra loro e con ideali politici, sociali e economici differenti. É dunque probabile che anche ciò abbia spinto il governo russo all’azione militare; infatti, l’eventuale entrata dell’Ucraina nella NATO avrebbe comportato ritrovarsi le forze statunitensi al confine e con in mano i punti strategici (militari e non) del territorio ucraino.

Queste appena esposte sono possibili motivazioni legate al conflitto, ma di certo non possono essere giustificazioni. É possibile giustificare una guerra? Assolutamente no, soprattutto quando arriva a coinvolgere pure i civili, tra cui malati e bambini. In Europa si è già assistito alle atrocità legate alla guerra, nella Prima guerra mondiale quando furono coinvolti i civili e i soldati furono costretti a combattere e a vivere nelle trincee, nella Seconda guerra mondiale quando milioni di persone furono deportate. Ma non solo, un altro esempio è quello della guerra in Bosnia ed Erzegovina e, inoltre, si è a conoscenza di conflitti avvenuti al di fuori del territorio europeo. Non si tratta più di constatare chi abbia ragione o meno, se Putin, l’Ucraina o qualsiasi altra potenza. Si tratta di denunciare gli atti atroci e ingiustificabili che si stanno verificando durante lo svolgimento del conflitto. Un esempio lampante è quello di Odessa che, quando è stata bombardata nel mese di aprile, ha visto tra le sue vittime alcuni civili, di cui sia feriti che morti. É inevitabile che durante dei bombardamenti vengano coinvolti anche edifici adibiti ad abitazioni: molti di questi fortunatamente erano vuoti. Ciò, tuttavia, non conferisce un aspetto meno atroce ai bombardamenti, tutt’altro; un’enorme quantità di civili ha perso la propria casa e i rifugiati in paesi europei, quando torneranno nella loro terra, non troverano alcun resto della loro abitazione e saranno costretti a ricostruire tutto da capo. Non sono dunque solo la morte e gli atti violenti a preoccupare, ma tutto ciò che un conflitto militare di tale portata può provocare. Si pensi anche solo alle conseguenze psicologiche, come ai tanti bambini che si porteranno dietro per tutta la vita questi ricordi, o alle conseguenze economiche che tutti dovranno affrontare. Se qualcuno è ancora convinto che la crisi russo-ucraina non lo riguardi, in quanto persona che non abita i paesi interessati nel conflitto, si sbaglia. Non solo per una questione morale, che dovrebbe spingere chiunque a preoccuparsi della sofferenza dei suoi simili, ma anche solo per una questione economico-politica. Difatti è evidente che gli equilibri politici, sul piano mondiale, non saranno più gli stessi e che il conflitto sta portando e porterà ancora diverse conseguenze economiche. A partire dalla questione del gas, fino ad arrivare a qualsiasi altro accordo economico che l’Unione Europea, e in particolare l’Italia, ha stabilito con la Russia. É necessario perciò interessarsi sempre degli sviluppi del conflitto e avere spirito critico, saper analizzare e valutare le informazioni che si reperiscono tramite i vari mezzi di comunicazione. Così come è importante non incappare in fake news o articoli di pura e becera propaganda: non bisogna trovare un buono e un cattivo, ma cercare di comprendere.

L’unico dubbio che può sorgere a questo punto è per quale motivo nessuna potenza sia intervenuta prima, attraverso vie diplomatiche. Come già detto, la crisi è iniziata nel 2014, è perciò possibile che nessuno avesse previsto l’esplosione di un possibile conflitto? Non si può sapere con certezza, ma si deve fare il possibile affinché il tutto possa finire al più presto, attraverso vie diplomatiche e pacifiche. Dopotutto, attraverso lo studio e l’analisi della storia del secolo scorso, si dovrebbe aver già compreso come ricorrere alle armi per combattere altre armi, porti solo a un utilizzo sempre maggiore delle stesse.

A preoccupare, al momento, è la notizia secondo cui Putin, il 9 maggio, potrebbe dichiarare ufficialmente guerra all’Ucraina, abbandonando l’utilizzo del termine “operazione speciale” (fortunatamente, questa dichiarazione non è arrivata. Ndr). Lo stesso giorno in Russia si festeggia la “Giornata della Vittoria”, che celebra la sconfitta della Germania nazista: si tratterebbe ancora una volta di una strategia propagandistica attuata da parte del leader russo, che aveva già parlato di “denazificazione” dell’Ucraina.

A cura di

Corgiolu Sara,

Damasco Francesca,

Lecca Gaia,

Sannais Antonio

“Dopo un raccolto, ne viene un altro”: la Resistenza e la memoria dei sette fratelli Cervi

di Giada Piras

Il 25 Aprile è una giornata spesso, purtroppo, dimenticata ma fondamentale per la storia della nostra libertà.

Come cittadini di una società figlia della Democrazia, è quantomeno doveroso ricordare chi perse la vita per garantirne una migliore e priva di ogni sopruso a tutti noi.

La Resistenza mosse i suoi primi passi da subito dopo l’Armistizio dell’8 Settembre 1943, data fondamentale, che segna l’inizio di quella che diventerà una vera e propria guerra civile.

Non si poté credere subito in una buona riuscita della Resistenza, ma con il passare dei giorni lo spirito di ribellione prese sempre più piede e ciò che prima sembrava solo una piccola goccia in mezzo al mare, era diventata una realtà ben più concreta.

Chi aveva ben chiaro questo concetto erano i protagonisti della riflessione che oggi più che mai ci viene spontanea quando si parla del 25 Aprile.

Parleremo in particolare dei fratelli Cervi, pilastri fondamentali di quella che fu la Resistenza a Campegine (Emilia Romagna).

Rispettivamente: Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore.

La famiglia Cervi (che conta ben undici componenti tra madre padre sette figli maschi e due femmine), antifascista dagli anni ‘30, ha un ruolo di vitale importanza per quella che è la riuscita dell’organizzazione partigiana tra l’appennino e la pianura, posti in cui cominciavano a formarsi le prime formazioni gappiste dopo l’8 Settembre del 1943.

Il primo ad aderire alla “fede” comunista sarà Aldo, terzogenito della famiglia, che unirà poi tutta la famiglia verso un ideale comune.
Sono tutti semplici contadini, vivono coltivando la terra, ma nonostante ciò appena dopo il 25 Luglio 1943, giorno della caduta del fascismo, organizzeranno la cosiddetta “pastasciutta antifascista” per festeggiare l’accaduto (ricorrenza che viene festeggiata tutt’ora).

Ma la famiglia Cervi non era solo questo, era una famiglia innovativa, formata da intellettuali che usavano ogni mezzo per poter accrescere la propria cultura, addirittura furono i primi a utilizzare un trattore per la coltivazione dei propri campi (chiamati “I campirossi”). 

Fonderanno una biblioteca popolare, poiché non tenevano solo alla propria cultura, ma anche a quella di chiunque li circondasse, perché un popolo istruito è molto più difficile da soggiogare.

Tuttavia purtroppo però, la loro modalità di Resistenza quasi non viene vista di “buon occhio” dal Partito Comunista Reggiano. Tutto questo attivismo, infatti, porterà la famiglia Cervi ad essere pericolosamente esposta. Nonostante ciò, preferiranno rimanere a coltivare i loro campi portando avanti il loro ideale di libertà, senza nascondersi e abbandonare tutto.

Pagheranno a caro prezzo la scelta di non lasciare la propria casa. Diventano un bersaglio fin troppo facile per gli squadristi che nella notte tra il 24 e il 25 Novembre del 1943, circonderanno la casa della famiglia Cervi, dando fuoco al fienile e alla stalla. 

La famiglia tenta di difendersi dall’assedio, ma nonostante ciò oltre loro in casa vi sono degli altri uomini a cui avevano offerto un “posto sicuro” (i Cervi nonostante il pericolo infatti ospitavano chi aveva bisogno, tra oppositori, ragazzi fuggiti alla leva e soldati riusciti a fuggire dai tedeschi).

La difesa della casa purtroppo non avrà esito positivo, infatti in quella casa vivono anche cinque donne e dieci bambini, il rischio di continuare con il contrattacco prevedeva un prezzo fin troppo alto da pagare. 

Verranno quindi arrestati insieme a Quarto Camurri (disertore della MVSN entrato in contatto con la famiglia poco tempo dopo la sua diserzione) e condotti al carcere politico di Reggio Emilia.

A seguito dell’uccisione del fascista Davide Onfiani, il 28 Dicembre tutti e sette i fratelli Cervi e Camurri vennero fucilati, una scelta crudele, tanto che in un documento della direzione fascista di Reggio Emilia (che verrà recuperato solo nel dopoguerra), affianco alla lista dei sette nomi, (si pensa) un dirigente scrisse: “Sette fratelli?” sottolineando il tutto in rosso, come a voler esprimere una perplessità per questa crudele decisione. 

Il padre (Alcide Cervi), arrestato anche lui ma prigioniero in un carcere diverso, riuscirà a scappare a seguito di un bombardamento, ma non verrà informato subito della morte dei suoi sette figli, il cui funerale potrà essere celebrato solo nell’Ottobre del 1945, giorno in cui, dopo che i feretri verranno portati al cimitero di Campegine, papà Alcide pronuncerà la famosa frase: “Dopo un raccolto, ne viene un altro”.

Tutti i fratelli verranno decorati con la “medaglia d’argento al valor militare”, nella speranza che la loro memoria rimanga sempre viva nel cuore e nella testa non solo di chi lotta, ma di chi vive e spera in un domani migliore cercando di costruirlo grazie anche al loro sacrificio per la nostra libertà.

La guerra purtroppo è una realtà molto più attuale di quel che si pensi, possiamo vederlo negli ultimi mesi tramite le immagini strazianti che arrivano dall’Ucraina. Vediamo un popolo che attua una forma disperata di Resistenza nel tentativo di ottenere di nuovo la propria libertà e quella del suolo ucraino occupato dagli invasori, perché la Resistenza non è solo imbracciare un fucile. La Resistenza è la speranza, il pensiero, il dialogo e l’accoglienza, tutto ciò che possa opporsi a qualunque forma di oppressione è pura Resistenza. 

Negli ultimi giorni ci sono stati molti dibattiti, paragonando quella che fu la Resistenza Italiana con quella che è in questi mesi la Resistenza Ucraina. 


A parere mio, i mezzi tramite i quali si ottiene la libertà non possono essere paragonati senza tener conto di tante cose, come ad esempio il periodo storico, i luoghi in cui gli scontri prendono vita e soprattutto la tecnologia degli armamenti attuali.

Se la si vuole paragonare, si potrebbe dire che è una Resistenza 2.0, l’ideale è sempre quello della libertà, è tutto quello che ruota intorno che cambia.

Chiudo questo piccolo intervento con un pensiero strettamente personale, a prescindere da ogni tipo di paragone. 

Nessuna istituzione, nessun potere, nessuna supremazia dovrebbe negare la libertà di un altro popolo o addirittura privarlo della leggerezza tipica della vita.

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore” (Italo Calvino)

Francia: il dibattito e l’attesa

da Lione, Marco Salis

Ricevo, e volentieri pubblico, il prezioso contributo, da Lione, di Marco Salis, che ha seguito il dibattito Macron -Le Pen: i due candidati tra cui gli elettori francesi sceglieranno domenica 24 aprile il nuovo Presidente della Repubblica.

La Francia si prepara a tornare alle urne questa domenica 24 aprile per eleggere il ventiseiesimo presidente della Repubblica.

Momento culminante della campagna elettorale è stato il confronto televisivo dello scorso 20 aprile tra gli avversari Emmanuel Macron, presidente uscente ed esponente di En Marche, e Marine Le Pen, ormai storica esponente dell’estrema destra e del partito Rassemblement National.

Il duello, durato quasi tre ore, ha visto i candidati rispondere alle domande dei moderatori e alle reciproche stilettate su temi nevralgici come l’energia, la riforma delle pensioni, l’inflazione e il potere d’acquisto delle famiglie, la scuola, la competitività e lo sviluppo tecnologico, l’immigrazione.

Rispetto al dibattito del 2017 che li vide già protagonisti, l’intenzione dichiarata di Le Pen era quella di tenere un approccio più sorvegliato e meno irruento sia nei toni che nelle dichiarazioni programmatiche. Davanti alle telecamere questo “ammorbidimento”, volto comprensibilmente a ottenere un più ampio consenso, pur rappresentando un netto miglioramento rispetto all’esperienza precedente sembra non avere sortito l’effetto da lei sperato. L’abbandono di alcune battaglie per lei caratterizzanti (come quelle per uscire dall’Unione Europea, da Schengen e dalla NATO) ha sembrato avere il duplice effetto di smussare gli spigoli ma anche di snaturarsi e di portarla su un territorio più moderato che le è meno congeniale e sul quale l’avversario si trova più a suo agio. Inoltre, la scelta di una maggiore pacatezza si è manifestata in un piglio meno incisivo, in un apparente auto-limitarsi, in qualche pausa e qualche esitazione di troppo, a tratti in una minore lucidità rispetto a Macron.

Una scelta incomprensibile è stata quella di non cogliere l’opportunità offerta dai molteplici scandali che hanno scosso la campagna elettorale di Macron per sferrargli un attacco che lo avrebbe fatto vacillare a più riprese. Per citarne alcuni: il forte sospetto di false dichiarazioni del presidente uscente sul proprio patrimonio personale; lo scandalo McKinsey (la grande multinazionale di consulenza americana che ha una sproporzionata influenza sulle scelte e strategie del governo, oltre ad aver trovato il modo di non pagare le tasse per la sua filiale parigina); lo scandalo Alstom (il ri-acquisto all’americana General Electric, al doppio del prezzo di vendita, delle turbine inizialmente (s)vendute alla stessa G.E. dall’azienda francese); la gestione quantomeno discutibile della crisi del Covid con tutte le ricadute sociali, economiche, psicologiche, e sulle fondamentali libertà individuali.

Macron, dal canto suo, ha tenuto una postura generalmente cordiale ma al tempo stesso condiscendente e con qualche eccesso di quella arroganza che ha contraddistinto il suo quinquennato e che è stata rivolta tanto agli avversari politici quanto allo stesso popolo francese: si pensi all’atteggiamento repressivo nei confronti del movimento dei “gilet gialli”, o alle esplicite manifestazioni di disprezzo e discriminazione nei confronti di una fetta della popolazione (“ho una gran voglia di rovinare la vita ai non vaccinati”, dichiarò in una tristemente famosa intervista televisiva). Il presidente uscente è sembrato tuttavia più convincente e incisivo, oltre che più preparato su alcuni temi a lui più familiari come ad esempio l’economia.

Chi la spunterà alle urne? Stando agli ultimi sondaggi, per il momento l’effetto del dibattito sulle intenzioni di voto resta piuttosto limitato e non sembra alterare le proiezioni in modo significativo.

La partecipazione si annuncia più bassa per il secondo turno con 74,5% dei votanti (meno che nel 2017).

Tra gli elettori intervistati, Macron ottiene circa il 55% delle intenzioni di voto contro 45% di Le Pen.

L’ago della bilancia sarà inoltre sensibile alle scelte dei sostenitori dell’esponente della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon, terzo candidato per numero di consensi ed eliminato al primo turno: il 40% dei suoi dichiara che voterà Macron, un altro 40% si asterrà, e il restante 20% voterà Le Pen.

10 aprile 1991: 140 vittime, 140 persone, madri, padri, figli, fratelli e sorelle, strappate tragicamente ai loro familiari, senza un perché, senza un colpevole

di Luchino Chessa

Comunicato stampa del 10 aprile 2022
Come ogni anno i familiari delle vittime della strage del Moby Prince si ritrovano a Livorno per raccogliersi nel dolore proprio e collettivo. Un dolore dei familiari, ma anche di tutti i cittadini che a vario titolo partecipano per non dimenticare.
Non dimenticare serve a mantenere accesa la memoria storica ed a combattere per la verità e giustizia.
È un momento difficile, stiamo uscendo da due anni di pandemia che ha mietuto oltre 160.000 vittime ed abbiamo alle porte una guerra a rischio di diventare globale, in cui non si contano più i morti.
La strage de del Moby Prince ha avuto solo 140 vittime, ma sono 140 persone, madri, padri, figli, fratelli e sorelle, strappate tragicamente ai loro familiari, senza un perché, senza un colpevole.
Per tutto il Paese il 10 aprile 1991 è stato un giorno drammatico. In un colpo solo ha annientato la vita di 140 persone e distrutto quella di 140 famiglie che da trent’anni chiedono di sapere cosa è successo veramente.
La strage del Moby Prince è passata nella memoria collettiva come un banale incidente: la collisione tra un traghetto e una petroliera per una nebbia improvvisa grazie a un comandante distratto. Buio, nebbia, errore umano sono state le prime parole pronunciate da varie autorità. La distrazione per la partita di calcio Barcellona Juventus è stata buttata nel tritacarne dei mass media allo scopo di infangare ancora di più le acque.
Anni di manomissioni, depistaggi, omissioni, prese in giro, di rimestamento in una melma putrida di verità preconfezionate, create ad arte per nascondere qualcosa che quella notte maledetta non doveva emergere.
Ci sono voluti quasi ventisette anni perché la prima Commissione parlamentare di inchiesta ribaltasse le verità processuali del passato.
Altro che nebbia, altro che distrazione del comando del traghetto, altro che morte repentina dei nostri cari! Le verità scaturite dalla prima commissione fanno ancora più male perché hanno messo in evidenza la assoluta mancanza di soccorsi e una vita a bordo del traghetto di ore, atroci ore di sofferenza.
Ora tutto cambia, ma alcuni tasselli dell’intricato puzzle mancano ancora.
Siamo fiduciosi del lavoro che sta portando avanti la nuova Commissione Parlamentare di Inchiesta istituita il 21 maggio 2021 e presieduta dall’Onorevole Andrea Romano.
Vorremmo sapere a che punto sono le indagini che la Procura di Livorno e la DDA della Procura di Firenze, che stanno indagando nel più totale riserbo, mentre attendiamo la sentenza della causa civile della Corte di Appello del Tribunale di Firenze che dovrà esprimersi dopo l’8 maggio.
Non sappiamo se avremo veramente giustizia, ma almeno vorremmo avere una verità appagante.

Luchino Chessa, Presidente Associazione 10 Aprile-Familiari Vittime Moby Prince
Nicola Rosetti, Presidente Associazione 140 Familiari vittime Moby Prince

‘Il muto di Gallura’: il film di Matteo Fresi tra qualche ingenuità e necessari approfondimenti

di Daniele Madau

La Gallura è una regione storica della Sardegna, di antichissima individuazione e autonomia socioculturale e politica che-esempio quasi unico tra le zone storiche sarde – ha un’ampia attestazione letteraria, da Dante a De André. In questa rientra il romanzo-inchiesta di Enrico Costa ‘Il muto di Gallura’, di fine ottocento, da cui è tratto il film, attualmente nelle sale e di discreto successo, di Matteo Fresi.

Come giudicare, appunto, questo successo, di una pellicola che, tra l’altro, ha una produzione di notevole livello affidata alla Fandango e a Rai Cinema?

Senza voler giudicare le scelte del pubblico che, giustamente, sceglie e premia ciò che reputa meritevole, direi che le scelte della sceneggiatura risultano un po’ troppo semplicistiche. Il film sembra ridursi a una lunga sequenza di omicidi – il che potrebbe esssere giustificato trattandosi della narrazione della faida che ha insanguinato Aggius e la Gallura a metà ottocento e di cui il muto è stato protagonista feroce -senza, tuttavia, un necessario approfondimento e con una serie di ingenuità.

Gli approfondimenti avrebbero potuto riguardare proprio l’emrginazione del muto che, per la sua stessa menomazione fisica doveva scontrarsi con i pregiudizi tipici della comunità del tempo, così come il rapporto con la forza militare savoia -vero nodo di quel periodo – risulta superficiale e banale, come anche la figura del rettore: in tutto questo si può riconoscere la matrice stessa del romanzo di Costa, che ha i suoi pregi e i suoi difetti. Non deriva, però, dal romanzo la scelta di trattare la storia d’amore tra il muto, Bastianu Tansu, e Baingia, in maniera troppo moderna, con scene francamente inimmaginabili nella realtà.

A questo desiderio eccessivo di modernizzazione non si sottraggono neanche la regia e la fotografia, troppo frenetiche e desiderose di rimarcare e fornire chiavi di lettura alla narrazione, che avrebbe avuto bisogno di tempi più lunghi.

La colonna sonora, di chiara ispirazione etno-western e con rimandi a Ennio Morricone, concorre, poi, a dare un vero andamento western assolutamente fuori contesto rispetto alla ‘disamistade’, cha ha invece origini legate al rapporto in e tra le famiglie. Scopriamo, così, che in questa faida, come nella mafia siciliana, a dispetto dell’ onore, non venivano risparmiati neanche donne e bambini.

Vedere l’opera può dunque risultare anche fuorviante ma, laddove si decidesse di approfondire, utile a conoscere la storia e le scenografie della meravigiosa Gallura, di cui si sente anche, per tutto il film, la sua meravigliosa lingua.

Le nuove tenebre e l’antica luce

di Daniele Madau

Secondo l’insegnamento di Tucidide, storico e storiografo del V secolo a.C., la sua Storia del Peloponneso, con il senso di grandezza tipico dei classici, doveva essere intesa come un “possesso per sempre”, una miniera di informazioni valide in ogni tempo e spazio, una ‘luce che illuminasse passato, presente e futuro’, come è stata definita.
Secondo lui la storia deve avere il compito di essere ‘un insegnamento per sempre’, in grado di essere trasmesso e utilizzato dalle generazioni future, che, conoscendo cause e motivi delle decisioni degli uomini, avrebbe ereditato strumenti di decifrazione della realtà.
Il suo concetto sostanzierà il latino ‘historia magistra vitae’, ‘la storia è maestra di vita’.

Ogni periodo, però, ha le sue dinamiche, i suoi attori sulla scena della storia, i suoi rapporti di forza, le sue strette contingenze, che possono far adattare le eredità di conoscenze al determinato momento, se non modificarle nelle loro parti meno significative e generali.

Solo in queste, però, perché gli insegnamenti universali, che esistono, vanno trasmessi integri all’umanità, ne sono il sole civile e morale, senza i quali il cielo della convivenza si ricopre di tenebre, tenebre di ignoranza, violenza, sopraffazione dei più deboli.

Questi insegnamenti, per i sacrifici di chi ci ha preceduto e per una fortuna non meritata da ognuno di noi, corrispondono a quelli su cui si sta cercando di costruire l’Europa, in cui viviamo, abbiamo vissuto, vogliamo che vivano i nostri figli.

Sono quelli di dignità della persona, che porta al concetto di cittadino, coi suoi diritti, che porta al concetto di democrazia, e quindi di sovranità popolare, fino al punto più alto di sovranità, quello di autodeterminazione; e, così, di tutela e difesa dei luoghi di un popolo, i suoi confini, che non vanno violati in quanto, non riconoscendoli, si mina la convivenza civile. Riconoscendoli, invece, si costruisce il fondamento per la solidarietà.

Per l’Europa, questi sono le basi e le finalità del suo essere stesso che, lo abbiamo sperimentato, si rigenera e riforma durante le crisi più acute, come la pandemia, le crisi economiche, le guerre.

Nei confronti della guerra scatenata da Putin, l’Europa ha riproposto con la forza intrinseca, che deriva da essi stessi, questi valori, innalzando un muro ideale-non ideologico – che dà la tempra morale per ribellarsi all’invasione.

A essi ha aggiunto sanzioni economiche, atti di solidarietà, aiuti sostanziali, comprese le armi, al popolo e al governo ucraino che, come nelle parole del suo presidente, chiede con disperazione un coinvolgimento più concreto dell’Europa, di cui si sente già parte nei suoi tratti fondanti e d’ispirazione, pur comprendendo che questo – per ora – non può avvenire.

Il popolo ucraino sta dando un esempio altissimo: combatte in prima linea da solo, con aiuti solo nelle retrovie, per qualcosa a cui ancora anela, di cui non fa ancora parte ma che vede come finalità e obbiettivo: la libertà di scegliere per sé e autodeterminarsi. Ciò che di più alto ha l’uomo. Lo fa nell’unico modo: difendendosi per restare in vita. Per esistere. E per esistere nell’UE e nella Nato, se lo vuole: la politica estera è prerogativa esclusiva di uno Stato.

La mediazione non è possibile con un avversario che , semplicemente, non ne conosce il valore né tantomeno il significato. Non possono parlare coloro che si esprimono in due lingue diverse.

All’altare della mediazione è risultato vano il sacrificio di Giacomo Matteoti. All’altare della mediazione sono state sacrificate Austria e Sudeti durante l’anschluss (annessione) nazista, prima che Francia e Inghilterra capissero che Hitler si doveva fermare. Non sapremo mai quanti morti si sarebbero potuti evitare. E così come dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale, l’articolo 80 del trattato di Versailles vietò esplicitamente l’inclusione dell’Austria nella Germania – articolo disatteso – il memorandum di Budapest del 1994 prevedeva la tutela dell’integrità territoriale dell’Ucraina da parte della Russia in cambio del disarmo nucleare dell’Ucraina stessa. E i trattati di Minsk del 2014 prevedevano il non riconoscimento della Crimea da parte di Putin.

Le tenebre si vedono avanzare facilmente: nelle parole e nei fatti. Nelle bugie e nelle promesse tradite. Quando il 22 febbraio Putin ha parlato di ‘denazificare l’Ucraina’ nei confronti di un presidente di origine ebraica, si poteva essere certi che l’invasione sarebbe avvenuta, ma gran parte di noi ancora non lo reputava possibile. Quando Putin ha modificato la costituzione, violentemente messo a tacere le voci libere di opposizione, aggredito la Georgia, infierito sui ceceni, umiliato i sindacati, rivitalizzato il culto fascista del machismo da ridicola propaganda, le tenebre erano visibili: alla coscienza di ognuno – che ha la sua parte su questa terra- il chiedersi se le ha riconosciute.

Non capisco le giustificazioni che, da qualche parte, si levano verso il presidente russo, forse perché la troppa luce acceca: abbiamo un invasore che, deliberatamente, infierisce sui civili, in luoghi come ospedali e scuole e che, spudoratamente, accusa l’occidente di questo, cioè tutti noi. Accusa noi, forse non ce ne rendiamo conto. Di cos’altro abbiamo bisogno?

La storia,però, ci insegna anche che le tenebre non vinceranno, che la luce troverà forza: sono le parole usate da Zelensky stesso, in collegamento con l’Europarlamento con la sua maglietta militare, mentre Putin bombarda in giacca e cravatta.

E, poi, torneranno ancora le tenebre, nella spirale della storia, finché ‘l’insegnamento per sempre’ non ci porterà ad amare così tanto la nostra vita, la libertà e la luce dei valori da riconscere subito le tenebre.

‘Dimostrateci che siete con noi, che non ci lascerete soli e che voi davvero siete europei. E che la vita vincerà contro la morte. Che la vita vincerà sulle tenebre’

di Daniele Madau

Questa mattina, il presidente ucraino Zelensky è intervenuto durante la sessione straordinaria del Parlamento Europeo, invocando di essere accolto nell’Unione Europea. La sua disperata richiesta ci fa capire quanto siano vitali i valori che l’Europa deve difendere e che ognuno di noi deve proteggere come ciò che di più prezioso possiede, prezioso come la libertà. Ognuno di noi, a cui sono rivolte le parole che riporto interamente.

«Non posso dire buongiorno, buon pomeriggio o buonasera, perchè ogni giorno per alcune persone questa non puo essere una buona giornata, un buon pomeriggio. Per alcuni questo è l’ultimo giorno che vivranno. Parlo dei cittadini dell’Ucraina che stanno pagando il prezzo più alto di tutto questo. Stanno difendendo la libertà e sono molto contento di quello che ho visto, di quello che mi è arrivato dal Parlamento europeo, sono contento di questa atmosfera di vicinanza e sono lieto che tutti i paesi euorpei si siano uniti. Non sapevamo che ci sarebbe stato un prezzo da pagare, stiamo vivendo una tragedia immane un prezzo alto, migliaia di persone sono state uccise. Due rivoluzioni una guerra, siamo al 5 giorno dopo l’invasione ampia su tutta la scala da parte della Russia.

Non ho piu il tempo di leggere i giornali e non posso leggerli perchè non ci sono più nel mio paese. Devo occuparmi della vita e della morte delle persone. Credo che oggi stiamo dando la vita per difendere i diritti e i valori, la libertà di essere uguali, come vi considerate uguali voi, stiamo sacrificando le persone migliori di questo paese i più forti.

Gli ucraini sono un popolo incredibile, amiamo dire che possiamo vincere e sconfiggere chiunque e credo che se ne stia parlado, sono contento che riusciate a vedere quello che sta succedendo, il vostro sostegno è benvenuto. Il popolo ucraino vuole unirsi all’Europa. Questo è quello che vorrei sentire da voi, accogliete la richiesta di far parte dell’Europa.

Ci sono ancora bombardamenti, è stata una giornata dura per noi due missili cruise hanno colpito kharkiv, una città molto vicina al confine con la Russia in cui ci sono sempre stati molti russi e in cui ci sono le sedi di oltre 20 università. È la città con il piu alto numero di università, la gioventu da quelle parti è dappertutto, c’erano piazze tra le più grandi del nostro paese, la più grand piazza d’Europa piazza della libertà,che è stata colpita da due missili oggi. Questo è il prezzo che dobbiamo pagare ma stiamo combattendo, continuiamo a farlo per difendere la nostra terra e la nostra libertà tutte le città del nostro paese sono bloccate nessuno puo entrare e intervenire.

Gli ucraini sono in piazza oggi, a prescindere da quale sia il nome della piazza, tutte dovrebbero chiamarsi Piazza della Libertà. Non ci piegheranno siamo forti, siamo ucraini, vogliamo veder crescere in nostri figli, volgiamo che sopravvivano. Ieri 16 bambini sono stati uccisi, ancora una volta Putin dirà che volevano colpire un obiettivo militare, che era un operazione chirurgica. 


Il nostro popolo è motivato continuiamo a lottare, per difendere la nostra vita. Stiamo lottando per sopravvivere. Stiamo dimostrando a tutti che siamo europei, l’Unione Europea può esser più forte con noi ma senza di voi, noi saremo più soli. Abbiamo dimostrato quale è la nostra forza. Siamo anche noi europei dimostrateci che siete con noi, che non ci lascerete soli e che voi davvero siete europei. E che la vita vincerà contro la morte. Che la vita vincerà sulle tenebre».

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