Benvenuti al sud, davvero

di Daniele Madau

Ogni 25 novembre è un giorno di riflessione; riflessione attiva, pronta alla lotta per far sì che la violenza sulle donne non insanguini più la terra e che, al contrario, la terra possa germogliare, fiorire, della libertà delle donne, libertà creatrice, di bellezza, di desiderio di amore, come quella di ognuno. Dall’anno scorso, però, il 25 novembre è anche il giorno in cui si ricorda e si ricorderà Diego Armando Maradona, morto solo, da idolo col mondo ai piedi qual è stato. Lo so, è un volo pindarico ma questo breve scritto sarà costruito sui voli pindarici. Non ho mai amato né il personaggio né l’uomo né il calciatore Maradona: eppure, rivedendolo, in questi giorni, giocare nel fango nei campetti di periferia di Napoli per beneficenza, ha fatto battere il mio cuore, come quelli dei ragazzi napoletani che cantavano ” Ho visto Maradona, ho visto Maradona… ”.

È normale, il cuore è uguale in tutti, e batte per le stesse cause. Sono meridionale come loro, napoletano come loro, pur essendo sardo. Non mi sono sentito, invece, oggi, trentino, altoatesino, apprendendo come in quei luoghi l’istruzione parentale dei bambini sia aumentata del 1000%, per non sottostare alle regole anti Covid. Sia scritto senza alcun tipo di giudizio o pregiudizio, addirittura razzismo al contrario verso i settentrionali: oggi mi sento meridionale, orgoglioso delle ferite inferte dalla storia, che portano frutti di maturità, accettazione delle regole, di libertà sotto la legge. Ricordate il film citato nel titolo? Ci ha fatto sorridere, proprio perché sappiamo, comunque, che siamo tutti italiani e che, a volte, bisogna rimproverare i fratelli delle altre regioni.

Le assoluzioni sul processo per i veleni di Quirra: incontro con Andrea Frailis, membro della Commissione Difesa alla Camera

di Daniele Madau

Come sempre, e bisogna crederci, è necessario aspettare le motivazioni della sentenza, che ha assolto i vertici del Poligono Interforze di Quirra, per un commento approfondito. Noi procediamo solo con una considerazione generale, che guarda con gli occhi della riflessione e- ormai della storia- la sconfitta di un territorio e di una regione, legate alle servitù militari che, restando fedeli al loro nome, hanno impresso un destino di schiavitù alla Sardegna. La quale, da un lato, ha legato la sua economia alle basi, dall’altro ne ha pagato un prezzo altissimo. Senza capire, ancora, cosa davvero sia successo. Anzi, una cosa l’ha compresa bene: la sconfitta, come sempre, degli ultimi. Ci aiuta, in questa riflessione, il deputato Andrea Frailis.

Sono stati assolti perché non c’è prova che abbiano commesso il fatto: e da qui, ormai, bisogna partire.

A capo del Poligono sperimentale di addestramento interforze di Salto di Quirra, a Perdasdefogu, dal 2002 al 2010, erano accusati di omissione dolosa aggravata di cautele contro infortuni e disastri per non aver interdetto le aree dove si svolgevano brillamenti e lanci di missili e dotato il personale delle necessarie protezioni: parliamo dei generali Fabio Molteni, Alessio Cecchetti, Roberto Quattrociocchi, Valter Mauloni, Carlo Landi e Paolo Ricci, comandanti del poligono interforze del Salto di Quirra, e degli ufficiali Gianfranco Fois e Francesco Fulvio Ragazzano, a capo del distaccamento a mare di Capo San Lorenzo.

Evidentemente non ci fu omissione o negligenza; tuttavia questo processo, promosso da Domenico Fiordalisi avendo come imputati – per la prima volta- i vertici della gerarchia miliare, ha avuto un chiaro effetto, devastante: mettere ancora più in ginocchio, più giù ancora, i pastori, che durante gli anni del processo non hanno avuto accesso ai loro pascoli e ora non avranno nessun risarcimento. Capire vuol dire conoscere, e viceversa, per poter progettare. Ma poter progettare, o meglio voler progettare, significa avere a cuore il prorpio territorio, i propri cittadini, il proprio futuro. Perciò ne parliamo con Andrea Frailis.

“Qualsiasi valutazione in merito deve attendere le motivazioni della sentenza; sentenza che, ricordo, dichiara come il fatto non sussista. Questo significa che gli otto comandanti che si sono succeduti negli anni non sono colpevoli di aver omesso la tutela per salvaguardare l’ambiente e la salute dei cittadini. Però, è anche un fatto che negli anni c’è stato un aumento certificato del numero dei linfomi e dei tumori nella zona e , sicuramente, parallelamente è aumentato, nella zona stessa, l’inquinamento. Ora, se non sussiste la colpa dei comandanti è difficile stabilire un nesso di causalità tra le malattie e le esercitazioni, precisamente in riferimento ai proiettili impiegati. Inoltre, è anche vero che questa sentenza, che non avrà grosse ricadute – ricordo che la responsabilità dei comandi, tra un anno e mezza, sarebbe caduta comunque con la prescrizione dei reati – ci deve portare a pensare in termini complessivi. Ciò significa che bisogna ragionare con una più vasta visione che riguardi tutte le servitù militari. Io, come membro della Commissione Difesa, posso dire che, nella Commissione stessa, abbiamo esaminato il problema già in passato. Questo anche grazie a una comunanza d’intenti tra i commissari sardi, lavoro infatti anche con Salvatore Deidda (FdI) ed Emanuela Corda (L’Alternativa c’è), che prevede come si debba diminuire l’impatto delle servitù sul territorio. Tutti abbiamo questo proposito. Senza dimenticare, tuttavia, che gli impianti militari, in alcuni comuni, costituiscono una importante fonte di reddito, anche se non l’unica. Parlare di cancellazione ‘sic e simpliciter’ , da un momento all’altro, appare, così, quanto mai problematico. Quando parliamo di presenza militare, in ultimo, dobbiamo tener presente anche il contributo che hanno dato alla Protezione Civile e, specificatamente negli ultimi tempi, alla lotta al Covid, specialmente nelle zone più interne, dove vi era difficoltà a effettuare test e vaccinazioni. Tutto questo per avere una visione complessiva, che sarà tale, però, quando potremo davvero sapere cosa è successo nelle aree soggette a esercitazioni con un certo tipo di munizioni. Riduzione e attenzione all’economia del territorio: questo è, in conclusione, l’orientamento della Commissione.”

Per la prima volta sono finiti a giudizio i responsabili del Poligono: credo che, il futuro come da lei descritto, debba essere all’insegno della trasparenza, che può favorire una maggiore integrazione col territorio

Certamente. Il futuro, che dovrà essere caratterizzato da una diminuzione dell’impatto, deve, contemporaneamente, risolversi in una maggiore integrazione. Quando io parlo di un lavoro che i militari svolgono al di là delle esercitazioni, parlo proprio di questo.

Da poco ho presenziato a una commemorazione per i caduti di Nassiriya e ho sottolineato l’impegno dei militari in opere quali il dragaggio di un fiume esondato, la rimozione delle macerie dopo una calamità o, come già detto, durante l’emergenza pandemica. Questo significa, da cittadini, in divisa ma come tutti gli altri, con gli stessi diritti e doveri, l’integrazione dei militari nel territorio. Penso anche alla nuova scuola di addestramento al volo che, sicuramente, porterà linfa nuova a Decimomannu, grazie all’arrivo di allievi da tutto il mondo. Ciò non toglie, ripeto, il compito specifico di noi parlamentari di lavorare per la diminuzione dell’impatto e della presenza delle servitù.”

Alessandro Zan: “Bisogna rialzarsi ed essere più uniti di prima”

di Patrizia Fenu

Ha avuto luogo anche a Cagliari la presentazione del libro ‘Senza paura’, di Alessandro Zan, primo firmatario della proposta di legge che è stata al centro del dibattito politico e socioculturale degli ultimi mesi. ‘La Riflessione’ , grazie all’autrice dell’articolo, non poteva mancare.

Sabato 30 Ottobre 2021 l’On. Alessandro Zan fa tappa a Cagliari per presentare il suo libro intitolato ‘Senza Paura. La nostra battaglia contro l’odio’, presso la sala conferenze del THotel.

Questa tappa sarda avviene dopo la ‘tagliola’ subita in Senato al disegno di legge che porta ilo suo nome: DDL Zan.

Già dalle h15, fuori dall’Hotel, si trovano tanti giovani che hanno formato un presidio in cui erano presenti varie associazioni come  ARC Sardegna, Amnesty International gruppo 128 di Cagliari, I Sentinelli Laici e Antifascisti, Unica LGBT e tutti sventolavano tante bandiere tricolore e han portato vari cartelli con slogan come “Libero di essere gay”, “Meno applausi più diritti”, “Odiare è un reato amare è un piacere”, “L’odio non è un’opinione” , “Voi non potete fermare il vento: gli potete fare solo perdere tempo” ecc ecc.

Verso le h16.30 l’On. Zan è uscito dall’Hotel per salutare tutti i ragazzi che hanno voluto fargli sentire il loro sostegno e affetto e con i quali ha gridato a gran voce ‘Bregungia!’, che in lingua sarda significa ‘Vergogna’.

L’On.Zan è stato molto disponibile con tutti, ha rilasciato interviste ai vari giornalisti presenti e si è trattenuto a parlare con tutti coloro che volevano farsi autografare il suo libro o anche semplicemente parlargli.

Poco dopo le h17 è iniziata la chiacchierata guidata dal giornalista Andrea Frailis in cui l’On. Zan ricorda a tutti che lo Stato deve essere inclusivo e prima fra tutte dovrebbe essere l’istituzione della scuola a far conoscere il concetto di inclusione. Infatti l’On. Zan è molto felice che nelle piazze ci siano soprattutto i ragazzi a fargli sentire il loro sostegno e che purtroppo non sono stati rappresentati adeguatamente da quel Senato che ha affossato il disegno di legge. Spera però, che grazie al fatto che dalle prossime elezioni anche i diciottenni potranno votare, si potrà avere in futuro un Senato molto più rappresentativo rispetto a quello che abbiamo ora.

Per l’On. Zan la legge è stata affossata a causa di quello che lui definisce “un giochetto politico sulla pelle delle persone”, perché molti politici prima hanno appoggiato la Legge e poi invece si sono defilati e a tal proposito cita il senatore Renzi, il quale è stato definito dall’On.Zan “la stampella della Destra”, perché ha appoggiato la linea sostenuta dai partiti di destra, soprattutto in vista delle elezioni al Quirinale della prossima primavera.

Durante la chiacchierata con Frailis, l’On. Zan cita anche dei fatti incresciosi accaduti in Italia, come quello di Roma, accaduto nel marzo 2021, in cui un ragazzo attraversa i binari per andare a insultare e picchiare una coppia gay che, in attesa dell’arrivo del treno, si è scambiata qualche bacio. L’On. Zan commenta affermando che il ragazzo che ha commesso questo gesto omofobo, in qualche modo è stato autorizzato dalla stessa politica che non difende i diritti dei cittadini, ma fomenta il razzismo e l’omofobia.

Alla domanda che gli abbiamo posto prima dell’inizio della chiacchierata, “Quali sono i suoi sentimenti dopo la tagliola in Senato” lui risponde dicendo che i suoi sentimenti sono di sconforto, ma aggiunge che bisogna rialzarsi ed essere più uniti di prima, continuare con più forza di prima e portare avanti questa battaglia più forti di prima, perché lo deve alle tante persone che hanno creduto in lui, che non possono essere deluse e dimenticate, ma bisogna essere con loro in questa battaglia.

Per l’On. Zan la legge che è stata bocciata al Senato è frutto di mediazione e questo lui lo definisce un fatto positivo, perché la Camera l’ aveva votata. A questa legge però sono stati proposti 700 emendamenti tra cui quelli in cui si chiedeva di togliere l’identità di genere che permette di avere una tutela per le persone trans che ancora oggi vengono discriminate. Come scrive nel suo libro, anche lui stesso è stato discriminato e durante la chiacchierata racconta del rapporto con il padre, un uomo molto severo e rigido, che non era a favore dell’omosessualità: non pensava che sarebbe stato mai accettato da lui. Quando partì per fare l’Erasmus in Inghilterra, fu l’occasione per prendere sicurezza e consapevolezza e infatti al suo ritorno ha trovato il coraggio per fare coming out e il padre non gli parlò per un anno intero. Afferma che rispetto a tanti ragazzi omosessuali lui è stato fortunato, perché non è stato picchiato o cacciato di casa, ma anzi i suoi genitori hanno fatto un percorso interiore che li ha portati all’accettazione dell’omosessualità del figlio a tal punto che il padre sostenne il figlio durante la campagna elettorale da parlamentare e distribuì i volantini per il paese e dentro il bar che frequentava.

Alla fine della sua chiacchierata , Alessandro Zan dice che da ora in avanti bisognerà cercare di capire come rilanciare l’azione politica per i diritti visto che la strada è già tracciata e che nei due anni del DDL Zan si è rafforzata la coscienza sui diritti civili e sociali nel paese. 

Cina, alcune riflessioni ed osservazioni da uomo della strada

Ricevo, e volentieri pubblico, questa accurata riflessione sull’espansionismo dell’economia cinese

di Marco Marini

Spesso mi domando dove sono i vari esperti, nelle varie materie, giuristi, economisti e tutte quelle persone che dovrebbero consigliarci su come andare avanti nella vita. Appartengono alle Università, spesso compaiono in televisione e io da ignorante cerco di comprenderli, e di sperare che i governi, traggano delle soluzioni per le politiche economiche.
Parlo di governi, perchè mai come in questi ultimi decenni l’economia è diventata “globale” e una decisione presa a Roma o Berlino o Washington condiziona il resto del mondo.
Allora, ripeto, dove erano questi esperti quando si è scoperto il fenomeno CINA. Recentemente autorevoli osservatori hanno cercato di spiegare questo realtà: il compianto Tiziano Terziani e più recentemente Federico Rampini, ma loro evidenziano un fenomeno che altri devono capire e, se ce ne fosse bisogno, analizzare ed eventualmente contrastare.
Il sistema capitalistico mondiale, dopo la caduta del Muro di Berlino e della Unione Sovietica, sbandierava la conquistata libertà che avrebbe permesso a tutto il mondo di vivere meglio.
E’ evidente sotto gli occhi di tutti che ciò non è avvenuto. Non è un discorso ideologico, ma questo capitalismo ha tradito la prima regola dell’economia, la concorrenza in un libero mercato.
Ha creato oligopoli o peggio monopoli nei mercati fondamentali per le economie mondiali, nel campo delle risorse energetiche, per esempio.
Gli Stati Uniti, produttori di petrolio, preferiscono stoccarlo in Texas ed sfruttare quello che viene fornito a buon mercato dai paese del medioriente.
Ma cosa c’entra la Cina in tutto questo? Qualche anno fa (decenni) l’Unione Sovietica, spauracchio del mondo occidentale, aiutava le nazioni del Socialismo Reale, tra cui la Cina.
Con l’avvento di Nikita Krushev, vennero denunciate le atrocità compiute da Stalin, accusato principalmente di Culto della Personalità, durante il 20° Congresso del PCUS svoltosi a Mosca dal 14 al 26 febbraio 1956. Da queste critiche nei confronti del dittatore sovietico si dissociò il capo del PC Cinese Mao Tse Dong che affermò “i meriti di Stalin hanno la meglio sui suoi errori” .
La cosiddetta Rivoluzione Culturale Cinese del 1966, criticava il revisionismo comunista della vicina Unione Sovietica. Questo allontanò progessivamente i due paesi.
Già nel 1970, Mao si rese conto che la Cina non poteva sostenere un conflitto con gli Stati Uniti e Unione Sovietica. Nel 1971, le più alte cariche cinesi si incontrarono con Henry Kissinger e un anno dopo, col presidente Nixon. Da questo momento, le relazioni sino-statunitensi poterono dirsi stabilizzate.
L’economia cinese si basava essenzialmente sull’agricoltura. Le industrie erano arretrate e fino a quel momento godevano dell’aiuto dell’Unione Sovietica. Dopo la crisi Cino-Russa 1967-1968, dove al confine sul fiume Ussuri ci furono scontri tra eserciti che non degenerarono in guerra aperta,la Cina cominciò a guardarsi intorno.
Sfogliando alcune riviste di qualche anno fa, riviste nel campo della tecnologia, non potevano sfuggire alcuni fatti di cui oggi vediamo gli effetti.
Sappiamo che la popolazione cinese supera abbondantemente il miliardo di individui.
Ma 40 anni fa, l’esercito era composta da circa 15.000 ufficiali che in caso di necessità avrebbero organizzato la difesa del paese con una milizia popolare. Ne più ne meno come la Svizzera. Poi lentamente hanno cominciato ad organizzarsi, comprando armi in giro per il mondo.
Ci si è domandati il perchè visto che agli occhi del mondo veniva considerata una nazione “arretrata”. Qualcuno forse si è preoccupato, ma non più di tanto, tanto la Cina avrebbe continuato a dipendere dalle altre nazioni, socialiste o meno.
Si dice che dove finiscono i politici iniziano i militari. Hanno comprato in Gran Bretagna, Francia, Sud Africa, Cile e perfino in Israele, queste ultime nazioni isolate per i problemi razziale, dittatoriali e della mancata soluzione dl problema palestinese.
Poi hanno cominciato a “copiare” e a produrre e in molti casi migliorare le tecnologie di cui venivano in possesso.
Ma il loro colpo di “genio” se cosi’ possiamo definirlo, è quello di aver coniugato le regole di una economia capitalistica in un regime comunista.
Questo ha fatto storcere il naso a molti economisti. Con i costi di produzione inferiori a tutte le altre nazioni capitalistiche mondiali l’espansione cinese ha letteralmente invaso il mondo. Adesso il mondo occidentale “pretende” che la Cina rispetti le regole del gioco.
La Cina è il più grande produttore del mondo di frigoriferi, e le sue industrie e i suoi prodotti oltre ad aver riempito le nostre case ha aggravato l’inquinamento atmosferico.
Giustamente questo è stato fatto notare ai cinesi, che in tutta risposta hanno ribadito il loro diritto ad avere anche loro un frigorifero in casa. Tipico principio consumistico.
E i diritti umani ? Durante la XXIX Olimpiade svoltasi in Cina nel 2008, i rappresentanti del C.I.O. Si preoccuparono della ricaduta negativa di immagine su un evento di tale importanza.
L’organizzatore dei giochi, cinese, ricordò che lo sponsor principale era la Coca Cola, e che quindi la Cina si impegnava a comprare 2 barattoli della bevanda per ogni cinese (fate voi i calcoli). I giochi si fecero in Cina.
Secondo il Corriere della Sera di qualche tempo fa, un dirigente di Rifondazione Comunista, si recò con una delegazione italiana, composta anche da imprenditori, a d una visita istituzionale nel paese della Grande Muraglia.
Incontrò i dirigenti del locale Partito Comunista ed evidenziò le perplessità occidentali in merito alle violazioni dei diritti dell’uomo e le sue personali in qualità di compagno.
Per risposta il dirigente cinese chiese al nostro politico quanti erano i disoccupati in Italia, alla risposta ottenuta evidenziò che in Cina la disoccupazione era un decimo in termini percentuali di quella riscontrata in Italia.
Il 4 giugno 2009 presso l’aula magna della Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari, ci fu un seminario tenuto dal Professor Franco Mazzei dell’università L’Orientale di Napoli esperto culturale presso le ambasciate di Tokyo e Pechino, che in occasione dai 20 anni dei fatti della Piazza Tienanmen, spiegò la Cina. Nella famosa foto dove uno studente ferma un carro armato, da noi in occidente l’eroe è lo studente. In Cina l’eroe invece è il carrista che non lo ha travolto. Ha spiegato che per Pechino la Cina è divisa in quattro realtà principali: La Cina continentale, le realtà di Shanghai ed Hong Kong (sedi delle Borse), la Cina insulare (Taiwan) ed infine tutta la popolazione cinese fuori della Cina.
Qualche anno fa a Milano ci fu un diverbio tra una vigilessa italiana ed una commerciante cinese, si parlò di qualche spinta, mai dimostrata. Il giorno dopo in Via Paolo Sarpi, il quartiere cinese della città meneghina. Scesero per protestare migliaia di persone con la bandiera cinese in mano. La domanda era, ma sono cinesi immigrati o cosa? Erano tutti cinesi nati in Italia che mantengono i contatti con la patria, grazie anche all’interessamento del Consolato cinese a Milano.
Un altro aspetto interessante evidenziato nel seminario riguarda il comportamento economico nei confronti delle altre nazioni. In occidente si usa il concetto OR-OR o io o tu, la Cina adotta le parole WITH-WITH con me e con te. Perciò permette di far guadagnare e vivere molte nazioni del cosiddetto terzo mondo. No le distrugge come abbiamo fatto noi con i dazi protettivi dopo che con la cooperazione internazionale abbiamo installato attività artigianali in Africa, producono in Madagascar batik di seta che non si riesce a vendere con guadagno in Europa.
In Asia anche il Giappone comincia a guardare la Cina, proponendo un mercato comune asiatico, più o meno come un tempo ci fu Il Mercato Comune Europeo. Molte aziende giapponesi si sono trasferite in Cina per risparmi sul costo del lavoro delle tasse. Certo ancora oggi la qualità di molti prodotti cinesi lascia a desiderare, ma sembra che questo non sia un problema per loro.
La Cina guarda con una certa benevolenza i giapponesi, che a loro volta li guardano con un certo snobismo, anche se qualche secolo fa nella corte giapponese veniva considerato culturalmente elevato scrivere poesie in cinese. I Kanji, i caratteri della scrittura nipponica derivano dalla scrittura cinese.
Tutto bello? Tutto brutto? La Cina è una realtà che forse vivrà qualche problema economico a causa di alcune bolle speculative in edilizia, come avvenne negli U.S.A. Nel 2009, ma per quello che riteniamo, non se ne preoccuperà molto, visto che registra milioni di nuovi ricchi ogni anno.
Viva L’Europa unita (speriamo), unica realtà che può contrastare questo espansionismo.

La colpa è nostra: quando i politici ci prendono, spudoratamente, in giro

di Daniele Madau

Ieri è andata in onda l’ennesima, irrinunciabile, puntata di ‘Report’ . Non mi soffermerò sulla parte principale della serata – e cioè l’approfondita indagine su un vaccino che, ormai, non useremo più, e cioè quello conosciuto come Astrazeneca. Mi soffermerò sul continuo dell’inchiesta sull’incontro tra Renzi e Marco Mancini, membro del ‘Dipartimento delle informazioni per la sicurezza’, l’organo di coordinamento dell’intelligence nazionale.

Quell’incontro, come sappiamo, avvenne in piena crisi del governo Conte II, in un autogrill, e fu ripreso da una donna di passaggio, mentre aspettava in macchina il padre.

La situazione, di un agente segreto e di un ex premier che si incontrano senza nessuna precauzione in un incontro che, evidentemente, doveva essere segreto ha dell’umoristico, per non parlare di ridicolo.

Dico evidentemente perché le spiegazioni date dagli interessati sono stati: assoluto mutismo di Mancini, scambio di dolci – ‘babbi’-, secondo la versione di Renzi, fornita con quel sorrisino e quella faccia che ben conosciamo in riferimento al politico toscano.

Parlo di umorismo in senso pirandelliano, che differenziava, definendo l’umorismo stesso, ‘l’avvertimento del contrario’, e cioè quando avvertiamo che un evento è contrario a ciò che ci aspettiamo, dal ‘sentimento del contrario’ quando, subentrando una riflessione, ragioniamo sul perché capiti il contrario, smorzando, così, la risata.

Ragioniamo, allora. Al netto di un’idea da ‘autobiografia della nazione’, secondo una definizione di Gobetti, su eventi di rilevanza che, in Italia, spesso scadono a scene comico-tragiche, il punto è che dalla casa di Scajola acquistata, come ben sappiamo, a sua insaputa, al ‘Non ero io. Non so cosa mi è accaduto. Non mi riconosco in quelle dichiarazioni’ del commissario all’emergenza Covid in Calabria Cotticelli, che aveva ammesso candidamente di non essere a conoscenza del fatto che proprio lui doveva occuparsi dell’emergenza Covid in Calabria con relativa predisposizione di nuove terapie intensive, i politici e affini possono dirci tutto. Tanto, tutto scorre, e passa. La colpa è nostra che, se infastiditi, non oso dire sdegnati, da tanta spudoratezza, al massimo, non andiamo più a votare. La colpa è nostra, che però siamo pronti a invocare chissà quali diritti, mentre veniamo, spudoratamente, presi in giro dai nostri rappresentanti. Ci piace essere trattati come, non so, ingenui, se Matteo Renzi pensa di potersela cavare parlando di ‘babbi’. Tutto ciò ha una parola per spiegarlo: masochismo. La colpa è nostra: siamo masochisti.

Riflessione sulla proposta di referendum per la legalizzazione della Cannabis

di Riccardo D.

Si conclude con questo editoriale, dedicato a una tematica particolarmente sentita dai ragazzi, il ciclo di articoli curati da alcuni studenti liceli all’anno della maturità. Le riflessioni sono state profonde e argomentate, a testimoniare l’interesse per l’attualità e la capacità di offrire spunti di approfondimento per tutti

In quest’ultimo periodo, uno dei principali argomenti di cui si discute e che maggiormente divide l’opinione pubblica è il referendum per la legalizzazione della Cannabis. La proposta, che in pochissimo tempo ha superato la soglia delle 500.000 firme, trova infatti ancora la popolazione divisa in schieramenti più che netti, tra chi ritiene sia necessaria una maggiore circolazione e quindi un maggior controllo della sostanza in questione, e tra coloro che invece la considerano una concessione moralmente sbagliata, e che potrebbe addirittura incentivare l’utilizzo di sostanze stupefacenti. Per fare chiarezza sull’argomento è necessario prima di tutto spiegare in cosa consista questo referendum nello specifico, in quanto la Cannabis è attualmente già in uso in diversi settori selezionati, come quello farmacologico, e di conseguenza è legittimata in certi tipi di produzione. Ciò per cui si sta cercando la legalizzazione riguarda nel dettaglio i seguenti punti: l’eliminazione del reato di coltivazione, la rimozione delle pene riguardanti qualsiasi condotta legata alla Cannabis e la cancellazione della sanzione amministrativa del ritiro della patente per chi la trasporta. Per come la vedo io, una primissima distinzione che è necessario fare a riguardo è che quando si parla di “legalizzazione” della Cannabis non si parla di consigliare, incentivare o spingere all’uso della stessa, e che la consumazione è un’attività riguardante la stretta individualità di una persona, la quale sceglie consapevolmente di usufruire di sostanze che possono andare oltre il semplice consumo del tabacco delle sigarette. Infatti, trovo che spesso i mali che vengono attribuiti a questo tipo di tossicodipendenza siano in realtà da attribuirsi alla sua eccessiva proibizione, in quanto capita non di rado che proprio del blocco di vendita si cerchino ben altre vie, che però vanno a rafforzare e sostenere le grandi organizzazioni di criminalità organizzata. Per questo, attraverso la proibizione, è proprio la persona che vende illegalmente a contribuire più di tutti a lucrare attraverso un mercato illecito e che al contrario bisogna necessariamente cercare di contrastare. Questo stesso mercato lavora sulla base di una richiesta così alta da potersi permettere una qualità spesso nettamente inferiore e ad un prezzo più basso, qualità che più di una volta ha avuto gravi conseguenze su chi ne ha usufruito, e che altera le proprietà di una sostanza per cui, per esempio, non si può andare in overdose. Per concludere, alla luce di questa breve riflessione, posso solamente dire che in una comunità l’uomo che meglio vive è quello che ha più scelte, e che davanti ad esse ha abbastanza informazioni per poter prendere quelle giuste.

‘Kol hamatzil nefesh achât mi’ Yisraêl, ke’ilu lutsil olân mâle’: ‘Chi salva una vita, salva il mondo intero’

di Andrea S.

Continua la serie degli interventi di studenti dell’anno della maturità, che affrontano tematiche complesse, a volte di stretta attualità, a volte con lontane radici che affondano nella storia. In questa riflessione Andrea tratta, dimostrando sensibilità e desiderio di rispetto delle religioni, della questione israelo-palestinese, materia complessa, presentando il suo punto di vista, corredato da molteplici argomentazioni

Redatto nel rispetto massimo delle comunità cristiana, ebraica, musulmana mondiali, di Dio, JHWH, Allah il Compassionevole, di Maria/Maryam/Miryam (Siano le preghiere di Allah e la pace su di lei), di Gesù di Nazareth/Isa (Siano le preghiere di Allah e la pace su di lui), il Profeta Muhammad (Siano le preghiere di Allah e la pace su di lui), di Abramo/Abraham/Ibrahim (Siano le preghiere di Allah su di lui) e di tutti i patriarchi e profeti a seguire.

Com’è noto ai più, è a partire dal secolo ottavo avanti Cristo che ebbe inizio, in seguito alla conquista degli antichi regni ebraici da parte degli Assiri e dei Babilonesi, il fenomeno cosiddetto della “diaspora”, ossia la dispersione del popolo ebraico nel resto del mondo. Sarà sei secoli più tardi, precisamente nel 637 dopo Cristo, con la conquista della città di Gerusalemme da parte dell’esercito musulmano, che le popolazioni e le tradizioni autoctone di quei luoghi cominceranno ad essere fortemente arabizzate. Ancora, è bene ricordare che le comunità ebraiche europee furono, in particolar modo dall’avvento del Cristianesimo in poi, oggetto di non trascurabili discriminazioni, dipese da un passo dei Vangeli mal interpretato e portato alle estreme conseguenze. Il passo in questione è Matteo 27, 25: E tutto il popolo rispose: Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli. Fu a causa della superficiale lettura di tale ambiguo versetto che, per secoli, gli Ebrei finirono per essere accusati di deicidio (in riferimento a Gesù di Nazareth) e, per di più, ritenuti responsabili del loro stesso funesto destino. Operando un ulteriore salto nel tempo, si rammenta che sarà tra la fine del XIX e gli inizi del secolo XX che nascerà il sionismo, movimento d’ispirazione nazionalista, il quale presenta un’ideologia fondata sull’idea secondo la quale gli Ebrei costituiscono una comunità nazionale e che, per tale ragione, avrebbero diritto a uno Stato indipendente. Sarà il sopracitato partito, sostenuto dalla delegazione britannica in Palestina – la quale, con la dichiarazione di Balfour del 1917 avrebbe riconosciuto ufficialmente l’entità sionista – a organizzare i primi grandi flussi migratori verso la Palestina, prima dall’Europa, poi dalle Americhe e dall’allora URSS. Ed ecco che si giunge ora al nocciolo della questione. Alcuni potrebbero certo sostenere che l’arrivo dei coloni sia stato graduale, estremamente pacifico e che, in fondo, siano state la Palestina e la Lega Araba, sua alleata, le uniche responsabili dello scoppio dei conflitti. In risposta a ciò, è probabilmente bastevole pensare che, nel giro di ben pochi decenni, furono circa 700.000 gli Arabi Palestinesi costretti ad abbandonare le regioni occupate dagli Israeliani. Il problema più grave è che tale esodo non ha mai avuto fine: intere famiglie, interi villaggi secolari andati distrutti per far spazio a nuovi insediamenti dei sionisti. I più anziani degli speranzosi profughi Palestinesi, tutt’ora, tengono custodito un vecchio paio di chiavi il quale non ha mai più incontrato il corrispondente chiavistello da quando le autorità hanno costretto i locali ad abbandonare, da un momento all’altro, le proprie dimore. In alcuni casi, è stato imposto di demolire con le proprie mani case costruite e abitate di generazione in generazione. Ancora, sono diversi coloro i quali potrebbero pensare che un popolo da sempre oggetto di discriminazioni si meriterebbe, senz’ombra di dubbio, di vivere serenamente nella propria terra d’origine. E dunque, come sarebbe naturale domandarsi, come si dovrebbe spiegare tutta la violenza di cui sopra? E dunque, come mai è sempre di gran lunga più semplice dipingere la parte Palestinese come quella di Arabi rozzi, sporchi e violenti? E dunque, come mai appare così semplice guardare alla fazione di Hamas come a puro terrorismo islamico anziché come un feroce e inarrendevole gruppo partigiano che, come sovente è capitato nel corso della storia, he provocato e continua a provocare, con le sue azioni, conseguenze non indifferenti ai civili di una parte e dell’altra? E dunque, come mai si è sempre soliti guardare a Israele come pioniere della democrazia in tutto il Medio Oriente e prezioso, fondamentale alleato nella lotta al terrorismo? Sempre più sono i datteri, in particolar modo nei periodi del Ramadan islamico e del Natale cristiano, nei nostri supermercati sulle cui informazioni utili viene indicato Israele come Paese d’origine. Sempre più sono i pezzi di vestiario tipico palestinese prodotti massivamente sotto il controllo di Israele: tutto questo va a colpire direttamente i vecchi produttori di datteri palestinesi, ormai costretti a lavorare giornate intere, sottopagati, nei campi. Ancora, tutto questo va a colpire direttamente le anziane signore che producono, dalla prima all’ultima trama, il tipico copricapo di lino noto come “kefiah”, diventato importante simbolo della lotta palestinese, da generazioni, per le strade della città di Hebron. Ma la potenza, la lungimiranza e il ben agire della presunta lodevole democrazia israeliana non finiscono di certo: l’arrivo dei coloni sionisti ha infatti costretto i locali arabofoni a dover necessariamente imparare l’ebraico moderno, dal momento che è questo il linguaggio utilizzato in qualsiasi luogo pubblico, in qualsiasi servizio, in qualsiasi attività lavorativa siti nei territori raggiunti dall’entità sionista. Ancora in ossequio ai valori democratici, Israele ha imposto ai locali, com’è anche già intuibile dagli argomenti di cui sopra, un intero nuovo codice civile, legislativo e penitenziario; quest’ultimo non dimentica certo di arrestare e torturare chiunque scenda in piazza per manifestare a favore della nazione perduta. In effetti, la legislazione palestinese precedente – in quanto legislazione di un Paese mediorientale la cui maggior parte della popolazione si dichiara musulmana – era retrograda, fondamentalista, indietro coi tempi, fin troppo poco occidentale: insomma, avrebbe dovuto essere cambiata, senza la possibilità che questa naturalmente evolvesse e a favore di una legislazione squisitamente moderna. Israele sembrerebbe in effetti essere rifugio sicuro degli omosessuali in Medio Oriente: intere interviste, servizi e inchieste giornalistici, dal talvolta perfettamente insito intento propagandistico, realizzati al fine di mostrare la parte più serena e innocente dell’entità sionista non mancano, anzi, abbondano fra i titoli dei media occidentali. La Palestina, invece, ancora una volta, è rapidamente declassata – attraverso una fitta e superficiale rete di drammi sociali estremamente gravi e pregiudizi difficilmente rimovibili dalle menti così occidentali di alcuni – a una nazione profondamente omofoba, che non accoglie il diverso. Quel che quasi mai si considera è che non vi sarà mai luogo veramente accogliente o veramente inospitale, dal momento che un ragazzo occidentale può aver timore di uscire di casa ed essere giudicato e vessato per quel che è, allo stesso modo in cui un ragazzo mediorientale può sentirsi amato per quel che è all’interno del contesto sociale d’origine. Anche Israele non manca di esempi di estremismo religioso: il rabbino Yakov Litzman, nelle vesti di assessore alla sanità, aveva saggiamente ritrovato l’origine di una pandemia globale quale il Covid nel peccaminoso agire delle persone omosessuali. Inoltre, in una nazione così moderna ed evoluta quale Israele, allo scoccare dello Shabbat, giornata di estremo riposo nel credo ebraico, nessuno esce di casa, girovaga per le strade, ogni attività economica chiude le serrande, lasciando così privi dei servizi più importanti anche i non  credenti. Ma allora come concludere la discussione? Forse, la via meglio percorribile è quella di citare un passo dell’Antico Testamento – divenuto famoso grazie alla pellicola “Schindler’s List” – nel quale si legge quanto segue: Kol hamatzil nefesh achât mi’ Yisraêl, ke’ilu lutsil olân mâle, vocaboli che, tradotti, significano: Chi salva una vita salva il mondo intero.

La difesa ambientale

di Maristella P.

La settimana, in Italia, si è conclusa in maniera drammatica e violenta, con gli assalti di Roma, immagine della barbarie e dell’ignoranza di un certo mondo adulto. La settimana precedente, invece, si era chiusa con le immagini giovani di Milano, della ‘Pre-COP Summit’ e ‘Youth4Climate’, contraltare positivo e luminoso degli scontri e delle scorrerie del fine settimana. Sull’onda dell’evento che ha coinvolto i giovani ambientalisti, una studentessa liceale all’anno della maturità, in continuità con la giovane voce dell’ultimo articolo precedentemente pubblicato , riflette sulle tematiche ambientali.

Il cambiamento climatico è un argomento molto attuale, le
cui cause e i cui effetti non sono del tutto compresi, in quanto le
cause del cambiamento climatico hanno origini antiche, motivo
per cui non si possono condannare solo le attività antropiche
attuali, il cui contributo rimane indubbio.
Si parla di crisi climatica e ambientale per indicare il complesso
dei fenomeni che danneggia fortemente l’ambiente e altera il suo
equilibrio.
Ma dovremmo chiederci: come possiamo rendere il mondo più
sano?
A questo punto è fondamentale parlare dell’ importanza della
difesa ambientale.
La difesa ambientale è una campagna volta a trovare un clima di
partecipazione e collaborazione mondiale per poter migliorare
l’ambiente, assumendo atteggiamenti che ci potranno salvare dall’ irreparabile.
Ad esempio, Greta Thumberg, giovane attivista svedese,
conosciuta nel mondo mediatico, il 25 Gennaio 2019 tenne un
discorso molto duro al ‘Forum economico mondiale’ di Davos, per far comprendere che la popolazione dovrebbe provare una sensazione di panico di fronte ai cambiamenti climatici che stiamo vivendo.
Il 4 Dicembre 2018, alla Cop24, Greta spiegò:
“ Ciò che speriamo di ottenere da questa conferenza è di
comprendere che siamo di fronte a una minaccia esistenziale.
Questa è la crisi più grave che l’ umanità abbia mai subito. Noi
dobbiamo anzitutto prenderne coscienza e fare qualcosa il più in
fretta possibile per fermare le emissioni e cercare di salvare il
salvabile”.
In antitesi, i palitologi Mattia Zulianello e Diego Ceccobelli hanno
definito le idee propugnate da Greta Thumberg come una forma
di “egocentrismo teocratico”, il quale si fonda su “l’esaltazione
della vox scientifica”.
Il fatto che la sua protesta del venerdì (Fridays for Future) abbia
attirato l’ attenzione di diverse nazioni, che manifestazioni simili
siano state organizzate in altri paesi e che in Australia migliaia di
studenti siano stati ispirati da Thumberg ad intraprendere lo
sciopero, dimostra come le idee della giovane attivista aiutino a
difendere l’ ambiente e siano utili per tutti.

Dunque, per concludere, si può affermare che la difesa
ambientale può aiutare a trovare un modo migliore di vivere,
produrre, utilizzare le risorse e migliorare l’ambiente, che viene
modificato negativamente da tutti quei fenomeni anomali
prodotti dalle attività antropiche attuali e dalle emissioni dei gas
serra.

Educazione sessuale e di genere nelle scuole

di Noemi C.

Riflettiamo sul diritto all’educazione, in questo caso all’educazione all’affettività e alla sessulità, grazie a un intervento di una studentessa liceale, all’anno della maturità, che esprime, con lucidità e forza, la sua idea sul ruolo che dovrebbe assumere la scuola.

Quando si parla del diritto all’educazione e quanto questa sia il frutto di evoluzioni, rivoluzioni o talvolta vere e proprie rivolte, il primo pensiero va inevitabilmente al luogo dove essa dovrebbe avere sede e origine: la scuola. Se da principio non ci fosse stato un concetto di educazione comune ed oggettivo, scientifico, com’è quello che si dovrebbe proporre oggi nelle scuole, ognuno affermerebbe il contrario di quello che dice l’altro. Dunque al giorno d’oggi il diritto all’educazione si traduce con il diritto alla scuola, o perlomeno ai suoi programmi; il diritto a imparare e conoscere le scienze dell’uomo che parlano di uomini, della loro storia e delle loro scoperte.
Diritto di avere a disposizione i mezzi per comprendere quanto limitata sia ancora la conoscenza umana e arricchirla. Diritto a conoscersi, fisicamente e psicologicamente, sotto ogni punto di vista, e a prendersi cura della propria individualità senza un costante ausilio esterno, dubbi e confusioni.
Di tanto in tanto però l’educazione incontra degli ostacoli. Religiosi, di tradizione e cultura, politici.
Ad oggi, sette paesi dell’unione europea su 24 non hanno introdotte come materie, nelle scuole, l’educazione sessuale e di genere: corsi e seminari sono generalmente spontanei, attuati non per legge ma per scelta personale delle direzioni scolastiche nel particolare. Tra questi l’Italia, il cui Stato ritiene più appropriato che questo tipo di istruzione venga riservato alle famiglie degli alunni.
Improvvisamente una prerogativa delle istituzioni designate all’educazione viene allontanata dalla sede dove hanno svolgimento le altre, per essere affidata a un ambito che ha tutt’altro tipo di influenza nei giovani. Non è raro che proprio le famiglie si lamentino dell’ “inculcamento” di certi argomenti nei bambini e nei ragazzi.
Le preoccupazioni dei genitori in disaccordo con un programma che prevede queste materie vertono in genere sul come queste possano influire sulla mentalità dei figli, sostenendo che li spingano con più decisione a fare esperienze sessuali in età prematura e mettano in crisi la loro identità di genere e sessuale; è stato addirittura coniato un termine per chi è totalmente avverso in
particolar modo all’educazione di genere, tendenzialmente da individui che negano l’esistenza di una varietà oltre il maschio e la femmina, così come di orientamento sessuale: la ‘Teoria gender ‘, o ‘ Agenda gender ‘. Secondo questa concezione l’educazione sessuale e di genere non sarebbe altro che un tentativo di confondere le menti in crescita dei ragazzi e farli dubitare della propria identità
di genere (confusa con il sesso biologico), spingendoli a tendenze sessuali differenti dalla “norma” e a preoccuparsi solo ed unicamente dell’atto. C’è chi ritiene che questo tipo di esperienze siano da lasciare all’insegnamento del tempo, della crescita: che i giovani debbano imparare i rischi che possono correre con l’esperienza. Commettendo errori e correggendosi. Tecnica di certo utile in molti campi e fondamento di autonomia matura, ma che sarebbe meglio non applicare a questo particolare discorso. Contrariamente a quanto si possa affermare, infatti, nei casi in cui c’è stata possibilità di attuarla, studi dimostrano che l’educazione sessuale ha in realtà trattenuto i ragazzi ad avere esperienze troppo presto, poiché istruiti sui rischi effettivi che dei rapporti non protetti potrebbero causare.
Le malattie sessualmente trasmissibili (come l’HIV o AIDS) , le gravidanze non desiderate e accidentali e l’utilizzo corretto delle modalità con cui prevenirle sono tra gli argomenti più importanti di cui i ragazzi dovrebbero disporre; informazioni che alle volte, per quanto ne dica lo Stato italiano, non è possibile ricevere dagli ambiti famigliari: per ignoranza della materia, per rifiuto di parlarne ai figli o ancora perché della famiglia si è, purtroppo, privi. Così come qualsiasi altra materia scolastica, dunque, lasciare fuori dalle classi l’insegnamento di una materia tanto importante per la crescita dei ragazzi, inevitabilmente priva alcuni di loro del diritto di conoscere a cosa andranno incontro, se ci andranno incontro e con quali preferenze, con quale identità.
L’uomo è sempre stato in continua evoluzione, questo non si può negare. Ogni generazione ha combattuto o sta combattendo le proprie battaglie e, che ne sia uscito vittorioso o no, ha quantomeno insediato nelle potenze governative il vermicello del dubbio. Non è mai stato facile riuscire a tagliare le reti fitte di tradizioni e religione, fondamenti propri dello Stato italiano, e ancora non per poco tempo lotte di questo genere saranno all’ordine del giorno. Una battaglia persa dopo l’altra, per essere precisi, ma di importanza ineguagliabile, che vedrà sempre un avversario, lo Stato a cui cercano di andare contro, e le cui basi e ispirazioni passeranno alle battaglie che verranno dopo; e non si fermeranno queste finché non avranno raggiunto il loro obbiettivo. È passato poco tempo da quando sesso e sessualità erano argomenti innominabili, incontestabili e tabù. Per anni anche il solo corpo umano nella sua definizione anatomica, era qualcosa da tenere nascosto nella segretezza delle case.
Oggi è sempre più acceso negli adolescenti il desiderio di conoscersi, e la consapevolezza di non doversi vergognare della propria natura. Molte critiche possono essere rivolte ai social media, o alla rete in generale: ma è indubbio il contributo che dà a coloro privi di libertà d’espressione, coloro che trovano simili con cui parlare e imparare ad accettarsi, coloro che non avrebbero, in caso contrario, nessuna risposta alle loro migliaia di domande.
Ma se internet potesse sostituire un’educazione fondamentale come quella che si dovrebbe offrire ai ragazzi, e non può, non ci sarebbe più bisogno della scuola.
L’educazione sessuale e di genere, per chi non ha avuto la possibilità di apprenderla, solo a sentirne il nome, suscita dubbi e talvolta repulsione. L’idea che venga insegnato a un bambino come si svilupperà il suo corpo e quali potrebbero essere le realtà sessuali a cui andrà in contro disturba molti, che difendono il diritto alla infantilità e spensieratezza. Allo stesso tempo però un assoluto mutismo su questi argomenti, non fa altro che spingere i giovani a ricercarli con più insistenza, come è sempre stato e sempre sarà per tutto. Dunque così come si insegnano gli effetti negativi di fumo e alcool e sostanze stupefacenti, l’educazione sessuale potrebbe essere vista da
chi non è avvezzo come una serie di ammonizioni e avvertimenti. Sono argomenti che influiscono molto sulla salute mentale dei ragazzi, in special modo l’educazione di genere, perché ancora sopra questa in particolare aleggia un velo di incertezza e paura. Le scuole hanno paura di offendere la sensibilità delle famiglie, e non si definiscono qualificate per parlarne. Sono innumerevoli i casi di giovani con crisi d’identità e disforie di genere allontanati dal loro diritto di studio perché ancora il sistema scolastico non era disposto ad accettarli e riconoscerli come avrebbero dovuto.
Sta a noi, se ci preme davvero, cambiare questa cosa. Ormai i nostri genitori e i nostri nonni hanno smesso di battersi per i propri diritti, giustamente, dopo averci dato la spinta per fare altrettanto.
Nessun altro sarà in grado di cambiare un sistema chiuso se non i diretti interessati. I discriminati, quelli che avrebbero voluto sapere prima di fare, quelli che non sanno come identificarsi e cercano appoggio, quelli che si vergognano di ammettere chi amano: tutti noi, abbiamo il potere di costruirci il mondo che preferiamo.

Alcune considerazioni sul ‘Green Pass’: opinioni a confronto

di Luigi Olla

Dopo l’approvazione, in Consiglio dei Ministri, dell’obbligo -dal 15 ottobre – della ‘Certificazione Verde’ per tutti gli ambiti lavorativi, ricevo e volentieri pubblico una riflessione, sul dibattito suscitato dal ‘Green Pass’, di Luigi Olla, docente di Storia e Filosofia, che fornisce spunti preziosi, anche normativi, per orientarci all’interno del dibattitto stesso.

Non capita tanto spesso di vedere i cittadini di uno Stato così pesantemente spaccati su un tema di interesse pubblico ma è normale che su questioni di tale rilevanza, come quella relativa al Covid 19, le prese di posizione siano talvolta anche piuttosto dure. Le tensioni che in questi ultimi giorni si stanno verificando sul ‘Green Pass’ sono solo il punto di arrivo di una situazione che è divenuta critica ad oltre un anno dall’inizio della pandemia e che rischia di surriscaldarsi nelle prossime settimane quando le misure che verranno adottate dal Governo entreranno a pieno regime. Il parlamento sta infatti convertendo in legge il decreto approvato il 6 agosto che ha già superato lo scoglio della Camera e che in questi giorni verrà discusso in Senato, dove, con tutta probabilità, verrà posta la questione di fiducia.
Ma cos’è il ‘Green Pass’, qual è il quadro normativo di riferimento che lo legittima e soprattutto perché sta generando così tanti malumori anche all’interno di alcune cerchie di intellettuali ed esponenti del mondo universitario che si sono schierati apertamente contro?
Tra i primi ad aver preso posizione spiccano Massimo Cacciari e Giorgio Agamben con un
articolo pubblicato sul sito dell’Istituto italiano per gli studi filosofici nella sezione “Diario della crisi”, inaugurata nel febbraio del 2020, proprio all’inizio di questa epidemia. L’impianto argomentativo appare piuttosto debole e di scarso effetto. Il primo elemento che emerge è quello della “discriminazione”: il decreto sul ‘Green Pass’ creerebbe “automaticamente” una categoria di “cittadini di serie B”. Affermare ciò è un’esagerazione per il semplice fatto che un provvedimento, per essere considerato tale, deve avere un chiaro e deliberato obiettivo discriminante. Allora anche la patente di guida sarebbe discriminante perché esclude, ad esempio, i quattordicenni, diverse categorie di disabili, persone anziane con gravi problemi fisici.
Alcune formazioni politiche hanno tirato in ballo le leggi razziali promulgate ai tempi dei
totalitarismi nazista e fascista. Il confronto non regge per il semplice fatto che tali provvedimenti avevano il chiaro intento di escludere gli ebrei dalla vita sociale, economica e politica dello Stato mentre il ‘Green Pass’ è, al contrario, un dispositivo sanitario. La cosa più curiosa è che tali considerazioni provengono, in larga parte, da partiti che si ispirano in maniera più o meno diretta alla medesima tradizione culturale.
Spesso però la propaganda politica procede per slogan per cui certi problemi su cui
occorrerebbe una riflessione accurata vengono invece estremamente banalizzati.
Ma torniamo all’articolo di Cacciari e Agamben. Secondo i due professori i decreti governativi potrebbero essere assimilati a quelli emanati da “regimi dispotici” come quello cinese, l’Unione sovietica o il Fascismo. Anche in questo caso l’analisi pare grossolana e superficiale. Non basta una legge che prescrive un obbligo a metterci di fronte ad una dittatura: in questo caso si snaturerebbe la stessa categoria generale e qualsiasi Stato potrebbe essere definito autoritario ogni volta che adotta misure coercitive.
Una considerazione sui due professori però va fatta: la loro presa di posizione risale certamente a tempi non sospetti, quando ancora non si parlava del coinvolgimento del mondo universitario.
Diversa è la posizione del prof. Barbero che ha esposto il suo punto di vista sulle pagine del ‘Corriere’ sottoscrivendo, insieme a qualche centinaio di docenti, un appello di protesta. Il suo intervento ha suscitato forti critiche, forse anche perché è arrivato fuori tempo massimo, quando ormai il decisore politico aveva esteso il provvedimento alle istituzioni universitarie. Per questo motivo alcuni hanno parlato di “difesa corporativa”, come a dire che mi muovo solo quando la mia categoria viene coinvolta.
Ed effettivamente il prof. Barbero non ha proferito parola quando il mondo della scuola subiva i pesanti attacchi del generale Figliuolo che citando dati errati parlava di alte percentuali di non vaccinati nel mondo della scuola. Nessuna presa di posizione quando si predisponevano le sospensioni per tutti quei docenti e collaboratori scolastici che non si sarebbero messi in regola con i certificati.
Ma analizziamo il contenuto del documento di protesta. Oltre alle ormai classiche
argomentazioni della “discriminazione” e della coercizione (quindi roba da dittatura) si aggiunge quella dell’incostituzionalità (il riferimento è all’articolo 32) e della non conformità alla normativa europea (Regolamento UE 953/2021): “è necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono state vaccinate” per diversi motivi o “che hanno scelto di non essere vaccinate” . Ora, in riferimento all’art. 32 della Costituzione è vero che non si possono obbligare i cittadini
“ad un determinato trattamento sanitario” però, seguendo a leggere, si specifica: “se non per disposizione di legge” e la nostra situazione è caratterizzata da una grave emergenza. Lo stesso Zagrebelsky ha espresso forti riserve a proposito.
Sul riferimento al Regolamento Ue si rischiano ulteriori scivoloni. E’ infatti lo stesso dispositivo che da agli Stati membri la possibilità di rilasciare certificati alle “persone vaccinate o che hanno avuto di recente un risultato negativo a un test per la COVID-
19 e le persone che sono guarite dalla COVID-19 nei sei mesi precedenti” perchè queste “sembrano comportare un rischio ridotto di contagiare altre persone con il SARS-CoV-2” e quindi non costituiscono “un rischio significativo per la salute pubblica”.
Inoltre dato che il ‘Green Pass’ è un certificato che vale per tutti, dove sta la “discriminazione”?
Sempre nell’Appello si evidenzia che il dispositivo approvato:
“è una misura straordinaria […] che comporta rischi evidenti, soprattutto se dovesse essere prorogata oltre il 31 dicembre, facendo affiorare alla mente altri precedenti storici che mai avremmo voluto ripercorrere.”
A quali eventi storici si fa riferimento? Leggi di Norimberga? Leggi razziali? Non si capisce perché non si scriva esplicitamente e nel caso il paragone non reggerebbe. E’ un dato di fatto che il ‘Certificato verde’ sia fondato sul principio della tutela della salute e non sull’esclusione di determinate categorie di persone come erano, ad esempio, sia i provvedimenti che abbiamo citato che il regime di white supremacy negli Usa o l’apartheid in Sudafrica. Desta meraviglia, quindi, che tra i sottoscrittori di questo documento figurino anche degli storici.
Dopo Barbero cade pure Canfora:
“Gentile Colantoni, la guerra dei vaccini è uno dei peggiori capitoli
della storia del profitto capitalistico. Perciò è vergognoso il
tentativo coercitivo in atto. Per giunta si tratta per ora di prodotti
sperimentali. Il che rende ridicolo il paragone con altri episodi
(obbligo di vaccinazione contro il vaiolo). Ma l’orchestra
giornalistica è tutta addomesticata o attonita.
Buon lavoro”
Questo è quanto scritto in una breve mail spedita a David Colantoni della redazione di YOUng.
La posizione portata avanti dal professore appare del tutto incomprensibile. Parla di “guerra dei vaccini”, “profitto capitalistico”, “sperimentazione”, “orchestra giornalistica […] addomesticata”.
La prima espressione non ha proprio senso ed è degna del peggior populismo: guerra di chi contro chi? Quali sarebbero gli schieramenti? La seconda appare totalmente fuori bersaglio visto che nella nostra società tutto ha a che fare con le logiche di mercato: utilizzare un pc o uno smartphone, guidare una macchina, avere un profilo su Fb; le ultime due sono proprio false: sanno ormai tutti infatti che il vaccino non è sperimentale e non mi pare proprio che la stampa metta il bavaglio alle posizioni contrarie ai vaccini.
Ovviamente lungi da me la volontà di difendere a spada tratta il ‘Green Pass’. Si tratta di un dispositivo limitato ed imperfetto, criticarlo sarebbe come sparare sulla Croce rossa. Siamo di fronte ad un provvedimento emanato da un governo debolissimo e privo dell’autorità necessaria per imporre l’obbligo vaccinale, unica soluzione possibile per limitare (e si spera bloccare) la circolazione del virus.

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