‘I miti contengono ciò che ci serve per capire noi stessi: basta saperlo cercare e troveremo tutto’. Incontro con Giulio Guidorizzi

di Daniele Madau

In occasione della pubblicazione del suo nuovo saggio, in cui si segue Enea da Troia al Lazio, abbiamo incontrato, per la nostra riflessione, Giulio Guidorizzi.

Prof. Guidorizzi, in questo nuovo momento drammatico per l’Italia e per il mondo, la cultura come deve essere vista, in senso lato, un bene irrinunciabile o una rinuncia necessaria?

Niente può farci rinunciare alla cultura; anzi, nei momenti drammatici è l’unico strumento che ci permettere di non rinunciare alla nostra umanità.  Ci consente di fare un passo indietro dalle nostre paure e di vedere le cose secondo una prospettiva superiore.  La cultura è il vaccino della mente.

Il suo nuovo saggio, ‘Enea, lo straniero’ (Einaudi ET), pone l’accento su una condizione, lo straniero che, insieme al suo essere pio, pone l’eroe da una parte come archetipo universale dell’uomo al di là del tempo e dello spazio, dall’altra come riferimento per un’analisi non pregiudizievole di due tematiche molto divisive, quali il migrante e la libertà di espressione in campo religioso, così attuale dopo le ultime stragi. Come ci può guidare Enea, nel percorso sul suo parere personale su questi argomenti?

Per quale ragione i Romani scelsero come eroe fondatore uno straniero, e Virgilio lo pose al centro del suo poema?  Certo, Augusto volle che fosse saltato il progenitore della sua gente; ma Enea anche prima di lui era stato adottato come eroe della stirpe latina: anche Ennio due secoli prima di Augusto lo aveva inserito nel suo poema nazionale, gli Annales. Il significato di questo si lega al senso più profondo della storia romana: includere.  Come disse verso la fine dell’impero il poeta Rutilio Namaziano, rivolgendosi a Roma, “tu hai fatto una patria sola da genti diverse”. Ci sono stati imperatori e intellettuali che venivano da terre lontane e il millennio di Roma è stato celebrato con grandi feste da un imperatore che si chiamava Filippo l’Arabo, ed era nato sulle rive dell’Eufrate. L’idea di Roma come entità sovranazionale è durata a lungo, anche quando l’impero romano era scomparso. Non si sono arroccati sui loro sette colli, i Romani. Certo, spirito di conquista e volontà di potere furono le molle del loro espandersi; ma quando parliamo di imperialismo, per Roma, non dobbiamo dimenticare anche l’aspetto della condivisione. Virgilio stesso non era un romano di sangue puro: Marone era un nome etrusco; e Nerone era un nome sabino. Guardiamo gli scrittori e intellettuali: Agostino era un berbero romanizzato, Apuleio veniva da Madaura, nell’attuale Algeria.

Il 2021 è anche ‘anno dantesco’: Dante pone Enea tra gli spiriti magni, al contrario di altri, tra i quali, Ulisse: Enea è un magnanimo?

Dante non conosceva direttamente l’Odissea: se no forse anche lui sarebbe rimasto affascinato da questa figura e non lo avrebbe messo tra le fiamme. Affascinato in effetti lo fu, altrimenti non avrebbe scritto per lui alcuni dei più bei versi della poesia mondiale. La differenza è che Ulisse vuole tornare alla sua patria e alla sua famiglia e ci torna da solo, Enea vuole una nuova patria e la cerca assieme al suo popolo.  Per quello rinuncia  anche all’amore.

La scuola, in questo periodo, è sempre in prima pagina e, in gran parte, in regime di didattica a distanza: quanto sta perdendo, in questo dramma?

Vedo molti insegnanti soffrire molto per questa situazione; e siccome ho un figlio che sta frequentando la scuola superiore, vedo attraverso di lui quanto manca la didattica in presenza.  Questi ragazzi sono stati derubati non di uno ma di due anni d’istruzione, perché la didattica  distanza è solo un pallido, e inoltre faticoso, surrogato.  Che fare? C’è di mezzo il futuro di una generazione.

Sui suoi libri di testo hanno studiato generazioni di studenti, puoi spiegare quale idea di didattica la guida?

Quando, tanti anni fa, ho iniziato a scrivere libri per le scuole sono stato guidato da un’idea: rendere quanto più piacevole la materia, trasmettere l’entusiasmo. Per fare questo bisogna essere chiari, avvincenti, e aperti a idee nuove. La letteratura scolastica è anch’essa una forma di letteratura.

Enea è anche il simbolo della tradizione cioè, letteralmente, colui che ‘consegna’ i valori di un mondo a un altro mondo: io penso che per i giovani sia un messaggio fondamentale, sul quale si fonda la costruzione della loro personalità. Conoscere i valori appena trascorsi per rielaborarli: è d’accordo sulla valenza pedagogica della trasmissione dei valori passati ?

Assolutamente. Noi siamo fatti del nostro passato, sia come individui che come società. Questo non vuol dire, intendiamoci, essere chiusi al futuro, anzi: ma noi avremo un futuro in quanto ricordiamo il passato. Dobbiamo sapere quali sono le nostre radici: dimenticarle significherebbe soffrire di una forma di Alzheimer culturale.

Vorrei soffermarmi, ora, sulla tematica del mecenatismo, in cui è fiorito Virgilio. Per me è uno dei grande assenti della contemporaneità che, irrimediabilmente, è, così, più povera. È d’accordo? E a cosa riconduce, se è d’accordo, questa mancanza?

A volte penso che con lo stipendio di un solo giocatore di calcio si potrebbero finanziare migliaia di borse di studio, o di attività culturali e sociali. Sembra che il nostro mondo sia preda di una grande sbornia collettiva: vogliamo provare a dare una risistemata alla scala dei valori, o preferiamo vivere in una specie di isola dei famosi collettiva?  Poi ci pensa un piccolissimo frammento di materia, un virus, a riportarci davanti al dramma di vivere. Io mi auguro che il futuro non sia un carnevale della stupidità, un trionfo della banalità e della volgarità.

Un’ultima domanda:  i suoi saggi di approfondimento e divulgazione sono molteplici, eppure ci sarà una tematica, del mondo classico, per lei più cara: può condividerla con noi?

Io credo che il mondo classico, e in particolare i suoi miti, contenga ciò che ci serve per capire noi stessi: basta saperlo cercare e troveremo tutto, tutto ciò che un essere umano può trovare per dare risposte alla sua vita. Per questo mi sono principalmente interessato al mito: perché mito significa racconto, ma anche parola, e sapere dare parole alle emozioni e alle passioni che vogliamo conoscere. In generale, io penso che in un libro o in una ricerca tu non debba mettere quello che sai, ma quello che sei. E ad essere quello che sei, almeno per me, il mito può contribuire in modo decisivo.

Enea, profugo e fondatore del popolo che non riconoscerà chi emigra

di Daniele Madau

Sono 5,5 milioni gli italiani nel mondo, +76,6% in 15 anni, cresciuti nel più assoluto silenzio

In queste ultime settimane si è nuovamente dedicato spazio di riflessione- quel poco che ci lascia la costante attenzione all’emergenza sanitaria – ai migranti, grazie a eventi che, finalmente, li studiano tramite approcci non convenzionali e pregiudizievoli. Tra questi possiamo citare la pubblicazione di due saggi su Enea, il ‘profugo per volere del fato’ (uno di Andrea Marcolongo e l’altro di Giulio Guidorizzi) e la pubblicazione del rapporto Caritas – Migrantes . La pubblicazione dei libri permette di accostarci alla figura di Enea – troiano e progenitore di Roma, tramite tra il mondo greco e quello romano, ‘pio’ perché docile al disegno degli dei, così poco conoscuto nella sua torre d’avorio della classicità – e di coglierne gli insegnamenti, vibrando per le sue avventure, che solo un grande personaggio del patrimonio culturale mondiale può dispensare. Il rapporto, invece, ci deve far riflettere sull’apocalisse giovanile, sul genocidio – mi scuso per l’imagine forte – di futuro che l’Italia, nel più insensato e incomprensibile silenzio, ha vissuto e sta vivendo. Negli ultimi 15 anni gli italiani nel mondo hanno raggiunto la cifra di 5,5 milioni, con un aumento del 76,6%”, un incremento pari a quello registrato nel secondo dopoguerra.

Nel 2006 gli italiani regolarmente iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) erano 3.106.251, nel 2020 hanno raggiunto quasi i 5,5 milioni. Le donne sono passate dal 46,2% sul totale degli iscritti nel 2006 al 48,0% del 2020. Una collettività che, rispetto al 2006, si sta ringiovanendo grazie alle nascite all’estero (+150,1%) e alla nuova mobilità costituita sia da nuclei familiari con minori al seguito (+84,3% della classe di età 0-18 anni) sia dai giovani e giovani adulti da inserire nel mercato del lavoro (+78,4% di aumento rispetto al 2006 nella classe 19-40 anni).

Nel 2018, il 29,4% di chi lascia l’Italia è laureato o dottorato e il 29,5% è diplomato mentre il 41,5% è in possesso di un titolo di studio basso o non ha titolo. Se, però, rispetto al 2006 la percentuale di chi si è spostato all’estero con titolo alto (laurea o dottorato) è cresciuta del +193,3%, per chi lo ha fatto con in tasca un diploma l’aumento è stato di ben 100 punti decimali in più (+292,5%) mostrando come a crescere sempre più sia la componente dei diplomati alla ricerca all’estero di lavori generici.

In questa riflessione non vorrei soffermarmi , però, sul titolo di studio, quanto sull’insipienza e cecità di una classe dirigente incapace di leggere, interpretare e, quindi, gestire i fenomeni migratori. Non mi soffermerò sugli immigrati -tematica altrettanto complessa e, come si può capire, importante; mi soffermarò solo sugli emigrati. Quindici anni fa, nel 2005, stavamo per assistere alla staffetta Berlusconi-Prodi-Berlusconi in governi che sotto gli occhi vedevano il fallimento dei nostri ascensori sociali, del nostro stato sociale, del nostro sistema scolastico-universitario, senza pensare alcunché di strategico. Ai nostri studenti che investivano nello studio – e ai quali si propinava il miraggio della ‘meritocrazia’ – concretamente si ponevano davanti consiglieri regionali quali igieniste dentali o figli, ‘trota’, di politici, tra l’altro separatisti. Tutto questo senza un moto di ribellione giusta, quella attuata per farsi sentire, senza una reazione se non quella silenziosa dell’abbandono dei propri luoghi. Che non capiti mai più dipende da noi, da quanto pretenderemo dai nostri politici: ricordiamo che alcuni di loro, mentre i nostri ragazzi speravano in un futuro che quegli stessi politici rubavano, vivevano di vitalizi.

‘In questa grave emergenza libertà significa seguire la via della responsabilità’

Il direttore di ‘Famiglia Cristiana’ Don Antonio Rizzolo

di Daniele Madau

In occasione della pubblicazione dell’enciclica di papa Francesco ‘Fratelli tutti’ , abbiamo chiesto un commento a don Antonio Rizzolo, direttore di ‘Famiglia Cristiana’, lo storico settimanale che, ancora oggi, risulta essere la rivista di informazione più venduta in Italia. Il diaologo, poi, si è rivolto verso l’attualità della Chiesa e dell’Italia, con i loro drammi ma senza dimenticare la speranza.

Don Rizzolo, in questo nuovo momento drammatico per l’Italia e il mondo intero, la Chiesa, che pur vive essa stessa al suo interno momenti e situazioni complesse e delicate, si propone comunque come autorità morale per tutti grazie alla figura di papa Francesco. Nella sua ultima enciclica ‘Fratelli tutti’ il papa riprende nuovamente parole e insegnamenti di San Francesco per proporre al mondo, oltre la pandemia, un ideale di vita: la fraternità e l’amicizia sociale. I commentatori cristiani hanno ritrovato le tematiche care al pontefice, i laici, quali a esempio Cacciari, hanno sottolineato i tratti ‘illuministici’:può presentarci quali sono, a suo parere, gli aspetti nuovi e più rilevanti della nuova enciclica?

Prima di tutto premetto che, come anche espresso da poco dal nostro editorialista Andrea Riccardi, oltre che da me stesso sulla rivista ‘Credere’, avverto il timore che a causa degli scandali e di tutte le altre questioni l’enciclica venga messa troppo presto in secondo piano mentre credo che sia importante e significativa, soprattutto nel contesto difficile in cui ci troviamo a livello mondiale, con l’aggravarsi della pandemia. Per quanto riguarda gli aspetti più rilevanti, partirei dal più generale: l’aspetto francescano. A parte il luogo in cui è stata firmata – Assisi – possiamo dire che quest’ultima enciclica fa riferimento esplicito a San Francesco già dal titolo, quindi il Santo Patrono d’Italia viene messo in evidenza come esempio per la Chiesa di oggi, come nell’enciclica precedente. Anche nell’esortazione apostolica programmatica, l’ Evangelii Gaudium, c’è un sapore francescano, come se papa Bergoglio avesse ricevuto lo stesso invito del poverello a riparare la Chiesa di Dio con un recupero della capacità di parlare al mondo di oggi. Il secondo elemento è la dimensione popolare della fede, che non è soltanto interna alla comunità cristiana ma si apre a tutta l’umanità. Il tema della fraternità e dell’amicizia sociale che è proprio dell’enciclica è una rappresentazione di questo e fa eco a quello che papa Francesco ha fatto dall’inizio salutando la folla in piazza San Pietro il giorno dell’elezione con il suo: ‘Fratelli e sorelle, buona sera!’. Il terzo elemento che vedo è il collegamento molto stretto con la precedente enciclica ‘Laudato sii’: la cura del creato forma un tutt’uno con la fraternità. Il papa parlava di ecologia integrale che non significa solo salvaguardia della natura ma anche l’attenzione a tutti i popoli, soprattutto gli ultimi e i poveri, che subiscono le conseguenze dell’indebito sfuttamento delle risorse naturali.La fraternità è l’altra faccia dell’ecologia integrale e dello sviluppo integrale e vuol dire attenzione a chi è sofferente, come l’uomo che nella parabola è soccorso dal buon samaritano. Altri aspetti, velocemente: il tema della concretezza, caratteristica di papa Francesco e di questa enciclica. Non soltanto dà uno sguardo alla situazione del mondo e dà delle indicazioni ma anche offre degli spunti per delle buone prassi cosicchè il mondo trovi pace. E poi, anche come paolino, vorrei mettere in rilievo l’attenzione per i mezzi di comunicazione. In un certo modo se ne parla in senso negativo -come forma di individualismo di ostacolo alle relazioni – però afferma anche come possano aiutarci a farci sentire più prossimi gli uni agli altri. L’ultima cosa, sul tema della fraternità, che non è solo un argomento ma viene presentata come il fondamento stesso dell’evangelizzazione, cioè la testimonianza che il mondo attende dai credenti.

È innegabile l’attenzione perenne dedicata da papa Francesco alle tematiche ambientali e della sostenibilità, al di là dei credo. Da poco, a esempio, ‘Repubblica’ ha pubblicato un dialogo di Francesco col fondatore, ateo, dello ‘slow food’ Petrini. Crede che il pontefice abbia avuto un’influenza indiretta sulla recente assegnazione del premio Nobel per la pace alla Fao? Come giudica questa assegnazione?

Sono un po’ dubbioso sul fatto che la figura del papa abbia influito direttamente o indirettamente, però certamente Francesco ha contribuito a questo clima di interesse per gli aspetti concreti delle persone, compresa la fame nel mondo, come testimoniato da molteplici discorsi tenuti proprio alla Fao. A mio parere, nonostante possa sembrare a prima vista una scelta istituzionale per evitare di premiare un personaggio che magari possa essere anche oggetto di critica da parte di qualcuno, mi sembra, considerando il contesto, una scelta adeguata. Nel 2019, 690 milioni di persone hanno sofferto la fame, con aumento di 10 milioni rispetto al 2018. A causa della pandemia, si prevede che altre 130 milioni ne sofriranno: in questo senso l’assegnazione è significativa e in sintonia, di riflesso, con la concretezza mostrata nell’enciclica e con la necessità dell’ecologia integrale e dell’attenzione agli ultimi.

Tornando alle tematiche dell’enciclica, tra le tante ed egualmente importanti, mi ha colpito quella della ‘gentilezza’:scorrendo tra gli articoli del sito della sua rivista, mi sono imbattuto in uno che affermava la necessità di una fede che vada oltre quella tradizionale e, del resto, la gentilezza è qualcosa che si richiede a ogni essere umano. La Chiesa di oggi deve essere ‘gentile’? E in che senso?

Penso che questa idea di superamento della fede tradizionale sia vera per certi versi ma non del tutto, nel senso di un reale e secolare collegamento diretto tra fede cristiana e autoritarismo. Il papa, parlando della ‘gentilezza’ nell’enciclica cita espressamente il capitolo 5 della lettera paolina ai Galati, in cui si trova questa parola generalmente tradotta con ‘benevolenza’ ma che più correttamente – dal greco ‘krestotes’ – dovrebbe essere tradotta proprio con ‘gentilezza’ dei gesti e nell’uso delle parole. Ebbene nella lettera paolina ‘gentilezza’, unito a tanti altri termini, è una delle caratteristiche del cristiano che si lascia guidare dallo Spirito Santo e, unita a tante altre qualità, forma il ‘frutto dello Spirito’ . Credo che, allora, sia un segno distintivo della fede di oggi e di sempre e, anzi, che questa fede -che non è una dottrina ma accoglienza dello Spirito Santo- non può che manifestarsi in questo modo. Non è, perciò, una novità, vista l’origine paolina: la Chiesa, quindi, deve essere gentile oggi? Certo, sarebbe sempre dovuto esserlo perché è un tratto del cristiano guidato dallo Spirito, oltre che un valore umano: del resto noi sappiamo che essere discepoli del Gesù mite e umile di cuore ci renda pienamente umani e se, a volte, non capita è perché non viviamo la nostra fede, ma viviamo, sempre per citare San Paolo, inimicizie e discordie.

Restando sulla sua rivista- da lei diretta dal 2016- , storica e ancora così presente nelle famiglie italiane, ci può presentare  la linea editoriale e gli obiettivi della sua direzione?

La mia direzione si è posta in continuità con gli obiettivi della direzione precedente e che sono sempre stati portati avanti: innanzittutto annunciare il vangelo nella cultura della comunicazione. Come affermava il nostro fondatore don Alberione, però, questo non significa parlare sempre e solo della fede ma parlare di tutto cristianamente, come esplicitato nel sottotitolo di ‘Famiglia Cristiana’: i fatti mai separati dai valori. Il secondo punto è la sintonia con il magistero del papa, in ossequio al nostro quarto voto che è quello di fedeltà alla pastorale del papa. Oggi è più che mai il papa a dettarci l’agenda, soprattutto in riferimento alle grandi questioni sociali. Nel messaggio della Giornata Mondiale della Comunicazione del 2017, il papa ha parlato della ‘logica della buona notizia’ che significa uno stile comunicativo che non sia disposto a concedere al male un ruolo da protagonista ma cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni. Nel mio piano editoriale questo trova grande spazio, attraverso un approccio propositivo e responsabile, con cui non ci limitiamo a portare dati, ma apriamo la porta alla speranza, offrendo possibili soluzioni. Tutto questo per cercare di rimanare una voce autorevole credibile nel panorama dell’informazione italiana, senza sensazionalismo e notizie gridate ma che offra uno sguardo obiettivo invitando ciascuno a fare la propria parte nella società. Credo che il messaggio cristiano, infatti, offra una chiave di lettura privilegiato per osservare la realtà e per offrire la speranza, essendo in maniera pura al servizio dei lettori.

Lei risponde anche alle lettere dei lettori, in cui questi si confidano e le chiedono consigli. Queste lettere testimoniano le nuove necessità dei fedeli: quali sono le più frequenti?

Le domande che ricevo, a cui cerco di rispondere sempre con un atteggiamento paterno (la rubrca si chiama ‘Colloqui col Padre), sono uno specchio della società: i temi sono tantissimi. Principalmente la preoccupazioni per i genitori, e i nonni, per i loro figli: per il lavoro, per i valori che mancano, per possibili cadute. L’altro tema, direi sotterraneo, è il tema della solitudine. Questa realtà, in un mondo così connesso, mi fa sempre molto pensare. Una solitudine che si vive anche in famiglia e, in questo caso, è più drammatica, segnata da mancanza di dialogo e dal fallimanto della famiglia come la immaginiamo. Ci sono poi situazioni scabrose, inconfessabili in altro modo, come quella citata nella domanda o chi si sente angosciata per aver avuto il desiderio di abortire. Ci sono, poi, altre tre tematiche che cito velocemente: la vita nella parrocchia, i temi sociali (dipendenze di vario genere, lavoro, immigrazione) e questioni di dinamiche familiare, come incomprensioni e situazioni di lontananza dai propri cari.

Don Rizzolo, mi rendo conto della complessità della domanda, ma quali sono gli ambiti di azione più importanti per la Chiesa di oggi e come deve agire in questi ambiti?

Ci sarebbe, ovviamente, tantissimo da dire. All’interno di se stessa la Chiesa dovrebbe prestare attenzione ai fedeli che, a esempio, frequentano i santuari mariani, che spesso sono prede di persone senza scrupoli e che invece devono essere sostenuti affinché la loro fede rimanga equilibrata e possa maturare alla luce della parola di Dio. All’esterno, c’è bisogno di attenzione ai giovani, sempre più indifferenti e colpiti dagli scandali. Per loro c’è bisogno di testimonianza di gioia. Altri due aspetti sono la realtà delle parrocchie, in estrema difficoltà, che devono diventare una comunità di fedeli in cui tutti siano coinvolti. E qui troviamo il grande tema dei laici e del ruolo delle donne: tutti siamo Chiesa e tutti dobbiamo sentirci partecipi, soprattutto le donne, che devono diventare protagoniste. Infine, la Chiesa deve essere, a sua volta, attiva protagonista nelle tematiche sociali indicate da papa Francesco, su cui dobbiamo far sentire, con forza, la nostra voce.

Vorrei porle ora tre domande delicate: si sente di commentare il caso Becciu? E andando a un livello più politico, cosa pensa della nuova linea della Cei di silenzio e non intervento sugli aspetti, appunto, socio- politici dell’attualità italiana? A lei, invece, chiedo una riflessione sulla stretta attualità: in previsione di possibili nuove misure di confinamento, in cui davanti a un’emergenza sanitaria si chiede di rinunciare a libertà personali, può presentarci –nei limiti del possibile- la posizione dell’etica cristiana nei confronti del rapporto tra libertà e responsabilità?

Come detto prima, fermo restando che la posizione della CEI non è univoca, con attenzione e moderazione dobbiamo far sentire la nostra voce, altrimenti noi cristiani rischiamo di rimanere senza voce: papa Francesco, con la sua mitezza e il suo equilibrio, è un esempio anche da questo punto di vista. Sul caso Becciu, dico solo che son dispiaciuto: per lui e la Chiesa. Auspico chiarezza, mentre rifletto sul fatto che bisogna sostenere il papa in quest’opera di pulizia, in una realtà di lotte di potere e di difficili dinamiche economiche e finanziarie. Di questi scandali qualcuno gode, e del resto la Chiesa è fatta di uomini con i loro evidenti limiti: noi , però, non ci dobbiamo far abbattere ma dobbiamo sempre trovare la forza di reagire. Infine, per l’emergenza pandemica e il rapporto tra libertà e responsabilità, posso dire che non esiste l’una senza l’altra, sono due facce della stessa medaglia. L’uomo si caratterizza per la libertà ma, come disse Manuel Munier, poter scegliere se morire di colera o di peste non vuol dire essere liberi: essere liberi vuol dire, invece, come scegliere il bene e di essere migliore. Non ciò che sconfina nella prevaricazione è libertà ma la scelta del bene, l’amore ed è qui che si inserisce la responsabilità, che è il modo in cui percorrere la strada dell’amore. Se vogliamo salvaguardare la nostra salute, non per forza ma per amore dell’altro, dobbiamo percorrere la via della responsabilità.

Come detto in precedenza, ‘Famiglia Cristiana’ fa parte della storia d’Italia. Secondo lei cosa rappresenta oggi per i lettori? E cosa vorrebbe rappresentasse?

Come settimanale d’informazione, ‘Famiglia Cristiana’ è ancora il più venduto in Italia, di cui effettivamente ha fatto una parte della storia dell’editoria. Noi abbiamo una lunga tradizione di fiducia che non è venuta meno, nonostante la crisi dell’editoria, e continuaiamo a essere una realtà per certi versi unica al mondo. Ci consideriamo un’oasi felice in un contesto di falsi scoop e molti lettori cercano in quest’oasi nutrimento per la loro vita e possibilità di dialogo e confronto, oltre che notizie di loro interesse. Altre persone hanno pregiudizi, perché tratti in inganno dal titolo: allora vorrei che per i suoi lettori continuasse a essere questa oasi felice di finestra sul mondo e, per gli altri, fosse una miniera di approfondimenti, consigli, rubriche interessanti.

‘Il paradiso per me: tutti insieme, bengalesi, egiziani, tunisini,albanesi, donne e uomini, adulti e bambini’. Incontro con Eraldo Affinati, in occasione delle ultime sue pubblicazioni

di Daniele Madau

Eraldo Affinati, scrittore, insegnante e critico letterario, è nato nel 1956 a Roma dove vive e lavora. Insieme alla moglie, Anna Luce Lenzi, ha fondato la “Penny Wirton”, una scuola gratuita di italiano per immigrati. Finalista al premio Strega e autore impegnato, ha studiato a fondo Mario Rigoni Stern e Milo De Angelis. Ha fatto conoscere al pubblico un autore dimenticato come Silvio D’Arzo. Il 22 settembre sono stati pubblicati per la Mondadori, ‘I meccanismi dell’odio. Un dialogo sul razzismo e i modi per combatterlo’, con Marco Gatto e, per la Einaudi, ‘Gec dell’avventura’, in cui ha la possibilità di ‘chiudere un cerchio’: scrivere, al posto dell’autore che ha tanto studiato, il finale di un suo romanzo incompiuto.

Eraldo, grazie, come sempre, della tua disponibilità. Il 22 settembre sono stati pubblicati due volumi che ti vedono, questa volta, come coautore. Il primo è  I meccanismi dell’odio. Un dialogo sul razzismo e i modi per combatterlo, con Marco Gatto, insegnante con cui condividi l’esperienza della Penny Wirton. Il secondo è Gec dell’avventura, a cura di Alberto Sebastaini,  in cui hai avuto la possibilità di scrivere il finale della narrazione incompiuta di Silvio D’Arzo.  Come sempre, riesci a unire prolificità e profondità. Partirei, dunque, dal primo titolo che si trasforma in un’accorata riflessione sulle ultime possibilità di resistenza civile, in un mondo che sembra dominato da odio e nazionalismi e che relega in una posizione subordinata e afona gli intellettuali, direi, ‘militanti’.  Tu dici che questa resistenza è praticabile soprattutto a scuola, luogo che è la tua e la mia vita: è una lettura corretta? Puoi spiegarci perché la scuola? 

Credo che la scuola rappresenti oggi un presidio etico fondamentale: certo, si tratta di una postazione in larga parte compromessa dalla crisi delle principali agenzie educative, tuttavia sarebbe difficile negarle la centralità dovuta: lo stiamo vedendo in questa terribile pandemia. E’ come se il cuore nevralgico del Paese pulsi nell’aula scolastica dove adulti e giovani si incontrano fuori dagli ambienti familiari. A scuola si consegna il testimone della tradizione, si formano i futuri cittadini, si elabora un’idea del passato e del futuro. In particolare è a scuola che si svolge il lavoro umano di confronto fra persone, indispensabile per favorire la crescita delle generazioni venture. Ecco perché il razzismo rappresenta sempre una sconfitta di tutti: significa che noi adulti non siamo riusciti a promuovere il rispetto del nostro prossimo.

“I meccanismi dell’odio”, è anche un viaggio intellettuale attraverso grandi pensatori, da don Lorenzo Milani a Philip Roth, da Toni Morrison a Pierre Bourdieu: puoi regalarci qualcuno dei loro insegnamenti, lasciando i restanti al piacere della scoperta dei lettori?

Con Marco Gatto, amico e sodale, fra i soci fondatori della Penny Wirton, ci siamo rivolti ai maestri ideali da cui ricavare alimento. Ogni nostro ragionamento lo abbiamo passato al vaglio dei pensatori sui quali ci siamo formati. Nel mio caso Don Milani assume un ruolo decisivo: reso ancora più attuale dalle disuguaglienze odierne. Molte delle riflessioni del priore di Barbiana (importanza cruciale del linguaggio, necessità di una riformulazione degli spazi e dei modi del fare scuola, rilancio di un cristianesimo militante che assume il peso dell’altro) potrebbero esserci utili ancora oggi, in ottica planetaria.

Siamo ancora nel mezzo della pandemia. Il papa, nella recentissima enciclica ‘Fratelli tutti’, che so hai letto, l’ha definita ‘gemito del mondo’: anche nel saggio occupa una parte importante, come ne avete trattato?

La frase compresa nella quarta di copertina dei ‘Meccanismi dell’odio’ sembra anticipare l’ultima enciclica di Papa Francesco: ‘Il razzismo avvelena i pozzi e inaridisce le fonti perché impedisce di riconoscere la fratellanza. E invece noi siamo legati da una radice comune: tocchi la nervatura e fai vibrare tutta la pianta’. In ‘Fratelli tutti’ il Papa riassume quasi per intero i temi del suo pontificato. I due incontri che fanno da sfondo all’enciclica (quello medievale del poverello di Assisi con il sultano Malik in Egitto e quello dello stesso Bergoglio con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb ad Abu Dabi) spiegano in quale direzione: superamento della cultura dei muri, integrazione creativa dei migranti, superamento dell’aggressività sociale favorita anche dall’uso sbagliato dei social, negazione dei gruppi chiusi, sono soltanto alcuni degli spunti da cui dovremmo ripartire.

Credo che la tua figura di scrittore sia unica nel panorama letterario italiano: alla parte teorica e di riflessione, caratterizzata anche dalla tua fede, unisci quella di ‘militanza’, nella scuola per stranieri ‘Penny Wirton’ e nei tuoi ‘pellegrinaggi’ come ad Auschwitz. Ti ritieni ‘militante’, magari erede di coloro che reputiamo ‘militanti’ per eccellenza, Pasolini, Sciascia, Don Milani?

Lo scenario rispetto a quei tempi appare totalmente cambiato. Oggi l’intellettuale che partecipa al dibattito mediatico rischia di trasformarsi in una caricatura; chi si astiene torna a chiudersi nella turris eburnea. Ecco perché l’esperienza diventa imprescindibile: solo così possiamo dare legittimità e valore alle nostre parole. Pe quanto mi riguarda, sin dal mio primo libro su Tolstoj (“Veglia d’armi”, 1992) ho sempre sentito un nesso fra l’attitudine pedagogica e quella letteraria.

A tutto questo, si aggiunge il tuo essere critico letterario, in cui rientra la tua grande conoscenza di Silvio D’Arzo. Hai avuto la possibilità di scrivere il finale apocrifo di ‘Gec dell’avventura’ , un romanzo per ragazzi in cui un piccolo ragazzino, scappato di casa nell’Inghilterra del settecento, si troverà a decidere se salvare la madre. Hai detto: «Ho accettato l’invito con l’incoscienza e l’ingenuità del capitano coraggioso». Puoi raccontarci perché ‘incoscienza e ingenuità’? Potresti spiegarci, anche, il tuo amore per i racconti per l’infanzia? In Italia hanno sempre rischiato di essere considerati letteratura inferiore, non credi?

Il pregiudizio di matrice crociana sulla letteratura per ragazzi pesa ancora, è vero. Ma sarebbe bastato un libro come Pinocchio a vanificarlo. Silvio D’Arzo è stato l’autore su cui mi sono laureato. Grazie a lui ho anche conosciuto mia moglie, Anna Luce Lenzi, studiosa darziana fra le più importanti, insieme alla quale abbiamo fondato la Penny Wirton, prendendo spunto dal titolo del più importante racconto per ragazzi dello scrittore reggiano. Quando Mauro Bersani, responsabile Einaudi, mi ha proposto di scrivere il finale di Gec, uno fra i testi di D’Arzo ritrovati nel fondo della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, mi è sembrato che un cerchio ideale si cominciasse a chiudere. Ho accettato l’invito con incoscienza e ingenuità perché non era facile confrontarsi con un testo così originale, seppure incompiuto. Ma non potevo rinunciare, in considerazione del legame che sento di avere con questo scrittore.

Eraldo, nel 2021 ricorreranno i sette secoli dalla morte di Dante, ricordati già dal presidente Mattarella. Mi rendo conto della generalità della domanda ma in che modo e in quali termini vorresti ricordarlo?

A Dante, padre della lingua italiana, dedicai un racconto compreso in ‘Peregrin d’amore. Sotto il cielo degli scrittori d’Italia’, ambientato proprio nel luogo della sua morte, sottolineando in particolare un aspetto: l’esperienza del limite. Collocando all’Inferno la figura di Ulisse, Dante ci insegna il valore paradossale della libertà. Questo è, secondo me, uno dei punti essenziali della sua visione poetica.

Eraldo, l’esperimento, con tutte le difficoltà, della Penny Wirton può essere allegoria del mondo come dovrebbe essere? In cui ci si prende cura di chi abbiamo di fronte, a prescindere da qualunque luogo arrivi e in che condizione sia? Anche questo può essere il messaggio del saggio ‘I meccanismi dell’odio’: è una lettura corretta?

“Sì, non solo è corretta. Mi sembra corrispondere in pieno allo spirito che ci anima. Recentemente abbiamo accompagnato alcuni nostri studenti al Circo Massimo di Roma per tenere una lezione all’aperto, nel rispetto delle regole imposte dal Covid. Vederli tutti riuniti insieme a noi in quel grande spazio, bengalesi, egiziani, tunisini, albanesi, congolesi, capoverdiani, donne e uomini, adulti e bambini, finalmente in presenza, dopo tanti mesi a distanza, è stato bellissimo. Qualcuno ha pensato: sarà questo il Paradiso?”

Andrea Morricone dirige il padre Ennio: il dono di rendere l’umile alto

di Daniele Madau

Andrea Morricone – figlio dell’indimenticabile maestro -ha diretto l’Orchestra e il Coro del Teatro Lirico di Cagliari, trascinando la città nell’ omaggio al padre Ennio. La musica di Ennio Morricone, ormai, è un patrimonio classico e universale, come già aveva affermato Quentin Tarantino consegnandogli l’Oscar del 2016

Essendo Andrea Morricone compositore lui stesso, era naturale e necessario il suo omaggio al padre Ennio a pochi mesi dalla sua scomparsa. E bene ha fatto la Fondazione del Teatro Lirico di Cagliari a inserirlo tempestivamente nel programma dell’estate 2020 ‘Classicalparco’, che, con il concerto ‘Morricone dirige Morricone’ , ha chiuso la stagione nell’Arena all’aperto del Parco della Musica.

Ennio Morricone, vincitore di due Oscar, è ormai parte, tra le più riconosciute e riconoscibili nel mondo, nobile e preziosa dell’arte e della cultura italiana. In lui si riconoscono, oltre alla bellezza delle composizioni, la profondità dell’impegno civile, che ne aumenta la statura.

Nel momento in cui si assiste a un omaggio a un artista, scomparso dopo una lunghissima carriera, e si vive il periodo in cui l’artista stesso viene consegnato alla storia della musica, è giusto interrogarsi sulla sua eredità. Tra gli infiniti aspetti della sua produzione, vorrei soffermarmi sulla sua capacità di unire l’umile e l’alto, il classico al quotidiano, il popolare alla musica ‘colta’. Nessuno può mettere in dubbio l’appartenenza di parte delle compisizioni di Morricone alla musica alta, eppure, quella stessa musica, accompagna la nostra quotidianità, ha fatto da colonna sonora a film diversi per stile e genere ed è di facile accostamento.

Quando, nel 2016, Quentin Tarantino gli consegnò l’Oscar per le musiche del suo ‘The Hateful Eight’, disse che lo stava consegnando a un compositore che, per lui, aveva la stessa dignità di Mozart e Beethoven: e, in effetti, ieri ascoltando la colonna sonora di ‘Vittime di guerra’ si avvertivano echi di Bach.

Questo saper avvicinare ciò che è comune e di tutti per renderlo ‘alto’ è un dono. Viene in mente il bellissimo appellattivo di Dante a Maria nel XXXIII del Paradiso: ‘Umile e alta più che creatura’.

Una conferma di questo, nella serata di ieri (anticipata da quella del 25, interrotta, però, dalla pioggia), si è avuta guardando il pubblico, di tutte le età e, per quanto si può affidare alla vista, tipologie.

Come nella serata del 25, gli spettatori hanno sancito con applausi convinti il successo della serata, che diventava quasi un trionfo in occasione dell’esibizione della soprano Vittoriana De Amicis dell’ Estasi dell’oro, l’indimenticabile brano che accompagna le parti finali di ‘Il Buono, il Brutto e il Cattivo’.

In una serata in cui, quasi miracolosamente, il vento ha dato un po’ di riposo dopo aver imperversato per tutta la giornata, e che -quindi – ha disturbato solo in minima parte l’acustica , si sono susseguite le musiche divise in modo sapiente. A un inizio di forte impatto – caratterizzato dai brani più celebri come quelli per ‘Gli intoccabili’ e del sodalizio con Sergio Leone – è seguita una parte dedicata al cinema d’impegno, con, a esempio, le dissonanze di ‘La classe operaia va in Paradiso’, sino al crescendo lirico ed epico di ‘Queimada’ e ‘Mission’.

Si è conclusa, così, nel modo migliore l’estate cagliaritana, e per modo migliore si intende seguire quanto affermava Hans Georg Gadamer e cioè che “La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande.” A questo ha contribuito Ennio Morricone, a questo suo figlio Andrea.

I nuovi scenari istituzionali alla luce dei risultati referendari: dialogo col Presidente Emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida

di Daniele Madau

La settimana che si chiude è stata caratterizzata dagli esiti del referendum costituzionale i quali dovranno dar vita, per necessità intrinseche e in base a quanto affermano i pariti della maggiornaza, a nuovi scenari istituzionali. Li analizziamo con il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida, che ringraziamo della preziosa disponibilità

Prof. Onida, dal punto di vista del rapporto dei cittadini con le istituzioni, come analizza l’esito del referendum? Le sembra sia prevalso, dato il settanta per cento del ‘Sì’, un desiderio di rinnovamento, se non di rottura, o la buona percentuale di affluenza testimonia, piuttosto, un attaccamento dei cittadini alla materia costituzionale e al funzionamento delle istituzioni? Positiva l’affluenza alle urne, ancorché poco superiore al 50%, anche tenendo conto che pure l’affluenza al voto per le regionali non è stata così elevata. E’ un dato ormai costante nel nostro Paese un certo “disamore” al voto, in contrasto con l’altissima affluenza nelle consultazioni dei primi decenni della Repubblica: segnale pericoloso di distacco dei cittadini dalla politica, piuttosto che di indifferenza fra le diverse proposte politiche in campo. La prevalenza del “sì” credo rifletta non tanto o non solo, di per sé, una richiesta di rinnovamento, quanto la disponibilità degli elettori ad avallare decisioni del Parlamento e delle forze politiche, specie se fra loro concordi, su singole modifiche costituzionali (non su vasti, complessi, controversi e divisivi disegni di riforma). E’ bene che la Costituzione e le sue modifiche continuino a rappresentare un terreno riconosciuto come comune e non il luogo di scontri al calor bianco fra forze politiche.

Quale scenario si apre, ora, per le istituzioni parlamentari e quale auspicherebbe lei? Lo scenario che si apre non è tanto relativo al merito delle questioni costituzionali in campo, quanto a possibili prospettive di riforme e aggiustamenti, anche a livello di regolamenti parlamentari e di prassi, nonché di regole interne e di prassi dei partiti, che traggano occasione da questa circostanza  per provare a migliorare l’efficienza del sistema parlamentare, sempre in un quadro di largo consenso. Quindi nessuna “fuga” verso forme di antiparlamentarismo, ma riflessioni più approfondite e sforzi innovativi mirati sui modi per rendere migliore e più efficiente il funzionamento del sistema, nella fedeltà alle ispirazioni di fondo della Costituzione. Nell’immediato, potrebbero anzitutto aprirsi prospettive di altri piccoli “ritocchi” al quadro costituzionale e regolamentare relativamente al Parlamento. Qualche esempio?  Non mi pare opportuno eliminare il criterio della “base regionale” per l’elezione del Senato, che anzi risponde all’idea di fondo di una presenza delle Regioni anche al centro. Nemmeno sarebbe da rivedere il peso numerico dei delegati regionali  nell’assemblea che elegge il Presidente della Repubblica: tre per Regione, indipendentemente dalla popolazione regionale, sono il minimo per assicurare una equilibrata rappresentanza di maggioranze e minoranze regionali, e il peso proporzionalmente cresciuto rispetto ai parlamentari direttamente eletti rafforza l’idea che la base elettorale del Presidente – rappresentante dell’unità nazionale – deve essere ampia  e comprendere non solo il Parlamento ma anche l’articolazione regionale della Repubblica.Opportuna invece sarebbe la equiparazione dei requisiti di elettorato attivo e passivo fra le due assemblee, fin quando il Senato resta eletto direttamente, eliminando le differenze dovute a residui dell’antica e antistorica idea di un Senato come “Camera degli anziani”. Quanto alle modalità di funzionamento delle assemblee, vedrei l’opportunità di aumentare le occasioni e gli strumenti di collaborazione fra le due Camere nell’attività legislativa, ad esempio utilizzando di più Commissioni bicamerali o eventualmente accrescendo le deliberazioni affidate al Parlamento in seduta comune. E poi rivedere le norme regolamentari su durata e modi di svolgimento dei dibattiti parlamentari, anche scoraggiando la moltiplicazione di emendamenti frutto di pratiche ostruzionistiche non eccezionali, o volti a promuovere interessi particolaristici, a scapito della chiarezza e del ruolo generale e regolatorio delle leggi: e correggendo la tendenza in atto ad abusare della decretazione d’urgenza da parte del Governo. Se poi si dovesse affrontare più a fondo il tema di una revisione del bicameralismo “paritario”, questo richiederebbe interventi più ampi, per i quali non vedo ancora orientamenti consolidati e concordi. Si tratterebbe sostanzialmente di differenziare le due Camere nelle funzioni, riservando alla sola Camera dei deputati la funzione di esprimere le maggioranze di governo, dando o negando la fiducia necessaria al Governo per nascere e restare in attività (anche eventualmente configurando forme di “sfiducia costruttiva”), e regolando la collaborazione fra le due Camere in materia di legislazione.  In questo caso si potrebbe portare a compimento l’idea del Senato come “Camera delle Regioni” rivedendone anche le modalità di formazione. Questo è però un tema di fondo che non appare ancora maturo nel dibattito fra le forze politiche.

A vantaggio dei lettori, affinché ottengano un’informazione più approfondita e puntuale, potrebbe riassumere le sue posizioni in favore del ‘Sì’? La posizione che ho espresso a favore del “sì” nel referendum del 20 settembre si fondava essenzialmente nella considerazione che eravamo chiamati a confermare o meno una deliberazione votata quattro volte dalle due Camere, l’ultima volta (alla Camera) quasi all’unanimità e con l’accordo praticamente di tutte le forze politiche parlamentari, di maggioranza e di opposizione. Per opporsi ad una simile decisone si sarebbero dovute individuate delle solide ragioni di merito, che nella specie secondo me non c’erano proprio.

Professore, lei è stato Presidente della Corte Costituzionale: in riferimento ai possibili assetti istituzionali (bicameralismo perfetto, bicameralismo differenziato, monocameralismo) e alla legge elettorale, quali ritiene più efficaci, rappresentative e adatte all’attuale contesto socio-politico italiano? Ho già detto qualcosa nella risposta n. 2 per quanto riguarda riforme costituzionali. La legge elettorale è un altro tema, che anch’esso dovrebbe essere affrontato con atteggiamenti il più possibile concordi fra le forze politiche, non avendo riguardo solo agli interessi contingenti di ciascuna di esse, ma alla ricerca di un giusto equilibrio fra il principio di rappresentatività (anche delle diverse minoranze) e il principio di “governabilità”, evitando cioè l’eccessiva frammentazione politica e favorendo la possibilità che si formino in Parlamento maggioranze stabili e il più possibile coese, tenendo conto del sistema politico oggi in atto nel Paese, anche se per nulla stabilmente consolidato. 

Lo stato della democrazia in Italia, alla luce dei risultati

di Daniele Madau

Ogni sessione elettorale e referendaria è un momento di analisi e riflessione, in quanto testimonia lo stato del rapporto dei cittadini con le istituzioni, i partiti e i movimenti politici. Con un’espressione frequente e colorita, le giornate elettorali e referendarie monitorano la ‘salute’ della democrazia.

Analizzando, in primis, il dato dell’affluenza, gli analisti ne hanno rimarcato con soddisfazione il valore, avendo temuto numeri più bassi. Il 50% , di per sé, è, tuttavia, un valore molto basso, di fronte a materie referendarie costituzionali e, nelle regioni interessate, davanti all’elezione di un’amministrazione così prossima come quella regionale. Si deve rimarcare, nuovamente, l’assenza di un diffuso desiderio di partecipazione politica, sentimento così presente sino agli anni ’80 e, sicuramente, uno degli aspetti più preziosi di quel periodo che si dovrebbero recuperare. Del resto, se l’istruzione, il benessere, l’occupazione non si diffondono, lo stesso varrà per la partecipazione politica. Da questo punto di vista, il quadro clinico della democrazia, per continuare con la metafora sanitaria, non appare del tutto positivo.

La vittoria del ‘Sì’ presenta infiniti argomenti: partirei dal fatto che Di Maio non ha commesso l’errore di eccessiva personalizzazione di Renzi del 2016 così che i cittadini, complice anche l’appoggio trasversale degli altri partiti, si sono sentiti più liberi di ricondurre il referendum non a un preciso partito o personaggio ma al quesito in sé. Da un punto di vista strettamente costituzionale-tra l’altro- questo quesito era più correttto di quello di quattro anni fa – che cumulava più riforme -, in quanto più circoscritto e preciso, come prevede la Costituzione.

Non riterrei il voto come una vittoria ‘populista’ ma come un timido segnale, per riprendere le argomentazioni iniziali, di desiderio di partecipazione attiva che, chiaramente, agisce su un dato macroscopico e immediatamente percepito, sulla pelle della quotidianità, dai cittadini: l’enorme discrepanza tra i quasi mille parlamentari e la ricaduta del loro lavoro in termini di benessere e progresso della Nazione.

E’ chiaro, in un’analisi direi sociale che, laddove questo benessere e progresso manchino, i cittadini agiscano ‘punendo’, in un corretta dinamica di premi e punizioni, chi ha lavorato male.

Alla futura classe politica il compito, finora sempre disatteso, di una seria riflessione da cui scaturiscano serie azioni, di rinnovamento e rilancio, anche grazie ai fondi europei in arrivo.

Tra le forze della coalizione di governo, spetterà ai Cinque Stelle vegliare maggiormente sull’operato della futura classe politica e sullo scollamento tra i cittadini e le istituzioni, perché è nel suo DNA: questo anche se il movimento esce fortemente indebilito dal voto delle regionali. Potrà essere però, questa, la via per una sua risalita, alla quale dovrà contribuire una improrogabile riorganizzazione interna.

Al PD che ha, invece, dignitosamente retto in ogni regione e vinto dove doveva vincere, spetterà essere l’anima più riformatrice e sociale, con un occhio privilegiato per immigrati, scuola, sanità, emergenze sociali; in attesa, anch’esso, di creare un nuovo, e rispondente ai tempi, legame con la base.

Sicuramente, ed è il dato più importante, il governo potrà lavorare con maggiore serenità, senza sollecitazioni di rimpasto o elezioni anticipate: per l’Italia, che è abituata, al contrario, a una destabilizzante perenne campagna elettorale, un’occasione forse unica, una congiuntura favorevole da non perdere, per non sprecare i germogli che faticosamente sembrano nascere da quest’emergenza sanitaria.

L’Italia unita, per un giorno, dalla scuola

di Daniele Madau

Abbiamo celebrato ieri la riapertura di gran parte delle scuole – anche se a cavallo di questa e la prossima settimana quasi tutte richiuderanno per le giornate elettorali e referendarie -attorno alle quali si è creata una rigenerante coesione nazionale.

L’importanza delle scuola – affermazione che di per sè non avrebbe bisogno di spiegazioni ed esplicitazioni, tanto è evidente e fondante la nostra società e i nostri valori – è stata ribadita da tutti, dal Presidente della Repubblica Mattarella, a tutte le forze politiche, a tutti i sociologi, pedagogisti, psicologi, analisti, giornalisti.

Tutta questa attenzione non può che rinfrancare, motivare, responsabilizzare e, forse, anche onorare coloro che, come me, lavorano nella scuola.

Forse è la prima volta, da quindici anni- periodo in cui ho cominciato a insegnare – in cui tutta l’opinione pubblica ha dedicato così ampio spazio alla realtà scolastica. Prima di questa ormai lungo periodo di crisi, infatti, negli ultimi decenni, abbiamo cavalcato-seguendo i capricci della società – l’atteggiamento, irrazionale in entrambi i casi, secondo cui la scuola o aveva sempre ragione (ho fatto in tempo a conoscerlo quando sedevo nei banchi) o ha sempre torto (lo sto conoscendo ora). Questa schizofrenia bene spiega, e corrisponde, quella della società italiana.

Mentre mi preparo anche io, con tutte le aspettative, la gioia e i timori del caso, al rientro in classe, non posso non pensare già a quando la quotidianità riporterà la scuola al posto e al ruolo che l’Italia, sotto la guida della classe politica, le ha assegnato.

Se non cambierà qualcosa- quel qualcosa che già dovrebbe germogliare negli animi dei responsabili politici come seme di vita e futuro dopo i mesi in cui l’epidemia imperversava con i numeri da bollettino di guerra-quella schizofrenia sarà l’immagine esteriore della generale patologia italiana: a voce si gorgheggia sull’imprescindibilità della scuola, nei fatti la si calpesta, la si svilisce, la si amputa.

Qualcosa si inizia già a vedere quando si sente dire: ‘Abbiamo fatto più di ogni altro, in Europa, per la scuola’. Se è vero, forse lo si è fatto ora, per recuperare affannosamente quanto non fatto – parliamo di quasi il minimo- in passato.

La schizofrenia era quella di formare dei ragazzi non per dar loro e all’Italia un futuro ma per lasciarli partire; chiamandoli poi, con una definizione plasticamente brutta, ‘cervelli in fuga’.

La schizofrenia era quella, poi, che portava i ragazzi- i quali, svegli, vedevano quanto fosse tutto un corto circuito – ad abbandonare quella scuola (l’Italia ha un altissimo tasso di abbandono) che non dava lavoro.

La schizofrenia era quella che permetteva ai baroni universitari di fare delle aule universitarie – quelle che dovrebbero essere un terreno giovane di libero pensiero, condivisione e confronto -un feudo.

Perché nessun Ministro dell’Istruzione – e nessun Primo Ministro- a mia memoria (da Luigi Berlinguer con Romano Prodi in poi), ha mai lottato per cambiare e ricomporre questa schizofrenia? Ricordo chi, forse anche contro il proprio volere, supinamente appoggiava tagli irrazionali e profondissimi. Chi andava contro i prof. precari che volevano che si valorizzasse la loro esperianza. Chi non ha trovato di meglio che gettare la spugna con gran dignità. Chi ha serenamente dimenticato la tradizione italiana per una acutissima riforma basata sulle tre ‘I’ di Impresa, Informatica, Internet. Provate voi ad abbinare a ogni definizione i loro corrispondenti: Fioramonti, Gelmini, Moratti, Giannini. Ci sono poi quelli che, semplicemente, neanche ci ricordiamo, leggeri come il rumore delle ombre che svaniscono.

Arriveranno i fondi europei del ‘Recovery Found’; il ministro Gualtieri è al lavoro per il piano di ripartizione e utilizzo. L’intitolazione che gli organi europei hanno dato al fondo, però, è ‘Next generation found’, ‘Fondo per la prossima generazione’, intitolazione che in Italia non viene mai pronunciata: vogliamo leggerci una rimozione inconscia ma rivelatrice? La tentazione è forte, sorretta dallo sdegno. Lasciamo spazio, però, a quel germoglio: oggi, mentre i telegiornali aprono ancora con la scuola, come se, davvero , fosse la cosa più importante.

Il referendum del 20 e 21 settembre: dialogo sulla legge di riforma col costituzionalista Gianmario Demuro

Il costituzionalista Gianmario Demuro

Mancano dieci giorni al referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari: è più che mai opportuno, quindi, alimentare un sereno dibattito sulle varie posizioni. Con Gianmario Demuro, ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Cagliari ed ex assessore alle Riforme della Regione Sardegna nella giunta del presidente PD Pigliaru, da cui si dimise dopo la sconfitta del referendum costituzionale del 2016- di cui aveva sostenuto le ragioni del Sì- analizziamo alcuni aspetti tecnici e la sua personale posizione.

di Daniele Madau

Professor Demuro, può esporci il contesto politico in cui è nato il referendum confermativo, il suo fine e come mai si è reso necessario? Il contesto in cui nasce – la mia, in questo caso, è una risposta da analista politico – è quello delle riforme previste e proposte dal Movimento Cinque Stelle; questo non significa che altre forze politiche, negli ultimi quarant’anni, non abbiano fatto proposte di riduzione dei parlamentari. Erano sempre, però, proposte inserite in un contesto più ampio. Per cui, sia nel 2006 che nel 2016, vi era una proposta più ampia di riforma della costituzione che, poi, non è stata confermata dal corpo elettorale. Questa, per come la vedo io, in una analisi personale, è una riforma dei cinque stelle, una sorta di battaglia -legittima- di una delle componenti della coalizione. Tant’è che questa proposta ha fatto anche parte dell’accordo di governo che ha portato alla formazione dell’attuale esecutivo; era uno dei pezzi, diaciamo, che componevano il progetto di riforme da realizzare. Per cui, dal punto di vista della storia parlamentare, il Partito Democratico ha avuto inizialmente delle perplessità: questo è il contesto in cui è sorto. Si è reso necessario, poi, semplicemente perché è stato richiesto: la Costituzione prevede che, per le riforme costituzionali che non siano approvate da almeno i due terzi degli aventi diritto, un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali, possano richiedere un referendum consultivo. Questo è quello che è accaduto: c’è stata una richiesta da parte delle minoranze -diciamo così- di indire un referendum. Se non fosse successo così, semplicemente, entro tre mesi la riforma costituzionale sarebbe entrata in vigore.

Il dibattito, come è giusto che sia, in questi giorni è molto vivo. Uno degli argomenti, di chi si schiera a favore del Sì è che la riduzione riallineerebbe i numeri del parlamento italiano a quello delle altre grandi democrazie: condivide questa visione? I giuristi, anche se non sono dei fisici, pensano di essere degli scienziati e la nostra scienza della comparazione si chiama Diritto Comparato: nel caso del Diritto Comparato Costituzionale possiamo comparare, diciamo così, dei vari livelli di democraticità. Faccio un esempio un po’ paradossale: io non conto i numeri dell’assemblea del popolo della Cina perché non è quello il bench mark – il segno distintivo – che mi fa capire quale sia il livello di democrazia della Cina, perchè so già che la Cina non è un paese democratico. Non è, quindi, tanto il numero rispetto alla rappresentanza che, secondo me, si deve prendere in considerazione, anche se accade. La mia opinione è che ogni paese, da questo punto di vista, ha delle caratteristiche tutte diverse: noi non possiamo comparare sistemi bicamerali che sono completamente diversi. L’Italia, da questo punto di vista, ha un sistema bicamerale per cui Senato e Camera svolgono esattamente le stesse funzioni; ma, per esempio, può essere comparabile con il Regno Unito dove la Camera dei Lords ha una origine di tipo non elettivo con un Senato elettivo? Si può comparare il Bundesrat che, in Germania, è una vera e propria camera dei lander per una effettiva rappresentanza regionale con un Senato che è, sì, eletto su base regionale ma non prevede una vera e propria rappresentanza regionale?Oppure, ancora, nel senato americano vi sono cento senatori per un paese molto grande: ebbene, le sembra democratica la regola, settecentesca, per cui il Delaware che, praticamente, è un paesino abbia gli stessi senatori della California? Io, sinceramente, di fronte a tutti questi paradossi, non condivido il ragionamento del tot abitanti tot rappresentanti in astratto. Condivido, invece, dal punto di vista territoriale che, se una regione è meno popolata di un’altra, abbia meno rappresentanti, come sistema di equilibrio. Pensi al Parlamento Europeo: c’è Malta così come c’è la Germania. Per cui io ragionerei su una proporzionalizzazione della rappresentanza: ora un taglio lineare taglia semplicemente, appunto, i numeri e questi numeri devono essere ridistribuiti; e, allora, se io voglio ridistribuire, non mi interessa un calcolo in astratto, mi interessa un calcolo proporzionato alle dimensioni reali del Paese.

Un’altra posizione che emerge- anche nella sinistra che, adesso, si è schierata ufficialmente per il Sì – è quella che afferma come sarebbe meglio abbandonare questa riforma per concentrarsi, invece, sul monocameralismo. Su questo tema, cosa ne pensa? Il monocameralismo è un’antica battaglia della sinistra dai tempi, mi vien da dire, della Rivoluzione Francese e fu proposta anche dall’assemblea costituente. Io proverei a rovesciare la sua domanda, se non si offende: il monocameralismo, per carità, è una scelta; io sarei, però, per un bicameralismo differenziato e cioè una camera -anche ridotta di numero: non mi interessa, come detto, il ragionamento sui soli numeri -che, come prevedeva la riforma del 2016, pur tra tanti difetti, la quale rappresentasse le autonomie. Questo è un dibattito che possiamo far risalire al Risorgimento, a Cattaneo, e che riguarda il fatto se vogliamo o no rappresentare al centro la democrazia regionale o locale. Su questo, nella sinistra, a parte la posizione di Luciano Violante, non c’è stato alcun pronunciamento. Quindi, ricapitoliamo: o il sistema è monocamerale, e le regioni sono dei departements , alla francese, ma se invece pensiamo che le autonomie regionali debbano essere al centro, dobbiamo trovare una sintesi: guardi che anche questa vicenda sanitaria ha mostrato l’importanza della realtà locale.

Da un punto di vista tecnico-scientifico, può spiegare ai lettori i pro e i contro della riforma? In realtà, è difficile considerarla una riforma, è un taglio lineare, o poco più. Da un punto di vista scientifico faccio fatica perché noi, costituzionalisti, ci siamo pronunciati, in più di duecento, contro: esiste un documento che mostra come, dal punto di vista dei risultati, sia poca cosa. Un po’ di risparmio e un numero ridotto che dovrebbe portare una maggior qualità della democrazia: è tutto, però, indimostrabile. Di per sé è una di quelle riforme inutili o quasi. Al contrario, è presente il rischio di bassa rappresentanza e di concentrazione nelle mani dei partiti. Io vedo, in conclusione, più pericoli che opportunità. Con la riforma del bicameralismo, sarebbe stata anche opportuna la riduzione dei parlamentari. Il Senato, nella mente del costituente, doveva essere quello delle autonomie. Invece, così, avremo piccole camere che fanno le stesse cose. Due camere, con meno persone, che fanno le stesse cose: penso alla dichiarazione di Parisi che si è chiesto quando mai si sia vista un’assemblea di lavoratori che decida di fare lo stesso quantitativo di lavoro con meno persone.

Può ora, in conclusione, dopo averla già anticipata in maniera anche approfondita, presentare ulteriormente la sua posizione? La mia è una posizione pubblica, derivante anche da quanto, appunto, capitato nel 2016. Ho firmato il manifesto di cui si è parlato, insieme a numerosissimi costituzionalisti, che presenta tutti i pericoli della riforma. La posizione, quindi, che ribadisco è per il No: il problema non è il numero ma l’esercizio della funzione. In ultimo, poi, credo che la politica debba elevarsi al di sopra delle pulsioni, le quali, evidenemente, hanno generato questo tentativo di riforma.

In cima al mondo, a piedi scalzi

Abebe Bikila a Roma, durante la maratona

di Daniele Madau

Da quando Fidippide, emerodromo ateniese (e cioè messaggero addestrato a percorrere lunghe distanze in breve tempo), suscitò la scintilla da cui scaturì la maratona, questi 42 km. sono il simobolo della constante e affannosa corsa della vita e della giornata di gloria, di vittoria, che, ognuno di noi, sperimenta almeno una volta nella sua vita. Sessant’anni fa, alla maratona delle olimpiadi di Roma il 10 settembre 1960, Abebe Bikila questa giornata di gloria la percorse interamente e la raggiunse scalzo: in accordo con il suo allenatore -certo (almeno così si disse) – ma con una bellissima valenza simbolica, da povertà francescana che si unisce all’umiltà africana (Abebe era figlio di un pastore, nel continente africano) che fa davvero sognare. L’uomo – sostengono gli specialisti – è nato per stare scalzo, in quanto il piede è l’organo sensitivo propriocettivo per eccellenza: capace, cioè, di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio anche senza il supporto della vista. Una volta indossate le scarpe sembra davvero che, spesso, l’uomo abbia perso la sua posizione.

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