Renzi, Draghi e la schizofrenia della politica

Il governo Draghi in una foto del ‘Corriere della Sera’

di Daniele Madau

Gli ‘occhiolini’ sono articoli veloci, ammiccanti e diretti come una strizzata d’occhio

Renzi aveva disfatto il primo governo Conte per non dare pieni poteri alla Lega e ora abbiamo un governo con tre ministri della Lega. Non solo, abbiamo ministri della Lega e del Movimento 5 stelle, come, appunto, nel Conte primo che, poi, è stato fatto cadere. Non solo, abbiamo ministri del Pd e dei 5 Stelle insieme come nel Conte bis, che è stato fatto cadere. Abbiamo, dunque, vissuto tutto questo, tutti questi giri di cerimoniale istituzionale con una pandemia in scenografia, per rivedere tutti insieme quelli che, a due a due o in piccoli gruppi, non sono riusciti a governare. Potremmo continuare all’infinito con queste amabili facezie -che, di sicuro, riavvicineranno tanti italiani alla partecipazione politica- ricordando, a esempio, come Renzi rispose a chi criticava il patto del Nazareno: ‘Chi ora critica i miei accordi con Berlusconi, ci ha fatto insieme un governo’. Ora il governo con Forza Italia l’ha fortemente, e infine raggiunto, inseguito lui, con una tenacia quasi commovente, commozione che si accompagnava, però, a spontanei pensieri sulla schizofrenia – politica, sia chiaro -della mente che ha partorito questo suo, auto-osannato, capolavoro politico. Brunetta nuovamente alla Pubblica Amministrazione, l’artefice dell’ottimale situazione in cui si trova la pubblica istruzione ora, Gelmini, nuovamente ministra: c’è qualcosa che non va ma, sicuramente, sono io che non capisco. Anzi, risaltano proprio agli occhi le cose positive: ministri che ritornano, partiti che tornano insieme, orologi che vanno nuovamente insietro. Sì, la politica italiana è l’unica che riesce a fare i viaggi nel tempo: non avanti, però, indietro, nel tempo.

Lettera aperta al prossimo Ministro dell’Istruzione

di Daniele Madau

Gent.ma Ministra, Gent. Ministro

credo sia importante che Lei, apprestandosi ad affrontare questo gravoso e bellissimo impegno, abbia la disposizione d’animo di ascoltare noi insegnanti. Sembrerà superfluo scriverlo ma coloro che conoscono meglio il nostro mestiere siamo noi. Coloro che, per così tante ore al giorno e per tanti giorni l’anno, vedono i ragazzi, respirano la stessa aria e vivono le stesse attività con loro, siamo noi. In questi mesi di didattica a distanza gli studenti, e le famiglie, hanno avuto a disposizione i nostri indirizzi di posta elettronica e, spesso, i nostri numeri di telefono, per ogni necessità, con una disponibilità che abbracciava l’intera giornata. Non era dovuto, non era cercato per ottenere una qualche visibilità o clamore eppure così è stato, senza nessun riscontro in termini di carriera – che per noi non esiste – o di compensi contrattualizzati.

La disponibilità viene, forse, naturale, quando si tratta di ciò che per sua natura è fragile, come la giovinezza o l’adolescenza, e quando ti riconosci partecipe della costruzione del futuro; ma, proprio perché attori e protagonisti -come gli studenti, le famiglie, tutti coloro che rendono vivo quotidianamente il grande palcoscenico della vita che è la scuola – noi insegnanti e professori vorremmo avere parola quando si parla, e si decide, sulla scuola.

Ascoltiamo volentieri la voce di psicologi, sindacalisti, giornalisti, dei colleghi professori universitari, di politici, sociologi e curatori di siti sulla scuola ma troppo spesso non viene richiesta, e non sentiamo, la nostra.

Non ricordo, a memoria mia, una memoria di trent’anni, un Ministro che abbia avuto l’umiltà, così preziosa, di chiedere ai professori consigli o, più semplicemente, di far capire loro che li avrebbe tutelati, capiti, valorizzati. Almeno non palesemente e, questo, è un caso in cui sarebbe opportuno mostrare chiaramente da che parte si sta. Sarebbe bello, per una volta, sarebbe un segno di maturità per l’Italia. Eppure ‘ministro’, e non solo quello dell’Istruzione, vuol dire ‘servitore’, come titolo di nobiltà, non di miseria: ‘Servire è l’arte suprema. Dio è il primo servitore; Lui serve gli uomini, ma non è servo degli uomini’, sentenziava lo zio Eliseo in ‘La vita è bella’.

Anche noi siamo, o dovremmo essere, servi, o in altri termini, strumenti, della bellezza, degli ideali, della cultura, dell’educazione, del bene, del bello, del rispetto, della poesia, dei valori, della nostra lingua, della legalità, della Costituzione, dell’Unione Europea, della cittadinanza, delle diversità, della storia. Pensi quante cose, pensi quale missione. Eppure si può fare: però, riparta da noi, ci ascolti, ci valorizzi, ci dia fiducia. Ci dia degli spazi educativi adeguati, affinché, nei locali scolastici, la bellezza non sia solo negli occhi e nei sogni dei giovani ma tangibile, come promessa di futuro. Lavoriamo insieme, per ridare a noi un’autorevolezza che renda vera l’esperienza viva dell’educazione affinché – prendendo in prestito quanto detto dal collega e scrittore Eraldo Affinati – nelle aule non si faccia finta di insegnare e non si faccia finta di ascoltare. È forse superfluo ricordare le parole, comunque luminose come un faro, di Nelson Mandela e di Malala, che conoscerà sicuramente: l’istruzione, l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo; un insegnante, un libro, una penna, possono cambiare il mondo. Scrivendo dalla Sardegna, però, Antonio Gramsci, sì, vorrei citarlo, nel suo fermo, ma dolce, invito agli studenti: studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. Faccia in modo che il nostro Paese diventi il luogo che mostri ai ragazzi, e a noi, di aver bisogno della nostra intelligenza. Potremmo, allora, essere strumento anche della rinascita della cultura, che ha unito il nostro Paese molto prima che la politica. Allora, con la pandemia finalmente alle spalle, l’Italia nascerà in un nuovo futuro: inizi da noi, inizi, davvero, dalla scuola.

Un dizionario per i segreti del Quirinale e della crisi

Gli interni del Quirinale

di Daniele Madau

Il Palazzo del Quirinale è dal 1870 la residenza ufficiale del Re d’Italia e dal 1946 del Presidente della Repubblica; è certamente, inoltre, uno dei simboli dello Stato.

Costruito a partire dal 1573 come residenza estiva dei papi, perché in posizione più salubre rispetto ai palazzi vaticani, divenne di fatto la residenza del pontefice nella sua qualità di sovrano, complementare a quella del Vaticano, che costituiva la sede del papa vescovo di Roma.

E’ un palazzo meravigliso, che si può visitare gratuitamente con tanto di guida e se, quando lo si visita, la bandiera della Repubblica non è ammainata, vuol dire che il Presidente è in sede.

In questo periodo è come se, in qualche modo, fossimo tutti suoi ospiti: durante le crisi di governo, infatti, ci siamo abituati a sbirciarne i luoghi, i segreti, i corridoi, le sale (come quella delle Feste, dove in questa crisi si danno le comunicazione alla stampa), cercando, contemporaneamente, di capire anche qualcosa del lessico della crisi: così distante da noi mentre ci tocca così direttamente, dato che ne va della quotidianità di ognuno di noi, mai come ora. La politica è la nostra stessa vita, è l’aria che respiriamo e tutti dovremmo interessarcene e avere gli strumenti per parteciparvi. Credo che questa sia una grande verità. Vediamo allora qualcosa delle parole di questa crisi, che, magari, spesso sentiamo ma che lasciamo in un angolo della mente come qualcosa di esotico, lontano, forse inutile, di sicuro non per noi. Il mucchio da cui scegliere è enorme: possiamo partire, facendoci aiutare anche dalle preziose informazioni del sito di Skytg24, da voto di fiducia . L’ art. 94 della Costituzione dice che il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. L’esito negativo di un voto di fiducia, o l’approvazione di una mozione di sfiducia, con cui si mette in discussione un governo, revoca il rapporto fiduciario che lega Governo e Parlamento e costringe il Governo a presentare le dimissioni aprendo così una crisi di governo parlamentare. Generalmente però le crisi di governo non vengono causate da una mancata fiducia quanto dalla rottura degli accordi tra partiti costituenti la maggioranza e il Governo. Ed è esattamente quello che è appena successo. La rottura dell’accordo tra Italia Viva e gli altri partiti ha portato Conte a dare le dimissioni perché non aveva più una maggioranza solida, ampia e riconoscibile. Il Presidente della Repubblica, allora, unico arbitro della crisi, avvia le consultazioni con i partiti.

In realtà, secondo l’articolo 92, che disciplina la formazione del governo, “il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i ministri”. Invece, nella prassi, la nascita di un esecutivo passa attraverso la fase preparatoria delle consultazioni. In questa fase il capo dello Stato, attraverso una serie di incontri con i principali attori politici, cerca di individuare il potenziale Presidente del Consiglio in grado di formare un governo che possa ottenere la fiducia dalla maggioranza alla Camera e al Senato. Questo meccanismo viene attivato anche ogni volta si determini una crisi di governo per il venir meno del rapporto di fiducia o per le dimissioni del Governo in carica.

L’ordine delle consultazioni è disciplinato da una sorta di galateo costituzionale ed è stato soggetto a variazioni nel corso degli anni (in alcuni casi il Presidente della Repubblica ha omesso alcuni dei colloqui di prassi). In genere gli incontri previsti sono quelli con i Presidenti delle Camere, gli ex Presidenti della Repubblica (in questo caso Giorgio Napolitano) e le delegazioni politiche. Queste sono formate dai capigruppo parlamentari che potranno decidere di avere al proprio fianco anche il leader del partito e i rappresentanti delle coalizioni. Tutti vengono ricevuti nello Studio alla Vetrata al Quirinale. Le delegazioni entrano dalla Sala del Bronzino, all’uscita passano di fronte alle telecamere- in questi giorni nella ‘Sala delle feste’ – e, se vogliono, rilasciano dichiarazioni.

Le consultazioni durano un minimo di due giorni (anche se in un caso si sono chiuse in 24 ore) e se alla fine del primo giro non si arriva all’individuazione di una maggioranza, si può procedere ad altri giri di consultazioni (in genere fino ad un massimo di 3) o, come in questo caso, all’indicazione di un “esploratore” – che di norma è proprio uno dei presidenti del Parlamento – che compie i suoi sondaggi tra i partiti per verificare se è possibile indicare una maggioranza che sostenga un governo. Se e quando si troverà una maggioranza solida, questa esprime anche un candidato premier.

Il presidente della Repubblica, una volta individuata una maggioranza parlamentare, convoca la personalità indicata dalle forze politiche come in grado di trovare i voti necessari per ottenere la fiducia, e gli conferisce l’incarico, che può essere pieno o con alcune condizioni (in quel caso si parla di pre-incarico). L’incaricato può accettare subito o accettare l’incarico con riserva, ovvero prendersi alcuni giorni per avviare un confronto con le forze politiche e solo dopo tale confronto sciogliere la riserva. Sciolta questa, si riparte sperando, questa volta, di arrivare al 2023.

Serietà nella classe politica: una speranza morta troppo presto

di Daniele Madau

Non è semplice scrivere dell’attuale situazione politica, con le problematiche che sono nate in seno al governo – serpi in seno? -, dopo la puntata di ieri, lunedì 4, di ‘Report’. Il programma di Sigfrido Ranucci era interamente dedicato alle commistioni tra Stato e criminalità, mostrando un legame che appare sempre più profondo e letale.

Sentire ancora una volta dalla voce di mafiosi i nomi di Dell’Utri e Berlusconi indicati come loro interlocutori a più livelli, sino al più alto; vedere la Repubblica Italiana debole e inerme nelle mani di Licio Gelli e di apparati deviati; percepire il vuoto in cui erano stati abbandonati -vittime pronte al macello – Falcone e Borsellino; avvertire il pericolo in cui la democrazia era precipitata in quei primi anni novanta. Tutto questo banchetto delle anime più nere sulla vita di cittadini inconsapevoli, ha dato un senso di nauseabonda tristezza che ha lasciato spazio al ‘fresco profumo della legalità’, per usare le parole di Borsellino, solo dopo aver riflettuto sul fatto che la Repubblica, però, ha vinto. Sul fatto che ora abbiamo un Presidente della Repubblica, appunto, che ha tenuto in braccio il fratello appena ucciso dalla convergenza degli interessi di criminalità organizzata e destra estrema e sul fatto che la giustizia , pur con il suo tortuoso percorso, ha potuto condannare alcune di quelle anime, come Dell’Utri, nel processo per ‘Concorso esterno in associazione mafiosa’.

Com’è stato possibile tutto ciò? La domanda è di vertiginosa difficoltà e una risposta è impossibile se non in termini generali, termini che ci possono riportare, con un pindarico volo, all’attualità.

Può esserci una debolezza intrinseca nella nostra democrazia parlamentare? O non si possono imputare colpe a un sistema ma solo agli uomini che ne fanno parte? Per la Corte Costituzionale “in una forma di governo parlamentare, ogni sistema elettorale, se pure deve favorire la formazione di un governo stabile, non può che esser primariamente destinato ad assicurare il valore costituzionale della rappresentatività”. In nome della rappresentatività, dunque, garantita dai nostri parlamentari, ogni altro valore diventa subalterno. Nella puntata di ieri di ‘Report’ si è ricordato che, se non fosse stato ucciso Borsellino, il parlamento era pronto a bloccare il 41/bis, in nome del garantismo. Allora, il punto basilare, come spesso ricorda Massimo Cacciari, può essere la scelta dei parlamentari? In una repubblica fatta di persone poco istruite che, per un periodo, sono andate a votare con una legge che prevedeva i ‘listini bloccati’, cioè persone nominate dai partiti?

Anche oggi la stabilità è messa in un piano assai subalterno dalle nostre forze politiche.Eppure la programmazione, la lungimiranza, il senso di fiducia, che la stabilità permette sono condizioni irrinunciabili per una quotidianitò degna di cittadini.

Il punto è che stabilità e rappresentatività possono coesistere: ce lo insegna la Germania, che, come gran parte degli stati del centro – est europeo, è una repubblica parlamentare. Non sembrano saperlo, però, i principali attori della nostra recente storia politica e della stretta attualità. Ancora una volta, infatti, e in un periodo drammatico, il nostro governo è sul baratro di una crisi, non ancora, tuttavia (e fortunatamente), conclamata.

In un governo, seppur nato di fretta e non da programmatiche alleanze elettorali garantite, a esempio, dal doppio turno alla francese, le rivendicazioni, anche se – o soprattutto se – giuste, come alcune di quelle avanzate da Renzi, devono far parte della normale dialettica politica, che non sempre l’opinione pubblica deve sapere nei termini a cui quotidianamente assistiamo.

Certo, Renzi, giustamente, ha bisogno della visibilità ma questa visibilità è malata, nel momento in cui mina la stabilità, a cui i cittadini – in questo momento -anelano.

La politica deve essere questo: gestione illuminata del presente e programmazione del futuro: sembrava che la pademia avesse portato un po’ di serietà nella classe politica e fiducia verso la classe politica. Ormai, però, sembra una speranza morta troppo presto.

Per il 2021 siamo condannati a sperare, dando al verbo ‘condannare’ l’accezione più bella. Incontro con Don Maurizio Patriciello

Don Maurizio Patriciello

di Daniele Madau

Don Patriciello è colui che, da solo con la forza del Vangelo, ha affrontato il dramma dei roghi tossici in Campania, nella cosiddetta ‘Terra dei fuochi’: roghi criminali, frutto di connivenze tra politici, industriali e malavita, che come principali vittime hanno colpito i bambini. Un dramma che ancora continua sotto gli occhi di tutti. Con lui abbiamo guardato prima al 2020 e poi al 2021, con, però, la speranza che non muore

Una prima domanda imprescindibile: come sta la ‘Terra dei fuochi’ e il sud in generale?

Da 150 anni la questione del sud è irrisolta, c’è poco da fare. Ogni giorno, ci scontriamo con questo, penso solo alle linee ferroviarie, che usiamo quotidianamente così diverse dal nord. Nella ‘Terra dei fuochi’ abbiamo fatto piccole cose ma i problemi che stanno alla base non sono stati risolti. Noi abbiamo denunciato i roghi dei rifiuti industriali in regime di evasione fiscale ma la Regione Campania ha cancellato la commissione apposita sui fuochi. Ci troviamo, ora, con l’assurdità di un commissario nominato dal governo e la commissione che, invece, è stata soppressa della Regione. Il problema è serio e non si vuole affrontare nella sua complessità, con il lavoro nero, l’evasione, la camorra, i politici corrotti.

Se pensiamo al 2020, abbiamo ben presente l’immagine del Covid: tanto altro, però, c’è stato. Nella tua terra, a Caivano, a esempio, mi viene in mente Maria Paola, speronata in scooter e uccisa dal fratello che non approvava il suo orientamento sessuale. Come guardare con gli occhi di fede all’anno trascorso? Purtroppo di problemi gravi e sciagure la storia dell’umanità ne è piena e anche questo 2020 ne è stato pieno. Alcuni drammi sono vicini a noi, altri sembra che ci tocchino di meno. Noi siamo cristiani e per tutti noi, per me prete della ‘terra dei fuochi’, la speranza è un obbligo. Noi siamo condannati a sperare, dando a questo verbo l’accezione più bella che ci possa essere. La pandemia ci è caduta addosso senza preavviso ma la speranza, di cui ho parlato prima, che avverto è di uscirne migliori, di avere imparato qualcosa: se dovessimo ritornare a essere quello che eravamo prima saremmo di nuovo come coloro che pensano di essere sani in un mondo malato, come disse papa Francesco, in solitudine, a San Pietro a marzo. Adesso stanno arrivando i vaccini e quindi si apre una luce: dobbiamo allora vivere questo tempo nella certezza che nessuno si salva da solo, perché ogni uomo è mio fratello. Non c’è spazio, quindi, per i negazionisti, proprio ora che abbiamo la cura, il vaccino, a disposizione.

Il 2020 è stato l’anno della ‘Fratelli tutti’: puoi presentare un tuo commento?

Con l’enciclica Papa Francesco ha mostrato il volto misericordioso, e non solo giusto, di Dio, che spalanca le braccia e abbraccia il mondo. La Chiesa è questo, andare incontro ai lontani, come nelle parabole evangeliche, come lo straniero che scende da Gerusalemme a Gerico o in San Matteo in cui, parlando del giudizio finale, il Signore dice chiaramente: ‘Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere’. Non dice, però, io bevo in chi aveva la pelle bianca, no, ‘qualsiasi cosa avete fatto all’ultimo dei miei fratelli’: questo è il cristianesimo. La proposta cristiana, però, è come un sasso lanciato nel mare: i cerchi concentrici si allargano e piano piano svaniscono. Alcuni, quindi, sono toccati di più, altri meno ma, sempre, mette al primo posto la persona umana, la dignità. Al primo posto, prima dell’identità sessuale –tornando a Maria Paola – prima del colore della pelle, prima della religione. La persona umana prima di tutto. Questo ci insegna Francesco, così come essere in relazione con tutti, con il creato, con il mio Dio, con me stesso, con i fratelli, con i fratelli dell’Amazzonia, che non vedrò mai, con chi non accoglie il vangelo, con i non cattolici, con chi ha difficoltà a credere. Con tutti c’è da lavorare insieme.

Come dovrà essere il cristiano del 2021? E la Chiesa, per essere all’altezza delle nuove sfide?

Il cristiano è sempre uguale: è l’uomo dello stupore – come davanti alla culla a Natale -, di cui che sa guardare all’altro come a un mistero. Quando abbiamo consumato tutto dell’altro, avvertiamo un vuoto nel cuore. Solo guardando a chi ci sta vicino con stupore, non avvertiremo mai malessere e disillusione. La sfida è l’umiltà dell’uomo davanti al creato, a cui dobbiamo guardare con questo senso di mistero, e che lo dovrà portare a custodire il creato, a non saccheggiarlo, a contemplarlo, appunto, con stupore. Così come guardiamo al mistero di un Dio fatto bambino. Abbiamo, poi, le grandi sfide della Chiesa verso chi svende la propria e l’altrui dignità: penso alla pedofilia, ai 56 milioni di aborti nel mondo, al traffico di organi. Sono cose che lasciano stupefatti eppure è lì che dobbiamo entrare, con il dialogo, con grazia, seguendo sempre il vangelo e arrivando dove c’è più bisogno, ai bambini – i prediletti dal Signore-, alle donne, alle persone più bistrattate, ai paesi poveri, dove le donne sono costrette a vendere anche se stesse, il proprio ventre – con ‘l’utero in affitto’ – per la voracità dei ricchi.

La dolcezza e il coraggio. Intervista con Gessica Notaro

In basso, Gessica Notaro oggi. In alto, il cuore mostrato prima di entrare in sala operatoria.

di Daniele Madau

Abbiamo in mente il suo cuore, formato con le dita mentre entrava, come tante volte, in sala operatoria: era il gesto di chi lotta con la dolcezza di donna. Come si era promessa, ha vinto e ora il suo aggressore è stato sconfitto non con le armi della viltà – proprie del suo gesto – ma con quelle della giustizia. Quindici anni, cinque mesi e venti giorni: questa è la condanna, definitiva, per Edson Tavares, colui che ha sfregiato con l’acido, non accettando la loro separazione, la modella , showgirl e cantante Gessica Notaro. La sentenza soddisfa il desiderio di giustizia che tutti noi abbiamo provato insieme a Gessica, avendola accompagnata nella sua lotta e nel suo invincibile desiderio di rialzarsi e di vincere.

Eppure resta ancora un senso di sgomento per il gesto di quest’uomo, che -in base a quanto emerso dal processo e dalle parole della vittima- non ha mai mostrato pentimento, privandosi dell’unico gesto che avrebbe potuto riscattarlo e ridargli una dignità umana.

Quindici anni: un tempo nullo rispetto al dolore arreccato, forse un tempo congruo perché la società si faccia carico anche della miseria di quest’uomo, perché possa trovare nei meandri del suo animo gli spiragli del pentimento. Solo in questo caso, avrà anche in dono il perdono di Gessica. Lo ha detto Gessica stessa, nella nostra breve conversazione:

Qual è la prima cosa che vorrebbe dire a tutta l’opinione pubblica, ora che la sentenza è stata pronunciata

Alle donne, vorrei dire di denunciare, di non aspettare, di avere coraggio, di non perdere un minuto.

Nel mio insegnamento noto come a scuola sia difficile parlare di educazione all’affettività, ancora riservata completamente alle famiglie. Cosa direbbe come messaggio più importante, da questo punto di vista, a una classe di adolescenti?

Io vado spessissimo nelle classi, è una attività a cui mi dedico. Però non parlo io, sono loro a farmi domande e quella che emerge di più è la domanda sul perdono: ho perdonato? No, non ci può essere perdono senza pentimento.

La sua è una vita ricca. Anche se sembra quasi una bestemmia, sembra abbia trovato nuova forza dall’aggressione subita.

Sì, sicuramente, l’ho sempre detto, non l’ho mai negato. Sono molto più forte di prima, ho trovato dentro di me qualcosa che prima non sapevo di avere. Tantissime risorse, spirituali, che non avrei mai trovato altrimenti.

La parità di genere in Italia, un cammino ancora lungo?

C’è una sensibilità nuova; significa che si sono fatti tantissimi passi avanti, prima inimmaginabili.

A proposito della sua attività artistica, così ricca, può parlarci dei suoi progetti:

Ho pubblicato la canzone ‘Gracias a la Vida’ e ho tanto che bolle in pentola ma che, per ora, non posso anticipare.

Lei ha affermato di aver subito tanto dal suo ex compagno Tavares prima di agire. Come mai una donna come lei, conosciuta, apprezzata, piena di vita, non lo ha fatto prima? Può provare a parlarne?

Io ero dipendente affettivamente, non capivo. La dipendenza affettiva è una delle più difficili da vincere, come è stato dimostrato anche scientificamente. Finché ero dentro questa situazione non riuscivo a sottrarmi a un abile manipolatore, uno capace di far sì che tu possa pensare sia l’uomo della tua vita. Finché ero dipendente, ho accettato tutto.

Non rubateci il, vero, Natale

di Daniele Madau

Sono sempre stato affascinato dalla sordità di Beethoven – che gli ha permesso di immaginare nuove armonie -, dalla cecità di Copernico – grazie alla quale ha potuto guardare oltre -, dalla mancanza di corrispondenza d’affetti di Leopardi – nella quale ha potuto scrivere alcuni dei più bei versi d’amore – , dalla veggenza degli aedi e dei rapsodi greci, che, impersonificati nella loro totalità nella figura dell’errante e non vedente Omero, potevano cantare le verità ispirate dalle muse.

Lo stesso Leopardi, del resto, nel suo Zibaldone aveva scritto bellissime righe dedicate alla teoria del piacere, svelandoci come la lontananza, un ostacolo che impedisse una visione piena, un solo filo di luce acceso dietro una stanza, fossero latori di un piacere più grande di quello che potrebbe darci una fruizione completa: questo perché solo una visione incompleta può dar vita all’immaginazione.

A dar retta ai poeti, allora – e dovremmo farlo, ogni tanto – siamo nella situazione più bella per poter vivere qualcosa di nuovo, appagante, poetico. Un Natale in cui dobbiamo lasciare le briglie sciolte alla nostra capacità, e volontà, di colmare queste inedite distanze, di trovare vie nuove e, soprattutto, significati più profondi.

Quali sono questi significati più profondi che, assediati dalla pandemia e dalle notizie di morti, potremmo ricercare? E’ , allo stesso tempo, molto difficile e molto semplice indicarli. Molto difficile perché tale è il cuore di ognuno di noi e poi perché si corre il rischio di scadere nella banalità. Certe volte, però, la banalità è bella e diventa semplicità. Diventa semplicità quando, approfittando dello spirito del Natale – per dirla con Dickens – che, al suo cuore, presenta un’umile nascita di un bambino di due pellegrini tra pecore e pastori, ci prepariamo ad accontentarci dei nostri conviventi e riscoprire la ricchezza di vita che c’è nelle nostre case. Quando, magari, pensando ai nostri cari anziani, ci prepariamo a non farli sentire soli, nonostante le restrizioni. E non solo i nostri, anche qualche anziano che non conosciamo, scoprendo la possibilità del volontariato. Quando proveremo a far capire ai nostri figli che un regalo, un dono, è davvero tale quando è così prezioso da essere una piccola cosa ma di grande significato per chi lo dà e per chi lo riceve. Quando avremo il coraggio di sperimentare che rinunciare a qualcosa rende grandi, maturi, soprattutto per quei privilegiati – la gran parte di noi – che ne hanno tante altre.

Ecco, dopo aver sentito un noto politico dire – tra le sue decine di lamentele quotidiane – che con le restrizioni ci ruberanno il Natale, io ho fatto queste riflessioni scontate, forse, ma vere. Credo che sia un’occasione unica: non rubateci, anzi, non rubiamoci il, vero, Natale.

Fabrizio De André e l’eterna dichiarazione d’amore e di rispetto per la libertà delle donne e di ciascuno

di Laura Monferdini (viadelcampo29rosso – casa dei cantautori genovesi)

In occasione della ‘ Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne ‘ , ho pensato ai più bei versi che, per me, siano mai stati scritti per le donne. ‘Via del campo’, di Fabrizio De André, è una delle vette. Ho chiesto, allora, a Laura Monferdini, responsabile dei contenuti museali di “viadelcampo29rosso- casa dei cantautori genovesi”, che ringrazio molto, che ha conosciuto Fabrizio e che ha al suo attivo collaborazioni con le più prestigiose riviste italiane di musica e cultura, di parlarci di Fabrizio e del suo sguardo di poesia e rispetto sulle donne.

Fabrizio De André ed Alessandro Gennari nel loro libro “Un destino  ridicolo” affermano che “La bellezza di una donna è uno scandalo insostenibile per chi sopravvive incatenato al mondo. C’è chi non sopporta questa luce e tenta di estinguerla con la violenza.” Parole che ci arrivano oggi in tutta la loro forza; la condanna esecrabile di un bisogno ancestrale di predomio di alcuni uomini sulle loro compagne. Sempre Fabrizio durante il suo bellissimo tour teatrale 1992/’93 dal titolo “Uomini e donne”, così si espresse a proprosito della condizione femminile:
“Per una mia difficoltà nel comprendere e nel riuscire ad intravvedere comportamenti simili fra uomini e donne, ho sempre pensato alla donna come emblema del sacrificio e tra questi tre punti mi sembrano fondamentali:
il sacrificio della maternità, una “malattia” che il maschio non conosce e che dura ben più di 9 mesi, quello della prostituzione, che attraverso il dolore può anche diventare santificazione secondo il mio parere e un altro tipo di sacrificio, che in alcuni paesi può diventare un “tabu”, quello delle verginità…” Il valore ed il rispetto della femminilità e della sua essenza profonda è sempre stato uno dei temi fondamentali della poetica di Faber e soprattutto una sua battaglia personale per i diritti delle donne. Il rispetto dell’uomo Fabrizio e un’eterna dichiarazione d’amore e di rispetto per la libertà individuale di ciascuno.

Vigliacco è colui che non ha il coraggio di costruire una società che rispetti le donne

di Daniele Madau

Domani è la ‘Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

‘Da che ti vidi pria,
di qual mia seria cura ultimo obbietto
non fosti tu? quanto del giorno è scorso,
ch’io di te non pensassi? ai sogni miei
la tua sovrana imago
quante volte mancò? Bella qual sogno,
angelica sembianza,
nella terrena stanza,
nell’alte vie dell’universo intero,
che chiedo io mai, che spero
altro che gli occhi tuoi veder piú vago?
altro piú dolce aver che il tuo pensiero? ‘ (Leopardi, Il pensiero dominante)

Domani, 25 novembre, è la ‘Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne’ e, se da un lato è un dovere civico e morale parlarne e scriverne, dall’altro non è stato semplice scegliere come iniziare a trattare una tematica così delicata e grave.

Ho pensato, allora, di iniziare con quelli che reputo i più bei versi scritti per una donna: ho scelto così il Leopardi del ‘Ciclo di Aspasia’ e dell’amore per Fanny Targioni Tozzetti – che mi accompagnano dall’anno della maturità- pur così sfumati; fino all’ultimo, ero indeciso, con Dante e la sua Beatrice che gli viene in soccorso mentre si trova nella selva, come gli racconta Virgilio (Io era tra color che son sospesi, e donna mi chiamò beata e bella, tal che di comandare io la richiesi. Lucevan li occhi suoi più che la stella; e cominciommi a dir soave e piana, con angelica voce, in sua favella: “O anima cortese mantoana, di cui la fama ancor nel mondo dura, e durerà quanto ’l mondo lontana, l’amico mio, e non de la ventura, ne la diserta piaggia è impedito sì nel cammin, che volt’è per paura) e la ‘bambina con le labbra color rugiada’ di Via del Campo di De André.

Con la possente delicatezza di tutti questi versi pensavo, infatti, che oltre a rendere un omaggio a tutte le donne avrei permesso alla cultura di trionfare anche in questo caso, di vincere sulle tenebre dell’ignoranza che produce violenza e non fa vedere la bellezza, che ingentilisce ed eleva l’animo, come ci insegna l’amor cortese. Nelle classi in cui insegno, infatti, la giornata coincide con le spiegazioni sulla lirica provenzale e il codice dell’amore cortese, che ci insegnano come la donna – il cui termine viene dal latino domina ‘padrona’ -fosse la padrona dell’animo dell’amato, che, grazie a questo amore, diventava nobile non per le ricchezze ma per l’elevatezza dell’animo stesso. La donna era la dispensatrice di ogni virtù e l’uomo era benignamente soggiogato al servizio, come quello che si doveva al signore feudale, ma d’amore.

Quanto sarebbe bello se nelle trasmissioni televisive, nei giornali, in internet, nei social, nelle radio, dappertutto, si parlasse di questo. Un vero sogno.

Ho pensato, poi, che forse neanche la cultura avrebbe potuto squarciare un nero così profondo. Ho in mente persone, diciamo, colte che non hanno mostrato certamente rispetto così come umili e semplici uomini che hanno amato e rispettato profondamente le loro mogli e le loro figlie.

Non, non è solo questione di cibo nozionistico del cervello – che pure aiuta ad ampliare ed arricchire il proprio mondo – è anche, e soprattutto, questione di nutrimento del cuore. Del cuore di una società, quella italiana. Che ancora oggi ha il marchio d’infamia di un femminicidio ogni tre giorni, per parlare solo di quelli dichiarati.

Questo cuore della società è composto da parti, cuori, più piccoli, quelli di tutti noi: delle famiglie, che devono vivere e insegnare il rispetto e la valorizzazione reciproca, della scuola, che ha davanti a sé ragazzi pronti, per la loro età, a ricevere ogni richiamo di bene. Dei giornalisti e dei media, che devono valorizzare un linguaggio rispettoso e un’immagine mai banalizzata della donna, dei politici, che devono favorire norme per un’effettiva parità, degli uomini e delle donne tutte che devono creare quel cordone di difesa e tutela, affinché nessuna si senta sola e non compresa.

Tutti: se mancasse una sola parte, ci sarebbe sempre una percentuale di rischio. Ebbene, non è così difficile, è il cammino semplice del cuore: se uno cresce in una famiglia in cui si respira il rispetto, potrà forse crescere come uomo violento?

Però, a volte, come sembra difficile la semplicità! Non è forse una assurdità il fatto che una donna, per una stessa mansione, possa essere retribuita meno di un uomo? Non va forse contro – oltre a chiari principi di diritto e cosituzionalità – il semplice buon senso?

Sappiamo quanto è grande il cuore di una donna, di una madre: lo vediamo ogni giorno, lo vediamo dai volti bruciati e sfregiati che vanno comunque avanti, denunciano, non smettono di combattere. Pensiamo quanto potrebbero fare e dare, riempirsi di gioia, in una società che le valorizzi. Come sempre, è tutto nelle nostre mani, nelle nostre volontà: vigliacco e criminale non è solo il violento, non è solo il connivente e l’omertoso; è anche colui che non ha il coraggio di costruire questa società semplice.

‘Non c’è stato palco o teatro più bello che lo stare a scuola davanti ai miei ragazzi’. Intervista con Roberto Vecchioni

Nella foto di Fabio Leidi, la copertina dell’ultimo libro di Roberto Vecchioni

di Daniele Madau

Roberto Vecchioni è uno dei padri storici della canzone d’autore in Italia. È stato professore di greco e latino per molti anni e attualmente insegna ‘Forme di poesia in musica’ all’Università di Pavia.  È l’unico artista ad aver vinto il Premio Tenco (1983), il Festivalbar (1992), il Festival di Sanremo (2011) e il Premio Mia Martini della critica (2011). Si è anche dedicato alla letteratura e alla saggistica tanto da essere annoverato, nel 2013, tra i finalisti del Premio Nobel per la Letteratura. In occasione della pubblicazione, per Einaudi, dell’ultimo libro ‘Lezioni di volo e di atterraggio’, ho potuto riflettere con Roberto Vecchioni, che ha aperto il suo cuore, sull’educazione, la scuola, la fede: ne pubblico, qui, un estratto. L’intervista integrale sarà pubblicata sul numero di dicembre della rivista dell’Ordine Francescano Secolare d’Italia ‘Francesco Volto Secolare’.

Nell’ultimo suo libro credo che la parola più presente sia ‘verità’, verso la quale vuole condurre i ragazzi: per lei qual è la verità?

Esiste nell’uomo, da sempre, una verità, una via retta da seguire. Non esistono solo apparenze, inganni, fantasmi della vita, dell’esistenza. C’è dentro di noi, perché qualcuno ce l’ha messa, un’indicazione per scartare lo scartabile, che è tanto purtroppo, il superfluo, e tenere il nòcciolo, il senso, il cuore della questione. La quale questione si interpreta in poche parole: la prima è sicuramente questa, la verità, la più alta; d’altronde è anche un po’ platonica questa visione. Poi c’è il bene, il bello.

Se penso a un messaggio che, a parere mio, ha caratterizzato la sua produzione musicale e letteraria (musica e letteratura unite, a esempio, nel suo penultimo libro, che conteneva anche il CD ‘Canzoni per i figli’ ) è, per dirla con Thoreau ‘succhiare il midollo della vita’ e per dirla con parole sue ‘Imparare a volare, se non potrò correre e nemmeno camminare’. Ci può essere vita vera senza educare i ragazzi? Da dove arriva questa ‘poetica dell’educazione’? E’ stata una vita spesa bene quella dedicata all’educazione?

E’ stata la cosa più bella della mia vita, dopo i figli , ma quello è un altro campo. Dal punto di vista spirituale, non c’è stato teatro, palco, non c’è stata letteratura, studio, romanzo che mi abbia dato più forza, più gioia che poter stare davanti a dei ragazzi e farli innamorare di alcune cose dell’uomo e del mondo. Insegnare è la cosa più alta e più bella che possa capitare a un uomo, soprattutto se  lo fai facendo vedere che sei così innamorato delle cose che dici da far innamorare loro per forza e questo è fondamentale per l’educazione, perché educare significa ‘tirar fuori’e quindi ‘tirar fuori’ dalla mediocrità, dalla nullità dall’insensatezza del mondo e far vedere cose più alte ma non perché son migliori ma perché sono quelle che contano e non quelle che non contano. Ed è una corazza questa che dai ai ragazzi, una forza incredibile perché nella vita le avversità sono tantissime e quindi assolutamente la cultura, la fede –bisogna aver fede in qualcosa – ti salvano, ti liberano, sono apotropaiche, sono liberatrici, anche nei momenti peggiori della vita.

Una buona parte del libro è dedicata a Fabrizio De André, un artista che ha avuto con la fede un rapporto di costante ricerca, come mi sembra sia anche per lei: la fede è una buona ispiratrice per l’arte?

Io credo che sia inconscia una certa ispirazione religiosa nel cuore degli artisti; magari non ammettono di essere fideisti ma lo sono dentro, anche a loro insaputa e, in effetti, Fabrizio era così. Nel suo ‘Non al denaro, né all’amore, né al cielo’ e poi, soprattutto, nella ‘Buona Novella’. In quest’ultimo, in realtà, nega la divinità di Cristo – che è un’eresia, ovviamente –però ugualmente il messaggio della ‘Buona Novella’ è di una straordinaria potenza spirituale, incredibile, anche se lui nega questa capacità di Dio di mettersi al servizio degli uomini, incarnarsi e morire. Lo nega ma in fin dei conti, assolutamente, ce l’ha dentro. Quando racconta i dieci comandamenti – nel ‘Testamento di Tito’- e perché sono tutti un po’ sballati, diciamo così,  perché per qualcuno sono sballati, è volutamente provocatorio ma io sono perfettamente convinto di una cosa: se per un artista una cosa è indifferente, non ne parla. Se, invece, una cosa lo colpisce, ne parla. E, quindi, De André è colpito dalla cristianità, se no non avrebbe fatto un disco così, anche, magari, in parte, negativo, ma è colpito tanto da interessarsene, lui vuol sapere. E’ lo stesso concetto di Leopardi nell’ ‘Infinito’ e in altre poesie sue: se gli fosse stato indifferente il mondo, non avrebbe così tanto dolore addosso. Lui, Leopardi, ha tanto dolore addosso perché il mondo non gli è indifferente, lo vorrebbe amare e, invece, non riesce. Quindi è una cosa tipica dell’artista questa di buttarsi dentro a una cosa che non comprende del tutto ma che lo farebbe felice. Questo è, in parte, il mondo di De André, che poi era un mondo contro il potere, un mondo assolutamente in linea col vangelo, da questo punto di vista, contro tutti i poteri che schiacciano i deboli e anche i colpevoli, perché bisogna vedere cosa è la colpa. Lui, in quella canzone che abbiamo citato prima, dice che, in realtà, la colpa non esiste perché –ricordo una bella metafora che mi raccontò un giorno – il peccato è come la perla di un’ostrica, cioè qualcosa che tu crei per difenderti da qualcosa, che può essere la moglie che ti tradisce, la fame che ti fa rubare e allora la colpa diventa questa perla. C’è, quindi, un’assoluta pietà per tutti gli uomini, anche quelli che sbagliano, che hanno un momento di errore nella loro vita, che può rovinare la loro vita, e, invece, non deve rovinargliela. Pensiamo al vangelo di Giovanni –perché solo lì lo troviamo – quando vediamo Cristo in croce con i ladroni: non è che Gesù chiede cosa abbia fatto, il ladro, nella vita, gli dice semplicemente ‘tu sarai, con me, in paradiso’. Non gli chiede nulla, per il fatto, solo, che si sia voltato per dirgli ‘ricordati di me’per Cristo è tutto, è già una confessione.

Il testo integrale nel numero di dicembre di ‘Francesco Volto Secolare’, la rivista dell’Ordine Francescano Secolare d’Italia

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